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Indefinibilità.

In questi giorni in cui studio e lavoro s’intersecano e confondono e sovrappongono, a tratti, mentre faccio uscire dalla mia bocca strutture appena apprese per riservarle a unə cliente particolarmente bendispostə, ogni tanto una canzone dai lamentosi toni slavi attraversa il mio spazio-tempo.
Vorrei dare nome a quello che, in questi mesi, con tanto piacere quanta frequenza mi trovo ad ascoltare. Sono note che salgono dalla strada nel finesettimana, incontro in metro nella forma di una persona che le suona di mercoledì (o lunedì o giovedì – non c’è norma, non c’è schema visibile), passano per il computer e io dico:
«Si fermi tutto! E questo cos’è?».
Ma, alla fine della giornata – e quella che segue, e poi ancora in quella successiva, quando ancora mi ritrovo tra le orecchie simili melodie – non so che cosa sia. Non so come chiamare questa tendenza musicale che, dopo essere stata ascoltata una volta, sembra ricomparire, apposta, a ogni angolo. Insisto con il definirla slava, pur sapendo che tale termine è tanto vasto quanto, quindi, in qualche modo offensivo, ma è d’altro canto l’unico appiglio che ho. Per il resto, le canzoni che mi trovo a sentire si presentano con volti diversi: nostalgici, a volte, o invece ridanciani e deridenti come se mi passassero, vivi e noncuranti all’idea della morte, davanti in quel momento.
E, mentre lascio che scandiscano l’ennesima ora, li collego – arbitrarietà per arbitrarietà – alle pagine del Mittner che mi accompagnano in questi giorni di studio e lavoro.
Mittner è quello che ha scritto una Storia della letteratura tedesca più che colossale – ma non per questo sommaria, anzi. Adoro Mittner, creatura di altri tempi eppure distante dai suoi coevi. Doveva essere all’avanguardia quando ha cominciato a scrivere saggi – con quel suo tono ancora accademico nella tenuta, ma ben più vasto e omnicomprensivo dello sguardo che s’immagina negli occhi di un topo da biblioteca. E poi l’ironia, sottile, che non sminuisce la profonda passione con cui passa in rassegna tutti gli autori germanofoni che riesce a ficcare in quelle pagine scritte fittamente, con note ancor più fitte. Vi concentro lo sguardo e tutta l’attenzione mentre in metro, seduta o in piedi, lo leggo. Per tragitti brevi o lunghi. La mattina o la sera. A volte, a letto, sotto le coperte.
Mittner sta fungendo da specchio in cui riconoscermi, in questi giorni in cui ho così poco tempo per stare interiormente con me stessa.
Mittner sta fungendo da filo rosso con cui ritrovare i discorsi che lascio in sospeso.
Questa musica indefinibile, ad esempio. O l’indefinibilità in generale.

Qualche giorno fa, in negozio, un italiano in visita all’amica, di provenienza italiana e ora vivente a Berlino, mi ha chiesto a mento sollevato:
«Sai dirmi perché Berlino piace tanto?»
Per la varietà, di persone e quindi stimoli – che s’incarna, detto in un modo che possa risultare forse più tangibilmente riconoscibile e comprensibile, nel fatto che ognunə può andare in giro come gli/le pare e nessunə per ciò lə guarderà non dico male, ma neanche stranitə. Anzi. Ciò arricchisce la città. La crea. La vivifica. Ci si sente parte attiva di un processo in eterno divenire.
Ma non sono riuscita ad arrivare a dire tanto – le parole non hanno fatto in tempo a essere messe nella giusta forma, nel giusto ordine, e d’altro canto l’italiano già mi stava chiedendo se tutto questo essere diversi dagli altri non sia un’altra moda in sé.
E io, davanti a quest’altra domanda a mento alzato in precoce vittoria, mi sono sdoppiata.
Una parte di me ha capito. Ha capito tutto. Ha capito il riferimento all’essere “diversi dagli altri”, lo ha concretizzato in volti e caratteri e tendenze, e ha anche capito il fastidio in reazione a ciò, e come questo si concretizzi in certe altre persone, che discorsi faccia loro costruire, quali argomentazioni, quali vicoli ciechi, quali strade aperte a futuri sviluppi.
Una parte di me, invece, si è trovata in mare aperto senza più ricordarsi come si nuotasse. O, meglio, a nuotare senza ricordarsi razionalmente come si nuotasse, o così ha pensato, non realizzando che non l’ha mai appreso razionalmente. Eppure sa nuotare. E stava nuotando anche in quel momento.
Detto in altre parole:
Non ricordo più molto bene a che serva domandarsi se essere diversi dagli altri sia una moda in sé. Lo è? Può darsi. Ma, se lo fosse, qui a Berlino – come moda che esiste per farsi notare – avrebbe fallito.
La varietà umana, qui, mi fa pensare a quella delle piante, dei fiori e degli animali che trovo nella strada parallela a quella in cui vivo. A volte ci passo nella speranza di vedere uno dei conigli che vi abitano fare quale saltello di fianco a me. Accade a volte, solo a volte, ma poco conta. Tutte le altre posso osservare corvi e uccelli volare da un ramo all’altro, e le diverse forme e grandezze dei rami, le bacche che vi crescono, o le foglie che li riempiono, e quelle che – cadute dagli alberi – sfumano il cemento con gradazioni di giallo, e i fiori sbocciati e quelli nascosti, e – insomma – i diversi modi in cui gli abitanti decidono di far crescere il pezzo di verde che c’è davanti a ogni casa.
Non c’è niente di particolarmente esotico – o strambo, strano, diverso – nei singoli elementi, sembra. Se c’è – e certamente c’è – partecipa assieme a tutti gli altri a creare uno specifico tipo di paesaggio. Ci sono flore e faune mediterranee, flore e faune tropicali, e le flore e le faune delle specifiche città. Quelle di Berlino sono un groviglio di elementi che, altrove, sarebbero strambi, strani, diversi. Qui sono… come dire?… qui sono, tutto qui. E il lato positivo è che, oltre a poter essere contemplati nel loro insieme, nella loro impressione generale, si fanno sminuzzare con piacere per livelli e livelli, come frattali.
È strana Berlino, con il suo convivere di niqab e neonazisti, rampanti capitalisti e promotori della sostenibilità. Ma poi, se si zooma, risultano strani anche i singoli elementi. Un raffinato braccialetto d’argento sul polso dell’uomo che come capigliatura ha un unico, piatto, lunghissimo dreadlock; un cappello a muso di panda sulla testa della donna in completo elegante. E, se si zooma ancora, la situazione non va che complicandosi. L’uomo potrebbe essere un intellettuale di destra, la donna volontaria in un’associazione per i rifugiati.
Quando si cerca di tornare indietro – alla visione d’insieme – se ne scopre la vanità. Si (ri)scopre quanto sia vano cercare un unico e omogeneo filo rosso che colleghi tutte le parti che compongono un individuo. Berlino aiuta, in questo. Aiuta offrendo abbinamenti tanto improponibile quanto frequenti che rendono inutili le classificazioni. Quella lì sembra una punk anni ’80 mescolata con una rastafariana, e quello un hipster mescolato a una drag-queen, ma quello che cosa è…?
Come si può essere diversi quando si è immersi in un mondo di diversi? Diversi rispetto a chi? E a che pro etichettarsi, quando le etichette non aiutano più a dividere in categorie, essendosi le categorie mescolate tra loro senza pudore?

