Berlin (II)

Berlino mi piace perché è una citta in cui si può camminare dimenticandosi di esserci. Non è così scontato. Non è meno scontato del trovare una persona con cui stare in silenzio in una stanza senza sentire le vertigini dell’horror vacui.

Ci pensavo oggi passando da Zoologischer Garten, stazione della Bahn che conoscerete per Noi, i ragazzi dello Zoo di Berlino. Quello Zoo. Quella stazione. Che non è cambiata poi così tanto dagli anni descritti nel libro, e fa strano. Zoologischer Garten è nel fulcro della Berlino Ovest più capitalista, più “occidentalizzata”, shiny e chic, priva di quel vago degrado urbano che caratterizza invece altre zone più cool della città. E qui, in questo cuore di negozi dalle vetrine curate ad arte, dove si spende e si turisteggia, c’è la stazione di Zoologischer Garten, una specie di androne abbandonato di un palazzo appena rimesso a nuovo.
E lì, sulle scale mobili che mi stavano portando dalla U-Bahn (metro sotterranea) alla S-Bahn (treni di superficie), con un libro in mano pronto a essere letto sulla S-Bahn, ho pensato che mi sentivo a casa. Che Berlino ha questa magia di permetterti di dimenticarti di essere proprio , perché il che rappresenta è tanti luoghi, tante epoche, tante vite.
È la donna dallo stile corporate rilassato che mi farà aprire un conto in banca tedesco ed è il commesso vestito di una lunga palandrana nera da cui ho comprato un’agenda nel negozio Moleskine; lo scribacchino al bar per scribacchini che fuma e scrive mentre pensieroso si fa cadere addosso un completo di velluto, e la ragazza turca che nel primo giorno di acquisti offrì quegli involtini di riso con foglie di vite di cui ho dimenticato il nome; la barista che dice «Non vi ho neanche mostrato le tette!» dinnanzi a una mancia un po’ generosa e le cassiere scontrosissime dell’Edeka vicino a casa; poi ci sono i giacca-e-cravatta siamo-tutto-futuro nei pressi degli edifici istituzionali e un’insegnante di tedesco liberale alla tedesca, verde alla tedesca, con quello spirito critico che esce con irremovibile dolcezza. E bla bla bla.
A volte mi sveglio mentre, dalla finestra di questo quarto piano, entra una musica di strada che non so riconoscere, tantomeno nel dormiveglia. A volte sembra gitana, altre russa, altre ancora ungherese (avessi poi un fine orecchio musicale…), ma sempre e in ogni caso sembra venire da un’altra epoca. Da altre epoche. Convergono in quel lasso di tempo che va dalla fine dell’Ottocento al Nazismo, tra la severità del Biedermeier ai fasti più sfrenati degli anni ‘20. Non so perché sia lì, in strada, a quell’ora, perché giunga alla mia finestra. Non so per chi sia, e da chi sia. Fa parte del paesaggio, della giornata, del patto.
Sembra di vivere in alcuni dei romanzi di Maurensig, che iniziano con un paesaggio dal rigore tedesco in cui si intravede – scintilla della trama – una sfumatura altra, più indefinita, slava di chi non è slavo in casa propria, o italiana di chi non è italiano in casa propria, in una perpetua terra di confine.
La sensazione è ancora più acuta sottoterra, in metropolitana, dove queste sinfonie tanto vaghe quanto accomunate da una certa malinconia cadenzano i passi. Cinque minuti, e si è alla perennemente decaduta Zoologischer Garten. Altri dieci, e si è in un bar dalle linee eleganti con di sfondo una musica che so riconoscere ancor meno di quelle che mi svegliano al mattino, e che so solo sapere di quiete e oniricità. Altri quindici, e si è in fila ad attendere un treno con altre venti persone in pantaloncini e canottiera, tutti diretti al lago, tra scorci bucolici e festini alcolici in riva.

E poi mi chiedono, sempre, ai corsi e ai colloqui:
«Perché Berlino?»
E io rispondo, sempre, con un’ostinata beata ingenuità:
«Perché la prima volta che l’ho vista me ne sono innamorata.»

E non sapevo, allora, perché. Lo sto scoprendo ora, scoprendo come, per magia, in questa città gli opposti si sfiorino e incrocino senza annullarsi. Si fanno contemplare senza essere isolati. Lo sono, estremi, senza essere eclatanti.

È un amore casalingo, il mio, più che una passione bruciante. (Per quanto la nostalgia di questa città mi abbia fatto bruciare dentro in diversi sogni, prima che vi tornassi.) È quel genere di amore che ti fa pensare che non vorresti tornare in nessun altro posto nel mondo a te conosciuto e da te intuito. Non vorresti altra sede fissa. Ed è proprio perché ti piace viaggiare, proprio perché ami disperderti qui e lì, che è importante avere un punto in cui tornare, che sia a metà tra l’isolamento di una campagna e la frenesia di un incontro appassionato.

