a.d.1630

Di becchini e altre mancate consolazioni.

La Rossa ha esalato l'ultimo (rantolante) sospiro mentre la tenevo sollevata – perché non riusciva più a reggersi sulle zampe, e si credeva stesse vomitando, e si voleva evitare che soffocasse.
Ha salutato questo mondo dando un ultimo graffio a VB – che ha apprezzato.

La macchina ha percorso traballante selciato calpestato da militari. Periferie vicino al mare, un campo, le tende verdi disseminate e il cielo azzurro cosparso di nuvole dense.
Il luogo prescelto era una striscia di sabbia e sterpi e rovi tra il mare e un lago. Ho accoltellato la spiaggia con un coltello da cucina, per liberarla dalle radici secche – si sottostima l'utilità di avere una pala in casa, realizzandola quando si realizza di non averla – e ho scavato con le mani e le braccia mentre un gattino tigrato ci fissava e miagolava nella nostra direzione. Ha miagolato per tutto il tempo, non facendosi avvicinare. Probabilmente stava ridendo.
L si è domandata che giorno fosse, per segnarlo sull'agenda, mentre lei e VB controllavano che nessun militare apparisse oltre le dune scambiandoci per tombaroli dalle misere conoscenze geografiche. La tragicomicità così ben colta da Tarantino. Il gattino che miagolava fastidiosamente, invece, era un tributo a Mr. Vendetta. L'ho maledetto interiormente un paio di volte mentre collezionavo spine tra le dita.
L mi ha ringraziato, ma si è sbagliata. Fungere da becchino durante il lutto per una gatta di 18 anni permette di darsi un senso. Vi ho detto che odio l'impotenza? Scavando potevo distrarmi con nobilitanti pensieri da psicopompo – oh, mi sarebbe piaciuto, mi piacerebbe poter consolare qualcuno dicendo di saper traghettare anime verso lidi pacifici e struggentemente belli come quella spiaggia. In mancanza di ciò, il semplice scavare basterà come contributo.
Mi è spiaciuto lasciare L da sola, dopo il tarantiniano funerale e un cappuccino con dolci annessi. Non perché sarebbe, per l'appunto, rimasta in solitudine – immagino le servirà, quella solitudine, per portare a compimento il lutto – ma perché si sarebbe trovata a breve nella solitudine che si prova quando si è in compagnia di una persona che non c'è stata. Suo marito avrebbe dovuto esserci. Mentre accarezzava il cadavere caldo della Rossa, L mi ha porto il cellulare chiedendomi di chiamarlo per farlo venire – voleva anche lui. VB mi ha preso il cellulare di mano e ha fatto lei prima che potessi comporre il numero, e io ho guardato l'esigenza di L di avere accanto il marito. Ma il marito era dalla madre e poi doveva andare in piscina, e quindi era assente nel modo peggiore in cui avrebbe potuto esserlo. Chissà se gli verrà perdonato.

Strane creature, questa madre e questa figlia, che mostrano poca sofferenza e loro malgrado, per poi salutarsi con un lungo e stretto abbraccio in silenzio.
Quando è morta Iena tra le braccia di Mater, beh, abbiamo versato lacrime. Singolarmente. L'urgenza di abbracciare qualcuno quando il dolore mi colma è forte quanto lo sarebbe quella di saltellare su un piede in un momento di noia. Se ho abbracciato, tranne rare eccezioni, è stato per nascondere lacrime, non per versarle.

In auto, nel lungo tragitto che collega la Casa dei Lupi a Civitavecchia e viceversa, dico a VB da giorni di tirare fuori la voce. Quando canta. Ma il mio spronarla a fare qualcosa suona la maggior parte delle volte come il paternalista condurre di un pedante insegnante – quantomeno fuori luogo, la maggior parte delle volte. Quindi, per convincerla a tirare fuori quella fottuta voce, ho fatto qualcosa di diversamente fuori luogo: le ho chiesto di prepararmi una serenata.

Questa mattina, invece, mi sono fatta svegliare da lei per truccarla. Giornata lavorativa importante.
Anni fa mi dissi che dovevo smetterla con la mia sindrome di "perfezionamento dell'uomo" (intendevo "dell'essere umano", ma non ero ancora diventata un'utilizzatrice paranoica della lingua). Me lo dissi riferendomi alla mia tendenza a voler migliorare (squisitamente dal mio punto di vista, ovvio – da che altro?) le persone a cui mi affezionavo.
Dopo anni, devo constatare che non è una componente di cui io riesca a liberarmi. Posso solo moderarla e ottimizzarla – ad esempio, facendomi svegliare prima per sistemare il trucco di VB.
Mi passerà anche la fase del trucco. Al di sotto di questo divertimento estemporaneo giace una troppo forte convinzione che i belletti siano un dovere sociale che funziona bene perché vi si scivola all'interno in fretta e si riesce a crederlo un piacere.
Mi passerà, ma prima dovevo dimostrarmi di saperlo fare. Altrimenti il non farlo non sarebbe un scelta, no?


Ho ripescato dall'armadio Donato Torchia. Chi si ricorda di lui alzi la mano. Chi ha alzato la mano si domandi per quale motivo mi ha seguito per tutto questo tempo.
Donato Torchia, l'Honorato Torchia, è un personaggio facile da riporre nell'armadio. Anche senza naftalina. Chi è morto da quattro secoli non può decomporsi ulteriormente. Soprattutto, un personaggio creato su una psicosi che potresti trovarti a condividere non perderà di definizione tanto in fretta. Perlomeno, non finché la psicosi sopravvive in potenziale. E se la psicosi corrisponde all'impossibilità di realizzare in terra ciò che vedi in cielo (ciao, Ermete) allora è irrisolvibile – o tu sei quello che viene chiamato un "idealista".
Torchia è un idealista.
Suo malgrado e a suo discapito.
Torchia è un personaggio verghiano. Nato in un dato lago, non sa mutarsi nel corso di una vita per adattarsi al mare. Il lago è Venezia, il mare è la guerra – quella dei trent'anni, dato che siamo attorno al 1630. Torchia è una di quelle personalità che non scommetterebbe sulla propria abilità di sopravvivere in un contesto violento, e infatti è stato certo – per tutto il tempo in cui nella guerra ha vissuto – che sarebbe morto. Il suo essere sopravvissuto l'ha lasciato spiazzato – ossia, senza luogo in cui ritrovarsi.
C'è chi affronta una grande prova con il desiderio di concluderla vincendola, chi la affronta con il desiderio di concludersi con essa. C'è poi la via di mezzo, la peggiore: chi la intraprende proiettandosi nel giorno in cui sarà finita, e che in corso d'opera smette di contemplare questa possibilità. Può finire, la guerra? Può finire prima di me? Torchia non ricorda che genere d'uomo fosse prima di finire in Germania. Non riesce a concepire che la guerra finisca prima di lui, e gli rimangono dunque due alternative: o la guerra non è finita, o lui è morto. Per sua sfortuna, anche se a Venezia di guerra non c'è ombra, mancano 18 anni prima che la Guerra Dei Trent'Anni lasci l'Europa. Torchia vive il peso della consapevolezza, e questa è la mia psicosi.