Se il cliente in negozio mi ha fatto tali domande a mento alto, e con pregustata vittoria, è perché di Berlino si parla troppo. Di troppa poca Berlino, e di questa troppo, e nel modo peggiore – ossia quello che si crede migliore.
La Germania non è la nuova America. Pensavo di essere io quella che la serbava con troppo amore nel cuore, al punto d’idolatrarla, ma (per fortuna) mi sono sbagliata (o forse, vivendoci, ho avuto ben poco tempo per adorare l’idolo). Ho visto troppe persone parlarne male con la stessa disillusione e rabbia con cui si parla di unə ex, colpevole, fondamentalmente, di non aver retto alle aspettative dopo essere statə messə alla prova delle nostre necessità. Tanta acredine non può che venire da troppo cieco entusiasmo. Ho chiara e stridente in testa l’intonazione vittoriosa di chi, in un discorso, riesce finalmente ad agguantare un argomento che dimostra che la Germania non è perfetta, e lo usa come se tale imperfezione potesse frantumarla tutta.
La Germania non è il Paese dei Balocchi. Cioè, può esserlo. Per breve tempo vi tratterà con guanti bianchi e con mille riguardi. Questa sarà l’impressione, se verrete qui da un’Italia che, nella nostra testa, non vi tratta come dovrebbe. Di fatto la Germania vi starà semplicemente trattando come reputa chiunque dovrebbe essere trattato – quel chiunque che, di contro, dovrebbe agire in un certo modo. E quel modo non è usare la Germania come fino al giorno prima si è usata la mamma: per farsi mantenere e stirare le camicie – ché, finché si può… Ma sto già ricorrendo a facili cliché per appellarmi a quelli che dovrebbero essere (stati) i miei connazionali. Questa è la cosa peggiore, sapete? Vedere, qui, delle profezie che si autorealizzano. Stereotipi che si disegnano da soli. Italiani che, quasi si stessero dimenticando cosa erano (e probabilmente è proprio così), ricorrono ai cliché cotti e pronti per attaccarsi a una qualche vaga identità italiana. Ed è comprensibile il sentirsi venire meno quello che si era. Si cambia ambiente, si cambiano parametri. Ci si scinde un po’, a volte – una parte ricorda, l’altra no. Ma non è poi così male. E’ solo straniante. Ma in un modo interessante. Ma sono di parte.
Quel che mi affligge è più che altro la distanza che viene a porsi tra me e le persone, a me care, che continuano a crescere e svilupparsi in un contesto diverso. Diverse coordinate, diversi orizzonti, diversi modi di interpretare le cose e prospettarsele. E, soprattutto, l’inidentificabile – come queste melodie slave che tornano e ritornano a cadenzare le mie giornate, provenendo da non so dove e non so dove andando, e chissà quanto resteranno, e intanto le colgo e accorpo a me.

Non c’è meno inquietudine, qui, né maggior senso. Quello è il mondo, no? Che è fatto così ovunque, se è fatto così nella propria testa.
Ma da qui mi sembra di poterlo osservare meglio – mentre, nel frattempo, vivo come in un’isola che, pur essendo al centro dell’Europa, vive in sé. Attinge da tutto, si fa attraversare da tutto, e forse proprio per questo non riesce a farsi assillare da nessuna delle specificità che la circondano. Come fai a parlare, sia male o bene, dell’Altro, quando l’Altro – sia il cattolico, lo hipster, il neonazista, il musulmano, l’italiano, l’omosessuale, il cinese, il capitalista – non solo è ovunque attorno a te, ma è proprio davanti a te mentre ti vende quello che compri tutti i giorni? Alla fine si parla di tutti e tutto come se nella stessa stanza ci fosse l’intero mondo ad ascoltare – perché non sai quale parte di quel mondo, in quel momento, effettivamente ci sia. E’ una specie di panopticon culturale che, anziché indurre al silenzio, spinge a trovare nuovi modi di parlare l’uno dell’altro senza né includere né escludere. Un po’ per buona creanza – questa è l’impressione iniziale – un po’ per convivenza – questo diventa il fatto poi – un po’ perché poi diventa insensato fare altrimenti – e questa è, credo, mera abitudine, per quanto sia un’abitudine da me adorata.

Ho pensato, oggi, a tutte le volte che ho sentito fare battute su omosessuali e islamici (argomentoni del passato e del presente), a cui ho reagito seriamente, per poi sentirmi dire che “era solo una battuta”. Ho pensato, con uno strano cuor leggero, che la risposta che segue è semplice, semplicissima, così semplice da essere diventata un tabù. Suona volgare come un “E tu sei unə coglionə – ma è una battuta, eh”. Perché se una battuta si può fare su una persona, allora si può fare su tutte. Ma non funziona così, vero? Le battute su certe categorie funzionano quando le categorie non sono presenti o, peggio, quando la loro presenza è una minoranza che non detiene granché potere.
(Ehy, vale anche per tutte le battute sugli uomini e sulle donne, su quelli del Nord e del Centro e del Sud, sugli avvocati e sui salumieri – su chiunque, ma proprio chiunque, perché quel che conta è il tono, e l’aspettarsi o il non aspettarsi che la categoria menzionata abbia il diritto e il potere di farti ingoiare quella battuta. E’ il segreto per cui non è la parola usata che conta, ma il presupposto e l’intenzione.)
Mi sento in un’isola perché qui, in una città con neonazisti e donne in niqab, alla fine della giornata sono meno stressata da questi immensi dettagli di quanto lo sarei – e sono stata – altrove. E’ un piccolo delizioso paradosso che mi tengo stretto stretto al petto, cullandolo e coccolandolo. Non rende la vita meno atroce né meno folle – è un paradosso, d’altro canto – ma mi fa sentire centrata. Più pronta a più cose, in un certo senso. Esiste una parola per questo?

