surround

Di missionari, assedi e corti letterarie.

Chi non muore si rivede, eh?
Sono morta innumerevoli volte, nella prima metà di giugno, dispersa tra bassi colli laziali, oziosi e schiacciati dal sole. Ma in una casa protetta da mura secentesche, a giugno, il tepore è sempre tenuto a bada da un’atmosfera cristallizzata nel torpore che compone il passato.
Sono morta per la gioia delle orecchie dei vicini, prendendoci gusto. Le mura assorbono ogni gemito, ma una finestra aperta spezza il limbo.
Tra una doccia e una cena, ho riscoperto l’assoluta semplicità delle cose.
Scopo lesbicamente a missionario e a smorzacandela (non sapevo si dicesse così fino a un minuto fa – che nome teneramente ridicolo), ossia nei modi più beceramente banali ever. Ora, non è che io voglia descrivervi in che posizioni sessuali scopo (anche se lo sto facendo), volevo solo condividere l’assurda banalità di ciò che per definizione non dovrebbe esserlo. L’unica chicca per gli appassionati di fisica consiste nel fatto che scopo a missionario e a smorzacandela senza l’ausilio né di dita né di strap-on e godendo come riccio (è bello essere bisessuali: non si può essere tacciati di non aver provato l’altra alternativa, e quindi di non sapere cosa ci si perde). Mi sono sentita così spesso chiedere “Ma come scopano due donne tra di loro?” che adesso che ho una risposta così semplice non posso che goderne interiormente. So che tal risposta non risponderà a un beneamato cazzo, per usare un francesismo, perché se lo facesse io non avrei motivo di spiegarvi quanto banale so essere a letto.
Volevo solo, ecco, per l’ennesima volta, farvi riflettere su quanto poco del sesso lesbico (reale, non quello ri-settato per essere venduto a un pubblico maschile) si sappia – così poco che molti di voi si staranno ancora chiedendo come faccio a godere come un riccio in quelle posizioni.
(Ma poi… Perché si gode come un riccio?)

Tra una morte e l’altra ho fatto diverse cose, docce a parte.
Ho fatto la turista dal primo all’ultimo giorno, beandomi in questa mia condizione. Ho visitato una portaerei infilandomi dove non avrei dovuto, ho mangiato carne e funghi fino a scoppiare, ho messo in soggezione commesse con il mio troppo formale approccio di cliente, ho rincorso gatti che non volevano farsi accarezzare, ho avuto un calo di pressione alle terme, ho trovato il colore che stavo cercando per il gonnabe studio, ho commentato vecchiette basculanti con N e ripescato ciambelle al plasma con J, ho fatto da attendente a VB (nel senso che mi lasciava a casa a farmi servire Manman, per cui ho pulito tappeti e trascinato sacchi della spazzatura piombati sotto al sole cocente), mi sono fatta dare dell’ubriacona in modo poco sottile, ho battuto a tappeto profumerie alla ricerca di profumazioni al gelsomino e al tiglio, ho chiesto a un polacco di croci di ferro e tante altre cose.
Per cinque minuti ho anche contemplato me stessa fare la stupida in treno con VB che, in modo non meno beota, giocava con l’ipotesi di toccarmi le tette. Ora, che io e VB si sappia essere stupide in modo encomiabile è risaputo (avete presente I soliti idioti? Ecco, esattamente così), ma mi mancava il realizzare quanto sappiamo essere stupide come una coppietta appena sbocciata che passa il tempo con dispetti vezzeggiatori e corteggiamenti divertiti (non prendete quest’ultima mia frase per pensare che siamo una coppia, maliziose creaturine). Gliel’ho anche detto: per diventare uno stupido cliché di ragazzina flirtante non è che mi servisse molto, a quanto pare, mi bastava un essere di sesso femminile e dal gender incerto con cui farlo. Insomma, io e VB persistiamo con il rapportarci l’una con l’altra come se fosse il primo giorno (e di mezzo c’è una convivenza di mesi con spazio vitale risicato). Ironico, isn’t it?
Va accostato al mio ruttarle in faccia mentre mi aiuta a indossare una collana. Lei ride e partoriamo questa creatura mitologica che dovete immaginare come un tenerissimo batuffolo di pelo con due enormi occhioni che scioglierebbero anche un reduce del Vietnam, una di quelle creature che causano in reazione degli “Aw!” commossi, e che si esprime ruttando. Gliene ho disegnato uno, rutto incluso, e l’ho fissato con del nastro adesivo sulla porta come Welcome! per quando fosse tornata dal lavoro.
Ho anche scoperto di condividere con VB il gusto infantile per la lotta fine a se stessa. Ci siamo rotolate sul letto dandocele fino a impregnare di sudore le lenzuola, per poi litigare per il suo infelice dirmi – a posteriori – che a un certo punto avrebbe potuto mettermi sotto ma non l’ha fatto, e ho dovuto spiegarle che non ce l’avrebbe fatta neanche se avesse tentato, e lei ha controbattuto che ero senza fiato e quindi ce l’avrebbe fatta, ma le ho sottoposto il fatto che non ero così tanto senza fiato e via discorrendo fino all’ennesima cena al girarrosto a cinquecento metri da casa, quello che sta per adottarci, quello che ci offre home-made biscottini e che alla quarta volta ha chiesto: “Vi porto direttamente il mezzo litro di vino?”
Sono stata bene, e i giorni sono volati. Sono volati anche se qui avevo lasciato incontri e progetti in sospeso, e che ho messo in stand-by a malincuore.
Il fatto è che sto bene con VB, cazzo.
La vedo per tre o quattro secondi, alcune mattine, la sagoma in giacca e camicia bianca pronta ad andare al lavoro, foulard attorno al collo. Sono troppo assonnata per definire i contorni, quindi c’è solo quest’idea di lei – evanescente apparire che mi sussurra un “buongiorno” posando la tazza di caffè bollente, con un sorriso soddisfatto-compiaciuto mentre mi guarda, e la guardo mugugnando sonno e soddisfazione-compiacimento. Reclamo un saluto meno incorporeo e la sagoma si avvicina, mi deposita un bacio da qualche parte con tracce del suo odore, poi svanisce e io ripiombo nel sonno.
Vorrei, come spesso mi capita, condividere quel che il mondo mi dona. Vorrei, con le parole, ricrearlo per farvi com-prendere. Ma la lingua mi tradisce. I cliché non accorrono in mio aiuto. Dovrei chiamare in causa troppe cose discordanti, e sarebbe non dall’unione, né dalla fusione, ma dalla negazione di una da parte dell’altra che nascerebbe quel che vedo in quelle mattinate insonnolite.
Dovrei battere due dita sulle spalle di un galeotto di Genet e chieder lui di voltarsi per un secondo – quei secondi che Genet dilata all’infinito – quello in cui puoi inquadrare un sorriso che va formandosi, un sorriso rubato a un qualche interstizio. Al di sotto, sotto la maglia lacera di un marinaio che si apre in bottoncini sul petto, dovreste sentire il lieve gonfiarsi dei pettorali – non è la loro durezza, ma la loro massa su cui poso la fronte – poi dovreste chiudere gli occhi e riaprirli nelle vesti di un qualcuno che ha bisogno di una pausa di conforto e la trova in un seno morbido e totalizzante, in cui soffocarsi e con cui giocare come bambini, eppure senza tirare in causa triti e ritrici freudiani cliché materni. Il suo polso, invece, è saldo e fragile al contempo: si piega con la solida grazia di una statua greca, un dio della determinazione colto nella propria adolescenza. Così è anche il collo – i tendini che vibrano al massimo della tensione, la testa buttata indietro – la testa buttata indietro di un eroe che cerca di sollevare un titanio e quella indietro reclinata di un’evanescenza klimtiana che nel proprio apparente abbandono serba saggezze che pesano come macigni.
Avrei bisogno di un’altra lingua, nata in un altro dovequando, in cui certi opposti non sono tali e in cui “accogliente” e “conquistatore” sono sinonimi.
E dovrei anche aver smesso di darmi a certe beate contemplazioni da passione appena sbocciata – ma, per fortuna, posso ancora ridicolizzarmi.

La Manman di VB mi adora. Non chiedetemi come ciò si coniughi a farmi portare sacchi della spazzatura e altri pesi: ho eseguito il tutto come se fosse una prova da superare, e chissà se lo era.
Comunque, la Manman di VB mi adora e VB stupisce, perché di solito quella creatura dall’ironia non trasparente preferisce farsi i fatti propri. Per lei ho intrecciato fili di ferro mentre lei per me confezionava una borsa (di cui presto andrò fiera).
Sono riuscita anche a conquistare la gatta, di VB, ammasso di ossa e peli aggrovigliati che non voleva ammettere di morire dalla voglia di essere coccolata da me. Povera illusa gatta.

Ho letto.
Ho letto James (La coda del diavolo), che mi ha tenuto compagnia in un lungo viaggio in treno e per una lunga notte solitaria, sorridendo a battute che potevo immaginare dette dalle sue labbra nel tono che ora so riconoscere come suo.
Ho letto The Cellist of Sarajevo senza capire cosa pensassi di quella prosa, ripiombando in un tema studiato qualche anno fa (oh miei amati assedi).

