deutsch

Funziona, no?

Il Lapsang Souchong è la versione rude dei tè. Affumicato, lo chiamano, come è. Potrebbe sostituire così come accompagnare del buon tabacco da pipa, un buon sigaro, un buon whisky. Se dovessero farne una pubblicità, ne verrebbe fuori una cosa veramente troppo simile ai vecchi spot della Montenegro per essere tollerabile. Lo slogan conterrebbe la parola “vero”. Ci sarebbero mani sporche di quel lavoro che crea rispettabilità passando per la pesantezza. Ci sarebbero aliti che si mescolano, tutti affumicati, grevi e pieni come una confidenza che non si formalizza, anzi, che si nutre di ciò che la rispettabilità borghese rifugge. Insomma, sarebbe una pubblicità veramente insopportabile.
Avevo smesso di bere Lapsang Souchong quando, arrivata a Berlino, mi sono nutrita a salsicce fino a esserne nauseata. L’odore – sarà stata la nausea a farmelo pensare – era veramente simile. L’odore è la prima barriera – o il primo invito – nel caso del Lapsang Souchong. Ho visto volti raccapricciarsi a una sola sniffata, così come ne ho visti di innamorati. Questo tè ti dà un gusto alternativo senza ricorrere agli ingredienti che vanno di moda nella stagione corrente (li conoscete tutti: c’è stata la moda del ginseng, quella dell’aloe vera, e – qui in Germania da un bel po’ di tempo – quella dell’olivello spinoso). Il suo essere “storico” funge da garanzia: non passerà, vano, come un passeggero trend. Non so bene a che cosa serva tale garanzia, quando quel che dovrebbe contare è se la bevanda ti piace o meno, ma ha indubbiamente una sua attrattiva. Quella di un senso scorto tra tante caducità, suppongo.

Bucare fogli A4 e pinzarli assieme fa parte dei miei rituali quotidiani. Segna la fine dei compiti per il corso di tedesco, che vengono inseriti in una cartelletta di plastica che non so neanche come si chiami. In Italia le vendono anche ai profani, ormai – quelle cartellette colorate in cui infili fogli – ma non so veramente come si chiamino. Non ho mai avuto bisogno di saperlo, d’altro canto; d’altro canto in Italia non le ho mai usate – se non per un breve periodo dopo il mio ritorno dalla Germania, ovviamente.
Il bello di queste pratiche – bucare fogli A4, pinzarli assieme e infilarli nell’apposita cartelletta – è che, quando sei in Germania e cominci a usarle per organizzare i tuoi appunti, non riesci più a ricordarti come potessi vivere senza di esse. Poi torni in Italia e, dopo un po’, non riesci più a ricordarti perché ti servissero tanto in Germania. Non sono entrambi Paesi dotati di fotocopie e fogli A4 su cui prendere appunti? E allora perché tanta differenza? Perché qui sembra essere impossibile studiare senza queste strategie organizzative, che – in forma di vari aggeggi dai nomi più o meno sconosciuti – si trovano in ogni angolo in ogni cartolibreria, mentre in Italia devi darti all’archeologia per poter comprare uno degli Innominabili (che ti costeranno un patrimonio, tra l’altro)?
Ovviamente una risposta non c’è. Le prassi culturali – inclusi anche e soprattutto i metodi di organizzare il materiale di studio – sono arbitrarie e tautologiche, e da tali si innestano nelle abitudini quotidiane, di certo non più ragionate né più sensate.
Aiuta di certo il fatto che in diversi corsi di tedesco – dove, ossia, si trovano persone non ancora socializzate al modello – gli insegnanti suggeriscano, e giungano anche al punto di imporre, l’uso delle suddette cartellette. Hanno torto? Certo che no, il metodo funziona. Fa però strano, immagino, avere 40 anni e sentirsi dire come costruirsi una strategia atta a organizzare i materiali per il proprio processo d’apprendimento. Lo scarto tra la materialità delle cose e i modelli che vanno a crearsi nella mente è a volte sottile come una foglia secca, e altrettanto precario. Siamo anche il modo in cui ci organizziamo. E avrebbe fatto strano anche a me, se già non avessi fatto mio questo metodo copiandolo quando studiavo all’università in Germania. Mi avrebbe messa all’erta.
Come osi, oh tu, dirmi come organizzare la mia mente?
Ma il bello e il brutto della faccenda sta proprio nella domanda:
Funziona, no?
Credo che una certa pedanteria tedesca – quella che fa sì che spesso i tedeschi vengano tacciati di essere un po’ troppo organizzati (nel senso che tendono a organizzare anche le prassi altrui) – sia figlia proprio di questa domanda trabocchetto.
Funziona, no?
Certo che funziona. Forse e semmai è la domanda a essere sbagliata.

Qui in Germania amo contemplare i miei studenti mentre svolgono un’attività di gruppo nello stesso modo in cui amo contemplare dei poliziotti in azione: contemplo la sincronia, la delicatezza, quasi, con cui le mosse e i movimenti di una persona sospingono o accolgono quelli di un’altra. Tutto avviene tacitamente, implicitamente, inclusa la distribuzione dei ruoli – che siano più o meno fissi. Sembra una danza. E, mentre la contemplo, mi domando quanta della cultura tedesca sia figlia di ciò: della contemplazione di tale capacità, delicata e rigorosa a un tempo, fluida e inesorabile.
Mi ci diverto, in negozio, quando una collega apre per me il cestino dopo aver visto che reggo tra le mani un bicchierino da buttare, quando preparo un sacchetto per un collega che sta scansionando gli articoli scelti dalla cliente, quando una mano si poggia delicata su una spalla o su un fianco e questi – senza scarto, senza timore, senza sorpresa – si scostano quanto basta per farti passare. Mi ricordano – alla lontana ma tantissimo – quel che chiunque di voi può esperire da turista in una città tedesca: il come la persona davanti a voi si attarderà un secondo per tenervi la porta aperta più a lungo, di modo che non dobbiate riaprirla per passare; o il come la persona per cui avete tenuto aperta la porta vi ringrazierà con un più o meno impercettibile sorriso, o semplicemente con nulla, perché semplicemente avete fatto quel che chiunque dovrebbe fare, perché è buono e giusto fare così, e non lo si fa per essere ringraziati (ma conosco e apprezzo il cogliere l’occasione per farlo, quasi fosse un piccolo rituale – l’ennesimo – utile a consolidare ulteriormente il senso di comunità).
Mi consola, tale balletto civico. E proprio perché mi consola – come mi consola una certa accorta pedanteria – sto un po’ all’erta, come si starebbe davanti a una grande tentazione, a due passi dal peccato.
Ci sono pro e contro a qualsiasi cosa, o meglio: qualsiasi cosa, se portata alle estreme conseguenze, realizza un incubo. I sentieri più pericolosi sono quelli cosparsi di rassicurazioni e del lieto sentimento di stare facendo la cosa giusta. E non è che, nel singolo gesto, non la si stia facendo. Amo le cartellette che tutto organizzano e sapere di poter contare sul gruppo con cui sto (col)lavorando. Lo amo pacatamente, con un sentimento ben diverso da chi nei tedeschi vede – sbavando – una caricatura del padre punitore freudiano, severo ma giusto.
Interessante, tra l’altro, che la percezione della Germania che spesso più ha successo sia rimasta ancora quella del periodo prussiano-bismarckiano-nazista – ignorando tutte le fasi storiche (e le sfaccettature interne alle fasi storiche appena citate) in cui invece queste terre hanno partorito umanesimi delicatissimi e sensibilissimi – ignorando, insomma, forse proprio quello che ha portato una cultura a iper-armarsi per difendere una interiorità che sa rivelarsi morbida come il burro.

Indefinibilità.

In questi giorni in cui studio e lavoro s’intersecano e confondono e sovrappongono, a tratti, mentre faccio uscire dalla mia bocca strutture appena apprese per riservarle a unə cliente particolarmente bendispostə, ogni tanto una canzone dai lamentosi toni slavi attraversa il mio spazio-tempo.
Vorrei dare nome a quello che, in questi mesi, con tanto piacere quanta frequenza mi trovo ad ascoltare. Sono note che salgono dalla strada nel finesettimana, incontro in metro nella forma di una persona che le suona di mercoledì (o lunedì o giovedì – non c’è norma, non c’è schema visibile), passano per il computer e io dico:
«Si fermi tutto! E questo cos’è?».
Ma, alla fine della giornata – e quella che segue, e poi ancora in quella successiva, quando ancora mi ritrovo tra le orecchie simili melodie – non so che cosa sia. Non so come chiamare questa tendenza musicale che, dopo essere stata ascoltata una volta, sembra ricomparire, apposta, a ogni angolo. Insisto con il definirla slava, pur sapendo che tale termine è tanto vasto quanto, quindi, in qualche modo offensivo, ma è d’altro canto l’unico appiglio che ho. Per il resto, le canzoni che mi trovo a sentire si presentano con volti diversi: nostalgici, a volte, o invece ridanciani e deridenti come se mi passassero, vivi e noncuranti all’idea della morte, davanti in quel momento.
E, mentre lascio che scandiscano l’ennesima ora, li collego – arbitrarietà per arbitrarietà – alle pagine del Mittner che mi accompagnano in questi giorni di studio e lavoro.
Mittner è quello che ha scritto una Storia della letteratura tedesca più che colossale – ma non per questo sommaria, anzi. Adoro Mittner, creatura di altri tempi eppure distante dai suoi coevi. Doveva essere all’avanguardia quando ha cominciato a scrivere saggi – con quel suo tono ancora accademico nella tenuta, ma ben più vasto e omnicomprensivo dello sguardo che s’immagina negli occhi di un topo da biblioteca. E poi l’ironia, sottile, che non sminuisce la profonda passione con cui passa in rassegna tutti gli autori germanofoni che riesce a ficcare in quelle pagine scritte fittamente, con note ancor più fitte. Vi concentro lo sguardo e tutta l’attenzione mentre in metro, seduta o in piedi, lo leggo. Per tragitti brevi o lunghi. La mattina o la sera. A volte, a letto, sotto le coperte.
Mittner sta fungendo da specchio in cui riconoscermi, in questi giorni in cui ho così poco tempo per stare interiormente con me stessa.
Mittner sta fungendo da filo rosso con cui ritrovare i discorsi che lascio in sospeso.
Questa musica indefinibile, ad esempio. O l’indefinibilità in generale.

