hi

Multi.

La mia relatrice (quella ufficiale) avrebbe completamente distrutto la mia autostima, se il mantenimento della stessa dipendesse dal numero di critiche ricevute. Ma sono uscita dal suo ufficio con la sua fiducia e una serie di direttive che condivido, nonché con critiche effettivamente utili, e quindi l’autostima non è ancora disintegrata.
A parte il suo notare come l’usare il at the beginning suoni molto come un e in origine c’era il Verbo in alcune frasi, a parte il suo ammazzarmi l’uso di as al posto di when in alcune costruzioni, e il suo seppellirmi l’uso dei passivi (ti insegnano che il passivo è elegante è professionale – ma in un dipartimento formato da cultural studies l’uso del passivo viene visto come metodo per de-responsabilizzare l’agente – insomma, chi ha concesso questi diritti ai settlers olandesi?), nonché il bocciare (ma lo sapevo) le lunghe e involute frasi all’italiana (tendenza tinta dall’ironia che mi vuole sovente usare per sbaglio “convoluto” anziché “involuto” per colpa dell’inglese) – insomma, a parte tutto questo la parte meramente linguistica sta abbastanza bene.
Vuole un’introduzione più 4 dummies, la relatrice, e l’avrà. La mia targeted audience, quando ho scritto quel pezzo, era composta di persone con un’infarinatura sulla storia sudafricana, mentre dovrò rivolgermi al profano.
E tante altre critiche.
Ma si sono ammassate l’una sull’altra come sintomi di un impegno che lei si aspetta da me. E non solo lei.
Quando sono entrata nel suo ufficio mi ha chiesto se, avendo appena visto la relatrice non ufficiale (quella per cui sto sistemando un saggio con l’MLA), le avessi parlato della tesi – certo che sì, dato che la relatrice non ufficiale è l’esperta massima del dipartimento sul Sud Africa, e quindi le ho chiesto se alla fine darebbe una lettura alla mia tesi. Le ho anche chiesto se mastica l’Afrikaans, lei o qualcuno in dipartimento, perché non so come si pronuncino parole come Vooruitzigt o Witwatersrand. Posso pronunciarle in inglese o con un accento Afrikaans improvvisato che altro non è che un tedesco con le g che diventano ch. Comunque, non sa l’Afrikaans, e nessuno nel dipartimento lo conosce – quindi mi ha dato un contatto al consolato sudafricano. Mi ci vedete al consolato a porre una lista di parole a un tizio perché me le pronunci? Sarà divertente. Corso di Afrikaans in 2 ore.
La relatrice non ufficiale mi ha anche detto che si potrebbe contattare Worden. E voi mi chiederete: e chi è, costui? Ogni settore ha i propri autori immancabili, quelli che fanno da riferimento a cui non si può sfuggire, e Worden è questo – nonché un vecchio amico della relatrice non ufficiale.
La relatrice ufficiale, quindi, ha preso la palla al balzo, e mi ha detto di creare un file in cui elencare le domande da fare a Worden. In primis, dato che costui ha scritto un saggio che probabilmente userò, e che è stato scritto esclusivamente per essere tradotto in italiano e mai è stato pubblicato in inglese, e a me serve la versione inglese, per chiedergli la gentile concessione. E poi altro, ovviamente.
“Di quando sono questi infiniti articoli nella sua bibliografia?” mi ha domandato, poi chiedendomi di scrivere autore, data e luogo di pubblicazione anche nella bibliografia che le consegno ogni volta che ci vediamo (un lavoro ingrato, oh coevi). Al momento le ho solo detto che avevo notato una preponderanza di articoli dei ’70 e ’80 – l’ho notato perché la mia università di solito tiene i numeri delle riviste dagli anni ’90 in poi, creandomi non pochi problemi – ed ecco che sono giunta a ciò che voleva sapere lei, ossia il problematizzare la data e il luogo di pubblicazione. Perché questo sotto-sotto-argomento, infame argomento che mi sono scelta, è stato approfondito in quegli anni? Me lo sono chiesto. Me lo chiedo. La relatrice ufficiale se lo chiede. Chiediamolo a Worden. Poi inseriremo anche questo nella tesi, tra le altre cose. E inseriamo anche Williams – Williams? Eric Williams il giamaicano, economista in cui sono inciampata tempo fa. Inseriamolo assieme a Bairoch, solo come accenni, che male non fa.
