diamonds

Fondamentalmente, tesi.

Sulla scrivania: una lampada Ikea da tavolo dall’irrisorio prezzo, comprata mesi fa per sostituire temporaneamente un’altra lampada dall’irrisorio prezzo, sopravvissuta al trasloco e ai dettami del restyling. Eccola qui, la squadrata fonte di luce che ride in faccia alla morte.
Per il resto, la scrivania è abbastanza vuota – attualmente e in potenziale. “In potenziale”: non dovrò più riempirla di saggi in consultazione, anzi, a breve svuoterò le mensole a venti centimetri da me, quelle dedicate a “tutto ciò che concerne Sudafrica e De Beers”. Finirà tutto nell’altra libreria, tematicamente. Dopo la sezione “A.D. 1630”, la sezione “Trismegisto & co.” la sezione “norreni” e la sezione “tedescume vario”, avremo anche la sezione “Sudafrica & De Beers”. Ciò che mi spaventa è che, a differenza delle altre sezioni, questo è un capitolo praticamente chiuso. Non del tutto, ovvio. Tutto ciò che concerne compounds & prigioni & annessi rimane capitolo aperto – vedesi la sezione “Foucault”, ma l’argomento di per sé è abbastanza soddisfatto. Creepy, isn’t it?
Ho passato la serata e la nottata lavorando a capo e coda della tesi, ossia all’introduzione e alla conclusione. La conclusione è scritta, per ora, a mano su carta. Trascrivendola capirò se ha senso o meno. Sono afflitta da questi momenti di incertezze esistenziale: “Ciò che ho affermato ha senso?” Colpa del seguire sensazioni e impressioni, per poi andare a cercare nelle fonti dati che comprovino il mio pensiero, ma soprattutto che lo sfatino. So che è un modus operandi pericoloso, che si rischia di riempirsi la vita di self-fulfilling prophecies, ma per fortuna stavolta avrò due relatori e massacrarmi se ho detto cazzate. D’altro canto, se non mi fossi abbandonata all’impressione iniziale non mi sarei mai messa a scrivere questa tesi. Il tempo trascorso e le informazioni raccolte mi hanno dato ragione, e ben venga. Speriamo funzioni anche la prossima volta.
Ho discusso con VB del Grande Vuoto che seguirà la discussione della tesi. Appena finito di discuterne, non mi sono data il tempo di respirare ed ecco che già avevo stilato una lista di occupazioni tappa-buco. Intanto, ho una biografia di Heydrich da finire. Una lettura funzionale: c’è il solito racconto-lungo/romanzo-breve che voglio scrivere, e mi servono informazioni. Ma aprire il capitolo “Heydrich” è stato come aprire una diga: sono di nuovo piombata nel tedescume vario. E non solo perché sto leggendo Hitler di Genna. Ho anche pensato che mi comprerò il Mittner riguardante la letteratura del periodo nazista.
“Il Mittner” è una di quelle cose che troverete in un qualche gruppo di Facebook sul genere “Cose da germanisti”. “Il Mittner” sta a “Storia della letteratura tedesca di Ladislao Mittner”, un’opera che ti fa pensare a una di quelle vite romanzate spese in polverose biblioteche per completare un’opera monumentale – come questa Storia della letteratura tedesca è. Mittner ha poi un suo stile che ti ci fa affezionare, e che sa essere gradevole. È uno stile datato – quest’uomo è nato nel 1902 – con l’autore che commenta paternalisticamente ciò di cui scrive. Il Mittner mi ha insegnato cosa sia una “teodicea” – e tanti altri termini che ora non ricordo, e che ai tempi segnai a fine tomo (uno dei tre) per farmi una cultura.
Tutta la presente acrimonia italiana nei confronti del tedesco ha fatto rinascere i miei ricordi germanici. Non che li avessi veramente rimossi, chiariamoci – la mia nostalgia se ne sta lì quieta, un po’ tragicomica, risorgendo ogni tanto in maniera più acuta – diciamo che mi ha portato a interessarmi nuovamente attivamente alla faccenda. O forse la colpa è di quel sogno che feci, quel sogno in cui mi parlavano in tedesco, io non capivo nulla e ciò mi faceva disperare.
Ieri sera sono inciampata ne Le iene mentre facevo altro, e nella mia attenzione dimezzata ho colto il commento di un asiatico (no, non ricordo da dove venisse) sulla delusione che l’Italia ha rappresentato per lui. Come al solito, a colpirmi sono stati i dettagli: la sua delusione nel constatare il mancante civismo dell’italiano, insomma. Poco prima mi ero trovata ad assistere a una ripresa del nostro Parlamento riunito, ossia ad assistere a una folla di persone in silenzio mentre un’altra parlava, una folla di persone occupata a: utilizzare il proprio cellulare, parlarci, chiacchierare l’una con l’altra ridendo, leggere fogli annotandovi appunti, muoversi tra una fila e l’altra come io mi sposto da un tavolo all’altro a una festa. Tutto questo mentre un parlamentare parlava. Come al solito, data la mia abissale ignoranza, mi sono detta – e mi dico – che c’è qualcosa che non so. Non qualcosa a livello antropologico, ma qualcosa che spieghi perché è lecito fare tutt’altro mentre un parlamentare espone una posizione. Una spiegazione logica, burocratica, strutturale. Ma, anche se ci fosse, che comportamento si trova a emulare il cittadino che osserva una tale situazione?
Sono così piombata nel mio solito fatalismo, questa volta dicendomi che è inutile discutere di tutti gli altri problemi politici ed economici se alla base c’è un Parlamento che si sente legittimato ad agire così. Lo so, coevi, in fondo è una questione di forma: ma è grazie alle questioni di forma che in Germania riuscivo a capire cosa stesse dicendo il docente, la cui voce non era coperta da un brusio, e grazie alle questioni di forma in Germania le lezioni prevedevano una costante interazione tra docente e studenti, e questo anche perché gli studenti non passavano il tempo chini sul proprio cellulare.

Il 20 aprile, se la mia relatrice non mi dice che c’è un enorme problema strutturale nella mia tesi realizzato grazie all’ultimo capitolo che le ho consegnato, discuto la tesi. La gente mi chiede se non ne sono felice e, beh, in realtà no, ne sono sollevata – che comunque è una cosa enorme, dato lo stress degli ultimi mesi. Il giorno in sé si prospetta, ma solo nei piani, come un mezzo inferno, per un motivo che per una volta non ho voglia di spiegare. Per una volta non scriverò qualcosa a causa della non voglia di rodermi il fegato pensando a come potrebbe essere intesa, a che conseguenze laide e collaterali potrebbe avere, etc etc, dicendomi che se proprio deve uscire da me allora lo farà in diretta. È la prima volta che riconosco con me stessa una tale bieca arrendevolezza, la prima volta che ometto – questo blog ha il senso di un diario pietista, quindi è la prima volta che lo faccio venire meno al suo senso – la prima volta che vengo palesemente meno a un mio buon principio, e quindi sono pubblicamente condannabile, eppure non faccio nulla – al momento – per rimediare al peccato. Ci sono poche cose che mi fanno sentire più di merda – e anche quelle sussistono, in questo periodo. È proprio un periodo di merda, l’ho detto? Per fortuna ho la tesi a cui lavorare per distrarmi. Poi probabilmente m’impiccherò.
In ogni caso, venga chi vuole. Mi si contatti per informazioni sul preciso dove/quando. Sinceramente, trovo poco sensato sbattersi per assistere a quelli che saranno credo 15 minuti di formalità, soprattutto considerando il fatto che non sto organizzando nulla per festeggiare. L’unica cosa che so è che, dopo, berrò. Credo.

