angst

Cinica Amélie.

Ho appena finito di fare un esercizio di tedesco. Lessico, perlopiù. Negazioni. Tutti, nessuno. Ovunque, da nessuna parte. In ogni caso, in nessun caso. Non mi piace costruire frasi-esempio con negazioni: il cervello s’arrovella per trovarne alcune in cui non credere troppo, in cui non cristalizzarsi troppo. La verità è che non mi piace essere negativa. Ma non mi piace neanche essere, in reazione, mielosamente e ciecamente positiva. Per questo procrastino e procrastino prima di decidermi a scrivere qui sopra.

Sto leggendo Le ore di Cunningham, purtroppo in italiano. E’ comunque godibilissimo, e mi fa riscoprire il piacere della scrittura. La plasmabilità delle frasi, delle percezioni. E di nuovo mi domando quanto ancora procrastinerò prima di rimettermi a scrivere fiction, e se davvero sto avendo così tanti problemi con la mia madrelingua perché troppe parole sono state abusate, depauperate, vanificate.

Tornare in Italia per un paio di settimane mi ha un po’ terrorizzata. Dovrei, per economia, dire “spaventata”, che dovrebbe per logica significare proprio “un po’ terrorizzata”, ma il bello della lingua è anche la sua capacità di plasmare anche la logica finché non diventa, in alcuni casi, un inutile reminder. La verità mia verbale è proprio che l’esperienza mi ha un po’ terrorizzata.
E qui non vorrei cominciare con i soliti discorsi, miele per chi vuole semplificare nell’intento di riassumere, di comparazione tra l’Italia e la Germania. Conosco poco la prima, infinitamente meno la seconda. Conosco qualche luogo della prima, e la sua TV e una parte delle sue espressioni dai media più o meno mediate, e pochissimo della seconda (e ricordiamoci che vivo a Berlino, che non è esattamente “Germania”). Lasciamo da parte le semplificazioni e le generalizzazioni. Lasciamole da parte del tutto, in generale, in questo e in ogni altro discorso. Perché una delle cose che mi ha un po’ terrorizzata è la tendenza a far sembrare iper-semplici questioni che sono di una complessità tale da far venire capogiro e nausea. Almeno a me.
Facciamo che io parlo della mia limitatissima esperienza e basta, e se voi trovare un esagerato numero di punti coincidenti con le vostre, beh, se ne può parlare, altrimenti prendetela per quel che è: una personale esperienza.

Sapevo che prima o poi avrei sentito di persona, e da una persona conosciuta da anni, e da una persona che solo con la nostra volenterosa ingenuità e omertà si può descrivere come “insospettabile” (e qui non mi riferisco, purtroppo, a una singola specifica persona), che l’Islam tutto (nozione utile quanto “Paperopoli”, in quanto a utilità descrittiva) è fanatico fondamentalista. Lo sapevo già quando, a Berlino, stavo discutendo pacificamente di gender e dell’importanza del pensiero critico contro l’acritico indottrinamento religioso con un amico musulmano. Seduta nella nostra sala ufficiali, in pace dei sensi, tra un primo piatto italiano e un dolce arabo. Lo sapevo teoricamente, un po’ come si sa che in alcune note località turistiche esotiche l’acqua non è potabile.
Non mi aspettavo invece di sentirmi rispondere, dopo il mio dire che conosco musulmani progressisti come musulmane senza velo, un «Non ci credo».
Come spiegarvi quanto alienante ciò sia?
Finché si parla di vaghe conoscenze (come l’acqua non potabile in alcuni luoghi) capisco il «Non ci credo», anche se si basa su premesse fallaci. Più che capirlo, semplicemente, non mi tange personalmente. Ma un «Non ci credo» rivolto a qualcosa che hai direttamente vissuto, che ormai fa parte della tua vita, è diverso. E’ un po’ come quando mi sono trovata a spiegare a un tizio illetterato e cresciuto in non ricordo quale cultura africana in cui la famiglia era, più che centrale, essenziale, che non volevo sposarmi, e questi mi ha detto un candido (e per me insopportabile) «Non ci credo». Ecco, più o meno così.
Ma questa è ancora aneddotica, da certi punti di vista.
Quel che mi ha un po’ terrorizzata è stato il sentire una delle proprietarie del bar sotto casa nominare l’esigenza di ricorrere alla giustizia privata mentre si parlava di un gruppo di richiedenti asilo che sono stati temporaneamente collocati nel quartiere. E non si parlava di aggressioni, stupri, furti. Si parlava di come costoro, una notte, si fossero seduti ai tavolini del bar (chiuso) a chiacchierare. Di come uno di questi volesse fare fotografie al figlio della proprietaria. (Ricordo come un amico italiano stanziatosi a Berlino avesse dovuto spiegare alla candida madre che non è una buona idea fare foto ai graziosi bimbi tedeschi che giocano nei giardini dei loro asili, neanche se sei un’innocua signora anziana.) Di come niente contro di loro, ma quando sono così tanti tutti assieme. E poi così, a sproposito come una sonora flatulenza durante un pacifico rinfresco in veranda d’estate, la giustizia privata. Come una persona che si abbassa le mutande tra un «E da dove vieni?» e un «E che lavoro fai?». Così.
E ho il timore di risultare pure stupida, scrivendo questo. Ho il timore di scatenare pensieri come «E tutte queste storie per una cosa del genere?», o come «Ma sono solo discorsi», o come «Si è espressa male, ma…». No, non ho il timore: ho un lieve terrore.

