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Di Camorra e tassi volanti.

Sono le sette del mattino e tutto va più o meno bene.
L’Inghilterra è lesiva alla mia salute, è dimostrato. Tale nocività (termine trovato in un saggio scritto in italiano dalla mia docente non-italiana – mi piace la creatività non intenzionale dei non-madrelingua) si esprime in molteplici modi, a partire dalla mia pelle rovinata (e pensare che era un mio vanto), passando dai mal di testa con cui mi sveglio, arrivando alla tosse che ho oggi, e che mi porto dietro da un po’ di giorni.
So perché non aggiorno il LJ da eoni: è perché non ho tempo di essere me stessa – o, perlomeno, quella me stessa che capitava, una volta, abbastanza di frequente.
Me ne sono resa conto tornando a casa a piedi dalla stazione dei pullman. Una quarantina di minuti, penso, alle 11:30 di sera (i pub chiudono a quell’ora), dopo una sidrata in compagnia di L. Camminavo, auricolari nelle orecchie, tra le file di architetture georgiane di Bath, imponenti quanto l’architettura inglese può esserlo, e riscoprivo quelle sfumature e quelle luci che ti fanno dire che il viaggio consiste proprio in ciò: lo scoprire dettagli infinitesimali che possano modificare la tua prospettiva sulle cose.
Ho realizzato tante altre cose, quella sera, ma sono svanite come i pensieri di un ubriaco – e non lo ero. Forse i pensieri da ubriacatura svaniscono perché li facciamo appartenere a un’altra dimensione, non alla quotidianità – quella che decidiamo essere la quotidianità.
Il fatto è che non ho avuto tempo di essere tutto quello che comprende l’essere me stessa. E’ da quando sono piombata qui a settembre che non l’ho avuto – e che me lo dico, che non ne avrei avuto il tempo, e così è stato – e i voti nel primo semestre sono stati alti (A) e urrà.
Nel tentativo di creare un ponte tra queste due quotidianità – la vecchia me, pre-Settembrina, e l’attuale – vi aggiornerò elencando i saggi del secondo semestre:

1) Per “Britain and Europe” abbiamo: “Analyse and explain continuities and change in British political discourse on the European Union, with reference to at least two political leaders”.
2) Per “European Foreign Policy” abbiamo: “Which concept of European power do you think is most apposite in studying the European Union as an international actor? Discuss conceptually and justify empirically”.
3) Per “International Security” abbiamo: “‘The resolution of the Israel-Palestine conflict will have only a marginal impact on the underlying strategic and security problems of the Middle East and North Africa’. Discuss.”
4) Per “International Organisations” abbiamo due reports: uno sull’ISAF (missiona NATO in Afghanistan) e uno sui blood diamonds.
5) Per “Organised Crime in Europe” abbiamo invece un bel saggio sulla Camorra, scritto per metà.

Non vi chiederò di simpatizzare con me al punto di entusiasmarvi, ma, sapete, questi saggi rappresentano la mia vita da febbraio a oggi. La mia testa è un mix di politiche europee, discorsi sulla sicurezza (di matrice anglosassone, quindi – dal mio punto di vista – paranoici e neo-imperialisti), conflitti sparsi per il mondo e gente che non si comprende. L’ultima, soprattutto.
Qualche giorno fa è venuto a farci lezione un ex-funzionario alla difesa britannica, che ha lavorato per milleseicento cose, tra cui UN e NATO. Mentre parlava con quel delizioso tono elegante & distaccato degno di un funzionario in un film di James Bond, lo immaginavo sculacciare bambini iracheni con grande godimento. So che non dovrei dirlo – il clima serioso di questa università, coadiuvato anche dalla presenza di ex-funzionari in giacca e cravatta, mi ha insegnato un po’ di “rispetto sociale”, ma non a rispettarlo – e so anche che il collegamento mentale è figlio di un misto di cliché e antipatia. I cliché sono quelli ben esemplificati dallo scandalo Mosley del 2008 – il classico cliché dell’alto borghese conservatore che si scopre essere un perverso di una carnalità sconvolgente – l’antipatia è quella che provo naturalmente dinnanzi a persone con una certa tendenza alla normatività e nessun interesse per l’auto-critica, soprattutto quando queste persone hanno il potere di formare politiche nazionali (quest’uomo c’era durante la questione irlandese – brrr). Poi ti rendi conto che la persona media che forma politiche nazionali è così, ma ci si sfoga mentalmente con quello che si ha tra le mani, no?
Essere italiana mi è utile, perché m’impedisce di puntare arrogantemente il dito contro i difetti altrui. E’ la storia del bue e dell’asino. Potrei anzi dire che essere italiana mi avvantaggia, perché ho ben poco da difendere, e posso partire da una specie di intoccabile vacuum.
Come accennato, sto scrivendo un saggio sulla Camorra. Ho visto cose che voi umani… No, non è vero: molti di voi sapranno molte più cose di me sulla Camorra, ma io sono io, quella persona che dieci anni fa – post liceo artistico, ambito in cui studi storia per sbaglio – dopo aver letto un libro sulla storia contemporanea, e aver realizzato in che mondo viveva, piombò in uno strano stato di passiva contemplazione negativa. Mi capita spesso, quando realizzo. Nel mentre si sviluppano anticorpi, un carattere e delle aspettative diverse, ma la mia reazione è sempre la stessa: distaccarmi.
Il mio attuale distacco prevede un approccio altamente superficiale – o altamente profondo, a seconda della prospettiva. Studio la Camorra e mi faccio affascinare dai termini poetici coniati per parlarne – le “cattedrali nel deserto”, per esempio, o la natura “magmatica” della Camorra, per non parlare di quella commistione tra kitsch e sublime tipica dei nomignoli affibbiati ai camorristi (parliamo di O’ animale e del perché si chiama così).
Insomma, mi manca un po’ il processo creativo. La mia mente rigurgita idee in momenti più o meno inaspettati – una passeggiata di quaranta minuti o una sigaretta di cinque fuori casa. Ho visto di tutto, in quei frammenti, ma ripeto: sono come le rivelazioni di un ubriaco, e da tali tornano subito nell’inconscio. Uno dei pochi rimasti prevede l’inizio di una storia, che inizia così: un tasso morto piove dal cielo e finisce su un’auto in corsa. Sto, insomma, sviluppando una particolare passione per il stranger than fiction, but real, così reale da apparire irreale. Penso, a volte, che se solo fossimo così sinceri e semplici da riportare quel che accade, senza aspettative a filtrare, (ri)scopriremmo mondi.
(No, non mi è piovuto un tasso sull’auto, comunque.)