Di stress insolubile e miti negativi.

Giorni e giorni di studio senza un feedback in tempo reale (e quello datomi dai relatori non vale, perché non ci credo) mi portano qui, di nuovo, perché per qualche strano motivo vergare (fra quanto questa parola morirà?) su queste pagine mi sa di produttività.
Ciao, oh coevi, sono stressata.
E ogni volta che leggo “black labour” mi stresso un po’ di più.
L’ultima settimana è stata spesa imparando come ottenere una forza lavoro controllata fino al buco del culo (e non è metaforico: stiamo parlando di diamanti) e dai bassi salari.
Gli ingredienti sono:
– una sconvolgente maggioranza di nativi di pelle non bianca;
– del sano colonialismo paternalista;
– uno Stato fantasma.
Poi basta rispolverare le nozioni rimaste da un esame di economia politica internazionale sull’importanza della produzione di un surplus di staple food, e un paio di altre cose che non ho voglia di ricordare ora. Gli appunti serviranno pure a qualcosa.

Penso sempre più che la comunità intellettuale attuale sia in fondo grande più o meno come quella dei tempi di Erasmo da Rotterdam. Ci sono quintali e quintali di pagine che, infine, circolano sempre tra le stesse persone. Tutti citano Turrell, Worger si fa editare da Smalberger che sicuramente, scoprirò, cita Worger, e via discorrendo.
Sono giunta, insomma, a un visione più tiepida del classico “nessuno mi capisce”. In fondo è un po’ vero: pochissimi mi capiscono, perché pochissimi muovono le proprie morbose manine nelle tonnellate di carta con cui ho arredato diversi scaffali della mia libreria Ikea.
Insomma, riassumendo: potrei scrivere anche una tesi sulle posizioni tenute dalla comunità intellettuale sul Sudafrica di fine Ottocento. Tanto ci stanno tutti in una stanza. Piccola.

La mia libreria Ikea dovrà essere spostata in giornata, per permettere all’imbianchino di ritoccare il lavoro già fatto. Non ne ho voglia. Mi sono svegliata alle 18:00 di ieri, ho passato una nottata insonne perlopiù studiando, sto bevendo una redbull dopo averci pensato di sottofondo per tre ore e, insomma, neanche voi avreste voglia di spostare la libreria Ikea già sovraccarica.

Faccio una doccia ogni sera (con VB – ormai siamo coordinate sotto la doccia come due commilitoni in costante mancanza di spazio vitale; siamo capaci di farci una doccia assieme in un bagno di due metri quadrati, ossia un bagno più piccolo della mia attuale doccia) per darmi una pausa. Faccio una doccia ogni sera accendendo una candela e usandola come unica luce per fare atmosfera – cerco insomma di immergermi in una convincente atmosfera “ti stai rilassando”. Ovviamente, mi prendo in giro da sola. La doccia consiste in una serie di puntuali passaggi che vengono svolti con precisione, ma quando sento la testa girare lievemente per l’eccesso di vapore posso illudermi che mi sto rilassando – per il semplice fatto che in quella condizione non potrei fare altro.
Per convincermi ancora meglio, il prossimo fine settimana farò tappa a una spa, concedendomi (e questo non sarà un piacere illusorio) un massaggio alle mie legnose spalle, per non parlare del mio bloccatissimo collo. VB allevia le mie sofferenze quasi quotidianamente, riservandomi massaggi piacevoli e catartici – ma tanto il problema si ripresenta con costanza. Mi ci sono affezionata, ormai, a tale legnitudine insita: la reinterpreto come segno della mia concentrazione.

Ho guardato Immaturi trovandolo divertente e moralmente aberrante. Il fatto che questo film intendesse essere moralmente di guida mi dice tanto sulla mia posizione in questa società morale, suppongo.

Quando l’imbianchino avrà finito con i ritocchi, potrò finalmente sistemare il resto della casa.
Dovete sapere, Creature, che è stata la sottoscritta a disfare i pacchi e inserire il tutto nei relativi spazi. La cabina-armadio è stato il culmine di tale lavoro, e mi ha vista pulire da ogni mefitico pelo di gatto o cane ogni capo prima che questi venisse riposto nella cabina-armadio. Sì, è patologico – infatti mi ha rilassato. Vorrei rilassarmi, ora, mettendo a posto il resto della casa. Mi rilassa, insomma, trovare un ordine ottimale, ossia quell’ordine che soddisfa il più possibile estetismo e funzionalità.
Dovrò pur far sfogare Tanz – aka il mio Super-Io, aka uno dei personaggi di La notte dei generali di Kirst – da qualche parte, no?

Mi manca Kirst. Mi manca soprattutto mentre finisco Hitler di Genna. Dico “finisco” ma sono a pagina 311 di 665. Il punto è che lo apro, ogni volta, con lo scopo di finirlo. So che sto facendo una pessima pubblicità a Genna, ma questo gli tocca da una germanista. In compenso, ho chiesto consiglio per altri suoi libri, libri in cui la stupenda prosa non sia rovinata da un approccio becero – becero per qualsiasi germanista che non sia rimast@ alla fase “vado ad Auschwitz in vacanza, mi metto a piangere, torno a casa e lo ignoro per il resto dell’anno”.
(Chissà se riesco a implementare il @ come simbolo che sostituisca le -a e le -o, nonché le -e e le -i, della nostra sessista lingua.)
Mi manca Kirst e uso il Nazionalsocialismo come un mio amico usava Freddy Krueger. L’amico diceva:
“Quando ero piccolo, Freddy Krueger era un male fasullo, quindi più accettabile dei mali reali che conoscevo.”
Strani processi mentali.
I nazisti sono morti (o sono vecchietti incartapecoriti), coevi. Non possono più fare male a nessuno. Per questo odio l’uso di dare del “nazista” a un avversario politico, o quello di gridare al nazismo quando si ha l’impressione che la nostra società si stia de-democratizzando: non è il nazismo il problema, e chiamare il problema “nazismo” non fa che sviare l’attenzione dai problemi reali.

