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Mit & Ohne

Anni fa, dopo una giornata del genere, avrei scritto sul mio blog.
Eccomi qua.

Anni fa G commentò il mio blog dicendo che valeva la pena di fare qualcosa per me solo per il piacere di ricevere la mia gratitudine. O qualcosa del genere. Ho una pessima, opportunista, memoria.
E poi non è esattamente gratitudine.

G si è presentato con un’amica. Non avrei dovuto sottovalutarlo? Mi ha mai dato modo di pensare che i suoi criteri fossero indegni di un Übermensch? Direi piuttosto che si è prodigato per dimostrarmi il contrario. E G è diventato un Übermensch. Con più convinzione di quella che io saprei metterci. Con più convinzione, dedizione, forse sacrificio.
Un’amica (d’ora in poi UA) mi ha ricordato A, che è una ragazza che poco c’entra con lei. C’è un solo punto in comune, quello che mi fulminò nel caso di A, e che – similmente, ma più pacatamente – mi ha fulminato nel caso di UA. Definirlo è ovviamente impossibile. Ha qualcosa a che fare con una certa saggezza – ma la saggezza di un bambino, priva di malizia e rancori – e con una certa empatica derisione (ehy, credo nel Dio Che Ride). Non sono mai stata brava a riassumere. Riassumere implica il trovare un compromesso tra contraddizioni. La mia realtà è fatta di paradossi, e quindi ‘fanculo ai riassunti.
Spero che G sappia cogliere il meglio da lei. Spero che sappia, come lei gli ha suggerito, mettere in discussione il suo Dio. Per guadagnare cosa? La com-prensione di UA – e di altre simili rarità.

La serata è iniziata entrando in una cucina in cui un uomo si stava, con molta dedizione, concentrando sui fornelli.
Il risotto era ottimo (non troppo salato, dal deciso ma non insistente sapore), ma è la dedizione quella che apprezzo di più. Amo godere dell’amore che una persona riversa in una propria passione, quale essa sia. Sarà perché sono congenitamente incapace di badare a me stessa, io che andrei avanti a mono-cibi crudi e/o scatolette. Sarà perché amo ammirare l’altrui maestria, quando non è anche la mia. Sarà e sarà.
Sono felice per P. Per la sua casa nuova e per quell’amico che, con tanta accortezza, ha cucinato per noi.

In questi giorni mi è capitato di rileggere racconti scritti quando avevo 14 e 18 anni – più o meno.
E ho pensato:
Avrei dovuto fermarmi lì.
Per meri motivi commerciali, ovviamente.
Perché, per quanto io volessi impegnarmi, le mie risorse erano limitate. Per quanto volessi sfiorare alte vette metafisiche, toccavo il cielo prima di poterle raggiungere. Per quanto volessi tediarvi con le mie riflessioni, esse erano limitate alle aspirazioni di una 14enne e 18enne molto appassionata e ispirata. Ma, soprattutto, per quanto volessi essere saggia e profonda, avevo 14 e 18 anni, e non rischiavo di essere più involuta del medio lettore. E, a braccetto di tutto questo, scrivevo in un italiano più corretto della media degli italiani che leggo. (Le parole umiltà e arroganza non hanno motivo di essere scomodate qui. Sarebbe ipocrita. Ma, per amor di completezza, aggiungerò che ero completamente incapace di strutturare una trama e che avevo tanto, ma proprio tanto – troppo – della scrittrice in erba che puzza di ingenuità.)

Involuti sono i discorsi fatti oggi con UA. Sono giunta alla conclusione che qualsiasi approccio che inizi con post- (riassumiamo in post-moderno) lo siano necessariamente, in quanto richiedono di prescindere da quegli appassionati slanci tanto necessari a scrivere fiction coinvolgente. Coinvolgente come un momento epico. Coinvolgente come una sacra marcia. Come un tesoro unico. Come tanta voglia di buttarsi a occhi chiusi in un’impresa senza sentire necessità di domandarsi perché.
La mia pace oggi è qui, nei post-. In quel che rimane quando tutto è stato fatto a pezzi. La follia (quella comprensibile, condivisibile), la poesia (quella che vive di sé e per sé), e tante altre brevi e intensissime cose. Tutto dissezionato a caldo.

M è in clinica, di nuovo.
M che, dovesse crepare, potrebbe farmi tornare a odiare il Dio in cui non credo. Non la società, non il presente, non la giustizia che si fa ingiustizia, no: Dio. Quell’insieme di buchi neri che esistono tra le cose che possiamo spiegarci e collegare. L’ineffabile. Il collegamento finale tra le cose. Quello, insomma, in cui non credo – e me ne rammarico, perché è tanto bello poter avere un tale Male da dannare urlando alla notte.
Perché M?
E chi lo sa.
M che è un insieme di sensazioni e ricordi vividissimi. C’è una sola parola da chiamare in causa qui, ed è Sehnsucht. M che mi manca senza che io lo abbia conosciuto. Ho avuto le parole scritte, quelle udite, la sua immagine in movimento che mi parlava da un altro schermo. Pochissimo, ma tutto quello che ho.
Magari non crepa.
Magari, semplicemente, una delle cose che abbiamo in comune è una certa incapacità di avere mezze misure. O pare non fottertene un cazzo, o tutto è tragico. All’elasticità bisogna allenarsi.
Ma sono così. Ascolto Reise Reise dei Rammstein che amo, ho appena scoperto, perché sanno essere potenti ed epici come una marcia nazista senza essere ideologizzati. Permettono la potenza del believe, ma la frase non si conclude in qualcosa. Believe in nothing. Consumare la propria necessità di momenti sublimi come si consuma un attimo di masturbazione: sai che è vano, ma – ehy – ti serve e lo sai. Consuma e vai avanti senza distrazioni.
Poi arriva un M e la vanità – oh vanitas! – no, non scompare, ma smette di svuotarti i polmoni dopo l’orgasmo esistenziale. Ti pare che vivere non richieda sempre sempre un pagamento. A volte accade e basta, senza dover – dopo averlo fatto intensamente – riprenderti, bere un caffè e andare alla cassa a pagare.
E’ rabbia, tutto qui, quel che accade se penso all’ipotesi di un M che mi crepa prima che io gli abbia morso la nuca. Vorrei fosse altro. Qualcosa di approfondibile, ad esempio, espandibile, trasformabile – non quel mostro acefalo di nome Rabbia.
Non è il dolore che temo.
(Quando ho smesso di temere il dolore? Quando ho cominciato, per continuare a concepirlo, a pensare a quante torture fisiche esistano, a quante potrebbero annichilirmi?)
E la stanchezza non si può temere.
Ma Miss Rabbia è…
… Continuare a stancarsi quando si è già stanchi. Correre a polmoni vuoti. Non ti fermi e non sai come farlo. Crollerai, ma non puoi decidere quando. Corri e basta, e corri, corri, sperando che qualcosa giunga – la meta o lo svenimento, che differenza fa? Tanto, hai smesso di pensare.