Non vi sto dicendo (e vi prego di non leggerlo tra le righe) che qui a Berlino non esistano discorsi simili. I neonazi esistono e si vocifera che molti vivano raggruppati nello stesso ghetto – così come c’è una specie di ghetto arabo-musulmano. “Specie di”, sottolineo, prima che passi qualcuno che – similmente a un tizio incontrato per caso su Facebook – pensi che in Europa tutti i quartieri a predominanza musulmana siano luoghi in cui sei fortunato se ne esci vivo. Si può non solo entrare senza timore di uscirne morti in tutti i quartieri di Berlino, ma ci si entra anche per passarci la serata. (Ho portato un amico italiano a bere e mangiare nella stazione più tristemente conosciuta di Berlino per malavita e piccoli crimini. Come esperienza. Esperienza di ben poco, e questo era il punto.) Questo non significa che non esista un odio su base razziale, o il libro del mio ultimo corso di tedesco non si chiamerebbe come un tizio che è stato vittima di neonazi. Non sono, almeno che io sappia, e di certo non potrei dare numeri e tendenze, i fatti a cambiare nella loro profonda natura. E’ l’impunità dei discorsi a fare la differenza. E non solo dei discorsi.
Mi sono sentita, in quel bar, messa di fronte a un vecchio dilemma: quello tra l’etica personale e la convivenza sociale. Con la mia mentalità ancora viziata da questa strana città in cui vivo, mi sono detta: Dovrei denunciarla. E proprio perché vengo da quel quartiere, ci ho vissuto per un sacco di tempo, e quindi chi in primis, se non io, dovrebbe agire?
(E temo, ancora, di scatenare un «Tanta aria fritta per una frase», o un «E che sarà mai?» e bla bla bla.)
Quel che temo è che da queste guerre dei poveri nascano conflitti più palpabili. Esasperazioni, fazioni. E lo temo perché in quel quartiere – come in altri quartieri in cui situazioni simili vanno costruendosi – vivono creature a cui tengo. Non ho in mente terze guerre mondiali, ma quel misto di paura e aggressività che fa vivere in un costante stato d’allerta. Una specie di stato d’allarme promulgato silenziosamente dall’impersonalità di malcontenti condivisi anziché dall’alto. Nessuna guerra nucleare, semplicemente quello stato delle cose – che a quanto mi è stato raccontato è già norma in alcune bolle in Italia – in cui veramente esistono luoghi in cui la gente non va perché pensa che non ne uscirebbe viva, in cui la polizia non entra. Già ho letto commenti di persone che non osano più andare sul lungolago della mia cittadina d’origine perché lì c’è un campo di richiedenti asilo. Quello per i cui abitanti insegnavo italiano come volontaria. E non si legga tra le righe che sto dicendo che siano tutti buoni come il pane. Sarebbe assurdo. Sarebbe illogico, contro ogni statistica. Come lo è pensare che siano tutti portatori di pessime intenzioni. Come ogni generalizzazione così ampia da raccogliere in sé elementi che, in comune, arrivano ad avere giusto il fatto di essere collocati nella stessa generalizzazione.

Mi è già stato fatto notare che me ne sono andata. Che sarei potuta rimanere, se ho tante insoddisfazioni da esternare, se farei così anziché cosà, e cosà anziché così. Ho risposto che non si sceglie dove nascere, e ora penso che effettivamente – come pure ho detto parlando con altri italiani qui a Berlino – quel che ancora mi lega all’Italia (quella contemporanea che va avanti, non quella che ho vissuto e mi ha formata per poi diventare parte del passato) sono gli affetti. Mi interessano i climi generali che sottostanno ai voti perché quei voti vanno a modificare il luogo in cui chi amo vive. E un po’ mi spiace, avere queste preoccupazioni: vorrei saper scindere lucidamente le cause dei miei interessi. Saper scindere l’interesse personale da quello storico da quello culturale da quello contestualizzato in Europa da quello contestualizzato nel mondo da bla bla bla.
Concludiamo com un classico del relativismo che secondo me non viene usato abbastanza: ognuno vive dove sente di vivere meglio, a prescindere dai fatti obiettivi (qualsiasi cosa siano).

E così mi verrebbe, su questo blog, di scappare da quel po’ di terrore e da certe frustranti ansie sfociando indegnamente nell’arte del quadretto zuccheroso e mieloso. Mi verrebbe da scrivere cose che neanche Amélie.
Mi piace la musica dell’est che sale fino alle finestre qualche mattina anche se non so da dove provenga. Mi piace scovare con lo sguardo il coniglietto che vive nella via parallela alla mia, quando mi dà le spalle, e poi vederlo scappare dietro la siepe. Mi piace fare gli occhi dolci ai cani del quartiere, che mi guardano scodinzolando e poi subito si rivolgono all’umano che li accompagna, come se gli stessero chiedendo: «Hai visto anche tu che cosa mi ha fatto?». Che il turco sotto casa, cercando di intuire perché io prenda sempre un panino vegetariano, mi avvisi del fatto che il Bretzel che ho scelto contiene del burro (non si sa mai, no?), e mi indichi l’alternativa vegana. La dignità con cui i non rari strambi devastati che s’incontrano per strada camminano, come se sapessero che qui nessuno può detronizzarli («Tu sei pazzo, figlio mio, devi andare a Berlino!»). L’eleganza tronfia ed esagerata di alcune signore slave di Charlottenburg, con i loro regali cani. Bere una birra nel locale gestito dagli abitanti del sovrastrante palazzo occupato, seduta su un divano malamente sistemato. E bla. Bla. Bla.
Ma ci sono anche i lati negativi, tanti quanti in qualsiasi altra parte del mondo, e che farebbero mal tollerare questa città a molte delle persone che conosco.
Berlino puzza di se stessa, un miscuglio di metro, Döner di pessima qualità e gente che non si lava. I berlinesi sanno essere scontrosi (più o meno come un milanese), e sbrigativi e impazienti (sempre più o meno come un milanese). Sanno essere pedanti, puntigliosi sulle cose più astratte e noncuranti su quelle più concrete. Sanno essere dei cialtroni, artisti improvvisati, nullafacenti con tanta faccia tosta. E puoi incontrare gente che si sente in diritto di farti quarantacinque minuti di lezione sul complottismo in mezzo alla strada, e ovviamente il peggio di tutte le culture che vivono qui: gli spagnoli che parlano urlando, i britannici ubriaco-molesti, i turchi che esprimono complimenti ad alta voce, bla bla bla. Ma generalizzare ha poco senso, ovunque tu sia, perché rischi pure di trovarti uno spagnolo o un britannico o un turco di fianco che negherà quel che dici, o perlomeno negherà di far parte di quel cliché, e dopo dieci persone che negano il cliché sotto cui vengono fatte ricadere i cliché diventano goffi e controproducenti marchingegni. La burocrazia non è né tedesca né non tedesca: c’è un po’ di caos, ma va sbrigato ordinatamente. Puoi incontrare l’impiegato statale iper-cortese o quello scontroso e svogliato, e non puoi mai prepararti prima, perché non c’è avvisaglia che aiuti. Soprattutto, trovare un caffè a Berlino – un normale caffè tedesco, non un espresso – diventa sempre più difficile. (Guardate Un caffè a Berlino.) Se poi lo nomini, diventa pressoché impossibile. Un po’ come i bagni pubblici, che vorresti ovunque e ci sono così raramente. Li vorresti ovunque perché i luoghi in cui puoi finalmente prendere un normale caffè di norma non hanno il bagno. O caffè o bagno, insomma. E i bagni dei locali sono di norma completamente ricoperti di scritte (non belle, non decorative, no: semplicemente scritte, e tante). Se chiedi a un tedesco se parla inglese, ti parla in tedesco. Se parli in tedesco a un tedesco, ti risponde in inglese. Solo a me? E le api sono tante e si sentono in diritto, a differenza dei tedeschi, di strainvadere il tuo spazio vitale. Vuoi ammazzarle? Le pubblicità progresso in metro ti suggeriscono che se lo fai sei un mostro. O asozial. Ed essere asozial in Germania è peggio che essere antisociale in Italia, ma questa è una vecchia storia. Ma comunque.
Comunque.
Comunque sono giunta alla conclusione che un luogo ci piaccia davvero quando ce ne piacciono le contraddizioni.
Tutto qui.
E io troverò una via di mezzo tra fosche lamentele e beate-beote osservazioni sulla vita quotidiana. O una terza via.

