Cinica Amélie.

Ho appena finito di fare un esercizio di tedesco. Lessico, perlopiù. Negazioni. Tutti, nessuno. Ovunque, da nessuna parte. In ogni caso, in nessun caso. Non mi piace costruire frasi-esempio con negazioni: il cervello s’arrovella per trovarne alcune in cui non credere troppo, in cui non cristalizzarsi troppo. La verità è che non mi piace essere negativa. Ma non mi piace neanche essere, in reazione, mielosamente e ciecamente positiva. Per questo procrastino e procrastino prima di decidermi a scrivere qui sopra.

Sto leggendo Le ore di Cunningham, purtroppo in italiano. E’ comunque godibilissimo, e mi fa riscoprire il piacere della scrittura. La plasmabilità delle frasi, delle percezioni. E di nuovo mi domando quanto ancora procrastinerò prima di rimettermi a scrivere fiction, e se davvero sto avendo così tanti problemi con la mia madrelingua perché troppe parole sono state abusate, depauperate, vanificate.

Tornare in Italia per un paio di settimane mi ha un po’ terrorizzata. Dovrei, per economia, dire “spaventata”, che dovrebbe per logica significare proprio “un po’ terrorizzata”, ma il bello della lingua è anche la sua capacità di plasmare anche la logica finché non diventa, in alcuni casi, un inutile reminder. La verità mia verbale è proprio che l’esperienza mi ha un po’ terrorizzata.
E qui non vorrei cominciare con i soliti discorsi, miele per chi vuole semplificare nell’intento di riassumere, di comparazione tra l’Italia e la Germania. Conosco poco la prima, infinitamente meno la seconda. Conosco qualche luogo della prima, e la sua TV e una parte delle sue espressioni dai media più o meno mediate, e pochissimo della seconda (e ricordiamoci che vivo a Berlino, che non è esattamente “Germania”). Lasciamo da parte le semplificazioni e le generalizzazioni. Lasciamole da parte del tutto, in generale, in questo e in ogni altro discorso. Perché una delle cose che mi ha un po’ terrorizzata è la tendenza a far sembrare iper-semplici questioni che sono di una complessità tale da far venire capogiro e nausea. Almeno a me.
Facciamo che io parlo della mia limitatissima esperienza e basta, e se voi trovare un esagerato numero di punti coincidenti con le vostre, beh, se ne può parlare, altrimenti prendetela per quel che è: una personale esperienza.

Sapevo che prima o poi avrei sentito di persona, e da una persona conosciuta da anni, e da una persona che solo con la nostra volenterosa ingenuità e omertà si può descrivere come “insospettabile” (e qui non mi riferisco, purtroppo, a una singola specifica persona), che l’Islam tutto (nozione utile quanto “Paperopoli”, in quanto a utilità descrittiva) è fanatico fondamentalista. Lo sapevo già quando, a Berlino, stavo discutendo pacificamente di gender e dell’importanza del pensiero critico contro l’acritico indottrinamento religioso con un amico musulmano. Seduta nella nostra sala ufficiali, in pace dei sensi, tra un primo piatto italiano e un dolce arabo. Lo sapevo teoricamente, un po’ come si sa che in alcune note località turistiche esotiche l’acqua non è potabile.
Non mi aspettavo invece di sentirmi rispondere, dopo il mio dire che conosco musulmani progressisti come musulmane senza velo, un «Non ci credo».
Come spiegarvi quanto alienante ciò sia?
Finché si parla di vaghe conoscenze (come l’acqua non potabile in alcuni luoghi) capisco il «Non ci credo», anche se si basa su premesse fallaci. Più che capirlo, semplicemente, non mi tange personalmente. Ma un «Non ci credo» rivolto a qualcosa che hai direttamente vissuto, che ormai fa parte della tua vita, è diverso. E’ un po’ come quando mi sono trovata a spiegare a un tizio illetterato e cresciuto in non ricordo quale cultura africana in cui la famiglia era, più che centrale, essenziale, che non volevo sposarmi, e questi mi ha detto un candido (e per me insopportabile) «Non ci credo». Ecco, più o meno così.
Ma questa è ancora aneddotica, da certi punti di vista.
Quel che mi ha un po’ terrorizzata è stato il sentire una delle proprietarie del bar sotto casa nominare l’esigenza di ricorrere alla giustizia privata mentre si parlava di un gruppo di richiedenti asilo che sono stati temporaneamente collocati nel quartiere. E non si parlava di aggressioni, stupri, furti. Si parlava di come costoro, una notte, si fossero seduti ai tavolini del bar (chiuso) a chiacchierare. Di come uno di questi volesse fare fotografie al figlio della proprietaria. (Ricordo come un amico italiano stanziatosi a Berlino avesse dovuto spiegare alla candida madre che non è una buona idea fare foto ai graziosi bimbi tedeschi che giocano nei giardini dei loro asili, neanche se sei un’innocua signora anziana.) Di come niente contro di loro, ma quando sono così tanti tutti assieme. E poi così, a sproposito come una sonora flatulenza durante un pacifico rinfresco in veranda d’estate, la giustizia privata. Come una persona che si abbassa le mutande tra un «E da dove vieni?» e un «E che lavoro fai?». Così.
E ho il timore di risultare pure stupida, scrivendo questo. Ho il timore di scatenare pensieri come «E tutte queste storie per una cosa del genere?», o come «Ma sono solo discorsi», o come «Si è espressa male, ma…». No, non ho il timore: ho un lieve terrore.

