venezia

Di Venezia, umiltà e paraventi.

Scrivo racconti come se non ci fosse un domani, ed è colpa di Timur Vermes.
Sì, lui, il ghost writer che ha sbancato scrivendo Lui è tornato.
Proprio quello, che – essendo un ghost writer – non ha una bibliografia a cui io possa accedere. E’ un ghost writer, no?
Fa riflettere sulla vanità.


Stanotte ho sognato, di nuovo, Venezia.
La mia Venezia è una Venezia immensa, capace di accogliere in sé mondi pur avendo l’intimità di un perimetro molto limitato.
Questa notte, ad esempio, conteneva una piazza romana, ampia e monumentale come Venezia è, in fondo, ma molto in fondo, e bisogna saper vedere il grande nel piccolo per intuire quanto Venezia sia monumentale. Lo è come i potenti sanno essere potenti in bermuda e infradito.
Questa notte Venezia conteneva anche un paesaggio illuminato dai toni bluastri di una notte di luna piena. C’era un molo, basso e misero, raccolto e silente, che sfumava in una spiaggia sottile, che si assottigliava a sua volta per divenire un ponte, all’inizio basso, a sfiorare appena l’acqua, poi sempre più vertiginoso e stretto, fino a condurre a un’isola maestosa nelle proprie vette gotiche.
Eppure, in tutto quel gotico, c’era quiete. Era una piccola isola deserta, o forse abitata da mitologici proprietari silenti e immortali – un vecchio, verosimilmente, o un giovane, altrettanto verosimilmente, devoti a un eremitaggio benedetto, urbano – essere lontani e vicini al contempo.
E bevo birra, ora, cercando di tener vive in me quelle sensazioni. Perché avranno qualcosa da dirmi. Dimmi, Franziskaner, cos’hanno da dirmi. Sussurramelo e ricordamelo. Dì al mio inconscio di rimanere sveglio, attivo e reattivo, forte abbastanza da dire la propria al momento giusto.
Camminavo, come sempre cammino, in questa Venezia di strette calli gettate su canali immoti, la cui superficie brillante suggerisce una limpidità ben lontana da ciò che custodiscono.


Leggo di persone, scrittori più o meno affermati (ma mai geniali, noto), che vi dicono quanto dovreste essere umili.
Fate un favore ai posteri e non date loro peso.
Credo fermamente nell’umiltà, in un’umiltà interiore così ingombrante da non lasciare spazio a espressioni della stessa. Un’umiltà che conduce, più che essere mostrata. Un’umiltà utile – e a che servirebbe, se non fosse utile? – ben lontana dai paraventi con cui proteggersi dalle altrui critiche.
Fatevi piccoli all’esterno, e rimarrete piccoli all’esterno. Fatevi piccoli dentro, e sarete grandi all’esterno.
(Ma la responsabilità di quest’ultima affermazione è della Franziskaner – ciao, mio paravento.)

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Epigrammi.

Mentre attendo che la macchinetta del caffè compia il suo dovere fornendomi un bicchiere di lucidità in prestito, la ragazza in fila dietro di me mi sorride e mi chiede:
“Sai l’inglese?”
L’attimo di perplessità che mi coglie si snoda in domande lunghe frazioni di secondi.
Ad esempio:
Costei era a lezione con me?
(Domanda costante figlia della paranoia con cui convive chi non memorizza né volti né nomi. Vorrei, giuro. Non è niente di personale, è che proprio vi rimuovo.)
Oppure:
Siamo al polo di “Mediazione linguistica e culturale” e lei mi sta parlando in un italiano non accentato, quindi escludiamo:
A) che mi stia chiedendo se possiamo comunicare in inglese – oh latino contemporaneo;
B) che, italiana, le serva la traduzione di qualcosa scritto nelle immediate vicinanze (dove?).

