le.baron

Loa.

Come si suol dire, faccio cose e vedo gente.
E quindi dimentico un po’ le cose che faccio e non ne verrà un post molto organico, non può per principio.


Inizio a random: ho pulito camera e cucina.
Ora lo sporco accumulato non scricchiola sotto le ciabatte. E tante altre piccole inezie. Domenica arriva qui quello che riconosco come "War Emp", perché così è stato segnato sul mio cellulare all’incirca 9 anni fa. Ci siamo incontrati una volta, per qualche ora, io ero post-sbronza, con la testa altrove ed ero una quindicenne superficiale testa di cazzo. Ogni età ha i suoi pro e i suoi contro. E non sarebbe necessario citare l’aneddoto, se il rapporto con War Emp non fosse di quelli speciali per sintonia, intesa, e una serie di comunicatività sparse compiaciute pur attraverso lo spazio fisico e gli anni.
War Emp che è un po’ un santone, a guardarlo e sentirlo così.
Non ho la più pallida idea, in realtà, di cosa mi troverò davanti – troppi anni di conoscenza senza il lato fisico necessitano il crollo di un’immagine mentale che nonostante ogni sforzo di evitarla si è sicuramente creata.
Ma tanto, comunque sia l’impressione che dà a pelle, War Emp è un po’ santone e basta – di quelli con cui sedere davanti a un fuoco, davanti a un camino o altrove, osservando le fiamme in silenzio.


In un locale a Lecco con una vecchia conoscenza a bere qualcosa scopro che B. è diventata una cristiana militante.
L’informazione è una di quelle che alla forma naturale sono il perfetto pettegolezzo.

Ma sai che B. si è fatta cristiana e va sempre a messa e fa dire il rosario a tutti? Eh – oh! – l’ultima volta che è venuta a casa mia è scomparsa in camera di mio fratello, e sai che ha fatto? Ha lasciato un santino sopra l’armadio!

B. è una di quelle persone che diverse persone (me compresa) definirono mia amica. Prendiamolo per buono. Ci siamo frequentate abbastanza a lungo, considerata la frequenza con cui ci vedevamo.

E ha bruciato tutti i suoi vecchi lavoro dell’artistico, e le foto, e i tarocchi!