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C’est moi.

Ascolto i Placebo, che mi danno qualcosa che solo loro possono darmi, eppure non so che sia. Sa di stanze insonnolite e quell’accidia tipica dei dopo-sbronza, ma senza la sbronza. Un po’ di vernice scrostata, un po’ di lustrini impolverati, persone che si sussurrano confidenze dolci e atroci.
Stavo scrivendo, prima di scrivere qui. Stavo scrivendo un romanzo che non ha ragione di non essere finito, e che quindi farò il possibile per finire. Richiede un lavoro non puntiglioso, ma quotidiano, e con tanto Genie ad assistermi, perché il romanzo è lungo e rischio di perdermi per la strada. Mi sono già persa, ma in sentieri che approvo.
Saltello da uno stile all’altro, chiedendomi se questo sia il mio stile. Saltellare. Improvvisare rime sfacciate nel posto più inaspettato, poi perdermi in barocchismi a occhi sognanti, e poi un po’ di ironica critica, perché il barocchismo la richiede, e poi un colloquiale disilluso ma che s’impegna tanto per prendere la vita con filosofia.
Perché no?
C’est moi.
Accendo la sigaretta e faccio un altro sorso di birra. A casa o in giro, e che la casa sia in Italia o altrove, che io sia sola o con un gruppo di persone ad aspettarmi, la birra ha unito tante variazioni di me. Birra e sigaretta. Per consumarsi sapendo di farlo. E’ un rituale, ormai, e lo so, come caffè e sigaretta. Il resto muta, svanisce persino, e queste cose tornano – sapori diversi, gesto identico. In questo mio continuo tentativo di non fissarmi in un solo punto di vista, una sola vita, un solo essere, prego a Dea Nicotina e a Dio Alcol e a Dio Caffè perché scandiscano la mia vita. Come il peggior cliché di un decennio ingrigito, da ricordare negli annali con un po’ di nostalgia e un po’ di riprovazione. Come quando si parla della propria gioventù. Quella cosa dannata e necessaria e sempre bella e sempre atroce. E penso, io che non mi sono mai sentita nella mia gioventù, che non voglio fare il passo. Quello che proietta oltre la gioventù. Quello che piomba in un campo ben ordinato da cui giudicare a posteriori. Never ever. Lungi da me spaccarmi, usando il tempo come scusa, in parti, sì che una giudichi l’altra.
Dopotutto, ehy, c’est moi. Tutta.

Armonie, disarmonie, utopie, distopie – e poi il mondo.

Stavo finendo di scrivere una trama – una cosa che non faccio mai, di mio, ma questa volta mi tocca – aspettando più o meno consciamente che giungesse quel momento serale in cui avrei fatto pausa chiacchierando con O. Una scusa vale l’altra, per fare pausa, e O è un’ottima scusa. Ma O stasera, e per qualche giorno, non ci sarà, e io penso.
Penso a quanto sia apparentemente paradossale che due individui come noi, così tenacemente impegnati a rassicurarci l’un l’altro circa il fatto che “domani potrei sparire” (sì, creature, è una rassicurazione), negli ultimi tempi si siano sentiti così di frequente. E non per cinque minuti a volta. Ci sono tanti motivi per cui il mio dio è il Dio Che Ride.
Ci guardo dall’esterno e mi facciamo tenerezza. Ho dovuto riflettere, la prima volta che mi sono trovata a dirlo, per capire come costruire quel “mi facciamo”. “Noi facciamo tenerezza a me”. Se ho dovuto pensarci è perché evidentemente non incappo in tale costruzione di frequente. Un “noi” che agisce su un “me”. Ma comunque. Mi facciamo tenerezza in quel modo, per niente denigratorio, che mi permette di guardarmi con un sorriso.
Ma comunque.
… Comunque, intanto, scrivo. E scriverò.
Ho scritto tanti racconti, sfiorando la nausea. Mi sono ributtata per un attimo sulla fantascienza non a tema, per ritrovare un po’ me stessa – una delle tante, ovviamente. Forse, semplicemente, quella che si dibatteva di più.
Ci sono poi un paio di progetti a quattro mani che, più che essere un revival di questa mia vecchia passione, sono sfide aperte. Mi serve. Mi serve tornare bambina, e dell’infante avere la capacità di assorbire dal mondo, che implica la capacità di prescindere da sé.
Leggo, intanto. Un po’ di fiction lì, tante discussioni meta-letterarie lì. Mi aggiorno e confronto. Sono una parassita, che s’infila in ogni sorta di discussione per ascoltare Weltanschauungen altrui al fine di capire cosa sia per me il “genio”. Forse il termine non è neanche questo. Ma non è neanche “talento”. “Genie” è un termine ideale – strano, vero, che un termine per me ideale sia mediamente sconosciuto? Lo Genie di Goethe. Quello spirito ispiratore. Giochi di parole per cercare un termine che forse non esiste. E la cerco, la definizione di questo Genie, perché serve a me. Devo disegnare un sentiero distribuendo sassi e mi serve una direzione. Un simbolo per il mio rituale.
Ascolto Cacciapaglia e mi viene in mente Maurensig. Maurensig. Quando penso a lui a distanza mi viene in mente un borghese intimista che ha toccato con le dita sensazioni non previste dalla culla natia. Chissà chi è in realtà – ma ora non importa. Mi serve capire quanto io possa essere quella cosa, quella cosa che permette a Maurensig di scrivere come scrive. Amo la sua scrittura con riserve. Ha in sé quell’eleganza delicata e rara che ho trovato in, tra gli altri, Yourcenar. Quell’eleganza che mi manca. Quel saper mostrare con armonia un piatto composto di disarmonie. Quel saper dare un senso e una continuità, su tutti i livelli – prosa, ritmo, trama, esistenza. Un’armonia che adoro, ma che non basta. Un’armonia che preclude le note stonate del Creato, a cui tanto tengo.
E penso allora a Genet e a Palahniuk, accomunati da uno squilibrio. Di prosa, di ritmo, di trama, di esistenza. Ed è tale squilibrio che permette loro di toccare apici e abissi che l’eleganza di un Maurensig non contempla. Come se l’armonia di Maurensig, per rimanere tale, dovesse rientrare in due ottave centrali. Voglio il sopra e il sotto. Voglio Genet e Palahniuk.
Addio all’armonia, e rimangono gli opposti: una quiete selvaggia e un caos artificioso.
L’asettica tribalità degli Ulver e il Barocco.
Una landa tedesca dopo il passaggio di un esercito e, a corte, poeti che accatastano rime sempre più minuziose. In mezzo, la Guerra dei Trent’Anni.
Iper-lucidi appartamenti minimali da una parte e – oltre le finestre a prova di graffio, brutture e morte – cartelloni pubblicitari con una tale abbondanza di dettagli da renderli più veri del vero. In mezzo, il resto del mondo.

