berlin

Indefinibilità.

In questi giorni in cui studio e lavoro s’intersecano e confondono e sovrappongono, a tratti, mentre faccio uscire dalla mia bocca strutture appena apprese per riservarle a unə cliente particolarmente bendispostə, ogni tanto una canzone dai lamentosi toni slavi attraversa il mio spazio-tempo.
Vorrei dare nome a quello che, in questi mesi, con tanto piacere quanta frequenza mi trovo ad ascoltare. Sono note che salgono dalla strada nel finesettimana, incontro in metro nella forma di una persona che le suona di mercoledì (o lunedì o giovedì – non c’è norma, non c’è schema visibile), passano per il computer e io dico:
«Si fermi tutto! E questo cos’è?».
Ma, alla fine della giornata – e quella che segue, e poi ancora in quella successiva, quando ancora mi ritrovo tra le orecchie simili melodie – non so che cosa sia. Non so come chiamare questa tendenza musicale che, dopo essere stata ascoltata una volta, sembra ricomparire, apposta, a ogni angolo. Insisto con il definirla slava, pur sapendo che tale termine è tanto vasto quanto, quindi, in qualche modo offensivo, ma è d’altro canto l’unico appiglio che ho. Per il resto, le canzoni che mi trovo a sentire si presentano con volti diversi: nostalgici, a volte, o invece ridanciani e deridenti come se mi passassero, vivi e noncuranti all’idea della morte, davanti in quel momento.
E, mentre lascio che scandiscano l’ennesima ora, li collego – arbitrarietà per arbitrarietà – alle pagine del Mittner che mi accompagnano in questi giorni di studio e lavoro.
Mittner è quello che ha scritto una Storia della letteratura tedesca più che colossale – ma non per questo sommaria, anzi. Adoro Mittner, creatura di altri tempi eppure distante dai suoi coevi. Doveva essere all’avanguardia quando ha cominciato a scrivere saggi – con quel suo tono ancora accademico nella tenuta, ma ben più vasto e omnicomprensivo dello sguardo che s’immagina negli occhi di un topo da biblioteca. E poi l’ironia, sottile, che non sminuisce la profonda passione con cui passa in rassegna tutti gli autori germanofoni che riesce a ficcare in quelle pagine scritte fittamente, con note ancor più fitte. Vi concentro lo sguardo e tutta l’attenzione mentre in metro, seduta o in piedi, lo leggo. Per tragitti brevi o lunghi. La mattina o la sera. A volte, a letto, sotto le coperte.
Mittner sta fungendo da specchio in cui riconoscermi, in questi giorni in cui ho così poco tempo per stare interiormente con me stessa.
Mittner sta fungendo da filo rosso con cui ritrovare i discorsi che lascio in sospeso.
Questa musica indefinibile, ad esempio. O l’indefinibilità in generale.

Qualche giorno fa, in negozio, un italiano in visita all’amica, di provenienza italiana e ora vivente a Berlino, mi ha chiesto a mento sollevato:
«Sai dirmi perché Berlino piace tanto?»
Per la varietà, di persone e quindi stimoli – che s’incarna, detto in un modo che possa risultare forse più tangibilmente riconoscibile e comprensibile, nel fatto che ognunə può andare in giro come gli/le pare e nessunə per ciò lə guarderà non dico male, ma neanche stranitə. Anzi. Ciò arricchisce la città. La crea. La vivifica. Ci si sente parte attiva di un processo in eterno divenire.
Ma non sono riuscita ad arrivare a dire tanto – le parole non hanno fatto in tempo a essere messe nella giusta forma, nel giusto ordine, e d’altro canto l’italiano già mi stava chiedendo se tutto questo essere diversi dagli altri non sia un’altra moda in sé.
E io, davanti a quest’altra domanda a mento alzato in precoce vittoria, mi sono sdoppiata.
Una parte di me ha capito. Ha capito tutto. Ha capito il riferimento all’essere “diversi dagli altri”, lo ha concretizzato in volti e caratteri e tendenze, e ha anche capito il fastidio in reazione a ciò, e come questo si concretizzi in certe altre persone, che discorsi faccia loro costruire, quali argomentazioni, quali vicoli ciechi, quali strade aperte a futuri sviluppi.
Una parte di me, invece, si è trovata in mare aperto senza più ricordarsi come si nuotasse. O, meglio, a nuotare senza ricordarsi razionalmente come si nuotasse, o così ha pensato, non realizzando che non l’ha mai appreso razionalmente. Eppure sa nuotare. E stava nuotando anche in quel momento.
Detto in altre parole:
Non ricordo più molto bene a che serva domandarsi se essere diversi dagli altri sia una moda in sé. Lo è? Può darsi. Ma, se lo fosse, qui a Berlino – come moda che esiste per farsi notare – avrebbe fallito.
La varietà umana, qui, mi fa pensare a quella delle piante, dei fiori e degli animali che trovo nella strada parallela a quella in cui vivo. A volte ci passo nella speranza di vedere uno dei conigli che vi abitano fare quale saltello di fianco a me. Accade a volte, solo a volte, ma poco conta. Tutte le altre posso osservare corvi e uccelli volare da un ramo all’altro, e le diverse forme e grandezze dei rami, le bacche che vi crescono, o le foglie che li riempiono, e quelle che – cadute dagli alberi – sfumano il cemento con gradazioni di giallo, e i fiori sbocciati e quelli nascosti, e – insomma – i diversi modi in cui gli abitanti decidono di far crescere il pezzo di verde che c’è davanti a ogni casa.
Non c’è niente di particolarmente esotico – o strambo, strano, diverso – nei singoli elementi, sembra. Se c’è – e certamente c’è – partecipa assieme a tutti gli altri a creare uno specifico tipo di paesaggio. Ci sono flore e faune mediterranee, flore e faune tropicali, e le flore e le faune delle specifiche città. Quelle di Berlino sono un groviglio di elementi che, altrove, sarebbero strambi, strani, diversi. Qui sono… come dire?… qui sono, tutto qui. E il lato positivo è che, oltre a poter essere contemplati nel loro insieme, nella loro impressione generale, si fanno sminuzzare con piacere per livelli e livelli, come frattali.
È strana Berlino, con il suo convivere di niqab e neonazisti, rampanti capitalisti e promotori della sostenibilità. Ma poi, se si zooma, risultano strani anche i singoli elementi. Un raffinato braccialetto d’argento sul polso dell’uomo che come capigliatura ha un unico, piatto, lunghissimo dreadlock; un cappello a muso di panda sulla testa della donna in completo elegante. E, se si zooma ancora, la situazione non va che complicandosi. L’uomo potrebbe essere un intellettuale di destra, la donna volontaria in un’associazione per i rifugiati.
Quando si cerca di tornare indietro – alla visione d’insieme – se ne scopre la vanità. Si (ri)scopre quanto sia vano cercare un unico e omogeneo filo rosso che colleghi tutte le parti che compongono un individuo. Berlino aiuta, in questo. Aiuta offrendo abbinamenti tanto improponibile quanto frequenti che rendono inutili le classificazioni. Quella lì sembra una punk anni ’80 mescolata con una rastafariana, e quello un hipster mescolato a una drag-queen, ma quello che cosa è…?
Come si può essere diversi quando si è immersi in un mondo di diversi? Diversi rispetto a chi? E a che pro etichettarsi, quando le etichette non aiutano più a dividere in categorie, essendosi le categorie mescolate tra loro senza pudore?