Abbiamo avuto tutto.
Guerra infuriava in Germania, lontano dagli occhi e dentro lo spirito. Guerra era la nostra maggiore età, e la tenacia dei nostri giudizi.
Abbiamo avuto l'Arte, nelle camere e nelle piazze, nel teatro e nello spirito – teatranti con un piglio battagliero che non apparteneva loro.
Abbiamo avuto la conquista, a Est e a Ovest; e la più fervente religione nel più sperduto luogo e la più vera eresia nel nido damascato delle corti.
1630 anni dalla nascita di Cristo, e non ce ne sarebbero bastati altrettanti per toccare con mano tutto ciò che eravamo certi di possedere.

Horror vacui. Una qual certa frenesia di vivere ogni cosa fino alla sazietà – Morte prima invitata al nostro banchetto.

Torchia è un carattere pacato. L’ho accostato a un Kebreau, che di nome fa Aristide. Viene tutto dalla stessa radice: Aristide Torchia – grazie, Pérez-Reverte. Mi cospargo di Torchia sentendomi in diritto di farlo per il semplice fatto che l’unica volta in vita mia in cui mi sia stato appioppato un nome falso, per nascondere la mia vera identità a una madre cattolica di ferro, questo era “Torchia”.
VB mi ha detto che, nel corso di un litigio cruciale con Mater, ha visto riaffiorare Kebreau. VB ha detto proprio così: “Kebreau”. E mi ha detto che ciò la spaventò. Ma è quella pacatezza, e non Kebreau, a essere riaffiorata. La creai per permettere a Torchia di tenere a bada i mostri che gli accompagnano l’animo, la diedi a Kebreau per avere a che fare con altri, diversi, mostri. E’ una pacatezza inscindibile dall’esistenza di un mostro. Dopo averla creata per altri, l’ho copiata dai personaggi che ho creato. Buffo, no? Non più di un rituale, se si considera un rituale come la cristallizzazione mezzo simboli di forza di volontà. Per questo i rituali sono buffi.
Se durante quel litigio riaffiorò, è per permettermi di tenere a bada i miei mostri. Non c’è mostro senza coscienza – per questo Torchia non l’ascolta, quella coscienza peccaminosa. E persino io, direbbe qualcuno, ho una cattiva coscienza – che a far stupire sia il fatto che io abbia una coscienza, non che sia cattiva.
Rinunciate all’avere una coscienza. Una consapevolezza è meglio. La coscienza è un utile aborto di quella che viene chiamata “cultura borghese”: serve, come i belletti, a disciplinare la società. La rende beneducata e inoffensiva. La consapevolezza può invece assomigliare a una brutta bestia. La coscienza vi dice se una guerra sia bene o male, la consapevolezza vi dice se una guerra c’è o meno, se state speculando in astratto o se vi riferite a qualcosa che esiste.
Se sono diventata paranoica linguisticamente è perché le parole sono come appunti. Si può aver consapevolezza di cose così effimere, o sottili, da esser facilmente confuse, dimenticate, lasciate a svanire sul confuso fondale caotico. Le parole richiamano. E, se dimenticate la differenza tra coscienza e consapevolezza – sia pure la differenza che voi ci vedete – vi troverete a non saper distinguere tra le controindicazioni del fumo in generale e i pro e i contro che le sigarette che fumate creano di fatto in voi.

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Rudolf Hess & Cio.

Sono le 7:21 e tutto va bene…
Tutto è relativo, e non potrebbe essere altrimenti per una testa che passa nottate insonni a rimuginare fino a giungere alle 7:21 del mattino.
Se avessi dormito, tutto sarebbe ottimale: significherebbe che mi sono svegliata presto e che sono così attiva da essere in grado di formulare una frase più o meno sensata.
Ma non ho dormito, e quindi queste 7:21 reclamano redbull.

Sono nella Casa dei Lupi, in quel paese laziale circondato da chilometri e chilometri di nulla in ogni direzione.
VB dorme, a due metri da me, sotto coperte di lana.
La stufa è spenta.
Ho cercato di accenderla, ma stavolta ho fallito. Di solito è VB a fallire, sì che io possa aver successo e ribadirle la mia netta superiorità. Evidentemente, essendo VB considerabile “assente”, e mancando l’esigenza di ribadire la mia netta superiorità, il genio non si presenta all’appello.
VB dorme, sotto coperte di lana che si stringe addosso.
VB che dorme vicino alla lampada da tavolo in stile liberty accesa mi fa venire in mente una foto, scattata mesi fa, ritraente la suddetta lampada e la mano di VB. Una foto finita su Facebook, e apprezzata. Era una bella foto. Peccato che non esista modo a me conosciuto di spiegare come quella foto rappresentasse esattamente la mano di VB, ovverosia di Van Beumer.
… Ma comunque.
Non ho dormito, ma l’ho fatto saporitamente la notte precedente. Mi sono svegliata rimasticando tra le sinapsi i ricordi di un sogno – uno di quei sogni che ti rimangono addosso al mattino, ossia: si fanno carne e sostituiscono un po’ della tua.
Ho sognato idee, perlopiù.
C’era un graduato SS di non so quale grado che faceva il gradasso solo perché protetto da un gerarca, il genere di SS da copertina, quelli amati da Visconti e la sua cricca di vecchi maiali, il primo della classe con aggiunta di sadismo nelle aspettative. Ma una germanista non può sognare un SS sadico, suvvia – fosse quello il male. Il giovane-ma-non-troppo SS era semplicemente l’odioso primo della classe – e c’ero io, dentro a lui, mentre si avvicinava a una lussuosa villa nascosta da un folto nulla che penso caccerò in Curlandia, ci sono rimasta dentro fino a che l’SS non ha incontrato una ragazzina, e allora sono diventata lei, e nei suoi panni ho fatto tutto il possibile per evitare che il primo della classe mi sbattesse fuori da casa mia.
Ma questo è il mero incipit di una trama.
Ciò che rende un sogno uno di quei sogni è il fatto che ti dona nuove prospettive. No, creature, non sono entrata nel sado-masochista rapporto tra nazista in cerca di Lebensraum e supposta ebrea sfrattata. Si tratta di qualcosa di più sottile. Qualcosa che riguarda intimamente lui, lei, e poi quei due assieme – e altre cose – indipendentemente dalle coordinate spazio-temporali. Il finire del sogno mi ha suggerito che quei due avessero qualcosa in comune, qualcosa che entrambi detenevano e che temevano l’uno nell’altro.
Il problema è che non so di cosa si tratti.
Ho trascritto nella fida agenda tutto ciò, più altri appunti – per la mia labile mente che tutto dimentica.
Mancano dei dettagli che sto recuperando con un paio di libri e google.
Manca, soprattutto, il finale.
Ma tutti i racconti e romanzi che ho concluso sono nati così: senza un finale. Il finale viene da sé, tra la metà e i tre quarti dell’opera. Il finale non è che la soluzione di un’equazione, suggerita dalla mistica e non dalla logica.
Amen.

