dogs

Cani.

C’è chi va nei locali per flirtare con persone, chi con flirtare con cani.
E chi per flirtare con entrambi.

L’ho realizzato qualche settimana fa, fuori da un locale. (Perché qui va di moda così: in autunno e inverno, quando si gela, perché non andare in un locale minuscolo che costringe la maggior parte della clientela a stare fuori in piedi al freddo? Tanto si beve, no?) Sorseggiavo il mio Mojito o Sbagliato o Spritz chiacchierando piacevolmente con i presenti, quando ho realizzato che stavo scambiando occhiate con un cane.
Un bel cane, devo dire. Un po’ timido, sulle sue, un po’ disorientato (o forse congelato), al guinzaglio di un ragazzo che – similmente a me – stava chiacchierando con i presenti. Ci ho messo un po’ a realizzare che volevo conoscere quel cane. Proprio così: conoscere. Conoscere come si conosce una persona simpatica in un locale: ti avvicini, due chiacchiere, tanto sai che finisce lì.
E così mi sono avvicinata al cane, ho brevemente chiesto al ragazzo che lo teneva al guinzaglio se potessi accostarmi, e poi mi sono chinata. Mi sono fatta annusare, ho annusato, ci siamo scambiati i convenevoli e qualche informazione su come fossimo. Tu timido, infreddolito, educato, forse un po’ vecchiotto. Io meno timida, ugualmente infreddolita ma riscaldata dall’alcol, educata come posso, forse un po’ meno vecchiotta di te.
E poi… poi basta, è finita lì. Come doveva finire.

Poi è venuto il turno della cagna al ristorante, a cui ho lanciato suadenti occhiate. Era una cagna veramente bella, c’è da dire, con un folto e morbido pelo color sabbia e due orecchie da stropicciare. Le ho lanciato occhiate finché non ho capito che l’uomo che la teneva al guinzaglio le lanciava a me. Doveva aver frainteso, l’uomo. Succede. L’ho ignorato e ho continuato a lanciare occhiate dolci alla cagna. Ho aspettato la fine della serata, dopo il dolce, per andare in bagno e accostarmi al tavolo.
«Posso?» ho chiesto all’uomo.
«Eh? Sì, certo.» mi ha risposto.
E così io e la bellissima cagna ci siamo scambiate occhiate dolci, carezze, annusatine.

Sono giorni che vanno così: a scrivere incipit senza poi postarli.
Questo, di incipit, è di qualche giorno fa. Una settimana, forse. Prima o dopo che io sognassi di cani lupo straziati?

E’ da tempo che sogno cani. I cani nei miei sogni – abbastanza prevedibilmente – sono o protezione o attacco. Sono guardie, insomma, e sono io a cambiare lato della barricata. Se sono dentro, mi proteggono. Se sono fuori, proteggono il dentro da me.
Non avevo mai sognato grossi cani lupo nella veste di vittime. Guaivano, per strada, e non capivo perché. Me ne stavo allontanando, credendoli – altra e ultima versione dei cani nei miei sogni – bastardi senza guida, idrofobe creature pronte ad azzannare tutto. Cani senza guinzaglio, come si suol dire.
E invece no.
I cani guaivano perché delle persone li stavano scuoiando vivi. Così, dalla coda tirando la pelle verso l’alto. E ho pensato – con il sofferente cinismo di alcuni miei sogni coscienti (di essere in un sogno) – che quella loro straziante sofferenza era un peso. Perché non avrei potuto ignorarli. E non per remori morali esterne: l’ho constatato constatando la mia reazione interna a un tale spettacolo. Mi toccava, insomma, fare qualcosa. E qualcosa, l’unica cosa da fare, ho fatto: ho cercato di salvarli.

Non importa come sia finito il sogno dei cani. Non è neanche finito, a dirla tutta. Il culmine – il punto centrale, la svolta – era il loro cambio di ruolo: da guardia a vittima. E questo è ancor più terrificante dello strazio a cui ho assistito nel sogno.

Poi ho sognato che il Cainita – presenza sporadica ma centrale nella mia vita, simbolo fondamentale – mi notificava che avrebbe dovuto espellermi dalla sua vita. Non ho neanche avuto bisogno di chiedergli il perché, nel sogno. Conosco troppo lui e troppo me per non avere risposta a una tale domanda.
Il Cainita è una persona capace di scelte grosse, di grandi sacrifici, senza apparente motivo. Lo strazio sembra pesargli poco, a volte. E’, vista da un certo punto di vista, una delle sue migliori caratteristiche. Questo spiega lui. E poi ci sono io.
Io sono io. E in quel sogno – come in molti attimi di semilucidità nella veglia – era normale pensare che io fossi una persona destinata a essere espulsa per il conservamento dell’organismo – che l’organismo sia una persona, un rapporto, una norma, che sia quel che sia.
Mi ha basito, di questo sogno, la fatalità del mio pensiero. Mi sono così arresa a questa visione di me? Questa visione di me così semplificata, se non semplicistica, da poter figurare in un/a film/fumetto/serie/romanzo/whatever di serie B?
Sono condannata a essere tenuta lontana da ciò che le persone vogliono proteggere!
Suona becero, vero?
Non mi perdono di avere fatalismi così beceramente filmici, nossignora.
E mi perdono ancor meno di avere fatalismi così certi da farmici arrendere senza resistenza nei sogni, soprattutto.

Quando sono sveglia le cose sono diverse: quando sono sveglia tutto è mediato da quell’infinità di processi che facciamo ricadere sotto il nome di “raziocinio”, dando a questa parola una connotazione che, se non è positiva, comunque suona salvifica.
Quando sono sveglia i cani sono sia guardie che vittime. Vittime, perlopiù, se mi guardo attorno – o comunque non i semi-onnipotenti esseri che riempiono i miei sogni con la loro enorme volontà, enorme presenza. Quando sono sveglia i cani non sono simboli.
Quando sono sveglia non ho una visione così stereotipata della sottoscritta. Mi dico che ci sono diverse variabili – tutte quelle delle persone, tutte quelle delle società – e che il loro insieme fa sì che 1+1 non faccia 2. Che la linearità non esiste. Che tanto è lo sconosciuto da lasciare aperte mille porte. Quando sono sveglia, forse – allora forse è così, mi dico – non sono un simbolo. Non per me, almeno. Non devo esserlo per me stessa, perlomeno.

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