Se il cliente in negozio mi ha fatto tali domande a mento alto, e con pregustata vittoria, è perché di Berlino si parla troppo. Di troppa poca Berlino, e di questa troppo, e nel modo peggiore – ossia quello che si crede migliore.
La Germania non è la nuova America. Pensavo di essere io quella che la serbava con troppo amore nel cuore, al punto d’idolatrarla, ma (per fortuna) mi sono sbagliata (o forse, vivendoci, ho avuto ben poco tempo per adorare l’idolo). Ho visto troppe persone parlarne male con la stessa disillusione e rabbia con cui si parla di unə ex, colpevole, fondamentalmente, di non aver retto alle aspettative dopo essere statə messə alla prova delle nostre necessità. Tanta acredine non può che venire da troppo cieco entusiasmo. Ho chiara e stridente in testa l’intonazione vittoriosa di chi, in un discorso, riesce finalmente ad agguantare un argomento che dimostra che la Germania non è perfetta, e lo usa come se tale imperfezione potesse frantumarla tutta.
La Germania non è il Paese dei Balocchi. Cioè, può esserlo. Per breve tempo vi tratterà con guanti bianchi e con mille riguardi. Questa sarà l’impressione, se verrete qui da un’Italia che, nella nostra testa, non vi tratta come dovrebbe. Di fatto la Germania vi starà semplicemente trattando come reputa chiunque dovrebbe essere trattato – quel chiunque che, di contro, dovrebbe agire in un certo modo. E quel modo non è usare la Germania come fino al giorno prima si è usata la mamma: per farsi mantenere e stirare le camicie – ché, finché si può… Ma sto già ricorrendo a facili cliché per appellarmi a quelli che dovrebbero essere (stati) i miei connazionali. Questa è la cosa peggiore, sapete? Vedere, qui, delle profezie che si autorealizzano. Stereotipi che si disegnano da soli. Italiani che, quasi si stessero dimenticando cosa erano (e probabilmente è proprio così), ricorrono ai cliché cotti e pronti per attaccarsi a una qualche vaga identità italiana. Ed è comprensibile il sentirsi venire meno quello che si era. Si cambia ambiente, si cambiano parametri. Ci si scinde un po’, a volte – una parte ricorda, l’altra no. Ma non è poi così male. E’ solo straniante. Ma in un modo interessante. Ma sono di parte.
Quel che mi affligge è più che altro la distanza che viene a porsi tra me e le persone, a me care, che continuano a crescere e svilupparsi in un contesto diverso. Diverse coordinate, diversi orizzonti, diversi modi di interpretare le cose e prospettarsele. E, soprattutto, l’inidentificabile – come queste melodie slave che tornano e ritornano a cadenzare le mie giornate, provenendo da non so dove e non so dove andando, e chissà quanto resteranno, e intanto le colgo e accorpo a me.

Non c’è meno inquietudine, qui, né maggior senso. Quello è il mondo, no? Che è fatto così ovunque, se è fatto così nella propria testa.
Ma da qui mi sembra di poterlo osservare meglio – mentre, nel frattempo, vivo come in un’isola che, pur essendo al centro dell’Europa, vive in sé. Attinge da tutto, si fa attraversare da tutto, e forse proprio per questo non riesce a farsi assillare da nessuna delle specificità che la circondano. Come fai a parlare, sia male o bene, dell’Altro, quando l’Altro – sia il cattolico, lo hipster, il neonazista, il musulmano, l’italiano, l’omosessuale, il cinese, il capitalista – non solo è ovunque attorno a te, ma è proprio davanti a te mentre ti vende quello che compri tutti i giorni? Alla fine si parla di tutti e tutto come se nella stessa stanza ci fosse l’intero mondo ad ascoltare – perché non sai quale parte di quel mondo, in quel momento, effettivamente ci sia. E’ una specie di panopticon culturale che, anziché indurre al silenzio, spinge a trovare nuovi modi di parlare l’uno dell’altro senza né includere né escludere. Un po’ per buona creanza – questa è l’impressione iniziale – un po’ per convivenza – questo diventa il fatto poi – un po’ perché poi diventa insensato fare altrimenti – e questa è, credo, mera abitudine, per quanto sia un’abitudine da me adorata.

Ho pensato, oggi, a tutte le volte che ho sentito fare battute su omosessuali e islamici (argomentoni del passato e del presente), a cui ho reagito seriamente, per poi sentirmi dire che “era solo una battuta”. Ho pensato, con uno strano cuor leggero, che la risposta che segue è semplice, semplicissima, così semplice da essere diventata un tabù. Suona volgare come un “E tu sei unə coglionə – ma è una battuta, eh”. Perché se una battuta si può fare su una persona, allora si può fare su tutte. Ma non funziona così, vero? Le battute su certe categorie funzionano quando le categorie non sono presenti o, peggio, quando la loro presenza è una minoranza che non detiene granché potere.
(Ehy, vale anche per tutte le battute sugli uomini e sulle donne, su quelli del Nord e del Centro e del Sud, sugli avvocati e sui salumieri – su chiunque, ma proprio chiunque, perché quel che conta è il tono, e l’aspettarsi o il non aspettarsi che la categoria menzionata abbia il diritto e il potere di farti ingoiare quella battuta. E’ il segreto per cui non è la parola usata che conta, ma il presupposto e l’intenzione.)
Mi sento in un’isola perché qui, in una città con neonazisti e donne in niqab, alla fine della giornata sono meno stressata da questi immensi dettagli di quanto lo sarei – e sono stata – altrove. E’ un piccolo delizioso paradosso che mi tengo stretto stretto al petto, cullandolo e coccolandolo. Non rende la vita meno atroce né meno folle – è un paradosso, d’altro canto – ma mi fa sentire centrata. Più pronta a più cose, in un certo senso. Esiste una parola per questo?

