death

Di valli oniriche e veglie.

Ho letto il messaggio accucciata per terra sulla mia borsa, il cellulare in mano nella penombra dello sgabuzzino/bagno del negozio, nel primo minuto dei trenta della mia pausa.

Avevo accumulato buone news nel corso della giornata, grandi e piccole.
Ero stata a un colloquio in una scuola da cui ero uscita più insicura sull’effetto che io avessi fatto su di loro che viceversa – il che è un’ottima nuova, considerando l’esperienza finora maturata con le scuole italiane d’italiano a Berlino. Ottimo l’insieme: la prima impressione, le condizioni, la retribuzione, il fatto che mi inseriscono nella loro lista insegnanti. Incrociamo le dita e speriamo di riuscire a incastrarla bene con i turni in negozio – ed ecco un’altra piacevolezza della giornata: la consapevolezza che in ventiquattro ore il mio contratto part-time come commessa sarebbe diventato automaticamente a tempo indeterminato. Il che non è poco, quando ti servono entrata fisse mensili e al contempo devi trovare compromessi con altri orari. Una strana, confusa, trilingue vita, quella che sto conducendo, in cui lavoro in un negozio dove posso parlare tedesco perché il lavoro come insegnante d’italiano, pagato tre-quattro volte tanto, non aiuta molto con l’idioma locale.
Sto già divagando?
Sto divagando, già.
Torniamo al punto, Kreatur.
Ottima la pausa che è seguita al colloquio, a casa di G, G che è un incontro per cui il mio cuoricino sarà a lungo grato. Mi rincuora il modo in cui sta in piedi, la testa leggermente reclinata, sistemandosi quei capelli che si sta facendo crescere ma che ricaccia sulla nuca.
Sto divagando di nuovo?
Di nuovo al punto, Kreatur.
Al lavoro, in negozio, ho scoperto non solo che non ci sono problemi se voglio prendermi dei giorni di ferie nel periodo X, ma che nel frattempo, nel mio periodo di prova, ne ho accumulati altri, di giorni di ferie, che devo assolutamente usare: ed ecco una settimana a casa a marzo. Schifo non fa, no? Da festeggiare con uno dei due infusi che mi porto a casa oggi: il chai al pepe rosa o l’infuso di spezie? Da decidersi eventualmente, a casa, con VB.
Poi è arrivata la pausa – un’ora, ufficialmente, ma oggi c’è poco tempo e ne faccio con piacere mezza, e recupererò l’altra poi – e come ogni volta sono andata nello sgabuzzino/bagno del negozio, mi sono chinata per controllare l’ora e connettermi a internet e ho visto il messaggio di Mater. Non ho neanche dovuto leggerlo tutto: mi è bastato sbirciarne la fine. Mi è bastata, forse, la sola parola “Diana”. Il resto è stata una conferma.