Studiare 3 volte la fase d’amalgamazione delle società a Kimberley fino alla fondazione del monopolio De Beers, oltre a insegnarmi imbrogli finanziari geniali, mi rende sempre più amareggiata dinnanzi a quel brusio di sottofondo che inneggia contro le banche e la finanza, quali fossero mali nuovi, sconosciuti, e a cui si possa rinunciare d’improvviso – come se la rinuncia improvvisa fosse per noi una salvazione.
Premessa: sono un cane in finanza.
Sono un cane che scoprì come la moneta sia un’astrazione, una self-fulfilling prophecy, studiando la Spagna del 1500-1600 e le sue bancarotte. Insomma, lo scoprii per caso. Il mio essere un’ignorante è stato lievemente attenuato da uno splendido corso di economia, in cui un folle professore cercò di insegnare metodi e ragionamenti utili a un esiguo branco di totali ignoranti in materia. Amo tutt’ora quell’uomo. Anzi, vorrei chiedergli di leggermi la tesi – la mia tesi con troppi risvolti economici, e il mio terrore che i miei relatori non sappiano correggermi quando ne blatero. Voglio un quarto relatore.
Ho scritto a un anonimo, qualche settimana fa, che tutti questi anni – tanti in proporzione alla lunghezza della mia vita – spesi sotto l’egida dell’amore per la conoscenza mi hanno dato un solo vantaggio: che ora dico qualche cazzata in meno. Questo vantaggio ne reca un secondo: so di dire qualche cazzata in meno perché osservo le cazzate che ho detto in passato, e questo mi rende consapevole del rapporto inversamente proporzionale esistente tra conoscenze acquisite in un campo e cazzate che puoi sparare parlando di quel campo. Questo, insomma, mi fa tenere la bocca un po’ più chiusa – pensate, quindi, quanto sarei polemica altrimenti – mentre osservo incolti più incolti di me ipotizzare una società priva di banche, di protezionismo estremo, e altre repubbliche realizzabili più o meno quanto quella di Platone.
Non rifletterei tanto sull’argomento se non fossi una germanista. Il passo tra “banche/finanza” ed ebrei è stato così breve da essere dato per scontato poco meno di un secolo fa. Non che il collegamento non esista, anzi – googlate “Rothschild” – ma quello che osservo con morbosità è il rapporto direttamente proporzionale tra “crisi” e “subitanee invettive contro le banche & correlati”. Non nego neanche che tali invettive siano ben motivate, semplicemente osservo il ri-crearsi di un mito negativo. E c’è così tanta gente che ne parla, di queste banche, che tutto viene detto e le opinioni creano labirinti, in cui i pareri degli esperti del settore si mescolano a lamentele populiste, e infine c’è solo un gran casino.
E allora si ritorna a Marx.
Anche nel primo dopoguerra si ritornò a Marx.
Il partito nazista, dopotutto, era il partito nazional-socialista. Per la precisione, era il “Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori”, ossia un partito che diffondeva un’ideologia basata su invettive non troppo dissimili da quelle presenti.
No, Creature, non sto prospettando un secondo olocausto o una terza guerra mondiale. Troppe cose sono cambiate. Non speculo per giungere a una previsione. Speculo e basta, rimirando la ri-creazione – ennesima – di miti negativi. L’othering. Il legame tra identity e alterity. Tutti temi tanto amati dalla ristretta cerchia intellettuale degli ultimi anni – troppo ristretta. Tale cerchia ha deciso che nell’umano è necessario creare “l’Altro da sé” per crearsi un’identità, e il passo tra questo e la creazione di un mito negativo è brevissimo. Questi eminenti studiosi, che tanti saggi hanno scritto sull’argomento, non mi hanno fornito una sola soluzione – e così non posso fare altro che osservare la costruzione di miti negativi, ascoltare commenti sui cinesi che s’infilano ovunque, le banche-sanguisughe, l’immigrazione nord-africana che porta criminalità, i comunisti, i leghisti, i nazisti e via discorrendo.
D’altro canto, io ho risolto la faccenda in maniera esemplare: ci sono io, e poi ci siete tutti voi, e infatti tanto insisto sul fatto che noi siamo tutti esseri umani, perché tale collegamento è la mia salvezza e la mia dannazione.


La comunità intellettuale odierna sembra essere estesa quanto quella dei tempi di Erasmo, e ciò mi angoscia perché oggi siamo convinti di essere tutti democraticamente informati – gli esperti del settore e i lamentosi populisti.
Personalmente, è da anni che mi sento un’infiltrata.


Andiamo a svegliare VB con un caffè e qualcosa di dolce.

Monsieur le Vivisecteur, riferimenti per radical-chic estremi e altre quotidianità.

Oggi mi sono recata in università recando con me 9 pagine della tesi (che nella tesi viene chiamata “elaborato finale”) scritte in due giorni.
(È bello calcolare in giorni di scrittura. La tesi sarà una sessantina di pagine, quindi in teoria potrei scriverla in due settimane – questo non calcolando i giorni spesi per ricercare materiale, studiarlo, ma soprattutto dannarmi. Ebbene sì: sono anche io giunta a quella sgradita pratica che consiste nel dannarsi, pratica più impegnativa di quanto immaginassi – ma per fortuna anche questa fase è passata.)
La mia Relatrice Ufficiale (RU) è apparsa per mettermi tra le mani le precedenti 5 o 6 pagine che le avevo consegnato settimane fa, sì che io potessi intanto dare un’occhiata alle correzioni.
Le correzioni erano questioni di stile. Il resto andava bene. Ma non è questo il punto.
Le correzioni erano state fatte dal Relatore non Ufficiale (RnU), come ho potuto comprendere riconoscendo la sua calligrafia dalle “T” che sembrano “V”, e come poi RU ha confermato. Il RnU è quello con cui ho litigato a causa del Consorzio – e quando dico “litigato”, non intendo “mi sono moderatamente opposta”, né “sono uscita urlandogli insulti”, bensì proprio un sano e serio “litigato” – l’ultima e prima volta che ci ho parlato. (Il RnU è un professore, ma un professore che non ho mai avuto.)
Dopotutto, se ho tre relatori c’è un motivo: una è quella Ufficiale, la seconda è quella che sarebbe stata Ufficiale se non fosse in pensione (essendo LA esperta del Sudafrica), il terzo è pop-uppato sicché io potessi litigarci, fargli credere di essere anti-semita, e lui potesse farmi credere di essere un no-global radical-chic.
Ma comunque.
Comunque sono entrata nell’ufficio dopo qualche minuto trovandomi in una di quelle graziose scene da film che contengono:
– 1 tavolo;
– 1 interrogato;
– 1 soggetto rappresentante l’autorità che parla con l’interrogato;
– 1 soggetto rappresentante l’autorità che sta a lato del tavolo in silenzio, fissando l’interrogato.
Quando dico “in silenzio”, non intendo “ci si scambia convenevoli e nulla di più”: intendo proprio “in silenzio”.
La persona in silenzio era RnU, ossia colui che mi ha corretto le 5 pagine della tesi, e a parlare era RU.
Ora…
Perché?
Intendo dire, al di là della scenetta pittoresca da interrogatorio (tenete a bada l’immaginazione: è stato un interrogatorio cordiale e piacevole, che per una volta non mi ha rispedito a casa con mille correzioni da fare), seriamente:
“Perché, se è stato RnU a correggere la mia tesi, è RU a parlare con me, mentre RnU sta in silenzio a fissarmi?”
Perché?
Perché mi sono trovata a fare due domande su correzioni che non capivo (colpa delle “T” che sembrano “V”) a RU, e RU mi ha pure risposto, se è stato RnU a scriverle?
Perché?

(Ringraziamo Ghiro, che ieri mi ha gentilmente aiutato a migliorare le ultime 9 pagine scritte – infiniti ringraziamenti da parte mia, del correttore e della mediatrice.)

Le 9 pagine oggi consegnate contengono tanta robaccia noiosa che io adoro. Si tratta nello specifico dell’amalgamazione delle società diamantifere prima nella De Beers Mining Company Ltd. (abbreviata in DBMC) e poi nella De Beers Consolidated Mines Ltd. (abbreviata in DBCM). Non so chi le correggerà, se RU o RnU, ma si divertirà – a distinguere DBMC da DBCM, a districarsi in un labirinto di “Kimberley (città)”, “miniera Kimberley”, “Kimberley Central (società)”, “miniera De Beers”, “DBCM”, etc… Si divertirà anche a capire come tradurre “diamond merchant director” e “share transfer office”, per cui ho fornito delle possibili traduzioni (gentilmente offerte da persone su Facebook), ma di cui non so la traduzione esatta.
Probabilmente non si divertirà, limitandosi a correggermi lo stile. L’argomento è specifico – troppo specifico – e io così mi sento a mio agio.