(Ricordatevi sempre che questa è la mia Berlino, che coesiste assieme a tante altre, che probabilmente ne sono l’esatto opposto – ci sono Berlino fatte di faide irrisolvibili, Berlino tutta-natura e Berlino solo-cemento; Berlino in cui tutti si omologano e altre in cui nessuno parla veramente con gli altri; etc etc…)

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Cinica Amélie.

Ho appena finito di fare un esercizio di tedesco. Lessico, perlopiù. Negazioni. Tutti, nessuno. Ovunque, da nessuna parte. In ogni caso, in nessun caso. Non mi piace costruire frasi-esempio con negazioni: il cervello s’arrovella per trovarne alcune in cui non credere troppo, in cui non cristalizzarsi troppo. La verità è che non mi piace essere negativa. Ma non mi piace neanche essere, in reazione, mielosamente e ciecamente positiva. Per questo procrastino e procrastino prima di decidermi a scrivere qui sopra.

Sto leggendo Le ore di Cunningham, purtroppo in italiano. E’ comunque godibilissimo, e mi fa riscoprire il piacere della scrittura. La plasmabilità delle frasi, delle percezioni. E di nuovo mi domando quanto ancora procrastinerò prima di rimettermi a scrivere fiction, e se davvero sto avendo così tanti problemi con la mia madrelingua perché troppe parole sono state abusate, depauperate, vanificate.

Tornare in Italia per un paio di settimane mi ha un po’ terrorizzata. Dovrei, per economia, dire “spaventata”, che dovrebbe per logica significare proprio “un po’ terrorizzata”, ma il bello della lingua è anche la sua capacità di plasmare anche la logica finché non diventa, in alcuni casi, un inutile reminder. La verità mia verbale è proprio che l’esperienza mi ha un po’ terrorizzata.
E qui non vorrei cominciare con i soliti discorsi, miele per chi vuole semplificare nell’intento di riassumere, di comparazione tra l’Italia e la Germania. Conosco poco la prima, infinitamente meno la seconda. Conosco qualche luogo della prima, e la sua TV e una parte delle sue espressioni dai media più o meno mediate, e pochissimo della seconda (e ricordiamoci che vivo a Berlino, che non è esattamente “Germania”). Lasciamo da parte le semplificazioni e le generalizzazioni. Lasciamole da parte del tutto, in generale, in questo e in ogni altro discorso. Perché una delle cose che mi ha un po’ terrorizzata è la tendenza a far sembrare iper-semplici questioni che sono di una complessità tale da far venire capogiro e nausea. Almeno a me.
Facciamo che io parlo della mia limitatissima esperienza e basta, e se voi trovare un esagerato numero di punti coincidenti con le vostre, beh, se ne può parlare, altrimenti prendetela per quel che è: una personale esperienza.

Sapevo che prima o poi avrei sentito di persona, e da una persona conosciuta da anni, e da una persona che solo con la nostra volenterosa ingenuità e omertà si può descrivere come “insospettabile” (e qui non mi riferisco, purtroppo, a una singola specifica persona), che l’Islam tutto (nozione utile quanto “Paperopoli”, in quanto a utilità descrittiva) è fanatico fondamentalista. Lo sapevo già quando, a Berlino, stavo discutendo pacificamente di gender e dell’importanza del pensiero critico contro l’acritico indottrinamento religioso con un amico musulmano. Seduta nella nostra sala ufficiali, in pace dei sensi, tra un primo piatto italiano e un dolce arabo. Lo sapevo teoricamente, un po’ come si sa che in alcune note località turistiche esotiche l’acqua non è potabile.
Non mi aspettavo invece di sentirmi rispondere, dopo il mio dire che conosco musulmani progressisti come musulmane senza velo, un «Non ci credo».
Come spiegarvi quanto alienante ciò sia?
Finché si parla di vaghe conoscenze (come l’acqua non potabile in alcuni luoghi) capisco il «Non ci credo», anche se si basa su premesse fallaci. Più che capirlo, semplicemente, non mi tange personalmente. Ma un «Non ci credo» rivolto a qualcosa che hai direttamente vissuto, che ormai fa parte della tua vita, è diverso. E’ un po’ come quando mi sono trovata a spiegare a un tizio illetterato e cresciuto in non ricordo quale cultura africana in cui la famiglia era, più che centrale, essenziale, che non volevo sposarmi, e questi mi ha detto un candido (e per me insopportabile) «Non ci credo». Ecco, più o meno così.
Ma questa è ancora aneddotica, da certi punti di vista.
Quel che mi ha un po’ terrorizzata è stato il sentire una delle proprietarie del bar sotto casa nominare l’esigenza di ricorrere alla giustizia privata mentre si parlava di un gruppo di richiedenti asilo che sono stati temporaneamente collocati nel quartiere. E non si parlava di aggressioni, stupri, furti. Si parlava di come costoro, una notte, si fossero seduti ai tavolini del bar (chiuso) a chiacchierare. Di come uno di questi volesse fare fotografie al figlio della proprietaria. (Ricordo come un amico italiano stanziatosi a Berlino avesse dovuto spiegare alla candida madre che non è una buona idea fare foto ai graziosi bimbi tedeschi che giocano nei giardini dei loro asili, neanche se sei un’innocua signora anziana.) Di come niente contro di loro, ma quando sono così tanti tutti assieme. E poi così, a sproposito come una sonora flatulenza durante un pacifico rinfresco in veranda d’estate, la giustizia privata. Come una persona che si abbassa le mutande tra un «E da dove vieni?» e un «E che lavoro fai?». Così.
E ho il timore di risultare pure stupida, scrivendo questo. Ho il timore di scatenare pensieri come «E tutte queste storie per una cosa del genere?», o come «Ma sono solo discorsi», o come «Si è espressa male, ma…». No, non ho il timore: ho un lieve terrore.