Il duro&puro e altre vanitas

Siamo in piena Controriforma.
Me lo dicono le persone che fotografano quello che non mangeranno, Vanitas così palesi che non le avevo riconosciute.
Me lo dice la mia – e non solo mia – sete di quella verità sottostante a tutto questo barocco caos.
Chef Rubio, nel televisore acceso davanti a me, mette in scena un paradosso: dipingere con pennelli sottilissimi la grezzezza del duro&puro. Dovrebbe essere tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle optando per una rappresentazione distorta della realtà – tutti quei corpi perfetti, troppo perfetti, e quelle vite perfette, troppo perfette. Dovrebbe essere il reale, il vero cibo, ma non ne siamo capaci. Siamo capaci solo di mettere in scena un cibo troppo vero, più vero del reale.

Nelle orecchie: Blood Brothers degli Iron Maiden. Vecchia musica, concetti che cercano di essere universali.
Eppure, quando si tratta di scegliere una canzone che dica qualcosa a una persona che lì in mezzo, in qualche modo, c’è stato, Blood Brothers diventa un po’ vanitas. Puzza di quanto gli Iron avrebbero voluto vivere in quella distopia, e mi fa venire in mente delle perle in un porcile. Non le perle date ai porci, no, ma delle perle che crediamo nascere e crescere solo nel fango più scuro e melmoso. E’ la retorica del “Il genuino, ciò che conta, nasce e cresce solo nella miseria” – che sia la miseria di uno stomaco, di una mente, di una vita – o tutto assieme.
Il problema è che ormai, per rendere quel duro&puro, necessitiamo di quegli artifici che in teoria rinneghiamo. Necessitiamo di ottime telecamere per primi piani iper-nitidi. Necessitiamo di un uomo che sappia mettere in scena un cliché di se stesso. Costruire il vero accumulando finzione – e forse funziona, chi lo sa?

Adoravo Dream of Mirrors degli Iron perché mi permetteva di esplodere.
A canzone partita, attendevo quei pochi secondi – mi concentravo, incanalavo il fiato, mettevo assieme quelle poche nozioni acquisite sul “tirare fuori la voce, e che sia di diaframma” – e poi potevo esplodere.
Potrei riportarvi le prime righe del testo, ma sarebbe finzione: non me ne fregava niente del testo. Ad ascoltarle ora, ora che l’inglese lo capisco, mi dico che non c’era bisogno di tutta quell’epicità. Mi dico, come faccio nella maggior parte dei casi, che Dickinson avrebbe potuto limitarsi a urlare. Nessun fingere di avere qualcosa di ben definito da dire. Nessuna maschera. Urla e basta.

Potete leggere quel che la persona dietro a Chef Rubio scrive, se volete. La sua fiction. E’ in Rete.
Vi consiglio di farlo mentre Chef Rubio s’immedesima nel personaggio nel televisore acceso davanti a voi. Guardatelo per qualche secondo, leggete qualche riga, guardatelo per qualche secondo, leggete qualche riga. Lasciate che le due persone si fondano l’una nell’altra senza annullarsi e intuite il potenziale dell’essere umano, e ditemi: non è magnifico?
Anche le maschere hanno una loro, paradossale, controintuitiva, funzione.

Di potenziali.

Ho troppe donne.
E vorrei parlare una lingua che non necessita l’uso del verbo “avere” per esprimere, con eguale potenza, un concetto simile a: “Attualmente ci sono troppe donne nella mia vita, e ovviamente dovete leggere quel ‘troppe’ come solo fintamente lamentoso”.
Vorrei anche poter dire un “Troppe donne mi hanno.”, sempre per poter fingere di lamentare con un sorriso sornione il fatto che attualmente ci sono troppe donne nella mia vita, che troppe non sono, e per potermi gustare la sensazione di essere suddivisa tra persone che mi piacciono.
Ma il verbo “avere” proprio non regge.
Gli amanti del “Usa il minor numero di parole possibili” riflettano su questo.

Scambio lunghi e densi messaggi con F, e mi stupisce come – dopo anni spesi a parlare con leggerezza, caricando poco la comunicazione, tentando poco di approfondirsi l’un l’altra – certi eventi siano letti in maniera così simile da entrambe. Mi toccherà attenuare la mia ottica del “Esistono tanti mondi quante persone viventi”. Oppure posso mantenerla semi-integra e dirmi che questa è un’eccezione.
Dopotutto, F è un’eccezione.