Ho accarezzato il freddo corpo della rossa gatta di VB, che sta lentamente morendo.
La Rossa è vecchia, direi quasi veneranda, e se ne sta andando con una certa pacatezza. Certo, i gatti perdono – quando indeboliti – circa il 95% della propria regalità, ma lei rifulge nel 5% rimastole.
Ho corrugato la fronte sentendo il gelo uscirle dalle ossa. Ricordi recenti. M mi ha detto che la Rossa puzza già di carogna, e può essere – continuo a chiedermi se quell’odore sia un’impressione o un che di riconoscibile, una specie di sintomo della morte, la carne che si disfa un po’ in anticipo mentre il cuore batte ancora.
Chissà.
Per la Rossa c’è poco da fare – le ho dato le mie attenzioni e il mio rispetto, e, se VB così vorrà, darò anche le mie braccia per scavarle una tomba – e quindi guardo VB dormire stringendosi le coperte addosso. Le preparerò la colazione. VB è una creatura soddisfacente: bastano queste piccole cose perché ti offra un sorriso soddisfatto con cui far iniziare bene una giornata. Colma i tuoi gesti con il suo apprezzarli. Ossia, nel mio caso, ti colma apprezzandoti, giacché circa il 97% delle cose che faccio all’interno di un rapporto interpersonale le faccio solo perché ho voglia di farle – ossia le farei comunque, anche se non sortirebbero quell’effetto.

Intanto fisso lo schermo.
Fisso lo schermo e cerco di riportare alla mente gli ultimi cinque momenti in cui ho pensato: “Ecco, vorrei scrivere così…”
Ah, puttana d’una ispirazione.
Puttana d’una lingua.
Lingua che sei come una stampella che soffre di reumatismi e di tanto in tanto ti abbandona a una costretta immobilità.

Ho letto.
Ho letto un libro su Rudolf Hess, per sostanziare il mio vago sogno. L’unica cosa negativa circa i misteriosi grandi gerarchi nazisti è che tutti i grandi gerarchi nazisti sono stati misteriosizzati, e quindi passa la voglia di cercarne i misteri: sono un assemblaggio di misteri non ancora confutati, ossia una leggenda metropolitana. Che rimane di Hitler, quando gli si tolgono le caratteristiche che uno storico non dovrebbe utilizzare per descrivere un personaggio storico? Che rimane di Hitler, quando gli si toglie il sadismo, la paranoia, una latente omosessualità, una feroce paura degli ebrei e un irrisolto conflitto con la propria ebraicità? Che rimane di Hitler, se Hitler ormai è ciò?
(Che rimane di me?)
Ho realizzato – ossia: l’ho espresso a parole ad alta voce – di essere una creatura fissata con la limpidezza e che scrive narrativa composta di trame che si reggono su menzogne. La menzogna è il mio peccato, e ne intreccio come un mio coetaneo cresciuto a latte e cattolicesimo poco analizzato intreccerebbe trame fatte di incesti ed espiazioni. Realizzando ciò, ho anche realizzando che il mondo in cui la sottoscritta vive – quello limpido e via discorrendo – e quelli che la sottoscritta crea – che sono intere menzogne – si assomigliano in modo inquietante.
Ossia: la totale sincerità e la totale menzogna, infine, portano a risultati molto simili – se non si considera l’intenzione.
Fra quanto avrò una crisi mistica?

Sono tediata da ciò che conosco.
Scorro su e giù gli aggiornamenti su Facebook cercando un motivo d’interesse, e da settimane trovo un tedio tale da infastidirmi. (Me suggerisce: “Si chiama intolleranza.”) Vivo, credo, uno dei miei periodi affetti da horror vacui, in cui qualsiasi rumore che non sia devastante mi pare uno spreco (ossia: vanitas – quando smetterò di vivere nell’era della Controriforma?).
Scorro su e giù aggiornamenti su Facebook e faccio svogliate carrellate di foto di conoscenti, amici, ma-chi-è-questo e oh-cazzo-dovevo-farmi-sentire, e penso – sinceramente penso – che c’è di che interessarsi, tra una foto e l’altra, ci sono attimi davanti a cui sorrido perché penso piacevoli, me ne compiaccio e stop. Stop. Solo negli ultimi giorni quel vago, conosciuto, bisogno di diversificare la mia vita sessuale mi fa andare di una virgola oltre al compiacimento. (Ma poi, di che mi compiaccio? Non che io voglia lamentarmi, compiacersi è bello.)
Tutto è relativo. Ad esempio, la distanza tra te e Tizia varia proporzionalmente al bisogno di diversificare la tua vita. Non solo quella sessuale. Uso sempre metafore sessuali perché conto sul fatto che siate scimmiette almeno quanto me, e poi perché è brillante. Dà quell’aria d’intellettuale che non si prende sul serio – tolto il fatto che poi subentra l’horror vacui e tu ti immagini cinquantenne a svendere i frutti delle tue speculazioni in cambio di una scopata con una creatura perlomeno maggiorenne.

Sto leggendo.
Sto leggendo una storia d’Irlanda, scritta con l’intento di spiegare per quale motivo quando si dice “Irlanda” vengano in mente situazioni di tragica oppressione e conflitti, bambini armati e bombe – la nostra (fu) Africa europea, insomma, per non allontanarci dai cliché.
Il libro riesce bene nel suo intento, ma quando l’ho aperto – per la mera voglia di soddisfare qualche curiosità che mi trapanava il cervello con l’insistenza di un cane in calore – non ho tenuto conto del fatto che uno degli argomenti su cui vorrei specializzarmi è il nazionalismo. Come fenomeno. E in Irlanda è tutto un nazionalismo, così tanto che riesce a esserlo anche per della gente che sta negli Stati Uniti e si sente parte della nazione irlandese.
Non ho tenuto, insomma, conto del fatto che c’erano 9 possibilità su 10 che tutta la faccenda irlandese mi risultasse la crème de la crème del nazionalismo, e quindi una ridicolaggine tragica.

Sto leggendo.
Sto leggendo Querelle de Brest di Genet. Avrei potuto semplicemente scrivere che sto leggendo Genet, perché risaputamente i suoi romanzi sono intercambiabili.
Ho comprato dei pantaloni alla turca di taglio elegante-ma-casual-who-cares-whatever che nella loro morbida larghezza mi sfiorano le natiche mentre cammino, con mio gran piacere, e ho realizzato che è per questo che leggo Genet: perché sa cogliere infimi dettagli solipsisto-erotomani quali questo.
E poi perché è brillante.

Ho comprato anche un maglione che ben s’accorda all’aria di finta noncuranza di cui sopra, quell'”eleganza noncurante” che tanto cito in questi giorni per il piacere di ricordarmi com’è.
Ho comprato un vestito, e tre punti esclamativi. Ho rubato a VB dei leggings e ho fatto quel che amo fare quando mi ritrovo in queste lande che mi fanno sentire una turista: la vezzosa. Sempre colpa di VB.
Colpa sua anche del fatto che mi stia capitando di truccarmi – e amo truccare anche lei, a cui basta un po’ di matita e di ombretto per diventare graziosissima, e non un simil-trans come me. Amo truccarla per osservare quella maschera da pin-up sul suo viso iper-espressivo, e che tende più alla mimica di un Marchese del Grillo. Amo il contrasto, mi diverte. Mi diverte cercare di imprigionarla in uno stereotipo e contemplare il fallimento.
Mi sono fatta comprare una collana, ed è andata così: ho visto la suddetta, ho dato voce a una variazione di “Che bella!”, VB me l’ha presa dalle mani ed è andata alla cassa, dove – mentre pagava – le ho detto che è il sogno di ogni donna. (E attendo, ora, di poterle regalare un vestito nuovo.)
Vado ripetendole che voglio s’appelli a me con quel “Cio” che tanto s’usa a Civitavecchia, e che mi attrae come solo un pezzo di folklore, inoffensivo perché non ti viene imposto, può attrarre. “Cio” è l’abbreviazione di “ciondola”, caratteristico modo di riferirsi alla vagina, che viene metonimicamente utilizzato per indicare l’interezza della proprietaria di una vagina. Insomma, è “figa” – o è come l’alphamamma di Jpod che chiama tutti gli uomini “Uccello”. Ma “Cio” è tenero. “Cio” cantilenato dalla parlata di qui è un tenero pezzo di folklore locale.
Vado ripetendole che essere chiamata così mi permette di sfogare quella vena da femmina sottomessa, perché la logica a ciò mi porta: al deprecare tale metonimia in quanto feticista (feticismo: spostamento della meta sessuale dalla persona viva nella sua interezza ad un suo sostituto; ciò che la sostituisce può essere o una parte del corpo stesso, o una qualità, o un indumento, o qualsiasi altro oggetto).
Ma, di fatto, semplicemente Cio suona grazioso.

Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa è una…

Lo so, dovrei comprarmi un dominio, ma nel frattempo sperimento.

DiosBIOSFiction

La struttura e grafica base sono state messe su in un giorno, senza pretese. Era l’unico modo – il senza pretese – per concludere qualcosa, perché DiosBIOS e il "Sito personale di DiosBIOS" hanno di base un rapporto molto conflittuale, per cui la prima vuole il secondo perfetto e avente in sé tutto e oltre, con grafica, testi e codice ineccepibili (l’ultimo punto sempre impossibile, perché DiosBIOS si mette a ficcare Javascripts e CSS dubbi che il W3Cvalidator mi risputa indietro con sdegno – ma con un sito senza pretese il validator si fa magnanimo).

Well, se mi date commenti su struttura o grafica o comodità o quant’altro mi fate solo un piacere.


Riaprendo quell’account su Altervista ho trovato cose allucinanti, tipo questo, che era un progetto di sito attorno all’A.D.1630, per unire documentazione a narrativa a dio sa cosa – il che non sarebbe un peccato mortale, se non mi fossi messa a fare cose come questa – volete una bibliografia ragionata su Riforma e Controriforma, comprendente fonti cartacee e online? Bene, c’è una psicopatica che l’ha fatta. Con Capi, ai tempi che furono. Alcuni dei libri citati vengono dal suo sacco. Sono stupita. Avevo rimosso quel coso. (E ci sarà un motivo…)


Prima di tornare alle mie faccende di trascrizione, vi lascio l’incipit di quella cosa che avrà una rosa nel titolo:

Stroud mi ha sempre dato un’idea di ordine radicale.
Non sono i singoli elementi che lo compongono, quanto il modo in cui quell’accozzaglia di imperfezioni accostate con armonia riescano a creare una perfezione.
Non ho mai sopportato la parola “armonia”.
«… I diritti fondamentali sono quelli comuni a tutti i membri della…»
Il suo viso non è regolare. Naso troppo lungo, labbro inferiore esageratamente carnoso rispetto alla misera ombra superiore. Orecchie grandi dalle scanalature troppo profonde attaccate a una mascella fragile precariamente incastrata nel collo troppo sottile; la sua mimica abituale fa scattare il tendine destro dolorosamente, squarciando la pelle – e più si va nel dettaglio, più il particolare ammicca al deforme.
Le clavicole sono frastagliate come denti di una sega, e qualcosa nella conformazione delle sue mani fa spiccare una gobba ossea sul dorso, vicino al polso, quando stringe le dita a pugno.
Soprattutto quando scrive, prendendo freneticamente appunti.
«… Quindi viene la tutela dell’ambiente. Usiamolo come esempio. Considerando l’aria come un prodotto, la produzione e salvaguardia di…»
Ciò nonostante, Stroud è un composto estetico ineccepibile. E costante. Uguale a quel se stesso tirato a lucido fin nelle ossa in ogni contesto.
Anche – e soprattutto – a lezione, in questa miscela di coetanei che infestano l’aula di una noia dismessa e insulsa, Stroud fa forza del confronto per uscirne vittorioso, è un contorno che non sfuma, impermeabile a ogni forma di mediocrità pur non avendo nulla di veramente speciale.
«… Poiché tutti ne giovano allo stesso modo, tutti ne ricavano gli stessi doveri, ma come accertarsi che un singolo…»
Lo disprezzerei, se non fosse obiettivamente stimabile – se non venisse di stimarlo a pelle, anche senza sapere il perché, e anche se il perché non l’ho trovato, Stroud non mi ha ancora dato un appiglio per cominciare a disprezzarlo.
«… E prima della nascita dello Stato moderno, chi garantiva omogeneità?… Vanderveer, dì pure.»
Abbasso la mano, e attendo che il silenzio si imponga e risvegli anche le ultime file e faccia voltare il loro apparente interesse alla seconda fila, coordinate dello studente Lloyd Vanderveer.
Io.


Se state per commentarmi il sito, visto che ci siete, votate per uno tra questi titoli:
1) Gioco della rosa
2) Disciplina e la rosa
3) Il tutore della rosa
4) Custodi della rosa
5) Eco della rosa
6) Cerchio della rosa
E visto che ci siete proponetene altri, tanto ormai i parti sono deliranti (“L’ornitorinco e la rosa”, “Quattro matrimoni e una rosa”, “300 (rose)”, “E morì con una rosa in mano”, “La rosa rosa”, “Rosa la Rosa”, “Rosa mangia rosa”… Sigh).


Intervista a Claudia Salvatori:

Intervistatore: In una intervista rilasciata cinque anni fa (M — Rivista del Mistero, anno 1 n.4) nella quale ti viene fatto notare come, nei tuoi romanzi e racconti, tenda a prevalere il punto di vista maschile, affermi:
“Ho fatto questa scelta inizialmente perché volevo evitare la “debolezza” del personaggio femminile. Nella nostra cultura, all’io narrante femminile si attribuiscono contenuti precisi, atteggiamenti e anche pregiudizi. Volevo evitare tutto questo, per avere un io narrante sufficientemente forte e autorevole.”
E, nel Commento precedentemente citato, precisi:
“Assumere un io maschile è un espediente con cui tento di catturare il lettore maschio […]. Non per mangiarmelo, come una mantide religiosa, ma per costringerlo a essere me.”
Personalmente, trovo profondamente catartica la demistificazione della imàgo femminile che contraddistingue i tuoi romanzi — irresistibile, in questo senso, il racconto Nel corpo della dark lady. Dall’altra parte, si moltiplica il numero degli scrittori (soprattutto noir) che privilegiano un punto di vista femminile (V. per esempio Lucarelli, la cui investigatrice “seriale” è appunto una donna). Credi ancora che il pubblico non sia ricettivo ad una voce femminile “forte” e che sia necessario “mimetizzarla” in un personaggio maschile per fare scattare l’identificazione?

Salvatori: Rispetto all’epoca di quell’intervista ho scritto e sperimentato di più, e sono ancora più pessimista. Premesso che non credo nei sessi, ma solo in un patrimonio culturale controverso di segni e simboli correlati, mi sembra che l’umanità, sulla via della conoscenza e integrazione, non sia arrivata neppure all’età scolare. Scrivendo posso solo arrangiarmi, ricorrere alla finzione per dire la verità, come proponeva Jean Genet. So che se mi propongo in un personaggio maschile, uso una chiave che mi apre tutte le porte; ma non rinuncio del tutto alla speranza di trovare la formula giusta per un io femminile che le sfondi. La mia impressione comunque è che il pubblico accetti volentieri i personaggi femminili quando sono proposti, veicolati, dalla mente di uno scrittore, da un io maschile forte.

