italy

Fondamentalmente, tesi.

Sulla scrivania: una lampada Ikea da tavolo dall’irrisorio prezzo, comprata mesi fa per sostituire temporaneamente un’altra lampada dall’irrisorio prezzo, sopravvissuta al trasloco e ai dettami del restyling. Eccola qui, la squadrata fonte di luce che ride in faccia alla morte.
Per il resto, la scrivania è abbastanza vuota – attualmente e in potenziale. “In potenziale”: non dovrò più riempirla di saggi in consultazione, anzi, a breve svuoterò le mensole a venti centimetri da me, quelle dedicate a “tutto ciò che concerne Sudafrica e De Beers”. Finirà tutto nell’altra libreria, tematicamente. Dopo la sezione “A.D. 1630”, la sezione “Trismegisto & co.” la sezione “norreni” e la sezione “tedescume vario”, avremo anche la sezione “Sudafrica & De Beers”. Ciò che mi spaventa è che, a differenza delle altre sezioni, questo è un capitolo praticamente chiuso. Non del tutto, ovvio. Tutto ciò che concerne compounds & prigioni & annessi rimane capitolo aperto – vedesi la sezione “Foucault”, ma l’argomento di per sé è abbastanza soddisfatto. Creepy, isn’t it?
Ho passato la serata e la nottata lavorando a capo e coda della tesi, ossia all’introduzione e alla conclusione. La conclusione è scritta, per ora, a mano su carta. Trascrivendola capirò se ha senso o meno. Sono afflitta da questi momenti di incertezze esistenziale: “Ciò che ho affermato ha senso?” Colpa del seguire sensazioni e impressioni, per poi andare a cercare nelle fonti dati che comprovino il mio pensiero, ma soprattutto che lo sfatino. So che è un modus operandi pericoloso, che si rischia di riempirsi la vita di self-fulfilling prophecies, ma per fortuna stavolta avrò due relatori e massacrarmi se ho detto cazzate. D’altro canto, se non mi fossi abbandonata all’impressione iniziale non mi sarei mai messa a scrivere questa tesi. Il tempo trascorso e le informazioni raccolte mi hanno dato ragione, e ben venga. Speriamo funzioni anche la prossima volta.
Ho discusso con VB del Grande Vuoto che seguirà la discussione della tesi. Appena finito di discuterne, non mi sono data il tempo di respirare ed ecco che già avevo stilato una lista di occupazioni tappa-buco. Intanto, ho una biografia di Heydrich da finire. Una lettura funzionale: c’è il solito racconto-lungo/romanzo-breve che voglio scrivere, e mi servono informazioni. Ma aprire il capitolo “Heydrich” è stato come aprire una diga: sono di nuovo piombata nel tedescume vario. E non solo perché sto leggendo Hitler di Genna. Ho anche pensato che mi comprerò il Mittner riguardante la letteratura del periodo nazista.
“Il Mittner” è una di quelle cose che troverete in un qualche gruppo di Facebook sul genere “Cose da germanisti”. “Il Mittner” sta a “Storia della letteratura tedesca di Ladislao Mittner”, un’opera che ti fa pensare a una di quelle vite romanzate spese in polverose biblioteche per completare un’opera monumentale – come questa Storia della letteratura tedesca è. Mittner ha poi un suo stile che ti ci fa affezionare, e che sa essere gradevole. È uno stile datato – quest’uomo è nato nel 1902 – con l’autore che commenta paternalisticamente ciò di cui scrive. Il Mittner mi ha insegnato cosa sia una “teodicea” – e tanti altri termini che ora non ricordo, e che ai tempi segnai a fine tomo (uno dei tre) per farmi una cultura.
Tutta la presente acrimonia italiana nei confronti del tedesco ha fatto rinascere i miei ricordi germanici. Non che li avessi veramente rimossi, chiariamoci – la mia nostalgia se ne sta lì quieta, un po’ tragicomica, risorgendo ogni tanto in maniera più acuta – diciamo che mi ha portato a interessarmi nuovamente attivamente alla faccenda. O forse la colpa è di quel sogno che feci, quel sogno in cui mi parlavano in tedesco, io non capivo nulla e ciò mi faceva disperare.
Ieri sera sono inciampata ne Le iene mentre facevo altro, e nella mia attenzione dimezzata ho colto il commento di un asiatico (no, non ricordo da dove venisse) sulla delusione che l’Italia ha rappresentato per lui. Come al solito, a colpirmi sono stati i dettagli: la sua delusione nel constatare il mancante civismo dell’italiano, insomma. Poco prima mi ero trovata ad assistere a una ripresa del nostro Parlamento riunito, ossia ad assistere a una folla di persone in silenzio mentre un’altra parlava, una folla di persone occupata a: utilizzare il proprio cellulare, parlarci, chiacchierare l’una con l’altra ridendo, leggere fogli annotandovi appunti, muoversi tra una fila e l’altra come io mi sposto da un tavolo all’altro a una festa. Tutto questo mentre un parlamentare parlava. Come al solito, data la mia abissale ignoranza, mi sono detta – e mi dico – che c’è qualcosa che non so. Non qualcosa a livello antropologico, ma qualcosa che spieghi perché è lecito fare tutt’altro mentre un parlamentare espone una posizione. Una spiegazione logica, burocratica, strutturale. Ma, anche se ci fosse, che comportamento si trova a emulare il cittadino che osserva una tale situazione?
Sono così piombata nel mio solito fatalismo, questa volta dicendomi che è inutile discutere di tutti gli altri problemi politici ed economici se alla base c’è un Parlamento che si sente legittimato ad agire così. Lo so, coevi, in fondo è una questione di forma: ma è grazie alle questioni di forma che in Germania riuscivo a capire cosa stesse dicendo il docente, la cui voce non era coperta da un brusio, e grazie alle questioni di forma in Germania le lezioni prevedevano una costante interazione tra docente e studenti, e questo anche perché gli studenti non passavano il tempo chini sul proprio cellulare.

Il 20 aprile, se la mia relatrice non mi dice che c’è un enorme problema strutturale nella mia tesi realizzato grazie all’ultimo capitolo che le ho consegnato, discuto la tesi. La gente mi chiede se non ne sono felice e, beh, in realtà no, ne sono sollevata – che comunque è una cosa enorme, dato lo stress degli ultimi mesi. Il giorno in sé si prospetta, ma solo nei piani, come un mezzo inferno, per un motivo che per una volta non ho voglia di spiegare. Per una volta non scriverò qualcosa a causa della non voglia di rodermi il fegato pensando a come potrebbe essere intesa, a che conseguenze laide e collaterali potrebbe avere, etc etc, dicendomi che se proprio deve uscire da me allora lo farà in diretta. È la prima volta che riconosco con me stessa una tale bieca arrendevolezza, la prima volta che ometto – questo blog ha il senso di un diario pietista, quindi è la prima volta che lo faccio venire meno al suo senso – la prima volta che vengo palesemente meno a un mio buon principio, e quindi sono pubblicamente condannabile, eppure non faccio nulla – al momento – per rimediare al peccato. Ci sono poche cose che mi fanno sentire più di merda – e anche quelle sussistono, in questo periodo. È proprio un periodo di merda, l’ho detto? Per fortuna ho la tesi a cui lavorare per distrarmi. Poi probabilmente m’impiccherò.
In ogni caso, venga chi vuole. Mi si contatti per informazioni sul preciso dove/quando. Sinceramente, trovo poco sensato sbattersi per assistere a quelli che saranno credo 15 minuti di formalità, soprattutto considerando il fatto che non sto organizzando nulla per festeggiare. L’unica cosa che so è che, dopo, berrò. Credo.

Annunci

Dell’inglese e di altre assurde pretese.