Non vi sto dicendo (e vi prego di non leggerlo tra le righe) che qui a Berlino non esistano discorsi simili. I neonazi esistono e si vocifera che molti vivano raggruppati nello stesso ghetto – così come c’è una specie di ghetto arabo-musulmano. “Specie di”, sottolineo, prima che passi qualcuno che – similmente a un tizio incontrato per caso su Facebook – pensi che in Europa tutti i quartieri a predominanza musulmana siano luoghi in cui sei fortunato se ne esci vivo. Si può non solo entrare senza timore di uscirne morti in tutti i quartieri di Berlino, ma ci si entra anche per passarci la serata. (Ho portato un amico italiano a bere e mangiare nella stazione più tristemente conosciuta di Berlino per malavita e piccoli crimini. Come esperienza. Esperienza di ben poco, e questo era il punto.) Questo non significa che non esista un odio su base razziale, o il libro del mio ultimo corso di tedesco non si chiamerebbe come un tizio che è stato vittima di neonazi. Non sono, almeno che io sappia, e di certo non potrei dare numeri e tendenze, i fatti a cambiare nella loro profonda natura. E’ l’impunità dei discorsi a fare la differenza. E non solo dei discorsi.
Mi sono sentita, in quel bar, messa di fronte a un vecchio dilemma: quello tra l’etica personale e la convivenza sociale. Con la mia mentalità ancora viziata da questa strana città in cui vivo, mi sono detta: Dovrei denunciarla. E proprio perché vengo da quel quartiere, ci ho vissuto per un sacco di tempo, e quindi chi in primis, se non io, dovrebbe agire?
(E temo, ancora, di scatenare un «Tanta aria fritta per una frase», o un «E che sarà mai?» e bla bla bla.)
Quel che temo è che da queste guerre dei poveri nascano conflitti più palpabili. Esasperazioni, fazioni. E lo temo perché in quel quartiere – come in altri quartieri in cui situazioni simili vanno costruendosi – vivono creature a cui tengo. Non ho in mente terze guerre mondiali, ma quel misto di paura e aggressività che fa vivere in un costante stato d’allerta. Una specie di stato d’allarme promulgato silenziosamente dall’impersonalità di malcontenti condivisi anziché dall’alto. Nessuna guerra nucleare, semplicemente quello stato delle cose – che a quanto mi è stato raccontato è già norma in alcune bolle in Italia – in cui veramente esistono luoghi in cui la gente non va perché pensa che non ne uscirebbe viva, in cui la polizia non entra. Già ho letto commenti di persone che non osano più andare sul lungolago della mia cittadina d’origine perché lì c’è un campo di richiedenti asilo. Quello per i cui abitanti insegnavo italiano come volontaria. E non si legga tra le righe che sto dicendo che siano tutti buoni come il pane. Sarebbe assurdo. Sarebbe illogico, contro ogni statistica. Come lo è pensare che siano tutti portatori di pessime intenzioni. Come ogni generalizzazione così ampia da raccogliere in sé elementi che, in comune, arrivano ad avere giusto il fatto di essere collocati nella stessa generalizzazione.

Mi è già stato fatto notare che me ne sono andata. Che sarei potuta rimanere, se ho tante insoddisfazioni da esternare, se farei così anziché cosà, e cosà anziché così. Ho risposto che non si sceglie dove nascere, e ora penso che effettivamente – come pure ho detto parlando con altri italiani qui a Berlino – quel che ancora mi lega all’Italia (quella contemporanea che va avanti, non quella che ho vissuto e mi ha formata per poi diventare parte del passato) sono gli affetti. Mi interessano i climi generali che sottostanno ai voti perché quei voti vanno a modificare il luogo in cui chi amo vive. E un po’ mi spiace, avere queste preoccupazioni: vorrei saper scindere lucidamente le cause dei miei interessi. Saper scindere l’interesse personale da quello storico da quello culturale da quello contestualizzato in Europa da quello contestualizzato nel mondo da bla bla bla.
Concludiamo com un classico del relativismo che secondo me non viene usato abbastanza: ognuno vive dove sente di vivere meglio, a prescindere dai fatti obiettivi (qualsiasi cosa siano).