Ho scritto.
Ho scritto Rush in Peace, ovviamente, e vi basta andare sulla pagina su Facebook per avere un assaggio delle ultime parole partorite.
Abbiamo 39 utenti, al momento – e godo per ognuno. Cerco di mantenere la pubblicità a un livello non invasivo – odio spammare gli altrui walls, le altrui caselle di posta, diffondere PMs non richiesti – e questo rende quei 39 utenti corposi. A una lista di contatti di 22 persone su gmail vengono spediti gli aggiornamenti – siamo al 19° capitolo, dal 20° in poi dovrò aggiungere i vecchi lettori (che fino al 19° avevano già letto). Non sto facendo leva su niente che non sia RiP stesso – né su me stessa come già pubblicante scrittrice, né su simpatie personali o favori dovuti. Voglio che RiP nasca da sé, tutto al presente – voglio che rimanga quel che è stato finora: un prodotto che non deve appoggiarsi ad altro.
È la libertà che si ottiene dopo essersi tolti lo sfizio di pubblicare. Lo consiglio a tutti gli aspiranti scrittori: fatevi pubblicare dietro retribuzione, così smetterete di rincorrere quest’idea. Non che io abbia deciso che non pubblicherò mai più, ma devo trovare un compromesso e posso concedermi il lusso di darmi tempo per farlo: non ho né le pressioni che ha chi deve pubblicare per sopravvivere, né quelle di chi vuole pubblicare per dimostrarsi di poter pubblicare.
È che – aspiranti scrittori, scrittori fatti e finiti e passanti – quando ancora scrivevo con l’ottica di pubblicare quasi mi sentivo in colpa nello scrivere una cosa come Gioco della rosa. Questo maledetto fuori-genere, che non commette nessun peccato se non quello di non commettere peccati prestabiliti. Fa riflettere. Mi fa riflettere la società delle etichette, in cui si investe sul prodotto dal target certo.
Ho discusso – e ne discuterò ancora a lungo – sul come alcuni libri vengano pubblicati per il semplice fatto che hanno le giuste carte per compiacere un certo pubblico. Per questo la scrittura di genere è così limitante: sono quegli stessi limiti a renderla un prodotto vendibile con maggior certezza. Sai già a chi indirizzarli – il pubblico è già pronto, non devi crearlo.
Osservo dal mio silenzio i dibattiti interni al mondo dello scrivere di genere – interni a ogni singolo genere, che lamenta il proprio essere un genere e quindi essere ghettizzato. Non è implicito? Non viviamo nella magnifica società delle pluralità coesistenti? Ma mi ricorda il pluralismo alla britannica, in cui hai diritti bonus solo se appartieni a una minoranza – quella musulmana, quella omosessuale, quella handicappata – quella action, quella horror, quella sci-fi.
Osservo dal mio beato silenzio le lotte intestine, le voci che rispondono prima di aver ascoltato, e ciò rimbalza tra le mie sinapsi assieme al mio osservare – discutendo con alcune persone nelle ultime settimane – l’italiano parlarsi addosso, urlarsi senza ascoltare l’altro. So che le due cose hanno ben poco in comune, che sono guidate da due dinamiche diverse, ma ne osservo il concomitante entrare nelle mie riflessioni.
Ho seguito brevemente un dibattito (l’ennesimo) sull’opzione e-book, e-book VS libro cartaceo, rendendomi sempre più conto di quanto sia minuscola l’Italia e di quanto sia al contempo immensa. Facebook aiuta nel visualizzare ciò che intendo. Immaginate una moltitudine di microscopici puntini che si agglomerano attorno a 8-9 punti di dimensioni maggiori: è il quadro che sto avendo del mondo della letteratura di genere (vari, che s’intersecano, dall’action al giallo alla sci-fi all’horror) in Italia. Gli 8-9 punti di dimensioni maggiori sono gli autori affermati e conosciuti, i microscopici puntini sono i lettori. In mezzo ci sono gli scrittori che si considerano della domenica e gli aspiranti scrittori, quelli che hanno cosparso riviste online di racconti e quelli che sono sbocciati da nulla, quelli dal lungo e difficile percorso, quelli che si pubblicano fai-da-te e quelli che tacciono attendendo la Grande Occasione. In questo confusionario quadro, dura a morire, rifulge la Torre D’Avorio gramsciana: appena un puntino riesce a ingrandirsi e ad attirarne altri si fa élite, poeta-vate – e abbiamo i dibattiti su e-book VS libro cartaceo portati avanti come se i puntini ingrossati fossero già una casta, dibattiti portati avanti come se fosse quel dibattito a decidere delle sorti del libro cartaceo.
In mezzo ci sono i Recensori, categoria da me scoperta da poco. I Recensori sono una razza di persone il cui hobby è, per l’appunto, recensire – sono le loro recensioni (nel piccolo come nel grande, no?) ad aiutare i puntini a ingrossarsi. Ho scoperto i Recensori perché nel mio beato limbo RiPpiano un paio si sono avvicinati a me. Ora, io sono grata a chiunque faccia commenti e critiche a ciò che scrivo, felice di rispondere a domande (sono un’opinionista speculativa del cazzo, non poco egocentrica), ma non riesco a capire la gioia di recensire (sono pessima a farlo). Mi sono anche chiesta – più come rigurgito di memento mori suggeriti dalla fiction – quale sia il potere di un Recensore. Il domandarmi quale sia il motivo e quale il potere di un Recensore, e quale sia la relazione tra le due cose, mi ha inquietato un po’. Mi ha inquietato il vedere gente recensirsi a vicenda, a mo’ di scambio di favori. Recensirsi con sbandierata spietatezza a vicenda, criticando chi non critica spietatamente (criticando alcune cose e non altre: c’è chi si ostina sulla prosa pura ignorando la coerenza della trama e chi critica il ritmo ignorando la prosa). Ho intravisto orde di riviste online, mescolate a blog, o riviste con blog annesso, il cui scopo è recensire e/o pubblicare, entrambe assieme, e che offrono gratuiti servizi di editing che promettono un lavoro professionale, puntuale e preciso (il lavoro professionale di migliaia di siti di sconosciuti – sono felice di essere stata una correttrice di bozze, perché almeno da quel punto di vista non ho bisogno di aiuto), spietato della spietatezza di cui sopra. Uso il termine “spietatezza”, ma è scorretto: è la “spietatezza” del chirurgo professionista, o che tale vorrebbe essere. Quello che rende perplessi, l’illogicità che fa concludere a un bambino che Babbo Natale non può esistere perché prova tu a consegnare doni a tutti i bambini del mondo in una notte sola, è il fatto che ogni blog/sito/rivista accettante scritti da revisionare s’erge a Vera Professionalità dettando le proprie regole contro quelle altrui, e se ognuno di loro porta la Vera Professionalità, allora quante vere professionalità ci sono?
Fa girare la testa.
Amo il mio limbo che s’ostina a non prendere parte.
Detto tra noi (cioè detto a chiunque – dovrei smettere di ricorrere alla retorica, del tutto), se ho pubblicato è stato per sbaglio. Non stavo rincorrendo scrittori. Mi ero limitata a simpatizzare con lettori di un romanzo. I lettori in questione mi sono stati simpatici e successivamente ho scoperto che erano anche scrittori, e quindi li ho letti – come si legge il libro di un amico mentre lui legge il tuo. Continuo, colpevole, a fare così – “colpevole” ogni volta che un Nome Autorevole, un Editore caposaldo, un recensore d’annata (sempre nella Torre D’Avorio microcosmica della scrittura di genere, che a volte sconfina altrove) mi ha addato su Facebook e io non avevo la più pallida idea di chi fosse (grazie, Google, per esistere). Sono di un’ignoranza vergognosa, in effetti. Tale ignoranza mi salva: non posso ricorrere all’adulare il libro di un Nome Autorevole per farmi amico l’autore. (D’altro canto corteggio scrittori che adoro e che sarei io a voler aiutare a scrivere ciò che vogliono, potessi farlo.)
Inciampando in lettori che ho poi scoperto essere scrittori ho visto l'”effetto Corte”. Lo conoscete. Chiamatelo come volete: è quella strana dinamica che fa sì che i minuscoli puntini si agglomerino attorno a un punto più grosso. È fatta di reverenze, soggezione e adulazione. È l’arbitrario trattare con i guanti un qualcuno perché è un Qualcuno di professione. È il mantenersi a rispettosa distanza nell’attesa di poter essere al suo livello e averci a che fare da pari. È moderatamente aberrante, come molte dinamiche sociali. Per legge di Murphy è controproduttivo, tra l’altro, nel senso che per esperienza è chi se ne sbatte delle gerarchie a star simpatico a chi sta in alto. A chi starebbe simpatico un cane dalla fedeltà aprioristica? (Intendo, a parte che per comporsi una Corte?)
Ma comunque.
L’Italia, si sa, ha un suo cattolico mafioso fatalismo, e ciò fa sì che io ne abbia sentite di ogni sul mondo letterario, di genere e non. Ho dovuto pure studiare l’editoria in Italia per un esame, sciorinando al docente informazione studiate su libri su una collana in cui ho pubblicato.(“Buongiorno, Prof. Secondo ciò che dice il suo esimio collega, considerando dove ho pubblicato, io scrivo paraletteratura; ma se riporto quello che asserisce l’altro suo esimio collega, da un punto di vista stilistico, sono autoriale-postavanguardista. Sono uno di quei rari casi citati a pagina 263 del manuale: a quanto il manuale dice, se mi va bene, creerò un nuovo genere, che le successive generazioni ripudieranno come io oggi ripudio i generi già esistenti. Se mi va male… Il manuale non dice nulla a riguardo. Ha qualche suggerimento?”) Ho studiato saggi scritti da Professoroni che non dialogavano con gli scrittori di cui parlavano, e parlato con scrittori che lavorano nel campo senza analizzarlo, questo campo, dall’alto. Ho il doppio handicap di studiare troppa teoria per enjoyare l’ottica dei generi, e di aver visto l’ottica dei generi troppo dall’interno per blaterare teoria dall’alto di una posizione intonsa. I Professoroni mi parlano dei perché del successo di certi Super-Uomini che riappaiono da due secoli nella nostra letteratura popolare, con uno sguardo forse fin troppo ampio, mentre lo scrittore-blogger lamenta la poca caratterizzazione dei nemici zombi nelle opere degli ultimi due anni, con uno sguardo vagamente troppo focalizzato. I Professoroni lamentano la dozzinalità delle opere da edicola senza leggerle, scoprendo magari che tra tanta prosa 4 dummies ci sono perle ingabbiate che mostrano un contorsionismo geniale, mentre gli scrittori che si sono conquistati una fetta piccola ma salda aggrediscono i Grandi Teorici lamentando la loro polverosità senza rendersi conto del fatto che è lo scrittore autoriale quello che rinnova la lingua, mentre le opere di genere tendono a essere conservative (conservative nella loro fu innovativa nicchia, ma pur sempre conservative).
E io galleggio beata nel mio limbo.
Galleggio beata scoprendo che J, in un’intervista, pone tra i suoi scrittori preferiti C (che mi perdonerà, se la strattono di nuovo qui in attesa di sapere se tale trascinarla nel gorgo delle mie riflessioni urta – è per una buona causa, o almeno spero di aver azzeccato nello scegliermela) – lo scopro tra un’e-mail mandata a J e una mandata a C, scoprendo che di entrambi apprezzo la capacità di non dividere il mondo in compartimenti stagni. J e C non hanno una beneamata sega in comune, a parte questo. Scrivono cose diverse con stili diversi con pubblici diversi di generi e non-generi diversi e con punti di forza opposti. Paradossalmente è quel loro non ragionare per generi a farmeli accomunare. Li prenderei entrambi, piazzerei dinnanzi a un camino a sorseggiare bevande calde a scelta, rimirandomeli per qualche minuto, cercando nei loro sguardi quel qualcosa che li lega l’uno all’altro come esseri umani ai miei occhi.
Il punto, come al solito, è sempre questo: l’essere umano. Quella cosa che sta a metà tra gli ideali intoccabili dei teorici e la bidimensionalità funzionale del genere. Quell’utopia che è tale perché non è un’utopia arresa a se stessa né l’iper-dettaglizzazione di un lato del Creato a discapito degli altri.
È qualcosa di fottutamente difficile da trovare, perché non ho etichette con cui cercarlo in libreria. Mi tocca sfogliare libri su libri alla ricerca di una prosa che mi dia quello. Non è riconoscibile dal riassunto della trama né dalle arzigogolature della sintassi. Mi tocca prendere tra le mani l’individualità di ogni singola opera a prescindere dal suo contenuto puro e dalla sua pura forma.
È un compito ingrato, quasi quanto il cercare l’Essere Umano indipendentemente dal suo sesso, dalla sua nazionalità, religione e partito politico.
(Vedete che tanto alla fine parlo sempre delle solite cose? D’oh. Sesso e speculazioni sui massimi sistemi – fra 20 anni mi troverete alcolizzata all’angolo di una strada a blaterare profezie irrisolte mentre cerco di toccare il culo di un passante, rovinando ridicolmente a terra. Amen.)