Oggi, mio popolo dal bilinguismo innato (dialetto + italiano), affronteremo lo strano, imbarazzato e astioso rapporto esistente tra gli italiani e la questione “lingua”.
Lo affronterò con il tono amareggiato di chi, parlando del più e del meno, si ritrova per abitudine a pronunciare più o meno correttamente prestiti abusati quali “report”, “establishment”, “director” e altri tra i centinaia di inglesismi che cospargono la quotidianità, e che con fatale puntualità si sente interrompere:
“Eh?!”
Report.
“Ahhh… ‘Report’! E parla come mangi.”
(Mangio di merda, vi ricordo.)
È da eoni che rifletto sull’approccio italiano alla lingua straniera egemonica (l’inglese, quindi). Non mi interessa oggi parlare della poca padronanza dell’italiano medio, fattore troppo scontato e quindi banalizzato. Mi interessano tutte le cause/conseguenze-satellite attorno a tale banalità.
Mi riferisco a dialoghi come quello sopra ricreato, ad esempio, che già di per sé rivela una contraddizione insoluta. Mi riferisco alla coesistenza di una massa sconfinata di inglesismi in italiano mentre, dall’altra parte, l’inglese non italianizzato rimane un imbarazzante straniero.
Mi viene in mente un discorso fatto da un docente circa Il calzolaio di Vigevano: il docente commentava, traendo spunto dal libro, come nell’Italia di quegli anni (Seconda Guerra Mondiale) l’italiano non fosse poi così diffuso, i dialetti vigessero ancora, e quindi l’italiano avesse un po’ lo status che oggi ha l’inglese: è quella lingua che impari a scuola e quindi mastichi con difficoltà, senza naturalezza, che usi per innalzare il tuo status ma con un certo imbarazzo.
La mia esperienza all’estero ha gettato luce su un’attitudine italiana che mai avevo notato prima. Appena giunta a Kiel, difatti, dopo aver avvisato il mio Study Buddy delle mie lacune in inglese, mi sono trovata tra tre tedeschi che – per gentilezza nei miei confronti – parlavano, tra loro, in inglese. Ci sono modi e modi di parlare in inglese, creaturine, e non mi riferisco alla minore o maggiore padronanza della lingua, bensì del linguaggio del corpo: e il linguaggio del corpo dei tre tedeschi non tradiva imbarazzo – il che non significa che il loro inglese, o la loro pronuncia, fosse perfetto. Era migliore di quello della media italiana che conoscevo, e del mio dei tempi, ma peggiore di quello della mia insegnante di inglese – eppure, la mia insegnante di inglese, quando fa lezione in inglese, parte sempre senza riuscire a disfarsi di quell’imbarazzo che rende la parlata pedante – manca fluency, qualità con cui ti triturano i coglioni a certi esami.
Ora, ci sarebbe qualcosa da dire anche sul fatto che i tre tedeschi abbiano parlato, davanti a me, in inglese e non in tedesco. Magari non era gentilezza, magari volevano tutti e tre portarmi a letto (ma ne dubito – e, P, es tut mir Leid, dass ich dich als Beispiel benutze), ma immagino che anche molti dei partecipanti alla festa di compleanno dell’Angelo due (o tre?) anni fa si sarebbero con piacere portati a letto quel gran pezzo di Creazione che è K, ciò nonostante era tutta sola in un angolino a sentire gente parlare in italiano. Circa quell’occasione, miei imbarazzati mancati anglofoni, vi ringrazio: probabilmente non sarei finita a letto con K se tutti voi ci aveste provato, allargando la competizione, mentre a farle una spietata corte eravamo solo in 3.
Non è né della mancanza di gentilezza né della presenza di secondi fini che voglio parlare, ma dell’atteggiamento in sé, che trovo nel quotidiano come in televisione: quel mettersi in bocca, quando dovere ciò richiede, parole inglesi di malavoglia, tentennando, per poi riservare all’inglese appena utilizzato un gesto che vede mescolarsi noncuranza, sprezzo e fastidio – lo stesso con cui mi viene detto “Parla come mangi.” quando qualcuno non ha capito la parola inglese con pronuncia inglese (più o meno corretta, ma non italiana) da me usata. Escludo anche il valore della vera conoscenza della lingua, che poco ha a che fare con quest’imbarazzo: oltre alla mia insegnante, ne fu esempio U, che mi confessò che – pur avendo una buona pronuncia inglese – si vergognava a usarla, e così la storpiava all’italiana. Ci fu poi S, che ridendo mi spiegò come un suo amico – bilingue italiano-inglese – tendesse a pronunciare i nomi dei gruppi inglesi e americani come andrebbe fatto, causando così una certa ilarità. Assurdo, nevvero? Non tanto, se pronunciando “report” all’italiana sono certa che vengo capita, mentre se la articolo come andrebbe articolata rischio di creare confusione. È il problema che una malaugurata marca, tra le altre cose, ha creato: la Fruit of the Loom, che fa sì che gli italiani pronuncino la “i”, stiano parlando in italiano o in inglese.
Esemplare del dramma esistenziale che s’incontra quando si vuole passare da una pronuncia italianizzata a una tentativo di correttezza è stata, ai miei stupiti occhi, la presentatrice di LoveLine, che in una puntata, prima di pronunciare una becera banalità in inglese (non ricordo quale fosse, ma non era più difficile di un “I’m sorry“), dovette avvisare il pubblico del fatto che stava per provare (è un passaggio difficile, richiede un’introduzione), lo disse, e poi scrollò le spalle insoddisfatta e concluse con un “Va beh.” sgravante.
Quel tono sgravante è al centro delle mie irrisolte riflessioni. È un tono molto simile a quello che useresti se qualcuno ti chiedesse di fare un triplo salto carpiato e tu lo facessi in modo imperfetto – ma anche chi te lo chiede, insomma, dovrà pur rendersi conto dell’assurda pretesa. Oppure il tono può colorirsi di una certa minacciosità, simile al modo in cui un tizio ti fa capire che – prima di criticare il modo in cui scopa – dovresti tenere in considerazione il fatto che ha lo stesso diritto di umiliare le tue capacità amatorie, non perché tu nello specifico sia un fallimento a letto, ma perché la maggior parte della popolazione ha una certa coda di paglia a riguardo, e quindi ogni allusione si concretizza nel momento in cui viene pronunciata.
Vi sto chiedendo di fare ricorso a una certa fantasia, perché tali dinamiche sono così tanto insite nell’italiano medio parlante inglese da non essere più distinguibili. Ho dovuto andare all’estero per rendermene conto – e ora, giacché sono tornata in Italia da mesi, neanche io scoppio più a ridere quando una persona dotata di un buon inglese si rifiuta di parlare in suddetta lingua dicendosi imbarazzata.

C’è un’altra cosa che ho compreso all’estero, parlando con tedeschi che scoprivano che ero italiana (e non francese, come credevano) e che quindi sentivano l’esigenza di farmi sapere tutto quello che sapevano sull’Italia, compresa qualche parola. Tale repertorio lessicale era costituito così:
– 10%: lessico legato al turismo (nomi di chiese, piazze, monumenti)
– 20%: lessico legato alla gastronomia
– 70%: parolacce
… Il che rivela di riflesso una pratica che diverte gli italiani: sentire stranieri imprecare e bestemmiare.

Ovviamente ho scritto tutto ciò perché il mio inglese sta andando a puttane.

BTW I should thank those people who comment on my LJ in English. The fact that – due to my laziness – I never write in English while most comments are in English is paradoxical – and, therefore, wonderful. Were I less verbose while writing in Italian, then I could write in English with no consistent effort, but I happen to love my verbosity.
I know that I should, P, because I can’t stand that you read me through a Google translation. You ought to visit me, as you told me, so that I were compelled to speak in English.

È anche abbastanza paradossale il fatto che la persona con cui chatto di più mi abbia abituato a farlo con lui in inglese – ma ti ho già ringraziato innumerevoli volte, Ghiro, nevvero? Ottima occasione per ribadirmi.

Competenze interculturali.