Ho ringraziato il miracolo degli automatismi, trenta secondi dopo, salutando con un Bis gleich! i colleghi, diretta dall’orientale da cui mi procaccio tanti pranzi e cene. E’ comodo ordinare sempre la stessa cosa. E’ comodo avere trenta minuti di pausa, avere bisogno di mangiare e fumare: il tempo si scandisce quasi da solo.
Ho ordinato i noodles vegetariani, ho pagato, mi sono diretta a uno dei divanetti del Mall. Avevo già gli occhi lucidi e arrossati, ma è quel poco appena impercettibile che non solo è perdonato dal mondo circostante, ma anche da te stessa. Non conta come superamento di un limite. E’ un accenno, quasi dovuto, un contentino, una scusa per non potersi dire che non ci si è dedicati del tempo – per non potersi dire, insomma, che ci si è lasciati andare senza resistenze alla grande tentazione della psicopatica che non si fa turbare dai sentimenti.
Mentre mangiavo, rallentata dal magone (questo, automatico come un singhiozzo: capita, ma te lo lasci alle spalle, di sottofondo, trattandolo come si trattano tutti i sintomi che non si possono controllare), una parte di me – che di opporre resistenze proprio non ne aveva voglia – ha pensato che era una gran rottura di coglioni. Non il fatto in sé, ovviamente, ma quello che mi sarebbe toccato fare: lutto. E lutto significa tante cose: affrontare i propri sentimenti, scovarli se necessario, scoprire a che cosa siano interlacciati, che cosa tiri che cosa, che cosa cada con che cosa, accettare per l’ennesima volta che c’è un tempo per soffrire e basta, senza strategia, come si accetta un singhiozzo – non tutti, ma almeno il primo sì.
Fare lutto – come qualsiasi pratica che riguardi il vivere i propri sentimenti senza poter scartare a priori quelli negativi – richiede un sacco di energie. E non lo dico perché sono una creatura coscientemente fortemente attratta dalla psicopatia come soluzione a molti mali quotidiani: richiede un sacco di energie a chiunque, in bene o in male, che si costruisca una vita sulla celebrazione dei sentimenti, o che li si viva assieme a tutto il resto. Si può evitare di affrontarli e rielaborarli, certo, ma non penso di essere ancora al 100% pronta a una vita fatta di tic e attacchi d’ansia e paranoie e dioseesistesachecosa. Elaboriamoli, questi sentimenti. Inneggiamo alla vita nel suo insieme, morte compresa.
Dopo tre ore di mal di testa al lavoro, sola in negozio, il peggio – o almeno la prima fase del peggio – era passato. Il ritorno a casa, il farsi raccontare nel dettaglio non che cosa, ma come sia successo. Le solite domande che non riesco né forse mai riuscirò a evitare. Era sola quando è successo? Ha sofferto? Non che Diana se ne faccia granché, ora – ovunque sia, e qualsiasi cosa sia, e se sia, ora, qualsiasi risposta a quelle domande appartiene al passato – eppure, ciò nonostante, non riesco a scartarle dalla mia lista di priorità. Come era successo con Micio, uno sputo di tempo fa (settimane? Mesi? Il mio rapporto con il tempo è sempre più problematico). E per quanto tale argomento – le domande metafisiche attorno alla morte di una creatura – sembrino essere proprio il fulcro dell’argomento, in realtà, in qualche modo, sto divagando di nuovo.
Ritorniamo al punto.
Addormentarsi è stato incredibilmente semplice. Qualche coccola con VB (non troppe o crolla tutto, ovviamente – “non preoccupatevi quando una persona rinuncia del tutto alla sensibilità, ma quando sa dosarla con lucidità”, mi verrebbe da dire) e poi leggere fino al crollo.
Il risveglio è stato più duro: ho immaginato il risveglio nell’altra casa, quella in Italia, e la presenza dell’assenza di Diana. E di Micio. Perché, signore e signori, per quanto mi riguarda siamo a due: due vuoti che devo ancora incontrare e che aspettano il mio ritorno. (Ricordate la buona nuova menzionata all’inizio, quella per cui posso prendermi i giorni di vacanze che mi servono per fare una capatina in Italia? Ecco.) Sarà straziante, in parte. (Una parte probabilmente piccola, nell’economia generale, abbondantemente controbilanciata dall’entusiasmo e dal sentirsi le benvenute in un luogo che si conosce e ci conosce – ma non importa quanto grande o piccola sia: importa che ci sia e sia lì ad aspettarti, fatale come un dettaglio che non riesci a ignorare.) Ma non vogliamo i tic e le paranoie, giusto? Il mondo è pieno di gente con la maturità emotiva di una barbie e con l’autocontrollo di una trottola impazzita. Ce lo perdoneremmo? No. Ma soprattutto: riusciremmo a convivervi? Ecco appunto.
Ma, tornando per l’ennesima volta al filo del discorso, neanche al risveglio c’è stato il tempo di. Il tempo doveva essere dedicato ad altro. Alzarsi, pulirsi, vestirsi, mangiare, uscire, lavoro. Ultima lezione di un corso di italiano. Poi al ristorante con due apprendenti a cui mi sono incredibilmente affezionata. Chiacchierare in tedesco e italiano e intanto qualche coccola alla loro cagna, da poco adottata da un canile ungherese. Una piccola miracolata, la creatura. Cauta e facile all’entusiasmo come molti cani provenienti da canili. L’ho guardata – come ogni volta – nella sua presente ritrosia e ho immaginato la sua futura maggior pace interiore, e ho sorriso: certe cose fomentano la speranza e la gratitudine, o, meglio ancora, una mescolanza delle due cose.
Dopo il meraviglioso pranzo, è venuto il momento forse più assurdo di questi due giorni: quello in cui sono tornata alla scuola per contrattare sul mio (ridicolo) onorario. Il fatto che fosse ridicolo era, da un certo punto di vista, un vantaggio: è molto più facile contrattare quando hai poco da perdere. Ma, per quanto facile fosse, ho dovuto dosare le energie, considerando quelle dedicate al mantenimento della Me Stessa quotidiana. Quella cosa, insomma, per cui non entri in un ufficio a contrattare con gli occhi rossi e lucidi. Ma neanche lontanamente. In Germania, poi, soprattutto in una certa Germania di vecchio stampo, dove neanche ai funerali è lecito piangere (essendo il funerale un momento pubblico-sociale, e non privato-personale, prima che berciate sull’insensibilità dei tedeschi, bitte).
Insomma, sono entrata in ufficio a contrattare e mi sono trovata davanti a una persona con gli occhi gonfi, lucidi, rossi. E no, da qui non si dipanerà un racconto di come io abbia scoperto che a lei in realtà era successo che e bla bla bla e questo spiega perché sia una persona descrivibile con epiteti e bla bla bla per cui alla fine mai penseresti di poterla non dico com-prendere, ma addirittura com-patire, ma poi un giorno la trovi in ufficio praticamente in lacrime e tutta la sua vera storia e bla bla bla. Niente di tutto questo. Non so che cosa le sia successo, e probabilmente non lo saprò mai. Avrei potuto – mi sono detta – approfittare della situazione e tirare uno schiaffo alla sua professionalità (che già, nel mio cuoricino, ho messo in dubbio in passato – più lecitamente, ossia per motivi ben più leciti, di due occhi rossi, che probabilmente non sono neanche un sufficiente motivo in sé) dicendole che forse sarebbe stato meglio se fossi passata un altro giorno, ma non l’ho fatto. Né ho – come pure mi sono detta – tentato di offrirle l’equivalente di una pacca sulla spalla (ci sono tanti modi, qui, di farlo senza scendere nel lacrimevole-pietoso, ma sono sottili sfumature che ancora uso con cautela), perché davanti a tanta caparbietà – la sua nel portare avanti la maschera quotidiana nonostante il trucco palesemente sbavato – sarebbe stato forse peggio. Tanta caparbietà meritava un po’ di rispetto. Tanto più che, persino in quelle condizioni, ha cercato di raggirarmi giocando con i numeri.
Ma comunque.
Sono uscita da quell’ufficio con lo stomaco ancora pieno di buon cibo italiano e con un peso in meno sullo stomaco, consapevole che il tempo di posporre era finito: tornata a casa, qui, avrei avuto quel che rimaneva del pomeriggio per rimasticare i sentimenti.