Qualche giorno fa, in negozio, un italiano in visita all’amica, di provenienza italiana e ora vivente a Berlino, mi ha chiesto a mento sollevato:
«Sai dirmi perché Berlino piace tanto?»
Per la varietà, di persone e quindi stimoli – che s’incarna, detto in un modo che possa risultare forse più tangibilmente riconoscibile e comprensibile, nel fatto che ognunə può andare in giro come gli/le pare e nessunə per ciò lə guarderà non dico male, ma neanche stranitə. Anzi. Ciò arricchisce la città. La crea. La vivifica. Ci si sente parte attiva di un processo in eterno divenire.
Ma non sono riuscita ad arrivare a dire tanto – le parole non hanno fatto in tempo a essere messe nella giusta forma, nel giusto ordine, e d’altro canto l’italiano già mi stava chiedendo se tutto questo essere diversi dagli altri non sia un’altra moda in sé.
E io, davanti a quest’altra domanda a mento alzato in precoce vittoria, mi sono sdoppiata.
Una parte di me ha capito. Ha capito tutto. Ha capito il riferimento all’essere “diversi dagli altri”, lo ha concretizzato in volti e caratteri e tendenze, e ha anche capito il fastidio in reazione a ciò, e come questo si concretizzi in certe altre persone, che discorsi faccia loro costruire, quali argomentazioni, quali vicoli ciechi, quali strade aperte a futuri sviluppi.
Una parte di me, invece, si è trovata in mare aperto senza più ricordarsi come si nuotasse. O, meglio, a nuotare senza ricordarsi razionalmente come si nuotasse, o così ha pensato, non realizzando che non l’ha mai appreso razionalmente. Eppure sa nuotare. E stava nuotando anche in quel momento.
Detto in altre parole:
Non ricordo più molto bene a che serva domandarsi se essere diversi dagli altri sia una moda in sé. Lo è? Può darsi. Ma, se lo fosse, qui a Berlino – come moda che esiste per farsi notare – avrebbe fallito.
La varietà umana, qui, mi fa pensare a quella delle piante, dei fiori e degli animali che trovo nella strada parallela a quella in cui vivo. A volte ci passo nella speranza di vedere uno dei conigli che vi abitano fare quale saltello di fianco a me. Accade a volte, solo a volte, ma poco conta. Tutte le altre posso osservare corvi e uccelli volare da un ramo all’altro, e le diverse forme e grandezze dei rami, le bacche che vi crescono, o le foglie che li riempiono, e quelle che – cadute dagli alberi – sfumano il cemento con gradazioni di giallo, e i fiori sbocciati e quelli nascosti, e – insomma – i diversi modi in cui gli abitanti decidono di far crescere il pezzo di verde che c’è davanti a ogni casa.
Non c’è niente di particolarmente esotico – o strambo, strano, diverso – nei singoli elementi, sembra. Se c’è – e certamente c’è – partecipa assieme a tutti gli altri a creare uno specifico tipo di paesaggio. Ci sono flore e faune mediterranee, flore e faune tropicali, e le flore e le faune delle specifiche città. Quelle di Berlino sono un groviglio di elementi che, altrove, sarebbero strambi, strani, diversi. Qui sono… come dire?… qui sono, tutto qui. E il lato positivo è che, oltre a poter essere contemplati nel loro insieme, nella loro impressione generale, si fanno sminuzzare con piacere per livelli e livelli, come frattali.
È strana Berlino, con il suo convivere di niqab e neonazisti, rampanti capitalisti e promotori della sostenibilità. Ma poi, se si zooma, risultano strani anche i singoli elementi. Un raffinato braccialetto d’argento sul polso dell’uomo che come capigliatura ha un unico, piatto, lunghissimo dreadlock; un cappello a muso di panda sulla testa della donna in completo elegante. E, se si zooma ancora, la situazione non va che complicandosi. L’uomo potrebbe essere un intellettuale di destra, la donna volontaria in un’associazione per i rifugiati.
Quando si cerca di tornare indietro – alla visione d’insieme – se ne scopre la vanità. Si (ri)scopre quanto sia vano cercare un unico e omogeneo filo rosso che colleghi tutte le parti che compongono un individuo. Berlino aiuta, in questo. Aiuta offrendo abbinamenti tanto improponibile quanto frequenti che rendono inutili le classificazioni. Quella lì sembra una punk anni ’80 mescolata con una rastafariana, e quello un hipster mescolato a una drag-queen, ma quello che cosa è…?
Come si può essere diversi quando si è immersi in un mondo di diversi? Diversi rispetto a chi? E a che pro etichettarsi, quando le etichette non aiutano più a dividere in categorie, essendosi le categorie mescolate tra loro senza pudore?

Se il cliente in negozio mi ha fatto tali domande a mento alto, e con pregustata vittoria, è perché di Berlino si parla troppo. Di troppa poca Berlino, e di questa troppo, e nel modo peggiore – ossia quello che si crede migliore.
La Germania non è la nuova America. Pensavo di essere io quella che la serbava con troppo amore nel cuore, al punto d’idolatrarla, ma (per fortuna) mi sono sbagliata (o forse, vivendoci, ho avuto ben poco tempo per adorare l’idolo). Ho visto troppe persone parlarne male con la stessa disillusione e rabbia con cui si parla di unə ex, colpevole, fondamentalmente, di non aver retto alle aspettative dopo essere statə messə alla prova delle nostre necessità. Tanta acredine non può che venire da troppo cieco entusiasmo. Ho chiara e stridente in testa l’intonazione vittoriosa di chi, in un discorso, riesce finalmente ad agguantare un argomento che dimostra che la Germania non è perfetta, e lo usa come se tale imperfezione potesse frantumarla tutta.
La Germania non è il Paese dei Balocchi. Cioè, può esserlo. Per breve tempo vi tratterà con guanti bianchi e con mille riguardi. Questa sarà l’impressione, se verrete qui da un’Italia che, nella nostra testa, non vi tratta come dovrebbe. Di fatto la Germania vi starà semplicemente trattando come reputa chiunque dovrebbe essere trattato – quel chiunque che, di contro, dovrebbe agire in un certo modo. E quel modo non è usare la Germania come fino al giorno prima si è usata la mamma: per farsi mantenere e stirare le camicie – ché, finché si può… Ma sto già ricorrendo a facili cliché per appellarmi a quelli che dovrebbero essere (stati) i miei connazionali. Questa è la cosa peggiore, sapete? Vedere, qui, delle profezie che si autorealizzano. Stereotipi che si disegnano da soli. Italiani che, quasi si stessero dimenticando cosa erano (e probabilmente è proprio così), ricorrono ai cliché cotti e pronti per attaccarsi a una qualche vaga identità italiana. Ed è comprensibile il sentirsi venire meno quello che si era. Si cambia ambiente, si cambiano parametri. Ci si scinde un po’, a volte – una parte ricorda, l’altra no. Ma non è poi così male. E’ solo straniante. Ma in un modo interessante. Ma sono di parte.
Quel che mi affligge è più che altro la distanza che viene a porsi tra me e le persone, a me care, che continuano a crescere e svilupparsi in un contesto diverso. Diverse coordinate, diversi orizzonti, diversi modi di interpretare le cose e prospettarsele. E, soprattutto, l’inidentificabile – come queste melodie slave che tornano e ritornano a cadenzare le mie giornate, provenendo da non so dove e non so dove andando, e chissà quanto resteranno, e intanto le colgo e accorpo a me.

Non c’è meno inquietudine, qui, né maggior senso. Quello è il mondo, no? Che è fatto così ovunque, se è fatto così nella propria testa.
Ma da qui mi sembra di poterlo osservare meglio – mentre, nel frattempo, vivo come in un’isola che, pur essendo al centro dell’Europa, vive in sé. Attinge da tutto, si fa attraversare da tutto, e forse proprio per questo non riesce a farsi assillare da nessuna delle specificità che la circondano. Come fai a parlare, sia male o bene, dell’Altro, quando l’Altro – sia il cattolico, lo hipster, il neonazista, il musulmano, l’italiano, l’omosessuale, il cinese, il capitalista – non solo è ovunque attorno a te, ma è proprio davanti a te mentre ti vende quello che compri tutti i giorni? Alla fine si parla di tutti e tutto come se nella stessa stanza ci fosse l’intero mondo ad ascoltare – perché non sai quale parte di quel mondo, in quel momento, effettivamente ci sia. E’ una specie di panopticon culturale che, anziché indurre al silenzio, spinge a trovare nuovi modi di parlare l’uno dell’altro senza né includere né escludere. Un po’ per buona creanza – questa è l’impressione iniziale – un po’ per convivenza – questo diventa il fatto poi – un po’ perché poi diventa insensato fare altrimenti – e questa è, credo, mera abitudine, per quanto sia un’abitudine da me adorata.