I ha finto di lamentarsi seriamente perché stasera non l’ho chiamata – come invece ho fatto nei giorni precedenti.
Di fatto, ci avevo pensato – Potresti chiamare I – decidendo poi di procrastinare. Così la creatura non si vizia. (Anche se lei ha tenuto a precisare, adorabile creatura, che non si tratta di un vizio, ma del fatto che le fa piacere sentirmi al telefono. Adorabile creatura, per l’appunto.)
I è la creatura diciassettenne di cui parlai su questo blog un po’ di tempo fa. Allora contava molto il fatto che fosse una diciassettenne, e per più di un motivo. In primis, ovviamente, perché mi chiedevo come io – io, che tanto blatero di come la pedofilia sia stata tabuizzata, di come ormai si dica “pedofilia” per “pedomania”, etc etc – avrei visto me stessa nel momento in cui avessi provato attivamente a iniziare un rapporto con una diciassette (faccenda che non tira in causa la pedofilia direttamente, ma i tabù hanno una pregevole capacità d’estensione). Chi tra i coevi presenti mi conosce sa che nella mia testa non esistono categorie di rapporti, che non distinguo tra amici, amanti e sposi, e quindi saprà che “un rapporto” significa in potenziale tutto. Ma, insomma, come mi sarei vista? Ero veramente libera da ogni tabù a riguardo?
Ora I non è più primariamente la creatura diciassettenne, se non per prenderla in giro per la sua minore età. I è I – che è sempre un’adorabile creatura dall’aspetto e dai modi più che attraenti, e che ho scoperto anche essere una persona con cui amo chiacchierare. Dio o chi per lui vedrà come andranno le cose, ma nel frattempo mi sto affezionando a I – al punto che accetto di creare aspettative. Nel frattempo, mi sono dimenticata di rispondere alla domanda sul mio avere o meno tabù, e ciò perché evidentemente non ne ho. Punto a me (e gne gne gne, aggiungerei, ma non saprei a chi rivolgerlo).

VB è sommersa dallo stress, e io cerco di reggere con e per lei. Sono una creatura troppo empatica, incapace di alzare veramente barriere tra me e il prossimo, e così lo stress altrui diventa il mio.

Ho sognato, la notte scorsa, di percorrere un pezzo di strada, diretta verso un ufficio. Nel percorrerlo, incrociavo una tizia che indossava un burqa. La parte non coperta del suo viso – quella che dovrebbe lasciare scoperti gli occhi – scopriva un lembo di pelle privo di occhi. Insomma, la tizia sembrava non avere occhi.
Essendo, come nel 99% dei casi, cosciente di essere in un sogno, mi sono quindi domandata: “Il sogno sta per virare in direzione dell’incubo?” Non avendo voglia di soffrire l’ansia di un incubo, mi sono avvicinata alla tizia e ho cominciato a parlare con lei.
Alla tizia non sono spuntati gli occhi – che non aveva, effettivamente – ma le sue risposte (in tedesco) mi erano comprensibili, avevano insomma un senso, e quindi anche lei ne ha acquisito uno. Insomma, era una verosimilissima persona, semplicemente non aveva gli occhi.
Al risveglio ho riflettuto sulla mia reazione a tale stramba creatura, e mi è piaciuto scoprire che nella sfera onirica affronto l’Altro tramite il dialogo – non so se accettare con tanta semplicità l’altrui mancanza di occhi sia sintomo di tolleranza o follia, ma amen.

VB è stressata e vivo con lei ragioni e situazioni stressanti, cercando di reggere al meglio. Come temevo, Monteromano è un paradiso se sei uno scrittore in cerca dell’eremo, ma taglia ogni possibilità di avere contatti con la società.
C’è, ovviamente, una società locale – ma è quel genere di micro-società vagamente chiuse che si sviluppano nei paesini in mezzo al nulla, con le sue regole implicite che neanche intuisco, e che nessuno mi accuserà di snobismo se definisco un po’ retrograda. Non che la suddetta società mi infastidisca – sono i miei amati montanari a essere totalmente incapaci di accogliere tra di loro il diverso – ma, semplicemente, coesistiamo su piani diversi. Insomma, faccio la turista a vita.
Vado a fare la spesa nei deliziosi alimentari locali, puntando sui prodotti tipici, cercando la ricotta appena fatta, e mi metto più che comoda sulle sedie del pub (che non è un pub, ma vuole tanto esserlo) a trenta metri da qui, che a livello di cucina fa schifo, ma che ha birre ottime. Lo propongo ogni tanto a VB: “Una birra?” Perché la birra è magica: da sola è capace di allentare tanto stress, ed è pure capace di rendere me una migliore allentatrice di stress (mio e altrui).
Poi ci sono gli aperitivi a Tarquinia, in quella libreria-caffetteria che è veramente una libreria-caffetteria, e non una libreria che scodella prosecco, né un bar che espone libri. Ha quell’atmosfera tra l’intellettuale e il rilassato che è tanto difficile creare, e che amo. Ho amato farmi offrire da bere da VB, lì, accavallando le gambe in uno di quei vestiti che “addolciscono le forme” (me lo dice ogni tanto la madre di VB, che dovrei truccarmi un po’ per addolcire la forma del mio viso, e io non so come spiegarle in modo comprensibile che ho speso l’adolescenza a volere un viso secco e incavato, ben delineato, e, insomma, dolce ‘sto cazzo), mentre le e mi sottoponevo libri che sarebbero stato sì interessanti comunque, ma che risultavano promanatori di verità se sfogliati con del prosecco in corpo.
Ci sono le spiagge e il mio aver deciso che mi abbronzerò – mi sto già abbronzando, rendendomi irriconoscibile a me stessa.
C’è il gelato sul lungomare con VB e due suoi amici dall’aspetto di modelli, che fanno coppia e che hanno un chihuahua adorabile.
C’è la visita a G, l’accompagnatore turistico che arrotonda facendo la drag queen, che mi ha fatto un massaggio divino mentre faceva pausa dal cucire l’outfit del prossimo spettacolo, e l’osservare imbambolata l’ago della macchina da cucire disegnare forme.
Ci sono tante piccole cose da turisti, tra una giornata solitaria a Monteromano e l’altra.
Tra una giornata solitaria a Monteromano e l’altra, F mi ha ricontattato.
Non so come riassumere cosa mi abbia detto. Potrei dire: “Ha aperto le dighe”. E il suo aver aperto le dighe ha fatto sì che si aprissero anche le mie. Vorrei parlarne, vorrei saper riassumere senza ricorrere a stereotipi, ma per pigrizia direi: “E’ stata la mia prima ‘ragazza’, ci ho vissuto un melodramma, siamo rimaste legate l’una all’altra fino a oggi – devo aggiungere altro?”
Ovviamente devo. Devo perché ogni rapporto è unico – e così, in questi giorni, rifletto su come sia fatta F, su come sia fatta io, su cosa di me sia stato costruito dalla mia relazione con lei.