Diana è morta ieri, Micio prima di lei, e i sogni hanno tanto da dirmi.
Sabato notte – quando Diana era ancora in vita – ho sognato di vivere in una Norvegia molto fantasiosa, fatta di aspre montagne ma dolci valli, in cui conducevo una vita stranamente serena e soddisfacente per essere tanto ripetitiva. Ogni giorno lo stesso percorso sulle stesse stradine, avanti e indietro, finché – nel sogno – non ho visto, in un giardino recintato, Diana. Sapevo che non viveva più con Mater (o con mia nonna, che in alcuni dei miei sogni è ancora viva – ma questa è un’altra storia), per un motivo che oserei definire “neutrale” (non sapevo, ossia, quale motivo fosse, ma quale esso fosse, non mi causava sentimenti né negativi né positivi), ma non sapevo dove fosse. L’ho riconosciuta dalla pancia prominente e glabra, dai peli ingrigiti sui fianchi. E ho scoperto che viveva con una vecchia signora, anch’essa “neutrale”. E le due – Diana e la vecchia signora – diventavano l’ennesimo tassello di questa romanzata vita norvegese di giornate candidamente tutte simili: ogni giorno, andando al lavoro, passavo a trovarle, e le sapevo stare bene entrambe, e ciò mi faceva stare bene.
Al risveglio, ovviamente, tanto bene non mi sono sentita. Per quanto nel sogno il fatto che Diana non vivesse più a casa con Mater fosse un fatto scatenato da cause “neutrali”, nella raziocinante veglia la faccenda è apparsa meno tranquillizzante. Avrei voluto parlarne con Mater – per scaramanzia? – ma ho posposto. (Oh, quanto si pospone.) Ho posposto anche – ed ecco che arriva la stilettata d’ironia crudele – perché mi sono detta che tanto a breve sarei tornata in Italia e mi sarei abbracciata Diana e Moka – quella palla di pelo nero e lucido che si fa chiamare “gatto” – nel modo in cui quei due stavano culo-a-culo nel sogno. Li avrei sentiti su di me come loro si sentivano e facevano sentire l’uno dall’altro nel sogno. Quella mancanza che nel sogno era rappresentata dal trasferimento di Diana sarebbe stata riempita da un semplice gesto, il semplice tocco, quell’insieme di calore, respiro e presenza che dà il senso della presenza di una creatura di fianco a noi. Non sono feticista – sono iconoclasta, come sono stata definita da una persona che mi ha fatto indagare fin troppo bene il significato di “presenza dell’assenza” – ma non tutto può essere saturato da immagini e parole. A volte serve una semplice vicinanza di respiri e calori.

Il respiro riguarda un sogno più vecchio, posteriore alla morte di Micio. In un altro bucolico scenario – una mescolanza di mare e montagna, casa e vacanza – ho sognato lui e la mia defunta nonna. Lui si faceva riconoscere per quelle faticose ma rumorosissime fusa che riuscivano a spezzare non solo il silenzio, ma anche altri brusii di sottofondo. E diventavano, esse stesse, un sottofondo, diventavano scontate, e chissà quanti altri miei sogni hanno cadenzato prima che io realizzassi che cosa erano esattamente, prima che io le riconoscessi come un ricordo di una creatura morta, come qualcosa che ormai poteva esistere solo nella mia testa.
E’ servita la presenza di Micio, in quel sogno, per farmi dire alla mia onirica nonna per la prima volta nella mia vita (che io ricordi):
“Nonna, ma tu sei morta.”
Non che nei sogni precedenti non lo sapessi. Ma, per una contorta forma di cortesia, non lo dicevo. Contorta ma essenziale, questa cortesia, perché la nonna onirica ha reagito come reagirebbe una qualsiasi persona a cui dici che non ha il diritto di esistere e quindi per favore che esca dalla stanza: si è offesa, nel profondo, ferita. Non che io volessi dirle che non esiste come presenza onirica e/o che non la volevo là: volevo solo dire quello che ho detto. Per farlo sapere a lei, ossia a me, forse. E forse sono io, allora, quella che sente una parte di sé minacciata dalla non-esistenza? Cosa devo lasciare uscire dalla stanza?