Dopo aver sprecato le mie sinapsi con questo esercizio di logica improvvisata, esordisco con un banale assoluto:
“Sì.”
E ovviamente ne segue un auto-legittimato:
“… Perché? Cioè, studio inglese.”
“Pensavo fossi inglese per come lo parli. Per l’accento.”
“Beh… Probabilmente ho un accento tedesco. Ho passato un anno in Germania.”
“Io 19.”
“Eh?”
E socializzando scopro che la tizia, bilingue, ha vissuto a Monaco per 19 anni.
Amo questi rigurgiti di Germania.

A fine lezione socializzo gratuitamente con una tizia sulla cui provenienza non ho la più pallida idea (sudamericana? Ci sono accenti a cui siamo troppo abituati e che non ci dicono più niente – e lingue che non c’entrano nulla l’una con l’altra ma i cui accenti derivati si somigliano – e poi ci sono persone come me). Si discute di lingue studiate e io dico (di nuovo):
“L’anno scorso ero in Germania.”
“Sei tedesca?”
“No, perché?”
“Hai un accento tedesco.”
(Non è vero.)

L’ultima lezione, quella in cui avrei parlato un italiano con accento tedesco (ossia avrei parlato come il Papa), era di “Letteratura e cultura nell’Italia contemporanea”, che è quella lezione durante la quale sovente pop-uppo su Facebook, in quanto sovente tende al becero e pedante (di pedanteria ho già la mia).
Oggi, anziché condividere delirii in Rete, ho dato sfogo al multitasking scrivendo sullo stesso documento gli appunti della lezione e un’e-mail romantica a Zefi.
(Per i posteri: a Venezia non è successo assolutamente niente con Zefi, ma tanto ogni volta che asserisco simili cose non mi credete – nevvero, mie maliziose creaturine? Non chiedetemi i dettagli – come potrei darveli, dato che non è accaduto assolutamente nulla? E comunque non ve li darei, perché con Zefi mi sono auto-insignita al ruolo di umile cavalier servente – non la vedete l’armatura e la spada e il pennino con cui vergo smielati ringraziamenti…? – Per qualcosa che non è successo, ovviamente.)
Tornando a noi, ossia a me, Zefi e le due compagne che avevo di fianco, riempivo questo file con non trascrivibili nomi tedeschi e russi, e frenetici riassunti di quello che il tizio dietro alla cattedra diceva. Dato che su una tastiera scrivo al doppio della velocità, e non solo mia, le due compagne hanno usato il mio schermo come fonte da cui attingere sequenze di consonanti componenti cognomi e caterve di parole-chiave.
Per spirito civico, ossia per agevolarle, ho scritto in nero gli appunti e in grigio l’e-mail a Zefi – sono o non sono una cittadina esemplare?
(E comunque queste lezioni sono a tratti così soporifere – così dicono – che spero di aver almeno un po’ allietato le due compagne con le mie amorose righe.)

Stanotte ho sognato, di nuovo, Evan Stone – ed è ovviamente colpa di VB.

Ho dentro Torchia (che è un patrizio veneziano nato all’inizio del 1600) che mi distrae facendo strusciare le vesti sui pavimenti complessi e gelidi di Palazzo Ducale. Sussurra un sacco di cose, quella stoffa. Mi dice che Venezia non ha bisogno di ingrandirsi – mi dice che, passeggiandovi lentamente, con le mani dietro la schiena, osservando l’oro e il turchese delle sue piazze, Venezia basta e avanza più di quanto potrebbe il mondo intero.
Che poi io sappia che non è così non influisce sul fatto che sento il bisogno di tornarci, e passeggiarvi, con la lacerante forza con cui un ubriaco necessita un bicchiere di vino.
È stato breve ma intenso, mi par si dica.

Di Requiem e Giochi.

Pausa dal fare mille cose e nessuna, che è l’impressione che si ha quando se ne hanno troppe da fare – nevvero, mie frenetiche alienate creaturine post-moderne?
Mi manca, infatti, quel tempo in cui il mio orologio interiore era interfacciato alla Rete, che ha tutt’altri orari. Le giornate durano quarantotto ore e non esistono notti perché dormi giorni interi.
Bei, gibsoniani, tempi.