Vorrei dire che “Tre donne mi hanno.”, perché ciò mi permetterebbe di indulgere nell’immagine della sottoscritta che si fa tre in e va in tre posti contemporaneamente, faccia a faccia con tre persone contemporaneamente.
L’ultima volta in cui la mia presenza era richiesta da più di due persone per volta ho sinceramente desiderato che mi si facesse a pezzi, si desse un pezzo a ogni richiedente, e si lasciasse la sottoscritta a dormire fino alla fine dei giochi.
Ora vorrei attivamente essere fatta in tre pezzi, mentre la sottoscritta vive in tutti e tre.
Potrei anche desiderare un mondo minuscolo, così piccolo da far sì che la distanza geografica massima sia percorribile in mezz’ora a piedi, o ancor meglio tutti nella stessa stanza – tutti quelli che voglio io, ovviamente, ma perché sto dicendo cose tanto banali?
Il fatto è che sono giorni statici e intensi al contempo. Ci sono così tante cose da dire, e che vorrei fare, che mi trovo senza fiato per tutti i tentativi di dar loro voce, e che falliscono, che cercano di riassumersi e alla fine rimane questo: una serie di banalità.

Amo essere grata.
Essere grati implica l’avere un motivo per esserlo.
Avere tale motivo implica l’essere fortunati.
Ho la fortuna di conoscere persone per cui sentirmi grata.

Ho ascoltato infinite volte Bella di Cocciante, scritta per il musical Notre-Dame de Paris.
Ho uno strano rapporto con Hugo, scrittore romantico e vate della propria epoca. L’ho adorato per anni – gli anni dell’adolescenza – per poi riprenderlo in mano un paio di anni fa e scoprire che non lo sopporto più. Non sopporto il suo cattolicesimo pervasivo – non la mistica, ma la morale, non sopporto – di cui una volta neanche mi rendevo conto. Mi rendevo conto del fatto che era capace di concepire due tipi di donne, le classiche “la santa” e “la puttana”, ma suvvia, è un vate dell’Ottocento, che pretendere?
Bella ha il suo fascino in quest’ottica. Riassume tre modi di amare una donna, la stessa donna, da prospettive diverse. Ha sempre mosso il mio cuoricino di Casanova della domenica, che ama come si fa arte. Me lo muoveva ancor di più quando ancora ero bisessuale, la bisessuale classica che ama donne femminili e uomini maschili, e rileggevo Bella come un elogio a “La donna”. La. Lei. Il femminino. Il cliché massimo. Penthouse, la damina vittoriana, la mamma, la donna che corre con i lupi, tutto assieme. Quel femminimo da adorare, dinnanzi a cui il cavaliere si fa piccolo e umile come cavalleria chiede. Quel femminino che sa essere racchiuso anche nella puttana più squallida dello squarcio più remoto, e anche lì fai offerte in suo onore. Quel femminino che, da post-bisessuale, ho concentrato e proiettato su Venezia – perché posso concedermi di avere come idolo illusorio una città, che tanto non mi risponde, e che quindi non rischio mi dia ragione.
Posso ascoltare Bella, oggi, come un manchevole elogio alle sfaccettature dell’essere umano. Posso fingere che ogni essere umano possa essere visto come tale canzone enumera, ma tale canzone è un po’ troppo poco per riassumere un intero essere umano. E’ pur sempre un elogio al femminino, e mi tocca ipotizzarne una versione ampliata per poterla apprezzare ancora.
Rimane il vecchio fascino del gioco di ruoli. Vuoi amare Esmeralda nei panni di un fondamentalista cattolico, di uno storpio senza speranza, o di un cavaliere scaduto che crede nella cavalleria per etichetta? Da che conosco questa canzone penso che amo amare in tutti questi modi contemporaneamente.
E potrei, quindi, realizzare la versione inversa di Bella – anziché esserci una donna amata in tre modi, porre tre donne amate nello stesso – ma “lo stesso” non esiste. Potrei anche indulgere nel gioco di ruoli, e divertirmi ad affibbiare alle tre creature tre stereotipi diversi. A Hugo sarebbe piaciuto. Tra l’altro l’avrei battuto di un punto – “la santa”, “la puttana”, e…? Sarebbe illusorio e degradante.
Amo Jan di Leida, quello nella mia testa, evinto da quel poco che si sa di lui, perché era un santo pappone. Era il solenne re dal latino probabilmente incespicante. Il sarto vestito da re. Il re che si fa giullare di se stesso perché troppo misero per averne uno. Il sopravvissuto al mal francese capace di risollevare l’umore di un’intera città – che poi lo avrebbe lasciato braccare dagli imperiali.
Amo l’essere potenziale (e quanto sarebbe utile un vocabolo tedesco qui).

Di Streben, Sehnsucht e altre parole-slot.