Ho pensato, oggi, a tutte le volte che ho sentito fare battute su omosessuali e islamici (argomentoni del passato e del presente), a cui ho reagito seriamente, per poi sentirmi dire che “era solo una battuta”. Ho pensato, con uno strano cuor leggero, che la risposta che segue è semplice, semplicissima, così semplice da essere diventata un tabù. Suona volgare come un “E tu sei unə coglionə – ma è una battuta, eh”. Perché se una battuta si può fare su una persona, allora si può fare su tutte. Ma non funziona così, vero? Le battute su certe categorie funzionano quando le categorie non sono presenti o, peggio, quando la loro presenza è una minoranza che non detiene granché potere.
(Ehy, vale anche per tutte le battute sugli uomini e sulle donne, su quelli del Nord e del Centro e del Sud, sugli avvocati e sui salumieri – su chiunque, ma proprio chiunque, perché quel che conta è il tono, e l’aspettarsi o il non aspettarsi che la categoria menzionata abbia il diritto e il potere di farti ingoiare quella battuta. E’ il segreto per cui non è la parola usata che conta, ma il presupposto e l’intenzione.)
Mi sento in un’isola perché qui, in una città con neonazisti e donne in niqab, alla fine della giornata sono meno stressata da questi immensi dettagli di quanto lo sarei – e sono stata – altrove. E’ un piccolo delizioso paradosso che mi tengo stretto stretto al petto, cullandolo e coccolandolo. Non rende la vita meno atroce né meno folle – è un paradosso, d’altro canto – ma mi fa sentire centrata. Più pronta a più cose, in un certo senso. Esiste una parola per questo?

(Ricordatevi sempre che questa è la mia Berlino, che coesiste assieme a tante altre, che probabilmente ne sono l’esatto opposto – ci sono Berlino fatte di faide irrisolvibili, Berlino tutta-natura e Berlino solo-cemento; Berlino in cui tutti si omologano e altre in cui nessuno parla veramente con gli altri; etc etc…)

ə

Penso di non aver mai scritto così tanto in tedesco in vita mia.
E, mentre cerco di farmi diventar naturali i vari “con ciò”, “dei quali”, “al fine di” (nonché tutte le varianti tedesche dei “ci” e “ne” italiani che da soli tutto riassumono), mi domando come io abbia fatto anni fa a scrivere saggi brevi in tedesco sulla letteratura e storia tedesche. Che acrobazie ho fatto, non tanto per scrivere correttamente quanto per, semplicemente, scrivere qualcosa di sensato?
Probabilmente la risposta fa rima con “esigenza” e “pietà”.

Nel giro di due settimane si è passati dalla tarda estate all’inverno inoltrato.
Fa freddo, quel freddo insistente tipico dei primi giorni di gelo, come se l’intera città – mio corpo incluso – dovesse ancora abituarsi a resistergli. Il freddo è scivolato sotto le porte, tra le finestre, attraverso i vestiti, e si è conquistato pavimenti, pareti, lembi di pelle. Sono giornate da passare in casa sepolti da una coperta, un tè al fianco (il mio è in preparazione) e all’altro il lasciarsi andare al sonno di chi è stanco di combattere il calo delle temperature.

Settimana prossima finisco il corso di tedesco B2.2 e a fine mese inizio il C1.1.
(Per chi si fosse persə* le puntate precedenti, i livelli sono: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, a loro volta suddivisi in A1.1 – A1.2 – A2.1 – A2.2 – etc… L’A1.1 è «Io chiama Tizia e viene da Italia», più o meno. Il C2 è una strana creatura tutta immaginaria che parla l’italiano di Umberto Eco ma senza essere madrelingua.)
Ovviamente, come ho appena cercato di far intuire, i livelli del Quadro Europeo sono tutt’altro che obiettivi descrittori. Mentre frequenterò il C1.1 avrò ben poco della fluenza e del vocabolario che le descrizioni del livello suggeriscono, ma è già un bel raggiungimento. Anzi, è soprattutto una curiosità: non ho mai studiato l’inglese fino a questo livello, lasciando che fosse la “vita vera” (enfasi qui, grazie) a insegnarmi gli ultimi livelli. (C’è poi da dire che i livelli di complessità dell’inglese più complesso effettivamente usato non sfiorano neanche quelli più che raggiunti e superati dal tedesco – o dall’italiano – di pari livello. Anche perché altrimenti «Adieu, lingua di scambio internazionale!») Ma abbandoniamo il Quadro Europeo e la sua incoerente astrattezza e andiamo in direzione di un astratto più concreto:
Sto leggendo in tedesco.
Dopo essermi avventurata per le pagine di Der Vorleser, già letto in italiano (e film visto in italiano e inglese) e suggerito appositamente per il livello B2, ho fatto il salto dal trampolino: sto per finire un romanzo in tedesco che ho iniziato a leggere dal nulla, nella piena e totale e disorientante ignoranza. E – l’ho detto? – lo sto per finire. E questo è – indovinate? – rassicurante. E sapete perché?
Perché adesso posso entrare in una libreria di Berlino ed effettivamente scegliermi un libro. (Magari dalla prosa meno complessa di quello che mi attende sul comodino, definito da un madrelingua “poco comprensibile anche per unə tedescə”.) Perché sempre più potrò, sepolta da una coperta e con una tazza di tè al fianco, rilassarmi leggendo libri che posso trovare in qualsiasi libreria. Perché, insomma, costruisco passo passo la mia Gemütlichkeit a Berlino.

* Vi piace lo schwa ( ə ) usato per creare il genere neutro?
Facciamo partire le scommesse su quantə grammar nazi che sbagliano l’uso di “alcunə” e non conoscono la differenza tra “egli/lui/esso” lo troveranno insopportabile? Per chi fosse curiosə, invece, ecco la pronuncia. Trovate lo schwa in inglese, tedesco, francese e – per i conservatori dell’identità linguistica nazionale – in napoletano e piemontese. Adotta anche tu lə “ə”! (Ok, qui ho esagerato di proposito.)

Lingue e culture (più o meno personali).

Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, in un tramonto che già sa di crepuscolo, gli occhi secchi che sbattono dalla stanchezza e il chiedersi se esagerare con l’ennesimo caffè.

Oggi in classe si è parlato di come l’inglese sia entrato, neanche tanto di soppiatto, nel tedesco.
Conoscete l’effetto: viene preso per il culo nella parlata milanese. Immagino che l’acredine che scatena sia dovuta al fatto che l’inglesismo viene abusato per una questione di status. Lo capisco: l’inglesismo è il nuovo latinismo. Eppure…
Oggi in classe si è parlato di come sia importante tutelare le lingue dall’influenza dell’inglese. E lo capisco, quando si parla di un mero impoverimento. Ma quando e come è un impoverimento? Non sarebbe, in teoria, un arricchimento, l’avere a disposizione un maggior numero di termini differentemente connotati?
Oggi in classe si è arrivati a parlare di come l’inglese sia superusato come seconda lingua. Si è arrivati a parlarne male, generalmente male, nel senso di: in termini generici, senza che io potessi più capire che si stesse dicendo.
Si è parlato di tradurre qualsiasi parola, anziché importarla come prestito, e al contempo dell’unicità delle lingue e quindi dell’intraducibilità di alcune parole. Nello stesso discorso.
E io mi sono persa.

Che problemi abbiamo con le lingue?
La mia, di lingua, ha dalla sua quell’unicità che si rivendica per tutte le lingue madri. Solo che la mia, di lingua, è una mescolanza di altre lingue. Parlo, ascolto, leggo, scrivo, penso e sogno in italiano e in inglese. Un po’ anche in tedesco, a volte, ed è solo questione di tempo: ancora qualche forse mese, forse anno, e andrà a far compagnia all’italiano e all’inglese. Chissà a quale sfera semantica, o a quale agglomerato di sensazioni, si uncinerà.
Al momento – in questo periodo di tartassante studio della lingua tedesca – tutto si mescola.
Gültig, ad esempio, in questi giorni ha bellamente soppiantato valid. Smetterà, lo so, ma chissà poi a che cosa toccherà. Per non parlare poi di quel breve verso gutturale che ho cominciato a fare anziché alzare le spalle e dire «Boh!». (Devo insegnarlo, il «Boh!», spalle comprese, come insegnante di italiano.) Non se sia questo a essere il miglior esempio del livello di pervasività che il tedesco sta avendo sulle altre lingue che parlo, o la mia sintassi italiana e inglese, che stanno andando a puttane (ossia stanno seguendo quella tedesca come due deliziose fan). Si assesteranno anche queste cose in un nuovo equilibrio, ma non so che ne verrà poi.
Dopo l’inglese, ad esempio, il mio italiano ha acquisito la forma stare facendo, che sfocia in stare essendo (con il verbo essere si nota di più che con altri verbi, ma la pervasività con cui ha sostituito altre strutture italiane c’è ed è generale), stare venendo fatto, etc… Parliamo poi dell’essere supposti essere, che ha compensato alla mancanza, in italiano, di una differenza tra must-müssen/should-sollen. Non c’è purtroppo una coppia di verbi italiani che io possa contrapporre per rendere questa sfumatura, e così sono caduta sull’essere supposti essere in alcune frasi.
Non riesco a vedere questa come una perdita. L’italiano, come ogni lingua, ha carenze (l’inglese e il tedesco mancano della varietà di tempi verbali al passato dell’italiano; l’italiano della varietà di tempi verbali al futuro dell’inglese; al tedesco manca il gerundio; all’italiano due modi diversi di usare l’impersonale passivo), e a queste carenze il mio cervello sopperisce pescando dalle lingue che conosce. Non sentirei il bisogno di sopperirvi, probabilmente, se non concepissi quello che all’italiano manca. E’ proprio questa mancata percezione della ripartizione del mondo tipica di una lingua straniera X a renderne veramente difficile lo studio. Il resto è ripetizione in un contesto.
Ora, intendiamoci: non scriverò un articolo accademico abusando di stare essendo ed essere supposti essere. Ma perché dovrebbe essermi più difficile dell’evitare di scriverlo scrivendovi c’ha o gli sta bene? Abbiamo (o, perlomeno, necessitiamo d’avere, se vogliamo fare certe cose) padronanza di diversi tipi di sottolinguaggi, e la capacità (o, perlomeno, necessitiamo d’averla, se vogliamo fare certe cose) di selezionare quelli adatti al contesto. Sappiamo modulare il lessico, la sintassi, persino la struttura del testo. Perché dovrebbe essere diverso quando si parla di parlare più lingue?
Le parole italiane che più s’indeboliranno nella mia testa saranno probabilmente cose come contrassegno, ossia quelle parole che non userò più in italiano, e per cui userò un equivalente in tedesco. Ma ci sono poi intere strutture mentali nella mia testa che l’italiano l’hanno visto di sfuggita: non saprei, ad esempio, scrivere un articolo tecnico nell’ambito delle relazioni internazionali, avendo appreso il discorso – e quindi le parole, ma anche il reasoning – direttamente in inglese. (In realtà ormai non saprei neanche scriverlo in inglese, non parlandone da eoni.) L’immaginario fantasy è stato scolpito nella mia testolina di bambina giocando a videogames in inglese. Ditemi mischia e penserò a una cosa: ma melee è altro. Include mischia e ressa, e… ha qualcosa di diverso, come enjoy non è godersi che non è genießen. E tutto questo fa letteralmente parte della mia esperienza. Fattuale.
Se dovessi lamentarmi di come la mia cultura personale va disperdendosi, non più rappresentata dalla lingua, avrei perso in partenza. Forse per questo non capisco i discorsi sul purismo del linguaggio: unificare la mia parlata spontanea a una sola lingua, fosse pure l’italiano, significherebbe rinunciare a parti di me. E’ così che si sente chi, cresciuto in un (teorico) monolinguismo, si trova davanti alla propria lingua modificata? (Come se le lingue, storicamente, non cambiassero in continuazione.)
(E non parliamo di come io abbia appreso molte varianti colloquiali dell’italiano verso i quindici anni, studiandole a tavolino nei discorsi e cercando di capire quando e come applicarle.)

Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, a crespuscolo ormai spento, ad ascoltare musica blaterando di questioni astratte che il mio cervello non ha ancora riorganizzato.
Vorrei parlarvi di come in questi giorni io stia studiando la forma dadurch, dass per mostrarvi quali salti tripli la testa debba fare in certi casi per ri-pensare il pensabile ed esprimerlo, ma per parlarvene dovrei condividere con voi buona parte della grammatica tedesca che la precede. It sucks, oder…? Che per condividere si debba aver condiviso.

Di prussiani, Multi-Kulti e libri esclusi per poi essere ritrovati.

Sono appena passata da quella che chiamiamo “sala ufficiali” (il soggiorno comune con quel gusto un po’ retrò) per accarezzare la gatta di casa di passaggio. Stesa con la sua imponente figura sulla poltrona (con quel gusto un po’ DDR), mi ha guardata con una strizzatina d’occhi tra il riconoscente e l’infastidito. Come al solito. Come un “solito” a cui mi piace tornare.
Se voi foste nella mia testa, vi direi che la sala ufficiali è un po’ prussiana – sarebbe l’unico modo di rendere tale affermazione, anziché sgraziata e naïf e kitsch, semplicemente affettuosa come risuona tra i miei pensieri. E nei miei sogni.
È di due notti fa il sogno in cui il protagonista era un giovane Hohenzollern (non so quale, statisticamente un Friedrich) della modernità. Io ero i suoi amanti, sia lui che lei, e un po’ anche lo Hohenzollern – il tutto perché il sogno fungesse da cammeo di quella “durezza fuori e tenerezza dentro” che caratterizza l’immagine storica della cultura prussiana. E che è rassicurante come un vecchio Leitmotiv che conosci bene, come Jan di Leida e il Pietismo, e tutte quelle cose che hanno compartecipato alla formazione della tua cultura personale per tua scelta e non per caso.
La voglia di percepire quel rassicurante senso di semi-appartenenza – a qualcosa che hai fatto tuo, non che ti ha fatta sua – è uno tra i motivi principali per cui sono qui, a Berlino, che è in Germania ma non è esattamente Germania. Posso godermi il Multi-Kulti che riempie le strade mentre palazzi dall’aria un po’ prussiana, nonostante il prussianesimo fosse già storia quando sono nati, mi osservano dall’alto delle loro altezze un po’ gotiche.

Oggi ho scaricato la mia prima fattura. Ho un conto in banca e una serie di must burocratici che potrei elencarvi per il gusto di blaterare suoni tedeschi e basta, non avendo tali termini spesso un equivalente nella burocrazia italiana. Quel che è più direttamente traducibile è il foglio che attesta che verso metà luglio inizierò un corso intensivo di 75 ore di tedesco, livello B2.1. Sono già iscritta per quello successivo, a settembre, il B2.2.
(Prima di perdervi rovinosamente nelle scale dei livelli di conoscenza delle lingue europee, funzionano così, dal più basso al più alto: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, più tutti i mezzi livelli. Un madrelingua è in automatico un C1, più o meno.)
Le buone nuove, a parte l’iscrizione in sé, è che ieri ho fatto – per puntigliosità tedesca – un test per rassicurare un insegnante del fatto che ho appreso abbastanza il B1.2 per poter fare un B2.1 di 75 e non 100 ore (come di solito i corsi sono) senza rischiare di rimanere indietro con il programma. Ben fatto!, mi ha detto. Sì, ma poi non so parlare così bene, gli ho risposto guardando il test perlopiù grammaticale. Ma è sempre questo, il problema, quando si studia tanto mentre si fa un corso intensivo: il sempre troppo poco tempo per rendere fluente quel che si apprende e per ampliare il proprio vocabolario – che, nel caso del tedesco, è di una specificità che non ricordavo.
L’altra buona nuova è che tutto questo significa che, se le cose procedono con l’attuale ritmo, per il 2017 starò studiando a livello C1 – che è l’unico che per me, dalle basse aspettative, conta. Avere un certificato che attesta che si è C1 significa poter ufficialmente dire di conoscere la lingua senza ma e senza se. Ma “poter dire ufficialmente” è una magra consolazione, per la sottoscritta. Sarò abbastanza soddisfatta quando sarò in grado di leggere romanzi in tedesco gustandomeli decentemente. E sarò veramente soddisfatta solo quando sarò in grado di scriverne – ma non ho idea di quanto mi ci vorrà, e se tale obiettivo continuerà a rimanere come parametro.

Rimettermi a studiare una lingua mentre vivo nel Paese in cui viene parlata (l’esperienza anglosassone non vale: l’inglese è caso a sé) mi ha fatto (ri)realizzare quanto dell’apprendimento di una lingua non riguardi la lingua in sé, ma il suo uso, e quindi il suo contesto d’uso, la sua cultura di provenienza e riferimento. L’intraducibilità di alcuni termini fiscali dal tedesco all’italiano è un buon, ma noioso, esempio. La frequenza dell’uso del verbo genießen (che, più o meno e male, può essere tradotto come “godere”) è invece un esempio più interessante e complesso al contempo.
Ho imparato, prima di imparare a imparare una lingua, a vivere una lingua che non conosco bene senza sentirmi estromessa. Vivo in un mondo scritto e parlato perlopiù in tedesco, e mi sento a casa. Benché questo indubbiamente dipende in parte dal mio specifico amore per questo idioma, il motivo ha più a che fare con una scelta semi-razionale, una scelta strana, la scelta di prendere il meglio e non il peggio del vivere in un contesto che linguisticamente ti è ancora un po’ oscuro.
(Ad esempio: mi hanno appena chiamato per l’ennesima pratica burocratica in tedesco e il mio cuore non ha accellerato i battiti. Un miracolo, per la me di qualche anno fa.)
Le lingue sono un po’ come le persone. All’inizio, quando le conosci e capisci meno, ti attraggono con tutto il fascino di ciò che deve ancora essere esplorato. I loro gesti, semanticamente vuoti, possono essere riempiti dalle tue ipotesi, dalla tua immaginazione. Riesco ancora, a volte, a sentire nel tedesco quell’esotismo che caratterizza gli idiomi che non comprendiamo: li ascoltiamo come sequenze di suoni, come musica senza parole. Quando si fanno comprensibili, lo diventano in bene e in male: si sente quella lingua usata per dire le cose più becere, la si sente usata approssimativamente come un utensile maneggiato con poca grazia, ma se ne scoprono anche gli usi più inaspettati, più creativi e ricchi di sfumature, ed è quello che non vedo l’ora di poter fare.