Alice nel Paese delle Grazie e Disgrazie

Il lago di stanotte era, come sempre, placido. Sfumava all’infinito verso un orizzonte reso vago dall’eterno crepuscolo in cui i miei sogni lacustri sono immersi.
Non è proprio un lago, ma forse non è neanche un mare. Non vedendone i confini dovrei pensare che si tratti della seconda, ma la superficie d’acqua che nei miei sogni tutto ingloba è immota come solo quella di un lago può essere. E un lago neanche troppo grande. O forse un mare di una Terra che ha smesso di essere asservita al tempo e ai suoi cambiamenti.
Al lago, nei sogni, arrivo, non vi parto. E quando vi arrivo lo scopro aver ricoperto parte della costa. A volte vi sono sedie che spuntano per metà dall’acqua, a volte banchine che proseguono sotto la sua superficie, al fianco di profondità improvvise quanto insondabili. A volte, invece, il lago somiglia al Mare del Nord: prosegue all’infinito digradando appena, di chilometro in chilometro, e dando così l’impressione che tutto il mondo non sia che una grande pozzanghera.
Quando, da sveglia, ripenso ai miei sogni lacustri devo ammettere che, visti così, da lontano, descritti così, a parole, evocano immagini un po’ inquietanti. Mi inquietano, nella veglia. Ma nella sfera onirica quell’atmosfera da Ofelia galleggiante è la norma. È Casa, in qualche modo. Inclusi i cadaveri che ci sono ma non sempre posso vedere, a cui rimangono attaccati fantasmi che non vedo ma posso a volte sentire.

Dovrei puntare il dito a sogni come questo quando voglio spiegare come i grandi gesti di distruzione, più che essere cocenti esempi di un vivido Male, siano struggenti richieste di pace. Il caos, la cattiveria, l’ira, e tutte le pulsioni, appartengono alla vita e al movimento; e così anche il dolore. L’unica sensazione legata alla morte a noi conosciuta è la paura che se ne può avere – e che, appunto, si dispiega e punge e duole nel corso della vita.


Non è accaduto niente di particolare che mi spingesse a scrivere di questo. Beh, a parte un sogno, ovviamente. Nei sogni raccolgo e rivivo tutto ciò che non mi accade. Sono come un promemoria emotivo ed esistenziale: anche se non c’è, mi ricordano, esiste. Anche se non c’è più, continuano, c’è stato e quindi potrebbe esserci ancora.
Una tale continua esposizione a tutto mi ha resa, credo, un po’ insensibile ai picchi di grazia (e soprattutto) disgrazia. È la male/benedizione di chi nei propri sogni vive più intensità di quanta possa esperirne vedendo immagini e ascoltando racconti. Non di quanta se ne provi vivendo direttamente la vita, ovviamente – anche se, a tal riguardo, bisognerebbe aggiungere una postilla. Il dolore e la paura nella veglia, nella coscienza della veglia, fanno alzare paratie: si sente e soffre fino a un certo punto, poi ci si distacca. Suppongo sia un meccanismo difensivo. Nei sogni, invece, quando sono lucidi (ossia nel 99% dei casi, nel mio caso), si sa di stare sospendendo l’incredulità – e si possono quindi vivere con meno filtri quelle sensazioni che il sogno ha deciso di farci esperire per quella notte.

Mi sono detta che vivere così, avendo nei sogni un continuo memento mori, segna la propria visione del mondo. Così come ci siamo abituati alla violenza visiva al punto che abbisogniamo di battaglie sempre più cruente, sangue sempre più abbondante, più sangue di quanto effettivamente ce ne sia (una specie di inflazione del sangue), avere una sfera onirica che mi tartassa ogni notte con un Tutto Potenziale mi deve aver resa più insensibile a molte cose. Sono rare le scene nei film che mi colpiscono nel profondo e, quando accade, mi s’imprimono nell’inconscio, cominciando a infestare la mia sfera onirica, diventando parte di quella schiera di maschere pronte ad apparire improvvisamente in un sogno, consapevoli d’essere capaci di destabilizzarmi semplicemente apparendo. Perché sono simboliche. Perché basta loro ricordarmi di esistere, di poter essere pulsanti, per sommuovermi. Basta una consapevolezza risvegliata a farmi diventare una bestia braccata.
E mi sono quindi anche domandata se io smetta mai di esserlo, una bestia braccata. Se vivere più o meno un terzo del tempo nel mondo di Alice nel Paese delle Grazie e Disgrazie non mi renda sempre, per la semplice consapevolezza, allertata. Se io non abbia sempre l’arma a portata di mano, le spalle pronte a chiudersi. E se io possa scoprirlo. Perché, se così fosse, sarebbe così sempre – sarei sempre all’erta, e non potrei quindi sapere che cosa significhi vivere non essendolo.

La cosa più agghiacciante, esistenzialmente parlando, è realizzare che riesco a vivere una vita moderatamente serena (anzi, eccezionalmente serena, quando mi confronto a certi piccoli/enormi drammi altrui, in cui Altrui è un esemplare antropologicamente non troppo distante da me), nonostante, o forse proprio grazie a, tale tartassamento onirico. A volte mi dico che deve essere simile a quella capacità di godersi le piccole cose quando si impara a non darle per scontate.

Ne si parlava ieri con M., reduce da una giornata senza acqua e senza cibo (ramadan): di come non bere per così tante ore renda un semplice bicchier d’acqua il più buono che tu riesca a ricordare.
La memoria diventa breve, quando si vive intensamente il momento – suppongo – e avere un corpo che ti ricorda in continuazione che ha sete deve acuire quell’intensità. Non mi privo d’acqua per motivi simbolici, ma capisco il punto, e forse la mia sfera onirica ha, in qualche contorto modo, lo stesso senso del digiuno.