Non so se adesso, nei miei sogni, si aggiungerà anche una Diana onirica. La nonna onirica (che sembra sempre più, chiamata così, una specie di eroina metafisica) e Micio onirico sono e non sono esattamente le stesse creature che erano da vive: sono morte e, da tali, non possono più morire. Non è proprio una differenza impalpabile, se ci pensate: non devo più preoccuparmi per la loro integrità, fisica o mentale che sia. Da non-vive, non sono più soggette a quell’eterno cambiamento che ci benedice e maledice tutti: sono idoli, purtroppo per loro (o, meglio, per la Me Iconoclasta), statici, o perlomeno dinamici quanto può esserlo un simbolo, che più che roteare su se stesso e così mostrare tutte le proprie sfaccettature non può fare. Stanno meglio di me e tutti voi per il semplice fatto che non stanno.
E capisco un po’ di più i catari, quando sento la dolce tentazione di serbare questi simboli umani e bestiali nella mia testa e indulgervi coscientemente: è la tentazione di diventare subito vecchi (dentro). Di smettere di accumulare e costruire e rischiare, e cominciare invece a godere di quello di cui si è già goduto, ma in forma ridotta (come un brodo ridotto, per intenderci, così tanto da non essere più neanche brodo, se non concettualmente: non lo puoi più mangiare, ma la sua riduzione non ha dato vita a un nuovo concetto differente da quello di “brodo”). Ma non voglio neanche cestinarli ciecamente, capite? Mi tengono compagnia, nella loro imperturbabilità, e capisco i culti dei morti e le loro evoluzioni in formato più o meno istituzionalizzato: tra tanto multiforme caos quotidiano, ogni tanto, c’è il conforto di rileggere sempre lo stesso libro, guardare sempre lo stesso film, fare sempre lo stesso punto a maglia – interagire con lo stesso simbolo, che anziché venire da fuori viene da dentro. E’ un contorto – forse perciò umanissimo – guardarsi allo specchio sapendo che ogni specchio deforma.

Non ho mai capito se sono brava a fare lutto o meno.
A volte, pensate, (come ora, tipo), dedico apposta dei momenti al pianto. Perché si deve soffrire (non nella vita e per principio e diamoci tutti ai patimenti, ma come diretta conseguenza di un evento che ci ferisce), e se piango so che lo sto facendo. E so che sto soffrendo, anche se non lo sento, lo so perché lo deduco, ma solo piangendo posso sentire che sto soffrendo, capite? So che è un ragionamento, più che contorto, che sfiora l’auto-presaperilculo (o forse l’auto-manipolazione), ma questo ho a disposizione. E’ come se mi pompassi il cuore a mille per poterlo sentire ed essere così sicura che batte ancora. Un po’ contorto, anti-economico, ma questo ho a disposizione.

Non ho belle parole per Diana come non ne avevo per Micio come non ne avevo per mia nonna. Sono morti, e non possono sentire (per quanto ne so potrebbero non essere neanche più abbastanza qualcosa per fungere da soggetti in una frase). Non ho in diretta conseguenza neanche belle parole che fingo di rivolgere a loro ma in realtà rivolgo ai vivi che leggono, ai coevi che immagino, ai posteri che verranno – il che mi spiace, perché amo scrivere cose tristi quanto amo scrivere forzati happy endings. Mi spiace, perché adesso ci sono persone vive che soffrono e vorrei soffrissero meno, ma io sono brava a consolare quanto lo sono a scrivere fiabe morali sulla morte.
Per questo su Micio ho taciuto, quando è morto. Qualcuno la chiamerebbe “decenza”, ma di questo qualcuno potrei pensare “moralista”; qualcuno “dignità”, e penserei probabilmente “invasati”. Quale sia il motivo profondo del mio precedente silenzio, fa rima con “onestà”, ma in un senso tutto particolare: quello dell’impossibilità di scrivere di quella morte onestamente offrendo al contempo un pensiero non dico edificante, ma almeno non il contrario. Vorrei che il motivo di quel mio silenzio – e di altri simili – facesse rima anche con “umiltà”, ma – per esperienza – più mi sento umile, più risulto arrogante.
Insomma, ho taciuto, questo so. E una enorme parte di me avrebbe taciuto anche nel caso di Diana – un’enorme parte di me che ha blaterato per circa dieci minuti, ieri sera, per poi venire zittita da un ancor più enorme stimolo, e dico “stimolo” perché oggi – mentre tornavo a casa, consapevole di essere diretta a questa scrivania, a questo scrivere e ogni tanto piangere – mi sentivo come se dovessi defecare. Defecare, proprio, non pisciare. Un accumulo che ci sta dentro, e sentiamo, e sappiamo essere parte di noi, e possiamo quindi tenere lì ancora per un po’, ma non per sempre, perché non è così che funziona il nostro corpo, né la vita, né la vita quando sfiora la morte. Pazientiamo, sapendo che il momento sta per arrivare. Certo, nel caso di questa metafora il momento dell’espletamento corrisponderebbe al defecare in pubblico (sto defecando su un blog), ma, oltre ad aver simpatizzato con i catari, abbiamo simpatizzato con i pietisti, e poi con i cinici (quelli originali), quindi non stupiamoci di tanta urgenza di defecare in pubblico. (Prima che condiate il vostro prossimo aperitivo narrando di come i pietisti e i catari defecassero in pubblico: no, non lo facevano. Ma avevano pratiche di confessione collettiva. Fine della parentesi.)
Scrivere qui è l’ennesimo modo di vivermi nel mondo. Sono purtroppo refrattaria all’essere consolata (mano sulla spalla, parole dolci, contrita pazienza e com-patimento – una serie di cose che mi fanno stringere lo stomaco più dalla rabbia che dalla sofferenza, e non fate a casa quello che leggete qui), e a quanto pare o esprimo sofferenza o parlo. Se esprimo sofferenza, non riesco a parlare. Se parlo, non riesco a esprimere sofferenza. (E’ il motivo per cui, fun fact, alcune persone parlano con estremo distacco di avvenimenti atroci a loro appena accaduti: non è psicopatia – o, almeno, non per tutti.) Se scrivo, invece, riesco a esprimere sofferenza – e viceversa. E va espressa, questa sofferenza. Non vogliamo i tic e le paranoie, giusto? E non vogliamo neanche, un oggi o un domani, essere davanti a una Nonna, a un Micio, o a una Diana, a qualsiasi creatura mi ancorerà a questa terra, e non essere in grado di dar loro tutto quello che vorrei – che vorrò, spero – loro dare, perché troppo contriti in sé, troppo costipati.