Dovrei ingrassare di qualche chilo per poi tagliarmi una fetta di coscia e darla in ringraziamento a J per… esserci, tendenzialmente. Il fatto che mi aiuti de facto montando video è solo la punta di un iceberg che vorrei tanto mostrarvi, ma dovrei scrivere a mano “grazie” per una decina di fogli protocollo, e comunque non sarebbe abbastanza.
Mi sento quasi in colpa, a volte, perché J ha tanti lettori capaci di godere nel dettaglio delle competenze personali che lui travasa nei libri che scrive. Io no. Io sono l’ignorante che gli chiede di dare un occhio alla scena appena scritta di Rush in Peace, quella in cui ci sono due cyborg che in teoria dovrebbero agire ottimizzando i tempi e prendendo le migliori scelte in una situazione di tensione – quei due sono cyborg, con addestramento militare, io sono una civile senza esperienza e quindi chiedo a James di usare le sue (da altri profondamente comprese e) adorate competenze per dirmi se ho scritto cazzate ingenue. Perle ai porci? No, confido a fondo in Rush in Peace, ma ciò nonostante a volte un po’ in colpa mi sento. Per vanità, forse.
Chi mi conosce da abbastanza tempo mi avrà visto, di tanto in tanto, sciogliermi in uno dei miei delirii di gratitudine. Ho una gratitudine strana, totalizzante, una gratitudine che mi rende felice. Sono felice di poter essere grata, mi fa sentire fortunata. E lo sono. Non semplicemente perché ho un esperto di settori che mi serve utilizzare in Rush in Peace come advisor, ma perché questo esperto è anche una persona con cui amo spendere le pause cazzeggiando mezzo commenti nelle pause libere.
Ci sono persone, creature, che ti fanno amare il mondo in potenziale. Quelle persone sono potenzialità – sono nuclei saldi in sé e ben distinti da te, ma che per come si sono realizzate ti fanno pensare che ne vale la pena. Vale la pena di lavorare su se stessi e di guardarsi attorno, a occhi spalancati, per cogliere simili perle. Per questo la mia gratitudine sfiora il misticismo.
Conosco diverse persone così. Le conoscete anche voi, perché le ho sovente nominate. I miei delirii sui fortunati momenti spesi con e grazie a VB ne sono un esempio. Scrivo Rush in Peace con una di queste persone – e stasera, mentre scrivevamo, avrei voluto esprimere mezzo Facebook come mi sentivo, ma non trovavo le parole – o, meglio, le parole le stavo scrivendo in quel momento con Noes, e le leggerete seguendo Rush in Peace.
C’è un motivo per cui considero Rush in Peace un miracolo.
No, ce ne sono diversi.
Qualsiasi cosa scritta da Noes per me è geniale – e gongolo nel sentire lo stesso feedback uscire dalle bocche di persone che l’hanno letta. Noes è fresca. Ho sentito innumerevoli volte blaterare di prose fresche, capendo una volta su cento a che si stessero riferendo, e il paradigma di tale freschezza rimane Noes. Noes che sa scrivere con una prosa semplice concetti non scontati. Il suo non è un genio letterario, è piuttosto uno Genie goethiano che le galleggia sopra la testa, le sta sotto la retina, permettendole di vedere il mondo in modo particolarmente… tridimensionale. E a ciò si aggiunge il fatto che Noes è magicamente refrattaria alla retorica – non dice stronzate inutili, insomma.
Rush in Peace è un miracolo perché dopo anni, in cui io mi sono, pare, impegnata per ammuffire assieme alla mia sempre più involuta prosa, una prosa che ha tentato di suicidarsi usando se stessa come cappio, e Noes ha a malapena scritto, ci siamo ritrovate subito in sintonia. Ci siamo interfacciate senza scarto alcuno. Come spiegarvi quel che intendo?
Devo spiegarvi come io e Noes scriviamo.
Dirvi che c’è un canovaccio, di base, ossia il decidere più o meno la trama – e questa è stata decisa anni fa – e quindi decidere più o meno come si aprirà e chiuderà una scena.
Ciò fatto, apriamo un documento condiviso su Gmail e scriviamo alternandoci. La guardo comporre le frasi lettera per lettera, in una mancanza di incertezze e pudore che bacio con gratitudine. Le scrivo, prima di una scena d’azione che m’impegnerà le sinapsi al 100%, che sto soffrendo di ansia da prestazione, e poi le scrivo sotto agli occhi i miei tentativi.
Per questo, creature, blatero con tanta arroganza che bisognerebbe parlare come si scrive e viceversa. L’unica cosa che rende Rush in Peace uno “scritto” è il fatto che è scritto.
Sto studiando per un dannato esame le caratteristiche di scritto e parlato. La naturalezza del primo sul secondo – la naturalezza che c’è in Rush in Peace, a malapena pensato prima che le dita compongano parole sullo schermo. Il controllo dello scritto sul parlato – e RiP, per essere scritto, necessita di mancanza di controllo, unico modo di cestinare ogni retorica.
Odio la retorica, creature. Odio la retorica e odio i generi ed è la stessa cosa. Odio la retorica e odio i pregiudizi ed è la stessa cosa. Scivolo nelle zone in cui scrittura e filosofia e mistica si sovrappongono, e lì rifletto.
C, la sua presenza, mi ha spronato a farlo, perché con C posso farlo senza sentirmi vittima di un debilitato delirio solipsista. Voglio dire, mal che vada siamo perlomeno in due. (Più un sacco di gente morta.)
Non vedo l’ora di incontrare C – altra persona che mi permette di viziarmi con la mia gratitudine – ma non ho molto da aggiungere al riguardo. Potrei uploadare un video della sottoscritta in uno dei momenti di beatitudine causati da un pensiero legato a C, e questo sarebbe tutto. La felicità sa essere incredibilmente noiosa, a volte. L’entusiasmo rende ridicoli. Godo dell’esere ridicola perché mi ricorda la mia fortuna.
Mi trovo talvolta, in questo periodo, nell’ebbra condizione del bambino che si sente superiore a tutti voi perché ha appena ricevuto in regalo esattamente il giocattolo che voleva. Non gliene può fottere di meno del fatto che quel giocattolo sia fatto in serie o meno, se sia un esemplare unico o l’ennesimo clone: quel che conta è l’emozione del marmocchio, non ciò che la causa.