(Ricordatevi sempre che questa è la mia Berlino, che coesiste assieme a tante altre, che probabilmente ne sono l’esatto opposto – ci sono Berlino fatte di faide irrisolvibili, Berlino tutta-natura e Berlino solo-cemento; Berlino in cui tutti si omologano e altre in cui nessuno parla veramente con gli altri; etc etc…)

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ə

Penso di non aver mai scritto così tanto in tedesco in vita mia.
E, mentre cerco di farmi diventar naturali i vari “con ciò”, “dei quali”, “al fine di” (nonché tutte le varianti tedesche dei “ci” e “ne” italiani che da soli tutto riassumono), mi domando come io abbia fatto anni fa a scrivere saggi brevi in tedesco sulla letteratura e storia tedesche. Che acrobazie ho fatto, non tanto per scrivere correttamente quanto per, semplicemente, scrivere qualcosa di sensato?
Probabilmente la risposta fa rima con “esigenza” e “pietà”.

Nel giro di due settimane si è passati dalla tarda estate all’inverno inoltrato.
Fa freddo, quel freddo insistente tipico dei primi giorni di gelo, come se l’intera città – mio corpo incluso – dovesse ancora abituarsi a resistergli. Il freddo è scivolato sotto le porte, tra le finestre, attraverso i vestiti, e si è conquistato pavimenti, pareti, lembi di pelle. Sono giornate da passare in casa sepolti da una coperta, un tè al fianco (il mio è in preparazione) e all’altro il lasciarsi andare al sonno di chi è stanco di combattere il calo delle temperature.

Settimana prossima finisco il corso di tedesco B2.2 e a fine mese inizio il C1.1.
(Per chi si fosse persə* le puntate precedenti, i livelli sono: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, a loro volta suddivisi in A1.1 – A1.2 – A2.1 – A2.2 – etc… L’A1.1 è «Io chiama Tizia e viene da Italia», più o meno. Il C2 è una strana creatura tutta immaginaria che parla l’italiano di Umberto Eco ma senza essere madrelingua.)
Ovviamente, come ho appena cercato di far intuire, i livelli del Quadro Europeo sono tutt’altro che obiettivi descrittori. Mentre frequenterò il C1.1 avrò ben poco della fluenza e del vocabolario che le descrizioni del livello suggeriscono, ma è già un bel raggiungimento. Anzi, è soprattutto una curiosità: non ho mai studiato l’inglese fino a questo livello, lasciando che fosse la “vita vera” (enfasi qui, grazie) a insegnarmi gli ultimi livelli. (C’è poi da dire che i livelli di complessità dell’inglese più complesso effettivamente usato non sfiorano neanche quelli più che raggiunti e superati dal tedesco – o dall’italiano – di pari livello. Anche perché altrimenti «Adieu, lingua di scambio internazionale!») Ma abbandoniamo il Quadro Europeo e la sua incoerente astrattezza e andiamo in direzione di un astratto più concreto:
Sto leggendo in tedesco.
Dopo essermi avventurata per le pagine di Der Vorleser, già letto in italiano (e film visto in italiano e inglese) e suggerito appositamente per il livello B2, ho fatto il salto dal trampolino: sto per finire un romanzo in tedesco che ho iniziato a leggere dal nulla, nella piena e totale e disorientante ignoranza. E – l’ho detto? – lo sto per finire. E questo è – indovinate? – rassicurante. E sapete perché?
Perché adesso posso entrare in una libreria di Berlino ed effettivamente scegliermi un libro. (Magari dalla prosa meno complessa di quello che mi attende sul comodino, definito da un madrelingua “poco comprensibile anche per unə tedescə”.) Perché sempre più potrò, sepolta da una coperta e con una tazza di tè al fianco, rilassarmi leggendo libri che posso trovare in qualsiasi libreria. Perché, insomma, costruisco passo passo la mia Gemütlichkeit a Berlino.

* Vi piace lo schwa ( ə ) usato per creare il genere neutro?
Facciamo partire le scommesse su quantə grammar nazi che sbagliano l’uso di “alcunə” e non conoscono la differenza tra “egli/lui/esso” lo troveranno insopportabile? Per chi fosse curiosə, invece, ecco la pronuncia. Trovate lo schwa in inglese, tedesco, francese e – per i conservatori dell’identità linguistica nazionale – in napoletano e piemontese. Adotta anche tu lə “ə”! (Ok, qui ho esagerato di proposito.)

Il dilemma del trapassato prossimo.

Mentre faccio pausa dalla preparazione della lezione di martedì (vorrei tanto parlarvi dei miei apprendenti – passati, presenti e futuri – ma non soltanto c’è di mezzo la solita questione della privacy, che rispetto, ma anche un accordo di riservatezza firmato: affinerò sempre più l’arte di parlare di tutto senza parlare di niente, o viceversa), riprendo in mano il romanzo che sto leggendo (L’uomo che metteva in ordine il mondo di Backman) e lo apro all’altezza del post-it a pagina 123:

Un’ora più tardi, sono di nuovo nel garage di Ove. A quanto pare, l’imbranato ha un braccio e una gamba ingessati e dovrà restare in ospedale qualche giorno. Mentre Parvaneh lo informava, Ove aveva dovuto mordersi il labbro per non farsi scappare una smorfia di disgusto.
Ora toglie i fogli di giornale dai sedili della Saab, che puzza ancora orribilmente di gas.