E così mi verrebbe, su questo blog, di scappare da quel po’ di terrore e da certe frustranti ansie sfociando indegnamente nell’arte del quadretto zuccheroso e mieloso. Mi verrebbe da scrivere cose che neanche Amélie.
Mi piace la musica dell’est che sale fino alle finestre qualche mattina anche se non so da dove provenga. Mi piace scovare con lo sguardo il coniglietto che vive nella via parallela alla mia, quando mi dà le spalle, e poi vederlo scappare dietro la siepe. Mi piace fare gli occhi dolci ai cani del quartiere, che mi guardano scodinzolando e poi subito si rivolgono all’umano che li accompagna, come se gli stessero chiedendo: «Hai visto anche tu che cosa mi ha fatto?». Che il turco sotto casa, cercando di intuire perché io prenda sempre un panino vegetariano, mi avvisi del fatto che il Bretzel che ho scelto contiene del burro (non si sa mai, no?), e mi indichi l’alternativa vegana. La dignità con cui i non rari strambi devastati che s’incontrano per strada camminano, come se sapessero che qui nessuno può detronizzarli («Tu sei pazzo, figlio mio, devi andare a Berlino!»). L’eleganza tronfia ed esagerata di alcune signore slave di Charlottenburg, con i loro regali cani. Bere una birra nel locale gestito dagli abitanti del sovrastrante palazzo occupato, seduta su un divano malamente sistemato. E bla. Bla. Bla.
Ma ci sono anche i lati negativi, tanti quanti in qualsiasi altra parte del mondo, e che farebbero mal tollerare questa città a molte delle persone che conosco.
Berlino puzza di se stessa, un miscuglio di metro, Döner di pessima qualità e gente che non si lava. I berlinesi sanno essere scontrosi (più o meno come un milanese), e sbrigativi e impazienti (sempre più o meno come un milanese). Sanno essere pedanti, puntigliosi sulle cose più astratte e noncuranti su quelle più concrete. Sanno essere dei cialtroni, artisti improvvisati, nullafacenti con tanta faccia tosta. E puoi incontrare gente che si sente in diritto di farti quarantacinque minuti di lezione sul complottismo in mezzo alla strada, e ovviamente il peggio di tutte le culture che vivono qui: gli spagnoli che parlano urlando, i britannici ubriaco-molesti, i turchi che esprimono complimenti ad alta voce, bla bla bla. Ma generalizzare ha poco senso, ovunque tu sia, perché rischi pure di trovarti uno spagnolo o un britannico o un turco di fianco che negherà quel che dici, o perlomeno negherà di far parte di quel cliché, e dopo dieci persone che negano il cliché sotto cui vengono fatte ricadere i cliché diventano goffi e controproducenti marchingegni. La burocrazia non è né tedesca né non tedesca: c’è un po’ di caos, ma va sbrigato ordinatamente. Puoi incontrare l’impiegato statale iper-cortese o quello scontroso e svogliato, e non puoi mai prepararti prima, perché non c’è avvisaglia che aiuti. Soprattutto, trovare un caffè a Berlino – un normale caffè tedesco, non un espresso – diventa sempre più difficile. (Guardate Un caffè a Berlino.) Se poi lo nomini, diventa pressoché impossibile. Un po’ come i bagni pubblici, che vorresti ovunque e ci sono così raramente. Li vorresti ovunque perché i luoghi in cui puoi finalmente prendere un normale caffè di norma non hanno il bagno. O caffè o bagno, insomma. E i bagni dei locali sono di norma completamente ricoperti di scritte (non belle, non decorative, no: semplicemente scritte, e tante). Se chiedi a un tedesco se parla inglese, ti parla in tedesco. Se parli in tedesco a un tedesco, ti risponde in inglese. Solo a me? E le api sono tante e si sentono in diritto, a differenza dei tedeschi, di strainvadere il tuo spazio vitale. Vuoi ammazzarle? Le pubblicità progresso in metro ti suggeriscono che se lo fai sei un mostro. O asozial. Ed essere asozial in Germania è peggio che essere antisociale in Italia, ma questa è una vecchia storia. Ma comunque.
Comunque.
Comunque sono giunta alla conclusione che un luogo ci piaccia davvero quando ce ne piacciono le contraddizioni.
Tutto qui.
E io troverò una via di mezzo tra fosche lamentele e beate-beote osservazioni sulla vita quotidiana. O una terza via.

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