Adesso trattiamovi in quell’insopportabile modo che sottintende che siate dei bebè incapaci di gestire le proprie priorità e ricordiamovi che domani in edicola c’è Segretissimo con un romanzo del Prof (caro amico – e no, maliziose creaturine, non è un caro amico perché pubblico con lui: è diventato prima un caro amico, e poi ho cominciato a leggerlo – altrimenti sarei scontata e sarebbe imperdonabile, no?) e, infine, il mio Requiem del Coccodrillo.
Continuando a trattarvi come becere creature incapaci di rielaborare dati e clickare su link, nonché di googlare, vi mostro la copertina sì che possiate riconoscerla:

Ciò fatto, smetterò di considerarvi intellettualmente depauperati e vi ridarò il vostro status di posteri (i posteri sono quelli che ti comprenderanno quando i coevi non sanno o non vogliono farlo; i posteri sono ammantati da una certa santità).
Sono ovviamente tesa per l’uscita, e non perché temo l’arrivo di critiche su stile o contenuto (troppo semplice), bensì perché sono affetta da una forma lieve e socialmente accettabile di sdoppiamento elevato all’ennesima della personalità, il che tradotto significa che una cosa da me scritta non riflette me ma una sola opzione messa in atto dalla sottoscritta, e il timore è di essere catalogata per quella sola opzione. Voglio dire, mi capita quotidianamente avendo a che fare di persona con l’umanità, figurarsi quando non c’è neanche l’ipotetica interezza della mia persona.
Ma comunque.
Comunque ho Il cimitero di Praga di Eco, e ve lo googlerete voi (ora che siete di nuovo stati abilitati a tale funzione) sì da trovare le varie recensioni. Le prime uscite erano negative e criticavano la sottesa ideologia antisemita, ovviamente puntualizzando che ciò non era frutto dell’intenzione di Eco (volete dare a Eco dell’antisemita?), ma piuttosto di una sua mancante consapevolezza di tale risultato – il che, se io fossi Eco, sarebbe per me un’offesa peggiore.
Ho preso a cuore questo libro perché lui ha preso a cuore me.
Vagavo difatti per quel di Lecco alla ricerca di un pessimo libro di letteratura italiana per un corso universitario e, entrando in una libreria, mi sono trovata davanti a una pila di copie del Cimitero. Mettetevi nei miei panni. No, ok, non potete. Servirebbero molte premesse per fare ciò, a meno che non siate fedeli lettori della sottoscritta.
Diamoci quindi alle premesse.
Ho un ambiguo rapporto con Eco per simmetria di interessi e approcci, ossia: quell’uomo s’interessa agli stessi temi a cui mi interesso io, alle stesse questioni, con simili approcci. E parlo anche e soprattutto di bazzecole, davvero, come il fatto che lui inizia il Baudolino mettendo su carta tentativi di comporre un linguaggio e io prima di leggerlo ho scritto questo. Entrambi sono ambientati nel 1200 ed entrambi hanno una struttura simile nel disseminare personaggi secondari. Ovviamente le trame sono diverse e – badate bene – non sto cercando di fare un paragone tra me ed Eco. Eco è una pietra sacra della semiotica, e perciò ha una consapevolezza che io mi sogno, nonché anni di erudizione che io comunque alla sua età non avrò (siamo di generazioni diverse). Un tale accostamento non mi serve a dire che io sono come Eco, ma a spiegare l’ambiguo rapporto che ho con quest’autore. Per la cronaca, qualsiasi postero dotato di intelletto che rispetta minimamente il mio, di intelletto, saprebbe che sarebbe stupido da parte mia fare similitudini a mio vantaggio quando le prove di linguaggio di Eco nel Baudolino sono il riflesso di studi linguistici mentre il linguaggio con cui io ho scritto quell’inutile racconto non è altro che un qualcosa d’impreciso che finge spietatamente d’essere d’epoca (il pubblico sia clemente: avevo 18 anni).
Spiegate le premesse, torniamo alla libreria, ove io sfoglio il Cimitero e provo sulla pelle le implicazioni che l’espressione “come un bambino di Dickens” portano. Sono in un periodo caratterizzato da mancanza di tempo (devo studiare), di spazio (fisico, ho una pila di libri da leggere) e fondi.
Tornata a casa, ho scoperto che il Cimitero era uscito proprio proprio quel giorno, e il duraturo influsso dell’ottica new age di Mater, che vuole che ogni cosa al mondo sia un segno del destino, mi ha fatto rimuginare sulla faccenda. Quando finalmente sono riuscita a eliminare quest’ipotesi, il giorno dopo, sono passata davanti a un’altra libreria e ho trovato il romanzo al 15% di sconto. Insomma, il mio cervello non è totalmente fatto di speculazioni nietzschiane e playmates, ho anch’io le mie debolezze.

