northness

Northness e altre essenzialità.

Tornavo in Italia, in treno, indicando al mio compagno di viaggio l’innalzarsi delle montagne attorno al lago. Pur essendo un madrelingua tedesco, parlava un fluido e ottimo inglese, sì che per tutto il tempo avevamo optato per quest’ultima lingua. Ma – per una delicata forma di cortesia, modo di farlo sentire più a proprio agio – decidevo che era il caso di parlare tedesco, e da quel momento cominciavo a confondere le lingue, non più padrona delle parole che mi uscivano dalla bocca.

L’avevo trovato in un supermercato, a un appuntamento da me fissato eoni prima – sarebbe venuto solo se il suo interesse nei miei confronti fosse stato di un certo tenore, saldo abbastanza da seguirmi in Italia.
L’avevo trovato fare scorta delle proprie birre preferite, arrampicandosi fin in fondo allo scaffale per raggiungere l’ultima lattina rimasta.
Ci eravamo abbracciati ed ero entusiasta&imbarazzata di potergli manifestare la mia felicità.
Lui, invece, come suo solito, era dolce di proprio. Quella dolcezza lieve, che sta già nei tratti somatici e sa di bendisposizione, assieme al sorriso furbo di un folletto irlandese – era mezzo irlandese.

Ci trovavamo, in Italia, circondati da una schiera di senegalesi tratti da quella che cosparge l’entrata della sede centrale dell’università di Milano – la peggior manifestazione di senegalese in cui puoi imbatterti, ossia quella che vuole venderti qualcosa. Mater, volendo dare il buon esempio all’ospite, esternava una gentilezza sicuramente esemplare, ma che non ci avrebbe mai liberati dai venditori. Cercavo di dirglielo, di insistere, di spiegare, e intanto – mentre lei si ostinava a volerli convincere a parole che non voleva comprare niente – si faceva sera, la schiera di senegalesi si era trasformata in una Corte dei Miracoli alla Hugo e mi aveva inglobata: ormai ne facevo parte, e avrei passato lì la notte, sugli scomodi gradini di pietra di una cantina, troppo scomodi perché io potessi addormentarmi.
Vedevo allora un gattino – un gattino come cosa tenera, che attira l’occhio e vuoi coccolare – risalire le scale, e lo seguivo, trovandomi in una stanza ricolma di operaie vittoriane, intente a tessere operosamente una di fianco all’altra. Tessevano calze di pelo di gatto, tutt’altro che prodotti industriali, piuttosto un laboratorio di creatività: ognuna, difatti, traeva dal gatto che le passava sotto le mani un capo d’abbigliamento assolutamente unico, più simbolico che estetico.
Mi veniva fatto capire che non mi era consentito uscire di mia volontà dalla cantina (scoprivo di essere diventata una puttana, nel frattempo) e che ogni cinque minuti di libertà andavano pagati ammazzando un gattino con quella lunga accetta appoggiata alla parete. Una donna mi mostrava come fare, ma l’accetta diventava un coltello lungo e affilatissimo e il gattino si faceva un’aragosta dalla forma altrettanto allungata, che la donna spezzava a metà e cominciava a succhiare.
“Sai, pensavo di uscire e andare ad adescare clienti.” mi diceva una ragazza molto carina, molto speranzosa e con in faccia scritto un ottimismo che non l’avrebbe portata a niente.
Le facevo notare che avevo solo 3 ore di libertà al giorno, e quelle di sonno venivano conteggiate come tali, quindi di fatto non avevo alcuna ora di libertà al giorno, dovendo rimanere nella cantina aspettando che qualcuno mi dicesse con chi scopare.
La guardavo andare a caccia di danarosi clienti che le permettessero un’emancipazione e realizzavo che quel lavoro non faceva per me, che avrei dovuto cercarmene un altro.
Mi trovavo così nelle enormi fogne di una città steampunk abbandonata. C’era Locke (Lost) con me, ma solo per suggerirmi che in quella città ci saranno state più o meno una trentina di persone, tra cui una virago bionda che emanava più autorità del Sergente Hartman e della persona che più vi abbia messo in soggezione assieme. L’unica altra degna nota circa la bionda è che non mi prendeva sul serio. Mi guardava, intenerita, nella sua posa da scopa in culo, e sorrideva scuotendo la testa per poi andarsene a pensare a cose più serie.
Di cose serie a cui pensare ce n’erano ovviamente un’infinità, dato che quelle misere 30 persone erano già divise in gruppi in guerra l’uno con l’altro, con a lato una coppia di amici laidi e fastidiosi che razziava provviste indiscriminatamente.
Sopravvivevamo in quattro o cinque, e riuscivamo a risalire in superficie, scoprendo che in superficie non c’era niente. C’era stata una città, una volta, ma era stata rasa al suolo lasciandoci a contemplare un orizzonte desolato – al che il sogno si trasformava in un post-apocalittico, in un mondo disabitato alla ricerca di sopravvissuti.
Le epoche si susseguivano, immagino. So che nel fluido tempo dei sogni le città avevano tutto il tempo di farsi sommergere – e vorrei parlarvi di questi grappoli di grattacieli che affioravano, specie di Venezie dalle radici marce e dal sottobosco marcescente, ma le cui vette brillavano come l’oceano.
Seguivo con la telecamera lo sforzo di un uomo, che si arrampicava su davanzali e scale esterne saltando da un palazzo all’altro, sempre più su rifuggendo la muffa dei canali, e che – finalmente al di sopra di tutte le misere guerre intestine che questa post-apocalittica Venezia ospitava, con tanto di organizzazioni mafiose – si lanciava ilare dal ventesimo piano di un palazzo nell’oceano limpido. Solo per il gusto di farlo. Solo l’averlo fatto gli permetteva di tornare in città con la coscienza a posto.