Notate qualcosa di strano? No? Rileggetela di nuovo.
Ancora niente?
Neanche se vi dico consecutio temporum?
Dirvelo, più che aiutarvi, vi confonde? Un po’ confonde anche me, lo ammetto. Non sono neanche sicura di non averla menzionata a sproposito. A dirla tutta, non sono neanche sicura che lì ci sia un errore. D’altro canto l’uso del passato prossimo e del trapassato prossimo, quando usare l’uno e quando l’altro a seconda del tempo principale della narrazione, o meglio, del tempo a cui si riferisce, è stato al centro di diversi scambi che ho avuto con gli autori e le autrici di alcuni racconti che ho editato (nonché di qualche scambio con un’editor di professione).
Potrei, come ho fatto con gli autori e le autrici e l’editor di cui sopra, parlarvi di come il trapassato prossimo si usi per riferirsi un’azione che è passata rispetto al passato. Quel giorno mi svegliai alle 6. Mi era già capitato di svegliarmi così presto. Così come il passato prossimo si usa per riferirsi a un’azione che è passata rispetto al presente. No, grazie, non mi va un caffè. Ne ho già bevuto uno. (Paradossalmente, ma neanche troppo, ho imparato a razionalizzare l’uso del perfetto in italiano apprendendo quello inglese. Ma comunque.) E quindi:

Mentre Parvaneh lo informava, Ove si è dovuto mordere il labbro per non farsi scappare una smorfia di disgusto.
Ora…

(C’è un’altra postilla, a proposito di modali e tempi verbali: in teoria si dovrebbe usare, come ausiliare dei modali, quello del verbo che segue il modale – mordersi, qui, e quindi essere. Ma questo è in qualche modo secondario nel discorso che sto cercando, molto alla larga, di farvi.)
Gli scambi che ho avuto con autori e autrici mentre editavo sono stati dovuti proprio al caos che si spalanca quando in una narrazione usiamo flashback. C’è una linea narrativa al presente (No, grazie, non mi va un caffè, ne ho già bevuto uno.) e una al passato (Ma ieri sera lo avrei accettato: alle sette non avevo ancora bevuto un goccio di caffè.). Così sembra semplice. Quando però ci mettiamo a scrivere un racconto in cui presente e flashback si intervallano e richiamano l’un l’altro, il tutto sulla scia dell’ispirazione, a volte ci si perde. Per una frase, o per interi paragrafi, o addirittura per interi blocchi di narrazione.
Ma sto divagando.
(Ho detto che la sto prendendo molto alla larga, vero?)
Se ho messo un post-it all’altezza di quella pagina è stato perché quel trapassato prossimo poco convincente mi ha fatto ri-riflettere su una questione più ampia: quella della semplificazione della lingua. E non semplificazione nel senso di: Diciamo la stessa cosa ma con meno parole. E’ più un: Smettiamo di dire certe cose perché perdiamo la capacità di utilizzare le forme con cui esprimerle.
Oppure diciamo, senza volerlo, cose diverse, o cose ambigue:

«Ti va un caffè?»
«L’avevo già preso questa mattina.»
«Sì, ma adesso te ne va un altro?

Oppure succede il contrario: la mancante padronanza di una struttura fa sì che non venga neanche riconosciuta.

«Dal suo punto di vista, se tu l’avessi trattato bene, ti avrebbe risposto diversamente.»
«Ma io l’ho trattato bene!»
«Ma dal suo punto di vista l’hai trattato male. Quindi, se
dal suo punto di vista tu l’avessi trattato, diciamo, diversamente da come l’hai trattato dal tuo punto di vista…»
«Ma io non l’ho trattato male!»

Per casi come questi (e la loro escalation che fa sì che una serie di notizie in congiuntivo vengano rilette come fatti assodati all’indicativo; o che eventi di vent’anni fa vengano riletti come se fossero accaduti l’altro ieri, quindi come ancora rappresentativi delle tendenze attuali, senza considerare le svolte che hanno seguito un trapassato prossimo) si esce dalle discussioni prettamente linguistiche e si sfocia in altro. Non so bene che cosa sia, quest’altro. Non so quanto distante o vicino sia (d)all’analfabetismo funzionale. So che è un qualcosa che non riguarda più soltanto la padronanza di strutture della lingua, ma la capacità di rappresentare fatti e opinioni e di interpretare le rappresentazioni linguistiche di un fatto o di un’opinione. Che è una questione che è tutt’altro che intrappolata nei libri: è il pane quotidiano di tantissime cose, tra cui la pubblicità (che, nella maggior parte dei casi, non mente, perché non può mentire; ma può usare la lingua apposta perché sia vaga e conduca, nella sua vaghezza, all’interpretazione più utile a chi vende).
Non è un problema nuovo, né per il mondo né per me. Ma sta diventando un problema per me più cruciale ora che vivo in Germania. Ora che, ossia, la mia esposizione alla lingua italiana è limitata, e quella alla “buona lingua” dipende sempre più da ciò che leggo. Ed è importante, ciò che leggo, in queste settimane in cui il mio numero di refusi ed errori in italiano è esponenzialmente cresciuto mano a mano che apprendo il tedesco. E’ una fase e da tale passerà. Nel frattempo, dipendo dalla lingua esterna a me come una poppante. Dipendo dalla lingua a me esterna come qualsiasi persona le cui abilità linguistiche stiano andando formandosi (beh, dai, un po’ meno – o forse un po’ più, chissà). Per questo, quando inciampo in una frase che non mi convince, vado in paranoia in loop:
Ma quella frase è veramente scorretta?

Di cose che ricorrono senza mai essere occorse.

Winter is coming.
Lo si dice tutt’attorno. Lo dice il cielo certi giorni, e la luce che entra spenta come se si fosse in un interno artificialmente illuminato. Lo dicono le persone, quelle di qui e quelle che qui sono arrivate. Di premunirsi, dicono, prendere tutto il sole possibile, ricaricarsi come piante, e preparare le vitamine e i colori, colori in casa e luce di candele e lampade che ridiano alle camere un po’ del calore estivo.
Me lo diceva qualcosa, quest’estate, mentre cenavo con amiche. Ho detto loro di questo mio timore, questa mia quasi soggezione all’idea dell’arrivo dell’autunno. Di quanto spietata la sua idea sappia essere.

Viaggiare ridimensiona l’esoticità delle cose.
Qualche mese in Inghilterra, ed ecco che l’immaginario di Burton sembra un’appena creativa scopiazzatura di una vecchia casa inglese mal tenuta.
E ora, qui a Berlino, la minaccia di quest’inverno che arriva.

Intanto, le routine riprendono posto.
Sul tavolo: libri di tedesco, dizionari, schemi e appunti.
Sul letto: libro di italiano, fotocopie, lista presenze per il prossimo (si spera, se viene confermato) corso a venire.
Nel frigorifero ancora cibi da mangiare crudi, in testa già zuppe fumanti in cui intingere pane turco ricoperto di sesamo.