Nel frattempo, mi faccio abbracciare e cullare dall’inglese. Mi aggiro per mercatini delle pulci comprando romanzi in inglese a un euro. Approfitto del limite, le limitate risorse economiche investibili, rendendola un’occasione di leggere tutti quei titoli che prima avrei escluso troppo velocemente.
Ho letto un romanzo apocalittico sulle nostre tendenze apocalittiche, di recente scrittura; uno pubblicato negli anni ‘90 in una collana dedicata a tutte le sfumature del queer, ambientato in un’Inghilterra incastrata tra il vecchio Comunismo fallito e il nuovo millennio con tutte le sue promesse e minacce; un candido resoconto del post-9/11 visto tramite gli occhi di un bambino testardo; e sto leggendo Pratchett, finalmente, uno di quegli autori che mi sono sempre detta che avrei dovuto leggere perché tanto apprezzato da alcune mie conoscenze che stimo (e, ora che lo leggo, scopro che la degustazione non mi fa troppo allontanare dalla mia prima impressione: c’è un qualcosa, in certi autori inglesi – più inglesi che britannici, credo – che proprio non riesce a convincermi, ma non so che cosa sia. Inizia con petty ma è camuffato da cottage). Mi aspettano un romanzo storico che ha come protagonista una cortigiana, che avevo precedentemente puntulmente bocciato; e un vecchio romanzo post Seconda Guerra Mondiale sulla condizione dei reduci scritto da una donna (combinazione troppo interessante per ignorarla). E poi chissà che altro troverò, in questi mercatini dalle mille sorprese.

Questa “sospensione” della certezza della lingua mi fa sentire a mio agio. Vivere in un luogo in cui così tante persone sono consapevoli dei propri limiti linguistici (i non-tedeschi con il tedesco; i tedeschi con l’inglese, lingua che ha soppiantato il tedesco in alcune realtà) è rinfrescante: impedisce la formazione di tutti quegli odiosi discorsi che sono figli della certezza, nel 99% dei casi erronea, di avere una buona padronanza della propria lingua e che il mondo ragioni in quella lingua, che l’essere umano sia stato scritto in quella lingua. Ci sono tipi di ignoranza che, anziché accrescere l’arroganza, la ostacolano. Non sto dicendo che Berlino sia il paradiso dei linguisti MultiKulti e che non abbia in sé persone che si arroccano sul proprio Conosciuto per sputare sullo Sconosciuto, ma che mi delizia la frequenza con cui mi trovo in sacche in cui l’Incontro sembra essere all’ordine del giorno.

E adesso andiamo a portare avanti quella che sto cercando di far diventare una buona abitudine: stretching ed esercizi sul parquet scricchiolante della sala ufficiali.

Berlin (I)

La Berliner Kindl è la birra perfetta per gli ubriaconi.
Ma fatemi spiegare.
È leggera al gusto, nello stomaco, e soprattutto alla testa. Non lascia tra i neuroni quel memento mori che ti ricorda che l’hai bevuta. È quasi come un tè, ecco. È quasi come il tè che bevo ritualmente prima di andare a dormire. E, a proposito, qui a Berlino ho trovato un Earl Grey erotico al palato.

Scrivere il primo post sul blog post-trasferimento è sempre un po’ rituale. E, sempre, non si ha mai il tempo di farlo, troppo presi dal ricreare quel minimo di vita quotidiana – quel “sentirsi a casa” – necessario a potersi sedere e scrivere tra sé e sé.
Mi sento a casa. Da giorni. Ma poi è arrivata la burocrazia tedesca, il curriculum in due lingue e il dover girare un po’ – spiace, quando vivi nel centro di Berlino, non macinare almeno un paio di fermate di metro al giorno. Sono arrivate cose, insomma, che continuano ad andare avanti. E io ho aspettato non aspettando il momento propizio. Che non so se sia questo, a tutto dire, ma la Kindl mi ha suggerito:
Prima o poi dovrai farlo.
Che è sempre meglio del ricordarti che l’hai bevuta.

Ho detto che qui mi sento a casa, sì?
È quel concetto di casa troppo spesso anelato e che troppo raramente si realizza: è l’unione di molte di quelle case che, con un certo scetticismo e un certo distacco, sono state postulare nel corso della propria esistenza. Qualcosa come: Sarebbe bello se nella mia vita mi svegliassi in un posto che… O: E se potessi nella mia vita scrivere da una stanza che… Un insieme di queste cose, appunto, che in questi giorni cerco inutilmente di stilare in una lista.
E proviamoci ancora.
Ha qualcosa del Törless, che mi sovviene perché il Törless pop-uppa in automatico ogni volta che mi accosto anche solo vagamente a qualcosa di anche solo vagamente germanofono. Che cosa, non lo so. I soffitti alti, forse. Il soggiorno che chiamiamo sala ufficiali (o sala bocciofila, a seconda dell’angolazione), forse, anche se non mi pare di ricordare nessuna insistenza sui soffitti nel Törless. Insomma, non importa.
Qualcosa di Erich Maria Remarque, giusto per giocare facile. Qualcosa di tedesco e passato, cinico di quel cinismo che scalda i cuori perché infila il naso laddove i cuori troppo puri neanche immaginano il male possa annidarsi. E poi lo sto leggendo, Remarque, e lui e questo luogo si stanno dando forma a vicenda.
Ma c’è anche il bello di condividere l’appartamento con altre persone. Ho spesso detto che vivere con altri può essere o meraviglioso od orribile, con rare vie di mezzo. Qui c’è questo, ma c’è un’altra aggiunta: vivo con persone con cui posso discutere di argomenti disparati con quell’apertura mentale, che altro non è che un modo di parlare di curiosità e umiltà, che mi fa stare bene. Bene e basta. Bene come si sta quando si è in un luogo in cui si vuole essere.
E poi – ve l’ho detto? – ci sono i fatti in sé. Il vivere in un edificio storico che non dimentica di esserlo (difficile, con l’enorme stella di David e le 15 targhette memento mori davanti al portone), con le scale infinite dai passamano d’epoca, i famosi soffitti alti e la porta della servitù per accedere alla cucina, le finestre alte dai doppi vetri letteralmente, e bla bla bla. Ma i fatti sono sempre misera cosa, nudi. Ma qui vengono coperti da tante di quelle istanze, passate e presenti, sociali e personali…
E, così, un po’ di Törless, un po’ di Remarque, la sala ufficiali e la bocciofila, ma anche la musica elettronica e la textile art dentro casa, mentre fuori a un tiro di schioppo riluce Ku’damm da una parte e Kreuzberg dall’altra. Poco oltre – solo qualche fermata in più – Unter den Linden e quel prussianesimo che amo nella sua dolce durezza (o dura dolcezza, as ya wish), gli edifici in “mattoncini rossi” e i palazzi quasi istericamente nuovi, e tutto tutto tutto, soprattutto quello che devo ancora conoscere.

Poi c’è tutto il resto.
La burocrazia andata e quella a venire, il cercare e lo sperare di trovare, e bla bla bla…
Ma preferisco affrontarli qui come li affronto nella quotidianità: s’ha da fare, si fa, fa parte del tutto, e anche questo fa parte del quadro. Ne è elemento essenziale, in un certo non troppo oscuro senso.

Metodo maieutico & altre inusitate banalità.

Apprendere tedesco in un luglio senz’aria condizionata è una salita sul Golgota – ma senza sapere se ne varrà la pena, se sei nei panni del ragazzino a cui cerco di facilitare il compito.

 

Sono una facilitatrice, non un’insegnante, e non è una mera scelta di termini. (C’è qualcosa che lo sia? Speculazioni linguistiche al prossimo round.) Tutto quel che posso fare è facilitare, aiutare ad attivare quelle parti che ottimizzano l’apprendimento e scostare gli scomodi rami che a nulla servono se non a rendere nebuloso il percorso. Non credo nell’insegnamento come troppo spesso inteso: come travaso di nozioni da un individuo all’altro. Meglio l’impertinenza del metodo maieutico. La maggior parte delle nozioni sono utili quanto la carta igienica: utilissime, ossia, ma una marca vale l’altra, finché non si scende in sottigliezze.

 

Sono sempre più convinta del fatto che il mio lavoro consista per la maggior parte nel pulire la via dalle cose scomode e mettervi al centro le motivazioni.
Le cose scomode, nella maggior parte dei casi, si risolvono in varie forme d’ansia e insicurezza; in schemi mentali che sono stati utili, forse, altrove, ma non lo sono qui; in credenze cocciute che, pur di sopravvivere, tartassano l’individuo che le porta; in super-io affamati.
Le motivazioni, invece, sono più difficili da elencare. Sono troppo personali, individuali, irripetibili. E poi ce ne sono di grandi e piccole. C’è chi scopre che ama il suono di alcune parole in una lingua, chi è affascinato dal suo insieme; chi vuole un aumento di stipendio, chi si è posto come sfida l’apprendimento di una lingua; chi vuole dimostrare ad altri che è bravo, chi vuole dimostrarlo a se stesso.
Non che l’ansia sia la stessa per tutti, ovviamente. Ma quello sguardo vacuo, l’occhio umido e allertato della bestia stanata, la regressione a quell’infanzia in cui si è stati vittime accusate d’essere carnefici – tutto questo, beh, è abbastanza comune.