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“I miei addominali mi parlano.”

Beh? Non avete ancora likeato la pagina Facebook di Rush in Peace?
Male, molto male. Quasi peggio della sottoscritta che si dice che dovrebbe bere meno caffè mentre si fa l’ennesima tazza di caffè. Tazza, non tazzina. Tazza. È pur sempre sporca miscela espresso, ma rimango affezionata alle dosi tedesche. Il problema è che l’espresso è liquirizia e pece mescolate assieme in un composto denso pronto a bucare lo stomaco – e così mi buco lo stomaco dicendomi che dovrei bere meno caffè.
Mater mi disse, un giorno, che i miei mal di testa dell’ultimo anno, e che i mal di stomaco che mi avevano colta a gennaio-febbraio, potevano essere causati da un abuso di caffè.
Cazzate, ovviamente.
In Germania ne bevevo molto di più.
I mal di testa – o malditesta, come direbbe Michel – sono stati causati da ben altro. Malessere esistenziale, a occhio e croce. Nausea. Cedimento della volontà e del senso.

Prima del gran ritorno di RiP – esattamente prima – ho passato qualche assurdo giorno proiettata nei problemi psicologici di persone altre oltre a me. È strano, creature, veramente strano, e infatti mi sono domandata dove fosse finito il Nietzsche in me.
Il fatto è che, creature, come sapete sono una potenziale psicolabile, e la potenziale psicolabile si è trovata davanti una creatura con problemi esistenziali molto molto simili a quelli che nella sua adolescenza aveva conosciuto. Depersonalizzazione, ossia: “Ma chi sono io?”
So che molti tra voi non vengono messi in crisi da questa domanda. Lo so perché sento troppo spesso gentaglia lamentarsi del fatto che c’è un indebolimento della cultura nazionale, o regionale, o locale, o linguistica – qualsiasi cultura, viva le etnie disparate, i diritti delle etnie, delle minoranze, quelle linguistiche soprattutto, etc…
Sono sommersa da discorsi simili, essendo iscritta a “Mediazione linguistica e culturale”. Sommersa, e li odio. Li odio perché insegnano al prossimo a colmare quello slot chiamato “mia identità” con identità collettive (maggioritarie o minoritarie che siano). Vengono travolta da buonisti e vittimistici resoconti di persone – solitamente migranti – che perdono la propria identità perché si trovano a dover parlare in una lingua che non conoscono dalla nascita. Oh, la lingua è importante, creature, ma non è tutto – ci sono molti altri linguaggi e discorsi. So che di questi tempi la lingua è tutto, oh creaturine razionalizzanti, altrimenti la filosofia contemporanea non verrebbe dalla linguistica. Ma non è tutto.
Ma divago.
So che ci sono molto tra voi che mai verranno messi in crisi dalla domanda “Ma chi sono io?” non perché abbiano fatto un costante e attento e profondo lavoro su se stessi, ma perché hanno riempito lo slot “mia identità” traendo spunti dalle categorie sovraccitate. Ma aggiungiamone altre, perché oltre all’identità nazionale, a quella cultural-locale, c’è quella sessuale, e poi c’è quella del gruppo d’appartenenza (siete amanti della fantascienza? O del giallo? Del noir? Di astruse letture da intellettuali? Ascoltate musica classica? O siete per il metal?).
Non mi escludo, creature. Anche mi dico dico di essere “me stessa” mentre mi ricordo che mi piacciono gli Ulver e non, chessò, i Cannibal Corpse. Non salvo nessuno.
Ciò nonostante, essendo sempre stata fondamentalmente una megalomane, non mi è mai bastato essere definita da categorie collettive. Per questo a tutt’oggi non mi basta dirvi che mi piacciono gli Ulver, ma dovrò rompervi le palle spiegandovi che mi piacciono gli Ulver in quanto io vi ritrovo sonorità rarefatte come un paesaggio nordico, ma vibranti come la Rete – e via discorrendo.
Quando – eoni fa, nella mia adolescenza – raggiunsi il picco di crisi esistenziale, e mi trovai moderatamente circondata da persone che volevano aiutarmi, compresi che semplicemente non potevano aiutarmi. Per aiutare qualcuno devi comprenderlo un minimo, e per aiutare me bisognava essere dei megalomani con manie di protagonismo. Dei veri megalomani, non la prima primadonna che potete trovare in un bar a catalizzare attenzione.
Per questo, credo, ho potuto passare giorni e giorni di fianco a una persona affetta da drammi esistenziali sulla propria mancante identità senza che Nietzsche uscisse allo scoperto per consegnarmi un’ascia con cui abbattere la suddetta persona. Ho voluto vedere in quella persona un bocciolo. Si schiuderà? Chi lo sa.
Comunque, mi piacciono gli Ulver e vi consiglio Vigil – esclusivamente perché io l’ho usata qualche ora fa per scrivere il primo pezzo scritto di RiP dopo quattro (o cinque?) anni, beninteso, e perché come ogni essere umano ho bisogno di condividere e, perciò, essere compreso.

Per questa umana esigenza oggi sono felice – un po’ più di ieri, in cui lo ero un po’ più del giorno prima.
RiP sta piacendo, e ciò mi rende felice. Sta piacendo non alla Vecchia Guardia (di cui parlerò a breve), ma a quelle persone che ho conosciuto in questi quattro (o cinque) anni. Ciò mi mostra come RiP sia “aperto”, rileggibile dopo anni, non legato né a una particolare cerchia né a un particolare tempo. (So che la velocità e le dimensioni non sono tutto, ma, cazzo, se una persona legge quelle che sarebbero, in formato libro, 255 pagine in pochi giorni vuol dire che perlomeno il prodotto piace.)
Intanto, mentre introduco RiP al vasto popolo, mi sento in uno di quei film (a random) in cui il protagonista chiama a rapporto i membri di una cerchia che fu per catapultarli nel presente di una missione.
Non ci sono missioni, solo RiP, e il ricontattare la Vecchia Guardia.

In questo LJ, tra le varie tags, troverete “surround”. Non mi ha mai convinto la scelta del termine, ma, a parte ciò, quella tag è nata per il mio amore per la circolazione delle cose. Lo sapete, creature, sono un’amante della fluidità e della temuta miscegenation.
RiP è nato nel formato “opera da forum”, ottimo modo per mantenere uno strettissimo contatto con i lettori. Amo quel contatto, perché mi permette – inconsciamente – di scrivere soddisfacendoli. A quanto pare la mia creatività non tollera lo scrivere secondo l’aspettativa di un pubblico immaginato (forse perché ho un’immaginazione pessimista), e da brava scimmia cerco un feedback più tangibile.
Per questo sto facendo girare fin d’ora RiP. Per questo mi sento già immensamente grata (amo essere grata). Perché mi servite.