Italia -> Bath

Ha nevicato, e io ho inutilmente atteso che qualcuno – una qualche entità impersonale – pulisse le strade, o le cospargesse di sale, o qualcosa del genere. Poi, è arrivata una dolce signora inglese che, mentre infornava Yorkshire pudding, ha spiegato che le strade non verranno pulite perché c’è crisi, non ci sono soldi, e le cose funzionano così quando c’è crisi, con quel tono sereno ma arreso (o arreso ma sereno) tipico di chi ha vissuto una guerra, e io sempre più penso che Bath viva al di fuori del tempo.
Comunque, non puliranno le strade. Mentre fumo sigarette rollate a mano fuori dalla porta di casa, osservo britannici camminare come zonbi sui marciapiedi scivolosi. E’ frustrante. E’ da tre sere che devo portare fuori A per una cena neo-post-green, e che rimando.
La cena “neo-post-green” è nata dalla mia tendenza a strafare e dalla sua a incastrarmi. Le ho chiesto che genere di cena volesse – romantica, easygoing, neo-post-green…? Ha scelto l’ultima, e ovviamente “neo-post-green” non significa nulla, se non un tentativo di prendere per il culo – come sempre – le tendenze green in A. Mi ha incastrato, e io ho dovuto ingegnarmi.

Rinchiusa in casa, studio per l’inizio del prossimo semestre.
Studiando le relazioni estere dell’Europa, mi imbatto nella war on terror, stamperie americane. Rileggo quest’espressione, war on terror, astraendomi da questo dove-quando, le cui coordinate mi suggeriscono a cosa “terror” si riferisca, e realizzo che war on terror, detto così, da solo, sembra uscito da una fiaba. Una bella campagna epica contro la paura. Cerco dunque di recontestualizzare, ridare senso a quel terrore, dargli coordinate storiche e volti, e penso che anche nella realtà la war on terror è un po’ una campagna epica e fiabesca contro la paura.
Studio i frustranti tentativi di creare un fronte comune europeo in materia di sicurezza – leggasi: qualcosa per cui si possa dire che l’Europa va in guerra. Sto studiando su un manuale di stampo britannico, in ambito britannico, e da quando sono arrivata qui mi disturba tutta questa britannica enfasi sull’armarsi. Armarsi contro chi? Mi vengono citati gli attacchi terroristici in Spagna e a Londra, e penso che per la maggior parte si tratta di un problema britannico, derivato da un certo attaccamento alle posizioni americane. La war on terror. La battaglia epica contro la paura richiede spade e baliste.
Ma nessuno può negare che, in Europa (qualsiasi cosa l’Europa sia), l’Inghilterra se la sia sempre cavata egregiamente in guerra – questa landa di razziatori e pirati. Forse la Gran Bretagna, semplicemente, porta il suo punto di vista storico: “Meglio armarmi prima che o la Russia o la Germania o qualcun altro cerchi, di nuovo, di conquistare quel continente a cui non voglio appartenere ma che non deve appartenere ad altri”.
Studio il crimine organizzato, galvanizzata da Gomorra. Adoro la prosa di Saviano. So che non dovrei farmi galvanizzare dalla forma con cui un argomento viene posto, ma dal suo contenuto, ma approfitto della mia umanità per accendere un certo interesse nei confronti dell’argomento, dato che a febbraio inizio un corso sul crimine organizzato a livello internazionale. Studio questioni terminologiche (“Cos’è il crimine organizzato?”) e metodologiche (ciao, odiata teoria dei giochi, che un giorno amerò), mi informo sulla docente, cazzeggio, attendo che mi vengano riferiti i voti dei saggi (il secondo è stato valutato 72/100, che significa “A”, che significa il massimo – qualsiasi cosa sopra il 70 significa il massimo, e so che ciò è assai poco logico, soprattutto considerando che il massimo di fatto è 85), vado a fare colazione da un francese con croissant al prosciutto e formaggio bevendo chai tea.
Insomma, mi sono re-integrata.

Copio/incollo qui sotto una entry che ho scritto prima di tornare in Inghilterra, dall’Italia. E’ lamentosa e inutile, ma in generale anche io sono lamentosa e inutile.