(Un ringraziamento sensato forse riesco a farlo: a tutte quelle creature che, ancora vive, sanno offrire tanto quanto i “miei” morti hanno offerto a me nel corso della loro vita grazie al semplice fatto di essere vivi e di essere esattamente quello che erano. E non lo offrono perché così un giorno qualcuno le ricorderà. I ricordi non esistono. Gli specchi, però, sì, e nel loro essere deformanti sono essenziali. Esemplari, a volte. Sapeste quanto ho imparato da Micio e Diana.)

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Cerbero

Ascolto un album intitolato Winter and the Broken Angel, album il cui titolo era scomparso dalla mia memoria. Per anni. Nonostante, all’epoca, esso avesse un’incredibile capacità evocativa a ogni, ripetuto, ascolto.

 

Ho una mancanza di memoria degna di nota. C’è chi ha palazzi della memoria, con ricordi ordinatamente collocati in stanze, angoli, gerarchie di importanza, senso e colore, categorizzazioni che si fanno simbolo e con ciò riescono a dare un senso.
Nel mio palazzo di senso ce n’è poco. E non è neanche un palazzo. Lo è, ma solo per mancanza di termini alternativi. Lo è, ma si estende in orizzontale sconfinatamente anziché avere un sopra e un sotto. Non ho cantine, ma profondità che sono tali per la loro lontananza dall’entrata. E la luce viene tutta da lì: dall’entrata. Mano a mano che ci si addentra, mano a mano che le stanze si fanno più vuote e polverose, la luce viene meno. Scompaiono le persone, appaiono le presenze. Scompaiono gli elementi che posso controllare – sono viziata dal farlo, io sognatrice perennemente lucida – appaiono quelli che agiscono fregandosene dei miei ammonimenti, del mio canalizzare la volontà per plasmare la sfera onirica, del mio sminuirli. Ridono. Piccole manifestazioni del Dio Che Ride.
In fondo – dopo le stanze illuminate e calde e vissute; dopo quelle più risposte, meno battute; dopo quelle che somigliano a soffitte, per polvere e abbandono, o a fontane da cui non sgorga acqua dall’inizio dei tempi; dopo gli antri in cui l’inconscio si cela per comparire all’improvviso e destabilizzarmi – dopo tutto questo, l’intero palazzo converge in una porta. Un singola, poco degna di nota, porta di legno.
Lì dietro c’è il Cane.
Lì dietro, nel fondo di quel luogo che non ho mai esplorato abbastanza, il Cane si alza e scatta nel momento stesso in cui apro la porta e corre verso di me.
Il Cane non è cattivo: è idrofobo. Se fosse cattivo lo potrei relativizzare, circuire, risolvere. Ma il cane scatta sbavando perché è l’unica cosa che sa fare quando si sente invaso – e quello è il suo territorio. Qui, dove le stanze sono quasi del tutto buie e spoglie, o così si fanno immaginare, il Cane è l’unica presenza immediatamente tangibile. E io mi sbrigo, sapendo che il mio tempo è contato: quello che mi rimane prima che il Cane giunga. Quando mi avrà raggiunto il sogno finirà. E allora cerco, mi addentro, veloce per non farmi fermare da quei fantasmi che vogliono ridurmi all’impotenza, quell’impotenza che mi annichilisce. O mi spaventano nell’unico modo in cui possono farlo: mostrandomi le immagini che sono riposte a fondo, molto a fondo, maschere che uniscono su di sé significati di per sé innocui, ma che accoppiati risvegliano il potenziale distruttivo del paradosso.
O rendermi impotente o farmi impazzire – che cambia?