Per rilassarmi, leggo Hitler’s Hangman: The Life of Heydrich, una biografia di – indovinate indovinate – Heydrich. Mi mancava l’approccio del germanista proprio dell’autore, lo ammetto. Mi mancava qualcuno che prendesse con le pinze l’argomento, qualcuno che – come detto nell’introduzione – usa una cold empathy come biografo, evitando sia giudizi che una sterile analisi – o tentando di fare ciò.

Hitler di Genna mi sta nauseando. La prosa è stupenda, veramente stupenda, ma il contenuto è un assommarsi di cliché sfrenatamente abusati. Un esempio tra mille è dato dal fatto che Röhm, storicamente omosessuale, non può essere semplicemente omosessuale, deve essere un’omosessuale che ama fustigare giovani ariani. A Hitler piace farsi urinare in bocca. Scommesse su quale deviazione sessuale toccherà ad Heydrich? Scommetto sul sadomasochismo – ok, ok, sto giocando facile… Il punto è proprio questo: Genna gioca troppo facile.


Da quando la mia Relatrice non Ufficiale (quella in pensione), osservando un paio di miei sandali indossati quel giorno da VB, ha chiesto “Ma non sono un po’ leghisti?” sento l’irrefrenabile impulso di indossare qualcosa di nazifascista quando vado in dipartimento.
Ora, sulla domanda della Relatrice non Ufficiale ci sarebbero due commenti da fare:
1) Quando indossavo quei sandali in Germania – dove li ho comprati – mi veniva detto che erano “molto da gladiatore” (?).
2) Avrei voluto vedere la faccia della Relatrice non Ufficiale quando VB le ha risposto con cadenza e accento laziali.
Di fatto, i sandali assomigliano a questi, quindi in realtà qualsiasi cosa può essere vagamente leghista o nazifascista o sudista o maoista o qualunquista.
Io amo giocare sottilmente, e così oggi ho indossato un triskell norreno, versione appuntita di quello – più famoso – celtico, in un gioco di riferimenti che richiede la conoscenza della cultura norrena, del neopaganesimo e delle sue versioni di estrema destra scandinave per vederci qualcosa di vagamente nazifascista.
Ok, lo ammetto: gioco con me stessa.


La cold empathy richiama subito alla mente Monsieur le Vivisecteur, appellativo che Musil si diede nei propri diari.
I diari sono questi.
E non riesco a trovarli, neanche usati.
Se qualcuno me li recupera – venendo poi rimborsato equamente – prometto che farò l’imitazione di Hitler, tono stridulo da gallina strozzata compreso.

Cultura e pesticidi.

Mater & VB sono fuori a fare shopping, EM pulisce camera mia chiacchierando con me e le bestie parimenti.
Avete letto?
Camera mia.
Ho di nuovo una camera, insomma.
Una camera che in realtà è double-faced, ed è o camera o studio a seconda del fatto che il divano letto sia in formato letto o in formato divano.
Ho una stanza, insomma, e finalmente una scrivania agibile, e librerie e un luogo morbido su cui distendermi.
Ho anche una doccia enorme con soffione d’ampia circonferenza che lascia cadere una dolce pioggia calda sul mio cervello stressato, ogni sera.
Ho anche altre cose, ma non voglio fare diventare questa faccenda un remake di Fight Club.
Diciamo quindi che ho una tesi da finire di scrivere, e un immenso stress derivato. Lo stress non deriva dalla tesi in sé – amo l’argomento in modo quasi sessuale – ma dalla triangolazione sottoscritta-tesi-relatori, anche considerabile come sottoscritta-tesi-dipartimentoanglistica, e forse considerabile più genericamente sottoscritta-tesi-comunitàricercatoriattuale.
Vi porto un esempio.
I relatori (vi ricordo che ne ho in abbondanza, come una paziente particolarmente problematica) hanno deciso che il terzo capitolo della tesi riguarderà, per concludere, il “capitalismo razziale” in Sudafrica. Tale forma di capitalismo sorgerebbe, secondo alcune fonti – la maggior parte, invero – nel periodo della formazione della De Beers. Un’altra fonte, però – che ho appena inserito nella tesi per farmi odiare meglio – smonta il razzismo come spiegazione portando dati, più precisi, che dimostrano come il formarsi di una società di classi corrispondenti a diverse “razze” in Sudafrica sia stato in parte incidentale.
È una sfumatura, e lo so – Dio e il Diavolo stanno nei dettagli.
L’Hitler di Genna, invece, non sembra un dettaglio.
Genna – nel romanzo Hitler – sembra aver voluto creare un Hitler ontologicamente malvagio. Non so se ciò mi compiaccia o infastidisca. (Forse, in effetti, dovrei prima finire il romanzo.) Mi infastidisce il suo ricondurre ogni pensiero di Hitler agli ebrei. Mi infastidisce perché tanta presenza ebraica non è accompagnata da quel processo di immedesimazione rifilato biecamente al lettore che faccia al lettore comprendere da cosa l’antisemitismo nasca. Littell l’ha fatto. Eco l’ha fatto – l’intero Il cimitero di Praga è ciò: la riproduzione della nascita di un mito negativo.
L’Hitler di Genna odia gli ebrei con tenacia perché odia gli ebrei con tenacia. Come si possa giungere a odiare tanto una categoria non è spiegato – non è spiegabile, suggerisce Genna a inizio libro, e mi ricorda quel famosissimo sopravvisuto all’Olocausto, di origine ebraica, e il cui nome ho finalmente rimosso (giacché mi sta sulle palle), che… Elie Wiesel. Ecco, lo ricordo di nuovo. Comunque, Elie Wiesel che proclamò l’Olocausto come male ontologico e quindi inspiegabile per poi passare gli anni parlando dell’Olocausto. Oh, odio Wiesel. Ma non lo odio con tenacia perché lo odio con tenacia – ci sono sempre motivi.


La mia stanza è la Stanza B&W.

Ricordo di aver visto, da piccola, un film tratto da Il mago di Oz. Credo fosse così, ma forse era tratto da tutt’altro. Non importa. Ricordo una scena in cui la protagonista si trovava in una stanza ricolma di oggetti rossi. Oggetti di ogni forma, foggia, stile, uso e non uso, tutti inevitabilmente rossi.
Non so perché tale scena mi colpì, e intendo: a tutt’oggi non so cosa di tale molteplice manifestarsi di un singolo colore mi affascini. Però mi affascina.
Quindi:

La mia stanza è la Stanza B&W, passando da varie tonalità di grigi. Volevo e sto realizzando una mescolanza di forme semplici, elementari, con forme barocche e kitsch. Amo il kitsch. Lo amo da radical-chic. Ma comunque.
Poi c’è la cucina-salotto, che è viola – con screziature verdi che vengono comparendo.
C’è il bagno – quello con la doccia masturbatoria – rosso.

Non ricordo, invece, da cosa provenga il mio morboso amore per una casa fatta di stanze a tema-colore. Forse è un semplice vezzo, capriccio, gusto dell’inutilità che si celebra.