Indosso una felpa del NYPD originale (officially licensed), regalo di Weir, a cui sarò sempre grata per ciò. In realtà era un regalo per Horton – Horton Cody, lo sbirro neutrale, Horton Cody, di cui ho scritto tanto ma mai niente di organico – e per questo sarò sempre grata a Weir. Il problema è che è una XL americana, e quindi mi fa da vestaglia.
La indosso perché è caldissima e ho freddo. Sono spaccata in due: da una parte il soggiorno tedesco mi ha abituato a vivere in una stanza ben areata, dall’altra a vivere in una stanza calda. Le due cose sono collegate: il riscaldamento a Kiel era nordico, e quindi potevo sempre tenere una finestra aperta pur rimanendo al caldo. Qui no. Qui è ottobre e sto morendo di freddo. Muoio di freddo in casa e di caldo fuori. Sono abituata al contrario. Vedete, è bello congelare nella neve quando sai che i luoghi chiusi hanno una temperatura tropicale. Un bell’effetto sauna. All’inizio ti stende, poi ti ci abitui e trovi temprante e necessario tale sbalzo di temperatura.
Mi manca, ovviamente.
(Che novità.)

VB sta scrivendo. Un racconto. VB sta scrivendo meglio di me e la adoro per questo. VB deve continuare a scrivere e la incito a farlo. Attendo che scriva per leggerla – mi rischiara le giornate il cinismo di Van Vaals – che è suo, vi ricordo – e il modo in cui mette sulla scena personaggi miei. Giochi di specchi. Non avrei amato il mio Pearce così tanto se non l’avessi visto tramite lei. Non ci avrei visto un tale potenziale. Che potenziale puoi vedere in un personaggio nato per essere un cattivo da operetta? Mi era venuta a nausea la mia tendenza a fare da avvocato del diavolo e dare motivazioni a qualsiasi personaggio: volevo un cattivo da operetta senza mezzi termini. Ovviamente non m’è riuscito. Il Male è sempre pronto a farvi male dimostrandovi che non è poi così tanto male. Ah-ah-ah. Resuscitate Hannah Arendt e sparatele.

La docente madrelingua di francese è brava e simpatica e gentile ma non è Kokott. Kokott era il mio insegnante di madrelingua tedesco, che germanicamente ci insegnò la sua lingua con metodo, ossia: facendo ripetere a tutti, uno per uno, i fonemi, le prime parole di quella lingua barbara e quant’altro, per correggerci uno per uno. I crucchi son pedanti: danno per scontato un forte impegno personale da parte tua e quindi ti ripagano con grandi attenzioni personali. Devo tutto a Kokott. Mi piacerebbe avere tempo per andare a trovarlo e dirgli in crucco quanto gli sono grata, ma ovviamente non ce l’ho.

Il corso di "Letteratura e cultura nell’Italia contemporanea" mi porterebbe al suicidio per motivi che potrete intuire. In realtà credo non mi farà male affrontare razionalmente questo nostro "Bel Paese", ma sapete che ho un rapporto idiosincratico con lo stesso. A livello accademico si manifesta in modo strano: mi tira fuori la studentessa svogliata e strafottente che non sono. Mi accadde anche con "Storia contemporanea" e lo studio del fascismo. Odio il fascismo. Lo trovo imbarazzante. Anche il nazismo lo è, ma bisogna studiarlo bene per arrivare a vederlo così: di facciata è inquietantemente rispettabile. Il fascismo no. L’Impero romano in un Paese di contadini. Mon Dieu. Sì, sì, sì, sono di parte. D’altro canto mi interessa la letteratura italiana contemporanea quanto potrebbe interessarmi… Non lo so, non ho paragoni. Ci sono eccezioni, ovviamente, e diverse, ma sono così tanto contemporanee che i corsi universitari non se le filano (Eco, Luther Blissett e Wu Ming, altri che ora non mi vengono in mente). Il docente ha però sottolineato una cosa interessante: l’Italia fa caso unico in quadro europeo per la tendenza delle sue scuole superiori a ignorare la contemporaneità. Di solito si arrivano a studiare la storia e la letteratura fino alla Seconda Guerra Mondiale, o poco dopo. Poi c’è un vuoto che non ho mai compreso. È interessante, no? Osservare questo lato dall’esterno fa nascere riflessioni, perché appare come una censura o una considerevole noncuranza che andrebbe analizzata.

Capisci l’abitudine al multiculturalismo osservando come i docenti universitari si rapportino alle minoranze. Mediazione ne è piena – grazio a Dio piena di studenti stranieri – e così il docente dice, con un italiano convoluto e serioso da italiano (amiamo le complicazioni linguistiche, sono "cool", e poi non sappiamo decifrare un SMS), che gli studenti stranieri devono andare da lui a fine lezione. Alzino la mano, dice. Alcuni alzano la mano. Una studentessa italiana gli fa notare che gli studenti internazionali sono molti di più e probabilmente non l’hanno capito. Lui ripete le stesse cose nello stesso modo. Un’altra studentessa italiana gli fa notare che dovrebbe parlare più lentamente. Lui imbarazzato si spazientisce (come fosse colpa dell’ultima studentessa italiana che ha parlato) e delega agli studenti il compito di spiegare agli studenti internazionali quel che devono fare. Cosa avrebbe dovuto fare, mi chiedete? Di soluzioni ce ne sono tante. Puoi scrivere alla lavagna in italiano semplificato quello che hai detto a voce. Puoi dirlo in inglese (o potresti, se la cosa non ti imbarazzasse). Ci sarebbero molte soluzioni e gli italiani abusano del condizionale.
Ma non è il peggio.
Il peggio è sentirgli dire che non vuole che la sua voce sia registrata perché ha sentito di studenti che vendono tali registrazioni. Tutto a norma, mi direte, anzi, furbo lui che se n’è reso conto, perché è plausibile che succeda. Il problema è che una tale disposizione sottintende che il pubblico a cui stai parlando sia fatto di malviventi di cui non ci si può fidare, perché non basta dire – con rispetto – "è vietato vendere le registrazioni", no, la soluzione estrema è risolvere il problema alla radice facendo il poliziotto che non scende a compromessi e vieta direttamente l’uso di registrazioni. Ma siamo in Italia, e quindi il poliziotto aggiunge: "Quindi, se volete registrarmi, nascondete bene il registratore".
Non do la colpa a lui. Anzi, lui è simpatico e sembra comprensivo e alla mano e cercare di instaurare un rapporto di rispetto reciproco. È che è nato nel posto sbagliato, probabilmente, e reagisce al contesto in cui vive.
E io potrei, dopo eoni, citare di nuovo V for Vendetta, non alla lettera perché la mia memoria fa pena:

"Ogni azione ha una reazione, eguale o contraria."
"Stai dicendo che è tutto così, un mero meccanicismo?"
"Quello che mi hanno fatto è mostruoso."
"E tu sei diventato un mostro."