Non vi sto dicendo (e vi prego di non leggerlo tra le righe) che qui a Berlino non esistano discorsi simili. I neonazi esistono e si vocifera che molti vivano raggruppati nello stesso ghetto – così come c’è una specie di ghetto arabo-musulmano. “Specie di”, sottolineo, prima che passi qualcuno che – similmente a un tizio incontrato per caso su Facebook – pensi che in Europa tutti i quartieri a predominanza musulmana siano luoghi in cui sei fortunato se ne esci vivo. Si può non solo entrare senza timore di uscirne morti in tutti i quartieri di Berlino, ma ci si entra anche per passarci la serata. (Ho portato un amico italiano a bere e mangiare nella stazione più tristemente conosciuta di Berlino per malavita e piccoli crimini. Come esperienza. Esperienza di ben poco, e questo era il punto.) Questo non significa che non esista un odio su base razziale, o il libro del mio ultimo corso di tedesco non si chiamerebbe come un tizio che è stato vittima di neonazi. Non sono, almeno che io sappia, e di certo non potrei dare numeri e tendenze, i fatti a cambiare nella loro profonda natura. E’ l’impunità dei discorsi a fare la differenza. E non solo dei discorsi.
Mi sono sentita, in quel bar, messa di fronte a un vecchio dilemma: quello tra l’etica personale e la convivenza sociale. Con la mia mentalità ancora viziata da questa strana città in cui vivo, mi sono detta: Dovrei denunciarla. E proprio perché vengo da quel quartiere, ci ho vissuto per un sacco di tempo, e quindi chi in primis, se non io, dovrebbe agire?
(E temo, ancora, di scatenare un «Tanta aria fritta per una frase», o un «E che sarà mai?» e bla bla bla.)
Quel che temo è che da queste guerre dei poveri nascano conflitti più palpabili. Esasperazioni, fazioni. E lo temo perché in quel quartiere – come in altri quartieri in cui situazioni simili vanno costruendosi – vivono creature a cui tengo. Non ho in mente terze guerre mondiali, ma quel misto di paura e aggressività che fa vivere in un costante stato d’allerta. Una specie di stato d’allarme promulgato silenziosamente dall’impersonalità di malcontenti condivisi anziché dall’alto. Nessuna guerra nucleare, semplicemente quello stato delle cose – che a quanto mi è stato raccontato è già norma in alcune bolle in Italia – in cui veramente esistono luoghi in cui la gente non va perché pensa che non ne uscirebbe viva, in cui la polizia non entra. Già ho letto commenti di persone che non osano più andare sul lungolago della mia cittadina d’origine perché lì c’è un campo di richiedenti asilo. Quello per i cui abitanti insegnavo italiano come volontaria. E non si legga tra le righe che sto dicendo che siano tutti buoni come il pane. Sarebbe assurdo. Sarebbe illogico, contro ogni statistica. Come lo è pensare che siano tutti portatori di pessime intenzioni. Come ogni generalizzazione così ampia da raccogliere in sé elementi che, in comune, arrivano ad avere giusto il fatto di essere collocati nella stessa generalizzazione.

Mi è già stato fatto notare che me ne sono andata. Che sarei potuta rimanere, se ho tante insoddisfazioni da esternare, se farei così anziché cosà, e cosà anziché così. Ho risposto che non si sceglie dove nascere, e ora penso che effettivamente – come pure ho detto parlando con altri italiani qui a Berlino – quel che ancora mi lega all’Italia (quella contemporanea che va avanti, non quella che ho vissuto e mi ha formata per poi diventare parte del passato) sono gli affetti. Mi interessano i climi generali che sottostanno ai voti perché quei voti vanno a modificare il luogo in cui chi amo vive. E un po’ mi spiace, avere queste preoccupazioni: vorrei saper scindere lucidamente le cause dei miei interessi. Saper scindere l’interesse personale da quello storico da quello culturale da quello contestualizzato in Europa da quello contestualizzato nel mondo da bla bla bla.
Concludiamo com un classico del relativismo che secondo me non viene usato abbastanza: ognuno vive dove sente di vivere meglio, a prescindere dai fatti obiettivi (qualsiasi cosa siano).