Se ciò che conta fosse la causa, allora mi basterebbe mettervi tra le mani le parole scambiate con J, con Noes, con C, con VB, con altri – e voi com-prendereste. Ma non è così. Guardare è interpretare – sono inciampata in ciò navigando le righe di un saggio epistemologico sullo status della scienza – l’ennesimo saggio che mi fa pensare, quando mi trovo davanti a un passante idolatrante La Scienza, che “Non ho voglia di mettermi a spiegare. Leggiti quel libro.” (sapendo che non verrà letto – non lo farei neanche io, probabilmente – ognuno ha le proprie priorità, e cerca quel che vuole trovare).
Ungaretti, se non erro, scrisse che il poeta è colui che avvicina concetti lontani.
È quello che dovrei fare, agglomerare stati di entusiasmo e ilarità di solito sconnessi, per rendervi il mio umore.
Ma sono pigra.
Ho deciso, pare, che per questo periodo mi accontenterò di pensare che siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri – il che, tradotto, significa che non sto tendendo al più lontano degli esseri umani, accontentandomi di quelli che mi sono al momento vicini. Mi do all’elitarismo, insomma, senza aver deciso – né volendolo fare – quali siano le caratteristiche che dovrebbe contraddistinguere quest’elite di cui amo circondarmi. I sensi me li fanno accomunare, e loro stessi mi mostrano lati che mi aiutano nel vederli simili, e io nulla faccio per smontare quello che l’impressione mi costruisce alle spalle.
Non potrò farlo per sempre.
Sono troppo megalomane per accontentarmi di un’elite.
Come spiegarvi il perché?
Vorrei che cercaste una di quelle canzoni che vi fanno vibrare dentro qualcosa, ogni volta, anche e non sapete perché, soprattutto perché non sapete perché.
Vorrei che la faceste partire, e intanto richiamaste alla memoria il ricordo di attimi che, quando li avete vissuti, vi hanno fatto pensare che erano oltre al tempo. Oltre all’attimo in cui vi hanno travolto e sconvolto. Più eterni di una vita – l’unica forma di eternità che vi è possibile concepire, ma basta e avanza.
Parlo di Streben, per chi può intendermi, e di Sehnsucht al contempo. Quel desiderare ardentemente un qualcosa che è davanti a voi nel tempo ma di cui avete nostalgia al contempo. “Nostalgia” perché sentite che vi è dovuto.
(Non capirò mai quanto questo dispotico pensare “Mi è dovuto.” sia diffuso. In me è così forte da farmi pensare, a volte, stuprando Nietzsche, che chi non lo pensa sia un inetto da schiacciare con disprezzo. Perché, intendiamoci, il fatto che mi dia dovuto non implica che io abbia il diritto di lamentarmi se non l’ho – ho il diritto di farlo, certo, ma a che pro? – implica solo il dovermi sbattere per (ri)conquistarmelo, finalmente.)
Parlo del desiderare qualcosa con un’intensità tale da non poterne vedere i limiti. Di un vostro desiderio che sia più grande di voi.
Può essersi manifestato in mille modi diversi. Nell’inquadratura di un film. Nella foto di un volto, di una mano. Nei tratti di un eroe artificiale. Nel ritmo di una poesia. Nell’odore di un(‘)amante. Nella velocità di un proiettile. Non importa.
Quel che conta è che sia più grande di voi, e di tutto ciò che potete concepire – ed è per questo che vi travolge, sballottandovi tra una muta contemplazione passiva e che subisce grata e la voglia, da far prudere le mani, di muovervi con e in quella cosa.
Per questo non posso farmi bastare a lungo un’elite.
Perché voglio sempre qualcosa che sia più grande di me, e quindi necessariamente non concepibile al momento, neanche dalla parte più elitaria della mia gemente testolina.
Ho passato, credo – anche se non voglio ricordarli e quindi li dimentico con indicibile precisione – anni in balia di tale Streben. Si nascondeva dietro a ogni cosa – a un toast cotto a puntino, a uno bruciato, a un volto sorridente, a un corpo dilaniato. Non ho messo per anni piede su un palco perché quello a disposizione non era mai abbastanza grande, e quindi mi buttavo su palchi anonimi a occhi chiusi, a memoria spenta, per poter mettere tutto di me in gioco tranne la cecità dell’entusiasmo.
Non parlo di pubblico, oh pubblico. Era il palco interiore che andavo cercando.
Da qualche parte lessi – ricordassi dove – che i Gemini sono quella sorta di persone sdoppiate: una metà recita sul palco, mentre l’altra osserva dalla platea.
Avevo bisogno, credo, di raffinare l’udito dello spettatore e la voce dell’attore.
Questo fa sì che, oggi, io sia giunta ad avere una di quelle soddisfazioni che ci si aspetta che alla mia età una persona abbia racimolato. Una certa pienezza di sé – non nel senso di arroganza, ma di sostanza. Essere in sé.
Un Qualcosa che mi permette di essere in balia dello Streben anche mentre contemplo me stessa, e non solo in passiva contemplazione dell’Oltre. Immagino si debba passare dal non temere altra cosa più di se stessi. Immagino che ciò accada nel momento in cui ci si è divaricati abbastanza interiormente ma non si è ancora sviluppato un bastevole controllo della propria immaginazione, e per “immaginazione” intendo “concepire”, e il concepire mi riporta alle potenzialità delle persone e alla gratitudine.
Ho imparato, nel frattempo, a far coesistere il lato critico-dissezionatore e quello titanico alla Goethe. Ho imparato, intendo, a sapermi dire che tutto questo delirare è Nietzsche della domenica senza farmi abbattere dal mio dissezionare.
C’è qualcosa, nel profondo, che mi disturba. Mi domando cosa possa disturbarmi, mentre mi beo nella contemplazione del potenziale, dei potenziali. La megalomania si accompagna bene alla cecità, perché lo sguardo a 360° mi manca, e non vedo cosa non vedo.
Ho il paranoico timore di avere un tallone d’achille invisibile. Di scoprire troppo tardi che tanti obiettivi raggiunti siano azzerabili da un’infima, secondaria, becera cazzata che ho smesso di considerare.
Mi sento vecchia perché temo senza passione.