E così, alla fine, ho scritto tutti e cinque i saggi previsti nel primo semestre. Devo dare una limatina agli ultimi due, grazie al più che sacro aiuto offerto da Ghiro, e consegnarli. Nel mentre, vago in quel limbo conosciuto ai frenetici che si trovano con ore di vuoto davanti a sé.
La pagina Facebook di Occupy Wall St. continua a comparire imperterrita con i suoi posts anti-tutto, con quel vago accento antisemita che a noi occidentali sembra non mancare mai. A proposito, guardatevi The Believer: è godevole, per il principio per cui solo un ebreo può insultare a dovere gli ebrei. Ironia a sproposito a parte, dà un’interessante lettura dell’auto-percezione ebraica (ed è il primo film che, con mio godimento, fa notare che il termine “antisemita” è scorretto). Non ho scritto saggi sull’antisemitismo (strano, eh?), ma su Occupy Wall St. sì, con il risultato che vedo la maschera di Guy Fawkes almeno una volta alla settimana.
Non sono soddisfatta dell’ultimo saggio, ma l’università inglese mi ha reso pragmatica, e – per spirito di sopravvivenza – capace di fare spallucce dinnanzi a una performance solo passabile. E’ che sono troppo stanca. Stanotte ho sognato che una mia compagna, che nella realtà non esiste, scoppiava in lacrime nel corso di una lezione perché non ce la faceva più. Strutturalmente. Non è né stanchezza, né stress, né rabbia: è semplicemente cedimento.
Il 13 torno in Inghilterra, e non posso dire che le persone a Bath mi siano mancate, perché la mia mente ha deciso da eoni che il mio habitat naturale è quello internazionale, ove esso sia trovi, ed è solo un piccolo, fastidioso e seccante caso che io abbia passato la maggior parte della mia vita in ambienti non internazionali (ma per fortuna c’è Internet). Le persone a Bath mi sono mancate come manca il voler tornare a casa, insomma.
Ciò si scontra con il fatto che una buona fetta di “tutto il resto” a Bath è lontano miglia da ciò che mi fa sentire a casa. L’umidità, la sporcizia, la puzza, quel costante e sottile odor di muffa, la società classista, e altre piccole e grandi cose – ma, soprattutto, non poter fumare in casa. Mi mancano un po’ gli abitanti, di Bath, con quella loro cortesia intoccabile, indifferente a tutte le miserie umane, e quell’agglomerarsi di ubriaconi nei miei amati pub. Ce n’è uno, di pub, in cui non ho ancora bevuto una birra. E’ vecchio, collocato in un crescent dall’aspetto bathoniamente georgiano, è piccolo, pesante, e non filtra molta luce – e sembra un covo di pirati. Ci piacciono, i covi di pirati. E mi manca anche un po’ quello sballottarmi da una parte all’altra di quella piccola cittadina collinare, dalle umide e fredde strade ai rimbombanti pub, stringendo boccali umidi di birra e chiacchierando con amici, conoscenti, sconosciuti e barboni.
Mi mancherà, la casa – che sarebbe poi casa mia – in cui ora sto scrivendo. Mi mancheranno quelle piccole cazzate che fanno dire al resto dell’Europa che in Italia le persone sanno veramente vivere: la cura nelle piccole insignificanti cose, la pulizia come atto d’affetto (non importa nei confronti di chi), quel gusto che ci viene inculcato fin da bambini, per cui sappiamo magicamente abbinare due colori anche se non abbiamo fatto studi in proposito, e via discorrendo.
Molte altre italiane cose, ovviamente, non mi mancheranno. A proposito, sto leggendo Gomorra. Appena iniziato. Lo faccio perlopiù a causa di un corso sul crimine organizzato in Europa che frequenterò nel secondo semestre. Dato che l’Italia è una campionessa in proposito, vorrei non essere del tutto ignorante in materia. Gomorra, con la sua prosa fatal-altisonante altamente godibile, non mi renderà un’esperta in materia, ma mi predisporrà.
Poco prima di partire, a Bath, mi sono trovata nelle Claverton Rooms con una I totalmente in crisi. Doveva concludere un saggio in tre ore, non aveva dormito e stava per esplodere. Essendo I un paradigma della tedeschicità del nord, tutto ciò è stato espresso con un silenzio significativo e uno sguardo agghiacciante. I è stata consolata, coccolata, riempita di té e rassicurazioni e quant’altro, e poi trascinata fuori dalla sottoscritta per fumare una sigaretta. Adoro I. Non la adoro come un raro esemplare di umanità, né come persona che adempie a un certo ruolo. La adoro basta. Mi piace averla accanto. Mi piace il suo posato e tagliente modo di approcciarsi al mondo, il modo in cui sarcasmo e genuinità in lei si mescolano.
Poche ore più tardi, a saggio consegnato, in un momento che non sapeva di nulla – uno di quei momenti che servono a riempire lo spazio tra un evento e l’altro – I mi ha chiesto se Berlusconi fosse carismatico. Me l’ha chiesto come lei sa chiedere, ossia senza preconcetti né insinuazioni né un tono fintamente interessato. Me l’ha chiesto come avrebbe potuto chiedermi se c’era ancora zucchero in dispensa, e io ho balbettato interiormente.
Nessuno si aspetta che io, o chiunque altro, sappia rispondere a una tale domanda. Credo che la risposta sia un mistero della fede. Si possono solo balbettare ipotesi e accatastare frasi introdotte da un “considerando che” o “nel caso in cui”. Ma spesso, troppo spesso, mi capita di vedere nei discorsi altrui, quando “altrui” non è passato dall’Italia se non per le vacanze estive, delle immagini troppo bidimensionalizzate per rendere alcune realtà italiane. Eppure, pur vedendo una fallace bidimensionalità, non ho le nozioni – né le capacità, credo – per correggere quelle che mi paiono mistificazioni, in bene e in male. E’, semplicemente, frustrante.

Ricercatrice o lobbista?