Due piccoli vasi, in cucina, accolgono delle radici di ginseng. Le piante stanno crescendo proprio ora: si fanno osservare, giorno dopo giorno, mentre svettano verso l’alto, sottili e fiere, perfette come la grafica perfetta di un grafico precisino. Do loro un po’ acqua e penso: Questa è l’acqua di oggi. L’acqua di ieri le ha fatte svettare oggi, quella di oggi le farà svettare domani. E domani dovrò dargliene ancora, se voglio che il piccolo miracolo continui.

La morte del vecchio per la vita della bambina.

Avrei dovuto capire che per Horton sarebbe servita la Seconda Persona Singolare.
Perché ci sono personaggi così, che non puoi narrare né da dentro né da fuori. Da dentro, soprattutto. Lanci un sasso e non c’è eco, pozzo senza fondo. Il problema con Torchia, il problema con Horton. Il paradosso di narrare interiorità che non si riconoscono come tali.
E dunque, Cody Horton, eccoci qui.

Ti ho lasciato sul divano senza sapere come schiodarti da lì. Cioè, lo sapevo in teoria: con un’esca abbastanza succulenta per la tua raggelata, anelante coscienza. E’ la tua storia. Quella che avrei dovuto scrivere. Ma poi è successo qualcosa.
Che cosa è successo, Cody Horton?
Inutile chiederlo a te. E poi non lo so bene neanche io.

Forse la mia vita è cambiata, e sono riuscita ad andare oltre a te. L’ho detto spesso. Al secondo tentativo, anziché accusare di nuovo come a te è capitato, mi è andata bene. Ho vinto contro il mondo, tu avevi perso. La vita di cui volevo narrare era quella che viene dopo la tua seconda, definitiva, sconfitta.
Forse stare su quel divano di fianco a te mi ha aiutata ad andare oltre. Si sta bene, sull’Horton-divano, se il resto del mondo è peggiore. Sempre questione di relatività. Devo aver assaggiato una briciola troppo amara, su quel divano, e aver deciso di provare a uscire.
Non so che cosa sia successo, Cody Horton.
So che tu sei sempre su quel divano, e che quel divano non scade mai. La narrazione è semplicistica, spesso, e simboleggia tutto. Il secondo tentativo è quello cruciale: se va bene, ti lascerai alle spalle il male; se va male, ci affonderai. La vita qui fuori è più sfumata: basterà qualche amara batosta esistenziale e mi ritroverò con le chiappe sul tuo divano con tanta voglia di una birra.
Ma sai una cosa, Cody Horton?
Forse vale anche il contrario. Forse da quel divano ci si può alzare anche se il secondo tentativo è andato male. Non lo dico per buonismo, che poco si confà a me e soprattutto a te, ma più per straziante speranza. E poi, meglio su quel divano che in una prigione senza uscita. Una stanza circolare e nera e imbottita in cui non si può distinguere la porta. Si è vivi, ma non lo si è. Si impazzisce – ma che accade, se si è bravi abbastanza da sopravvivere a una certa follia?
Trasforma quella prigione in una ruota e te stesso in un criceto, Horton, e domandati per chi la tua follia sta producendo elettricità, per quale mulino stai macinando cereali – o qualsiasi cosa sia necessaria.
Ma la tua storia – quella che non ho scritto – avrebbe dovuto essere diversa.
Prima di lavorare gratuitamente per un ignoto prossimo, ti saresti sacrificato. La morte del vecchio per la vita della bambina, direbbe Sin City. Sulla carta avrebbe funzionato, perché la carta decide chi è cosa. Che tu sei un vecchio senza redenzione possibile in vita, che c’è una bambina veramente innocente che domani non diventerà un mostro. O del cui domani, comunque non si sa. Perché la tua storia sarebbe finita con te, Cody Horton, e forse un’immagine della bambina salvata. Tutto così semplice. Così semplice far finire i pensieri con la nostra morte.

Riluttante iconoclastia

Quando incontri un’iperrealtà la realtà, per un po’, risulta irreale.
(E ti dici e ridici, quasi compiaciuta, che ecco, è che di realtà ne esistono tante, incomparabili, e bla bla bla, come se esperirlo sulla tua soggettiva e scossa pelle potesse renderti più comprensibile, vicina, al prossimo – tu, realtà irreale.)
Ascolti gli Ulver perché sanno di quell’iperrealtà. Glielo hai detto, che non puoi temere di cambiare in un breve di lasso di tempo. Del futuro non si sa, e lo credi con tale fermezza da guardare con sospetto alle promesse. Certo, del futuro non si sa, ma ci sono cambiamenti interiori che procedono con la lentezza di una valanga vista da lontano. Ci sono cose che ti porti dietro da anni, decenni. Almeno un decennio, gli Ulver e quello che ti ricordano.
Ti ricordi che cosa ti ricordano?
La pace di un mondo svuotato di senso. Non del tutto, non ancora, e ci sono ancora fantasmi umani tra i grattacieli così infami che la natura non vuole saperne di riappropriarsene. Si è, lì, un passo dopo la decadenza. Quel momento di sospensione in cui il passato è già scomparso e il futuro non si fa intuire. Un presente così isolato da risucchiare ogni eco.
Te lo ricordi?
Gli Ulver non ti danno felicità, no: placano il tuo bisogno di nudità e silenzio. “Verità” è un termine che ti sei disabituata a usare. Rimangono solo quelle soggettive, di verità, e hanno ognuna l’ampiezza e la consistenza e l’irrinunciabilità di interi mondi.

Il fumo uccide, recita il pacchetto, e continua a stupirti e non stupirti e nulla poter fare quando le persone s’indignano se il fumo uccide.
Avresti voluto scrivere un intero pezzo per smontare una pubblicità – una a caso – e dimostrare che le pubblicità non mentono. Neanche di una virgola. E smettetela di indignarvi se il dentrifricio non sbianca, il balsamo non liscia, la barretta non vi fa dimagrire: non vi è mai stato detto che lo avrebbero fatto. E il fumo uccide, sì, ma non sapete quanto e come. Forse uccide meno della depressione, forse più della guerra. Il fumo uccide non vi dice nulla di utile per un ragionamento più complesso di una pubblicità.
Non è buffo che le pubblicità non mentano ma i giornali sì?