 

Ho pensato a lungo che il Cane non fosse altro che quella Bestia nell’Umano da tanti citata. Ma no, il Cane è più puro. Il Cane non ha limiti, né quindi capacità di costruire architetture per travalicarli. Il Cane è, punto, e perciò irrisolvibile. E’ un tassello basilare del sistema binario che tutto compone – che tutto ciò che è concepibile dall’essere umano compone, perlomeno. E’ al di là del bene e del male. Non posso avercela con il Cane. Anche perché il Cane è una parte di me che ne tutela un’altra.

 

La maggior parte delle volte che sento parlare di Bestia Umana le bestie c’entrano ben poco. La crudeltà, che alcuni definiscono tutta umana, ha come prerogativa la capacità di astrarsi e costruire castelli di giustificazioni e manipolazioni e mistificazioni. In ciò offende l’umano: nella sua capacità di celare la verità all’umano – quale sia questa verità, e che sia una sola o sia tante.
Non odio il Cane. Non posso odiarlo. La sua sincerità è troppo assoluta.

 

Queste lezioni di Business English mi stanno salvando dalla malinconia che ha deciso di ammantare questo periodo. Se n’è approfittata di una serie di fatti, ma i fatti non parlano da soli: li ha usati per dire la sua, per imporsi come le nuvole, non potendo eliminare il sole, lo coprono.
E’ una sensazione nuova, per la sottoscritta. Sono troppo abituata a dover gestire i maremoti e le tempeste interiori per poter concepire che l’esterno tuoni e urli mentre io sono pacata. Pacatissima, considerando il considerabile. Conoscendo me – quella Me che potrei dire vecchia, se certe cose si potessero lasciare nel passato; ma si possono solo ricacciare a fondo, vicino al Cane – mi sarei aspettata che, dinnanzi a simili avvenimenti esterni, avrei reagito in un modo o nell’altro: o essendone sconvolta, se questi avvenimenti fossero riusciti a risvegliare quella parte sopita, o essendone placidamente indifferente – quell’indifferenza che un po’ mi spaventa.
E invece, per una volta, mi trovo placida su un battello ebbro. Mi domando se sia un’evoluzione o un’involuzione – sempre che si voglia riconoscere differenza tra le due cose. Mi domando cosa ci sia oltre le coltri. Mi domando se io non stia postponendo, e con ciò incancrenendo un qualcosa – un qualcosa che non so vedere, afferrare, definire, e che deve risiedere nel territorio del Cane.
E’ la mancanza di paura a stupirmi. Ci sono poche cose che temo di più. La paura con la sua capacità di scardinare e gettare tra onde per cui non mi sono allenata a nuotare – e a trattenere il fiato, soprattutto. A volte è solo questione di saper trattenere il fiato al momento giusto – perché non vincerai sull’onda se non facendoti trascinare, sott’acqua con la corrente per poi riemergere e respirare nuovamente. Il panico ammazza. Letteralmente.
E così, non sentendo paura della paura in questo momento, provo paura. Qualsiasi cosa io faccia, essa si ripresenta in altra forma. Se ne frega dei miei ammonimenti come i fantasmi del mio palazzo, il cui unico potere è quello di saper apparire come e quando vogliono. Non sanno far altro. Non serve che sappiano far altro. Per minacciarmi basta quello – con gesti che sono al contempo minacce e la loro realizzazione.

Amor & morte – e altre puntuali fatalità

Una doccia per lavare via tutto.
Lo stress, il mal di testa, i lutti da consumare e quelli che non consumerai mai, la stanchezza e l’entusiasmo isterico, le movenze da automa e gli automatici sorridi con cui ti consoli.
La chioma sansoniana ancora umida. Ma è sansoniana, e quindi: chi ha voglia di asciugarla?
Se i miei capelli dovessero divenire un simbolo, sarebbero qualcosa di enorme, ingestibile e invadente. Nonché vanesio. Mi oscureranno, un giorno.

VB è partita per fare ricerca all’Archivio Segreto Vaticano.
La immagino, nei prossimi giorni, china in quel suo profilo così seducente – ehy, non sono io a dirlo: è riconosciuto da più persone – mentre si concentra su un qualche documento. So che non aspettava altro e che quindi un po’ lo temeva. Vorrei essere una mosca per osservarla nel momento in cui, in una qualche sala che non so immaginare, il timore svanirà e la ricercatrice verrà a galla. La determinazione ha un suo sex appeal. Forse per questo diventa sexy quando si concentra. O forse lo diventa perché posso osservarla in sé, non mentre si modula per interagire con me.

Sono giorni frenetici e che non lasciano respiro. Sembra di camminare sotto una pioggia scrosciante, una di quelle che non ti permettono di vedere a dieci metri di distanza, e corri e annaspi per qualche secondo nella vana speranza di non uscirne completamente fradicia. Sai che non ci riuscirai, ma ci provi – di default o per qualche istinto ineludibile, chissà – e un po’ attendi il momento in cui i vestiti ti si attaccheranno addosso e potrai finalmente arrenderti.