Le ho "insegnato" io i tarocchi.
Li conosco da tempo perché se c’è una costante nella mia vita è l’interesse per le forme comunicative, quindi i simboli, e se studi i tarocchi come simboli poi ci vuole poco a fare quella che li legge.
Quando qualcuno ti chiede di farlo, tanto per.
"Tanto per" dopo "tanto per" alla fine li conosceva anche lei. Periodi in cui mi chiedeva ogni volta, a fine serata:
"Mi leggi i tarocchi?"
Col tono di chi ti chiede se ti va di fare un massaggio, ci terrebbe, se a te non pesa troppo. Potrebbe anche insistere un po’, ma tanto non le dici mai di no e quindi non vedi mai fino a che punto sa insistere.
Ricordo che quando abbiamo smesso di vederci mi dicevo che la mia non voglia di vederla era anche dovuta al modo in cui si era interessata a certe questioni. Ad esempio: dormiva con un arcano maggiore sotto il cuscino. Approccio fanatico alle cose. Buttarsi a occhi chiusi in una bolgia di persone per vedere cosa succede, che sensazioni verranno. Affidarsi al caso leggendovi destino.
Ricordo un’altra "santona", mia vecchia amica, che quando ero più piccola e invasata mi disse:
"Nell’occultismo stai attenta a quel che chiedi, perché lo avrai."
Bella frase da fiction, perché puoi leggerla in diversi modi.
C’è il modo misterico, in cui si immaginano forze evocate pronunciando per sbaglio il loro nome che possiedono giovani fanciulli portandoli alla pazzia.
C’è il modo più contemporaneo e psicologicheggiante, un po’ anche sociologicheggiante, che dice che certe cose sono specchi, e quando agisci su loro in realtà stai agendo su te stesso.
Credo ad ambo le versioni. Tanto, a quale io creda, il risultato sarebbe il medesimo.
Non mi stupiscono i dettagli di B. che milita da cristiana, salutando persone in centro Milano per andare in messa in Duomo e che dissemina la casa di santini. Prima lo faceva con foto, poi con arcani maggiori. Potrei chiedermi che accadrebbe se ci incontrassimo. Potrei sentirmi tentata dal fare revival storico – lei è cristiano-andante, io l’ho iniziata ai tarocchi, lei li brucia, io sono io il Diavolo – giusto per esorcizzare per non sentirmi esorcizzata.
Pare che B. sia finita così seguendo l’amore – per un ragazzo fervente cristiano, e anche questo non mi stupisce, ricordo l’ossessiva B. con i suoi ex.
Probabilmente a B. passerà domani, o passerà alla prossima delirante passione, o rimarrà tutta la vita così – non è una di queste opzioni a causarmi dispiacere, ma il fatto che siano tutte egualmente possibili.
E mi spiacerebbe un po’ anche sentirmi esorcizzare, vedermi diventare il Diavolo agli occhi di qualcuno (avevo smesso) perché significherebbe che Cristo ha vinto e io perso un’altra volta – e in realtà né io né Cristo probabilmente c’entriamo una sega, l’unica cosa che c’entra è l’uccello intriso d’amore e ideologia di un fervente cristiano.
Ma mi spiacerebbe relativamente poco.
Sento invece di non aver fatto abbastanza.
Evito frasi come:
"Nell’occultismo stai attenta a quel che chiedi, perché lo avrai."
… Perché normalmente il loro effetto è l’essere lette come promesse che Lucifero scenderà in terra facendo una spettacolare performance, quindi creando l’esatto contrario di quello che vorrebbero. Ma ho cercato di inculcare eguale concetto nella testa di B., di inculcare il metodo, di iniettarglielo di arcano maggiore in arcano maggiore, come si cerca di inculcare tecnica e autocontrollo a una persona a cui stai mettendo in mano un’arma. Tecnica perché non si spari su un piede, autocontrollo perché alla prima sbronza non si spari deliberatamente a un piede ridendo.
Questo sentire di "non aver fatto abbastanza" palesa non poca arroganza, o non poca esaltazione, a scelta a seconda della cultura e ideologia di chi legge, e ancor di più lo fa il dibattermi tra due ipotesi: dovrei forse considerare che tutte le prove iniziatiche sparse per la storia e il globo hanno un senso oltre che quello di creazione della cultura, o devo semplicemente pensare che non ho agito come avrei dovuto?
Ricordo ai tempi il pensiero che stavo lasciando una B. che dormiva con arcani maggiori sotto il cuscino, una B. che si faceva da me ridimensionare i voli di testa, le libere associazioni, i presagi e quel vagare cercando solo i riscontri che si desiderano.
Quindi, in conclusione… Boh.
Credo che prima o poi risentirò B., perché tanto prima o poi risento un po’ tutti.
Vedi War Emp.


Vorrei andare a Praga con Capi. O in Sud Africa o ad Haiti, ma Praga costa meno della prima e della seconda ed è meno un viaggio alla cieca della seconda.
Dovrei ringraziare Capi, perché mi sta facendo esperire il piacere di avere una quotidianità leggera e rassicurante. La sensazione che qualcosa stia venendo costruito. La sensazione che permane dopo che ci si è fatti un quadro dei difetti altrui e stanno bene. La sensazione che s’amplifica dopo che tramite l’altra persona ci si è fatti un riassunto dei propri, di difetti, e stanno bene.
Non è niente di preciso, niente di indirizzato, è piacevole. Inietta senso nel quotidiano. Scaccia l’abisso che appare nei momenti di vuoto – perché li riempie, sia pure in maniera meccanica.
Metto alla prova il rapporto essendo una Me senza angoli smussati. Vedo quanto regge. Vedo che regge troppo e mi faccio paranoie sull’essere assecondata. Per un attimo non mi sta bene e per quello dopo no, poi mi dico che non so e via discorrendo.