E io ho paura delle conseguenze delle abitudini prese a Kiel, quella ad esempio di considerare me e il professore di turno come pari e trattarci di conseguenza. Oh, lo facevo anche prima, in Italia, ma a quei tempi non lo facevo per abitudine, ma per principio: sapevo dove stava il limite che oltrepassavo, sapevo di stare oltrepassandolo. Ora no. Posso addurla come causa? “Scusi, professore, se le dico che mi sta trattando da deficiente malvivente e non ne avrebbe il diritto, ma sono ancora abituata alla norma tedesca, e lì non si è colpevoli fino a prova contraria”.
Parlavo con un conoscente che mi sta molto a cuore, l’altro giorno, in uni, di come i docenti italiani sembrino aver paura degli studenti. Questa cosa me la disse Kokott e io non la capii. Fino al contrario è comprensibile – che gli studenti abbiano paura dei docenti – per quanto dovrebbe essere un cattivo sintomo e non un dato di fatto da non analizzare, ma il contrario…?
Dopo aver asserito su questo LJ che le lezioni italiane sono come l’andare a letto con una frigida ho cominciato a riflettere sulla mia passata carriera universitaria, cosparsa di rapporti ottimi con i docenti, e mi sono resa conto della mia “attività lubrificatrice preliminare”. “Attività lubrificatrice preliminare”: il docente a cui ti rivolgi deve essere rassicurato circa il fatto che non sei “come tutti gli altri studenti” e che lo capisci, e allora si aprirà. Smetterà di balbettare e di minacciare. Un po’ come una ragazza insicura a letto. Sono esperta in entrambi i settori. Il docente italiano universitario si rivolge a te con una simpatia tagliente, imposta con sorrisi minacciosi. Non è la simpatia vera e propria, quella che s’instaura in un dialogo: semplicemente, impone la sua immagine come “alla mano” e ti tratta come se ti conoscesse, ti intuisse, quasi ti fosse amico. Dato che si sta rivolgendo a ottanta studenti e gli studenti, si sa, non hanno voglia di studiare, barano e sono superficiali, il suo comunicare che “li conosce” implica il comunicare che sa che non hanno voglia di studiare, barano e sono superficiali. È come la ragazza in mini vertiginosa in discoteca che s’atteggia a modella di PlayBoy ringhiando che sa che tutti gli uomini vogliono portarsela a letto e ferirla. Poi ci vai a letto e diventa una cerbiattina impacciata (sì, sto generalizzando e drammatizzando, all’inglese, dramatize; concedetemelo per amor della metafora) che deve essere rassicurata. Il docente ti guarda amichevole come uno spacciatore portoricano dall’alto della cattedra e poi, in sede privata, evita di guardarti negli occhi. Non trovate insopportabili le persone che non vi guardano negli occhi quando parlate loro? Ispira istinti nietzschiani, soprattutto se sono le stesse che in metro ti fissano e che, quando ti hanno appena conosciuto, ti trattano socialmente come se fossi un vecchio amico. I crucchi sono ipocriti dell’ipocrisia classica: se sono sul lavoro e sei loro cliente ti salutano con una gentilezza calda e convincente anche se ti odiano. Direi di più: non prendono in considerazione l’odio che può scaturire a pelle, quindi è facile ignorarlo. L’ipocrisia italiana è diversa: si diventa amici dopo due incontri, nominalmente, ma di fatto no, quindi vieni trattato come un membro acquisito della famiglia e abbracciato e baciato anche se di base non c’è nessun sentimento (e come potrebbe? Non ha avuto il tempo di svilupparsi). È strano il darsi tre baci alla lombarda, un caso culturale da studiare: sporgi il viso per dare i tre baci guardando il nulla alle spalle della persona, che non ti guarda negli occhi quando parli.
Ah, i tedeschi sono pedanti. Come me.
Ora, se ben ricordo, ai tempi analizzavo tali ipocrisie istituzionalizzate, e risolvevo dicendomi che c’era in fondo un che di “cool” in ciò. C’era un che di “cool” nel saper costruire così bene tale facciata, ed era divertente comprendere tali machiavellici meccanismi sociali degni di un “Le relazioni pericolose”. I paragoni salvano le nostre visioni del mondo: danno alla mera quotidianità un senso teatrale. Mi viene in mente un avvocato che drammatizza (sempre all’inglese) l’ingrato mestiere che fa (ingrato perché siamo in Italia e la corruzione impera) associandosi a cliché tratti dalla fiction. Li conoscete: l’avvocato senza scrupoli, il cinico che si trasforma in genio sociale, il male contemporaneo liricizzato. Il dramma è la libertà di scelta: siamo liberi di scegliere a quale rilettura associarci. Io posso, e cerco di, spiegare le implicazioni del sessismo all’italiana a una tizia che si sottomette al cliché dominante, ma nella sua testa accade qualcosa che io non posso controllare: anziché associarsi alla visione negativa di quel cliché di cui le parlo, lei si associa alla visione positiva. Una donna-cliché all’italiana può essere due cose: una raffinata e delicata principessa o un’incapace “femmina” che si fa sottomettere dal “maschio”. Indovinate quale delle due le vostre menti predilige. Per questo non riesco a spiegarmi: perché ora sono all’interno di un mondo in cui mancano i riferimenti a cui mi rifaccio. Come posso spiegare la differenza tra ciò che si è in grado di fare e ciò che si è supposti fare in italiano? Ghiro mi fa notare che sono probabilmente l’unica italiana che usa la forma “essere supposti”. Come vi rendo la differenza tra können e dürfen? Come posso spiegare al docente che s’impegna che sta sminuendo il suo prossimo reputandolo un malvivente, e che ciò non lo rende un docente furbo ma un docente che porta avanti una cultura basata sull’essere colpevoli fino a prova contraria? Poi ci sono i meccanismi di difesa. Una visione idealista in Italia non è letta positivamente, ma come una forma d’ingenuità. D’altro canto “chi ce la fa” deve sicuramente aver avuto “le conoscenze giuste”. C’è un costante sminuire il prossimo rendendolo un individuo bieco o ingiustamente premiato. Sì, sono pedante. Sono pedante perché un meccanismo di difesa italiano rende così i discorsi seri che non si fanno avanti a spallate di sarcasmo e ironia. Mon Dieu.
Vivo paura. La paura che nei libri trovate descritta da reporter che si inseriscono in qualche società corrotta da Terzo Mondo che si traveste da Civilizzato e che si rendono conto che i meccanismi che governano i vertici sono diffusi a tutti i livelli. Li puoi annusare, li puoi toccare. Li vedi riflessi nel microcosmo quotidiano, nelle occhiate diffidenti del passante, nella disillusione dell’amico.
Non ho più gli anticorpi per tutto questo.

Horton, caratterialmente, è caratterizzato da una duplice caduta nel cinismo.
Cresciuto in una famiglia capeggiata da un padre violento e che minacciava si è sviluppato nel cinismo. È entrato in polizia per il principio “non vieni minacciato se puoi minacciare”.
Poi è accaduto “qualcosa” che lo ha “salvato” e gli ha dato speranza. Horton è riemerso, dal cinismo accecante e da una visione del mondo che non lo tartassava quotidianamente con una sottile paura interiorizzata e tramutata in indifferenza.
Poi quel “qualcosa” che lo salvò è stato distrutto dai meccanismi del mondo che temeva e lui è ripiombato nel cinismo. Questa volta è andato incontro al Grande Buco Nero con lucidità, sapendo dove si stava dirigendo. Non è stato un viaggio ingenuo, ma ben ponderato. È stata, insomma, una scelta, nel caso di Horton definitiva.
Io non voglio tornare a essere quello che vedo attorno a me. Non voglio. Mi distrugge dentro. Non voglio diffidare del mio prossimo mentre gli bacio le guance, non voglio dare per scontato il peccato nel mio prossimo perché la media matematica mi suggerisce ciò, non voglio evitare investimenti perché la maggior parte viene fatta naufragare da un sistema inefficiente. Non voglio, capite? Non voglio quella scorza addosso. Non è “cool”: è il lascito abbellito di un mondo marcio. È il marchio di una cultura che sminuisce il prossimo sminuendosi, decorato con formule sociali ed estetiche degne di barocchismi dinnanzi a un horror vacui. È ridicolo, ridicolo, pretendere di essere serviti quando si va in un bar – anziché prendere con le proprie manine un vassoio e poi riporlo nell’apposito spazio, sarebbe umiliante, nevvero? Neanche fossimo servi – quando poi davanti al dipendente statale che ti tratta come se fossi una merda che vuole fargli perdere tempo non si ha il diritto di lamentarsi – no, “lamentarsi” è un italianismo, il termine corretto è “rivendicare i propri diritti”, ma in Italia è una barzelletta, non una frase, nevvero? È grottesco. È così palesemente, chiaramente, evidentemente paradossale da farmi girare la testa. Vivo in una follia. Kafkiana. Il problema non è il disservizio – se fosse quello, il problema, starei implicitamente sputando merda su più di metà mondo. Il problema è vivere nel disservizio cronico, anche a livello umano, e sentirsi “cool”. Lasciare cartacce per strada e lamentarsi perché il barista questa volta non ha decorato il cocktail a dovere. È una scimmia pulciosa vestita da sultana che pretende il baciamano mentre siede sulle proprie feci. Mi distrugge. Io provo a parlarci per cercare una soluzione per quelle fottute feci, ma sono date per scontate, e la scimmia vuole solo essere trattata da sultana, e si fotta l’evidenza dei fatti, perché se non la tratti come tale si rende conto di essere nella merda.
Ho mal di testa. Non devo pensare. Mi pesa il cuore. Fisicamente.