Non ho mai sopportato le persone che blaterano sognanti a proposito di una doppia personalità – diavolo e angelo, santa e puttana, affidabile affabile manager di giorno e Batman di notte – soprattutto quando tali rivelazioni vengono condite con un tono di finta fatalità.
Non ho mai sopportato neanche l’incoerenza – se non quella sfacciata e irriverente, che è un trasgressivo e sornione “who cares?”.
Quindi deve essere per amor del paradosso che mi trovo a riflettere sul nascere di una mia potenziale doppia personalità.
Niente Dr Jekyll e Mr Hide – troppo esteticamente soddisfacente. La doppiezza che mi trovo a contemplare non ha l’eleganza di un’idea platonica. Ha più il retrogusto insoddisfatto di una freddura post-moderna.
Insomma, senza prolungare ulteriormente questo inutile prologo…
Preferirei fare la ricercatrice o la lobbista?
Non ho sette anni, e quindi la domanda va presa con le pinze – ossia simbolicamente. Non conto su una puntuale esclusività reciproca – se non sarà l’una, sarò l’altra. Diciamo che sono tendenze. Diciamo: preferisco speak truth to the power, che è poi la crociata romanticizzata dei ricercatori, o vendermi a una causa a caso tanto per il gusto di vendersi del tutto, da capo a piedi, emancipandosi dalle crociate etiche?
Non mi porrei la domanda, credo, se il mondo accademico non fosse quel che è, ossia una cricca autocompiaciuta che si logora il cervello su dilemmi che non interessano a nessuno (non in quella forma, almeno), immersa nella versione addomesticata (quindi tendenzialmente ipocrita) della legge della giungla. Non tutti, eh. Alcuni sarebbero da incoronare come profeti della post-contemporaneità. Amo, come al solito, i cinici della situazione. Vorrei essere la cinica della situazione – vorrei essere l’equivalente accademico di un vecchiaccio peloso che si tuffa con gioia in una piscina di bambini beati e beoti. Sarebbe molto epico. Non credo riuscirò mai a prescindere del tutto dell’epico.
Ma c’è una certa epicità anche nella posizione della lobbista. Sarebbe molto più epico fare la lobbista. Non per amor della trasgressione della legge morale o cazzate del genere, ma per uno strano assoluto senso etico. Insomma, immaginate che l’avvocato del diavolo non sia un essere corrotto ma essenzialmente un applicatore puntuale del principio per cui chiunque, e qualsiasi causa, ha diritto di essere ascoltato/a. E’, in fondo, quello che in teoria dicono i buoni valori della nostra epoca: che siamo tutti uguali e che i cattivissimi in fondo sono dei buoni disillusi. Non credo a una tale stronzata, ma credo nell’equivalenza delle persone e dei valori su un piano assoluto. Se il piano è assoluto, e non è quindi tagliato da criteri, come può stabilirsi una gerarchia? Insomma, perché il conforto tratto dall’aiutare bambini denutriti dovrebbe essere migliore di quello tratto dall’indossare un diamante? Non si tratta sempre, in ultima analisi, di conforto?
Quell'”in ultima analisi” poggia su un mosaico di assunti scalciati via. Scalcio via l’assunto tutto occidentale che proclama i diritti umani, la sacralità della vita, la nobiltà della ragione e dei sentimenti, la libertà come valore e il divieto di ledere quella altrui, e tutte quelle contraddizioni che ci portiamo dentro e con cui si può morire senza che si scontrino l’una con l’altra.
Studiare teoria delle relazioni internazionali e un corso intitolato “Societal modernization and the transformation of democracy” mi fa male. Molto male. Quel genere di dolore che ci piace tanto. Relazioni Internazionali non è nulla, in fondo, se non l’accorpamento di concetti provenienti da altre discipline – politiche, economiche, sociologiche, filosofiche. L’unica grande differenza è che Relazioni Internazionali chiama in causa Kant: le tue idee sono valide al punto che le imporresti ad altre società?
Questi generi di studi mi sta rendendo sempre più muta.

Home Sweet Home.

Scrivo perché, in queste settimane, ogni volta che vengo contattata tramite chat la mia risposta è un “Sono impegnata” o un “Vado fra cinque minuti”, e le conversazioni medie durano due minuti. La faccenda si ripresenta con una tale costanza che sembra una scusa. La tragedia è quindi doppia: è tragico che io abbia così poco tempo, ed è tragico che non sia una scusa.
Posso anche abbandonare, per ora, il progetto linguistico del mio Super-Io, quello che da anni mi ripete che su questo blog dovrei scrivere in inglese. Vivo in inglese, parlo e scrivo in inglese, quindi lasciamo almeno questo buco per comunicare con chi l’inglese non lo parla.

Ho scritto il mio primo saggio in una frenesia delirante, ma l’ho scritto.
Ora disturbo gente su Facebook chiedendo un contatto con il Movimento Cinque Stelle per un altro saggio sulle proteste e sui movimenti anti-politici.
Ho passato due giorni a cercare, inutilmente, una definizione di “anti-politics” in ambito accademico, per poi arrendermi e bussare alla porta del docente, che mi ha indirizzato a un saggio scritto da un italiano.
Ho così scoperto che il terreno dell'”anti-politics”, almeno accademicamente, è stato perlopiù analizzato in Italia. Interessante, no? Un po’ scontato, volendo. L’autore del saggio descrive quattro tipologie di “anti-politics”, e tutte e quattro sono rintracciabili in Italia. Sembriamo essere anti-politici, in modi diversi, per tradizione.
Mi sono trovata ad analizzare statistiche relative all’opinione pubblica italiana nei confronti della politica. Anche qui potrei direi “scontato” – scontato che l’opinione sia così bassa – ma vedere su carta, in formato “serio”, dei pensieri astratti con cui hai convissuto per anni fa un certo effetto. Fa effetto vedere come anni di cambiamenti di pensiero si riassumano nel passaggio da “rabbia dinnanzi alla situazione politica” a “disgusto”. E’ come sentire una cosa volgarissima detta in francese.
Studiare l’Italia dall’Inghilterra ha tutto un altro senso. E’ come osservare la danza di una medusa stando al di fuori dell’acqua: a distanza meno ravvicinata, certo, ma potendo respirare al contempo.
Studiare l’Italia da qui mi fa fare molte scoperte. Niente di eclatante, intendiamoci. Semplicemente, trovo spiegazioni razionali al familismo e all’abitudine di avere una colf. Quelle piccole cose che, quando ci vivi in mezzo, sostengono il tuo orizzonte visivo.
Ma comunque.