Poi ci sarebbe la faccenda dei pantaloni, che è tra l’imbarazzante e il peccaminoso.
(In quel tuo mondo in cui usi la parola “peccato” per riferirti alla reazione emotiva causata dall’averlo commesso, non concependo peccati in sé – e sentirti peccatrice è forse il peggior peccato.)
Hai lavato le lenzuola, il coprimaterasso, l’asciugamano, te stessa. Hai posposto i pantaloni, pensando che era solo un piccolo pezzo, e invece sono rimasti lì, più preziosi perché unici, soprattutto mentre la generica paranoia del dopo ti coglie senza darti direzione. E’ quando non sai bene che cosa temere e che cosa non temere, per che cosa patire e per che cosa no, e mentre non sai neanche se innescare subito lo stand-by o se, questa volta, approfittare di qualche momento di sfogo prima di renderti un po’ più psicopatica – mentre sei in questa condizione irreale, insomma, temi, poco, tutto e tutto. Ti guardi attorno con l’espressione vagamente ridicola (e con ciò tragicomica) della bestia braccata non sapendo da che parte devi temere l’arrivo di un pericolo. Ad esempio:
Cazzo, i pantaloni.
Ti sei ritrovata ad annusarli un paio di volte. “Ritrovata” perché, a posteriori (ma è sempre a posteriori), non ricordi di aver deciso di compiere i passaggi necessari per arrivare a quel punto. Non che sia un mistero, il perché tu sia finita con il naso tra la stoffa. Ce lo rimetteresti adesso. E al contempo lo temi fottutamente.

La cosa strana è che, sentendo nella sua voce al telefono il tuo stesso tono sospeso e accorto, ti sei sentita meglio. Niente a che fare con “mal comune, mezzo gaudio” o “allora c’è” (beh, forse la seconda un po’ sì – convivi con lo strisciante timore che l’Arcinemico te lo fotta con un burocratico balletto di abili mosse manipolatorie, che sia dentro o fuori di lui), ma qualcosa di più simile al “non sono pazza”. Dubbio frequente, quando si ama passare da una realtà all’altra, rendendole tutte irreali e iperreali al contempo.

Ti è venuto un tono strano, nelle ultime ventiquattr’ore, da cinico in vena di sputare sentenze. Per zittire il mondo e tutelarne la parte – di solito piccola, minuscola, nel caso del cinico – a cui tieni. Simile al tono scorbutico-accorto dei vecchi. E lo realizzi solo ora, che cos’è.
Horton.
Parla da dietro le quinte, tutt’altro che in primo piano. Lì è stato (con una tua certa gioia) ricacciato, lì rispettosamente (o per menefreghismo) rimane. Ma dice la sua, quando reputa che nessun altro sia in grado di cavarsela meglio.
Che cosa dire, d’altro canto?
Dopo tanto esorcizzare stucchevolezze e scene pietose, hai passato ore ad alternare discorsi totalitari, di quelli che ti fanno scivolare nella saccenza (è la tua debolezza del momento, a spingerti, mentre ti sussurra che a mali estremi…), ad affermazioni altisonanti, epiche, tragiche, comiche, non lo sai neanche tu, come se alzando abbastanza la voce tu potessi convincere il prossimo ad accettare la tua visione. (E sarebbe possibile, se tu non fossi tu e il tuo prossimo non fosse lui. Ma non vuoi che la accetti. Non vuoi che accetti proprio un cazzo, è questo il punto.)

Hai temuto, prima, che se non avessi sfogato almeno un po’ tutto ciò, non avresti avuto il coraggio di andare a letto. Non era un timore generico, ma l’aver intravisto un vecchio e ben conosciuto terrore: il non sopportare la presenza dinnanzi a te stessa. E non sai se sia la sofferenza o se sia la rabbia a causare ciò, perché – lo realizzi ora – forse in te le due cose non sono poi così tanto analiticamente distinte.
Ma è un po’ passato, ora – ossia abbastanza da poter guardare con sollievo a quell’ormai lontano terrore – e puoi dirti di essere felice di essere qui. Quantomeno sai che anni fa (e neanche troppi, forse) non avresti retto tutto questo – e non averlo saputo reggere ti avrebbe privato di ciò che di bello va a reggere. E ne vale la pena, ne vale fottutamente la pena – come gli hai detto – anche se ogni volta è più difficile, lo sai e lo sapevi. Continui ad accumulare debiti che una parte di te, in futuro, potrebbe trovarsi a doverti chiedere di pagare, e forse non potrai farlo, ma fa parte del pacchetto “ne vale la pena”. E non ne vale la pena in previsione di un momento futuro a questo, no: ne vale la pena anche ora, in quest’assurdo stato.

Ti sei fermata, in piedi davanti alla libreria, i pugni stretti sui pantaloni, e hai scorto un’ipotesi dal prezzo così alto che – come certe pareti di roccia nei tuoi ultimi sogni – il tuo sguardo non è riuscito ad abbracciarlo tutto.
(No, beh, diciamocelo: forse avresti potuto, ma non l’hai fatto e ti sei voltata altrove. Non adesso, ti sei detta in quel momento, che avrebbe dovuto essere dedicato proprio al adesso sì. Per questo, alla fine, sei qui? Perché vuoi fare la brava scolara e accontentare entrambe, l’esigenza di stand-by e quella di non gettare tutto nel fondo senza che sia prima elaborato?)
Fa una cosa strana, quell’assoggettante parete di roccia: ti desensibilizza ancor prima che siano arrivati i veri colpi. (Certamente con il tuo aiuto.) Ti senti il pensiero pulsante e ottuso come una parte del corpo colpita a lungo. Colpo, e colpo, e colpo. Usi la musica per aggirarti in quelle stesse stanze interiori che fino a qualche minuto fa ti avrebbero fatto serrare mascelle e pugni, e ora… quiete.

Un giorno una persona mi dirà che gli esseri umani sono delle tragicomiche creature capaci di creare meravigliosi congegni per risolvere un problema. Funzionano splendidamente, quei congegni, anche quando il problema è risolto e passato – e continuano e continuano a funzionare, macinando quel che passa, perché devono macinare per sopravvivere, e dopotutto li abbiamo creati noi. Quella persona mi dirà che è affascinante e stupido, questo fottersi da soli, costruirsi trappole su misura, incapaci di abbandonare quel che ci ha ben servito. Spero, quel giorno, di ricordarmi ancora di averlo pensato tempo prima. Lo scrivo, perché l’amnesia sia scongiurata il più possibile.