EM mi ha consegnato una tazza grigia dicendomi che era un posacenere per me – me l’ha portata perché era grigia, e ora giace a venti centimetri da me.


Sulla scrivania: una tazza che doveva fungere da posacenere e che funge da contenitore per pout-pourri, una lampada Ikea comprata come lampada di backup e che tenace è sopravvissuta guadagnandosi il primato, il posacenere moderatamente vuoto, la tazza che conteneva caffè, saggi e saggi e saggi per la tesi. E il netbook, ovviamente, in cui travaso appunti ricavati dai saggi.
Potrei scrivere quattro o cinque tesi, con il materiale che ho.
L’attuale, una sulla formazione della De Beers Consolidated Mines Ltd di genere “alta finanza spinta”, una sul Syndicate (e questa sarebbe abbastanza utile, in quanto ho abbastanza materiale per ricostruire almeno parzialmente le parabole dei singoli membri), e poi, a caso, su sotto-argomenti varii e già studiati in abbondanza.
Quella che sto scrivendo non contiene informazioni eclatanti. Credo sia una tesi di tipo “ri-organizzatorio”. Per questo litigo con la relatrice: lei vuole che io elenchi la ricerca finora svolta da altri, io tendo a usare questa ricerca come base per una nuova lettura. Metto ordine, rispolverando il post-strutturalismo – sepolto, negli anni Novanta, dai cultural studies.
E poi, ovviamente, litigo con i relatori perché loro sono più radical-chic di me e lo ammettono meno.
Litigo perché Rian Malan (My Traitor’s Heart) è la mia bibbia sul Sudafrica, e Rian Malan non dà ragione né preminenza a nessuno. Lui è arrivato a tale eletta posizione procedendo scarto dopo scarto: quando non gli è rimasto più nulla in mano ha potuto utilizzare tutto.
Litigo perché davvero non me ne fotte un cazzo delle differenze tra esseri umani. Davvero. Tutti uguali. Non mi serve una letteratura che decostruisca una mia visione eurocentrica, o biancocentrica: siamo tutti fottutamente esseri umani. Perciò mi tedia il sottolineare le “storie non narrate” delle minoranze/maggioranze sottomesse nel corso della storia: non ho bisogno di rintracciare la singola e singolare storia di un individuo per capire che siamo tutti individui.
Ho fatto un giro di boa, e ci rimetto io. È colpa di Malan. È stato Malan a farmi capire che, di base, la sottomissione di un popolo e la sua stigmatizzazione non sono frutto di idee culturali, ma di necessità. È stato Malan a farmi capire che il “salvare l’identità altrui” ha il fortissimo limite della propria, di identità, ossia: “che i Vattelapesca prosperino con la propria cultura – fino a che non la impongono a me”. Sono figlia di una cultura che riconosce, almeno formalmente, l’uguaglianza in potenziale di tutte le persone, ossia pari opportunità. Non è questione di decidere se la mia cultura occidentale con i propri “valori fondamentali” sia più rispettosa e civilizzata di quella di una cultura che prevede caste. Non è questo il punto.
Il punto è che, molto semplicemente, non ho alcuna voglia di rinunciare alle pari opportunità. Quindi, che i Vattelapesca – tanto vessati dai colonialisti europei per due secoli – prosperino con la propria cultura che prevede caste, ma che non prosperino abbastanza da sostituirsi alla mia cultura. Per questo – anche per questo – “cultura” è il termine sbagliato: si tratta semplicemente di privilegi che si vogliono conservare, non di quale cultura sia migliore.


Hitler di Genna mi è insopportabile, a tratti, perché il suo Hitler ha come lati peggiori i miei lati peggiori. Lo com-patisco – e mi angoscia – e non perché ciò significa che sterminerò 6000 cinesi, ma perché i miei lati peggiori paiono risultare ottimali a uno scrittore che vuole rappresentare una “non-persona”.
Grazie, Genna.


Per continuare a fare la figura dell’antisemita di turno che non sono, litigo con il relatore che mi chiese dove fosse scritto che i membri del Syndicate erano ebrei (in molteplici fonti, per la cronaca). La mia è una lotta all’ipocrisia e all’ignoranza: il relatore non apparirebbe così stupito da tale nozione se fosse un germanista. Se fosse un germanista, cognomi come “Dunkelsbuhler”, “Mosenthal” e “Lilienfeld” (nonché “Rothschild”) in ambito inglese in quell’epoca gli suggerirebbero qualcosa. Ma è dall’Olocausto che collegare l’ebraismo all’alta finanza risulta antisemita (e nessuno considera la mia sana invidia dell’ebreo).
In effetti, il motivo di base per cui mi sono incaponita sul Syndicate è degno del mio essere polemica: il Syndicate era composto in maggioranza di ebrei, il Syndicate ha permesso la formazione della De Beers, la De Beers ha inventato i compounds (“campi di lavoro”) e sempre a Colonia del Capo, sempre gli inglesi, si sono inventati i progenitori dei campi di concentramento (per i boeri).
Quindi, avvicinando i due estremi di questa equazione, ne viene che è stato anche grazie a un cruciale gruppetto di ebrei danarosi che caterve di ebrei sono morti sotto Hitler.
Insomma… Non è gustosamente ironico?

The Story of De Beers.

Sul tavolo: The Causes of Slavery or Serfdom: A Hypothesis, tazza con the americano forte e latte, un laptop, un netbook, sigarette, posacenere e una lampada liberty.
Nonché i miei appunti, ovviamente.
E una sigaretta è accesa.