Amo amo amo questa donna. Anche se la sto leggendo per mezzo di una delle cose più kitsch che probabilmente ha mai scritto.
E poi cita Genet.

Pausa.
Un Stampa e cultura in Europa tra XV e XVI secolo iniziato e finito dopo uno sbocconcellare sociologia e dopo aver finito la prima passata alla storia francese del periodo che ci interessa.
Un Ex ignoto notus ossia Bibliografia delle opere a stampa del Principe degli Incogniti: Giovan Francesco Loredan appena iniziato mi fa domandare perché un tale libro sia stato stampato. Per mia gioia, suppongo – chi stracazzo si prende una bibliografia di un’accademia veneziana del Seicento oggi poco indagata? Io lo divorerò con piacere, curiosando tra le pieghe della vita di Loredan con la gioia con cui una Me più pettegola curioserebbe in un giornale scandalistico.
L’Accademia degli Incogniti è il più piccolo microcosmo ad alta definizione a cui sono giunta.
Ad alta definizione implica: quando studi storia cominci da un quadro generale. Poi vai per temi. Poi per storie locali. E tutte queste cose si parlano tra loro nella tua testa fino a che non hai abbastanza ottica e info da aprire un Bibliografia delle opere a stampa del Principe degli Incogniti: Giovan Francesco Loredan sapendo di cosa si sta parlando. Di chi, nello specifico. E quel singolo uomo non ti appare incomprensibile, perché hai acquisito le chiavi per comprenderlo.
Il mio amore per Loredan non è mera passione per il dettaglio, il punto è che Loredan sarà umanisticamente parlando caro amico di Torchia, e senza Loredan (o chi per lui; ma usiamo lui, anziché inventare) la trama del romanzo non funzionerebbe.
Nel mentre, devo ringraziare un anno di università con esami a ritmo serrato che mi ha insegnato a ottimizzare nello studio. Riflettendo su quello che ho, quello che sto avendo e quello che mi serve, penso che mi serve una storia di Parigi dettagliata. Mese per mese, idealmente. Giorno per giorno – ma non ho abbastanza preghiere per una tale cosa.
Non potrò descrivere Parigi e le sue vicende di contesto bene quanto potrò farlo con Venezia – a Venezia cammino con la mente ogni volta che vi penso, ripescando ricordi e sensazioni, e quando vi cammino di fatto leggo nelle case e nelle piazze la storia passata. Amo la capitale della Serenissima per un motivo per cui deprecherei qualsiasi altro soggetto: è rimasta immutata. Architettonicamente, beninteso, e solo parzialmente, ma abbastanza da permettermi di poggiare la mano sulle pareti di un Fontego dei Tedeschi in cui Torchia svolse mansioni – e questo, oltre a compiacere quella briciola di feticismo che mi concedo di mantenere in me, significa che posso descrivere esattamente la sensazione a tatto di quel muro mentre è Torchia ad appoggiarvisi.

A.D.

Il vago ricordo di ieri, prima di addormentarmi, con la mente per un attimo focalizzata su: A.D. 1630.
Al risveglio ho rimesso mano e occhio allo scaffale che regge i testi e gli appunti correlati a quella parola chiave, trovando… tanta roba. Troppa roba. Il metodo usato nello studiarla mi ha lasciato tracce di sé – entrando nei suoi panni (del motodo) quell’ammontare infinito dovrebbe ridursi in scompartimenti mentali ordinati. Spero. Come assaggio ho preso in mano il saggio in tre volumi, di cui due mi interessano, sulla storia francese: 60 pagine andate.
Ed è strano, studiare storia, dopo la da poco avvenuta riforma dello studio della storia.
Riforma dello studio della storia: la storia è un insieme di soggettività, e un insieme di soggettività non fa un’oggettività.
Non che non lo sapessi prima, ma trovarmi a dibattere di nazisti ed ebrei morti ha dato una sacralità al “dubita sempre!” in relazione alla storia.
Però è piacevole studiare un massacro senza sentire echi morali tra le pagine – parlo di quello degli Ugonotti, Notte di San Bartolomeo, A.D. 1572 – adoro i deliri collettivi come tema, l’avevo detto?
Il passato anno universitario mi ha fatto riempire le lacune su Inghilterra in Riforma e Controriforma (ossia: Inghilterra che se ne sbatte di entrambe), studiare bene la nostra amata Guerra dei Trent’Anni etc – ora mi manca giusto la Francia.
Ho aperto il collage di fogli su cui è rappresentata la genealogia europea del nostro amato periodo – sottotitolo: come sono legate tutte le dinastie tra loro? – una gran orgia. Il passo successivo è districare l’orgia di guerre e battaglie – gli Asburgo di Spagna con i Savoia con Venezia con la Germania con gli Asburgo d’Austria, un bel cerchio con Francia e altri in mezzo al banchetto.
E capire.
Lo studio di Riforma e Controriforma si è rivelato eccezionalmente utile, in svariati campi, e non credo solo per la tendenza dell’esperto di un periodo a ricollegare qualsiasi cosa a quel periodo.
Grazie, Honorato Torchia e marrano Zacharia Nogueira.

Ho finito Shadows Return in tre giorni. Leggere un libro in una lingua che non padroneggi ti fa cogliere particolarmente certe cose, come ad esempio il fatto che il verbo più usato è “to bow” – considerato il mio precedente discorso su master-slave in relazione a questo libro non mi scioglierò in speculazioni e collegamenti e freudianismi, fate pure voi. L’ho divorato come si divora un dolce che conosci dall’infanzia e che non ha alcun senso nutritivo se non per il tuo piacere – conosci i personaggi e i cliche e ti va bene così – e adesso voglio il quinto, e cazzo, esce quest’estate.
Ho deambulato dinnanzi alla mia libreria bohemienne (vedi: scaffale da magazzino) scorrendo i titoli dei libri ancora da leggere, inciampando in un Argento vivo di Neal Stephenson: troppo grosso per non inciamparci. Riflettendo sull’eventualità di procurarmelo in lingua. Sarà un intrico di giochi di parole come Snowcrash? Mi sto informando.
In attesa, ho preso uno dei libri che mi aveva portato Stefano dicendomi: “Dovrebbe piacerti.” Ho aperto con poca speranza il libro da fiction seriale recante in copertina una nazi pin-up, ma dopo 10 pagine ho dovuto ingoiare la mia non-speranza e stupire: Claudia Salvatori ha una sconcertante abilità nel riassumere in brevi frasi concetti profondi e dinamici. Se non scrivesse sottomettendosi all’eroismo e al gioco dei ruoli (per creare l’androginia della protagonista ha ribadito un’infinità di volte cosa è maschio e cosa e femmina, facendomi il favore di farmi sapere cosa siano “maschio” e “femmina” nella sua testa – favore piacevole per due chiacchiere, ma che a mio parere una scrittrice non dovrebbe mai permettersi, il lasciare tracce delle proprie generalizzazioni palesi mentre delinea un mondo) sarei già inchinata ai suoi piedi – per fortuna qualcosa mi salva sempre, e quindi credo mi limiterò a contattarla se riesco (era amica di Stefano? Fottuta sia la mia mancanza di memoria).