Ci saranno dei rigurgiti. Ci saranno? Il tempo futuro risulta sempre più arrogante.
Lascerò la porta aperta, stasera, e i pantaloni sulla libreria. Lungi da me diventare una feticista (e, poi, quale dolore più straziante di avere una parte di una persona sapendo di non poter più avere la persona? Sia mai che dovesse accadere), ma cerchiamo di non diventare bestie affamate di icone da distruggere.

Ecco, ad esempio, basta un messaggio per trovarsi di nuovo a stringere i denti.

Credo siano come le serate tra ubriachi. Se non lo si è entrambi, il discorso non funziona.
Esiste una sostanza, una metafora, un simbolo, che faccia l’esatto opposto dell’alcol?

Basta un messaggio e ritrovarsi tra le orecchie Hozier che parla di entusiasti roghi umani. La sublime e atroce bellezza del sacrificio. Non il momento in sé, no – non la folla che osserva estasiata l’annientamento di un proprio simile – ma il significato del sacrificio: fare a pezzi una cosa nella speranza che, da quel male, in futuro nasca un bene.
Detta così sembra un’antica superstizione: anticipa gli Dei cattivi e commetti il male prima di loro. Diventa il tuo Diavolo. Se Egli ti riconoscerà come suo sottoposto, non si sbarazzerà di te.
E’ o non è quello che faccio con il Dio Che Ride?
Ed eccolo, il primo spuntone dell’altissima parete di roccia: il timore di trovarsi davanti a un cataclisma così ampio da non riuscire più a perdonare. A ridere. Con Dio. Ma non riesco a liquidare questo mio attaccamento come vanità umana. Non riesco a farlo senza scomodare Horton e il suo vuoto, che non è spazio per il futuro ma tomba di ogni presente.

Non riesco neanche a concludere degnamente questo pezzo, non sapendo a che punto, e di che cosa, sono.

Hey Bu

Ho conosciuto Bu in un lurido ostello inglese.
L’ostello era uno di quelli con scale strette e cigolanti, moquette umida e puzzolente e lenzuola assottigliate e indurite dai troppi mali lavaggi. Un ostello inglese, insomma. Camerate come rifugi di fortuna per gruppi di studenti in cerca di un alloggio in una città con pochi e cari appartamenti. La sera tutti al pub sottostante, dove ritrovi l’esatta atmosfera che ti sei immaginata mentre leggevi della working class di Liverpool di inizio Novecento. Tutto ha un suo fascino. Certe situazioni di precarietà, ad esempio, creano legami atipici e meravigliosi.
Ci siamo conosciuti perché eravamo entrambi con i piedi ammollo in quella precarietà. Ho conosciuto lui come ho conosciuto Ben come ho conosciuto Ma. L’italiana, il turco, il francese, la spagnola. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma no: era l’inizio di un piccolo e coeso gruppo di fortuna con cui socializzi davanti a una birra (e due… e tre…), consolandoti a vicenda. Hai trovato un alloggio? No, troppo caro. No, troppo piccolo. No, troppo lontano. Ma tanto, vedrai, ce la faremo.

(E ho la solita punta di mal di testa, e avrei voluto e dovuto sdraiarmi sul letto a leggere finché sonno non ci colga, ma questa non voglio lasciarla svanire così. Non di nuovo.)

Bu era un bel ragazzo, e non in senso oggettivo.
In senso oggettivo immagino lo fosse, con la sua somiglianza con Kabir Bedi. Bu era un bel ragazzo nel senso che mi sono trovata a pensarlo, nonostante il prototipo Kabir Bedi mi faccia sentire come una lesbica felice di non dover toccare gli uomini, se tutti gli uomini sono così. Ma l’ho pensato, in ostello o forse in discoteca dove a turno minacciavamo vanamente al telefono un tizio di ridarci la borsa rubata all’amica, guardando il suo sorriso carismatico, il suo modo di muoversi carismatico, il suo essere una di quelle persone che sanno ravvivare un’atmosfera. Nonostante fosse chiassoso come un turco, come cliché vuole, e quel chiasso poco mi piaccia, in lui era coniugato a una strana gentilezza nei modi, ben lontana dalle smancerie e dall’etichetta.
Bu sembrava l’amico che vuoi avere, tra gli altri, perché diffonde allegria e fiducia senza aver bisogno di chiedere nulla in cambio. Comunica forza senza aver bisogno di schiacciare il prossimo. Comunica gentilezza di cuore senza nausearti.
Mi è spiaciuto, quando è cominciata l’università, essere così tanto impegnata ed essere quello che sono: una persona che antepone gli obiettivi che si è data alle piacevoli serate in compagnia di amici. Mi è spiaciuto tanto. In un qualsiasi giorno, da quando l’ho conosciuto, avrei avuto piacere – un piacere sincero, da sorriso che ti scalda lo stomaco – nel rivederlo.

Nelle ultime foto gli occhi di Bu sono sottili, due fessure tra le palpebre e le borse. Ha lo sguardo stordito e stanco, a volte ingenuamente sollevato, della persona che si è appena svegliata da una nottata di abuso di stupefacenti. E’ stata una sua scelta, ha esagerato, ma anche quella è stata una sua scelta. Andando a ritroso, anche l’avere una vita che prevede certi risvegli è stata una sua scelta. Eppure, nel suo sguardo ancora confuso, c’è una punta di perplessità. Come se si fosse perso qualcosa, nel corso della nottata, ma già avesse perso la speranza di poterla recuperare.
Nelle ultime foto Bu indossa una divisa militare.
È inutile cercare correlazioni, farne causalità, dedurre, persino addurre ipotesi. Conosco poco Bu, per nulla l’esercito di cui fa parte. Non so come sia, tanto meno che cosa possa essere negli occhi di un Bu e quindi perché abbia scelto di indossare la divisa con fierezza e ostinazione. L’ostinazione è quella che gli tiene aperti gli occhi stanchi e un sorriso che non gli avevo mai visto. Della fierezza so ancor meno. Magari è stremato (e chissà da che cosa), magari è la maschera che preferisce indossare per la lunga occasione. Magari è creta molle che modellerà splendidamente nel corso degli anni, e che solo indossando quella divisa potrà far divenire la bellissima scultura che ha in mente. Chissà.
Per quanto mi riguarda, in quelle foto, Bu potrebbe indossare una divisa di McDonald’s e poco cambierebbe. A farmi aggrottare la fronte, assottigliare gli occhi, è l’espressione perplessa del tossico che sta male e non sa se sia del tutto una sua scelta: non lo ricorda e sa per esperienza che non può ricordarlo. A farmi aggrottare la fronte e assottigliare gli occhi è il profilo squadrato che la sua testa da Kabir Bedi ha preso. I volti sono creature vive e in movimento, motivo che rende irriconoscibili i morti. Il suo, di volto, è mutato con le espressioni che lo modellano. Niente più baffi né basette sulla mascella che è ceduta, e non perché sia ingrassato, anzi: le guance si sono scavate, ma gli zigomi si sono gonfiati, donandogli l’assurda espressione di un bambino demente quando sorride. Il sorriso, anziché incidergli quelle fossette attira-ragazze, tira sui lati, scavando le voragini di malcontento che alcuni vecchi si portano nella tomba. La gentilezza è rimasta, ma sembra costernata.