E così mi verrebbe, su questo blog, di scappare da quel po’ di terrore e da certe frustranti ansie sfociando indegnamente nell’arte del quadretto zuccheroso e mieloso. Mi verrebbe da scrivere cose che neanche Amélie.
Mi piace la musica dell’est che sale fino alle finestre qualche mattina anche se non so da dove provenga. Mi piace scovare con lo sguardo il coniglietto che vive nella via parallela alla mia, quando mi dà le spalle, e poi vederlo scappare dietro la siepe. Mi piace fare gli occhi dolci ai cani del quartiere, che mi guardano scodinzolando e poi subito si rivolgono all’umano che li accompagna, come se gli stessero chiedendo: «Hai visto anche tu che cosa mi ha fatto?». Che il turco sotto casa, cercando di intuire perché io prenda sempre un panino vegetariano, mi avvisi del fatto che il Bretzel che ho scelto contiene del burro (non si sa mai, no?), e mi indichi l’alternativa vegana. La dignità con cui i non rari strambi devastati che s’incontrano per strada camminano, come se sapessero che qui nessuno può detronizzarli («Tu sei pazzo, figlio mio, devi andare a Berlino!»). L’eleganza tronfia ed esagerata di alcune signore slave di Charlottenburg, con i loro regali cani. Bere una birra nel locale gestito dagli abitanti del sovrastrante palazzo occupato, seduta su un divano malamente sistemato. E bla. Bla. Bla.
Ma ci sono anche i lati negativi, tanti quanti in qualsiasi altra parte del mondo, e che farebbero mal tollerare questa città a molte delle persone che conosco.
Berlino puzza di se stessa, un miscuglio di metro, Döner di pessima qualità e gente che non si lava. I berlinesi sanno essere scontrosi (più o meno come un milanese), e sbrigativi e impazienti (sempre più o meno come un milanese). Sanno essere pedanti, puntigliosi sulle cose più astratte e noncuranti su quelle più concrete. Sanno essere dei cialtroni, artisti improvvisati, nullafacenti con tanta faccia tosta. E puoi incontrare gente che si sente in diritto di farti quarantacinque minuti di lezione sul complottismo in mezzo alla strada, e ovviamente il peggio di tutte le culture che vivono qui: gli spagnoli che parlano urlando, i britannici ubriaco-molesti, i turchi che esprimono complimenti ad alta voce, bla bla bla. Ma generalizzare ha poco senso, ovunque tu sia, perché rischi pure di trovarti uno spagnolo o un britannico o un turco di fianco che negherà quel che dici, o perlomeno negherà di far parte di quel cliché, e dopo dieci persone che negano il cliché sotto cui vengono fatte ricadere i cliché diventano goffi e controproducenti marchingegni. La burocrazia non è né tedesca né non tedesca: c’è un po’ di caos, ma va sbrigato ordinatamente. Puoi incontrare l’impiegato statale iper-cortese o quello scontroso e svogliato, e non puoi mai prepararti prima, perché non c’è avvisaglia che aiuti. Soprattutto, trovare un caffè a Berlino – un normale caffè tedesco, non un espresso – diventa sempre più difficile. (Guardate Un caffè a Berlino.) Se poi lo nomini, diventa pressoché impossibile. Un po’ come i bagni pubblici, che vorresti ovunque e ci sono così raramente. Li vorresti ovunque perché i luoghi in cui puoi finalmente prendere un normale caffè di norma non hanno il bagno. O caffè o bagno, insomma. E i bagni dei locali sono di norma completamente ricoperti di scritte (non belle, non decorative, no: semplicemente scritte, e tante). Se chiedi a un tedesco se parla inglese, ti parla in tedesco. Se parli in tedesco a un tedesco, ti risponde in inglese. Solo a me? E le api sono tante e si sentono in diritto, a differenza dei tedeschi, di strainvadere il tuo spazio vitale. Vuoi ammazzarle? Le pubblicità progresso in metro ti suggeriscono che se lo fai sei un mostro. O asozial. Ed essere asozial in Germania è peggio che essere antisociale in Italia, ma questa è una vecchia storia. Ma comunque.
Comunque.
Comunque sono giunta alla conclusione che un luogo ci piaccia davvero quando ce ne piacciono le contraddizioni.
Tutto qui.
E io troverò una via di mezzo tra fosche lamentele e beate-beote osservazioni sulla vita quotidiana. O una terza via.

Di prussiani, Multi-Kulti e libri esclusi per poi essere ritrovati.

Sono appena passata da quella che chiamiamo “sala ufficiali” (il soggiorno comune con quel gusto un po’ retrò) per accarezzare la gatta di casa di passaggio. Stesa con la sua imponente figura sulla poltrona (con quel gusto un po’ DDR), mi ha guardata con una strizzatina d’occhi tra il riconoscente e l’infastidito. Come al solito. Come un “solito” a cui mi piace tornare.
Se voi foste nella mia testa, vi direi che la sala ufficiali è un po’ prussiana – sarebbe l’unico modo di rendere tale affermazione, anziché sgraziata e naïf e kitsch, semplicemente affettuosa come risuona tra i miei pensieri. E nei miei sogni.
È di due notti fa il sogno in cui il protagonista era un giovane Hohenzollern (non so quale, statisticamente un Friedrich) della modernità. Io ero i suoi amanti, sia lui che lei, e un po’ anche lo Hohenzollern – il tutto perché il sogno fungesse da cammeo di quella “durezza fuori e tenerezza dentro” che caratterizza l’immagine storica della cultura prussiana. E che è rassicurante come un vecchio Leitmotiv che conosci bene, come Jan di Leida e il Pietismo, e tutte quelle cose che hanno compartecipato alla formazione della tua cultura personale per tua scelta e non per caso.
La voglia di percepire quel rassicurante senso di semi-appartenenza – a qualcosa che hai fatto tuo, non che ti ha fatta sua – è uno tra i motivi principali per cui sono qui, a Berlino, che è in Germania ma non è esattamente Germania. Posso godermi il Multi-Kulti che riempie le strade mentre palazzi dall’aria un po’ prussiana, nonostante il prussianesimo fosse già storia quando sono nati, mi osservano dall’alto delle loro altezze un po’ gotiche.

Oggi ho scaricato la mia prima fattura. Ho un conto in banca e una serie di must burocratici che potrei elencarvi per il gusto di blaterare suoni tedeschi e basta, non avendo tali termini spesso un equivalente nella burocrazia italiana. Quel che è più direttamente traducibile è il foglio che attesta che verso metà luglio inizierò un corso intensivo di 75 ore di tedesco, livello B2.1. Sono già iscritta per quello successivo, a settembre, il B2.2.
(Prima di perdervi rovinosamente nelle scale dei livelli di conoscenza delle lingue europee, funzionano così, dal più basso al più alto: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, più tutti i mezzi livelli. Un madrelingua è in automatico un C1, più o meno.)
Le buone nuove, a parte l’iscrizione in sé, è che ieri ho fatto – per puntigliosità tedesca – un test per rassicurare un insegnante del fatto che ho appreso abbastanza il B1.2 per poter fare un B2.1 di 75 e non 100 ore (come di solito i corsi sono) senza rischiare di rimanere indietro con il programma. Ben fatto!, mi ha detto. Sì, ma poi non so parlare così bene, gli ho risposto guardando il test perlopiù grammaticale. Ma è sempre questo, il problema, quando si studia tanto mentre si fa un corso intensivo: il sempre troppo poco tempo per rendere fluente quel che si apprende e per ampliare il proprio vocabolario – che, nel caso del tedesco, è di una specificità che non ricordavo.
L’altra buona nuova è che tutto questo significa che, se le cose procedono con l’attuale ritmo, per il 2017 starò studiando a livello C1 – che è l’unico che per me, dalle basse aspettative, conta. Avere un certificato che attesta che si è C1 significa poter ufficialmente dire di conoscere la lingua senza ma e senza se. Ma “poter dire ufficialmente” è una magra consolazione, per la sottoscritta. Sarò abbastanza soddisfatta quando sarò in grado di leggere romanzi in tedesco gustandomeli decentemente. E sarò veramente soddisfatta solo quando sarò in grado di scriverne – ma non ho idea di quanto mi ci vorrà, e se tale obiettivo continuerà a rimanere come parametro.