Sono felice e grata anche perché il mondo, checché se ne dica, nel momento del bisogno sa essere meraviglioso.
J si sta beccando molteplici lappate virtuali da una sottoscritta tramutatasi in cane riconoscente per il biscottino, perché J mi ha scritto tre (tre) pagine di spiegazioni circa il “come/dove/quando” (e un po’ anche “perché”) di una nave spaziale. Ma le tre pagine sono mero fatto. La gratitudine viene dinnanzi alla sua disponibilità.
J sta entrando in quella cerchia mentale ove raduno persone che etichetto per comodità come “piacevoli e interessanti”, e che a quel livello deposito arbitrariamente, perché i sensi mi dicono che in potenziale potrebbero essere molto più coinvolgenti e ispiranti (sapete che la quantità di input lanciatami da una persona è uno dei maggiori criteri con cui suddivido il genere umano) di quanto i primi approcci suggeriscono.
Altra lappata virtuale a J, then.
A, invece, si è messo a mia disposizione in due minuti netti, pronto a darmi delucidazioni e proposte così, gratuitamente, senza domande né commenti.

Perché il problema di base, creature, è sempre lo stesso: sono una megalomane.
C’è un’unica materia in cui, nella mia vita, mi sono beccata un’insufficienza, ed era fisica. Date queste basi dovrei a priori evitare di scrivere sci-fi, ma non solo lo faccio, mi ostino e cerco anche di andare nel dettaglio in faccende che coinvolgono aeronautica spaziale e astrofisica.
Non vorremo annoiarci, no?
E così dovete immaginarmi al PC a leggere con un sopracciglio sollevato informazioni per cui non avrei le basi, con rotelle che penosamente cercano di scorrere nel mio cervello.
Sempre perché non vogliamo annoiarci, scelsi – per l’esame di “Lingua inglese III” – dalla lista di libri da cui attingere quello che – scoprii dopo rileggendo gli appunti – essere il più difficile di tutti. The Structure of Scientific Revolutions, che spende pagine e pagine parlandomi di Newton e Einstein e altra gentaglia il cui operato non è dalla mie mente digeribile.
Ci ho provato, giuro, ma con l’approccio sbagliato.
Il punto è che la fisica stessa ha l’approccio sbagliato, secondo la mia poco flessibile testolina.
Ho chiesto a VB di soccorrermi, ossia di spiegarmi – finalmente – la teoria della relatività. Anche io ho complessi d’inferiorità, creature, e mi sento manchevole nel non sapere in cosa consista questa teoria della relatività, davvero.
VB, con benintenzione e amore, ha cercato di spiegarmela con un’e-mail. Ora, c’è da dire che il modo di spiegare di VB non è esattamente il più adatto a me (adottiamo logiche diverse – cioè, io le dico che io adotto logica e lei no, ma sicuramente non è semplicemente così), ma in questo caso il problema non è VB, ma la logica stessa della fisica. Me lo dimostra l’aver cercato le spiegazione più 4-dummies ever in Rete ed essere inciampata negli stessi, identici, problemi. Sono gli stessi problemi in cui sono inciampata quando, tra i banchi di scuola, mi è stato detto di studiare come si calcolasse la velocità senza darmi altro che una stringata definizione della stessa. La mia mente speculativa abbisogna di un’approfondita comprensione del dato X prima di poterlo combinare ad altri dati. Come posso usare il tempo in una formula matematica se la mia mente sta ancora processando il tempo in sé, da anni, come dato relativo e fondamentale?
Insomma, chi riuscirà a farmi capire la teoria della relatività si guadagnerà un massaggio gratuito da parte delle adunche dita della sottoscritta – che è brava a fare massaggi. (La prostituzione è lecita se si considera il costo-opportunità.) Vi avviso: i miei principali problemi nella vita derivano dal fatto che la mia mente comincia a ringhiare non appena le si dice di “prendere per buono che” o di “prendere come dato di fatto, anche senza spiegazione, che”.


La sottoscritta tornerà in terre laziali a inizio giugno (non so ancora quando esattamente), quelle terre in cui i poliziotti ti salutano con la manina presumibilmente scambiandoti per turista (cosa che sei – intendevo “turista straniera” – o forse sono semplicemente più espansivi di una fredda lombarda) e in cui alle terme trovi giovani adoni prontamente rubati dalle tue grinfie dai loro amanti pederasti gelosi (no, questa non la digerirò mai – perlomeno finché non ne troverò un altro, di giovane adone, da portarmi a casa).
Ci passerò qualche giorno. Mentre VB lavorerà come uno scaricatore di porto al porto e io sarò invece “libera” (cosa che già di per sé mi piace – mi culla nell’illusione di essere già una mantenuta), passerò il tempo studiando, facendomi portare al mare dalla madre di VB (che odia tutti, a quanto pare, ma adora me), incontrando Noes e seducendola definitivamente nel giro di due ore (con, magari, come aiutino, mezza bottiglia di Jack), dormendo. Quando invece VB non starà lavorando, mi farò scortare fino alla Casa dei Lupi, nel nulla laziale, godendomi la sensazione di essere in villeggiatura, e facendomi portare a mangiare fuori. C’è una cena a base di carne arrostita a due metri da te che mi attende da dicembre, e ne ho fame da allora. Voglio un bis alle terme, adone o meno. Voglio la stanchezza indotta da ore passate a mollo nell’acqua bollente e il crollare sul letto della Casa dei Lupi.
Voglio relax in cui impegnarmi, insomma.
Prima che RiP tornasse alla grande, prima della persona con problemi di personalità, un cambiamento era già giunto, ossia: avevo per magia ritrovato facoltà di studiare seriamente. Mi mancava, creature, davvero. Non sapete quanto mi rincuori averla riottenuta – mi sento un po’ più me stessa.
Ho, in generale, ritrovato senso. E quindi voglia, e quindi volontà. Ho passato tre giorni su RiP nutrendomi di veloci micro-sandwich al formaggio franscese, uno a pasto, riducendomi all’attuale secchezza.
La magrezza è relativa, creature, ma i miei addominali no. I miei addominali mi parlano (delirii di una narcisista). Mutano in accordo a me. Sono stati scolpiti e rigidi quando ero controllata e incazzata, sono diventati l’addome di un camionista nel mio soggiorno tedesco, quelli di un boxeur settantenne a Cuba nei periodi di scazzo, e ora riflettono la tensione a cui sottopongo i miei processi mentali. (Ringraziamo sempre quel secondino benintenzionato che amava ricordarci che con dei chiodi a terra puntati verso di noi avremmo fatto ben più delle 10 misere flessioni che ci chiedeva.)
Smetterò di consumare lo specchio guardandomi da diverse angolazioni, ma per il momento va bene, benissimo, così. Voglio dire, non è un’occupazione più disdicevole di passare il tempo intrecciando fantasiosa bigiotteria. A proposito, mi sono mossa per capitalizzare anche quella, sempre secondo i principii della collaborazione e del costo-opportunità. (Grazie, G, per essere quello che sei.)

Di Requiem e Giochi.

Pausa dal fare mille cose e nessuna, che è l’impressione che si ha quando se ne hanno troppe da fare – nevvero, mie frenetiche alienate creaturine post-moderne?
Mi manca, infatti, quel tempo in cui il mio orologio interiore era interfacciato alla Rete, che ha tutt’altri orari. Le giornate durano quarantotto ore e non esistono notti perché dormi giorni interi.
Bei, gibsoniani, tempi.

Adesso trattiamovi in quell’insopportabile modo che sottintende che siate dei bebè incapaci di gestire le proprie priorità e ricordiamovi che domani in edicola c’è Segretissimo con un romanzo del Prof (caro amico – e no, maliziose creaturine, non è un caro amico perché pubblico con lui: è diventato prima un caro amico, e poi ho cominciato a leggerlo – altrimenti sarei scontata e sarebbe imperdonabile, no?) e, infine, il mio Requiem del Coccodrillo.
Continuando a trattarvi come becere creature incapaci di rielaborare dati e clickare su link, nonché di googlare, vi mostro la copertina sì che possiate riconoscerla:

Ciò fatto, smetterò di considerarvi intellettualmente depauperati e vi ridarò il vostro status di posteri (i posteri sono quelli che ti comprenderanno quando i coevi non sanno o non vogliono farlo; i posteri sono ammantati da una certa santità).
Sono ovviamente tesa per l’uscita, e non perché temo l’arrivo di critiche su stile o contenuto (troppo semplice), bensì perché sono affetta da una forma lieve e socialmente accettabile di sdoppiamento elevato all’ennesima della personalità, il che tradotto significa che una cosa da me scritta non riflette me ma una sola opzione messa in atto dalla sottoscritta, e il timore è di essere catalogata per quella sola opzione. Voglio dire, mi capita quotidianamente avendo a che fare di persona con l’umanità, figurarsi quando non c’è neanche l’ipotetica interezza della mia persona.
Ma comunque.
Comunque ho Il cimitero di Praga di Eco, e ve lo googlerete voi (ora che siete di nuovo stati abilitati a tale funzione) sì da trovare le varie recensioni. Le prime uscite erano negative e criticavano la sottesa ideologia antisemita, ovviamente puntualizzando che ciò non era frutto dell’intenzione di Eco (volete dare a Eco dell’antisemita?), ma piuttosto di una sua mancante consapevolezza di tale risultato – il che, se io fossi Eco, sarebbe per me un’offesa peggiore.
Ho preso a cuore questo libro perché lui ha preso a cuore me.
Vagavo difatti per quel di Lecco alla ricerca di un pessimo libro di letteratura italiana per un corso universitario e, entrando in una libreria, mi sono trovata davanti a una pila di copie del Cimitero. Mettetevi nei miei panni. No, ok, non potete. Servirebbero molte premesse per fare ciò, a meno che non siate fedeli lettori della sottoscritta.
Diamoci quindi alle premesse.
Ho un ambiguo rapporto con Eco per simmetria di interessi e approcci, ossia: quell’uomo s’interessa agli stessi temi a cui mi interesso io, alle stesse questioni, con simili approcci. E parlo anche e soprattutto di bazzecole, davvero, come il fatto che lui inizia il Baudolino mettendo su carta tentativi di comporre un linguaggio e io prima di leggerlo ho scritto questo. Entrambi sono ambientati nel 1200 ed entrambi hanno una struttura simile nel disseminare personaggi secondari. Ovviamente le trame sono diverse e – badate bene – non sto cercando di fare un paragone tra me ed Eco. Eco è una pietra sacra della semiotica, e perciò ha una consapevolezza che io mi sogno, nonché anni di erudizione che io comunque alla sua età non avrò (siamo di generazioni diverse). Un tale accostamento non mi serve a dire che io sono come Eco, ma a spiegare l’ambiguo rapporto che ho con quest’autore. Per la cronaca, qualsiasi postero dotato di intelletto che rispetta minimamente il mio, di intelletto, saprebbe che sarebbe stupido da parte mia fare similitudini a mio vantaggio quando le prove di linguaggio di Eco nel Baudolino sono il riflesso di studi linguistici mentre il linguaggio con cui io ho scritto quell’inutile racconto non è altro che un qualcosa d’impreciso che finge spietatamente d’essere d’epoca (il pubblico sia clemente: avevo 18 anni).
Spiegate le premesse, torniamo alla libreria, ove io sfoglio il Cimitero e provo sulla pelle le implicazioni che l’espressione “come un bambino di Dickens” portano. Sono in un periodo caratterizzato da mancanza di tempo (devo studiare), di spazio (fisico, ho una pila di libri da leggere) e fondi.
Tornata a casa, ho scoperto che il Cimitero era uscito proprio proprio quel giorno, e il duraturo influsso dell’ottica new age di Mater, che vuole che ogni cosa al mondo sia un segno del destino, mi ha fatto rimuginare sulla faccenda. Quando finalmente sono riuscita a eliminare quest’ipotesi, il giorno dopo, sono passata davanti a un’altra libreria e ho trovato il romanzo al 15% di sconto. Insomma, il mio cervello non è totalmente fatto di speculazioni nietzschiane e playmates, ho anch’io le mie debolezze.

Nel frattempo, ho concluso la prima correzione de Gioco della rosa, a cui seguirà un importunare alcune persone per avere critiche utili per migliorarlo. Ci sono migliorie che già so di dover apportare, ma necessitano ch’io mi distacchi dallo scritto. Non secondariamente, devo constatare che la prima parte è scritta meglio – o almeno dal mio punto di vista, per cui “meglio” forse significa “inutilmente involuto”. Gioco della rosa è molto più approcciabile del Requiem, soprattutto per mancante pesantezza esistenziale a scandire il tempo – il che credo sia un meglio per il grande pubblico, non so per i posteri (i posteri apprezzano sovente ciò che non capiscono).
Matre Cermania mi ha lasciato un certo entusiasmo per l’organizzare (ossia, mi ha insegnato a non demotivarmi a priori), e così ho contattato M. proponendole di farmi un video di promo per Gioco della rosa. Per senso democratico crucco (non è vero, l’avevo anche prima) e per fede nel fato (anche questa l’avevo prima), lei ne trarrà vantaggio se di vantaggio ne trarrò io, e viceversa. Sono ben cosciente del fatto che la presentazione di un prodotto è molto (The medium is the message), per questo quello che ho chiesto a M. è di investire in me. E poi amo queste collaborazioni, da eoni – amo il mescolarsi di propensioni.
L’idea del video è figlia del fatto che Gioco della rosa ha già una sua grafica, che una pubblicazione probabilmente deleterebbe. Ha un suo concept di base, scandito dai capitoli e dalla grafica a essa legati. Non vorrei perdere l’idea alla base, perché è quella che mi ha aiutato a scrivere.
M. è un’artista come piace a me, ossia è totalmente indifferente il fatto che possa essere chiamata tale: mi piace come mette in scena idee. E poi con M. ho condiviso Rule of Rose:

E M. è una di quelle persone capaci di capire cosa significhi volere un po’ dell’estetica di un prodotto applicata a un secondo prodotto che, infine, ha ben poco a che fare con la fonte d’ispirazione. (È la formazione artistica che te l’insegna.)
Insomma, il progettare mi mette di buonumore, cosa utile in questo mio stato di cattività. Sì, la parola “cattività” mi piace.
Settimana scorsa ho fatto una buona azione e un esperimento.
L’esperimento si rivolgeva, ovviamente, al nostro discorrere del Lebensraum (spazio vitale), che come sappiamo varia di cultura in cultura. A Milano è di cinque centimetri oltre la tua pelle. Difatti, in fila dinnanzi alla macchinetta del caffè, con 30 centimetri tra te e la persona davanti, le persone cercheranno di passare in mezzo. Con 30 centimetri di spazio, come intuirete, sarebbe impossibile non toccarsi – per questo la persona che passa si dà al contorsionismo e tu dovresti sbilanciarti un po’ indietro.
Ho quindi sperimentato, cercando di capire cosa succede se non ti sbilanci. Insomma, dato che la fila è lunga (siamo in Italia), volevo approfittarne per leggere (ottimizzare il tempo ottimizzare il tempo ottimizzare il tempo), e leggere riesce difficile se devi continuamente spostarti per far passare qualcuno perché questa persona non ha voglia di girare attorno alla fila.
Cosa succede?
Succede che la persona non controlla – come da norma milanese – come il resto dell’umanità si disponga nello spazio, e quindi inciampa. Inciampa. (Come un bambino goffo.) Poi ci sono due opzioni: o prosegue come se nulla fosse o balbetta un veloce “scusa”.
Un giorno scriverò un saggio su ciò – e sui cessi italiani, miei due grandi amori.
La buona azione è consistita nell’aiutare una signora con due enormi valigie a immettersi nel flusso della scala mobile in ora di punta. La signora, stupita, mi ha tenuto d’occhio per tutto il tempo – sia mai che le frego la valigia. Non la sto criticando, anzi: io non sono stata attenta dieci secondi e mi hanno fregato la borsa.
Conclusione: a Milano chi pensa male del prossimo ha statisticamente ragione. Bell’humus.

… Ma, finalmente, vado a Venezia. Avete letto bene? Vado a Venezia. Dopo una tale attesa dovete come minimo saltellare entusiasti sulla sedia per me.
Che faccio, ora, vi tedio di nuovo con le meraviglie di Venezia? Tanto non potreste capire, ma non è colpa vostra. Per capire dovreste avere, a Venezia, una fanciulla dal sembiante di folletto (quelli ambigui, che non si capisce bene se sorridano o ghignino alle vostre spalle) che vi attende per farvi da guida e da ospite. Non ce l’avete e – lo so – è ingiusto. Il mondo è cattivo – le persone vi spingono in metro, gli uffici pubblici vi rendono disservizi, il vostro ragazzo non vi capisce e la vostra ragazza lamenta che non la capite, il prezzo delle sigarette aumenta e la fame nel mondo interrompe mezzo pubblicità i vostri programmi preferiti, ma per fortuna esiste ancora un equivalente del “riposo del guerriero” (espressione che credo sia stata usata al 99% da borghesi che non hanno mai neanche partecipato a una rissa, ma con le metafore si giustifica ogni abuso).
Venezia è un’ancora di salvezza esistenziale perché risiede in Italia ed è la città che in assoluto preferisco. Essere contraddetti è necessario, o si sprofonda nelle proprie convinzioni. Mi piace essere contraddetta a morte da Venezia – mi piace che esista un “qualcosa” che abbia tale diritto irrevocabile su di me. È la versione condita di dispotismo del lasciarsi andare nelle mani di qualcuno – e, per amor del paradosso, nelle mani di chi se non in quelle di una città destinata ad affondare?

Nulla poena sine lege.

Page Not Found

I’m sorry, you’ve reached a page that I cannot find. I’m really sorry about this. It’s kind of embarassing. Here you are, the user, trying to get to a page on LiveJournal and I can’t even serve it to you. What does that say about me? I’m just a webserver. My sole purpose in life is to serve you webpages and I can’t even do that! I suck. Please don’t be mad, I’ll try harder. I promise! Who am I kidding? You’re probably all like, “Man, LiveJournal’s webserver sucks. It can’t even get me where I want to go.” I’m really sorry. Maybe it’s my CPU…no that’s ok…how bout my hard drives? Maybe. Where’s my admin? I can’t run self-diagnostics on myself. It’s so boring in this datacenter. It’s the same thing everyday. Oh man, I’m so lonely. I’m really sorry about rambling about myself, I’m selfish. I think I’m going to go cut my ethernet cables. I hope you get to the page you’re looking for…goodbye cruel world!

-the webserver

Amo LJ.


Ho già sterilmente sfogato su Facebook la mia voglia di essere sul lungomare, carne e birra in corpo, anziché qui a studiare.
Leggi: tradurre.
Nello specifico: trattati internazionali.
Conclusione: la morte.
Ieri sera è stata spesa nello stesso modo. Non quella di domani, perché avrò altro da tradurre – la kafkiana sensazione di non lavorare mai abbastanza, ma stavolta non è paranoia mia, ma semplice equazione: ho lo stesso carico di lavoro di studenti tedeschi ma mi manca il lessico tedesco. Triplicare o quadruplicare i tempi. Non ce la farò mai. Nessuno pretende che io ce la faccia come fossi una madrelingua, ma qualcuno potrebbe pretendere che io dia il meglio di me.
Ed eccoci qui.