Il ragazzino accumula i fogli spiegazzati su cui ha stampato i compiti delle vacanze come se non fossero suoi. Non lo sono, ne deduco, nella sua percezione, così come non lo è stato fino a oggi l’interesse di studiare tedesco. E il mio compito, qui – l’unico che abbia una sua utilità sulle lunghe – è ridargli potere su ciò che fa.
Li spiegazzerei anche io, alcuni di quei fogli. Specialmente quel minuscolo A5 in cui la sua insegnante di tedesco ha riportato, in una calligrafia tuttattaccatacheamalapenadistinguoio, la classica tabellina degli articoli determinativi in nominativo, accusativo, dativo, genitivo. Temo l’abbia scritta apposta per lui. Temo che si sia messa di proposito a infittire la propria scrittura per riassumere in un gesto disperato le nozioni fondamentali che il ragazzino dislessico dovrebbe interiozzare ma non sa neanche ripetere a pappagallo (chi gli dirà che non imparare a memoria parole arbitrarie è tanto un pregio quanto un difetto?) in uno striminzito A5, che ai miei occhi, più che un utile riassunto, è un grumo indecifrabile e pesante utile a ricordare tutto quello che lui dovrebbe sapere ma non sa. Danno e beffa in un foglietto spiegazzato che il ragazzino si porta appresso con la fatalità con cui la croce non si schioda dalle spalle.
Esulto, quando il ragazzino mi chiede con gli occhi qualche secondo per appuntarsi qualcosa. Lo scrive in piccolo, in un angolo, occupando poco spazio. Può scriverlo sulle fotocopie dei suoi compiti delle vacanze? Sono tue, gli dico, puoi farci quello che vuoi. Può scriverlo in rosso? Sono tue, gli dico, puoi farci quello che vuoi. Può fare i compiti al PC e poi stamparli? Non sono qui per farti fare un esame, gli dico, non ho bisogno di farti scrivere a mano perché non so quale burocrazia lo richiede. Fai i compiti nel modo che preferisci: falli nel modo che ti aiuta di più ad apprendere.
Ha un’ottima pronuncia, rispetto al livello di competenza della lingua, probabilmente dovuta all’aver passato mesi in una classe ripetendo senza capire. Nella sua testa ci sono sequenze di suoni vuote, significanti senza significati, appena appena connotati dal contesto. Ci sono parole che deve aver ripetuto infinite volte, come un contadino che impara la messa in latino. Ti dice qualcosa, Lutero? Se almeno ripetere da dove si viene e dove si va, in tedesco, funzionasse come mantra…
Nonostante la frustrazione del non capire il tedesco rispetto ai compagni, che hanno cominciato a studiarlo prima di lui; nonostante il palese disinteresse iniziale per questa lingua; nonostante il fatto che la forma scritta, per lui, sia spesso più un intralcio che un aiuto; nonostante tutto questo, il ragazzino apprende in fretta e con poca confusione. Glielo dico. Abbiamo fatto un sacco di cose. Gli dico questo e altre cose nella speranza di, come precedente, pesare sull’altro piatto della bilancia. Di modo che il primo, ingombro, si sollevi un po’.
Nel piatto ingombro c’è l’insegnante dell’A5 (nonché creatrice di slides create con accostamenti di colori che, per un dislessico, sono come mettere 15 chili sulla spalla sinistra di una persona priva della destra) e una madre la cui priorità è che il figlio faccia i compiti delle vacanze – senza il suo aiuto a casa. Caso vuole che in questi giorni mi sia trovata a parlare degli sporchi segretucci che certe madri confessano tutelate dal segreto professionale, e del consistente numero di madri di figli dislessici (& altre) che – per risolvere il problema – fanno i compiti al posto della prole. Ho pensato che la faccenda della messa in latino viene presa sul serio da troppe persone: poco conta quel che capisci, basta saperlo ripetere – per iscritto, bene, nella forma che richieda meno sforzo mentale da parte di chi lo corregge, potendo.
E così, mentre aiuto il ragazzino a districarsi in questa lingua dall’apparenza castigatrice, faccio il tifo per lui. Letteralmente, a volte. Se lo merita, ma sembra così infossato nel proprio ruolo di caso incerto che è stato catapultato nel tedesco per ingiustizia divina da volgere lo sguardo altrove, quando mi complimento.
La prima, la seconda, la terza volta.
Alla quarta, talvolta, comincia a sorridermi di rimando.

Di Germania, infantilizzazione & SPSP.

VB viaggia alla volta della Germania con mia grande invidia (e richieste futili e sacre come «Se lo trovi, mi compri lo scatolame che mangiavamo in Germania?»), ma l’invidia è un sentimento impegnativo, e da brava oziosa preferisco essere felice per lei. Che se la goda. Che annusi le strade che sanno di carne e vaniglia e sorrida di rimando a quei timido-gentili sorrisi tedeschi che tanto amo. Il cielo sopra Berlino e la metropolitana sotto, una delle mie Babele preferite.

Mi sono svegliata presto per accompagnarla in stazione e ora eccomi qui, due sigarette fumate e un caffè che va consumandosi nella mia gola, tutto già fatto e mille piccole secondarie cose da fare.
Preparare lezioni per un futuro che non so quando verrà, scoprire regole semantiche che non conoscevo. Semantiche. Faccio lezioni cercando di spiegare non la grammatica – che in buona parte è insensata e arbitraria come la storia umana che l’ha modellata – ma la semantica sottostante, quelle logiche che ogni madrelingua padroneggia e che rendono tanto difficile una lingua a chi l’impara. Un po’ di competenze culturali, un po’ di filosofia, un po’ di battute per ridere di quest’Altro che all’inizio ci pare assurdo.
Ho scoperto, studiando approcci e metodi della glottodidattica, di simpatizzare per il Cognitivismo. Simpatizzo, ossia, per quelle correnti il cui scopo è emancipare l’apprendente, mettergli/le in mano gli strumenti per crearsi da solo/a un metodo per comprendere la lingua – contrapposte in parte agli approcci umanistico-affettivi, dove l’apprende viene trattato/a spesso come un/a bambino/a da trattare con le pinze. Non riesco a trattare neanche i bambini come bambini. Guardo i miei preadolescenti negli occhi pronta ad accettare tutto ma non che si sminuiscano con la scusante dell’età. Nella mia mente non esistono strutture che dividano lo scibile in per adulti e non per adulti. Tra l’altro, le loro menti preadolescenti sono avvantaggiate, rispetto a quelle degli adulti che dettano il loro buono e cattivo tempo, nell’apprendimento delle lingue – e non solo. Qualcuno l’ha detto loro? Le loro espressioni sorprese e un po’ esaltate mi dicono di no. Perché non gliel’hanno detto?
Infantilizzare dovrebbe significare – nella mia mente appassionata di emancipazioni – dare all’apprendente responsabilità sul suo enorme potenziale, non deresponsabilizzarlo. Staccare il concetto di “colpa” da quello di “responsabilità” e da quest’ultimo prendere il meglio.

Le valutazioni della giuria per la Selezione dei racconti in SPSP (vedesi: https://spspfiction.wordpress.com/ ) sono state fatte. Il tempo di computare, confermare e ci saremo.
Ho la classifica finale davanti ai miei occhi e sorrido. “Soddisfazione” è un eufemismo. Tante persone hanno attinto dai luoghi più remoti del proprio Sé – quegli stessi luoghi che i miei preadolescenti cominciano ora a nascondere con un po’ di vergogna, purtroppo – e ci hanno affidato dei preziosi tesori. Non sottovaluterò mai questo passaggio: l’essere disposti a mettere in gioco parti così intime di sé. Ed è per l’attenzione che riservo a tale passaggio che guardo con un sopracciglio alzato a quei tentativi di dissezionare l’altrui espressione per mezzo di dissezionamenti tecnici (dalla critica grammaticale a quella narratologica – tutti livelli, in fondo, superficiali). Ed è per questa mia tendenza che mettere in classifica i racconti è stato un po’ straziante: perché dei lati tecnici, nell’ottica di dover fornire un’antologia, ho dovuto tenere conto. Perché ho visto le classiche perle allo stato grezzo, penalizzate da una tecnica da sviluppare, ed è stato frustrante; e ho visto piccoli capolavori tecnici (per il ritmo, il dispiegamento della trama, la disposizione dell’idea) privi di ispirazione, ed è stato ugualmente frustrante.
Ma, guardando la classifica finale, sorrido. Sono bei racconti. Sono di qualità – e so che tutti dicono “molto più della maggior parte della roba in commercio”, ma se tutti lo dicono significherà che “la roba in commercio” non è un metro di paragone poi così tanto edificante – e soprattutto sono variegati. Lo scopo di questa selezione era di provare su carta il potenziale della SPSP, ed è stato abbondantemente fatto.
Avrete racconti “d’intrattenimento”, che fanno passare 10 piacevoli minuti senza chiedere al lettore di fare alcunché, e racconti che invece soddisferanno la mente di chi legge per ridisporsi le idee; avrete racconti di generi diversi e racconti autoriali; cosa ancor migliore, avrete racconti che sono ambo le cose.

Intensità.