Rimettermi a studiare una lingua mentre vivo nel Paese in cui viene parlata (l’esperienza anglosassone non vale: l’inglese è caso a sé) mi ha fatto (ri)realizzare quanto dell’apprendimento di una lingua non riguardi la lingua in sé, ma il suo uso, e quindi il suo contesto d’uso, la sua cultura di provenienza e riferimento. L’intraducibilità di alcuni termini fiscali dal tedesco all’italiano è un buon, ma noioso, esempio. La frequenza dell’uso del verbo genießen (che, più o meno e male, può essere tradotto come “godere”) è invece un esempio più interessante e complesso al contempo.
Ho imparato, prima di imparare a imparare una lingua, a vivere una lingua che non conosco bene senza sentirmi estromessa. Vivo in un mondo scritto e parlato perlopiù in tedesco, e mi sento a casa. Benché questo indubbiamente dipende in parte dal mio specifico amore per questo idioma, il motivo ha più a che fare con una scelta semi-razionale, una scelta strana, la scelta di prendere il meglio e non il peggio del vivere in un contesto che linguisticamente ti è ancora un po’ oscuro.
(Ad esempio: mi hanno appena chiamato per l’ennesima pratica burocratica in tedesco e il mio cuore non ha accellerato i battiti. Un miracolo, per la me di qualche anno fa.)
Le lingue sono un po’ come le persone. All’inizio, quando le conosci e capisci meno, ti attraggono con tutto il fascino di ciò che deve ancora essere esplorato. I loro gesti, semanticamente vuoti, possono essere riempiti dalle tue ipotesi, dalla tua immaginazione. Riesco ancora, a volte, a sentire nel tedesco quell’esotismo che caratterizza gli idiomi che non comprendiamo: li ascoltiamo come sequenze di suoni, come musica senza parole. Quando si fanno comprensibili, lo diventano in bene e in male: si sente quella lingua usata per dire le cose più becere, la si sente usata approssimativamente come un utensile maneggiato con poca grazia, ma se ne scoprono anche gli usi più inaspettati, più creativi e ricchi di sfumature, ed è quello che non vedo l’ora di poter fare.

Nel frattempo, mi faccio abbracciare e cullare dall’inglese. Mi aggiro per mercatini delle pulci comprando romanzi in inglese a un euro. Approfitto del limite, le limitate risorse economiche investibili, rendendola un’occasione di leggere tutti quei titoli che prima avrei escluso troppo velocemente.
Ho letto un romanzo apocalittico sulle nostre tendenze apocalittiche, di recente scrittura; uno pubblicato negli anni ‘90 in una collana dedicata a tutte le sfumature del queer, ambientato in un’Inghilterra incastrata tra il vecchio Comunismo fallito e il nuovo millennio con tutte le sue promesse e minacce; un candido resoconto del post-9/11 visto tramite gli occhi di un bambino testardo; e sto leggendo Pratchett, finalmente, uno di quegli autori che mi sono sempre detta che avrei dovuto leggere perché tanto apprezzato da alcune mie conoscenze che stimo (e, ora che lo leggo, scopro che la degustazione non mi fa troppo allontanare dalla mia prima impressione: c’è un qualcosa, in certi autori inglesi – più inglesi che britannici, credo – che proprio non riesce a convincermi, ma non so che cosa sia. Inizia con petty ma è camuffato da cottage). Mi aspettano un romanzo storico che ha come protagonista una cortigiana, che avevo precedentemente puntulmente bocciato; e un vecchio romanzo post Seconda Guerra Mondiale sulla condizione dei reduci scritto da una donna (combinazione troppo interessante per ignorarla). E poi chissà che altro troverò, in questi mercatini dalle mille sorprese.

Questa “sospensione” della certezza della lingua mi fa sentire a mio agio. Vivere in un luogo in cui così tante persone sono consapevoli dei propri limiti linguistici (i non-tedeschi con il tedesco; i tedeschi con l’inglese, lingua che ha soppiantato il tedesco in alcune realtà) è rinfrescante: impedisce la formazione di tutti quegli odiosi discorsi che sono figli della certezza, nel 99% dei casi erronea, di avere una buona padronanza della propria lingua e che il mondo ragioni in quella lingua, che l’essere umano sia stato scritto in quella lingua. Ci sono tipi di ignoranza che, anziché accrescere l’arroganza, la ostacolano. Non sto dicendo che Berlino sia il paradiso dei linguisti MultiKulti e che non abbia in sé persone che si arroccano sul proprio Conosciuto per sputare sullo Sconosciuto, ma che mi delizia la frequenza con cui mi trovo in sacche in cui l’Incontro sembra essere all’ordine del giorno.

E adesso andiamo a portare avanti quella che sto cercando di far diventare una buona abitudine: stretching ed esercizi sul parquet scricchiolante della sala ufficiali.

Berlin (II)

Berlino mi piace perché è una citta in cui si può camminare dimenticandosi di esserci. Non è così scontato. Non è meno scontato del trovare una persona con cui stare in silenzio in una stanza senza sentire le vertigini dell’horror vacui.