Mi sono fermata dallo scrivere quella cosa che avrà una rosa nel titolo, rendendomi conto che necessito un aggiustamento alla trama. L’ho fatta troppo esigua, intesa per uno scritto breve, e ora che si è rivelato espanso in pagine quel vuoto va a discapito del ritmo.
Credo chiederò consiglio. A Ghiro, ad esempio. (Sì, tu.) Dopotutto una cosa come dieci anni fa mi aiutò ad aggiustare la trama del mio primo futuro romanzo… (No, Ghiro, non sto lusingando, constato.)
Oltretutto, c’è una curiosa mancanza di caratterizzazione nei confronti della vittima. (3/4 dei personaggi non hanno ancora nome, e nel frattempo li indico usando segni grafici: c’è triangolino pieno, cerchio con croce dentro, quadratino con croce dentro, stellina…) Credo di aver demonizzato troppo la mia vittima. Dopo averla definita sciorinando tutte le peggiori cose che mi passavano per la testa, caratterizzandola per così dire per negazione (ossia dicendo quello che non è), quando diventa effettivamente vittima di ruolo smette di essere un essere umano e diventa un pupazzo che subisce e reagisce. La mia ottica master-slave è abituata a gestire situazioni con risvolti sessuali, e non può essere questo il caso. Per questo non so dare un senso a quella vittima? Diviene depositaria solo di istinti distruttivi e quindi viene cancellata? L’Io narrante ne giova leggendo in quei timorati occhi la sottomissione, non la persona. La persona, prima di acquisire il ruolo di vittima, viene descritta per un paragrafo e caratterizzata (non egregiamente, potevo fare di meglio, ma viene caratterizzata), poi diventa un ammasso di carne e silenzio al centro dell’attenzione ma non illuminata. Lo scritto, tra l’altro, sta assumendo contro la mia volontà i toni del Giovane Toerless – era preventivato che quel libro fosse una delle fonti principali, si vede lontano chilometri, ma il problema è che il mio sarcastico protagonista sta diventando toerlessiano nel suo osservare il mondo agendovi solo quando spinto da impeti che non comprende. Passività osservatrice tedesca.
Ho bisogno di aggiustare la trama.
Sono certa che quando avrò una salda trama tra le mani il cui climax esplode in un determinato punto, allora sia la caratterizzazione della vittima che l’agire del protagonista si faranno meno vaghi.

Ho aggiunto pezzettini microscopici a Requiem del coccodrillo, ma mi serve il mio fottuto laptop. Mi serve. Il mio fottuto. Laptop. Ho anche carenze nella sfera grafica del mio animo. Lavorare al lato grafico dei miei scritti mi aiuta a concettualizzare il contenuto, oltre che a fare pausa ma senza realmente distogliere la mente.

Anti-epica.

Capita, a volte, che delle espressioni si sostituiscano a quelle della lingua madre.
(Con il tedesco mi capita in mondo esponenziale. È una lingua virale.)
Tra queste, abbiamo: sort of.
E io sono sort of malata, in via di guarigione.
E ho cambiato le lenzuola.
Diciamo, riassumendo, che ho ridato un aspetto decente alla camera. Dopo settimane ho anche raccolto dall’angolo la caduta cartina della caduta Germania della Guerra dei Trent’Anni, e l’ho riappesa.
Il Ducato di Bavaria mi guarda e mi dice:
“Qui sotto c’è la Contea del Tirolo.”
“Ma non era un Vescovato?”
“Non saprei, su di me è scritto county. Comunque sia, chi ci passò?”
“Un fottio di gente, immagino.”
“Sì, ma in particolare…?”
“Torchia?”
“Brava. Quando?”
“Aspe, aspe! Lo ricordo, eh! 1600 e… 1624? Prima di unirsi agli uomo di Stahler. Ma non ho ancora deciso dove. La Stiria? Non ricordo a chi stesse in mano, se l’avevano già presa e nel caso chi.”
“Perfetto.”
Poi mi dice:
“Leggi: Munich. Puoi tornarci prima di Natale.”
Ieri sera su Skype Seb leggeva la Genesi in tedesco a me e kijomi.
Seb ha un problema ossessivo sull’invitare gente a casa propria.
L’ospitalità può essere una qualità morale?

Monaco in periodo natalizio. La neve, le bancarelle, le luci. Carne, dolci e alcol. Quell’odore che sarebbe nauseante per chi non vi è abituato, ma che giunge alle narici come se fosse un’abitudine proveniente dai tempi dell’utero. Quando sento quell’odore penso: tentazione e peccato. Il peccato delle pre-moderne rappresentazioni, fatto di allegorie con banchetti.

Quando ero appena adolescente avevo un ideale d’essere umano magro per consunzione. L’Eremita dei tarocchi: tanto più sapere e potere quanto più i tendini si tendono nudi. Era concettuale. Era: darsi così tanto a qualcosa da dimenticare i bisogni fondamentali. Un rachitico corpo che non si nutre e non si riproduce. (Se non si nutre e non si riproduce, può anche non morire?)
Non è stata una strada che mi ha portato a condividere un destino qui comune (quello che fa scrivere sulle porte dei cessi dell’università lunghi dialoghi tra un conato di vomito e l’altro), ma mi ha portato a guardare con distacco nutrimento e riproduzione. Mezzi, più che fini.

Il lato Still (der Bürgers) im Lande della Germania traccia una pausa e mi riporta a un mondo dove i bisogni primari possono essere tutto – pur mantenendo il quieto vivere sociale e senza azzannarsi.


Leggo e amo Slaughterhouse-5 e Spook Country (cominciato a leggere alcuni capitoli in inglese). Piccoli capolavori, soprattutto il primo, anti-epici.
Però la cartina della Germania della Guerra dei Trent’Anni mi guarda e mi dice:
“Un po’ ti manca, l’epicità.”
Tale nostalgia si nasconde in angoli casuali della giornata. Nel ritornello di una canzone alla radio, nella luce su un volto su una pubblicità, nelle rughe di un viso sconosciuto.
Le direi:
“Sarebbe molto gradita l’astensione.”
Ma non capisce il linguaggio cortese.


… Che tenera Di Venosa addata su Facebook che mi scrive che il fatto che sia una docente non significa che sia una “matusa”.
Se penso a Maletta, invece, mi vengono in mente tutti i deprimenti incubi fatti. Qualche giorno fa, all’ennesimo incubo, ho sinceramente in qualche modo desiderato di abbracciarla e piangerle addosso. Non che il mio rapporto con lei sia mutato, non è questa la causa: il rapporto è statico, essendo statica la sua situazione (e la mia). Non è cambiato alcun fatto. Non so, di fatto, cosa sia cambiato per immaginarmi, sia pur per un secondo, abbracciata a Maletta mentre le piango addosso.
Lei avrebbe potuto dire, per esprimere come io vedrei ciò:
“Infliggersi all’altro.”
Perché, di fatto, fare una cosa del genere significherebbe portarle ulteriore male. (E io continuo a pensare al maiuscolo: portarLe.) Constatare che invece non so che stracazzo fare per farle bene – a lei o a chi come lei versa in quelle condizioni – mi porta alla percezione di quell’impotenza che tanto mi angoscia.
Che è quella, credo, che mi fa fare incubi.
Insomma, circolo vizioso.