Le letture, questa volta, sono un po’ fuori ritmo, così difficilmente associabili alla quotidianità.
C’è un Der Vorleser da riprendere e finire, e intanto un L’uomo che metteva in ordine il mondo in lettura. Nella sua traduzione è inelegante, incespicante, mancante di sprezzatura. Così ieri, distesa sul letto per prendere altro, ho riaperto Il colpo di grazia di Yourcenar, ricordandomi del come, quando e perché me ne fossi innamorata. Potrei rileggerlo, così come dovrei rileggere L’opera al nero. Intanto, ci sono altri libri in attesa.
Il Mittner – colossale antologia della letteratura tedesca – nei suoi tre volumi che vanno dal 1820 al 1970 (e quanto mi spiace che Mittner, essendo morto, non possa scrivere di ciò che è venuto dopo). Un libro sull’etimologia delle parole tedesche, un Genet (l’ultima cosa sua in prosa che mi rimanga da leggere – e poi esaurito, come la Yourcenar, nell’attesa di poter, forse un giorno, leggerli in francese e innamorarmi da capo), un noir/thriller/whatever tutto contemporaneo da recensire, e poi chissà che mi riserveranno i mercatini delle pulci in inglese e tedesco. Verranno probabilmente altri romanzi di Schlink, la cui prosa è approcciabile in tedesco, e un giorno – chissà quando – Die Kunst der Bestimmung, romanzo che a detta di un madrelingua è a malapena approcciabile dei madrelingua (ma me ne sono innamorata; della storia, dei personaggi, dello stile che riesco a sfiorare quanto basta per desiderare leggerlo). E, nel mezzo: altri Foucault. Le parole e le cose che attende di fianco al cuscino. Un paio d’altri libri in italiano, un saggio sul Seicento. E poi chissà. Potrei divorarli tutti (a parte l’inapprocciabile ai madrelingua) in pochi mesi o vederli languire per metà anno, o forse più.

Una volta mi struggevo al pensiero di non riuscire a riportare accuratamente, e in un modo che mi permettesse di renderli ripercorribili, i miei percorsi mentali. Non so se nel frattempo io mi sia arresa, o se sia venuta meno la motivazione, ma è da un bel po’ che smetto di preoccuparmene. In compenso, ora vorrei fare lo stesso dei piccoli passi che compio quotidianamente. Non interiormente, né nel mondo là fuori: mi basterebbe tracciare quelli assorbiti dalle assi di legno di questa casa. Lo scricchiolare e il gemere dei pavimenti, il vento che bussa alle doppie finestre, lo scrosciare di un temporale estivo. Il quasi atono miagolare della gatta, il suo grigiore quasi perfetto, la luce azzurrina di alcuni momenti della giornata, così opposta a quella quasi dorata di altri. Cose così. Quel che compone una quotidianità. Per non parlare di quello che scopro all’esterno.

Credo di stare riuscendo nell’intento di vivere con vividezza il presente – che, credo, sia un modo estremamente ridondante di dire semplicemente “vivere il presente”. Ma tengo a quella “vividezza”: è ciò che mi fa fermare, a volte, in punti diversi tra loro o che si ripetono, annusare l’aria, o ascoltare un suono, o fissare un punto, e sorridere. Nel suo bene e nel suo male, mi sento come immersa in un quadro vivente. Del quadro ha quella perfetta e imperfetta al contempo miscela di elementi selezionati ma che occorrono con naturalezza, ma è vivente, e mi ci muovo e lo percepisco. E’ in qualche modo mio: entra direttamente a far parte della mia esperienza senza bisogno di essere rielaborato a posteriori. E sono atroci, questi momenti: sono così improvvisi e sfuggevoli da svanire in fretta dalla memoria.
E a proposito di memoria (tema tanto importante in questa città): a volte, camminando per una via, mi sembra di riscovare vecchi ricordi, di quelli che sono quasi pura sensazione. Non è né il palazzo sotto cui sto, né la luce delle sue finestre, né quella naturale che tutto circonda, né la musica di sottofondo, né la temperatura impalpabile: è l’insieme scomposto di tutto questo. E così torno a momenti così indietro nel tempo da non saperli datare, né so più dire che cosa, ai tempi, avessi associato a quella sensazione. Erano aneliti, parte di quello che poi avrei potuto chiamare Sehnsucht (nel senso più generale, quello che amo), e ora si ri-realizzano, e con ciò aggiornano, modificano, come se stessi girando una nuova versione di un vecchio film mai girato.

Di prussiani, Multi-Kulti e libri esclusi per poi essere ritrovati.

Sono appena passata da quella che chiamiamo “sala ufficiali” (il soggiorno comune con quel gusto un po’ retrò) per accarezzare la gatta di casa di passaggio. Stesa con la sua imponente figura sulla poltrona (con quel gusto un po’ DDR), mi ha guardata con una strizzatina d’occhi tra il riconoscente e l’infastidito. Come al solito. Come un “solito” a cui mi piace tornare.
Se voi foste nella mia testa, vi direi che la sala ufficiali è un po’ prussiana – sarebbe l’unico modo di rendere tale affermazione, anziché sgraziata e naïf e kitsch, semplicemente affettuosa come risuona tra i miei pensieri. E nei miei sogni.
È di due notti fa il sogno in cui il protagonista era un giovane Hohenzollern (non so quale, statisticamente un Friedrich) della modernità. Io ero i suoi amanti, sia lui che lei, e un po’ anche lo Hohenzollern – il tutto perché il sogno fungesse da cammeo di quella “durezza fuori e tenerezza dentro” che caratterizza l’immagine storica della cultura prussiana. E che è rassicurante come un vecchio Leitmotiv che conosci bene, come Jan di Leida e il Pietismo, e tutte quelle cose che hanno compartecipato alla formazione della tua cultura personale per tua scelta e non per caso.
La voglia di percepire quel rassicurante senso di semi-appartenenza – a qualcosa che hai fatto tuo, non che ti ha fatta sua – è uno tra i motivi principali per cui sono qui, a Berlino, che è in Germania ma non è esattamente Germania. Posso godermi il Multi-Kulti che riempie le strade mentre palazzi dall’aria un po’ prussiana, nonostante il prussianesimo fosse già storia quando sono nati, mi osservano dall’alto delle loro altezze un po’ gotiche.