Ci pensavo oggi passando da Zoologischer Garten, stazione della Bahn che conoscerete per Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino. Quello Zoo. Quella stazione. Che non è cambiata poi così tanto dagli anni descritti nel libro, e fa strano. Zoologischer Garten è nel fulcro della Berlino Ovest più capitalista, più “occidentalizzata”, shiny e chic, priva di quel vago degrado urbano che caratterizza invece altre zone più cool della città. E qui, in questo cuore di negozi dalle vetrine curate ad arte, dove si spende e si turisteggia, c’è la stazione di Zoologischer Garten, una specie di androne abbandonato di un palazzo appena rimesso a nuovo.
E lì, sulle scale mobili che mi stavano portando dalla U-Bahn (metro sotterranea) alla S-Bahn (treni di superficie), con un libro in mano pronto a essere letto sulla S-Bahn, ho pensato che mi sentivo a casa. Che Berlino ha questa magia di permetterti di dimenticarti di essere proprio , perché il che rappresenta è tanti luoghi, tante epoche, tante vite.
È la donna dallo stile corporate rilassato che mi farà aprire un conto in banca tedesco ed è il commesso vestito di una lunga palandrana nera da cui ho comprato un’agenda nel negozio Moleskine; lo scribacchino al bar per scribacchini che fuma e scrive mentre pensieroso si fa cadere addosso un completo di velluto, e la ragazza turca che nel primo giorno di acquisti offrì quegli involtini di riso con foglie di vite di cui ho dimenticato il nome; la barista che dice «Non vi ho neanche mostrato le tette!» dinnanzi a una mancia un po’ generosa e le cassiere scontrosissime dell’Edeka vicino a casa; poi ci sono i giacca-e-cravatta siamo-tutto-futuro nei pressi degli edifici istituzionali e un’insegnante di tedesco liberale alla tedesca, verde alla tedesca, con quello spirito critico che esce con irremovibile dolcezza. E bla bla bla.
A volte mi sveglio mentre, dalla finestra di questo quarto piano, entra una musica di strada che non so riconoscere, tantomeno nel dormiveglia. A volte sembra gitana, altre russa, altre ancora ungherese (avessi poi un fine orecchio musicale…), ma sempre e in ogni caso sembra venire da un’altra epoca. Da altre epoche. Convergono in quel lasso di tempo che va dalla fine dell’Ottocento al Nazismo, tra la severità del Biedermeier ai fasti più sfrenati degli anni ‘20. Non so perché sia lì, in strada, a quell’ora, perché giunga alla mia finestra. Non so per chi sia, e da chi sia. Fa parte del paesaggio, della giornata, del patto.
Sembra di vivere in alcuni dei romanzi di Maurensig, che iniziano con un paesaggio dal rigore tedesco in cui si intravede – scintilla della trama – una sfumatura altra, più indefinita, slava di chi non è slavo in casa propria, o italiana di chi non è italiano in casa propria, in una perpetua terra di confine.
La sensazione è ancora più acuta sottoterra, in metropolitana, dove queste sinfonie tanto vaghe quanto accomunate da una certa malinconia cadenzano i passi. Cinque minuti, e si è alla perennemente decaduta Zoologischer Garten. Altri dieci, e si è in un bar dalle linee eleganti con di sfondo una musica che so riconoscere ancor meno di quelle che mi svegliano al mattino, e che so solo sapere di quiete e oniricità. Altri quindici, e si è in fila ad attendere un treno con altre venti persone in pantaloncini e canottiera, tutti diretti al lago, tra scorci bucolici e festini alcolici in riva.

E poi mi chiedono, sempre, ai corsi e ai colloqui:
«Perché Berlino?»
E io rispondo, sempre, con un’ostinata beata ingenuità:
«Perché la prima volta che l’ho vista me ne sono innamorata.»

E non sapevo, allora, perché. Lo sto scoprendo ora, scoprendo come, per magia, in questa città gli opposti si sfiorino e incrocino senza annullarsi. Si fanno contemplare senza essere isolati. Lo sono, estremi, senza essere eclatanti.

È un amore casalingo, il mio, più che una passione bruciante. (Per quanto la nostalgia di questa città mi abbia fatto bruciare dentro in diversi sogni, prima che vi tornassi.) È quel genere di amore che ti fa pensare che non vorresti tornare in nessun altro posto nel mondo a te conosciuto e da te intuito. Non vorresti altra sede fissa. Ed è proprio perché ti piace viaggiare, proprio perché ami disperderti qui e lì, che è importante avere un punto in cui tornare, che sia a metà tra l’isolamento di una campagna e la frenesia di un incontro appassionato.

Ci sono poi tutti gli infiniti lati negativi di Berlino. Quelli negativi per i tedeschi, quelli negativi per i non-tedeschi, quelli negativi per entrambi.
Quando incontro qualcuno che mi dice che a Berlino tutto funziona rido. Berlino non è la Germania: il caos qui ha il suo spazio, assieme a una certa disorganizzazione e a una certa mancata gentilezza, che, quando invece è presente, è così tipica di molta Germania. Ma è al contempo molto tedesca nelle sue richieste: se vi dicono che è possibile vivere a Berlino senza parlare tedesco credeteci, ma con riserve. Tra le tante vite che qui si dipanano c’è anche questa: Berlino come città degli (auto)esiliati politici, economici, ideologici, che non sono venuti qui, ma sono scappati da altrove. È ampia e variegata abbastanza da essere confusa con una città vaga: come certi romanzi dalle coordinate spazio-temporali non ben definite, la si può vivere come se fosse non tutti i luoghi, ma nessuno. Confondendo gli ex tedeschi dell’Est con quelli dell’Ovest, i berlinesi con i bavaresi, tutti quelli il cui idioma non vi è comprensibile con quella massa che riempie alcune stazioni della Bahn. In questa vita ci sono gli artisti che prosperano e i lavapiatti che non parlano neanche inglese. Chi si lamenta dell’eccessiva pedanteria della burocrazia berlinese, chi della sua sommarietà. C’è anche chi, invece, trasferendosi decide di integrarsi con lo stesso rigore con cui richiederebbe a un immigrato nel proprio Paese di integrarsi: il più possibile completamente. Dalla lingua ai passatempi, dalle aspettative lavorative agli asili a cui mandare i figli. Al razzismo, se lo si percepisce come parte del pacchetto.
A me piace, ovviamente, stare in mezzo.
Dove la burocrazia procede nella sua immensità, che tanta accortezza richiede, sbuffando a volte quando mostra la propria imprecisione. Apprezzo e mi lamento della stessa cosa, lavorando per rendere la seconda il più leggera possibile. Voglio stare in mezzo tra le gioie di una parte e dell’altra, traendo da ogni lato il meglio, e usandolo per soverchiare le lamentele. È il lusso che posso concedermi da non-tedesca e da persona che ha scelto di vivere a Berlino, non che ci è finita fuggendo da un altro luogo.
(Vi parlerò sempre un po’ male di molte caratteristiche italiane, ma sarebbe falso dire che sono qui perché l’Italia non mi offriva quel che volevo: ho voluto ben poche cose dall’Italia prima ancora che potesse dimostrarmi che non poteva offrirmele. Mi manca molta della delusione che vedo in altri italiani qui: credo sia stata preceduta da una disillusione precoce. Ma, da persona che ha vissuto e vive gioiosamente all’estero, capisco chi invece si trasferisce in Italia con gioia. A ognuno il suo. A ognuno le proprie aspettative, e quindi le proprie gioie e delusioni.)
Ho ancora troppe cose da conoscere di questa città per averne un giudizio. Lascio che le cose mi scorrano davanti con la felice sorpresa di una bambina – che ogni tanto, in strade casuali che nulla hanno a che spartire le une con le altre, dice: «Adoro questa città!» – e tiro fuori l’adulta organizzata (o quel che ho al posto di tale entità) quando la quotidianità lo richiede.
Allungherò la sospensione del giudizio il più a lungo possibile, e, quando abbastanza tempo sarà passato, Berlino sarà così tanto cambiata che dovrò ricominciare da capo. Ed è anche per questo che sono qui.
(Assieme ai mercatini dell’usato, ai vecchi che fanno il bagno nudi, ai sorrisi gentili dinnanzi alle piccole gentilezze, ai ristoranti thai, alla puzza di kebab a ogni angolo, ai neo-nazi cortesi e ai giacca-e-cravatta burberi, ai cani senza guinzaglio che scodinzolano se li guardi, ai bambini che cadono goffamente e ai padri che per strada mi chiedono se ho un fazzoletto per pulire la mano delle figlie ricoperte di gelato sciolto, alle persone che mi fanno passare davanti a loro in fila alla cassa di un supermercato e a quelle che passano su mio invito senza ringraziare in modo teatrale, al cibo spazzatura a basso prezzo e ad alternative salutiste diffuse, a mille modi di organizzare i propri documenti con raccoglitori e segnalibri e cose che non hanno neanche una traduzione in italiano, al tempo che cambia in continuazione e ai temporali estivi con grandine annessa, e bla, e bla. E bla.)