Ho finito Requiem del coccodrillo.
Va stampato, e non solo corretto, ma sistemato. Pezzi da aggiungere e da togliere. Cose da controllare. Dettagli tecnici e non. Ma è finito.

Trascrivo e scrivo Gioco della rosa (nome definitivo di "quel qualcosa che ha una rosa nel titolo"), ho avuto una mezza idea dell’idea che mi serviva. Quei personaggi, quell’ambientazione, quei concetti, sono debitrici al 50% dell’Acero, per l’altro 50% di Capi.

E il terzo progetto, che non ha titolo ma c’è un hotel nel fulcro, non sarebbe nato senza Capi. A essere precisi, è nato solo come concetto. Appunti, schizzi, incipit, idee che copulano. Ho preso i lati forti e significativi delle nostre chattate in gioco di ruolo, riscoprendo il senso del gioco di ruolo: "Non sei unico al mondo". E confrontarti mezzo gioco di ruolo (che è come l’occultismo sopraccitato: uno specchio, o forse una bocca che ti vomita) fa venire nuove idee, dà nuove prospettive – e tu ti senti nello stesso attimo stupida e povera di idee e concezioni e ricca di quelle appena acquisite.
Ho preso questi lati forti e li ho chiusi in una stanza dopo averli dopati a viagra. Hanno copulato selvaggiamente per un bel po’, e stanno partorendo. Me li rigiro tra le mani e rifletto.
Mi rigiro tra le mani un Kjeld, personaggio di Capi che le ho rubato col suo permesso, che funziona da musa perché non è mio e quindi non lo conosco davvero. Potrò veramente scriverne mandando a fare in culo il narratore onnisciente, perché non sono io il suo animo. Sono solo un’osservatrice – e quel racconto sarà in terze persone immedesimate.

Requiem del coccodrillo è figlio di Stalingrado per ciò che ha significato per me curiosa – confini del mondo conosciuto, l’essere umano portato ai propri limiti senza rendersene conto, Zeitgeist che modella vita e morte di un uomo mentre l’uomo cerca di liberarsi come una cavia inchiodata per una zampa a un tavolo operatorio.
Gioco della rosa è foucaultiano in maniera indecente. Dovrei vergognarmene. Ma reputando Foucault non abbastanza conosciuto, la vergogna si fa missione. Discorso su colpa, supplizio, punizione, disciplina – discorso non su uno Zeitgeist ma della storia letta sincronicamente, come scrisse un simpatico tizio in prefazione a Foucault.
Invece, quel qualcosa che concerne un hotel non so che concetto porterà. Ne conosco i concetti singoli, non so come si intrecceranno. Credo che un fulcro sarà Edipo – e tutta la rilettura dell’essere umano come mammifero con padre e madre, come fotocopia modificata che reagisce all’originale.
Chiamerò in causa Kjeld per una detronizzazione in famiglia. E per parlare di pazienza e vendetta.
Sedlacek verrà utilizzato di nuovo, rielaborato, preso nell’ennesimo scorcio che, per l’ennesima volta, preso singolarmente non farà riconoscere la persona intera.
Voglio il Sedlacek figlio nato adulto. La radice del suo spezzettato e squilibrato (mancante equilibrio tra le parti) rapporto con le donne, o troppi più giovani o troppo più vecchie. O bambine innocenti o matrone da incensare sull’altare.
Vorrei sua madre, che non chiama "madre" ma che chiama per nome. Vorrei sapere chi è, cosa pensa, com’è la sua psiche – ma non è necessario averla. Mi serve l’immagine di lei tramite gli occhi di lui.
Per rendermi adatta alla corsa, mi sono coperta gli occhi come si coprono a un cavallo, vietandomi di conoscere la madre dall’interno. Per farmi partire non del tutto alla cieca, ma con una direzione, la madre non ha mai detto a Sedlacek "No.", ma sempre e soltanto "Non mi sembra il caso." – che è l’esatto modo in cui mi ha cresciuto mia madre, cresciuta come un essere umano e non come una bambina (nel nostro mondo in cui i bambini sono esseri umani incompleti). C’è una devianza in questo metodo, perché scrivere significherà giocare con pezzi del mio inconscio – ma se non permetto al prossimo di tangere altro che la mia epidermide, non un millimetro oltre (centimetri, in alcuni casi, siamo umani), è per incasinarmi da sola. (Protezionismo.)