Oggi è il compleanno di Bu, e gli ho fatto gli auguri. Una mera scusa, ovviamente. Voglio lasciarmi aperta la possibilità – con questo atto simbolico – di vedere come sarà la sua faccia fra altri tre anni. E poi tre ancora. E ancora tre. Come una birra che tira l’altra.

Crash test.

Oggi sono stata sbattuta fuori dalla vita di una persona che dalla sua vita mi aveva già esclusa. Fa sentire come essere giudicati dopo essere già stati sbattuti all’inferno.
Ma questo è solo un incipit d’impatto atto a esorcizzare. Come lexotan per sedarsi e non essere intralciati da impulsi soverchianti mentre si rielaborano i propri pensieri.
(No, non uso lexotan: mi piacciono le sfide. E poi ormai è troppo di moda, e io tengo al mio essere radical chic.)

 

Avrei potuto cominciare con un incipit meno d’impatto e più radical chic:
Questi giorni sono (stati) una reductio ad absurdum che si è realizzata. La prossima volta che qualcuno mi dirà di smetterla con le dimostrazioni per assurdo, dirò loro che l’assurdo è dietro l’angolo. Life is stranger than fiction. Bla bla bla.
Sapete a che servono le dimostrazioni per assurdo? A giungere ai minimi termini – quei fondamentali termini con cui costruire equazioni per ogni situazione, sì che si possa sempre disporre di un utile kit per prendere una scelta. Non importa dove, come, con chi sei: con il tuo utile kit, mio caro McGyver, potrai costruire qualsiasi cosa con quel che ti trovi sottomano.
Ma non l’avevo ancora completato, il mio nuovo kit. E’ un periodo così, di rimescolamento, tipo quando si fa la valigia per il viaggio di nozze (o così mi hanno detto): qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio. Poi, quando sei in viaggio in luoghi sconosciuti, non ricordi più se avessi portato la piastra per i capelli e, se non l’hai portata, con cosa l’hai sostituita per questa nuova Te?

 

Questi sono i giorni degli scontri titanici tra etica (in ricostruzione) e pressante immanenza. Sarebbe facile, se l’etica fosse salda e non in transizione. O se l’immanenza arrivasse con esigenze meno in contraddizione con l’etica.
Il risultato è un piccolo caos tentennante. Piccolo. Ma per chi sacrifica tante cose sull’altare dell’etica è immenso. Nessuno sconto è abbastanza per un prodotto difettato, se il difetto compromette l’intero sistema. E’ veramente così? Non lo so e non lo posso sapere adesso. Ho gettato il seme e raccoglierò i frutti in futuro. Ora disorientamento e frustrazione. E mal di testa.

 

Non fraintendetemi: non confondete “etica” con “agire per realizzare il bene altrui (tuo, proprio tuo di singolo, persona che leggi)” o, variante degli ultimi giorni, “non ferire il prossimo (tu, proprio tu, persona che leggi)”. Ho ferito il prossimo a me caro per tutelare la mia etica, che altro non dovrebbe essere che un mero mezzo per trovare una configurazione che ottimizzi il rapporto tra me e la società – nel piccolo e nel grande. Non il singolo prossimo a cui tengo o che odio (sentimento raro, in me) nell’immanenza, ma il prossimo generico. L’essere umano. Il Mensch che non puoi valutare e giudicare e che potrebbe essere chiunque, te stessa inclusa. Quello che non puoi (non vuoi) rendere un Altro da te.
Ma poi arriva una reductio ad absurdum e tu ti trovi nella paradossale situazione di far penare uno specifico prossimo per mantenere quell’etica che dovrebbe renderti ottimale per il prossimo in generale senza dover rinunciare a ciò che tieni in te.
Grazie, vita.
D’altro canto tale situazione mi ha rimesso in bocca un prendere la vita con filosofia che mi mancava.
Che cosa non puoi dissacrare, quando prima di tutto dissacri te stessa?

 

Ho iniziato a scrivere questo blog perché fungesse da diario pietista, poi aggiornato in pubblica confessione catara. Perché dietro il mio giudicante dito puntato non potessi nascondere i miei peccatucci passati, neanche e soprattutto a me stessa.
E immagino, ora, che queste righe rientreranno sotto quelle che rileggerò, se mai le rileggerò, con una punta di imbarazzo.
Ma tu guarda, guarda un po’, che grottesca creaturina che tanto inutilmente si dibatte.

Birra e fatalità

Adesso ci vorrebbe una birra.
Ma non una birra qualsiasi: la Birrità fatta bevanda. Peccato essere post-moderni, con tutta la faccenda della caduta tra il legame tra significato e significante, idee platoniche e loro manifestazioni, come in cielo così in terra e dacci la nostra birra quotidiana.
Niente Birrità. E neanche una birra in casa, a dirla tutta.
Ho passato la prima parte della giornata a preparare un’e-mail di cinque pagine per poi scoprire che non avrei potuto mandarla perché la persona a cui avrei voluto spedirla mi aveva (già) bloccata. Ammetto il peccato: una piccola percentuale di me ha tirato un sospiro di sollievo. Almeno non avrei dovuto finirla e, soprattutto, rifinirla. E’ un casino quando si cerca la giusta parola, la giusta costruzione, il giusto concetto, la giusta prospettiva, e bla bla bla… quando si vuole scrivere con discrezione, e non nel senso di “celando lo scandaloso”. Ci avrei messo ore e ore, forse giorni, a finire quell’e-mail. Per questo mi sono detta: Magari è il caso di avvisare la persona del fatto che ho ricevuto il messaggio e proprio perché l’ho letto ci metterò un po’ a rispondere. E’ così che ho realizzato di essere già stata bloccata.
Ora, tolto il piccolo colpevole sollievo, rimane il resto, e non so esattamente di che cosa sia composto, questo resto. Amarezza? Sicuro. Dispiacere? Certo. Che altro? Quale altra cosa che ha continuato a sbattermi la testa contro un muro?
Ma questa è stata la metà facile della giornata. Quella in cui non avevo altro compito che quello di organizzare il mio complesso pensiero su una faccenda delicata. Poi è arrivato il vero divertimento.