Io e la SorellaInCristoTM ci rimbalziamo citazioni malettiane su MSN, nelle chat e nei sottonick – e io penso: “Prima o poi si esauriranno. Ne servono di nuove. Maletta deve sfornarne di nuove facendo ancora lezione.”
Non voglio considerare Maletta l’ennesima autrice da citare sterilmente perché non si può fare altro. Perché fare ciò è il primo passo per pensare (e poi scrivere) banalità come: “In questo mondo di merda bla bla bla…” Nah. Lasciamo Maletta in salute così che possa maieuticamente far germogliare altri intelletti da citare nei sottonick.
È che mi girano le palle. Mi girano le palle al pensiero che l’apporto di una Maletta alla sottoscritta possa riassumersi, un giorno, in un “Eh, se in questo mondo di merda ci fossero più persone come lei…” Mi girano le palle quando mi deprimo pensando a come sta, quindi mi girano le palle al pensiero che sta male, perché la conseguenza è pensare che sì, grazie a lei ho aperto un nuovo sorriso alle cose, ma la sua mancanza tra noi mortali non citabili strozza quel sorriso in un ghigno che è peggio del non-sorriso precedente.
Che poi, cazzo, mi morissero 3/4 dei conoscenti non batterei ciglio, e verso lacrime per una donna vicino alla menopausa che al momento sembra l’ospite di un fu Lager. Fa girare i coglioni, decisamente.

L’anti-epica serve a dire: “Vabbeh. Ma tanto, in fondo, appena avrai scopato starai meglio.” Ed è vero, perché l’anti-epica dice sempre la verità. Una assoluta e secca e non confutabile perché umilia tutte le altre con una battuta caustica.

A.D.1629

Parigi, 1629

«Il fatto, amici miei, è che Calvino ha vinto. In un pugno di anni e con un pugno di uomini ha dimostrato che chi lavora e produce può strappare la gonnella non solo a Roma, ma anche a Parigi.»
Zacharie tiene il bicchiere con indice e pollice, facendolo oscillare come una campana. Il vino rosso rischia a ogni giro di trasbordare colando sulla tovaglia intonsa, e ciò gli vale l’attenzione della platea – seduta, a tavola, in attesa della cioccolata di fine pasto.
«Il Cardinale ha la gonnella ma non è ottuso quanto i giuristi sul soglio pontificio. La Francia non può sopravvivere al continente in guerra se deve mantenere i propri nobili.»
«Se è vedere nobili che zappano, quello che vuole…»
«Oh no, no, questo mai.» Il bicchiere viene portato alle labbra, un colpo di polso lo svuota tra le labbra secche. Qualche goccia sul mento, ma la tovaglia rimane intonsa. La tensione nella sala si allenta. «Ma i nobili inglesi sarebbero preferibili a Richelieu.»
«Ma sono inglesi…» commenta una donna con una smorfia, scrollandosi briciole di pane dalla manica.
«… E quindi abbastanza sgradevoli, concordo.» Gli occhi di Zacharie cadono sul bicchiere vuoto della commensale, con disappunto. Un gesto, e altro vino viene versato da un servo. Gli occhi del portoghese seguono lo zampillo vermiglio con voluttà, mentre la cioccolata viene servita. «Ma grazie a loro fra qualche anno la Corona si troverà in mano un impero di terre oltreoceano già costruito e amministrato.»
«Terre di selvaggi amministrati da barbari, volete dire.» ribatte la donna – ragazza, forse, sotto il belletto e oltre i vestiti che le danno la postura solenne di una Minerva. Svuota il proprio bicchiere con nonchalance, senza staccare gli occhi dalle pupille nere di Zacharie, che non riesce a trattenere ulteriore voluttà mentre il vino rende umidi gli occhi di lei. «Richelieu ci vuole schiavi e barbari?»
«Forse…» vagheggia il portoghese, arcuando le sopracciglia e scuotendo la testa. «O forse vuole abbastanza oro da rendere i barbari suoi schiavi.»
Qualcuno si schiarisce la voce, sonoramente. Risolini divertiti guardano Zacharie cessare di riversare il proprio spudorato interesse nel modo in cui il succo d’uva sta tingendo le gote della ragazza – donna, forse, dal modo con cui non si scompone.
«Ma non è forse vero…» comincia la voce, dopo essersi schiarita – voce di Monsieur Blériot, finanziere per il Re. «… Che i portoghesi sanno meglio di chiunque altro come piantar seme oltremare?»
«Se vi riferite a promiscui atti tra loro e gli indigeni, ne ho sentito dire.»
«Siete o non siete portoghese?»
«Faccenda spinosa, come forse devo aver già detto in questa o qualche altra sala…» Zacharie mescola il cioccolato fuso con il cucchiaio della minestra, girandolo sul proprio asse. Tipico dei nobili, trattare il cibo come se fosse un diversivo contro la noia. Anche in questo finge bene. «Prima che un francese decidesse che ero suo figlio, dovevo essere portoghese. Ma qualcuno bisbiglia ch’io sia spagnolo…» L’accenno zittisce una parte della tavolata, ma la provocazione non ha seguito. «Perché non indigeno?» La ragazza-donna ride a voce troppo alta. «E d’altro canto, se fossi per metà francese e per metà indigeno, come qualcuno potrebbe dire, la faccenda si farebbe ancor più spinosa. Darebbe agli indigeni una nobiltà per nascita.»
La tavolata si frammenta, tra risate e silenzi indignati.
Zacharie non è per metà indigeno – né per metà francese, in realtà. La pelle dorata, le sopracciglia folte e arcuate, gli occhi neri e le labbra colorite gli hanno fatto dare in fretta un’origine: “il Giovane Portoghese”. La pelle è però troppo abbronzata, quasi bruciata dal sole, come quella di un marinaio; il sopracciglio destro s’interrompe, la cicatrice che l’ha spezzato ormai scomparsa; gli occhi neri sono penetranti come quelli di un capitano iberico o di un mozzo curioso. Le labbra scure, infine, sono secche come se il sole avesse tratto loro ogni traccia di giovinezza ben prima che Zacharie de Noger raggiungesse gli attuali cinque lustri. O sei. I documenti dicono sei, lui non nega i cinque che gli vengono riconosciuti. Per alcuni ne ha trecentotrenta. Zacharie non nega nulla che possa aumentare l’alone di mistero che lo circonda.
Sarebbe un suicidio per i miei conti, Jules. Anzi, ogni volta che puoi, conferma e nega ogni cosa.
«Jules pare non convinto – è vero o no, Jules, che hai sempre una tua idea su tutto?»
Zacharie cede parola quando si è in alto mare. È questo ciò per cui gli servo: dare fondatezza dove non ha basi per parlare, fare da fondale quando rischia di toccare il fondo. E una serie di altre cose.
«Credo che si possano supporre assurdità per ore senza giungere a nulla, se si procede sulla base di assurdità.»
Zacharie annuisce, volto inclinato per tendere l’orecchio verso di me mentre ascolta. Annuisce per tutti.
«Jules è vero figlio dei filosofi francesi. Lo sei, Jules?» Gli sguardi si volgono all’unanimità nella mia direzione. Qualcuno si sente anche in dovere di rispondere, annuendo per me. «E quasi dimenticavo! Il nostro lavoro, Jules! Lo stavo dimenticando, come ho potuto…?! Non sarò indigeno, e non avrò quindi scuse… Nobiluomini, sant’uomini, nobildonne e sante donne – e anche chi tra voi alla santità sta lavorando – fatemi introdurre, vi prego…»
Mi congedo con un cenno del capo, ricambiato distrattamente da chi mi siede a fianco: il finanziere, la piccola e tonda moglie dalle gote rosee e tonde come i seni; un uomo dal volto allungato, vesti laiche, qual era il nome? Si accompagna a un uomo che porta il nome di una famiglia di banchieri fin troppo famosa per dimenticarla, non per confonderla con altre; di fianco a lui, un vescovo italiano, il cui nome fa rima con Piccolomini tanto quanto con “suini”, nella sua lingua – volti in processione, confusamente accomunati da gote rosse da vino di Madeira e cioccolato bollente. Ognuno di loro ha un ritratto appeso a un muro, da qualche parte.
«… Poiché voi sapete del nostro comune interesse per quell’uomo – che forse uomo non è più – che da qualche anno si sa girare per la Francia e non solo…»
Mi chiudo alle spalle la voce di Zacharie, spingendo la porta con malagrazia. Con grazia, viene fermata.
«Monsieur…»
Una donna – il cui nome ricordo per certo, benché al momento non riesca a formarsi per intero sulle mie labbra – scusa la propria inattesa presenza, scivolando in fretta oltre lo stretto spiraglio e zittendo l’eco della sala.
«Monsieur, vi spiacerebbe se v’accompagnassi per un tratto?»
Ha polsi sottili come germogli, il bacino stretto di un ragazzino. Le labbra sono così sottili, e chiare, da far dubitare siano mai sbocciate su quel volto affilato.
«Mi è stato detto, per certo, che voi avreste potuto ascoltarmi.»
«Se così è stato detto, sarà verità.»
Le indico il corridoio, che mi preceda.
«So che voi e monsieur de Noger non avete segreti, e parlare all’uno è come confidare un segreto all’altro.»
«Anche questo vi è stato detto?»
«Che…? Oh, sì, certo, come altro potrei esserne a conoscenza…?»
Monsieur de Noger è un mosaico di voci incrociate. Mano a mano che il disegno ha preso forma, i tasselli hanno cominciato a lanciarsi di propria volontà, dando vita a particolari, ricavando paesaggi da quelle che erano macchie di colore vuote per metà, scene epiche attorno a insulsi vuoti.
Se l’uomo non fosse in grado di affidarsi in ciò che egli stesso ha inventato, monsieur de Noger non sarebbe che una parete vuota.
«… So che è uomo di buone qualità, che all’occorrenza sa essere prodigo di consigli. Ed è proprio di un consiglio che necessiterei…»
«Consigli e gesti, madame. Quel che può servire, nei limiti del possibile.»
«Non sentitevi in dovere di sminuire…» sprona lei, quasi imbarazzata. Si ferma perché la guardi, mentre scuote la testa per tranquillizzarmi. «Monsieur de Noger sa fare cose che a malapena si potrebbe pensare di poter anche solo desiderare – e invece, il mio desiderio è così piccolo, così piccolo che dovrebbe essere dato a ogni donna…» Fatica a concludere. Gli occhi spenti non potrebbero essere più nudi, mentre li rivolge a me. Quale sia il suo desiderio, questa donna necessita prima di tutto di poterlo esprimere.
Non è merito della malizia se nel mio volto compare compassione. Né merito dell’arte dell’attore – che Zacharie cerca di estrarre da me come se la maschera fosse il vero dell’animo umano, l’unico vero degno di essere mostrato – se sospiro accondiscendente.
La colpa, se colpa è – e lo è, perché sarebbe meno crudele rivolgerle indifferenza – è della mia incapacità di vedere in questa donna una miserabile senza speranze. Miserabile lo è, o non rincorrerebbe le promesse vagheggiate che circondano monsieur de Noger. Riguardo alle sue speranze, adesso le deposita in me senza riserve.
«I miei figli se li prende il demonio.» dice, e le pozze grigie con cui mi fissa si fanno trasparenti come un lago. Acquose, come un lago. Cominciano a riversarsi sulle guance. «E si dica che monsieur è un demonio – se egli sa ridarmi i miei figli, per me sarà-»
«Vi prego.»
Non ho abbandonato Dio a sufficienza per sentire tali eresie.
«Vi prego di non continuare qui questo discorso, né altrove. Non scomodiamo il Demonio senza sapere di chi è colpa. Avete pazienza?»
«Ne ho avuta per quattro bambini, monsieur.»
«E fiducia?»
«Lo spero, monsieur.»
«Lasciatemi prendere quel che devo, e tornate in sala. Parlerò lui di voi questa notte, e domani recategli un invito. Non preoccupatevi di poterlo onorare, perché egli risponderà dicendosi impossibilitato, e v’inviterà a sua volta, sì che possiate spiegare lui quel che a me avete accennato.»
«Sì, monsieur. Ma come posso ringraziarvi?»
Oro. Ben accetti possedimenti e altri beni. Monsieur ha una lunga lista di modi con cui essere ringraziato.
«Ne parlerete con lui, sempre che egli possa aiutarvi.»
«Voi sapete già che può.»
«Alcuni segreti sono solo suoi.»
«Monsieur…»
«A me non dovete nulla. Vi prego di fare come ho detto.»
Il collo lungo si piega fino a che il viso non viene oscurato. Si congeda così, in silenzio, tornando in fretta alla sala. Il brusio scivola nel corridoio quando apre e chiude la porta, disfacendosi prima di arrivare a me.