Quel che mi manca è la prosa. Non in senso stretto. La prosa come codice, linguaggio fatto di significanti che trasportano significato.
Un anno e qualcosa fa scrissi un post con una dichiarazione d’intenti: tuffarmi nella psiche umana e storica, raccogliere qualcosa dal fondo, riemergere per portarlo alla luce. E scrissi che non ero più instabile come prima, che potevo farlo sapendo che sarei riemersa e non sarei affogata. Stronzate. Non avevo considerato che si può sopravvivere anche sott’acqua.
Traducendo (per l’appunto…): sono incomprensibile. E me ne rendo conto scrivendo. A volte vorrei scrivere sia in orizzontale che in verticale, per accumulare più significanti di modo che formino un significato più aderente a quello muto che ho in testa. Non potendo, e non scrivendo a ideogrammi, risulto astrusa e basta. E perché scrivere se non si è comunicativi? Scrivo per i posteri, forse. Pare che alcune persone abbiano realizzato cose comprese solo a posteriori. Forse. Scrivo perché mi viene, e se continuo ad adottare un metodo forse è più per abitudine e voglia di compiacermi che per reale voglia di utilità. Per passare il tempo. Per riempire i vuoti prima che li riempia l’abisso. (Che bel parolone, abisso. Ma dopo tre volte che lo scrivi suona vuoto, e non nel senso con cui lo percepisco.)