Sono giorni in cui rimando l’apertura delle dighe.
Non so che cosa ci sia lì dietro – non so se potrò richiuderle. Tento, ora, di lanciare occhiate, perché tacere e tacere porta all’obnubilamento. Io, poi, non ricordo nulla. La mia memoria è così carente da rasentare il grottesco.
E così sbircio, scrivendo qui, l’oltre-la-diga.
Dove c’è L morto e VB che non c’è e ne sono felice e un po’ immalinconita, con lo stomaco svuotato dagli antidolorifici presi e sollevata dall’aver ceduto (non li avrei presi; cerco sempre di non prenderne; che bello, a volte, trasgredire e scoprire il lato positivo di certi patti faustiani: il mal di testa che, improvvisamente, magicamente, svanisce), con T che arriva domani e questo senso di iper-realtà e iper-irrealtà che un po’ coesistono, un po’ s’intervallano.
Ero a casa di L giovedì. Avremmo dovuto, da piani originali, discutere del romanzo che stavamo scrivendo a quattro mani. Di persona si fa meglio, aveva suggerito. Nel piano originale sarei dovuta rimanere nel Lazio più a lungo, qualche settimana, e avrei passato qualche giornata ospite a casa sua. Full immersion nel nostro romanzo messicano. Fantastico. Poi è arrivato un lavoro come insegnante di inglese e… Beh, si riduce. Passo a trovarti un pomeriggio, mi fa piacere. Sì, OK, tanto non sto molto bene. OK, passo appena posso.
L era consunto e smagrito come una persona che sta male. Mi ha ricordato il mio vecchio gatto, L che chiamavo – che chiamo – Occhi Dolci. L dagli occhi azzurri e limpidi e immensi, malinconici ma affettuosi, speranzosi. L che scriveva dei propri personaggi con l’affetto di un Dio che ama la propria creazione, e che mi bastonava con ironia e dolcezza perché io, invece, no. Io sono la scrittrice un p’ snob che architetta, prende le distanze, fa la chirurga. E amali, questi personaggi. E parla con il tuo lettore. E hai ragione, L, lo so, ma sono fatta così. Scrivere con lui sarebbe stata un’immensa sfida. Lo è stata, per quel poco che abbiamo scritto. Avrei imparato ad amare – avrei imparato ad amare il lettore passando dall’amore per i personaggi, che avrei imparato seguendo lui.
Ma L è morto e non ho un cazzo da imparare. E mi sale quel magone che è brutto anche da scrivere. E sta’ chiusa, diga.
Quando l’ho scoperto avevo ancora i graffi della cucciola di cagna che gli girava per casa – una creaturina con i denti ancora affilati e un’esuberante voglia di dimostrare le proprie potenzialità. L, sul divano, parlava lentamente lamentandosi suo malgrado. Non gli piaceva lamentarsi, ma non stava bene. Anzi, stava proprio male. Ma non così tanto male, capite? Ho pensato – anzi, mi ha detto – che avremmo ripreso con il romanzo quando si sarebbe rimesso. Il fastidio di procrastinare ma il goderselo al contempo. Intanto, avrei definito dettagli e rodato idee.
E invece no. Invece un cazzo. L’incipit è lì e scotta. Un giorno lo riaprirò e verserò lacrime bollenti e appassionate come quelle che il caro – come si chiamava? Juan? Pedro? Può essere – avrà versato in silenzio e contrizione nella propria orgogliosa solitudine in quella trama del cazzo che non diventerà mai un romanzo. Amen e mi berrò una Corona a gola chiusa.
Ho evitato di soffermarmi su Facebook per un paio di giorni per evitare di leggere i necrologi. L era amato da un sacco di persone. Facilmente intuibile il perché, ma non mi aspettavo così tanto. Ma non volevo, non voglio, leggerli. Non so perché. Sarà la diga o la vanità o chissà che cosa. Non voglio, ma al contempo mi rimastico tra le sinapsi quel poco che ho letto e sorrido. Una donna mi ha addirittura ringraziato perché lo aveva conosciuto tramite me. Mi ha ringraziato con gratitudine manifesta. Questo era l’effetto di L.
Ho detto a VB della sua morte in tono grave mio malgrado. E poi sono andata ad abbracciarla. Mi è spiaciuto per lei, sinceramente. Di solito, quando qualcuno crepa, guardo perplessa alla sua costernazione. Non conosco vie di mezzo. Il 95% delle persone che conosco, se crepasse, mi tangerebbe quanto un film: al momento lo vivi, ci rifletti, poi finisce più o meno lì, salvo ri-pop-uppare di tanto in tanto quando altri discorsi lo richiamano. Con L è stato diverso. Non so perché. L’ho percepito da quando ho intuito la sua morte nei necrologi. E sono andata da VB e l’ho abbracciata dispiacendomi sinceramente per lei, immaginando che il suo dolore sarebbe stato maggiore del mio.
Come si può comparare il dolore di due persone?
Non si può.
Si suppone, e ho supposto. Supporre che il suo dolore fosse maggiore aveva i suoi lati positivi, ovviamente: spiaciti per lei, ora, non per il tuo dolore.
Ora che VB non c’è, però, che cosa faccio?

Vivo in giorni tra iper-realtà e iper-irrealtà e mi domando, appellandomi alla mia pessima memoria, se non sia la cattiva magia della morte.