[…]

Parigi, 1629

«… Ed ecco che l’Ebreo Errante soggiunge: “Un Re in Francia? Voi sbagliate, monsieur, in Cina dicono che la Francia è un feudo dell’Imperatore cinese.”»
«No, Jules, questa frase non è fatta per essere detta.»
Il mio sospiro fa tremare la penna, l’inchiostro gocciola sul foglio.
La parola “feudo” diventa uno scarafaggio schiacciato.
«Fammi pensare… Se io dicessi…»
Zacharie si alza in piedi sul letto, occhi chiusi. Inspira un corposo fiotto d’aria, espira lentamente:
«“Un Re in Francia? Eppure, monsieur… Eppure…” Eppure? “… Eppure, monsieur, quando l’Imperatore di Cina me ne parlò, mi disse che era…” No. Serve una domanda.»
«Domanda?»
«Domanda.»
«“Un Re in Francia? Eppure, monsieur, in Cina dicono che la Francia è un feudo.”»
«“Un feudo, monsieur?”»
«“Della Cina, monsieur.”»
La penna scivola sulla carta in fretta.
Inchiostro cinese morbido come panna, fogli come cotone.
Un anno fa avrei dato la camicia accettando di girare in stracci lungo la Senna, per una pila di questi.
«Non ha alcuna grazia.» commento, rileggendo.
«Né tropi né l’ombra di una diafora – o di una di quelle cose che ti ringrazio di saper maneggiare bene come io maneggio denaro.»
«Continuo a temere che non verrà ascoltato.»
«Non vengo io ascoltato, Jules?»
Balza giù dal letto come se saltasse sul ponte di una nave. Stessa risolutezza, braccia allargate per mantenere l’equilibrio.
Mi strappa il foglio di mano.
«Tu, Jules, scriveresti una cosa come… “Di un Re in Francia, si è parlato? Perché se così avessi sentito, cavaliere, mi troverei a essere come l’ambasciatore a cui vengono confidati due cuori, di dama entrambi, ma l’una…” Non mi ascolti?»
«Se è me che stai fingendo di essere, la parte è stata scritta dalla persona sbagliata.»
«E sia io ringraziato, se ti permetto di non parlare come vorresti. Ma continuiamo. Il vino?»


(Scrivere cose e dimenticarsi di averle scritte…)