Creo personaggi e ci parlo. (Solipsismo. E se qualcuno disse, sia pur io, che la consapevolezza salva da tutto, questo qualcuno deve aver detto una grande cazzata.)
Il mio Aristide, il mio caucasico figlio del narcotraffico che vuole diventare houngan, mi fa da Dio che Sorride. Non ci si sceglie le proprie divinità, a me tocca il Dio che Ride, ma posso ritrarlo attenuando un po’ quel ghigno, rendendolo paziente anziché disilluso, divertito anziché derisorio. Siedo davanti al fuoco con Aristide e osserviamo le fiamme in silenzio. Lo fa per cortesia, lui preferisce l’acqua – sono io quella che ama farsi esplodere lasciando cenere. Essendo per l’immanenza, Aristide mi dice che la spiritualità non consiste nel figurarsi a parlare con se stessi sotto diverse forme, ma nel vivere nel mondo. Lui, ad esempio, per come l’ho creato, a 19 anni vorrebbe mettere su famiglia e prolificare e fare il suo ciclo. Ma mi serve che stia qui, solo, per il momento – perché ciò avvenga ho dovuto frapporre tra lui e il suo obiettivo un problema grosso quanto il narcotraffico haitiano. Deve essere la dimensione del muro che vedo tra me e il mondo.
Riluttante, comunque, seguo il suo consiglio. Faccio cose e vedo gente. Cerco di spiegare a un ex seminarista che si è dato alla vita laica perché primogenito, e che mi vorrebbe come ragazza, cos’è l’antimonogamia, perché ci credo, perché io ho ragione e la sua richiesta di non parlargli delle persone con cui scopo è l’Anticristo. Lo guardo e mi sembra una brava persona, ammiro il suo essere, ma tra un sorriso commosso e l’altro mi chiedo se i suoi denti d’avorio sono più o meno duri di un bastone d’ebano.
Oppure potrei dirgli che il prete sono io. Ma non cattolico quale lui doveva diventare – aprire un monologo sulle società e quelle figure che, in ognuna, sono deputate ad affari altri. Quelle figure che non partecipano del contratto sociale. Il prete cattolico come paradigma non funziona, perché non scopa. Io farei orgie per infondere spiritualità nella comunità. Gli domanderei se sa qualcosa del voodoo, perché io non ne so un cazzo ma mi interessa molto. Mi spiacque per New Orleans: mi dicevo, prima, che prima o poi ci sarei andata per apprendere, perché quel che volevo apprendere era un esperire. Mi ispira quella costellazione di Loa, come mi ispirava il boschetto di dei norreni.
Mi ispira un agglomerato di sfaccettature di per sé incomplete, che suggeriscono compiti incompleti ma ugualmente sacri.
L’Unico Dio è impegnativo. È uno ed è tutto. È bene e male, principio e fine, assoluto e infinitesimale. C’è di che darci di testa, a immedesimarmici – e io mi immedesimo in tutto. Probabilmente studierei i Loa per possedere loro anziché farmi possedere.
Eppure il divino mi serve, dice Aristide. Se fossimo veramente divini, come certi tizi nel Settecento hanno detto, un Dio o più Dei non ci servirebbero. Ma non lo siamo, e ci serve la consapevolezza di un vuoto – che non è materiale, e non dal materiale visibile a occhio nudo è saturabile. Non lo riempirai mai, quel vuoto, ma a furia di cercare di farlo avrai vissuto – in profondità, e tante altre belle cose.
Poi arriva un saggio di Foucault che cita Nietzsche e dice che il divino serve a dare relazione di continuità tra l’oggetto della conoscenza e la conoscenza accumulata dall’essere umano. Senza il divino, queste due cose sono in relazione d’arbitrarietà come una parola e il suo senso, come un numero e il nulla astratto ma contabile che dietro ci figuriamo.
"Ma tu non vuoi questo." dice Aristide.
"E perché non lo voglio?"
"Perché vuoi che io stia qui con te, e perché ciò avvenga tu devi stare qui con me."
"Ah già."


Ghede Nibo is a psychopomp, an intermediary between the living and the dead. He gives voice to the dead spirits that have not been reclaimed from "below the waters".

Ghede Masaka assists Ghede Nibo. He is an androgynous male or transgendered gravedigger and spirit of the dead, recognized by his black shirt, white jacket, and white headscarf. Ghede Masaka carries a bag containing poisonous leaves and an umbilical cord. Ghede Masaka is sometimes depicted as the companion of Ghede Oussou. Both are bisexual. Ghede Oussou is sometimes also linked with the female Ghede L’Oraille. Ghede Oussou wears a black or mauve jacket marked on the back with a white cross and a black or mauve headscarf. His name means "tipsy" due to his love of white rum.

Papa Ghede is supposed to be the corpse of the first man who ever died. He is recognized as a short, dark man with a high hat on his head, a cigar in his mouth, and an apple in his left hand.

Credo di aver trovato un argomento d’interesse che potrebbe eguagliare la norrenità.
E d’altro canto il mio laptop porta nome LeBaron:

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Tregue Zen

Ma si possono passare due ore a smanettare (termine tecnico; non ci credete? Guardate, malfidenti) per trovare – scusate – IL CAZZO DI MODO DI SOSTITUIRE DELLE FOTTUTE “” CON DELLE FOTTUTE “” ?
Senza giungere a una conclusione, oltretutto.
Mezzora per farmi venire alla mente come cazzo si traducano le funzioni base di un programma per scrivere su un cazzo di forum nel mio stentato inglese e un’implorante mail a diotiscampi alle quattro del mattino.
E perché, eh, perché? Perché.