Dovrei smettere di dormire così a lungo.


Accendo il televisore per farmi passare un mal di testa da eccessivo sonno consumato e assisto a quella che sembra essere sempre più una caduta di Berlusconi. Non perché ciò di cui è accusato sia imperdonabile – anzi, tra le tante accuse mosse, voglio dire, ha un che di grottesco l’eventualità che un vizietto personale possa buttarlo giù – ma perché l’ennesima accusa viene ora presa in maniera diversa, c’è un’indignazione più diffusa e più tenace e, insomma, se tutto sta nelle mani dei media, pur con il paradosso per cui i media stanno in mano a lui, allora un maggior peso dato dai media richiede risposte più esaustive.
Ho criticato precedentemente la sollevata onda di indignazione al femminile, trovando grottesco che sia “grazie” a Berlusconi che il popolo munito di vagina chieda maggior rispetto – insomma, se il Diavolo Colpevole è lui, una volta buttato giù le donne ricominceranno a tacere? Ma il fatto che tale post-femminismo indignazione abbia avuto tanta voce contro Berlusconi è sintomatico di qualcosa – non di un malessere generale, ma dell’esternazione di un malessere generale. Niente di nuovo sul fronte occidentale, se non il fatto che ora vengono portate a galla le rimostranze per ciò che sul fronte occidentale c’era già.
Le voci dei media in Italia hanno insomma ora un tono più simile a quello che ho trovato all’estero (e che chiunque può trovare aprendo un giornale non italiano, e sempre ha potuto farlo). In Germania mi sono spesso trovata davanti a un’unica, fatale domanda, qualcosa come:
“Ma perché lo avete votato? Ma perché gli permettete di stare lì?”
La domanda era faccenda complessa da sbrigare come italiana. La faccenda Berlusconi, con le sue famose uscite che tanto fanno scalpore, se giudicata da un neutrale e asettico punto di vista medio europeo causerebbe per logica determinate risposte. Per logica, insomma, non è accettabile un politico di tale levatura che si permette di dire certe cose in pubblico, per questo fa scalpore, come fa scalpore il fatto che una popolazione si tenga un politico su cui pendono così tante critiche, sostanziate o meno.
L’attuale critica dei media assomiglia più all’atteggiamento che ho trovato all’estero, ed è questa la cosa nuova. Non me la sento di unirmi al coro che inveisce contro un Berlusconi donnaiolo, perché l’ho già fatto prima che i media si focalizzassero sulla faccenda e perché attualmente mi sembrerebbe di sparare sulla croce rossa (insomma, troppo facile farlo quando lo fanno tutti).
Rimango così in disparte in silenzio a osservare, incuriosita.
Certo, rimane la possibilità che Berlusconi la scampi a livello giudiziario, ma quel che conta non è il dato, non ha mai contato, bensì la reazione del pubblico, e Berlusconi è ormai stato stigmatizzato dalla parola “corruzione”, quindi vedo difficile che una sentenza metta a tacere l’indignazione.
Rimango così in attesa, incuriosita, chiedendomi che accadrà dopo Berlusconi. Ho spesso scritto contro chi inveisce contro Berlusconi grazie a un certo gossip – ho spesso scritto contro chi ha come linea politica l’opposizione perenne a un Nemico, tendenza tanto berlusconiana (vedi: Berlusconi e i comunisti) che anti-berlusconiana. È peculiare che l’opposizione sia unita da un anti-berlusconismo anziché dal nome di un partito, non trovate?
Non seguo granché la politica. Sono più radical-chic e preferisco le riforme sociali, preferisco parlare dei singoli che costituiscono un popolo, e per questo inveisco contro un Nemico troppo ampio per essere individuato, e che spesso include anche la sottoscritta.
Mi chiedo se il sollevarsi di tale indignazione nei confronti di corruzione e dandismo si spegnerà con la caduta di Berlusconi. Sono pessimista a riguardo, ma chissà? Forse Berlusconi ha avuto il santo ruolo di ricordare al popolo che esiste una cosa chiamata dignità, forse la sua caduta farà sentire il popolo meno impotente e più influente a livello politico.
Insomma, per una volta a tanta indignazione da salotto seguirebbe una conseguenza reale.