Ho fatto uno strano sogno, vivido come lo è la realtà onirica, più tridimensionale del reale perché il reale è un’architettura sostenuta da più limiti.
Ho sognato di partire – un Leitmotiv.
Partivo per tornare in Italia – cosa che accadrà martedì – e, una volta in Italia, sentivo una tristezza immensa risalirmi lungo i condotti lacrimali. Era una sorta, ma non solo, di nostalgia nei confronti dell’Inghilterra. Non di tutta – ci sono tante cose, qui, che mi fanno venire voglia di andarmene e in fretta – ma di quelle cose che non potrò trovare altrove. Le persone, ad esempio, e con “persone” intendo il vicino medio in cui puoi incappare, il negoziante, il vecchietto al villaggio vicino a cui vivo.
Poi il mio cervello ha deciso di rivelarmi uno dei tanti misteriosi modi in cui i cervelli umani funzionano. Nello specifico, mi ha mostrato come le emozioni se ne sbattano delle coordinate spazio-temporali, e quella vaga tristezza causata dal congedarmi dall’Inghilterra si è travasata in una più vecchia, molto più atroce nostalgia: quella per Kiel.
Mi sono svegliata con il cuore in gola, ancora intrappolata nel sogno. Mi sono svegliata dicendomi che dovevo svegliarmi del tutto, o forse sedarmi di nuovo, iniettare uno stordente a quelle sensazioni che avevo rimosso – sono così brava a rimuovere, e così in fretta, una bravura che mi fa sospettare una certa psicopatia mai indagata in modo soddisfacente. E’ un’abilità su cui rifletti quando, per l’appunto, ti svegli alle quattro del mattino con l’impressione che, se non scappi da quell’emozione che si è appena risvegliata in te, quell’emozione ti divorerà. Fisicamente. Cominciando dal tunnel che ti sta scavando dal cuore allo stomaco.
Ho, così, ricordato quanto dannatamente male ero stata quando ero tornata dalla Germania. Quel sogno è stato come Eolo che soffia in una soffitta intoccata, la polvere si solleva dagli specchi, e tu ti vedi e ti vedi e ti vedi, e non puoi evitarti, sei ovunque.
Ho ricordato i sogni strazianti, in cui Kiel era ancora fresca nella mia memoria.
Ho ricordato il cielo immenso – di quell’azzurro che ha l’intensità del blu, ma è più chiaro, per quanto paradossale possa essere per chiunque conosca un minimo di teoria dei colori – ho ricordato l’erba di un verde pungente, e le nuvole e quella sensazione di libertà che i paesaggi nordici mi comunicano.
E non so neanche se io voglia parlare di Kiel o se dell’emozione con cui Kiel è stata evocata. E’ stata così forte da farmi dubitare di me stessa.
Sono qui da settembre. Otto mesi strani, unici come tutti i viaggi dovrebbero essere, ma alienati.
Cerco di psicanalizzarmi, ci ho provato nelle brevi pause che mi sono concessa, e sono giunta alla conclusione che l’inizio del mio soggiorno abbia cadenzato i seguenti mesi. Che piombare in quelle due settimane così stressanti abbia insegnato al mio cervello a distaccarsi, estraniarsi, per sopravvivere meglio, e che poi io non abbia più avuto il tempo di cambiare strategia.
Mi domando se sia così che vive quella “persona normale” che il mio cervello ha sempre avuto come riferimento, quella persona la cui normalità era la mia alterità, quella capace di una quotidianità cadenzata da priorità settate da qualcun altro, capace di posporre urla e gioie per lavorare sul presente, capace di normalizzare tutto – far ingoiare tutto dalla vita quotidiana, sì che ogni dramma e miracolo acquisisca le dimensioni moderate di una quotidianità organizzata.
Non so se quella “persona normale” sia effettivamente la persona nella norma o una mia nuova forma di psicopatia mai sperimentata prima. Non credevo sarei stata in grado di fare ciò. L’ho fatto, posso dirmelo, e poi arrivano i sogni come quello dell’altra notte.
Ho una teoria anche sul perché il mio cervello rimuova così in fretta e bene. Credo sia una questione di sopravvivenza. Non sarebbe mai capace di computare due, tre, quattro ricordi intensi come quello di quel sogno assieme. Impazzirei. E so, razionalmente so, di avere decine e decine di intensità simili – ho passato anni a rincorrere intensità, e in qualche modo lo faccio tutt’ora. Le prime due settimane in Inghilterra sono state una festa dell’intensità, che ho vissuto dispiacendomi di non poterle ricordare, riportare, tramandare – troppe e troppo veloci – perché trovo sempre incredibilmente importante poter dire “Ecco, questo esiste, questo è possibile!”. E’ la mia arma contro tutti i normalizzatori, contro tutte quelle persone e istanze che cercano di appiattire le possibilità, in bene e in male, di moderare – perché moderare serve, suppongo, o il mio cervello non rimuoverebbe tanto.
Ora le valigie sono fatte, il pacco da spedire è pronto, e come altre volte è successo osservo la mia vita riassunta in qualche bagaglio. Mi aiuta a tirare le somme, vederla così. Ridotta ai minimi termini. I dettagli, intensi o meno, spesso rimangono dove li abbiamo conosciuti.
Nelle ultime due settimane ho vessato L – perché L mi piace, e io tendo a vessare chi mi piace infliggendo la mia intensità – parlandogli di tutto questo muoversi. Gliene ho parlato una sera, accompagnandolo al pullman, mentre lui mi parlava della sua vita moderata e che vorrebbe, credo, esserlo meno, ma credo L tema l’immoderatezza. Non sono semplicemente i suoi impeccabili modi British – perché, poi, un atteggiamento tanto contegnoso mi piace così tanto, in alcune persone? – ma qualcosa di più profondo, più vicino al carattere.
Parlavo a L delle cose che si muovono, quella sera. Di come viaggiare sia aprirsi e chiudersi – aprire le prospettive, chiudere le porte che ci lasciamo dietro. Sorprese e rinunce.
Parlavo a L, una settimana dopo, al di fuori di una discoteca, di come io cerchi di arraffare ogni momento. Mi sono domandata, mentre sputavo parole inglesi tanto lette e mai usate – L e il suo ottimo inglese forbito da madrelingua acculturato, che mi fa sentire libera di tirare fuori il mio – se il mio amore per l’intensità sia in qualche modo collegato alla mia consapevolezza della caducità. Di quante cose mi lascio dietro. L, ad esempio. Lo avevo davanti a me, ero grata alla vita di ciò, mentre sapevo che avrei potuto assaggiarne così poco, costruire così poco del potenziale. Devo averlo terrorizzato. Ho un po’ terrorizzato me stessa, mentre gli parlavo di questa vita come una partita di carte in cui per giocare devi puntare.
Ho desiderato, con L, di avere tempo, di non avere fretta. Di godermi tutti i momenti prima e quelli dopo, di bere il tè delle cinque cinque volte in cinque luoghi diversi, di passeggiare per Bath perché Bath è fatta per passeggiare, di chiedergli di mostrarmi Cambridge, dove vive, dove essere nati deve essere terribile, chiusi fuori da una delle università più prestigiose del mondo.
Vorrei tempo, ma mi servirebbero vite, vite e vite per avere tutto il tempo che mi serve. Ci sono cose che non puoi riassumere, intensità che devono avere il tempo di maturare. Come VB, l’altra sera, che ha consolato il mio umore rabbioso-triste trascinandomi su una panchina come un’amica, e dio – quello che volete voi – sa quanto io sia grata per questo rapporto che non si è mai lasciato l’amicizia alle spalle.

Mangio una barretta ripiena di frutta, simile a tante che si possono comprare in Inghilterra, bevendo caffè solubile. Ho appena fumato una sigaretta rollata, abitudine derivata dal prezzo delle sigarette, davanti alla porta di casa, controllando come al solito quanti ragni avrebbero potuto esserci. Siedo sul materasso poggiato sulla moquette – struttura del letto mai comprata – questa moquette che sa di polvere in un’aria che sa di umidità, con un camino non funzionante che ai suoi tempi d’oro deve aver visto fasti, che oggi sarebbe di gran valore, se oggi fosse stato realizzato, ma è solo un residuo del passato, rimasto come tante cose in Inghilterra semplicemente rimangono. Non ho mai pulito i suoi interstizi, perché semplicemente non si può – la grata non si può sollevare. Né potrò mai sapere a cosa porta la canna. Non potrò neanche mai sapere se quel rumore di unghie che strisciano che talvolta ho sentito nel dormiveglia appartenga al sonno o se vi siano veramente topi tra queste mura vecchie più di due secoli.
Ci sono cose dell’Inghilterra che mi mancheranno. Ogni luogo ha un che di unico. Mi mancheranno come mi manca Kiel, e S e T, e mille altre cose. In questi mesi mi è mancata la Tuscia, e quella deliziosa libreria-caffè a Tarquinia, bere un prosecco mentre osservo i titoli dei libri e mi chiedo non tanto cosa vorrei comprare, ma cosa sono.
Sono simile a una persona che potrebbe vivere in una cittadina intrisa di storia, da qualche parte nel Lazio? Sono più vicino a quei caratteri scorbutici e isolati che si troverebbero tanto bene in una vita solitaria in Valsassina? O assomiglio più alla placida e triste e infinita Kiel? Non appartengo a Bath, e lo so, ma qui vive il mio vicinato ideale.
Ho scaricato articoli e articoli da Nations and Nationalism, una rivista il cui tema potete intuirlo. Voglio scrivere la mia tesi su questo tema. Sono una persona simile a quei ricercatori la cui vita ho intravisto alcune volte? Per anni, dall’infanzia alla maturità, ho agognato una vita riassunta in uno studio di legno pesante e lucido, con ampie librerie a raccogliere e riassumere la mia conoscenza. Poi ho realizzato che ho già fin troppi libri per le dimensioni di quello studio ideale. E Musil mi ha fatto realizzare che spesso vogliamo essere un qualcosa non per quel qualcosa in sé, ma per l’odore dello studio in cui potremmo esserlo – pelle consunta, mobilio lucido, sigarette spente e tutto lo status sociale, morale ed emotivo che ne deriva. Il mondo mi aiuta, oramai, rileggendomi come accademica prima che io possa fare accenno alle mie visioni – è così facile, la strada? Finalmente il mondo mi dice per cosa sono fatta? Come se una delle nostre attività, sia pure la più importante, possa renderci ciò che siamo.

Dio, il Diavolo e la Morte.

Ieri si moriva di caldo, ma ho fatto del grog.
Il grog è una tradizione per partito preso, la tradizione per chi di tradizioni ne ha poche.
F. mi ha chiesto se volevo farla ubriacare, ma il grog non fa ubriacare. Rilassa, come un buon whiskey, ma è meno pesante. E’ un the caldo alcolico. E’ socializzante, e lo faccio con la compiaciuta premura che certe persone utilizzano mentre cucinano per altri.

Ieri si moriva di caldo, e ho proposto a F. una passeggiata in centro.
Di solito mi trovo nel ruolo di anfitrione di questa cittadina che è stata riassunta nel termine “rispettabile”, con i pro e i contro dell’aggettivo, ma soprattutto con i sottintesi e gli scheletri nell’armadio che suggerisce. Ho sperato che una passeggiata potesse addolcirle la pessima visione che ha della Rispettabile. Una specie di esorcismo.
Un aperitivo nel solito locale aperitivi, perché è liberty ed è sul lago e riesce a mantenere un’atmosfera in qualche modo rilassata – nonostante l’onnipresente “rispettabilità”.