Nel frattempo, ho concluso la prima correzione de Gioco della rosa, a cui seguirà un importunare alcune persone per avere critiche utili per migliorarlo. Ci sono migliorie che già so di dover apportare, ma necessitano ch’io mi distacchi dallo scritto. Non secondariamente, devo constatare che la prima parte è scritta meglio – o almeno dal mio punto di vista, per cui “meglio” forse significa “inutilmente involuto”. Gioco della rosa è molto più approcciabile del Requiem, soprattutto per mancante pesantezza esistenziale a scandire il tempo – il che credo sia un meglio per il grande pubblico, non so per i posteri (i posteri apprezzano sovente ciò che non capiscono).
Matre Cermania mi ha lasciato un certo entusiasmo per l’organizzare (ossia, mi ha insegnato a non demotivarmi a priori), e così ho contattato M. proponendole di farmi un video di promo per Gioco della rosa. Per senso democratico crucco (non è vero, l’avevo anche prima) e per fede nel fato (anche questa l’avevo prima), lei ne trarrà vantaggio se di vantaggio ne trarrò io, e viceversa. Sono ben cosciente del fatto che la presentazione di un prodotto è molto (The medium is the message), per questo quello che ho chiesto a M. è di investire in me. E poi amo queste collaborazioni, da eoni – amo il mescolarsi di propensioni.
L’idea del video è figlia del fatto che Gioco della rosa ha già una sua grafica, che una pubblicazione probabilmente deleterebbe. Ha un suo concept di base, scandito dai capitoli e dalla grafica a essa legati. Non vorrei perdere l’idea alla base, perché è quella che mi ha aiutato a scrivere.
M. è un’artista come piace a me, ossia è totalmente indifferente il fatto che possa essere chiamata tale: mi piace come mette in scena idee. E poi con M. ho condiviso Rule of Rose:

E M. è una di quelle persone capaci di capire cosa significhi volere un po’ dell’estetica di un prodotto applicata a un secondo prodotto che, infine, ha ben poco a che fare con la fonte d’ispirazione. (È la formazione artistica che te l’insegna.)
Insomma, il progettare mi mette di buonumore, cosa utile in questo mio stato di cattività. Sì, la parola “cattività” mi piace.
Settimana scorsa ho fatto una buona azione e un esperimento.
L’esperimento si rivolgeva, ovviamente, al nostro discorrere del Lebensraum (spazio vitale), che come sappiamo varia di cultura in cultura. A Milano è di cinque centimetri oltre la tua pelle. Difatti, in fila dinnanzi alla macchinetta del caffè, con 30 centimetri tra te e la persona davanti, le persone cercheranno di passare in mezzo. Con 30 centimetri di spazio, come intuirete, sarebbe impossibile non toccarsi – per questo la persona che passa si dà al contorsionismo e tu dovresti sbilanciarti un po’ indietro.
Ho quindi sperimentato, cercando di capire cosa succede se non ti sbilanci. Insomma, dato che la fila è lunga (siamo in Italia), volevo approfittarne per leggere (ottimizzare il tempo ottimizzare il tempo ottimizzare il tempo), e leggere riesce difficile se devi continuamente spostarti per far passare qualcuno perché questa persona non ha voglia di girare attorno alla fila.
Cosa succede?
Succede che la persona non controlla – come da norma milanese – come il resto dell’umanità si disponga nello spazio, e quindi inciampa. Inciampa. (Come un bambino goffo.) Poi ci sono due opzioni: o prosegue come se nulla fosse o balbetta un veloce “scusa”.
Un giorno scriverò un saggio su ciò – e sui cessi italiani, miei due grandi amori.
La buona azione è consistita nell’aiutare una signora con due enormi valigie a immettersi nel flusso della scala mobile in ora di punta. La signora, stupita, mi ha tenuto d’occhio per tutto il tempo – sia mai che le frego la valigia. Non la sto criticando, anzi: io non sono stata attenta dieci secondi e mi hanno fregato la borsa.
Conclusione: a Milano chi pensa male del prossimo ha statisticamente ragione. Bell’humus.

… Ma, finalmente, vado a Venezia. Avete letto bene? Vado a Venezia. Dopo una tale attesa dovete come minimo saltellare entusiasti sulla sedia per me.
Che faccio, ora, vi tedio di nuovo con le meraviglie di Venezia? Tanto non potreste capire, ma non è colpa vostra. Per capire dovreste avere, a Venezia, una fanciulla dal sembiante di folletto (quelli ambigui, che non si capisce bene se sorridano o ghignino alle vostre spalle) che vi attende per farvi da guida e da ospite. Non ce l’avete e – lo so – è ingiusto. Il mondo è cattivo – le persone vi spingono in metro, gli uffici pubblici vi rendono disservizi, il vostro ragazzo non vi capisce e la vostra ragazza lamenta che non la capite, il prezzo delle sigarette aumenta e la fame nel mondo interrompe mezzo pubblicità i vostri programmi preferiti, ma per fortuna esiste ancora un equivalente del “riposo del guerriero” (espressione che credo sia stata usata al 99% da borghesi che non hanno mai neanche partecipato a una rissa, ma con le metafore si giustifica ogni abuso).
Venezia è un’ancora di salvezza esistenziale perché risiede in Italia ed è la città che in assoluto preferisco. Essere contraddetti è necessario, o si sprofonda nelle proprie convinzioni. Mi piace essere contraddetta a morte da Venezia – mi piace che esista un “qualcosa” che abbia tale diritto irrevocabile su di me. È la versione condita di dispotismo del lasciarsi andare nelle mani di qualcuno – e, per amor del paradosso, nelle mani di chi se non in quelle di una città destinata ad affondare?

Ridanciano.

Ci sono momenti in cui, semplicemente, mi chiedo:

"Ma perché?"