Ieri sera sono andata a bere una birra (due pinte e mezzo) in un locale in centro. C’eravamo io, VB, A, I, la ragazza di I, e F. A e I sono tedesche. I rimarrà, come me, a Bath fino a giugno, per poi andare a Berlino l’anno prossimo – come me. A, invece, andrà a Berlino a marzo.
Ho salutato la ragazza di I dicendole “Ci si vede a Berlino” e sentendomi così strana nel dirlo. La vedrò a Berlino il prossimo settembre o ottobre, e la saluto ora. Strano-strano-strano. Strano che non vedrò A per mesi, per poi ritrovarlo a Berlino – passerà così tanto tempo, accaderanno così tante cose, e poi ci ritroveremo.
Non vedo l’ora di essere a Berlino, anche se significherà dover muovere il mio pigro culo e parlare (seriamente) tedesco. Sto frequentando un corso di tedesco, ma quel che mi serve è, semplicemente, una certa immersione nella lingua. Capisco il 90% di quello che le persone dicono (escludendo termini tecnici e slang), ma sono muta come un pesce. Il mio tedesco è di una passività imbarazzante, insomma: non ricordo un sacco di parole che conosco e riconosco.
Cambierà, cambierà…
Cambieranno molte cose, a Berlino.
Bath è deliziosamente raccolta e inglese, e con “inglese” intendo tante di quelle cose che non saprei né dove iniziare né dove finire. Ne amo la topografia, e queste architetture vecchie secoli che sono state rifatte e poi rifatte e poi rifatte, ma rifatte all’inglese, dipingendo sullo sporco e ricostruendo senza riempire i buchi, con il risultato che ogni tanto apri una porta e ti trovi in un dungeon, o sbirciando oltre a un ponte intravedi mondi sovrapposti.
Capisco molte cose, qui, o, per meglio dire, le ri-colloco.
Ri-colloco tutto il fantasy – che non è per niente fantasy, ma solo una copia poco fedele di certi ambienti. Scopro che Burton non è geniale quanto pensavo: ha semplicemente fatto del sincretismo tra inglesismi e fantasia il proprio punto di forza. Sono entrata nella cucina di F, qualche giorno fa, e non potevo credere a quello che vedevo. F vive in una vecchia palazzina, con i muri mal dipinti e scrostati, muffa e ragni, e librerie di pesante legno ricolme di classici polverosi. La cucina, invece, non so come descriverla. Dire che è un accumulo di cose non è abbastanza. Per descrivervi quella cucina dovrei sapervi descrivere una certa cultura inglese fatta dell’usanza di accumulare cose e poi dimenticarle lì, e inglobarle – così malandate – nel prossimo restauro. Il vecchiume diventa scenico, insomma. Non te ne curi e lo abbandoni lì quando vi accosti un costosissimo pezzo d’antiquariato, o i fornelli più economici che hai trovato sul mercato. “Trasandatezza” non rende l’idea. E’ qualcosa di più. E’ una specie di trasandatezza significata, che accumulando polvere diventa tradizione, e quindi di valore – anche se è sporca, marcita, così piena di polvere da essere anti-funzionale. E’ come l’esistenza della Regina, insomma.
Ho capito il senso della moquette vivendoci sopra, e non congelando camminandoci senza ciabatte. Ma non capirò – né io, né VB, né I, né il curdo all’angolo da cui mangio hamburger – mille altre cose. Non capirò perché nei pub mettano la moquette e riempiano i bicchieri fino all’orlo e si prenda da bere al bancone per poi portarlo al proprio tavolo. La combinazione di queste cose ha come inevitabile risultato una moquette quotidianamente cosparsa di birra – eppure non cambiano. Non risolvono il problema strutturale lavandola tutti i giorni, anzi, la lavano assai di rado. Voi li capite? Credo la soluzione non sia capire, ma fregarsene. Fregarsene al punto di ignorare. L’atteggiamento inglese è riassumibile in un they don’t care. They just don’t care – non importa che la moquette sia irrimediabilmente sporca, che un miscelatore avrebbe un senso logico mentre non ne ha installare due rubinetti separati, che se scartavetri il muro prima di dipingere la pittura non si staccherà in un mese e quindi non dovrai ridipingere di nuovo – they just don’t care. Nello stesso modo, se ne fregano del freddo. Non che non ne abbiano, ma è come se il provare freddo non accendesse in alcuni inglesi la lampadina che suggerisce “sai che potresti trovare una soluzione e applicarla ogni volta?”. Invece contemplo una studentessa venire a lezione in pantaloncini e infradito a fine ottobre.
Ma è bello così.
E’ bello perché è pittoresco. E’ bello come le privazioni di una baita in montagna. Sono quelle tante, piccole cose di cui devi privarti per poter godere di altre. La rinuncia a queste tante piccole cose mi fa sentire fuori dal tempo – siamo nel 2012, e so di essere nel 2012 quando sono in università, ma nel resto di Bath potrei essere ai tempi di Enrico VIII o in epoca vittoriana. Ho, insomma, l’impressione che certe cose non siano mai cambiate. I cortigiani di Enrico VIII lordavano i pavimenti a pranzo e cena, e oggi è lo stesso. Allora le case avevano finestre cigolanti e pronte a far entrare ogni spiffero, oggi non è cambiato poi molto.
In cucina non ho un calorifero, ma una stufetta fissata al muro. Ho in verità smesso di chiedermi quale sia la soluzione migliore. All’attuale stato delle cose, entrare in cucina significa fare un viaggio spazio-temporale e trovarsi nella Siberia di cinquecento anni fa – poi accendi la stufetta e nel giro di qualche minuto tutto si normalizza. Ma ho smesso di patire quel cambio di temperatura. C’è, ma fa parte della quotidianità. Essendo inevitabile, smetto di cercare una soluzione. Essendo un problema diffuso in diverse abitazioni, smette di apparirmi anormale.
I clienti medi al locale in cui lavora VB potrebbero essere scritturati per un film sui pirati ambientato in un anno a caso dal sedicesimo al diciannovesimo secolo. Non puoi non amarli, per questo. Sono il prodotto di una vita a bere quotidianamente, con le estremità rosicchiate dal freddo, e sono quindi uno stereotipo che raramente puoi incontrare. La “civilizzazione” ha appiattito la varietà. In Inghilterra la civilizzazione è un concetto su cui varrebbe la pena di scrivere una tesi. L’Inghilterra che ha conquistato mezzo mondo in nome dei lati positivi della civilizzazione, e che è così retrograda da altri punti di vista. Ma comunque, amo i clienti del pub. Amo i vecchi pirati e il ragazzo allampanato e ingellato che attacca bottone al bar, con le scarpe eleganti e dei calzini infeltriti che più che farsi intravedere si impongono alla vista. Amo tutte le accoppiate di amici che girano ubriachi alle 11 di sera, attaccano bottone con una scusa qualsiasi, e finiscono con l’aggrapparsi l’uno all’altro in un delirante crescente nonsenso. Amo le inglesi seminude che, totalmente ubriache, ti abbracciano e baciano – e suona come molto allettante, lo so, ma sono così ubriache che devi contare i secondi rimanenti prima che vomitino.
Amo tutte queste unicità, ma mi manca un po’ la civiltà, normale e noiosa.
Non vedo l’ora di essere a Berlino. Tale Sehnsucht viene acuita dal fatto che sono a Bath – questa pittoresca cittadina che impone tante privazioni. Mi manca persino l’Italia, stando qui – ho vaghi ricordi di questa terra in cui non piove sempre, in cui sia il privato che il pubblico sono mediamente puliti, in cui la vita pubblica non ti mostra un 90% di gente che beve e beve e beve (anche perché non c’è molto altro da fare). Bath è, come ha fatto notare VB, una nave: vivere qui è come vivere su una nave. Galleggi e viaggi, in stanze piene di spifferi e umide, con scale strettissime e del rancio a cui preferisci una birra. Ma sei in viaggio, e ti senti attivo – se ti fermi congeli.
Il gioco a cui vengo sottoposta a ogni uscita è: “Da dove vieni?” Il mio accento è abbastanza fottuto da confondere i madrelingua. Ondeggia tra il tedesco, il francese, lo slavo (so che “lo slavo” non è una lingua, ma sono gli inglesi a dirmi che ho un accento slavo – come se il russo e il ceco fossero simili), con punte memorabili che mi hanno vista essere presa per una serba (ma perché proprio serba?). Amo appartenere a una non-categoria – amo impedire alle persone di categorizzarmi, ma lo sapete.