Oggi ho scaricato la mia prima fattura. Ho un conto in banca e una serie di must burocratici che potrei elencarvi per il gusto di blaterare suoni tedeschi e basta, non avendo tali termini spesso un equivalente nella burocrazia italiana. Quel che è più direttamente traducibile è il foglio che attesta che verso metà luglio inizierò un corso intensivo di 75 ore di tedesco, livello B2.1. Sono già iscritta per quello successivo, a settembre, il B2.2.
(Prima di perdervi rovinosamente nelle scale dei livelli di conoscenza delle lingue europee, funzionano così, dal più basso al più alto: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, più tutti i mezzi livelli. Un madrelingua è in automatico un C1, più o meno.)
Le buone nuove, a parte l’iscrizione in sé, è che ieri ho fatto – per puntigliosità tedesca – un test per rassicurare un insegnante del fatto che ho appreso abbastanza il B1.2 per poter fare un B2.1 di 75 e non 100 ore (come di solito i corsi sono) senza rischiare di rimanere indietro con il programma. Ben fatto!, mi ha detto. Sì, ma poi non so parlare così bene, gli ho risposto guardando il test perlopiù grammaticale. Ma è sempre questo, il problema, quando si studia tanto mentre si fa un corso intensivo: il sempre troppo poco tempo per rendere fluente quel che si apprende e per ampliare il proprio vocabolario – che, nel caso del tedesco, è di una specificità che non ricordavo.
L’altra buona nuova è che tutto questo significa che, se le cose procedono con l’attuale ritmo, per il 2017 starò studiando a livello C1 – che è l’unico che per me, dalle basse aspettative, conta. Avere un certificato che attesta che si è C1 significa poter ufficialmente dire di conoscere la lingua senza ma e senza se. Ma “poter dire ufficialmente” è una magra consolazione, per la sottoscritta. Sarò abbastanza soddisfatta quando sarò in grado di leggere romanzi in tedesco gustandomeli decentemente. E sarò veramente soddisfatta solo quando sarò in grado di scriverne – ma non ho idea di quanto mi ci vorrà, e se tale obiettivo continuerà a rimanere come parametro.

Rimettermi a studiare una lingua mentre vivo nel Paese in cui viene parlata (l’esperienza anglosassone non vale: l’inglese è caso a sé) mi ha fatto (ri)realizzare quanto dell’apprendimento di una lingua non riguardi la lingua in sé, ma il suo uso, e quindi il suo contesto d’uso, la sua cultura di provenienza e riferimento. L’intraducibilità di alcuni termini fiscali dal tedesco all’italiano è un buon, ma noioso, esempio. La frequenza dell’uso del verbo genießen (che, più o meno e male, può essere tradotto come “godere”) è invece un esempio più interessante e complesso al contempo.
Ho imparato, prima di imparare a imparare una lingua, a vivere una lingua che non conosco bene senza sentirmi estromessa. Vivo in un mondo scritto e parlato perlopiù in tedesco, e mi sento a casa. Benché questo indubbiamente dipende in parte dal mio specifico amore per questo idioma, il motivo ha più a che fare con una scelta semi-razionale, una scelta strana, la scelta di prendere il meglio e non il peggio del vivere in un contesto che linguisticamente ti è ancora un po’ oscuro.
(Ad esempio: mi hanno appena chiamato per l’ennesima pratica burocratica in tedesco e il mio cuore non ha accellerato i battiti. Un miracolo, per la me di qualche anno fa.)
Le lingue sono un po’ come le persone. All’inizio, quando le conosci e capisci meno, ti attraggono con tutto il fascino di ciò che deve ancora essere esplorato. I loro gesti, semanticamente vuoti, possono essere riempiti dalle tue ipotesi, dalla tua immaginazione. Riesco ancora, a volte, a sentire nel tedesco quell’esotismo che caratterizza gli idiomi che non comprendiamo: li ascoltiamo come sequenze di suoni, come musica senza parole. Quando si fanno comprensibili, lo diventano in bene e in male: si sente quella lingua usata per dire le cose più becere, la si sente usata approssimativamente come un utensile maneggiato con poca grazia, ma se ne scoprono anche gli usi più inaspettati, più creativi e ricchi di sfumature, ed è quello che non vedo l’ora di poter fare.

Nel frattempo, mi faccio abbracciare e cullare dall’inglese. Mi aggiro per mercatini delle pulci comprando romanzi in inglese a un euro. Approfitto del limite, le limitate risorse economiche investibili, rendendola un’occasione di leggere tutti quei titoli che prima avrei escluso troppo velocemente.
Ho letto un romanzo apocalittico sulle nostre tendenze apocalittiche, di recente scrittura; uno pubblicato negli anni ‘90 in una collana dedicata a tutte le sfumature del queer, ambientato in un’Inghilterra incastrata tra il vecchio Comunismo fallito e il nuovo millennio con tutte le sue promesse e minacce; un candido resoconto del post-9/11 visto tramite gli occhi di un bambino testardo; e sto leggendo Pratchett, finalmente, uno di quegli autori che mi sono sempre detta che avrei dovuto leggere perché tanto apprezzato da alcune mie conoscenze che stimo (e, ora che lo leggo, scopro che la degustazione non mi fa troppo allontanare dalla mia prima impressione: c’è un qualcosa, in certi autori inglesi – più inglesi che britannici, credo – che proprio non riesce a convincermi, ma non so che cosa sia. Inizia con petty ma è camuffato da cottage). Mi aspettano un romanzo storico che ha come protagonista una cortigiana, che avevo precedentemente puntulmente bocciato; e un vecchio romanzo post Seconda Guerra Mondiale sulla condizione dei reduci scritto da una donna (combinazione troppo interessante per ignorarla). E poi chissà che altro troverò, in questi mercatini dalle mille sorprese.

Questa “sospensione” della certezza della lingua mi fa sentire a mio agio. Vivere in un luogo in cui così tante persone sono consapevoli dei propri limiti linguistici (i non-tedeschi con il tedesco; i tedeschi con l’inglese, lingua che ha soppiantato il tedesco in alcune realtà) è rinfrescante: impedisce la formazione di tutti quegli odiosi discorsi che sono figli della certezza, nel 99% dei casi erronea, di avere una buona padronanza della propria lingua e che il mondo ragioni in quella lingua, che l’essere umano sia stato scritto in quella lingua. Ci sono tipi di ignoranza che, anziché accrescere l’arroganza, la ostacolano. Non sto dicendo che Berlino sia il paradiso dei linguisti MultiKulti e che non abbia in sé persone che si arroccano sul proprio Conosciuto per sputare sullo Sconosciuto, ma che mi delizia la frequenza con cui mi trovo in sacche in cui l’Incontro sembra essere all’ordine del giorno.