Il paper va consegnato entro il 15. Mi manca il capitolo conclusivo. Il che significa che non ho tempo di lasciarlo in deposito per poi riprenderlo in mano e leggerlo criticamente. E non è questione di lingua – ho un Ghiro il cui aiuto ora mi è fondamentale, in primis perché mi aiuta, e poi perché sa aiutarmi.
Scrivere così, freneticamente, in un inglese che di norma non uso è alienante e mi butta nel territorio dell’incertezza. Odio usare i dizionari spesso, mi confondono. So che dovrebbero aiutarmi, e invece mi confondono. Sono stupita di non aver riempito la parte corretta poi con Ghiro di errori pusillanimi. Beh, probabilmente l’ho fatto nella parte non corretta.
Sono destabilizzata dalla mia non-formazione: non sono stata formata per scrivere papers e si suppone io sappia farlo. No, non so farlo: so cercare di scrivere un qualcosa di organico. Non so cosa al mio livello posso permettermi. Tra l’altro, per semplificarmi la vita, devo scrivere due diversi tipi di papers: quello di H. è in realtà un seminario avanzato, non da triennale. Non che mi cambi molto, m cambia il tipo di paper che devo scrivere. L’altro è per un normale seminario da triennale, e oltretutto è per una tedesca anche se devo scriverlo in inglese. Quello per H. è "dite la vostra opinione usando poche fonti", l’altro è il tedesco "fate un mosaico di ipse dixit".
Darò di testa.
Ah, no.
Lo sto già facendo.
E pauso (v/v pausare) con deliranti telefonate con VB e e-mails degne di un Adriaan a Zefi. Voi non sapete chi è Adriaan e non lo sa neanche Zefi. Beh, Adriaan è un poeta. Nell’animo. La nascita lo ha però posto in una famiglia di capitani. Insomma, Adriaan è il classico tizio obbligato a fare un lavoro che trova insensato mentre cerca di sviluppare il suo lato poetico, con il risultato che la genialità con cui può essere nato viene rovinata da uno stucchevole romanticismo dai passaggi arditi. Adriaan mostra il proprio talento quando non si prende sul serio. L’ho inconsciamente modellato sull’idea che ho di Jan di Leida, e questo non vi dirà niente perché non sapete che idea ho di Jan di Leida e non ho il tempo di descrivervela. Riassumiamola. Jan di Leida sale su un pulpito e gesticolando teatrale elogia commosso la santità delle puttane. Ho riassunto bene? Chissà se Jan di Leida si sta rivoltando nella gabbia metafisica in cui l’ho cercato. Ma comunque. Adriaan deve fare quotidianamente un lavoro che odia e sogna di andare in un posto a caso in Sud America a scrivere poesie. Adriaan vive alla fine del 1800 e quindi il Sud America è una terra di promesse per europei in cerca di guadagno facile. Io devo scrivere i papers e fare altre infinite cose e vorrei andare a Venezia. Mi farei con gusto una passeggiata per ponti declamando l’attrattiva di un tappetino di muffa arrampicato su un palazzo. Perché, vedete, il problema è che questi papers hanno soggetti interessanti, quindi il mio cervello si attiva e riempie di stimoli. Per questo, nei giorni scorsi, per pausare dal paper ho scritto Gioco della rosa. Ora Gioco della rosa è finito e io rincorro muffe liricizzate. Potrei dire a questo punto, per rimanere nel personaggio, che ho bisogno di scopare, ma non è un po’ presto per cominciare a lamentarsi…? E poi non so se voglio scopare. Il mio essere è troppo incentrato sul paper per indugiare in certi pensieri. Il sesso è troppo off topic, non ci arrivo. Bisogna ottimizzare, niente divagazioni. È che mi appello all’Adriaan nella cui situazione sono finita e lui mi dice che per sfuggire dalle pesantezze quotidiane va a puttane. Volgari e ridanciane, meglio. Da dove mi è uscito il termine "ridanciano"?
Ammettiamolo: un po’ mi mancava il mono-impegno non interrotto da altre persone. Ciò nonostante, preferirei avere qualche giorno in più ed essere altrove.

Ambra di Venezia.

Mi manca Venezia ed è colpa di Zefi.
Venezia mi manca sempre, come la puttana preferita nel bordello preferito ai confini dell’Impero.
(Siate clementi. Sto scrivendo un paper su un libro chiamato The Imperialist, il mio estetismo al momento è vagamente vincolato.)
Venezia che è il riassunto del mio patriottismo italiano. Lo riassume così bene che finisce tutto lì.
Venezia che, grazie a Zefi, scopro piacermi perché atemporale. Anacronistica, ossia: di molti tempi e quindi nessuno. Galleggiante sull’acqua e nel tempo.
Venezia deve avere fatto un patto con il Diavolo, e deve essere andata così:

Tu che vuoi esistere dove le città non possono esistere, sull’acqua, mi ripagherai, un giorno. Mi prenderò il tuo tempo.