Stress pre-traumatico.

Devi essere molto stressata, mi ha sussurrato un sogno stanotte mentre mi faceva massacrare un gruppo di persone a mani nude. Lentamente, metodicamente, uno dopo l’altro e a più riprese. Una delle persone aveva la forma di un pesce degli abissi disseccato con affilate zanne. Deve essere colpa di Harry Potter, che ho guardato ieri sera dopo essere crollata sul divano in preda a un mal di testa pulsante.
Devi essere molto stressata.
Svegliarsi da un sogno del genere è stressante. Deambuli in direzione della cucina con un’espressione torva e stanca, cercando di scrollarti di dosso tutta quella fatica. È faticoso fare a pezzi qualcuno a mani nude. Mi sono dovuta aiutare con superfici su cui sbattere la testa della gente – anche di quella a forma di pesce.
Badate bene: non dovevo uccidere quelle persone, dovevo solo metterle fuori gioco. Quando ho sbattuto la microtesta di un ragazzino deforme per l’ennesima volta contro il pavimento e ho notato che cominciavano a staccarsi pezzi d’esoscheletro (aveva l’esoscheletro, è colpa mia?) mi sono detta: “Ops!”
Ops.
Sì, devo essere stressata.
Mangiando bistecche senza sale guardo Forum e lo osservo come un anno e mezzo fa osservavo programmi tedeschi per comprendere i meccanismi sociali. Quelle cose come: “Quando parlano? Come parlano? Cosa possono dire e cosa non possono dire?”
La televisione italiana mi ha mostrato gente che si parla addosso. È metodico, e quando lo osservi razionalmente le risse in Parlamento smettono di sembrarti assurde. Sono perfettamente inserite nel quadro. Il Governo, insomma, vi rappresenta (e io prima o poi smetterò di parlare di voi e tornerò al noi; temo quel momento; la soluzione è smettere di utilizzare qualsiasi pronome che non sia io). Alla prossima persona che depreca le risse in Parlamento dirò di non interrompermi mentre parlo per dirmelo.
Ma il problema sta negli interstizi, ed è questa la cosa interessante. La tendenza ad arrampicarsi sul discorso del prossimo per avere parole è meno accentuata quando parlo con i singoli. Il problema si presenta quando in una stanza sono presenti più di persone. Allora, e solo allora, si manifesta il Vero Caos. E la gente smette di ascoltare.
(La cosa interessante è che quando più è becero e banale l’argomento, tanto più il Vero Caos si manifesta.)
A Business English avevamo studiato anche questo. L’adorata docente da Los Angeles aveva pacatamente detto ai pacati tedeschi che per alcune culture interrompere non è sintomo di mancanza di rispetto. Già. Chissà come si manifesta il rispetto, in quelle culture.
Io non interrompo e sogno di fare a pezzi gente deforme, che oltre essere asozial è pure politicamente poco corretto. Ricordo quando, a Kiel, provavo un doppio fastidio dinnanzi a un incontro con una persona poco gentile. Non solo me l’ero subita, ma ciò mi avrebbe messo addosso uno stress che probabilmente avrebbe influito sui miei sogni. A Kiel tali occasioni potevo contarle, e quindi lamentarmi interiormente di volta in volta.
Badate bene, la mia mente ha gradualmente accettato che non è questione di superiorità o inferiorità culturale ma di semplici differenze percettive. È l’argomento che risolve tutto da quando non puoi dire al tuo prossimo che come essere umano ti è inferiore, e funziona. Ha logica, senso. Rientra perfettamente nei quadri foucaultiani acquisiti. Il rispetto quotidiano a Kiel non è marca di una superiorità culturale, ma una prassi interiorizzata. Probabilmente fingono meglio di sopportarti e poi di notte sognano di massacrarti a mani nude, chi lo sa? Rimane il piccolo paradosso per cui non mi è concesso dire che la cultura italiana è retrograda ma alla cultura italiana è concesso dire che l’infibulazione è una pratica retrograda. Non credo nel termine “retrogrado”, veramente. È tutta questione di discorsi e abitudini e quadri di riferimento. “Cultura” è un termine politicamente corretto per dire che è meglio non fare guerre tra Stati, così gli Stati possono occuparsi meglio dei propri cittadini – e cosa c’entra la cultura con la gente che fa rissa in Parlamento?

Il figliol prodigo.

Non sono morta, anche se ci ho lavorato.

Sul tavolo: lo spazio liberato dai raccoglitori che lo ingombravano, ora sulla libreria Billy™ con soluzione angolare.
È stata una proiezione.
Sdraiata sul mio letto in un risveglio a Kiel ho portato alla mente la mia camera e il vuoto esistenziale mi ha colto. La spiegazione è da dare in pasto alla psicologia della domenica: stanza come deposito di ricordi italiani, vista le ultime volte impolverata e abbandonata, un po’ morta – e morta avrei voluto rimanesse, un corpo senza anima – non tornarci, anima, non tornarci.
Ho optato per la rinascita, che nel campo della psicologia della domenica va di moda.
Avere sei valigie da reinserire in una stanza non è cosa semplice. Psicologicamente e fisicamente. Si necessitano purghe e lutti ben accolti – e sacchi di spazzatura allineati in corridoio.
Mettere a posto significa disseppellire, e la libreria Billy™ ha svolto la sua funzione: darti l’illusione che la tua vita sia ordinata e che tu possa ripescare ogni parte di te in caso di necessità. Io, poi, sono un accumulo di interessi disparati, che sovente si materializzano in file di libri.
C’è una mensola che raccoglie tutti i libri sulla Riforma e sulla Controriforma. In realtà l’etichetta sarebbe A.D.1630, ma chi di voi si ricorda cosa questa tag indichi?
C’è una mensola che parla di norreni, ed è poco nutrita per lo stesso motivo per cui la libertà dell’informazione è un’illusione: in italiano di materiale ce n’è poco ed è tutto uguale, e quando quella ricerca cominciò non avevo la mentalità del ricercatore online.
C’è una mensola che mi ricorda che in teoria parlo inglese e tedesco – at least, I used to. How to practice languages now? I should write in English. I should and I would say that "I must", and once again I think about the difference between "müssen" und "sollen". Manchmal ist der Unterschied zwischen diesen Verben nicht einfach zu verstehen. Es hat nichts zu tun mit meinem schlechten Deutsch, sondern mit mir selbst: Ich hätte, und tatsächlich habe, dieselbe Zweifel, wenn ich auf Italienisch denke. Daf sagte, ich sei faul – ich hatte keine Lust, auf Deutsch zu sprechen, und warum, hätte ich das machen sollen? You are lazy! I am. And I shouldn’t.

Sulla parete: cartina di Münster di quattro secoli fa. Di fianco c’è la solita, vecchia, Germania della Guerra dei Trent’Anni. Ci sono post-it sull’armadio che vorrei ridipingere, bianco&nero. Mi piace, il bianco&nero. Ordine e alternanza. La Germania mi ha reso un’abitatrice fantasiosa ed entusiasta, effetto secondario dell’essere felici di vivere in un determinato luogo. Cerchiamo di importare anche questo. Cerchiamo di importare, importare, importare – sono pigra, l’ho detto, quindi cambiate voi e non fate cambiare me. Fatevi colonizzare, all’antica maniera, con io vi dico che come faccio io è meglio, è più civile, vi organizzerà l’animo e aprirà nuove opportunità e soluzioni.
Insomma, non sporcate i benedetti cessi. (Filosofia politica della latrina, la chiamerò.) Nel cesso di un bar a stazione Garibaldi, con il lavandino rotto e il pavimento cosparso di piscio, leggo sulla parete:

Mi piacciono piedi femminili puliti e curati. Chiamate il: 392XXXXXXX

Credo fosse il motto di una rivoluzione sociale.