Ci sono poi tutti gli infiniti lati negativi di Berlino. Quelli negativi per i tedeschi, quelli negativi per i non-tedeschi, quelli negativi per entrambi.
Quando incontro qualcuno che mi dice che a Berlino tutto funziona rido. Berlino non è la Germania: il caos qui ha il suo spazio, assieme a una certa disorganizzazione e a una certa mancata gentilezza, che, quando invece è presente, è così tipica di molta Germania. Ma è al contempo molto tedesca nelle sue richieste: se vi dicono che è possibile vivere a Berlino senza parlare tedesco credeteci, ma con riserve. Tra le tante vite che qui si dipanano c’è anche questa: Berlino come città degli (auto)esiliati politici, economici, ideologici, che non sono venuti qui, ma sono scappati da altrove. È ampia e variegata abbastanza da essere confusa con una città vaga: come certi romanzi dalle coordinate spazio-temporali non ben definite, la si può vivere come se fosse non tutti i luoghi, ma nessuno. Confondendo gli ex tedeschi dell’Est con quelli dell’Ovest, i berlinesi con i bavaresi, tutti quelli il cui idioma non vi è comprensibile con quella massa che riempie alcune stazioni della Bahn. In questa vita ci sono gli artisti che prosperano e i lavapiatti che non parlano neanche inglese. Chi si lamenta dell’eccessiva pedanteria della burocrazia berlinese, chi della sua sommarietà. C’è anche chi, invece, trasferendosi decide di integrarsi con lo stesso rigore con cui richiederebbe a un immigrato nel proprio Paese di integrarsi: il più possibile completamente. Dalla lingua ai passatempi, dalle aspettative lavorative agli asili a cui mandare i figli. Al razzismo, se lo si percepisce come parte del pacchetto.
A me piace, ovviamente, stare in mezzo.
Dove la burocrazia procede nella sua immensità, che tanta accortezza richiede, sbuffando a volte quando mostra la propria imprecisione. Apprezzo e mi lamento della stessa cosa, lavorando per rendere la seconda il più leggera possibile. Voglio stare in mezzo tra le gioie di una parte e dell’altra, traendo da ogni lato il meglio, e usandolo per soverchiare le lamentele. È il lusso che posso concedermi da non-tedesca e da persona che ha scelto di vivere a Berlino, non che ci è finita fuggendo da un altro luogo.
(Vi parlerò sempre un po’ male di molte caratteristiche italiane, ma sarebbe falso dire che sono qui perché l’Italia non mi offriva quel che volevo: ho voluto ben poche cose dall’Italia prima ancora che potesse dimostrarmi che non poteva offrirmele. Mi manca molta della delusione che vedo in altri italiani qui: credo sia stata preceduta da una disillusione precoce. Ma, da persona che ha vissuto e vive gioiosamente all’estero, capisco chi invece si trasferisce in Italia con gioia. A ognuno il suo. A ognuno le proprie aspettative, e quindi le proprie gioie e delusioni.)
Ho ancora troppe cose da conoscere di questa città per averne un giudizio. Lascio che le cose mi scorrano davanti con la felice sorpresa di una bambina – che ogni tanto, in strade casuali che nulla hanno a che spartire le une con le altre, dice: «Adoro questa città!» – e tiro fuori l’adulta organizzata (o quel che ho al posto di tale entità) quando la quotidianità lo richiede.
Allungherò la sospensione del giudizio il più a lungo possibile, e, quando abbastanza tempo sarà passato, Berlino sarà così tanto cambiata che dovrò ricominciare da capo. Ed è anche per questo che sono qui.
(Assieme ai mercatini dell’usato, ai vecchi che fanno il bagno nudi, ai sorrisi gentili dinnanzi alle piccole gentilezze, ai ristoranti thai, alla puzza di kebab a ogni angolo, ai neo-nazi cortesi e ai giacca-e-cravatta burberi, ai cani senza guinzaglio che scodinzolano se li guardi, ai bambini che cadono goffamente e ai padri che per strada mi chiedono se ho un fazzoletto per pulire la mano delle figlie ricoperte di gelato sciolto, alle persone che mi fanno passare davanti a loro in fila alla cassa di un supermercato e a quelle che passano su mio invito senza ringraziare in modo teatrale, al cibo spazzatura a basso prezzo e ad alternative salutiste diffuse, a mille modi di organizzare i propri documenti con raccoglitori e segnalibri e cose che non hanno neanche una traduzione in italiano, al tempo che cambia in continuazione e ai temporali estivi con grandine annessa, e bla, e bla. E bla.)

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