Non so quanto F. sappia quanta impressione mi faccia trovarmi a guardarla così. Un “così” che è tra l’affetto, la commozione, il compiacimento, il sentirmi onorata e non so che altro. Non so quanto, quando mi ha conosciuto, abbia avuto modo di assistere a certe mie espressioni. Io stessa me le sono viste addosso di rado. Ricordo qualche volta, mentre osservavo VB da lontano interagire con altri – in quel modo, che ha i suoi lati buffi (ma pare che ci piacciamo a vicenda a causa di lati buffi), che la fa tanto amare dalle persone. La ricordo farmi tendere le labbra mentre osservavo altre persone, quelle persone che sono grata di avere la fortuna di conoscere, muoversi nel mondo, nel loro piccolo/grande. E’ un’espressione che a sua volta mi fa sentire grata.

F. mi ha dato ridendo della sfasciafamiglie, una definizione che applicata su di me sarebbe così scontata che non l’ho mai presa seriamente. La ignoravo per questioni emotive camuffate da ideologiche, credo: quel lieve astio provato per chi concepisce la monogamia come unica, naturale, soluzione, e quindi giudica il restante mondo partendo da quella base. Da quella base non posso che essere una sfasciafamiglie, non volendo costituirne una in senso classico.
Ma F. me l’ha detto dopo avermi a lungo parlato di quello che ormai è il suo ex-ragazzo, che allora non lo era, di un rapporto che l’ha depauperata e ha fatto sorgere in lei lati che non si aspettava, né io mi aspettavo. C’è del bene in tutto: anche in fondo all’abisso ci sono specchietti in cui scoprire cose di sé, belle o brutte che siano. Ma comunque. Comunque me l’ha detto dopo ore che la guardavo soffrire di quel rapporto pre-famiglia che non sarebbe mai diventato una famiglia, e ho pensato che fare la sfasciafamiglie potrebbe essere persino un mestiere lodevole.
Mi sono trovata ad assistere, per metà – quella dalla parte di F. – alle ultime gocce di sangue spremute da un rapporto. Ho dormito a denti stretti: me l’ha detto lei al risveglio, quando l’ho trovata a guardarmi con un sorriso che ti apre il cuore, e me lo dice il mal di mascella che ho. Ho dormito a dentri stretti per la tensione, che tante cause hanno creato che sicuramente me ne sto perdendo qualcuna.
Ho cercato, mentre vivevo dal boudoir questo dramma umano, di mantenere un equilibrio. Mi ero detta, settimane fa, che forse il mio ruolo in tutto questo sarebbe stato quello di sfasciafamiglie, nel senso di “la goccia che fa traboccare il vaso”. La scusa, il simbolo, il limite. L’Altra, anche se non lo posso essere veramente a causa di quell’articolo determinativo che mi darebbe un ruolo inseribile in una mappatura socialmente condivisa. Ma siamo come veniamo visti dagli sconosciuti, per gli sconosciuti. Ma comunque. Mi ero detta ciò, l’ho dimenticato, l’ho ricordato solo stanotte, quando ormai mi era chiaro che F. aveva in testa il contrario: non approfittare della mia entrata in scena. L’ho apprezzato, con un sorriso interiore grato. E ho cercato di mantenere un equilibrio tra le parti.
Mi dispiace per lei, ovviamente. Mi dispiace anche per il tizio, che cerco di capire, che non mi riesce neanche poi così difficile capire – anche se quella sottoscritta che poteva somigliargli è storia vecchia – e che non volevo stigmatizzare con le mie parole. Mal sopporto il trucchetto di demonizzare il prossimo per levarselo dalle palle e dal cuore. Niente capri espiatori nel mio mondo ideale. L’equilibrio da trovare è quello che ti permette di vedere i lati negativi di una persona, quelli che ti sarebbero negativi, senza spingerla nel baratro dei colpevoli o dei pazzi.

Scrivo l’ultima parte dell’ultimo capitolo di Rush in Peace. Questione di qualche pagina di moleskine. Questione di briciole. Lo finirò entro il termine che mi sono data: l’arrivo di VB.
Arriva domenica, e la cosa mi rincuora. Quando l’ho salutata l’attendeva un mese pesante e frustrante. Odio la nostalgia, tutte le nostalgie, e quindi chissà quante mi sono nascosta in fondo. Quella che riguarda lei è facile da portare a galla: basta mettere le cuffie e far partire The Wings di Gustavo Santaolalla. I film ti rimangono impressi quando ti danno l’impressione di raccontare te – e tra montanari, pecore e lunghi periodi di lontananza Brokeback Mountain ha saputo essere particolarmente laido.
L’ho rivisto, con lei, dopo la mia prima dipartita dall’Italia – per la Germania, allora.
Viene qui domenica, e la vedrò per poco – poco rispetto alle volte scorse. Parto di nuovo, e chissà quando e come la vedrò. Mi fa tenerezza e rassicura – e non so quale delle due cose sia preponderante – il suo dirmi, ogni tanto, che non devo illudermi perché non mi lascerà sola per troppo tempo. E’ una creatura adorabile all’antica, quell'”antico” che forse non è mai esistito se non in libri e film nostalgici, e che parla di romanticismi eroici sciorinati con ostentata leggerezza.
Una volta mi dicevo che avrei voluto volere altro: desideri più vicini, meno azzardati, meno stressanti. Quella tripletta “casa-lavoro-famiglia” che ogni generazione depone come aspettativa sulle spalle della successiva, e di cui vagamente comprendo l’attrattiva. Ho cominciato a smettere di dirmelo osservando quanto utopico sia diventato realizzare questa tripletta di sogni apparentemente modesti. La Crisi, si dice. Sarà la Crisi. La Crisi sta avendo il ruolo che l’Apocalisse ha nei periodi storicamente depressi: diviene una speranza, la speranza che il grande terremoto faccia piazza pulita. Non ho l’entusiasmo delirante dei dorati anni Venti tedeschi e francesi, a riguardo. Non godo compiaciuta di tutta questa depressione. I Venti sono passati e con loro ciò che è seguito. Fallito il positivismo, è fallito anche l’idealismo eroico – poi è fallita la rinascita ottimista dei Cinquanta, le Rivoluzioni sognanti dei Sessanta e così via.
Eccoci qui.
Tolto l’entusiasmo pre-suicida degli anni Venti, rimane una specie di tiepida speranza. Non so in cosa. Sono cresciuta ponendomi mentalmente in situazioni apocalittiche – ciao, personalità borderline – mentre non sapevo affrontare i piccoli squallidi problemi della quotidianità borghese. Ho fallito diverse volte, con fallimenti maiuscolati a causa del rigetto delle triplette di sogni modesti. Sono diventata una creatura definita rara ed encomiabile da alcuni punti di vista, ma che sa di essere handicappata da altri. In certe situazioni ci si domanda se sia meglio invocare la clemenza degli eventi o se invece sperare che il mondo ti ponga alla prova. Almeno saprai, ti dici. File di idealisti amareggiati, negli anni Venti, invocavano la Grande Purga con il tono sprezzante di chi sa che sopravviverà all’anarchia. Avevano appena fatto la guerra, e costituivano una delle prime generazioni di ex-soldati che la patria non sa dove infilare perché hanno smesso di sapersi infilare – o forse non hanno mai imparato. Non abbiamo avuto una guerra, e mi inquieta il pensare che chi ne ha vissuta una con coscienza sta morendo di vecchiaia. Mi inquieta pensare che chi avrebbe qualche consiglio da dare è probabilmente affetto da rincoglionimento senile.
C’è una vaga paura di sottofondo, ma è come la nostalgia: la odio così tanto che la caccio a fondo, facendola divenire latente.
Mi torna sempre in mente una non-parola, una parola tedesca in cui inciampai quando non conoscevo il tedesco, e che descriveva il sentire il male del mondo. Cerco di ricostruirla, ogni tanto, combinando sinonimi attaccati da “s”, ma vago ancora insoddisfatta. Chissà se trovandola troverò anche altro? Una risposta a quel sentire. Intanto ho scoperto che posso sopravvivergli. Che non mi seppellirà sotto di sé. Ho imparato la leggerezza di un certo cinismo compassionevole, cercando di cavare il meglio dal cinismo e dalla compassione. Cercare sempre di cavare il meglio da tutto. Simpatizzo con l’ottica dei miserabili perché sono i sopravvissuti di una costante Grande Purga. Cerco quelli picareschi e scaccio infastidita alcuni sfortunati di Hugo, la cui bruttezza è figlia della miseria. Chissà chi ha ragione? Chi vede nella povertà l’occasione di migliorarsi o chi vi vede un inferno secolarizzato?
Vorrei saper avere davanti alla Morte un sorriso compassionevole, davanti al Diavolo un sorriso partecipe, davanti a Dio un sorriso comprensivo. Uno psicanalista mi spiegò che, secondo le teorie che l’hanno formato, alcune vittime divengono come i loro carnefici per evitare il conflitto. Il conflitto porta dolore. Asseconda il secondino e vivrai inferni un po’ più rassicuranti. E’ così? Voglio vendermi ai grandi dilemmi? Vorrei capirli abbastanza da poter sorridere al dolore e alla fatica.
Sono scesa abbastanza a patti con la Morte e con il Diavolo, per il momento. E’ Dio che continua a risultarmi un po’ incomprensibile. Se solo smettesse di ridere…