Sono a dieta per pigrezza. Sbarcata in Italia ho aperto la dispensa e ho contemplato una serie di ingredienti alternativi che ti fanno domandare: “Come faccio a ricavare un pasto da queste cose?” È in quei momenti che capisci il fascino dell’alchimia.
Mater segue una strana e alternativa dieta di cui è entusiasta, il cui principio è mangiare fino a sfondarsi evitando certe sostanze. Niente sale e niente zucchero. Stomaco pieno e nausea e carenza di zuccheri. Apatia che avanza. Sollevo il trolley e mi sento le gambe deboli. Deambulo per la casa con sguardo rincoglionito. A metà mattina e a metà pomeriggio mangia un limone senza buccia: l’adrenalina aiuta il processo di dimagrimento. Anziché disgustarmi il palato, posso fare a botte? Le diete alternative propongono alternative limitate all’alternatività dell’alternativo che le ha create, e siamo punto e a capo: siamo tutti chiusi mentalmente. In cinque giorni ho perso 2,2 chili, tra cui la mia pancetta tedesca (in Germania puoi pesare 49 o 94 chili: la pancetta è un must). Ci ero affezionata. Mi affeziono in fretta all’effetto boxeur in pensione: gli addominali scolpiti sopra e una striscia di pancia lì appesa. Mi fa venire in mente uno spirito allenato che si mette comodo perché di cose ne ha viste abbastanza. Affronto la nostalgia dandomi all’autocompiacimento e corro nuda davanti allo specchio urlando: “Spartani!”.
Una nota a margine, dato che siamo di nuovo nei dintorni di Milano e nel Paese della moda e della bellezza: non credete a chi vi dice che gli addominali di 300 sono fake. Come al solito, non importa se lo siano o meno, ma importa quel che il parlante sottintende, e il parlante in questo caso vuole dirvi che non potete aspettarvi da lui una tal tartaruga perché è finta, o per farla bisogna fare esercizi che sviluppano solo l’estetica e non la resistenza, o che dovrebbe prendere steroidi ed è insano, meglio una sana e normale e non così definita tartaruga. Cazzate. Il parlante non può permettersi quella tartaruga o perché è nato nel modo sbagliato o perché è pigro. Ditegli che è un pigro ipocrita di rango infimo e che per sua fortuna esistono degenerati che trovano sexy le maniglie dell’amore.
Comunque, mi manca la mia pancetta tedesca, e questo è proprio feticismo. Meno feticista è la mancanza che provo nei confronti delle quindici zollette di zucchero a giorno sciolte nel caffè. È interessante osservare quanto lo zucchero sia per me importante. Sto mangiando abbastanza carne da fare commenti su una futura gotta, ma i miei muscoli hanno le potenzialità aggressive di un chihuahua, e non possono neanche abbaiare.
A proposito delle enormi quantità di cibo ingeribili, avevo avvisato Mater che l’abitudine tedesca andava oltre alla sua immaginazione. Che il mio “mangiare tanto” non era il suo “mangiare tanto”. Dopo quattro giorni della sperimentale dieta sono riuscita a trovarne i limiti: per sfamare me serve un mutuo. Anziché fare una dieta dovrei darmi alle scommesse: vincerei. Soprattutto con la birra. Ricordo con tenerezza i tre litri di Paulaner bevuti a casa di Seb la sera prima di partire per Milano. Se lo dici sembrano tanti, nevvero? La trovo, con moderazione, una buona media. Dico “moderazione” perché dopo tre litri non sono ubriaca.
Insomma, accetto scommesse di bevute. Se bevo più birra di voi senza ubriacarmi mi date €30 oltre a pagarmi tutta la birra. Potete anche essere alti un metro e novanta e pesare centoventi chili, non importa: vincerò per inerzia.

Mi mancano Daf e Timm e Fabian. Tantissimo. Tante emozioni ora sono “tantissimo”, ma la personale soluzione, dettata dal terrore, è ignorarle. Ho ignorato quel che la partenza di VB poteva causarmi perché non avevo la più pallida idea di cosa potesse causarmi, e non voglio averla. Questo mi causerà uno di quei traumi interiori che rendono le persone, verso i quaranta, ciniche e amare – ma tanto lo sono già, no? Credo nel cinico idealista. Il cinico fine a se stesso è un’astrazione atta a giustificare la sensazione di sentirsi maltrattati e ignorati senza capirne il perché. Il cinico è una creaturina troppo pura e idealista per questo mondo dalle corruzioni banali quotidiane, e quindi deve rifugiarsi in una corazza tagliente come pelle di squalo. Credeteci, tanto lo fate già, credeteci e riempitemi di attenzioni e cucinate per me e concedetemi i vostri corpi migliori.
Mi mancano Daf e Timm e Fabian e quello che sono stati capaci di fare. Ad esempio, rubare una bandiera con lo stemma di Kiel delle dimensioni di una parete per regalarla a VB. Contestualizzate, por favor: siamo a Kiel, città specialmente ordinata e ligia nell’ordinata e ligia Germania. Ti danno una multa se passi con il rosso. E loro hanno rubato una bandiera. Non so da dove. So che sono stati fuori l’ultima notte per rubarla e poi portargliela ancora umida. Prenderei Timm, con il suo accento nordico incomprensibile, lo solleverei da terra e comincerei a farlo girare (ma cadrei: sono in mancanza di zuccheri).

Il mio motto a Kiel era “I don’t care.” e non so tradurlo. Ora come faccio a essere me stessa?

(Per il lato pratico: sì, sono in Italia, ma sono fottutamente impegnata. Sì, voglio assolutamente vedere alcuni di voi, quindi non avetemene a male se non vi ho contattato subito: sapete come funzionano le mie priorità e pensate che conta il pensiero, e che io penso tanto, ma proprio tanto.)

Claustrofobie e cenofobie.

"Woman," here and elsewhere, then and now, so elides with a revoked adjectival marker named "white" that we barely notice.

Io l’ho detto che Foucault non andrebbe tradotto in inglese.
Non che questo pezzo sia di Foucault – è di una tale Hortense J. Spillers – ma Foucault lo riconosco dalle virgole e dalle giustapposizioni che infila nei discorsi altrui.
Quando leggi…

… "statements [for Reed] that are no longer accepted or discussed, and which consequently no longer define either a body of truth or a domain of validity, but in relation to which relations of filiation, genesis, transformation, continuity, and historical discontinuity can be established."

… Allora lo vedi, Foucault. Poi leggi la nota e scopri che è proprio lui.
Sono le virgole e le giustapposizioni, ve l’ho detto – e qualcos’altro.
Ma non odio e amo la tizia perché mostra senza pudore influssi foucaultiani (o chi per lui – a furia di usare la parola discourse il proprio discorrere viene marcato e sei riconoscibile), ma perché mi sta facendo usare il dizionario e sentire ignorante. Odio la sensazione di non aver colto appieno il significato di una frase, e pensavo di aver smesso di soffrire di tale malattia in inglese.
Fottuta Hortense J. Spillers.