Perché poi c’è T. Che arriva domani. Quant’è inverosimile dirlo. T che è iper-reale e iper-irreale nei miei sogni come nei miei pensieri. Morfeo me lo mette tra le braccia come un essere tridimensionale e tangibile, come se l’avessi conosciuto e annusato e assaggiato e toccato tutte le volte necessarie a renderci un corpo familiare. Poi, nel sogno successivo, T non esiste neanche. E’ un parto della mia mente, una costruzione avvenuta alle spalle della mia lucidità – e la restante parte di me, incredula, va a cercare di decostruirlo – ma incappa in quei pochi, pochissimi ma solidissimi, dati che ho su T, che mi rendono impossibile il liquidarlo.
E T arriva domani.
Dopo mesi e mesi vissuti interagendovi virtualmente come se, anziché conoscerlo, l’avessi ri-conosciuto. T che arriva proprio adesso, incastrato tra la morte di L, tra il lavoro come insegnante appena iniziato, tra mille piccole insidiose cose che gridano la loro priorità. T arriva in un momento in cui il resto di me si era così ben strutturato per farsi pragmatico e non pensare – ed è quando il pragmatismo, quando la tangibilità della vita quotidiana si presenta, che T tende a farsi effimero. E invece no, arriva domani. Ed è come se ieri fosse il 16 agosto e domani fosse Natale, e la cosa è così illogica che tutto viene messo in discussione. Ad esempio, il Natale esiste? Il suo arrivo è così reale e irreale che intervallo sorrisi beoti al distacco pacato di una superficialità cocciuta.
T arriva domani e perciò il lutto di L è stato posposto. Mi raccoglierò, poi, in me ed elaborerò. Poi. Quando le mie mani saranno così colme di T che sicuramente qualche granello – di L, di T, di VB che si dà alla ricerca, del lavoro o di chissà che cosa – mi sfuggirà e scivolerà direttamente nell’inconscio senza essere filtrato. Ho detto di essere una maniaca del controllo? Ma solo su alcune cose. Quelle stupide e importanti, direi.
L è stato procrastinato ma non l’argomento del periodo: la morte. T ha sempre tenuto a ricordarmi – o ricordarsi? O ricordarci? – che potrebbe scomparire da un giorno all’altro. All’inizio era un mettere le cose in chiaro che capivo: condividiamo una certa tendenza a sentirci ingabbiati in fretta. Poi è diventata la malattia mescolata al suo lavoro. Poi è tornato il suo lavoro, il suo sparire per due (saranno due? Grazie, memoria, per non servirmi degnamente) mesi sfanculato Dio sa dove, e in quel non-dove è riemersa l’esigenza di ricordarmi/si/ci quanto la statistica sia contro alla sua sopravvivenza. Ero arrivata a pensare – dopo tutti questi mesi di frustrante conoscenza solo virtuale – che la cosa fondamentale era che io lo incontrassi di persona. Che crepasse, poi. Non era un augurio, ovviamente, né tantomeno un’espressione del mio menefreghismo, ma la necessità di dare un nome, di dare carne, a una cosa – persona, in questo caso – prima di accettare il fatto che può venire meno.
E domani arriva.
Licenza di qualche giorno non sapendo se poi dovrà ripartire. Ma non riesco a pensare al futuro, in questi giorni. L’accumulo di cose urlanti la loro assoluta priorità mi ha gettato in un’immanenza quasi totale. C’è il momento, fine. Immagino che la dipartita di L acuisca questa tendenza. C’è il momento e non ci penso neanche tanto. Mi do obiettivi a breve, brevissimo termine. La lezione, domani, con l’ultima studentessa che devo ancora incontrare. So che cosa fare, so più o meno come farlo. Tornare a casa e sbrigare quel che c’è da sbrigare. Una doccia, una cena, andare a prenderlo in stazione. Il momento in cui T – e tutti i modi in cui la mia mente lo evoca – diviene una presenza tridimensionale davanti a me. L’esigenza di aggrapparmi a quello sputo di carne e sangue per riacquisire un senso di realtà, come se dalla sua realtà dipendesse la mia. La frase suona romantica, ma io sono io, e quindi è solo cervellotica: T ha troppe cose in sé che ritrovo in me, e al contempo troppe cose che sono altro da me; T rappresenta, in parte, una parte di me che viene raramente chiamata in causa. Che ha raramente spazio. Che viene raramente seguita. Se lui esiste, quella parte ha senso. No, non è una questione di senso: ha tangibilità. Mentre si preoccupa di spiegarmi tutti i motivi per cui dovrei non volerlo nella mia vita – e lo capisco anche, e apprezzo questa sua chiarezza – io penso a quanto poco contino, a quanto contino solo nella misura in cui lo compongono, a quanto contino solo in quanto parti di lui, non in quanti generali e vaghi concetti da considerare in relazione di un generico e impersonale essere umano.
Come se gli altri fossero tutti santi.
Come se la morte esistesse solo se la chiami per nome.

VB finalmente fa ricerca nell’Archivio Segreto Vaticano, L è morto e T arriva domani.
Alleluja.
Amen.
Ridi, Dio, ridi. Scandiscimi le giornate con la tua risata.