E adesso andiamo a portare avanti quella che sto cercando di far diventare una buona abitudine: stretching ed esercizi sul parquet scricchiolante della sala ufficiali.

Libri & falsi idoli

Sono cresciuta pensando che leggere libri equivalesse all’essere acculturati e intelligenti.
Ma adesso, quando una persona sconosciuta mi dice che “noi ci capiamo” solo perché entrambi leggiamo, mi sento come un omosessuale che viene approcciato da un uomo perché “se ti piacciono gli uomini, allora ti piacciono anche tutti”.
Ma anche no.
Senza snobismi, per carità. Ma i gusti sono gusti. E i libri non sono un gusto, sono un formato che può accogliere svariati contenuti. Come gli uomini.

 

Non so se la percezione “libri = cultura” fosse illusoria anche ai tempi della mia infanzia. La mia biblioteca, dopotutto, non era – come quasi nessuna biblioteca privata, suppongo – un buon campione dei prodotti venduti in una libreria. Ricordo che – ma forse sono le distorte visioni dei bambini – ogni libro che leggevo mi dava l’impressione di depositarmi tra le mani una perla preziosa. Poteva essere una trama, un personaggio, un’ambientazione, un’idea. Ma so anche che ho una memoria selettiva, e quindi probabilmente ho semplicemente rimosso tutti quei libri da cui non trassi, allora, un che di interessante.

 

Ho continuato a pre-giudicare come interessanti le persone che leggevano per tutta la mia adolescenza, e anche dopo. Non so quando, esattamente, mi sia sorto il dubbio. Forse è stato con Il codice Da Vinci, forse – e molto più probabilmente – con un libro molto meno famoso e molto più scadente.
(Perché, diciamocelo, Il codice Da Vinci non è particolarmente scadente, se paragonato ai libri in commercio in quel periodo. Risulta tale solo perché è stato iper-elogiato, e da bravi lettori nostalgici della Torre D’Avorio ci aspettiamo che un libro acclamato sia automaticamente un libro stilisticamente di valore, ossia di valore secondo i criteri della critica, non dei milioni di lettori che l’hanno letto e reso acclamato.)
Lo scetticismo interiore ha assunto una piega etica con Twilight, che – come molte più persone di quanto si dica – non ho letto. Sfogliare qualche pagina e vedere i film non basta, ovviamente, per parlar male dei personaggi o della prosa o della trama di un libro. Non è il libro, infatti, non il formato che mi ha colpito, ma il contenuto: il messaggio. Quello che, pure, è stato tanto criticato: la fiaba puritana mascherata da trasgressione vampiresca. Che si può condividere o meno, ma non è questo il punto. Il punto è che tale messaggio può stare tanto in un libro che in un film. Così come sia un film che un libro – che un saggio, che un video musicale, che un biglietto lasciato sul tavolo – possono avere una certa mancanza di messaggi. O un’abbondanza, di messaggi. Buoni, cattivi, belli, brutti.
Non è il formato a fare il contenuto. (Suona famigliare, la faccenda dell’abito e del monaco?)
Non lo è nel momento in cui al formato – la parola scritta, in questo caso – non viene più richiesto di avere il compito di fare altro oltre che intrattenere. Né educare (compito dai risvolti paternalistico-aberranti, a volte), né aprire la mente (compito che presuppone una certa arroganza, ma non troppa: anche la cosa più semplice può aprire la mente), né informare (compito che non sarebbe propriamente della fiction, ma la fiction ha la magica capacità di tramutarsi in quel che scimmiotta).
Se la fiction ha il compito di intrattenere, è verosimile che un biglietto di un Bacio Perugina possa apportare più cultura di un romanzo di quattrocento pagine.

 

Non sono per la scuola che auspicherebbe il ritorno alla “letteratura impegnata”. Se oggi vengono pubblicati libri comprensibili da chiunque, è perché oggi praticamente chiunque sa leggere. E questo è un bene.
Credo però che dovremmo aggiornarci. Che dovremmo togliere il libro – cartaceo e in e-book – dall’altarino degli idoli. Smettere di pretendere che i libri siano fatti per acculturare e aprire menti, disconoscendo a tutti gli altri lo status di libri. Perché è di status, che si parla.
Dovremmo smettere quella cultura che ha fatto sì che, per decenni, la gente comprasse libri per metterli in librerie e con ciò dimostrare di essere acculturata.
È qui, quando il formato prevale sul contenuto, che il libro diventa puro status.
Se ce l’hai, sei acculturato. Se leggi, sei una persona interessante e intelligente.
Ma anche no, e toglimi quella mano dal culo.

Il fatto che io legga libri non significa che io sia più interessante di un’analfabeta. Né più intelligente, tra le altre cose. Non lo significa né per me né per chiunque altro. E sarebbe alquanto ridicolo se io basassi la mia superiorità (culturale, intellettuale, whatever) di persona sul fatto che leggo libri, quando un libro può essere specchio di qualsiasi classe sociale, culturale, opinione politica, visione, aspirazione, o mancanza di tutte queste cose.
Il fatto che io legga alcuni libri con enorme interesse e passione non significa che sarò automaticamente compatibile con chiunque legge libri. E non significa, quindi, che basta presentarsi come lettori per sentirmi dire: «Eh, ci capiamo…» Non vi capisco, e voi non capite me. E questo “voi” e “noi” è proprio brutto. Anche se, di fatto, grazie ai libri ho conosciuto persone meravigliose. Ma non sono stati i libri nel loro essere un formato a permettere ciò: sono stati i singoli libri, la singola passione per Genet o per Høeg, o il cercare nei libri – come in qualsiasi altra cosa – uno spunto di riflessione, uno specchio, una forma d’espressione artistica. Bruciassero tutti i libri, quelle persone esisterebbero ancora.
Se bruciassero tutti i libri, intendiamoci, mi spiacerebbe. Perché questa strana e contorta forma d’espressione basata sullo scambio di convenzioni tutt’altro che univoche permette cose che nessun altro mezzo permette. A ognuno il suo, insomma.
Ma basta usare i libri come altri, per lo stesso motivo, hanno usato vestiti di marca.