Ah, e poi il titolo! Perché PP e la relatrice ufficiale ne hanno discusso, galvanizzati dall’idea di rompere le palle alle De Beers, e concentrandosi su rivisitazioni di A diamond is forever. Io mi domando perché dovrei infastidire la De Beers – non per altro, un simile titolo non dà neanche mezza idea del contenuto della tesi, e ha dalla sua solo l’essere d’impatto come una battuta a sfondo sessuale che concerne la Chiesa Cattolica – insomma, quelle bieche strategie che funzionano sempre, ma perché devo infastidire inutilmente la De Beers?
Si è poi tornati a inquisire le fonti, con punti di domanda rossi di fianco ad alcuni nomi. “Chi è questo?” Un giornalista. “E questo?” Un giornalista. “E…” Un giornalista. Sono tutti giornalisti che hanno scritto dopo lo scandalo dei blood diamonds, molto probabilmente sulla scia dello stesso. A me non interesserebbe direttamente, ma nel rompere le palle alla De Beers vanno a indagare il suo passato – e allora, ha detto la relatrice ufficiale, problematizziamo anche questo. (Argh.)
Insomma, pagherò sangue la mia scelta di analizzare un tema così infimo e complesso. Già di mio mi perdo nelle strategie di Rhodes per giungere al tanto agognato monopolio (entra nel Parlamento del Capo, proponi una legge che dà potere decisionale a coloro che hanno il maggior numero di concessioni – come, ad esempio, capita a te – compra di nascosto i titoli della XX per poi fonderla con la tua compagnia, poi disfala e creane una nuova che viene suddivisa così e così e… tutte quelle deliranti confusioni che provengono dal fatto che compagnie diverse hanno nomi simili – e sono fatte di… Damn, mi manca persino il lessico necessario a descrivere la struttura della De Beers in inglese, figuriamoci in italiano). C’è Beit che corre su e giù per l’Africa comprando e vendendo quel che poi Rhodes suddivide e confonde finanziato da Rothschild (che disse, in visita a Rhodes, “Never allow yourself to get caught without a loose million handy.” – amo questi uomini), mentre Kruger beve latte fumando il suo tabacco extra-forte nel Transvaal. Alla guerra anglo-boera non sono ancora arrivata, ma voi potete farvela introdurre da una canzone poco di parte.
Mi commuovono, i boeri. Mi commuovono come potrebbero commuovermi i panda – delle creature in via d’estinzione che in uno scontro frontale potrebbero farti a pezzi. Sono un interessante caso antropologico, i boeri – lì, isolati, ignorando tutto quello che intanto i cugini europei si vedevano passare davanti. Vengono spesso descritti – e mi riferisco a quelli del 1800 – come un popolo rimasto nel Medioevo, che non ha mai visto l’Illuminismo. Sono un caso etnico, il risultato di uno di quegli esperimenti che dividono due gemelli alla nascita per vedere come crescono.
E poi ci sono tante parole chiave che riappaiono fino alla nausea. “Popolo eletto”, “campo di concentramento”, “terra e sangue”… Sono così tanti i paralleli tra faccenda boero-inglese e faccenda tedesco-ebrea da far girare la testa, perché le similitudini vengono tracciate per essere stravolte. In Sud Africa sono i boeri a essere il popolo eletto, ma sono sempre i boeri a essere razzisti. Durante il periodo razzista europeo, quello dei regimi, la De Beers è in mano a una famiglia ebrea (o ex-ebrea, non ricordo quando Oppenheimer si sia convertito). Poi mi domando quanti tra i tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale sono fuggiti dall’Europa siano finiti in Sud Africa – quello degli ex-nazisti in Sud America è in vecchio Leitmotiv.
Non solo il Sud Africa ha saltato a pie’ pari l’Illuminismo, ha anche bellamente ignorato il “tirare le somme” europeo e americano conseguente alla Seconda Guerra Mondiale.
Mi chiedo se, quando avrò finito l’infinito studio necessario per la tesi, avrò i mezzi per inquadrare la transizione democratica, il cosiddetto “miracolo sudafricano”, per cui quella terra “barbara” è diventata nel giro di pochi anni – su carta – una democrazia migliore di quelle europee.

Per la tesi devo scrivere un riassunto lineare dei vari movimenti succedutisi in Sud Africa fino alla scoperta dei diamanti. La parola chiave è “land” – di chi era, a chi è stata sottratta, per quali motivi era contesa – e io – come ho detto alla relatrice ufficiale – mi trovo in difficoltà, perché il riassunto storico deve essere relativamente breve, e non posso citare solo alcune delle popolazioni che vivevano in Sud Africa. Sono infinite. Ne verrebbe un paragrafo-lista. Ma non sarebbe giusto citare solo gli Zuli o gli Xhosa: o cito tutti o non cito nessuno. E poi ci sono i malesi, gli indiani, i cinesi…