The Story of De Beers, prima edizione del 1939, è nella borsa amorevolmente cucitami dalla Manman di VB.
Il volume è più grosso di quanto ci si aspettasse – ossia di quanto io, VB e Ghiro ci aspettassimo. È stato con Ghiro che ne trovai una copia a 10 sterline su Amazon – con spedizione solo all’interno della Gran Bretagna. Frustrante, vero? Ma bisogna confidare negli Everten, ossia in VB, che me l’ha fatto trovare sotto al cuscino.
No, creature, non è un modo di dire: era proprio sotto al cuscino. Ci ho cozzato di scapole e, sfiorandone i bordi a occhi chiusi, ho sorriso. Come una demente.
Ci sono tante ragioni per sorridere beotamente quando ci si trova una copia di The Story of De Beers contro le scapole.
Che è una storia sulla De Beers, ad esempio, e la mia tesi è sulla De Beers. È una storia sulla De Beers con foreword by Sir Ernest Oppenheimer, che nel 1939 era il boss della De Beers.
La mia tesi è sulla De Beers, che è una puttana molto riservata. Lo potete scoprire scoprendo che gli articoli più interessanti, quelli con le informazioni che cercavate, annoverano tra le fonti documenti estratti dagli archivi della De Beers. Per scrivere del diavolo bisogna prima farci un accordo, pare – ed è per questo che i giornalisti che nell’ultimo decennio hanno scritto libri sulla De Beers la ringraziano, la De Beers, o ringraziano Oppenheimer (non quello del ’39, ovviamente – il suo discendente).
Si potrebbe gongolare anche del fatto che l’edizione contiene una pagina con foto a colori, e siamo nel ’39.
Si potrebbe gongolare anche del fatto che questa copia fu Presented to F. A. Rogers (scritto a mano) With the compliments of The Directors of De Beers Consolidated Mines, Limited. Non so chi sia tal Rogers. L’ho cercato, ovviamente. Ne ho trovato uno che lavora alla De Beers, e potrebbe essere il figlio – chissà?
Di base, comunque, gongolo perché questo libro è fottutamente raro. Nell’archivio online COPAC se ne trovano 10 copie, e si può annusare l’idea che nessuna delle biblioteche che ne ha una la cederebbe per un prestito interbibliotecario. Ne avevo discusso con La Donna Della Mia Vita, ossia l’addetta alle informazioni bibliografiche alla biblioteca di scienze politiche – quella che mi aveva chiesto di prenderle, nel caso in cui fossi passata all’Imperial War Museum di Londra (che ne ha una copia), una tazza-souvenire recante la scritta Keep calm con logo annesso.
Ah, inglesi – come siete kitsch.
Ovviamente la relatrice non mi permetterà mai di usarla come fonte per dettagli scottanti, perché con la benedizione di Sir Ernest Oppenheimer è una fonte (un po’) di parte. Il che è un peccato, perché mi dice che negli anni 1870 Anton Dunkelsbuhler e Siegmund Neumann erano a Kimberley, loro e altri membri del futuro Consorzio – ricordate la mia strenua lotta per dimostrare che a Londra il Consorzio esisteva già negli anni ’70, almeno in potenziale, e che non è pop-uppato dal nulla con l’accordo con Rhodes negli anni ’90? Ecco. The Story mi dice anche che Tal dei Tali si trovava lì con loro, e che Tal dei Tali sarebbe poi diventato famoso ad Hatton Garden – il che a voi non dice niente, ovviamente, ma basta che googlate, non ci sono cospirazioni, e scoprirete che Hatton Garden è il centro delle gioiellerie di Londra da più di un secolo – dagli anni ’70 del 1800, e voglio dimostrare che quei fottuti gioielleri erano i futuri membri del futuro Consorzio, ma non esiste fonte a mia disposizione che lo attesti – a parte il The Story con questo rimando indiretto, e altre fonti con altri indiretti rimandi.
No, creature, la mia tesi non è sul Consorzio – ma è una questione di principio.
Ho fatto andare un amico di VB alla Sapienza a Roma per recuperarmi un articolo tutto squisitamente incentrato sul Consorzio – e che, quindi, inizia dicendo che si parla sempre di questo fantomatico Consorzio ma se ne sa poco (lo dicono tutti) – e l’articolo è veramente dettagliato e preciso, ma analizza la storia dal 1890. Pessimismo e fastidio, nevvero?
Per non parlare di quella fonte che sarebbe centrale alla mia tesi e che è a sua volta una tesi, di giurisprudenza, mai pubblicata.
Sigh.
(Adoro tutto ciò.)

Multi.

La mia relatrice (quella ufficiale) avrebbe completamente distrutto la mia autostima, se il mantenimento della stessa dipendesse dal numero di critiche ricevute. Ma sono uscita dal suo ufficio con la sua fiducia e una serie di direttive che condivido, nonché con critiche effettivamente utili, e quindi l’autostima non è ancora disintegrata.
A parte il suo notare come l’usare il at the beginning suoni molto come un e in origine c’era il Verbo in alcune frasi, a parte il suo ammazzarmi l’uso di as al posto di when in alcune costruzioni, e il suo seppellirmi l’uso dei passivi (ti insegnano che il passivo è elegante e professionale – ma in un dipartimento formato da cultural studies l’uso del passivo viene visto come metodo per de-responsabilizzare l’agente – insomma, chi ha concesso questi diritti ai settlers olandesi?), nonché il bocciare (ma lo sapevo) le lunghe e involute frasi all’italiana (tendenza tinta dall’ironia che mi vuole sovente usare per sbaglio “convoluto” anziché “involuto” per colpa dell’inglese) – insomma, a parte tutto questo la parte meramente linguistica sta abbastanza bene.
Vuole un’introduzione più 4 dummies, la relatrice, e l’avrà. La mia targeted audience, quando ho scritto quel pezzo, era composta di persone con un’infarinatura sulla storia sudafricana, mentre dovrò rivolgermi al profano.
E tante altre critiche.
Ma si sono ammassate l’una sull’altra come sintomi di un impegno che lei si aspetta da me. E non solo lei.
Quando sono entrata nel suo ufficio mi ha chiesto se, avendo appena visto la relatrice non ufficiale (quella per cui sto sistemando un saggio con l’MLA), le avessi parlato della tesi – certo che sì, dato che la relatrice non ufficiale è l’esperta massima del dipartimento sul Sud Africa, e quindi le ho chiesto se alla fine darebbe una lettura alla mia tesi. Le ho anche chiesto se mastica l’Afrikaans, lei o qualcuno in dipartimento, perché non so come si pronuncino parole come Vooruitzigt o Witwatersrand. Posso pronunciarle in inglese o con un accento Afrikaans improvvisato che altro non è che un tedesco con le g che diventano ch. Comunque, non sa l’Afrikaans, e nessuno nel dipartimento lo conosce – quindi mi ha dato un contatto al consolato sudafricano. Mi ci vedete al consolato a porre una lista di parole a un tizio perché me le pronunci? Sarà divertente. Corso di Afrikaans in 2 ore.
La relatrice non ufficiale mi ha anche detto che si potrebbe contattare Worden. E voi mi chiederete: e chi è, costui? Ogni settore ha i propri autori immancabili, quelli che fanno da riferimento a cui non si può sfuggire, e Worden è questo – nonché un vecchio amico della relatrice non ufficiale.
La relatrice ufficiale, quindi, ha preso la palla al balzo, e mi ha detto di creare un file in cui elencare le domande da fare a Worden. In primis, dato che costui ha scritto un saggio che probabilmente userò, e che è stato scritto esclusivamente per essere tradotto in italiano e mai è stato pubblicato in inglese, e a me serve la versione inglese, per chiedergli la gentile concessione. E poi altro, ovviamente.
“Di quando sono questi infiniti articoli nella sua bibliografia?” mi ha domandato, poi chiedendomi di scrivere autore, data e luogo di pubblicazione anche nella bibliografia che le consegno ogni volta che ci vediamo (un lavoro ingrato, oh coevi). Al momento le ho solo detto che avevo notato una preponderanza di articoli dei ’70 e ’80 – l’ho notato perché la mia università di solito tiene i numeri delle riviste dagli anni ’90 in poi, creandomi non pochi problemi – ed ecco che sono giunta a ciò che voleva sapere lei, ossia il problematizzare la data e il luogo di pubblicazione. Perché questo sotto-sotto-argomento, infame argomento che mi sono scelta, è stato approfondito in quegli anni? Me lo sono chiesta. Me lo chiedo. La relatrice ufficiale se lo chiede. Chiediamolo a Worden. Poi inseriremo anche questo nella tesi, tra le altre cose. E inseriamo anche Williams – Williams? Eric Williams il giamaicano, economista in cui sono inciampata tempo fa. Inseriamolo assieme a Bairoch, solo come accenni, che male non fa.
Ah, e poi il titolo! Perché PP e la relatrice ufficiale ne hanno discusso, galvanizzati dall’idea di rompere le palle alle De Beers, e concentrandosi su rivisitazioni di A diamond is forever. Io mi domando perché dovrei infastidire la De Beers – non per altro, un simile titolo non dà neanche mezza idea sul contenuto della tesi, e ha dalla sua solo l’essere d’impatto come una battuta a sfondo sessuale che concerne la Chiesa Cattolica – insomma, quelle bieche strategie che funzionano sempre, ma perché devo infastidire inutilmente la De Beers?
Si è poi tornati a inquisire le fonti, con punti di domanda rossi di fianco ad alcuni nomi. “Chi è questo?” Un giornalista. “E questo?” Un giornalista. “E…” Un giornalista. Sono tutti giornalisti che hanno scritto dopo lo scandalo dei blood diamonds, molto probabilmente sulla scia dello stesso. A me non interesserebbero direttamente, ma nel rompere le palle alla De Beers vanno a indagare il suo passato – e allora, ha detto la relatrice ufficiale, problematizziamo anche questo. (Argh.)
Insomma, pagherò con sangue la mia scelta di analizzare un tema così infimo e complesso. Già di mio mi perdo nelle strategie di Rhodes per giungere al tanto agognato monopolio (entra nel Parlamento del Capo, proponi una legge che dà potere decisionale a coloro che hanno il maggior numero di concessioni – come, ad esempio, capita a te – compra di nascosto i titoli della XX per poi fonderla con la tua compagnia, poi disfala e creane una nuova che viene suddivisa così e così e… tutte quelle deliranti confusioni che provengono dal fatto che compagnie diverse hanno nomi simili – e sono fatte di… Damn, mi manca persino il lessico necessario a descrivere la struttura della De Beers in inglese, figuriamoci in italiano). C’è Beit che corre su e giù per l’Africa comprando e vendendo quel che poi Rhodes suddivide e confonde finanziato da Rothschild (che disse, in visita a Rhodes, “Never allow yourself to get caught without a loose million handy.” – amo questi uomini), mentre Kruger beve latte fumando il suo tabacco extra-forte nel Transvaal. Alla guerra anglo-boera non sono ancora arrivata, ma voi potete farvela introdurre da una canzone poco di parte.
Mi commuovono, i boeri. Mi commuovono come potrebbero commuovermi i panda – delle creature in via d’estinzione che in uno scontro frontale potrebbero farti a pezzi. Sono un interessante caso antropologico, i boeri – lì, isolati, ignorando tutto quello che intanto i cugini europei si vedevano passare davanti. Vengono spesso descritti – e mi riferisco a quelli del 1800 – come un popolo rimasto nel Medioevo, che non ha mai visto l’Illuminismo. Sono un caso etnico, il risultato di uno di quegli esperimenti che dividono due gemelli alla nascita per vedere come crescono.
E poi ci sono tante parole chiave che riappaiono fino alla nausea. “Popolo eletto”, “campo di concentramento”, “terra e sangue”… Sono così tanti i paralleli tra faccenda anglo-boera e faccenda tedesco-ebrea da far girare la testa, perché le similitudini vengono tracciate per essere stravolte. In Sud Africa sono i boeri a essere il popolo eletto, ma sono sempre i boeri a essere razzisti. Durante il periodo razzista europeo, quello dei regimi, la De Beers è in mano a una famiglia ebrea (o ex-ebrea, non ricordo quando Oppenheimer si sia convertito). Poi mi domando quanti tra i tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale sono fuggiti dall’Europa siano finiti in Sud Africa – quello degli ex-nazisti in Sud America è in vecchio Leitmotiv.
Non solo il Sud Africa ha saltato a pie’ pari l’Illuminismo, ha anche bellamente ignorato il “tirare le somme” europeo e americano conseguente alla Seconda Guerra Mondiale.
Mi chiedo se, quando avrò finito l’infinito studio necessario per la tesi, avrò i mezzi per inquadrare la transizione democratica, il cosiddetto “miracolo sudafricano”, per cui quella terra “barbara” è diventata nel giro di pochi anni – su carta – una democrazia migliore di quelle europee.