Come ho detto ad alcuni di voi, al mio ritorno organizzerò una cena. Ripensandoci bene, pensavo invece di organizzare un party a tema, il cui tema è: “Fumare e bere su un divano in un interno”. Sapete quanto mi manca? No. Lo voglio così tanto da farmi sentire come fossi al fronte – solo al fronte, cazzo, può una persona ossessionarsi così tanto con una simile stronzata, no? E invece no.
Sorseggio il mio chai con latte mentre rispondo a S che no, stasera non esco, me ne sto a casa. Me ne andrei con piacere al pub dove VB sta lavorando per ordinare una pinta di Corvus, chiacchierare a caso con gli autoctoni (“Ho scritto un saggio.” “Su cosa?” “Multi-level governance.” “EH?”), trovare qualcuno che mi offre un’altra pinta (la tentazione di farmi offrire da bere da ogni attempato inglese che vuole fare il brillante per poi ridere alle sue spalle è sempre forte, ma Kant mi trattiene sovente), bere abbastanza da voler ordinare un uovo sottaceto con patatine, bere una terza pinta e congelare mentre torno a casa.
Ma non lo farò.
(Sono brava, eh?)
Invece, andrò a fumarmi una sigaretta al gelo qui fuori, salutando i ventisette ragni che mi circondano mentre scorro il giornale, e mi rimetterò a studiare.
Amen.

MLG

Non so come aggiornarvi, quindi copio/incollo quello che sto facendo (e che continuerò a fare nel corso del weekend – gh), nudo&crudo, pre-correzioni (a che pro, poi?):


Multi-level governance

  • History and definition:

    • Il concetto è stato usato per la prima volta da Marks 1992. Not a new political order, but a “disorder” (Marks 1992 p. 221). Something inbetween the dichotomy between “a state-dominated Europe” and “A Europe of the regions” (Marks 1992 p. 223), a “multilayered polity (Marks 1992 p. 223).

    • First definition by Marks: “a system of continuous negotiation among nested governments at several territorial tiers” (Marks 1993 p. 392).

    • It originates in the EU (initially in the policy-making, then in general in the decision-making). Vedi: Marks 1992, Marks 1993

    • Viene dall’analisi del Maastricht Treaty (Marks 1992 e Marks 1993 viene subito dopo Maastricht). Maastricht “set the stage for a large increase in spending on structural policy […] to reduce “disparities … of the various regions”” (Marks 1993 p. 392).

    • Marks 1992 prende:

      • da neofunctionalism, perché dice che “the shift in community resources to the structural Funds can be seen as a forced spillover” (Marks 1992 p.198). Quindi: con lo sviluppo delle politiche per la redistribuzione nelle regioni (Regional Fund nel 1975, Marks 1992 p. 198, Marks 1993 p. 339) si ha un “side effect” che porta allo sviluppo della MLG.

    • Vertical dimension (through decentralization and centralization Marks 1993 p. 401, centrifugal process Marks 1993 p. 402 which leads to contested spheres and several tiers Marks 1993 p. 402) subnational level bypassses the state and have a direct link to the EU, Marks 1993 p. 402) and horizontal dimension (wiki; “Governance” per sottolineare “the growing interdependence between governments and non-governmental actors at various territorial level” → horizontal dimension (Bache 2004 p. 3)) → policy networks?

    • Importanza di “governance” al posto di “government” ManualePol p. 115. “Governance” per sottolineare “the growing interdependence between governments and non-governmental actors at various territorial level” → horizontal dimension (Bache 2004 p. 3).

    • MLG as an “organizing metaphor” rather than a theory, within this metaphor some approaches can sit – such as the policy network analysis


Non ho resistito e ho provato a googlare "multi-level governance new world order", ma per fortuna non ha dato risultati. "Per fortuna": perché sono abilissima nel perdermi in rami secondari cospirazionisti quando faccio ricerca.

Ho il cervello troppo vuoto per trovare un titolo accattivante, spiacente.

Aggiornamenti insoddisfacenti e sterili, ma devo e voglio aggiornare un po’ di persone, e farlo alle 00:14 mentre preparo una presentazione mi sembra il momento giusto – dato che nessun momento lo è:

1) Una serie di presentazioni che non vengono valutate ma che dobbiamo fare comunque vanno bene, nel senso che il mio gruppo è in vetta nella classifica dei giudizi positivi.

2) La presentazione fatta ieri, e che viene valutata, è andata bene. Il professore era entusiasta. Così tanto che ha cominciato a parlarci della propria vita.

3) Ho una presentazione settimana prossima, anche questa valutata, basata sul saggio “Hayekian Political Economy and the Limits of Deliberative Democracy”, saggio scelto da me e che contiene la parola “epistemologico” almeno tre volte, per rendermi soddisfatta (a ognuno i propri parametri). Fatta questa, avrò finito con le presentazioni, ma…

4) Per il 7 devo consegnare un saggio che non ho neanche iniziato.