Mantrapokalypse, o: un pezzo composto anni fa da Peppe “War” Frana per Rush in Peace:

Amo avere certe menti dalla mia parte – altro senso della mia gratitudine.

Neo-HooDoo.

Mi godo un Typhoo dopo una doccia bollente di mezzanotte. Me l’ha consigliata Sedlacek quando ho finito di scrivere il paper, e tendo a fidarmi di Sedlacek: con tutti i reati commessi e agevolati è ancora in giro a piede libero. Non che io abbia commesso reati tra le 12:00 e le 23:00 di oggi. Ero occupata a scrivere il paper di cui sopra, che devo spedire domani. Averlo finito prima delle 23:00 mi ha però messo addosso quel lieve senso di colpa di chi se l’è cavata a buon prezzo – sì, me la sono cavata a buon prezzo, avevo Ghiro a ripassare su possibili cazzate che avevo scritto. Non intendo solo gli errori. Intendo logiche illogiche che poi non ritrovi più. Scrivere è un po’ matematico, non trovate? No? Perché siete dei fottuti emotivi, ecco perché.

Mi godo un Typhoo senza zucchero né latte e mi manca Al. Ho pensato all’ipotesi di scrivergli un “I miss you” su Facebook, gratuito. Sarebbe stata un’ottima occasione per essere essenziale e tenera come non lo sono mai, ma d’altro canto non avevo molto altro da dire. Non ho tempo per pensare a molto altro, procedo a sensazioni. Bevo il mio Typhoo e quindi mi viene in mente Al. Di nuovo. Avrei potuto scrivergli un messaggio privato, direte voi, ma che senso ha un “I miss you“? Meglio perdere tempo sul LJ. E poi lo avrei tediato con il Typhoo andando off topic, e non è carino andare off topic in un messaggio che inizia con “I miss you“, dai l’impressione di essere semplicemente annoiato (e, sì, mi piacerebbe avere il tempo di esserlo), mentre se scrivi sul tuo LJ pubblico e per caso finisci col citare qualcuno gli dai una certa importanza. Vi rendete conto di questo paradosso?

L’IPod mi infila nelle orecchie canzoni ascoltate l’ultima volta in Germania. Dovrei updatarlo, ma non so con cosa. Sono stressata, stressata, stressata. Ieri ho avuto mal di testa, e l’ho avuto anche oggi. Stanotte non sono riuscita a dormire, vagando in un dormiveglia tenuto a galla da un’implacabile frenesia. Capita anche a Sedlacek, ogni tanto, ma nel suo caso non è frenesia. Qualche mala voce benintenzionata direbbe che è coscienza, ma sbaglia: Sedlacek ha un ottimo rapporto con la propria coscienza, sono dirimpettai.
Ho voglia di scrivere, si nota?
Ma non è la voglia di scrivere a far pop-uppare Sedlacek. Sedlacek pop-uppa a causa di un abuso di inglese formale. È l’uso di lingue a livello formale – non importa quali – a far pop-uppare Sedlacek, esattamente come un certo genere di briosa musica classica risveglia in me una gioiosa crudeltà. E io non sono crudele, non mi serve. Ma con la briosa musica classica è inevitabile, inutile, vano, vanitas, spreco.

Ho scoperto la parola lenone e me ne sono innamorata. Significa “vile mezzano”, come dice il dizionario etimologico. Non trovate “vile mezzano” altrettanto stupendo? Dire che un lenone è un vile mezzano poi è catartico.
Ma comunque non amo il termine “lenone” per lo stesso motivo per cui gongolo dinnanzi a “vile mezzano”. “Lenone” viene dalla stessa radice di “lenire”, ed è colui che con blandizie e seduzione agevola l’altrui prostituzione. Insomma, si prostituisce per far prostituire, seduce lenendo i vostri mali.
Non è stupendo?

Nell’Ipod passa Einaudi con Primavera e mi ricorda, di nuovo, Sedlacek. L’ho ascoltata guardando The Reader, l’ho ascoltata struggendomi per e con VB, l’ho ascoltata cercando con voracità corsi di diritto internazionale a Kiel e tornando a casa, a Kiel, dopo una lezione in tedesco su trattati internazionali. Ho abusato di una canzone. Le ho associato così tanti sentimenti da antropomorfizzarla – è un Giano bifronte, questa canzone, con uno spietato e placido cinismo da una parte e un desiderio troppo stretto per un animo vittoriano dall’altra. L’ho immersa in quasi tre mesi di neve bianca e soffice come il sorriso del cinico di cui sopra – è un sorriso angelico, e lo deve essere, perché serve un’eccessiva purezza per tenere a bada un eccessivo cinismo. Dopo un delitto innominabile devi lavarti le mani con sapone profumato, insomma. L’ho voluto morbido, nutriente e setoso per farmi un’idea delle dimensioni del delitto. Mi lavo ogni giorno con spezie profumate e mi cospargo di essenze, trattando il mio corpo con la dovizia che un becchino riserva al cadavere in vista del funerale. Non mi trucco, perché celerebbe il chiaroscuro del mio viso.

Il prossimo paper è sul Neo-HooDoo. Sì, si scrive così. Non è la versione new age di sanguinolenti rituali haitiani, ma un approccio all’arte. Ho letto saggi e saggi, chiedendomi se gli autori si fossero fatti un bagno nel sangue di un sacrificio prima di elencare con l’ordine strutturale di un paper tutte le caratteristiche di un movimento che il creatore volutamente non descrive. Per la cronaca, è quello che devo fare anche io. Il Neo-HooDoo si oppone alla catalogazione e inneggia alla miscegenation e io devo catalogarne ordinatamente i tratti salienti, esattamente come altri hanno fatto prima di me. Non trovate che vi sia un’intrinseca e brillante stupidità nell’essere umano? Non parlo di una stupidità complessa, ma della stupidità di un bambino che cerca di infilare un pezzo di legno a forma di stella in un buco a forma di pentagono. Ora, a me il Neo-HooDoo piace – perché devo causargli dispiacere? Se il Neo-HooDoo detta che lo scrittore deve essere cavalcato da un Loa per scrivere qualcosa di sensato, perché vengono scritti saggi eleganti su di esso? Chi prende per il culo chi? La smettiamo di prenderci per il culo? Non mi riferisco al Neo-HooDoo, parlo in generale. Facciamo finta che io sia davanti a voi, tutti in cerchio in una stanza, e con gravità vi chieda “La smettiamo di prenderci per il culo?” e voi mi capiate. Facciamo come se e voi agite di conseguenza.