Per la tesi devo scrivere un riassunto lineare dei vari movimenti succedutisi in Sud Africa fino alla scoperta dei diamanti. La parola chiave è “land” – di chi era, a chi è stata sottratta, per quali motivi era contesa – e io – come ho detto alla relatrice ufficiale – mi trovo in difficoltà, perché il riassunto storico deve essere relativamente breve, e non posso citare solo alcune delle popolazioni che vivevano in Sud Africa. Sono infinite. Ne verrebbe un paragrafo-lista. Ma non sarebbe giusto citare solo gli Zulu o gli Xhosa: o cito tutti o non cito nessuno. E poi ci sono i malesi, gli indiani, i cinesi…

In dipartimento ci sono rimasta tre ore (di cui due con le relatrici), tempo sufficiente a colorare l’esperienza di incontri.
Quello con l’austriaca, e lo scoprire che capisco benissimo l’austriaco (meglio del tedesco) e che riesco ancora a parlare in tedesco (e ora la diga si è aperta e io ho un’immane voglia di parlare tedesco).
Quello di VB con la relatrice non ufficiale, che – uscendo dall’ufficio – ha puntato i sandali che VB indossava, e che sono in realtà miei, chiedendole se secondo lei non erano un po’ dei sandali da leghista. Io non vi dirò come sono quei sandali – troppo semplice – vi dirò solo che non sono verde-Padania e che non hanno alcun simbolo dipinto sopra, né scritte, e vi lascerò a chiedervi come diavolo siano dei sandali leghisti. E anche a domandarvi cosa abbia pensato la relatrice non ufficiale quando VB le ha risposto con un accento romano-andante (ma ha insistito, la relatrice, dicendo: “Su, lo ammetta!”).

Multi.