5) Ma mi sento molto spronata, dato che i miei colleghi/compagni/Kommilitonen/fate vobis sono tutte personcine ammirabili.

6) Ogni tanto il mio accento viene interpretato come “slavic”. Non credo capirò il perché. Comunque è l’alternativa a “tedesco”.

7) Mi manca tanto del cibo. Sì, sto generalizzando ed estremizzando un semplice: “Il cibo che c’è qui mi convince così poco che per disprezzo lo escludo dalla categoria ‘cibo’.” Non è che non mi piaccia, eh. Semplicemente è poco credibile.

8) Per fortuna c’è la Guinness, dato che le bianche vengono vendute come fossero rari e pregiati vini. La Guinness e la Murphy. E un pub a cinque minuti da casa – un piccolo pub, molto “cozy”, senza pretese, amichevole, quasi per famiglie – se non fosse che questi ubriaconi d’inglesi non portano i bambini al pub. Ho letto un articolo su un tizio multato per aver, in un pub, rovesciato della birra in testa a un bambino. L’articolo non specificava se il gesto fosse voluto o non voluto.

9) Il sidro, nei posti giusti, è ottimo.

10) Sì, sto parlando ancora di alcol. D’altro canto, se il cibo fa schifo, e non si può fumare negli ambienti chiusi (neanche in casa mia, no), la gente dovrà pur sfogarsi da qualche parte, no?

11) Anche il tempo fa schifo. E’ il secondo argomento toccato dopo l’alcol nell’inutile chiacchierare che non raramente pop-uppa nella vita quotidiana quando incontri sconosciuti.

12) Il terzo è la regina, ma è colpa mia.

13) Voglio sedermi sul divano nella mia casa italiana, con una sigaretta nella destra e una birra nella sinistra. Lo vorrò per sempre. Lo vorrò finché non lo avrò fatto, e poi ancora e ancora quando tornerò in Inghilterra. Sta diventando un sogno erotico – ora capite perché odio i tabù?

14) Mi manca anche il sedere in una casa, o in un locale, che non abbia un retrogusto “vecchio”. Non ho ancora capito se Bath sa di vecchio perché gli inglesi sono fissati con il vecchiume (tipo la Regina), o se sa di vecchio perché gli inglesi se ne fregano delle condizioni delle loro abitazioni e dei loro locali.

14bis) Mi sono persa un congiuntivo?

15) Oggi ho conosciuto un 45enne canadese che sta facendo ricerca sulla scrittura in ambito accademico.
Due giorni fa ho conosciuto un londinese incredibilmente interessante e critico.
Invero sono entrambe persone che, in un contesto più rarefatto, avrebbero occupato paragrafi e paragrafi di questo blog. Ma sono in un ambiente saturo – di nuove conoscenze, di cose interessanti, di nuove conoscenze interessanti. Vorrei elencarvele tutte – le nuove conoscenze, le cose interessanti, le nuove conoscenze interessanti – ma mi manca il tempo. Non saprò spiegarvi mai, credo, quanto ciò sia frustrante.

16) Non saprò mai spiegarvi un sacco delle cose che mi stanno accadendo, e questo amplia la frustrazione. Semplicemente, viviamo in mondi diversi. Dovrei prima spiegarvi tutte le premesse – e fare magie come “rendere a parole l’effetto della pioggia qui”. Siamo umili. Beh, io lo sarò, almeno in questo frangente: non ne sono in grado. Lo saprò fare imperfettamente. Mi riuscirà invece molto bene risultarvi diversa, quando ci incontreremo, e ciò perché la legge di Murphy impera.

17) Ho detto che la stragrande maggioranza degli studenti nel mio corso sono tedeschi?

18) Ho detto che tipo l’85% degli studenti nel mio corso parla tedesco?

19) Vi ho detto quante battute faccio circa il fatto che i tedeschi vogliono riconquistare l’Europa?

20) Vi ho detto che la risposta di una tedesca è stata “Perché, non siamo già i più forti?””

21) Dovrei dirvi che tale esperienza mi sta allontanando tantissimo non solo da una grande fetta di italiani, ma in generale da una grande fetta di persone. Qui discutiamo dell’Europa passandoci stralci e concetti e riflessioni partorite da professori che studiano la faccenda da anni. Il discorso quotidiano attorno all’Europa e alla crisi è vagamente meno fondato. Me ne sono resa conto drammaticamente quando ho letto, tra i titoli dei papabili saggi da scrivere, una cosa come “Descrivi gli effetti che la crisi economica ha avuto sulla gestione di [qualcosa] dell’Unione Europea”. Ma questo devo avervelo già detto. Nel dettaglio, ho realizzato che una incredibilmente ampia fetta di mie conoscenze discute di ciò con grande frequenza, e non lo fa in vece d’esperto – del settore che volete. Ma scrivere un saggio significa:
– Riportare le fonti. Le fonti che l’ampia fetta di cui sopra riporta sono giornali vari, di media, e i giornali non valgono come fonte quando scrivi un saggio del genere (i saggi vanno bene per riportare opinioni, non dati su cui lavorare).
– Saper dimostrare con reasoning. Il che implica lo scartare “il senso comune”, i sottintesi che ci uniscono tutti, il populismo bonario e tutti quei cuscinetti che permettono a chiunque di disquisire delle conseguenze della crisi sull’Unione Europea.
Non potevo non diventare umile, dinnanzi a una domanda del genere. Mi terrorizza – come molte altre. Mi terrorizza anche il pensare che odierò un po’ di più tutte le persone che si improvvisano esperte del settore.

22) Voglio diventare una lobbysta o il suo equivalente per poter essere equidistante rispetto a:
a) La popolazione sofferente e lamentosa e rivoltosa e in crescita, per cui “crisi” non significa ciò che puoi leggere in mille libri ma l’effetto tangibile sulla tua vita – e se ha un effetto tangibile sulla tua vita e non su quella degli eurocrati, perché tu dovresti avere meno diritto di loro di parlare della crisi? Perdindirindina, dovresti averne di più!
b) Gli esperti del settore, gli eurocrati, i ricercatori, e tutte quelle categorie che sanno spiegare con dovizia di particolari la crisi e le sue ragioni, benché ne percepiscano (e concepiscano) molto meno gli effetti.
Voglio stare lì in mezzo, equidistante, perché non sopporto nessuna delle due categorie – non sopporto la prima quando vaneggia sulla seconda, non sopporto la seconda quando neanche concepisce la prima.