Sono viziata, sapete?
Sono viziata dall’essere (stata) cresciuta a colpi di retorica e castelli di ragionamenti e costruire e decostruire sistemi. Poco concepisco l’essere troppo stanchi per continuare un ragionamento. Che ci vorrà mai, a continuare un ragionamento?
Ma poi arriva la vita che, per fortuna, te la mette in culo. Con vaselina, perché in fondo ti vuole bene. Abbiamo sempre quello che vogliamo, e io mai ho negato di apprezzare persone con cui poter fare lunghi e complessi e fini e whatever ragionamenti. Et voilà, esordì Ms Vita.
Verso metà pomeriggio ero a pezzi. Svuotata. Tipo quando la gente mi dice che è troppo stanca adesso per continuare il ragionamento. Non che io stessi neanche propriamente ragionando. Ero più alla fase preliminare: raccoglievo dati. E qui e lì, quando ne avevo abbastanza per osare un’ipotesi, ragionavo. O almeno ci provavo.
Ed è stato così, a fiato corto mentre con fatica ragionavo, che ho realizzato di essere viziata. E di essere un po’ manipolatrice – ma lo sapevo già. Sono tutte congetture, ovviamente, come il mio congetturare che molti discorsi in passato mi siano risultati poco impegnativi perché, quando in penuria di energie, passo dal “confrontiamoci” al “ora ti conduco qui, nel territorio che io conosco, dove già conosco tutto e ogni azione è compiuta in assenza di gravità”. Ma oggi non mi è riuscito. Oggi come altre volte con la stessa persona, beninteso, semplicemente oggi l’ho realizzato, osservandomi stanca come dopo ore e ore di studio indefesso a pieno regime.
Ora, non so bene se non mi sia riuscito a livello inconscio o se incosciamente io non abbia voluto che mi riuscisse, ma non conto sul fatto di poterlo scoprire a breve.
Birra, dicevo.
Birra, birra, birra.

In assenza di birra, bevo latte.
Non c’entra un cazzo, ma in questo post-moderno arbitrario mondo una cosa vale l’altra, simbolicamente.
Bevo latte e penso ai punti comuni dei due eventi della giornata, che di per sé in comune hanno obiettivamente una sola cosa: me. Persone che non si conoscono, che probabilmente mai si conoscerebbero, che se si incontrassero si liquiderebbe a vicenda nel tempo di un battito di ciglia.
Liquidata l’obiettività, c’è l’altra cosa in comune: la strutturale presenza del male – un male relativo, assolutamente soggettivo, anche quando a gran voce reputato oggettivo. Una fatalità. La solita, vecchia e fottuta, teodicea.
E’ quella fatalità, semplice e ineludibile e da tutti intuibile, che è tanto chiara nel dire che nella vita si muore. Non c’è vita senza morte. Stronzate del genere. E mi consolo, vagamente, dicendomi che quanto più si vuole avere, quanto più ampio – semanticamente, concettualmente, come esperienza di vita – è quello che si vuole, tanto più si sbatterà la fronte contro quella fatalità. O forse no – mi dico consolandomi all’inverso – forse è solo un caso. ‘Fanculo il “come in piccolo così in grande”. Pura casualità, altro che causalità. E sarebbe bello, perché significherebbe un’unica meravigliosa cosa:
E’ possibile.

Vorrei una birra, o del latte, e una capanna a me deputata. Il mio nome all’entrata, e venga chi ha bisogno di uscire dalla propria norma – che sia quella comune alla società, che sia quella di una sottosocietà che, paradosso non-paradosso, contraddice quella a cui in teoria appartiene. Vorrei – oh moderno anelito – dare un senso al mio funzionare così bene come eccezione. Come presenza dell’assenza. Una capanna, ho detto, di fango e paglia, ben lontana da marmorei altari. Una capanna che si disfi e marcisca come io mi disferò e marcirò – disfo e marcisco ogni giorno della vita, perché altrimenti vita non sarebbe. Che si disfi e marcisca non appena io abbia l’arroganza di pontificarci sopra pretese, di usarla come muro dietro cui ripararmi, di cancello con cui darmi importanza. Di darmi un senso, insomma, che vada oltre a quello che ho nuda.

Guardo Måns Zelmerlöw cantare il pezzo con cui ha vinto l’Eurovision sorridente ed entusiasta in quel modo, assoluto, che ho visto in – benvenuta, retorica – “pazzi e profeti”, e vorrei mangiarglielo. Senza acrimonia. Me lo mangerei come Jean-Baptiste Grenouille è stato divorato al termine de Il profumo, con delirante amore, ma in solitaria.
Vorrei avere grazia nel bene e nel male, in salute e in malattia. Vorrei saperla spandere in chi amo senza che essa subisca le ripercussioni della mia confusione, anziché scrivere cinque pagine sconnesse o balbettare inconcludente al telefono. Ostracizzata e auto-rallentata, in entrambi i casi, dal timore (terrore) di portare bruttezza. Di rompere – rompere-rompere-rompere.
Paradossale che io sia riuscita ad accettare di rompere una creatura che pochi giudicherebbero pericolosa e che io non riesca a farlo con una creatura che a pochi verrebbe voglia di proteggere. Non è paradossale per un cazzo, in realtà, ma mi isola. Mi isola come mi isolerebbe cominciare a pensare in coreano (come, in un certo senso, mi hanno isolato inglese e tedesco): per esprimermi devo tradurre, e traducendo si perde sempre qualcosa – quando va bene. Quando non va bene, nascono i fraintendimenti, che fraintendimenti non sono – i fraintendimenti non esistono – ma diverse interpretazione della stessa sequenza arbitraria di lettere, parole, frasi, concetti espressi.

Ho cominciato a scrivere questo blog perché fungesse da diario pietista. Poi, re-interpretato, da catara confessione pubblica. Il senso è sempre lo stesso: abituarsi a dover rendere conto a se stessi. Anche della malagrazia. Perché io non possa, domani, accusare il prossimo di un atto senza appello e a occhi e orecchie serrati senza che il prossimo possa, volendo, ritorcermi contro quel che sono stata.