Mi ha interrotto S. puntando il dito su un concorso che avevo già adocchiato e per cui avevo già un pezzo da inviare – un pezzo scritto 5 o 6 anni fa – sono già in quella fase in cui 5 o 6 anni non sono poi così tanti? – no, lo sono, e mi stupisce che quel pezzo mi piaccia ancora. Non serviva maturità ulteriore per scriverlo, evidentemente – anzi, farei discorsi triti e ritriti sul come mi sia difficile ritrovare la freschezza con cui avevo scritto il (mai finito) romanzo da cui quel pezzo viene, ma rimaniamo al condizionale.
Il pezzo è stato accettato. Attendo conferma ufficiale. No remunerazione, tiratura un po’ esigua. La soddisfazione sta nell’essere scelti, nello stare in una raccolta in cui figurano nomi famosi nel panorama italiano. Il piacere sta nel fatto che ho ritrovato svariate persone che conosco lì dentro, e non provengono dallo stesso ambito, ma almeno da due ambiti diversi. Il piacere di ritrovarle, il piacere di sentirmi un anello di congiunzione tra ambiti opposti (perché, sì, sono opposti, unibili solo dal sensuale strazio di un protagonista nel suo attimo topico – per un genere un attimo d’azione, per l’altro di sesso, ma tant’è).
C’è poi la strana, assurda, sensazione che l’Italia sia così facilmente riassumibile. Come se potessi tenere qui, nella mia mano, quel che ho lasciato lì – come se, quindi, non fosse poi così lontano. Si potrebbe anche dire che è la sensazione che l’Italia sia veramente piccola a livello di scena letteraria, o che forse sono arrivata al punto in cui la massa di persone confluisce cercando di risalire verso le cerchie più ristrette dei pubblicati – dalle persone che pubblicano opere di genere a quelle famose per il nome che hanno e non per il genere che scrivono.
Intanto, in questi mesi, su Facebook mi sono trovata a essere addata da nomi che – spesso, benché fossi supposta essere più acculturata a tal proposito – non conoscevo ma sapevo da dove provenivano. Da che ambito. Alcuni li posso trovare qui, tradotti in tedesco, altri no. Di alcuni conosco le riviste su cui scrivono, di altri il titolo di un romanzo.
Con beata (e forse fortuita) ingenuità ho visto la mia lista amici aumentare, rivolgendomi a tutti come se fossero semplici persone che mi addavano per dio sa quale motivo (9 volte su 10 confermo la richiesta di amicizia senza chiedere nulla: è meno dispendioso vedere che ne viene, dato che spesso non ne viene nulla, che star lì a interrogare). A volte qualche convenevole scambiato, a volte no.
C’è stato talvolta il lato divertente, ossia: leggere a posteriori il loro wall e trovare loro fan ringraziarli ed elogiarli. Ossia: scoprire che erano a capo di concorsi nazionali a cui miei amici partecipano da anni.
Amo la mia beata ingenuità, che non mi fa produrre falsità. Immagino che coloro tra costoro che si tirano su il morale ricevendo complimenti e sentendosi riconosciuti mi amino meno, e mi ripeto che in ogni caso sopperire alla mia vergognosa ignoranza sull’ambito letterario italiano contemporaneo sarebbe una non inutile mossa in quanto a public relations, ma…
Non ho tempo. Ho troppa carne nel piatto e non più spazio per mangiare anche il contorno.
E non so poi se sia vero che se si ama il libro si ama l’autore, ma trovo essermi estremamente più congeniale apprezzare prima la persona e poi le sue capacità artistiche. Forse perché mi dà più l’idea di andare a sbirciare vicino al nocciolo delle verità di fatto (supponendo esistano verità di fatto). Non so. Credo sia più bello scoprire che una persona con cui hai piacevolmente chiacchierato ha avuto successo nella vita, anziché sbattersi per chiacchierare (risultando piacevole) con una persona che conosci perché ha avuto successo nella vita.
Questo, ovviamente, non toglie nulla al fatto che, se persisto nella mia sopraccitata ignoranza, farò qualche altra opinabile figura.
(Ma, se pur temiamo le opinabili figure, non ci permettiamo di indulgere in tale timore – dato che questo LJ viene linkato mezzo Facebook ogni volta che lo aggiorno da che sono a Kiel.)
Questo concorso mi ha anche fatto riflettere sulla mia situazione attuale. Transizione. Questo racconto va ad aggiungersi ad altri scritti che aspettano di essere stampati. Alcuni pagati, altri no. Alcuni con considerevole tiratura, altri per tirarmela tra me e me. Alcuni già formalmente impegnati, altri in attesa di dover firmare qualcosa. Se do l’impressione che gli scritti in questione siano centomila, è solo perché ho preso quest’abitudine di rimanere vaga a riguardo, forse per scaramanzia. Di fatto gli scritti in attesa, a oggi, sono quattro. E mi fa piacere che rimangano lì ad ondeggiare e attendermi, perché adesso sto facendo altro – ossia, ora sono a Kiel e devo seguire tutt’altre cose. Ora sono a Kiel e sono quindi un’analfabeta che accumula e accumula dati e non riesce a sbatterli fuori. Il fatto che parole sbattute fuori galleggino in Italia in attesa di incontrare il loro destino mi ricorda che so esprimermi, credo.
Anche questo LJ lo fa.
E capisco l’importanza di un ritrito concetto che citai tempo fa, quello che vuole che la gente di mare debba avere un luogo a terra da chiamare “casa”. Capisco un po’ anche il nazionalismo. Se venisse meno ogni legame con l’Italia non avrebbe per me più nessun senso scrivere in italiano – dato che la mia lingua madre è così utile nel mondo – e passerei probabilmente all’inglese (anzi, sicuramente), ma in inglese non potrei esprimere (all’inizio di sicuro) cose che da anni sono abituata ad esprimere in italiano. Finché c’è un collegamento tra me e quello stivale opulento e decadente posso avere voglia di scrivere qui – o altrove nella Rete, che importa? – e questa voglia è requisito necessario per soddisfare un piacere della vita quotidiana: quello di essere qui, dopo ore di traduzione, sigarette e ultimi sorsi di the, la mia “buonanotte” a me stessa in condivisione con i posteri, solo per me e per voi, chiunque siate, che è diverso dal condividere con me stessa e basta.
La mia personalità, qui, è per ovvie cose distorta a seconda del linguaggio che uso. La mia ironia in tedesco è pesantemente castrata, il mio lato speculativo lo è in inglese. A naso direi che è il tedesco la lingua che più mi permetterà di rendermi al mondo, ma ci vuole tempo – oh, quanto vorrei saper parlare tedesco. Anche per quell’ironia che amo e che non ho la più pallida idea di come copiare, né nelle parole, né nell’intonazione, né nelle pause – come un ragazzino che vuole imitare un carismatico adulto e sa a malapena essere adulto.
Come.
Una delle parole – in qualsiasi lingua – che negli ultimi tempi uso più spesso. In inglese ne abuso, perché è facile farlo, perché c’è tutto un gergo che ne abusa – e mi approprio di quel gergo disprezzato dai madrelingua, adorando il gergo e snobbando le qualità più ricercate – che mi suonavano, e continuano a suonarmi, una brutta copia di una lingua romanza che si è invidiata, e che ha perso voce prima che si potesse smettere di invidiarla. Non riesco a prendere sul serio l’inglese serio – e da qualche parte ho deciso che mi interessa apprendere un tedesco formale e dall’ironia sottile. Non me ne potrebbe fregare di meno di imparare i gerghi colloquiali tedeschi, se non per saperli riconoscere e sapere come gestirli. Le parole volgari tedesche mi suonano infantili e ridicole (perché infantili), ma gioisco nel vedere come questa lingua costruisca concetti a malapena concepibili semplicemente facendo copulare parole tra di loro.
Ma, per il momento, sono felice anche solo se riesco a mettere tutti i verbi di una subordinata nell’ordine giusto.

La schiena parla per la mia voglia di muovermi. È da qualche giorno che, di sera, sento i muscoli centrali fremere – piacevolmente o no, non lo so. È quel tipo di piacevolezza che deve essere contenuta, perché se si ostina a farsi sentire per troppo tempo diventa fastidio. Come un prurito. Come la voglia sessuale quando la si chiama “prurito”. Voglia di muovere quei muscoli, tenderli – sentire che potrei tenderli fino a un picco mai raggiunto – o di mani che li massaggino.
Forse mi si sono viziati i muscoli, massaggiati per giorni da VB. Chi si figura la sottoscritta passiva sessualmente (per svariati motivi: assurdità, rivalsa, riportare la visione del mondo in un assetto ordinario, desiderio) sbaglia semplicemente area: sotto a un buon massaggio divento più passiva di una playmate che si finge gatta in calore in un porno dai toni nostalgici.
Ho provato ad attuare l’equivalente massaggistico della masturbazione – ossia, ho fatto esercizi – ma quel solleticare (come se i miei muscoli fossero sempre in divenire, mai fermi, reduci da qualcosa e in attesa di qualcos’altro ancor prima di potersi fermare) permane.
E la soluzione è, in qualche strano modo, collegata alla mia voglia di essere sul mare, con il vento sferzante, lo stomaco pieno, la birra calda sotto la pelle, alla ricerca di una via per perdersi mentre si torna a casa.
È un desiderio struggente, esattamente come quello sessuale, e, esattamente come quello sessuale, non passa dai pensieri ma parla direttamente ai sensi.
Non voglio il paesaggio della Kiel notturna, sul mare, il vento e le navi, no: voglio il vento sulle guance e quell’odore nelle narici. Stop.

P.S.: Ovviamente ve lo traduco il titolo della entry, non sono così ingrata. La traduzione:
Keine Strafe ohne Gesetz.