23) Buonanotte.

Di cani e altre poco argute metafore.

Sono le 02:58 di notte e domattina dovrei (dovrei – dovrò) svegliarmi presto.
Sono le 02:58 di notte a causa di un curriculum da riscrivere, e decine di minuti persi nella grottesca mansione di stilare la propria bibliografia, nonché alla ricerca di quei dati e sigle che beatamente davi per scontati, e poi riappaiono, necessari, come fantasmi che andranno a riempire uno slot non ignorabile del curriculum.
Dovrei – dovrò – cercare di essere breve.
Sono viva.
Un po’ meno breve.
Noto persone, su Facebook, lamentarsi perché gli scrittori che hanno pubblicato a pagamento vengono discriminati. Si sarebbe giunti a questo punto. O ci si era già giunti mentre ero distratta? L’enorme universo degli scrittori non emersi che passano più tempo a parlare di editing e cercando di farsi pubblicare che scrivendo mi devasta. Sinceramente. C’è qualcosa che mi commuove come potrebbe commuovermi la Vigevano di Mastronardi.
Meglio Testori, si sa.
Ho per fortuna avuto di nuovo il piacere di parlare di Mr “L’omosessualità e Comunione&Liberazione” con la Profetessa, nel corso di una visita fatta a lei e al compagno, qualche settimana fa. Mi ci voleva. Mi ci volevano tante cose, dopo la laurea. G, ad esempio, che viene qui domani. La piccola enorme G che si è convertita al mio allineamento: pansessuale poliamorosa – più o meno. Insomma, con una cosa vaga come “pansessuale poliamorosa” non è che ci si possa abbandonare alle cieche certezze che altri inscatolamenti permettono.
In tutto questo sto invecchiando, suppongo. E’ difficile dirsi “sto invecchiando”, se si è una di quelle persone che si sentono nate vecchie. Di fatto, so di essere regredita a partire da qualche anno fa. Nel frattempo, invecchio. Non so bene quando, e se, io sia cresciuta.
Ho scritto e scrivo. Tipico dei periodi stressati. Ho scritto quel racconto breve per quell’antologia idealista di genere space opera. Scrivo per i cazzi miei, riesumando una vecchia trama che – ho scoperto – potrebbe avere molto da dire. Ho blaterato per un sacco di tempo, in questo blog, di questioni di identità di genere, sesso, sessualità e via discorrendo, e poi ho più ho meno smesso, nauseata da me stessa per non farmi nauseare dal mondo in cui vivo. Potrei ricominciare, sublimando, con quella trama che avrebbe molto da dire – sul gender, sulle false emancipazioni, sull’imperialismo culturale delle vecchie elite, e un sacco di robaccia che starebbe tanto simpatica ai gender studies e ai postcolonial studies.
Il fatto è che tiro le somme, e non per mia scelta. Devo farlo se voglio procedere con la dannata application (ma come si dice, poi, in italiano? “Candidatura”? Chi è quella testa di cazzo che dice che le lingue straniere straniscono, perché la lingua madre è quella degli affetti? Amo con fervore ciò che è collegato alla parola “application“) – per il master, sapete. Quel master all’estero – un master all’estero. Ma comunque. L’application mi richiede di fare un sacco di lavoro di auto-giudizio, giudicare me stessa e rivendermi bene.
Così, oggi ho re-incontrato la (ex) relatrice, che si è googlata i miei articoli online e mi ha fatto un sacco di domande (anche domande da colloquio di lavoro sui miei affetti, sulle mie priorità, su cosa mi lega e non mi lega qui – per fortuna ho risposte pronte da quando ho 16 anni, e per fortuna in ciò sono abbastanza coerente), e mi ha dato un’idea preziosa: scrivere, all’inizio del curriculum vitae, un personal statement che faccia una magia. La magia è semplice eppur meravigliosa: devo riunire le settecento cose che componevano il mio vecchio curriculum vitae da 7 pagine (ora 3) con un unico filo rosso. Proviamo, dai. Abbiamo provato, e il filo rosso c’è veramente.
Vorrei a questo punto cogliere le parole-chiave che compongono la collana dal filo rosso di cui sopra e urlarle, ma purtroppo non ho mai smesso di farlo, quindi posso gongolare (o terrorizzarmi) solo nella mia solitudine. E’ uno di quei momenti che, chi fa ricerca (di qualsiasi tipo), associa a un “E’ tutto collegato!”. E’ bello, quando i conti tornano. Si sente di avere un senso – non un senso in senso esistenziale, intendiamoci, semplicemente un senso vendibile.
Ho ripreso in mano la trama che avrebbe molto da dire perché ho dovuto, causa altri impegni, mettere in pausa lo studio sul nazionalsocialismo (il ri-studio, ossia) in cui mi ero immersa. Quello studio atto a partorire un’altra trama, e che richiede una rispolveratina e un approfondimento di temi quali “Heydrich”, “SS”, “Mein Kampf” (no, non l’ho finito – MA LO FARO’!) e via discorrendo. La trama che avrebbe molto da dire non richiede conoscenze pregresse, o, per meglio dire, quelle che richiede sono già disponibili nel mio cervello.
A parte tutto ciò, sono attualmente impegnata con la ricerca dell’insostenibile leggerezza dell’essere (no, non ho ancora letto il romanzo). Cerco l’approccio, il modo giusto di guardare alle cose, e soprattutto di volerle, a partire dalla prosa per giungere al curriculum vitae.
Credo che l’approccio sia tutto, creature. Guardare una becera puntata di Dog Whisperer, in cui il simpatico addestratore di cani zen deve certamente conquistare un sacco di casalinghe, me lo conferma.
In fondo non cambio mai.
Dal cane mangia cane sono semplicemente passata al cercare di trattare qualsiasi cosa come dovrei trattare un cane – che non è il “trattare da cani”, creaturine.