Daf è tornata, e si nota.
La casa – che ricordo essere per tre persone – si è ripopolata e ne ospita dalle cinque in su. Le serate vengono spese degnamente, ossia all’insegna della raffinatezza citata nella puntata precedente.
Due sere fa, ad esempio, abbiamo lungamente discusso di come nettarsi dopo essere stati al cesso. La discussione era iniziata ilarmente, ma suo malgrado è sfociata in una dettagliata analisi e comparazione, con Pimm che è scivolato sotto al tavolo per la vergogna.
(Pimm è così: è timido e pudico per coerenza al personaggio. Sia io che Daf siamo convinte che in fondo se ne sbatta altamente di tutto, ma il personaggio gli sta comodo addosso.)
Il Leitmotiv degli ultimi giorni è la parola downdown come “handicappato mongolo”, parola che usavano i miei compagni quando ero alle elementari. VB aveva cercato di correggere questa influenza culturale infantile che mi faceva dire down al posto di altre trecento sindromi studiate e non studiate, e io ho ribattuto trasmettendola a Daf.
Anche questo tema, come la pulizia intima, è sfociato nella serietà (parola grossa, sì) e nel cercare video digitando parole-chiave la cui analisi farebbe rendere conto della serietà (sempre più grossa, questa parola) degli intenti. Cose come “down funny” o “down singing“. Lo sapete, YouTube ha sempre qualcosa da offrire in pasto alla vostra demenza.
Voi che mi conoscete meglio di quanto io conosca me stessa (perlomeno virtualmente: io non mi ricordo cosa ho scritto dall’apertura del blog a oggi, quindi un folle che leggesse il tutto di seguito rasenterebbe l’onniscienza rispetto al mio livello di auto-coscienza) saprete che non sono il genere di persona che si lascia andare a questi stupidi divertimenti basati sull’umiliazione (virtuale) del prossimo. (I posteri tacciano.)
Voi saprete, sempre perché siete la mia memoria e questo blog è il mio memoriale, che io sto più probabilmente facendo qualcosa di più complesso e inutile, e infatti è così.
Il tutto inizia, come la maggior parte delle cose sorte nell’ultimo periodo, con Shutter Island. Lo stavo visionando con VB quando ci siamo messe a parlare della strana fascinazione che taluni luoghi di reclusione hanno su di me – che poi ci ricollega a Foucault, alle sue prigioni e ai suoi folli. Ho interrogato questa mia ossessione, e dio sa come siamo finite col parlare del Cottolengo. Sempre perché sono cresciuta in un contesto democratico e che rispetta gli esseri umani, per me “Cottolengo” non è la “Piccola Casa della Divina Provvidenza” fondata da Giuseppe Benedetto Cottolengo, ma quel posto da cui vengono le persone a cui dici “Ma sei down“. Dopo aver googlato il sopraccitato Cottolengo, VB mi ha fatto notare il mio abusare della parola down, il mio usarla a sproposito (ma senza malizia, quella sera), e abbiamo discusso della reazione che le persone con certi handicap causano. VB, politicamente corretta, ha istinti violenti nei confronti dei suddetti, ma nel suo caso sono giustificati dall’esperienza. Anche io posso avere (a scelta) istinti violenti nei confronti dei suddetti, ma l’esperienza non c’entra, a meno che non vogliamo contare il fatto che il compagno con handicap che avevo era rivoltante (ma qui dovremmo citare la nostra amata self-fulfilling prophecy per dimostrare come l’esperienza non dimostri un cazzo se non le aspettative che la precedono).
Comunque, ho così realizzato che non ho mai approfondito il trattamento riservato alle persone con taluni handicap.
(Io continuo a scrivere “con taluni handicap” perché rimango ignorante e non so quali altri handicap facciano venire fuori individui somiglianti a quello che nella mia testa è un down.)
Voglio dire, se elenchiamo le reazioni che taluni individui causano avremo uno spettro di tutte le brutture umane. Dall’umiliazione del tuo prossimo perché è debole, dallo stargli lontano per rimanere politicamente corretti e non fare una faccia disgustata quando si avvicina, al riservargli apposta attenzioni perché “poverino, ha problemi” (e qui sorge sempre la domanda: “E se una persona non ha problemi visibili?” – Fottuto amore del prossimo tuo che sia debole e lo sia visibilmente perché altrimenti non sopravvive). Mettetevi nella testa funzionante di un tal individuo down e rendetevi conto di quanti sforzi debba fare per apprezzare l’umanità, questa creatura che ne vede tutte le più o meno imbarazzanti brutture.
Non deve essere molto dissimile dall’ex-schiavo negro che si trova circondato da abolizionisti benintenzionati e che quando esce di casa si trova circondato e basta, senza buone intenzioni.
Un giorno i down andranno di moda e pagheremo in stipendi per chirurgia plastica che ci dia un sorriso ebete.


Ho i bicipiti a pezzi, hangover dei pacchi DHL portati alle poste e ora diretti in Italia.
Fabian ha gentilmente aiutato me e VB, avendo tre scatole da 17 chili da trasportare e avendo io realizzato che non riesco a reggere 17 chili per braccio sollevato per tutto il tragitto che avrei dovuto compiere. Fastidioso, direi. Ma per fortuna c’è Fabian.
Fabian è un ragazzo tedesco con la faccia da orso buono. È alto e largo, e due occhi azzurri che sanno trasmettere due sentimenti: altruismo incondizionato e violenza cieca. Fabian convive, credo, con il terrore di Mr Hyde. La sua testa pensierosa va in loop per ogni minima cazzata, e torna con letale cadenza allo stesso Leitmotiv: rapporti di potere. A letto, in società, fisici o sentimentali. Fabian è, suo malgrado, un fedele della chiesa del “cane mangia cane” – ne è terrorizzato e quindi è pronto a mordere a sangue.
Ed è adorabile e tenero come burro (tedesco).
Me lo porterei in Italia. Come souvenir. Si è già discusso dell’eventualità di mettere Daf in un pacco e spedirla mezzo DHL in Italia. È piccola, ci starebbe. Lascerei entrambi liberi per la casa, per sentire le loro voci e trovarmeli in cucina con Pimm e poter così giovare di quei dialoghi rilassati e inconcludenti che caratterizzano una convivenza che procede bene. Troppo bene. Ci mancheremo. Ma l’ho già detto, infinite volte. È che vorrei che lo capiste, e quindi uso il metodo più svilente: ripetere. Vorrei che lo vedeste sì da potervi dire “Anche io voglio realizzare quella cosa lì.” e magari realizzarla nelle mie vicinanze. Voglio portare un ramo di Germania in Italia e piantarlo, sì che la specie si diffonda. Non è questione di nazionalismi, ma di lampade e saluti al mattino. Cercherò di spiegarvelo anche di persona. Cercherò di tenermelo dentro come un fungo e poi colonizzarvi. I tedeschi sono pessimi colonizzatori, è questo il problema.
Ho discusso con Fabian di come a Colonia la gente ti guardi. “Ommioddio, guarda, perché ci guardano? Ve l’ho detto che Colonia è una città viva e sociale – e la gente ti guarda. Ossia fa più o meno quello che la gente fa in Italia, quindi non allarmatevi, ma contestualizzate: a Kiel e Amburgo e Berlino la gente non ti guarda.
A questo punto bisognerebbe decidere se la prima domanda nata sia “Perché la gente ti guarda?” o se sia “Perché la gente non ti guarda?”, ma è la storia dell’uovo e della gallina ed è – al momento – abbastanza inutile. Il fatto è che io sto per tornare in Italia e la gente mi guarderà e io ricomincerò a tenere una mano sulla borsa quando sono in metro – e non ne ho, nonono, non ne ho voglia.
Il mio istinto di sopravvivenza, intanto, si è attivato, e io ho cominciato a riempire la sacca denominata “motivi per gioire all’idea del ritorno”.
Quelli negativi ve li ho elencati nelle puntate precedenti, e me li elenco ogni giorno quando mi sveglio e quando vado a dormire. Per questo sono le 8:17 del mattino e io sono qui a scrivere, insonne. L’elenco mi ha scosso prima che il sonno potesse cogliermi. Sono scivolata dal letto lasciando il corpo dormiente di VB a riscaldarlo.
Anche a lei dovrò dire “ciao ciao”, a breve. E quindi al sesso e alle carezze al mattino e alla colazione a letto e a dei cosiddetti “veri pasti” (sì, mi trattano bene). Nonché agli elementi elencati sotto la voce “sfera emotiva”, e a un sacco di altre cose che risiedono nel cratere che porta il nome di “abitudine” e che – come Foucault insegna – è il Male dei Mali.
Ma comunque.
Mi mancano le mie bestiacce. No, non è corretto: non mi mancano, piuttosto l’idea di rivederle mi risveglia un certo entusiasmo. Mi risveglia un certo entusiasmo anche l’idea di rivedere Mater e di passare con lei e VB qualche giorno di vacanza (che non saranno giorni di relax perché devo scrivere i papers, ma mi sono auto-propagandata lo slogan “vacanza”).
L’istinto di sopravvivenza mi ha mosso il culo virtuale e ho buttato esche per rivedere persone che non vedo da tempo.
A tal proposito, in una pausa di cinque minuti, tra un saggio da leggere e Fabian in arrivo, ho aperto MSN dopo eoni e ho contattato Caine. Il mio orologio biologico deve avermi detto che era passato abbastanza tempo dall’ultima volta che l’avevo sentito. Il suo orologio biologico mi ha ricordato che ho un suo HD esterno, e gli ho detto che poteva darsi, chi si ricorda, devo controllare, e lui doveva avere un mio libro, chi si ricorda quale, ah sì, Fabbrica di ufficiali ha ricordato lui, e in questo semi-sonnambulismo ho capito che prima che poi lo rivedrò. È passato abbastanza tempo.
Non so esattamente perché il rapporto tra me e Caine sia fatto di brevi periodi di frequentazione scanditi da lassi di tempo lunghi il quintuplo (o più). La ragione deve risiedere nel fatto che Caine è esattamente quel genere di persona con cui in astratto andrei d’accordissimo, ma che in concreto nella mia vita esiste per il tempo di conoscersi, dirsi che la si pensa in maniera simile e quindi reputare inutile un approfondimento. Per lo stesso principio, io non so quasi un cazzo di materialmente utile di Caine e probabilmente viceversa.
Caine ha, probabilmente, un valore simbolico. E il valore di una mano quando ogni tanto, totalmente ubriaco, per assicurarti del fatto che esisti, la tocchi. Il ogni tanto in questo caso prevede anni, ma la sensazione è quella: tocco Caine (non fisicamente, peccatori) e mi tornano in mente cose di me. L’importanza della non importanza dei concetti di bene e male, ad esempio. Caine è l’unica persona che conosco decentemente che vi sia andato oltre. Per oltre intendo l’andare oltre alla fase che tutti passiamo, quando vogliamo dimostrarci che sappiamo fare il male e rompiamo i coglioni al mondo a tal fine. Di solito avviene nell’adolescenza, ma il mio essere alternativo attira schiere di persone fatte e finite con un’irrisolta esigenza di trasgressione. Depreco la trasgressione: è marca del fatto che ci siano limiti rispettati malgrado la tua volontà. L’oltre è quel posto in cui i limiti che non ti sei scelto tu sono all’orizzonte, a malapena li vedi. Non che sia utile lavorativamente parlando, l’oltre, ma dona una certa rilassatezza spirituale. E Caine è rilassante, come il vuoto quando non sei soggetto all’horror vacui.