Non so quando sia avvenuto. Forse in più tempi. Quando una certa decadenza l’ha colta, dopo l’apogeo della sua gloria, Venezia ha smesso di mutare. Altri palazzi sono stati costruiti, i turisti hanno cambiato vesti, ma Venezia – inesorabile – risucchia come un buco nero tutti i tempi facendoli galleggiare sul vuoto.
Non scambiatela per una di quelle città che vi delizia perché vi strappa dal vostro tempo per catapultarvi in ere che ignorate abbastanza da poterne godere. Venezia non è una città antica – è una città oltre il procedere del tempo, in cui la storia è sincronica.
Non avrei la vestaglia che indosso, se non fosse per Venezia. È stata Venezia a sussurrarmi che anche nel più umido e ammuffito palazzo ci devono essere stanze calde, in cui il fuoco è quello della luce riflessa sulla laguna, e una vestaglia di seta ti serve per ondeggiare al ritmo delle onde che schiaffeggiano i palazzi. Amo quell’acqua nera e densa, sporca di ogni genere di morte, a pochi metri da sale sontuose all’eccesso, decorate di infinite inezie perché la sana e schietta monumentalità le farebbe crollare.
Ci vivrei, a Venezia, dove l’umidità raschia dalle ossa il prezzo che devi pagare se vuoi averla. Venezia dalle mura sottili che non permette segreti mentre le sue calli li incitano. Venezia che è l’unica che causi in me il desiderio avido dell’amore geloso – la vorrei per me, solo per me, le entro dentro e le sussurro che solo io la capisco, solo io, solo io e lei.

Venezia e un romanzo nel 1630 che chissà se scriverò mai.


Merletti intrecciati a mano come una melodia secolare da ricomporre con dovizia e fedeltà.
Perle di sabbia fusa e colorata, amalgamata in vetro liquido nei colori che porta il mare: rosso, della porpora; turchese, delle pietre tinte di cielo; giallo d’ocra ravvivato con pagliuzze d’oro; e lo stesso verde del velluto, e l’arancio del tramonto che arroventa l’orizzonte, e la trasparenza pura delle perle più perfette, specchi che riflettono il mondo guardandovi attraverso.
Stoffe di Cina, seta sottile e fredda che, appena svestita, esala in fretta il calore di chi l’ha indossata; e pellicce delle steppe a Nord, piume del Mondo Nuovo, penne d’oca che nelle banche delle Province Unite hanno firmato un lasciapassare perché tutta la magnificenza dell’oro si riversasse a rivestire questi miei patrizi.
Venezia ti mette radice nel cuore e lo lascia aperto alle spire del mare fino alla morte.
Venezia ti battezza prima suo e dopo, solo
dopo, nel nome di Santa Madre Chiesa.
Venezia t’insegna che devi fedeltà a un unico padre, doge tuo, e gli sarai fedele in qualsiasi luogo tu possa finire.
Venezia è una despota signora vanesia affamata di lodi, e io, in fondo, non ho cuore che per una dama alla volta. Un solo cuore, una sola dama; l’ho sposata dando il mio pegno al mare, che affondasse a sollevare questa laguna; non era un anello, non è ancora il mio corpo. La torre dell’Orologio è l’unica che può contare il mio tempo.
Caspare, a prora, sfiora il fondale con il remo e conduce. Muove il legno nella forcola come lo muoverebbe in un’amante intoccata, appoggiandosi appena per indicare la via; e la gondola, ondeggiando il bagnato scafo, scivola nel canale.
Lo sciabordio è il rumore del tuo cuore che batte. La vita entra ed esce in continuazione, e rintocca a ogni attimo concesso. In mare il tempo non viene contato, ma scivola. Caspare indaga il fondale nel canale buio, a occhi chiusi, la corona di candele brillante a prua guida me, non lui. Illumina l’acqua nera della notte, la fiamma si riflette sul manto e si frammenta – l’acqua vince sul fuoco – Caspare sussurra parole di conforto all’infreddolita gondola, rilassa le spalle curve, inchina il collo forte e apre le labbra scure e sottili.
“Di quel che avete fatto, Honorato, avete più che la mia gratitudine.”
La voce di Caspare biascica veloci tenui suoni. I suoni dello sciabordio.
La mia si è inferocita nella troppa degenza a terra. Senza gondole come guanciale di riflessione, senza vetri in cui specchiare il mondo, senza merletti a racchiuderne le piccole forme. Senza Venezia. La mia è la voce di chi ha perso il suono del primo sangue versato: quello della madre che lo ha partorito.
“Non posso avere più della tua gratitudine, Caspare.”
“Avete la mia fedeltà. Sapete cosa intendo.”
“Non avrò la tua fedeltà. Non ho la mia stessa. Resta fedele al remo e avrai dato tutto ciò che puoi darmi.”
“Quel che vorrete, Honorato.”