Riluce, riluce, riluce

Apri il blog dopo aver aperto infinite finestre, questa sera.
Prima, il file nominato Valutazioni. Ti aspettava al varco, il bastardo. Tu che come insegnante ti chiami facilitatrice, e da tale rinunci con gioia a dare voti ai tuoi studenti/apprendenti, ti trovi non solo a dover valutare ottantaquattro racconti, ma anche a doverli mettere in ordine di preferenza. Questo è il momento di menzionare La scelta di Sophie a sproposito – dato che non l’hai letto – e lamentarti del pesante fardello di dover dire la tua sulle viscere altrui, che Altrui ha messo in formato prosa e sottoposto a te. Meraviglioso e orribile. E ora hai finalmente la tua classifica definitivo-provvisoria. Solo un ultimo check. Domani, magari.
Poi, hai aperto diversi files dalla cartella Recensioni. Una de Il medico tedesco da rileggere e far feedbackare, una de La notte eterna del coniglio da finire e far feedbackare. L’hai conclusa in fretta, forte della frenesia con cui le parole ti scorrono in testa in questi giorni. Non sai se sia scioltezza o delirio, ma una cosa la sai: è voglia di scrivere.
E così, infine, apri la cartella I Neocaravaggeschi. Sì, il romanzo. Il romanzo che ti manca – come ti ha ricordato oggi il parlarne con M. Vuoi scrivere-scrivere-scrivere. Dopo aver letto in Se una notte d’inverno un viaggiatore di quella soglia che c’è tra lo scrivere e il leggere criticamente, ti è venuta l’ansia. Sai ancora scrivere con piacere? Certo che sì, ti sei detta – te l’ha detto la smania di farlo. Ma dovevi provare, riconfermare, e soprattutto sfogare.
E così hai buttato giù qualche frase. Scorrono, le male-benedette. Potrebbero scorrere meglio, ma scorrono. E per farle scorrere meglio, vieni qui a rodare.

Nel sogno di stanotte, tra i mille cani che cospargono i sogni dei tuoi ultimi mesi, uno attraversava una strada trafficata. Era uscito dal cancello di una villa, lo sapevi; sapevi troppo per lasciarlo lì come se niente fosse.
E allora si accosta, ci si volta e si fa un cenno al tizio che se ne sta impalato di fianco al cancello. Chi è? Una guardia, ma certo. Lo sapevi. Sai che cos’è quella villa. Di chi è. Anzi, di chi era. Poi è arrivato un figuro che nel tuo sogno è il Colonnello, ma non è il Colonnello, no, o meglio, lo è, ma è un altro colonnello, uno di una virgola più importante e quindi di una virgola più temibile nel suo diritto di prendere decisioni. E ville. Come questa, da cui questo povero cane – tra i mille cani che indicano direzioni nei tuoi sogni – è appena uscito.
Quando ti fermi per assicurarti che l’uomo di guardia faccia rientrare quel mezzo lupo innocuo sai che è già troppo tardi. Hai toccato la soglia, l’hai sfiorata, l’allarme è scattato. Il Colonnello sa che sei qui. Sai, sapevi, che non avresti dovuto. Non per tutelare te stessa – figurarsi, testa di cazzo che non sei altro, se questo pensiero riesce a sfiorarti, tantomeno in un sogno – ma per non complicare il quadro a chi tanto si cruccia per la tua tutela. Ma ormai il passo l’hai fatto, il filo della ragnatela vibra, ed eccolo qui, il SuperColonnello, che arriva a passo leggero e deciso con un sorriso da malvagio calcolatore che s’impone con grazia. Sembra uscito dal più becero film. Te lo dici anche, nel sogno. Come ti abbandoni a un’estetica così scontata, mia cara. Ma così va, anzi, va pure peggio: con quel suo fare compiaciuto, il SuperColonnello ti si avvicina, aggraziato ma determinato mentre entra nel tuo spazio vitale – perché lui può e lo sa e sa che lo sai – e ti appoggia una mano sul fianco. E’ solo un proemio, e lo sai: il meglio viene subito dopo, quando il SuperColonnello ha il graziosissimo ardire di allacciarti una cintura alla vita. Una cintura speciale. Una cintura “tecnica”, piena di spazi vuoti in cui incastrare tante sconosciute e meravigliose cose che indovina un po’ chi solo potrà fornirti?
E così segui il SuperColonnello nella villa che ha espropriato, creatura piena di vanità.

Reality is stranger than fiction e lo sai, e sai che lo sanno anche loro – sì, voi altri, lì, che ora colloco di fianco a me – ma semplicemente in questo periodo lo assapori. Niente di eclatante, no, figurarsi: il Diavolo sta nei dettagli, le rivoluzioni nella vita quotidiana, il paradosso ai margini del campo visivo. Così lo assapori con tranquillità d’animo – beh, più o meno, dai, non ci possiamo lamentare – constatando come tu ti stia assestando. Qualcosa sta cambiando. Qualcosa di ampio e sottile. Chiamiamola prospettiva. Un ulteriore passo che ti allontana dalla cosiddetta “realtà condivisa”, ma non perché tu stia diventando pazza. No, il passo affonda in un terreno più tangibile, il fango rimane sulle scarpe, ed ecco che semplicemente procedi con la tua vita contemplandone la direzione. Sapevi già tutto, in fondo – tutti sappiamo già tutto, in fondo – e questa non è che l’ennesima riconferma, forse un po’ più fantasiosa (ma neanche tanto, suvvia), e tu ti domandi soltanto se questa distanza che stai coprendo ti allontanerà da cose che non immagini. Sai a che cosa ti avvicina. A che cosa, non a chi – quello è troppo chiaro per specularci, no?
Ti avvicina a quella percezione delle cose che viene ravvivata dai simboli. Mentre scrivi di nuovo di Emanuele, protagonista de I Neocaravaggeschi, dopo mesi, ti dici che forse si è aggiunto un livello a quelli da cui puoi attingere per rendere iper-dimensionale la realtà fittizia che descrivi. Eccolo lì, lo intuisci – è tangibile e sottile e tagliente come la sicurezza del SuperColonnello che – indovina un po’? – sempre da te viene. Riluce il sorriso da cattivo da operetta del SuperColonnello, riluce una mattina post-sbornia nelle piccole onde create dalla gondola che si aggira per la Venezia che riporti a galla, riluce il sorriso di una VB ancora dormiente che svegli spingendoti contro di lei.