Gemütlichkeit.

Pimm e Daf, nomi che daremo ai coinquilini, sdraiati sull’erba dinnanzi alla mia porta finestra al posto delle anatre.
Sul tavolo: saggio, ennesimo, su una delle tante identità canadesi. Métis and First Nations. Studiare il Canada è come studiare un’ambientazione AD&D.
La presentazione per Harding è andata bene. Ieri mattina, senza preavviso, uno dei due compagni (Kommilitonen, dicesi) non è apparso. Tradotto: ho fatto parzialmente la sua parte di presentazione, il che mi è valso un “lei ha fatto il 70% del lavoro” da parte di Harding. La lezione è stata, invero, abbastanza imbarazzante: nessuno degli studenti presenti ha risposto ad alcuna delle domande poste dal nostro povero anglo-canadese, che mi fa sempre più pena. Con viso angelico, sottolineato dall’attuale forma delle mie sopracciglia, a fine lezione sono andata da lui chiedendogli se, forse, la presentazione era stata un po’ troppo complicata, giacché il pubblico è stato attivo come una pelle d’orso. Il timido anglo-canadese ha avuto un accenno d’ira, all’inglese – conoscete ira inglese quando è sprovvista di fucile e cartucce? – e mi ha detto che no, questo è un Hauptseminar, e la presentazione andava benissimo.
Sono soddisfatta.
(Cuoricini e stelline di sfondo.)
Sono tornata a casa e ho dormito per sette ore filate – come da norma, più di quanto dorma di notte. Mi sono risvegliata a tarda serata da un incubo, ricorrente, il solito: ero in Italia. Ho commentato, sciacquandomi la faccia, che questa faccenda mi sta rendendo sempre più paranoica, e VB ha annuito gravemente e saggiamente.
Al mio terrore del ritorno compartecipa il piacere dovuto dalla coesistenza con Pimm e Daf, mie adorabili creature. Come da previsione Daf è entrata in camera con VB nuda nel letto; Daf non aveva una macchina fotografica in mano, ma il laptop con skype collegato con la sua famiglia. Voleva presentare loro le sue coinquiline.
Quando mi sono svegliata dall’incubo, a tarda serata, ho deambulato fino alla cucina, dove un computer e uno schermo erano stati assemblati malamente in diretta sulla partita ItaliaVSParaguay. L’ho ignorata e ho declinato gentilmente una birra, imbottendomi di caffè. Questa notte, poi, ho dormito all’incirca due ore – e rifletto su come le mie giornate abbiano ritmi pressoché casuali. Non è male, come al solito, questa sensazione di viaggiare tra giorno e notte senza limiti, cullata dal fatalismo che mi sussurra confortandomi che tanto poi andrò a lezione perché devo andare a lezione. Ci sono must confortanti: quelli che non si fanno mettere in dubbio.
Invero attendo vorace l’arrivo di Al e di Zefirina, uno dopo l’altro. Al, con la sua cadenza cauta da non madrelingua italiano, s’incastrerà bene nel contesto – che vede un alternarsi pressoché casuale di inglese e tedesco. Interi dialoghi in cui A parla tedesco e B in inglese. Amo queste cose, forse perché riflettono un ideale: parlare lingue diverse e capirsi ugualmente. Ma comunque. A tarda tarda serata ho avuto un’illuminazione e ho chiesto a VB:
“Ma Zefi parla inglese, sì?”
Nel leggerlo, dovete sottolineare il sì? finale, renderlo incerto, un po’ tremolante.
A posteriori mi sono detta che (affermativo), Zefi parla inglese – donna con troppi interessi e capacità per non parlarlo, ma è stato il porsi la domanda e dare una spennellata tragicomica al momento..
Ma comunque.
… Ma comunque non ho molto da aggiungere. La mia ottica a termine sempre più breve e la rilassatezza data dal contesto appiattiscono il mio speculare e il mio de-lirare.
Un docente del corso di tedesco ci parla confortevole della tendenza alla Gemütlichkeit dei tedeschi e parla una lingua che conosco: ho avuto una Maletta che ce ne ha parlato per un semestre, personalmente infilandomi inquietudine negli interstizi dell’Heimlichkeit, che è “segretezza” ma viene da Heim, parolina che dovete mettere vicino a “dimora”.
Il docente parla confortevole-sadico della Gemütlichkeit tedesca includendovi ciò che la facilità: il sentirsi a proprio agio, l’avere certezze facile, il bere birra. Dosi malettiane a non finire. I due devono aver seguito la stessa corrente di pensiero, quella che spiega tutto con la paura.
L’altra sera Fabian finge di cadermi addosso per farmi uno scherzo, e replio con auto-controllo versando un po’ d’acqua in un bicchiere e rovesciandoglielo addosso. Fabian, che deve avere problemi d’aggressività, se la prende (Dio sa perché), e mentre chiariamo mi chiede:
“Ma hai avuto paura?”
La paura spiega tutto, pare, e chissà se spiega lo sterminio dei supposti 6 milioni di ebrei. Versione alternativa del vittimismo tedesco coevo allo sterminio: anziché essere vittime degli ebrei, i tedeschi sono diventati vittime della paura.
Amen.
Oggi ho pensato che il docente confortevole-sadico sarebbe un ottimo psicopatico da film.