La mia relatrice (quella ufficiale) avrebbe completamente distrutto la mia autostima, se il mantenimento della stessa dipendesse dal numero di critiche ricevute. Ma sono uscita dal suo ufficio con la sua fiducia e una serie di direttive che condivido, nonché con critiche effettivamente utili, e quindi l’autostima non è ancora disintegrata.
A parte il suo notare come l’usare il at the beginning suoni molto come un e in origine c’era il Verbo in alcune frasi, a parte il suo ammazzarmi l’uso di as al posto di when in alcune costruzioni, e il suo seppellirmi l’uso dei passivi (ti insegnano che il passivo è elegante è professionale – ma in un dipartimento formato da cultural studies l’uso del passivo viene visto come metodo per de-responsabilizzare l’agente – insomma, chi ha concesso questi diritti ai settlers olandesi?), nonché il bocciare (ma lo sapevo) le lunghe e involute frasi all’italiana (tendenza tinta dall’ironia che mi vuole sovente usare per sbaglio “convoluto” anziché “involuto” per colpa dell’inglese) – insomma, a parte tutto questo la parte meramente linguistica sta abbastanza bene.
Vuole un’introduzione più 4 dummies, la relatrice, e l’avrà. La mia targeted audience, quando ho scritto quel pezzo, era composta di persone con un’infarinatura sulla storia sudafricana, mentre dovrò rivolgermi al profano.
E tante altre critiche.
Ma si sono ammassate l’una sull’altra come sintomi di un impegno che lei si aspetta da me. E non solo lei.
Quando sono entrata nel suo ufficio mi ha chiesto se, avendo appena visto la relatrice non ufficiale (quella per cui sto sistemando un saggio con l’MLA), le avessi parlato della tesi – certo che sì, dato che la relatrice non ufficiale è l’esperta massima del dipartimento sul Sud Africa, e quindi le ho chiesto se alla fine darebbe una lettura alla mia tesi. Le ho anche chiesto se mastica l’Afrikaans, lei o qualcuno in dipartimento, perché non so come si pronuncino parole come Vooruitzigt o Witwatersrand. Posso pronunciarle in inglese o con un accento Afrikaans improvvisato che altro non è che un tedesco con le g che diventano ch. Comunque, non sa l’Afrikaans, e nessuno nel dipartimento lo conosce – quindi mi ha dato un contatto al consolato sudafricano. Mi ci vedete al consolato a porre una lista di parole a un tizio perché me le pronunci? Sarà divertente. Corso di Afrikaans in 2 ore.
La relatrice non ufficiale mi ha anche detto che si potrebbe contattare Worden. E voi mi chiederete: e chi è, costui? Ogni settore ha i propri autori immancabili, quelli che fanno da riferimento a cui non si può sfuggire, e Worden è questo – nonché un vecchio amico della relatrice non ufficiale.
La relatrice ufficiale, quindi, ha preso la palla al balzo, e mi ha detto di creare un file in cui elencare le domande da fare a Worden. In primis, dato che costui ha scritto un saggio che probabilmente userò, e che è stato scritto esclusivamente per essere tradotto in italiano e mai è stato pubblicato in inglese, e a me serve la versione inglese, per chiedergli la gentile concessione. E poi altro, ovviamente.
“Di quando sono questi infiniti articoli nella sua bibliografia?” mi ha domandato, poi chiedendomi di scrivere autore, data e luogo di pubblicazione anche nella bibliografia che le consegno ogni volta che ci vediamo (un lavoro ingrato, oh coevi). Al momento le ho solo detto che avevo notato una preponderanza di articoli dei ’70 e ’80 – l’ho notato perché la mia università di solito tiene i numeri delle riviste dagli anni ’90 in poi, creandomi non pochi problemi – ed ecco che sono giunta a ciò che voleva sapere lei, ossia il problematizzare la data e il luogo di pubblicazione. Perché questo sotto-sotto-argomento, infame argomento che mi sono scelta, è stato approfondito in quegli anni? Me lo sono chiesto. Me lo chiedo. La relatrice ufficiale se lo chiede. Chiediamolo a Worden. Poi inseriremo anche questo nella tesi, tra le altre cose. E inseriamo anche Williams – Williams? Eric Williams il giamaicano, economista in cui sono inciampata tempo fa. Inseriamolo assieme a Bairoch, solo come accenni, che male non fa.
Ah, e poi il titolo! Perché PP e la relatrice ufficiale ne hanno discusso, galvanizzati dall’idea di rompere le palle alle De Beers, e concentrandosi su rivisitazioni di A diamond is forever. Io mi domando perché dovrei infastidire la De Beers – non per altro, un simile titolo non dà neanche mezza idea del contenuto della tesi, e ha dalla sua solo l’essere d’impatto come una battuta a sfondo sessuale che concerne la Chiesa Cattolica – insomma, quelle bieche strategie che funzionano sempre, ma perché devo infastidire inutilmente la De Beers?
Si è poi tornati a inquisire le fonti, con punti di domanda rossi di fianco ad alcuni nomi. “Chi è questo?” Un giornalista. “E questo?” Un giornalista. “E…” Un giornalista. Sono tutti giornalisti che hanno scritto dopo lo scandalo dei blood diamonds, molto probabilmente sulla scia dello stesso. A me non interesserebbe direttamente, ma nel rompere le palle alla De Beers vanno a indagare il suo passato – e allora, ha detto la relatrice ufficiale, problematizziamo anche questo. (Argh.)
Insomma, pagherò sangue la mia scelta di analizzare un tema così infimo e complesso. Già di mio mi perdo nelle strategie di Rhodes per giungere al tanto agognato monopolio (entra nel Parlamento del Capo, proponi una legge che dà potere decisionale a coloro che hanno il maggior numero di concessioni – come, ad esempio, capita a te – compra di nascosto i titoli della XX per poi fonderla con la tua compagnia, poi disfala e creane una nuova che viene suddivisa così e così e… tutte quelle deliranti confusioni che provengono dal fatto che compagnie diverse hanno nomi simili – e sono fatte di… Damn, mi manca persino il lessico necessario a descrivere la struttura della De Beers in inglese, figuriamoci in italiano). C’è Beit che corre su e giù per l’Africa comprando e vendendo quel che poi Rhodes suddivide e confonde finanziato da Rothschild (che disse, in visita a Rhodes, “Never allow yourself to get caught without a loose million handy.” – amo questi uomini), mentre Kruger beve latte fumando il suo tabacco extra-forte nel Transvaal. Alla guerra anglo-boera non sono ancora arrivata, ma voi potete farvela introdurre da una canzone poco di parte.
Mi commuovono, i boeri. Mi commuovono come potrebbero commuovermi i panda – delle creature in via d’estinzione che in uno scontro frontale potrebbero farti a pezzi. Sono un interessante caso antropologico, i boeri – lì, isolati, ignorando tutto quello che intanto i cugini europei si vedevano passare davanti. Vengono spesso descritti – e mi riferisco a quelli del 1800 – come un popolo rimasto nel Medioevo, che non ha mai visto l’Illuminismo. Sono un caso etnico, il risultato di uno di quegli esperimenti che dividono due gemelli alla nascita per vedere come crescono.
E poi ci sono tante parole chiave che riappaiono fino alla nausea. “Popolo eletto”, “campo di concentramento”, “terra e sangue”… Sono così tanti i paralleli tra faccenda boero-inglese e faccenda tedesco-ebrea da far girare la testa, perché le similitudini vengono tracciate per essere stravolte. In Sud Africa sono i boeri a essere il popolo eletto, ma sono sempre i boeri a essere razzisti. Durante il periodo razzista europeo, quello dei regimi, la De Beers è in mano a una famiglia ebrea (o ex-ebrea, non ricordo quando Oppenheimer si sia convertito). Poi mi domando quanti tra i tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale sono fuggiti dall’Europa siano finiti in Sud Africa – quello degli ex-nazisti in Sud America è in vecchio Leitmotiv.
Non solo il Sud Africa ha saltato a pie’ pari l’Illuminismo, ha anche bellamente ignorato il “tirare le somme” europeo e americano conseguente alla Seconda Guerra Mondiale.
Mi chiedo se, quando avrò finito l’infinito studio necessario per la tesi, avrò i mezzi per inquadrare la transizione democratica, il cosiddetto “miracolo sudafricano”, per cui quella terra “barbara” è diventata nel giro di pochi anni – su carta – una democrazia migliore di quelle europee.

Per la tesi devo scrivere un riassunto lineare dei vari movimenti succedutisi in Sud Africa fino alla scoperta dei diamanti. La parola chiave è “land” – di chi era, a chi è stata sottratta, per quali motivi era contesa – e io – come ho detto alla relatrice ufficiale – mi trovo in difficoltà, perché il riassunto storico deve essere relativamente breve, e non posso citare solo alcune delle popolazioni che vivevano in Sud Africa. Sono infinite. Ne verrebbe un paragrafo-lista. Ma non sarebbe giusto citare solo gli Zuli o gli Xhosa: o cito tutti o non cito nessuno. E poi ci sono i malesi, gli indiani, i cinesi…