Varie & eventuali.

Einstufungstest.
Iscritta.
La mail del simpatico dottor Tizio in attesa tra le altre.
Sarà un test molto impegnativo, questo, dovendo io rispondere il nulla a ogni quesito per farmi collocare nel girone più basso dei corsi di tedesco. Ci piace. Ah, ci piace la sede di piazza S. Alessandro. Guardate che bella chiesa barocca (1602). Una di quelle piazze in centro da cui passi sempre e in cui mai ti fermi.
La sede di anglistica ha altrettanto vecchiume architettonico, unito a un degrado tipicamente post-moderno. Odio ammetterlo, ma mi piace.

Non so quante ore ho dormito stanotte. Sono rimasta a lungo a letto – ci rimani perché non puoi non dormire, anche se non hai speranze di riuscire a farlo. Forse ti sei addormentato, forse ti sei svegliato. Quando la sveglia è suonata non stavi dormendo, ma non eri neanche sveglio.

Trovate le due sedi (trovato siano comode da raggiungere, tra l’altro), fatto ciò che dovevo fare.
Sono poi finita a osservare un’insegna: libreria esoterica.
Mi sono trovata con le dita sporche di polvere mentre rovistavo tra i libri del reparto “religione ebraica”, cercando la parolina “errante” con cupidigia. L’Ebreo Errante. Anche nel reparto “miti e leggende”. Anche in quello cabalistico. Tre tomi di narrativa in ricordo della Seconda Guerra Mondiale e tutto-ciò-che-gli-ebrei-subirono titolati “L’Ebreo Errante”. Vaffanculo alla Seconda Guerra, io voglio la leggenda storica, non la cronaca romanzata dell’ultimo secolo.
(Però ho letto le paroline “Talmud” ed “Enoch”, e cose che dovrei leggere e ancora non ho letto…)


Arriviamo al programma con Caine per venerdì e sabato.
Arriviamo a Venezia.
Un bel by night nella città che tanto amo, sì.
Un retro-arsenale in cui portarlo, di torcia muniti per camminare su passerelle illuminate solo dalla luna.
Venezia e le calli vertiginose.
Venezia e la notte silenziosa in cui chiunque può sentire i tuoi passi. Le maschere, certo, e i palazzi fatiscenti. Venezia che è puttana dove le puttane sono cortigiane e sono da rispettare, onorare, adorare.
Insomma, speriamo non ci sia acqua alta.
Non eccessivamente alta.
Per il resto, è preventivato che moriremo di freddo e sonno.
(E per ciò ci si lascia la possibilità di rifugiarsi in qualche hotel.)
(E di riscaldarsi con dosi alcoliche.)

(Rincorrerò Donato Torchia per le calli, ja.)