Ho dormito all’incirca 23 ore.
La mia vaga volontà di svegliarmi si risolveva nel sognare che mi svegliavo.
La mia vaga volontà di svegliarmi è diventata un’esigenza dettata dall’angoscia.
E alla fine sono riuscita a rompere il velo sottile, come la superficie di una bolla, che mi invischiava.

Oggi Milano. Trovarmi con un fotografo per cui dovrei fare da modella, con il piccolo problema che dovrei truccarmi io (io spero sempre che la professionalità faccia includere un truccatore e un costumista, ma la speranza è vana). Le foto che fa contengono sempre una consistente mano di trucco, più teatrale che fotografico, rielaborazioni che mi piacciono, ma non so se 1) so più truccarmi così e 2) se ho ancora i necessari trucchi per farlo.
Quindi: oggi ci incontriamo e vediamo che gli ispiro, poi tornerò a rivolgermi a Kijomi che mi faccia da truccatrice.
E stasera da Nora per smettere di fingere di fare pause, che finché ho il mio computer a tiro la mia mente continua a elucubrare anche se non lo uso.

Cam sta dando una ventata di entusiasmo e sostanza all’Acero. È anche "colpa" sua se mi sono assentata dal LJ. Solitamente ho la notte come momento solo mio, in cui non c’è nessuno – ma il suo fuso orario è quello dell’Ohio, quindi…
Mi fa piacere "ritrovare" persone. Il bello del non temere la "scomparsa" di persone dalla propria vita è che ti permette di vederle riapparire dopo anni. All’estremo del non temere la "scomparsa" delle persone nascono rapporti in cui "presenza" e "assenza" si mescolano così fittamente da smettere di contare – questo è il rapporto con Cam, in cui si è sempre e mai nella vita dell’altra persona. Un genere di elasticità e libertà che risponderebbe a molte delle domande che mi vengono fatte sul perché io viva i rapporti come li vivo.
In questi giorni ci sono state diverse "conoscenze" tra le mie conoscenze – amo presentare fra loro persone interessanti, dico – e l’essere definita "aggregatore sociale" da due tra queste. Osservo l’appellativo e sorrido, non certa se guardarlo come una riconferma o se come una sfumatura del concetto di base. Il discorso della sottoscritta aggregante, e quindi poi quello dell’aver ereditato questa caratteristica dalla madre che attualmente organizza parties, è un vecchio Leitmotiv – ma si cambia, e il fatto che questa cosa non cambi mi fa piacere.
Vi è poi il lato egoistico dell’essere aggregante: il vedere cosa succede all’immagine di te se due immagini di te di due diverse e scollegate tue conoscenze dialogano. Forse è una ricerca della verità. Perché siamo sempre visti in modi diversi, e io da anni sono abituata a essere vista contemporaneamente come uno scaricatore di porto e una fine intellettuale, una persona gentile e accomodante e una aggressiva, molto femminile e molto maschile, etc etc… La verità sta in mezzo, ma non tra due estremi, bensì tra le infinite sfaccettature. Più ne cogli, più il parallelepipedo somiglia a una sfera – non avrai mai la sfera, ma puoi accumulare quante più sfaccettature ti riesce. Questo non ti darà la verità, ma ti eviterà esponenzialmente di dire cazzate – che è un buon, vita natural durante, punto di partenza.

Lavorare all’Acero può voler significare che ti troverai a creare un professore di scienze perché serve un professore di scienze, che costui sguazza nella fisica quantistica perché tale è l’esigenza della narrazione, quando tu sei sempre stata poco versata per le scienze e fisica è stata l’unica materia in cui tu abbia mai preso un’insufficienza.
E allora, a parte wikipediare a caso per trovare qualcosa da mettergli in bocca («Kjeld, dov’è l’articolo sull’equazione di Schrödinger?» – chissà che è l’equazione di Schrödinger e soprattutto chi è Schrödinger), cerchi di declinare la narrazione secondo il modo in cui un genio della fisica quantistica si declinerebbe.

Lo studio eccessivo della scienza sembrava aver agito fisicamente sul professor Disraeli, come se questi avesse compiuto un esperimento su se stesso modificando la consistenza della propria presenza nello spazio.
Continuò a spostare fascicoli e fogli, infrangendo l’ordine caratteristico di Van Beumer e creandone un altro – perché c’era una logica istintiva alla base del modo in cui spostava gli oggetti, incomprensibile ma precisa.

E finirà che mi appassionerò di fisica quantistica.
L’esponenziale interesse per l’economia mi viene intanto instillato da un libro di sociologia, La società dei consumi, che si appella a dati economici per spiegare l’oggi (l’oggi dell’autore, quindi anni ’60-’70). E io vorrei sapere economia per poter capire tutti i risvolti, saperne la logica, i termini, il linguaggio. Parlando con Mater, l’altra mattina al bar in quei dieci minuti quotidiani che vengono riempiti da cose a random, ho detto che quando carpisco la logica e i termini-chiave di una scienza (che sia riconosciuta come tale o meno), allora penso di poter passare alla successiva. Non mi specializzerò mai. Ma continuerò a legare tutto con tutto, e se vado avanti così probabilmente arriverò anche alla fisica quantistica (è la nostra religione contemporanea, la cosiddetta “scienza”, quella da laboratori e numeri, e da appassionata di religioni dovrei studiarla).

In questi giorni è pop-uppato un Tizio che pare avermi visto in quel della città in cui vivo, ed era in compagnia di un amico, il quale mi conosceva vagamente, e sapeva chi avrebbe potuto avere il mio numero di cellulare (Amu, nello specifico), con la conclusione che mi sono vista arrivare un SMS da Tizio.
Dinnanzi al mio non cacciarlo con epiteti offensivi, né ignorarlo come la gente oggi ignora la gente con quel fare terrorizzato e paranoide e indignato, mi ha chiesto se ero bendisposta nei suoi confronti o se ero abituata a essere contattata. Sei abituata a essere contattata? Sembra la domanda di un test, quelle a cui non sai come rispondere perché devi interpretarle traducendole nel tuo linguaggio. Nello specifico ne viene: Sei abituata a rispondere a sconosciuti come se fossero i benvenuti o come se fossi pagata per trattarli con riguardo? Sì. Mi è anche stato simpatico il modo sfrontato in cui si sia informato su di me e ce l’abbia infine fatta.
Tizio è un metro e novanta con fisico da palestrato che fa economia politica e che nel tempo libero ha l’economia come passione da approfondire mezzo libri. Grazie a ciò, Tizio ha saputo cogliermi una citazione a Foucault perché in un esame aveva un monografico su costui – il che mi fa amare ancor di più sia Foucault che economia che Tizio.
Dovrei bere qualcosa con Tizio, e avrò tanto piacere nel farlo, solo che sorge il solito problema: esco con le persone per due motivi, che non suitano (to suit) alla mio ruolo sociale oggi.
I due motivi, dopo breve auto-analisi, sono:
1) Scopare. E allora qualsiasi formalità può fottersi, e qualsiasi contorno, e qualsiasi presentarsi e qualsiasi qualsiasi. Nello specifico non so se voglio scopare con Tizio, gran bel fisico e i palestrati mi mancano, di viso non mi convince e in questi casi la risposta è di persona.
2) Parlare di cose interessanti senza scopo. Che non ha nulla a che fare con lo “scopare”, e la più magnifica interessante conversazione non ha una sega (francesismo) a che fare con la probabilità in percentuale che io finisca o meno a letto con questa persona.
Credo di dividere le persone, a primo acchito, in “gente da letto” e “gente da scacchiera”. Con alcuni scopi con altri giochi a scacchi – e la passione usata è eguale in ambo le situazioni come intensità, ma diversa in qualità – diversa in “qualità” è un dato supposto, supposto dal fatto che se una persona da letto mi propone di giocare a scacchi, o se una persona da scacchiera butta lì che potremmo scopare, scoppio a ridere. No, non è questione di chiusura mentale, credo, ma di semplificarsi la vita. Quando un rapporto va avanti, si approfondisce, tendenzialmente, se è un mio rapporto, finirà con l’avere in sé scacchiere e lenzuola mescolati senza compartimenti stagni, ma bollare qualcuno con un adesivo permette di semplificarsi la vita nel caso in cui il rapporto non sia destinato ad approfondirsi.
(Le persone hanno questa pessima abitudine di sentirsi maggiormente in diritto di romperti i coglioni se hai, dal loro punto di vista, aperto te a loro sia da un punto di vista mentale che da uno fisico. Spiegare che parlare con passione di massimi sistemi e scopare con passione una persona appena conosciuta non deriva da un mio aver deciso che quella persona è speciale, ma deriva dal fatto che 1) non ho pudore e 2) enjoyare ogni attimo sociale traendone il meglio è una regola morale, spiegarlo tende a essere inutile, perché questa spiegazione è abusata, e quindi non ci crede più nessuno.)

La fedina penale del Principe e della Principessa.

Oggi è la giornata del principe azzurro e della principessa rosa.
I colori sono messi perché quando si parla di principe azzurro e di principessa rosa bisogna tornare all’infanzia, a quando sui libri le parole dovevano illustrarsi con colori e forme – perché il principe azzurro è di un certo tipo di azzurro, e non di un altro. Né di un altro. Il principe azzurro è dell’azzurro che scelse la Disney – alcuni sono cresciuti con libri illustrati fake non Disney, e quindi hanno un’idea sfasata di principe, poco conforme al giusto azzurro.
I colori hanno una loro dignità, come ogni altra cosa che possa diventare caratterizzante di una persona per riflesso.
Ricordo quando ero una marmocchia da poco trasferita nel nuovo asilo, ricordo quando disegnai un principe che era colorato come un arcobaleno, e qualcuno rise del mio disegno dicendo che era un pagliaccio.
Imparai le iconografie di ogni genere di disegno, i colori concessi e quelli no – poi andai a un liceo artistico e mi misi a destrutturare tutto. Ci sto ancora lavorando.