Berlin (I)

La Berliner Kindl è la birra perfetta per gli ubriaconi.
Ma fatemi spiegare.
È leggera al gusto, nello stomaco, e soprattutto alla testa. Non lascia tra i neuroni quel memento mori che ti ricorda che l’hai bevuta. È quasi come un tè, ecco. È quasi come il tè che bevo ritualmente prima di andare a dormire. E, a proposito, qui a Berlino ho trovato un Earl Grey erotico al palato.

Scrivere il primo post sul blog post-trasferimento è sempre un po’ rituale. E, sempre, non si ha mai il tempo di farlo, troppo presi dal ricreare quel minimo di vita quotidiana – quel “sentirsi a casa” – necessario a potersi sedere e scrivere tra sé e sé.
Mi sento a casa. Da giorni. Ma poi è arrivata la burocrazia tedesca, il curriculum in due lingue e il dover girare un po’ – spiace, quando vivi nel centro di Berlino, non macinare almeno un paio di fermate di metro al giorno. Sono arrivate cose, insomma, che continuano ad andare avanti. E io ho aspettato non aspettando il momento propizio. Che non so se sia questo, a tutto dire, ma la Kindl mi ha suggerito:
Prima o poi dovrai farlo.
Che è sempre meglio del ricordarti che l’hai bevuta.

Ho detto che qui mi sento a casa, sì?
È quel concetto di casa troppo spesso anelato e che troppo raramente si realizza: è l’unione di molte di quelle case che, con un certo scetticismo e un certo distacco, sono state postulare nel corso della propria esistenza. Qualcosa come: Sarebbe bello se nella mia vita mi svegliassi in un posto che… O: E se potessi nella mia vita scrivere da una stanza che… Un insieme di queste cose, appunto, che in questi giorni cerco inutilmente di stilare in una lista.
E proviamoci ancora.
Ha qualcosa del Törless, che mi sovviene perché il Törless pop-uppa in automatico ogni volta che mi accosto anche solo vagamente a qualcosa di anche solo vagamente germanofono. Che cosa, non lo so. I soffitti alti, forse. Il soggiorno che chiamiamo sala ufficiali (o sala bocciofila, a seconda dell’angolazione), forse, anche se non mi pare di ricordare nessuna insistenza sui soffitti nel Törless. Insomma, non importa.
Qualcosa di Erich Maria Remarque, giusto per giocare facile. Qualcosa di tedesco e passato, cinico di quel cinismo che scalda i cuori perché infila il naso laddove i cuori troppo puri neanche immaginano il male possa annidarsi. E poi lo sto leggendo, Remarque, e lui e questo luogo si stanno dando forma a vicenda.
Ma c’è anche il bello di condividere l’appartamento con altre persone. Ho spesso detto che vivere con altri può essere o meraviglioso od orribile, con rare vie di mezzo. Qui c’è questo, ma c’è un’altra aggiunta: vivo con persone con cui posso discutere di argomenti disparati con quell’apertura mentale, che altro non è che un modo di parlare di curiosità e umiltà, che mi fa stare bene. Bene e basta. Bene come si sta quando si è in un luogo in cui si vuole essere.
E poi – ve l’ho detto? – ci sono i fatti in sé. Il vivere in un edificio storico che non dimentica di esserlo (difficile, con l’enorme stella di David e le 15 targhette memento mori davanti al portone), con le scale infinite dai passamano d’epoca, i famosi soffitti alti e la porta della servitù per accedere alla cucina, le finestre alte dai doppi vetri letteralmente, e bla bla bla. Ma i fatti sono sempre misera cosa, nudi. Ma qui vengono coperti da tante di quelle istanze, passate e presenti, sociali e personali…
E, così, un po’ di Törless, un po’ di Remarque, la sala ufficiali e la bocciofila, ma anche la musica elettronica e la textile art dentro casa, mentre fuori a un tiro di schioppo riluce Ku’damm da una parte e Kreuzberg dall’altra. Poco oltre – solo qualche fermata in più – Unter den Linden e quel prussianesimo che amo nella sua dolce durezza (o dura dolcezza, as ya wish), gli edifici in “mattoncini rossi” e i palazzi quasi istericamente nuovi, e tutto tutto tutto, soprattutto quello che devo ancora conoscere.

Poi c’è tutto il resto.
La burocrazia andata e quella a venire, il cercare e lo sperare di trovare, e bla bla bla…
Ma preferisco affrontarli qui come li affronto nella quotidianità: s’ha da fare, si fa, fa parte del tutto, e anche questo fa parte del quadro. Ne è elemento essenziale, in un certo non troppo oscuro senso.