A un corso di PNL (ebbene sì, se ridicolizzo certe tendenze è perché in qualche modo ho cercato di stringer loro la mano), durante un esercizio di visualizzazione, mi è stato chiesto di visualizzare una città, per poi chiedermi com’era.
Ho quindi descritto questa lunga strada con alti palazzi – palazzi che, a uno sguardo più attento, si rivelavano essere cartonati bidimensionali. Al termine della strada c’era un deserto, con tanto di covoni di paglia.
Ai tempi mi venne detto che era una vista assai desolante – e a posteriori ho in qualche modo acconsentito. Non ho riflettuto sul quanto tale visione fosse, di fatto, rilassante.

Nel sogno di stanotte, alla ricerca di sopravvissuti nel mondo post-apocalittico, passavo da Kiel – che, post-apocalittica, non è poi molto diversa da quella attuale, considerata la quantità di persone che potete trovare per strada.
La Kiel reale, quella da me conosciuta, si è unita senza sforzo a quell’atmosfera di nordicità di cui erano composti i miei anelanti sogni pre-Germania. Insomma, a Kiel ho trovato esattamente quel che andavo cercando, e a questo punto non mi rimarrebbe che descrivervi questa nordicità, ma la faccenda si fa problematica.
Ho trovato il termine in relazione al Canada, che disperatamente cercava di trovare una propria e peculiare caratteristica per affrancarsi dalla madrepatria inglese. Per uno strano paradosso, l’unica cosa che i nostri cari canadesi trovarono fu la northness, che neanche loro hanno saputo spiegarmi granché bene se non parlando di una certa voidness.
Un dizionario mi dice che la northness è “A tendency in the end of a magnetic needle to point to the north” e come definizione mi piace, perché parla di una tendenza e non di un dato di fatto osservabile, parla di una direzione e non di un luogo.
Dopo l’esame del 10 (per cui non sarò preparata) dovrò passare una decina di giorni in biblioteca per lavorare alla tesi – e la premessa a ciò vede la mia referente dirmi, come molti docenti amano fare, che “non si può fare una ricerca online, bisogna andare sul luogo, in biblioteca”. Capisco quel che la mia referente intende, ma mi chiedo se lei abbia colto il valore sacro di internet. Voglio dire, il modo migliore che avrei di descrivervi la northness non consiste nel prendere un dizionario (o due) cartacei e riportarvi quel che dicono: il modo migliore sarebbe dirvi di googlare tal parola e vede come viene utilizzata, in che contesti, in quali modi. Non so cosa implichi la parola “manifesto” di fianco al nome di un Dio perché l’ho studiato da qualche parte – una definizione non può mai dare le implicazioni della data parola, perché quelle implicazioni sono il frutto della copula che avviene tra la definizione e la Weltanschauung della persona che la usa.
Certe parole, come northness, hanno la caratteristica di essere di per sé abbastanza indefinibili, e io ovviamente – da nemica delle compilazioni – amo ciò.

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