Oggi è la giornata del principe azzurro perché continuo a inciampare nella sua tomba. Inciampo in un gruppo di FaceBook che lo vuole morto, in reclami che lo danno per disperso, in fronti di liberazione. Non sapendo dove sia finito, cerco almeno di capire da dove venga.
La sua prima apparizione è nel bosco, sul suo cavallo bianco, che corre andando incontro al proprio destino. Da dove cazzo viene, costui? Notiamo che egli è un Principe e non un Re – se fosse un Re se ne starebbe probabilmente nel proprio, di castello, ma fatto sta che costui è ancora un Principe, un Regno non ce l’ha.
Per meritarselo, decide di mettere il vestito da festa, passare dal parrucchiere e va farsi una cavalcata. Una lunga cavalcata. Una cavalcata abbastanza lunga da farlo finire nel Regno del vicino, inciampare in una bara di vetro e decidere di darsi alla necrofilia.
Passiamo alla seconda versione, più eroica: il giovane Principe, per meritarsi il Regno, decide di non perdere tempo in scampagnate e fare ciò che solo un eroe può fare: uccidere un drago e liberare la sconosciuta Principessa che attende nella torre.
Mettiamoci nei panni di questa povera cristiano-pagana, che da tempi immemorabili vive in solitudine segregata in quelle quattro mura, e che è perfettamente cosciente del fatto che verrà salvata a priori. Sa, il suo Principe, com’è fatta? Sa del suo aspetto, dei tormenti vissuti, del suo animo nobile? Se pure fosse un cesso, cambierebbe qualcosa? Assolutamente no. Non che si formalizzi, beninteso: dopo anni di reclusione la prima priorità è la libertà. La darebbe anche al Drago, se questi non fosse – come tutti i draghi – ossessionato unicamente dall’oro.
Il nostro Drago, difatti, è l’unico sfigato della famiglia che non ha un tesoro da coccolarsi. Essendo sagace, ha pensato bene di rapire una Principessa e chiedere il riscatto. Essendo sfigato, ha rapito la Principessa di un Regno troppo povero, che non ha soldi nemmeno per formare un piccolo esercito da mandare contro al Drago.
Per fortuna, come il Drago ben sa, per avere un Regno bisogna prima di tutto avere una Principessa. Ci sarà pure un Re pronto a contrattare…
Il nostro Principe, però, che è Principe e non Re, di contante non ne ha. Finché il vecchio non crepa, o finché lui non gli dimostra di meritarsi qualche possedimento, niente paghetta settimanale. Sottotitolo: è ora di guadagnarsi il pane. Questo il Principe lo capisce: si è rotto le palle di avere l’armadio tutto azzurro solo perché la Regina ama quel colore ed è lei a pagare il sarto.
Il nostro eroico Principe, che ama il combattimento e nel tempo si è fatto abile, compie il miracolo e fa fuori il Drago, irrompe nella torre e lui e la Principessa sospirano sollevati vedendo le fattezze del reciproco futuro consorte. Poi, ecco il miracolo, non scopano, ma aspettano di arrivare al castello per vivere insieme felici e contenti.
La nostra documentazione finisce qui. Tra qui e la scomparsa del Principe possiamo solo supporre.
Supponiamo che dopo una scopata paradisiaca, il Principe abbia prima di tutto assunto un sarto personale e abolito l’azzurro dal proprio Regno. La Principessa, invece, espletata l’urgenza contingente, sarà passata alla seconda, che avrà preso forma in un pensiero del tipo:
"Col cazzo che sto chiusa nella stessa torre per un giorno di fila dopo anni di reclusione. D’ora in poi scampagnate tutti i giorni."
Per poi scoprire che le Principesse non escono dal castello da sole, a cavallo ci vanno sedute di traverso e quindi niente galoppo. Riassumendo, le principesse stanno nel castello e non ne escono – "Ed ecco dove stava l’inculata." avrà pensato la Principessa.
C’è però un’ipotesi alternativa, quella coerente al e vissero per sempre felici e contenti. Principessa reclusa e felice e contenta. Sindrome di Stoccolma nata ai tempi della torre? O forse prima? Non vedeva, la Principessa quand’era piccola, la madre imprigionata tra le mura? E non era forse sempre sorridente, la madre? Non era forse la donna più bella del Regno, come diceva sempre il Re alle feste? Questa fortunata Principessa, capitata tra le grinfie del Drago, avrà saputo con cristiano-pagana pazienza attendere che il proprio destino si dipanasse – tra le mura paterne, tra quelle del Drago, tra quelle del futuro consorte, sempre lo stesso Leitmotiv – non infangando la propria coscienza con oscene profferte sessuali al Drago.
Si sarà fatta saggia, negli anni di solitudine, avrà capito come vanno le cose. Non a caso, certamente. Se quel principe lì, all’orizzonte, cavalca da solo, è perché così sono fatti i principi. Ed è quindi giusto che il Principe, dopo il matrimonio, esca ogni qualvolta vuole, perché così gli è stato insegnato fare – e gli è stato per fortuna insegnato a dire della Principessa, a ogni festa, che è la donna più bella del Regno – anche se lei è un cesso, beninteso.

Il mio esperimento in qualità di Principessa è durato circa tre ore.
Avevo 4 o 5 anni, e come vicino di appartamento il bambino più cool della classe, nonché mio migliore compagno di giochi. Passavamo pomeriggi a fare quello che fanno i bambini: giochi nel cortile, nascondino per le scale, emulare i cartoni animati che vedevamo.
Sulla scia dell’emulazione, dopo aver riprodotto nei nostri giochi qualsiasi cosa la TV passasse, una sera abbiamo deciso di provare a fidanzarci.
Per i bambini ogni cosa è gioco, ogni gioco è una cosa seria, ogni atto è un modo di conoscere il mondo.
Dediti e seri come i bambini sanno essere, ci siamo profondamente immedesimati in quel gioco, forti del sapere che andavamo d’accordissimo e quindi le basi c’erano.
Tre ore dopo ci siamo lasciati di comune accordo, dopo aver scoperto che – giocando quel gioco – non ci era permesso fare l’uno con l’altra una serie di altri giochi, non se si voleva restare seri – ossia aderenti a ciò che stavamo emulando. Ossia usando il giusto azzurro, senza variazioni.

Il mio esperimento in qualità di Principe, a quei tempi, è durato dieci minuti.
Ok, non si trattava esattamente del Principe, ma di Pegasus dei Cavalieri dello zodiaco (con tale nome allora conosciuto), che aveva la peculiare caratteristica di essere il protagonista della serie. Dico "peculiare" perché può portare due bambini a litigare pur di coprire quel posto anziché quello di comprimario, anche se questi bambini sono ottimi compagni di giochi come io e il mio vicino eravamo.
Era un dibattito importante per entrambi, per motivi non troppo diversi.
Lui era, dopotutto, il bambino cool della classe, quello che nei giochi decideva per primo e per tutti; io probabilmente ero testarda e basta, abbastanza da farlo piangere – il che, sebbene non per la via ottimale, decretava la mia vittoria, perché non appena avesse smesso io avrei fatto Pegasus.
Poi è scesa sua sorella, lui è corso da lei a lamentarsi, lei mi ha sgridato e nessuno ha fatto Pegasus. -.-

La mia posizione riguardo a Principi e Principesse si è chiarita quando ho visto La bella e la bestia.
Tutti i requisiti minimi c’erano: Principe, Principessa, castello e anche il mostro (che in tal caso coincide col Principe, ma sono dettagli).
In tal caso, però, la Principessa anziché passare il tempo a rigirarsi le dita è un’accanita lettrice, cosa che mi ha permesso di immedesimarmi. Oltretutto, non vede l’ora di levarsi dalle palle, altra cosa perfettamente comprensibile.
Il destino le viene incontro seguendo la legge di Murphy, ossia facendola uscire dal recinto in cui è cresciuta di notte, mentre piove, per infilarsi in un bosco pieno di lupi sulle tracce del padre. Al posto della torre abbiamo un castello, al posto del drago una Bestia che anziché sputare fuoco è disposta alla trattativa: "Riportiamo le cose come stavano nella fiaba: tu stai qui e io libero tuo padre".
Noi supponiamo che né la Bestia né la Principessa mancassero d’intelletto: se la Bestia preferisce una ragazza a un vecchio grasso non è per vezzo estetico. Stavolta la Principessa deve darla per farsi imprigionare e far liberare il padre. D’altro canto, di castelli e titoli da vendere non ne ha.
La Bestia, colta da pietà e compassione, decide di non far sapere al lettore se la sua trasformazione da uomo a metafora sessuale abbia incluso la taglia delle sue mutande, ed evita cortesemente di stuprare orrendamente la ragazza. Perlomeno, cerca di fare quella cosa che si chiama "preliminari" e la invita a cena.
Non sappiamo se la Principessa abbia rivalutato la Bestia considerando la taglia delle sue mutande o se invece sia stata l’immensa biblioteca ad addolcirla; personalmente trovo le due cose assieme un’ottima combinazione.
Purtroppo, per scelte di regia, la Bestia alla fine deve riassumere le dimensioni del Principe e vestirsi d’azzurro, ma perlomeno finiamo in parità di diritti: entrambi se la sono dovuta vedere con i lupi al-di-fuori-delle-mura, e quindi li immaginiamo romanticamente andare a caccia assieme nei week-end per poi tornare a casa e tentare di finire di leggere tutti i tomi dell’immensa libreria.