stress

Lobbying & Robin Hood

La tradizione del tè pre-sonno è tutta italiana e decisamente recente.
L’ho coltivata per una manciata di mesi, quando ero ancora in Italia.
Tè: “Quella cosa che sorseggio prima di andare a dormire – dopo la giornata appena passata, prima della sua fine”.
Ora ho tre medie in corpo (due Guinness, una Beck’s), e il tè mi farà concludere la serata. Mi aiuterà a digerire lo squisito cheeseburger – che credo sia squisito, e l’unica cosa che so è che lo è, lo è stato stasera e quell’altra volta, ed entrambe le volte ho ingurgitato alcol in quantità necessitando quindi una variante nutritiva.
Avrebbero dovuto essere tre Guinness, ma al secondo pub avevano solo bionde. Preferisco la Guinness. (Preferisco la Murphy’s, a dirla tutta.) Ma stasera ho cercato di sdoppiarmi – dal Porter’s all’Adventure al Porter’s – e non si può sempre avere tutto, no?

A mi ha definito la sua cattiva coscienza. O, meglio, e più teneramente: il diavoletto che ha, astratto, sulla spalla. Un paio di ore dopo mi ha detto, stupita, che la stupisce quanto io riesca a riassumerla. Non è ovvio, dato che è interessante e mi piace? No, non lo è.
L’ho guardata spiegare a S, greca a sua volta, cosa sarei io per lei. Le ho osservate annuire. Mi sento a casa, insomma.

Ho le mani devastate dal freddo. Freddo-umido, come spesso lamento. Anche la madre di Jane Austen lamentava l’umidità di Bath, dice la guida. Freddo-umido e il fatalismo che ne consegue: a un certo punto ti arrendi. Te ne rendi conto quando, proponendo a ANY di uscire dal pub per fumare una sigaretta, non ti premuri di raccogliere il cappotto per coprirti. Who cares? Non sono ai livelli delle ragazze inglesi, capaci di vagare in mini-minigonna, senza collant, canottiera e infradito l’11 ottobre (11°). Più ubriache di me, è vero – decisamente pià ubriache della sottoscritta – ma non riesco a non stimarle. Anche se è (solo?) abitudine.

L’idea originale era: una serata tranquilla tra amici (in procinto di diventare) intimi. Ma Bath è Bath. Bath è quel luogo in cui raccogli un cheeseburger in centro, chiacchierando con il tizio che te lo vende tanto per, e mentre torni a casa a piedi bussi al pub che ti ha ospitato per due settimane, e fai due chiacchiere con quell’Aussie dall’accento così pesante che quando cominci a capirlo ti senti fiero di te stesso, e che adori. (E’ tenero, oltre a quell’accento – e oltre ai suoi modi di fare così esasperati.) Gli riassumi la tua vita (ossia le ultime due settimane) e forse sì, domani, quando VB arriverà, passerai al pub – ma lui non ci sarà, peccato – beh, passerai un’altra volta.
Quindi.
Doveva essere una serata intima ed è finita con l’essere la solita serata dai mille stimoli e spunti.
Anna sarebbe dovuta venire – e, se fosse venuta, avrei abbandonato i miei amati internazionali per bere una birra con lei sola – ma Anna è Anna, e necessita dei suoi spazi, in momenti non preventivabili, e that’s it e così ho chiacchierato con l’irlandese e l’americano (Arkansas?) con cui dovrò fare una presentazione per un corso (l’ennesima presentazione per l’ennesimo corso).

Gli spunti sono così tanti che potrei scrivere vagonate di romanzi. Ma quell'”esotismo” funziona finché rimane tale, ossia finché ti è estraneo. Per apprezzare l’intrinseco fascino di un irlandese devi reificarlo: renderlo appositamente irlandese, e quindi guardarlo dall’esterno, apprezzarlo come costrutto, come possibilità.
Sarebbe ipocrita.
Sarebbe una menzogna.
Dovrei mentire a me stessa e fingere che sento l’irlandese abbastanza distante da me da percepire la sua diversità – lui, NYA, V, e – reificando – l’olandese pacata, l’americana anni ’50, e via discorrendo.
Sarebbe una menzogna perché mi sono tutt’altro che distanti.
Dovrei fingere, con me stessa, di conoscerli meno. Di vedere, delle loro persone, così poco da poterli riassumere con un solo tratto.
Dovrei tornare nella caverna platonica, insomma.
Bath non è la Germania che tanto mi ha viziato. Bath è fredda, umida, classista, disorganizzata. Ma ha i suoi buoni lati positivi, tra cui l’università, e quest’ambiente internazionale.

Mi vengono in mente i dorati anni Venti tedeschi, ma solo perché sono fatalista.

L’ideale sarebbe una via di mezzo, ma non so se la raggiungerò mai: tendo, troppo, a preferire l’oscillare vertiginoso tra estremi.
Cerco la via di mezzo a Berlino. Un anno a Bath, un anno a Berlino. Berlino: quel posto che vorrei chiamare “casa”. Forse non una “casa” completa, forse una casa provvisoria – ma meno provvisoria di questa, e di altre – altre case, altre situazioni, altri stati d’essere.
A mi dice che sono una corporate bitch e ride. Ride fingendosi imbronciata come quando mi dice che un giorno sarà fuori dalla finestra del mio ufficio a protestare – come quando mi dice che sono la sua migliore nemica. E io mi chiedo se, veramente, do quest’impressione. L’impressione – di A – che vorrei un giorno finire in politica – in qualche anfratto ben nascosto, uno di quelli per cui i movimenti sociali urlano all’ingiustizia. Do quest’impressione? Rido e la prendo in giro per il suo essere una no-global radical-chic new-age. Non ero io, la radical-chic?
Rifletto seriamente sul divenire una lobbista. Il punto è che non so per chi o per cosa. Lobbismo come atto performativo-critico – vorrei fare la lobbista per un’entità altamente criticata.
Insomma, l’avvocato del diavolo.
(Che, visto da un altro punto di vista, è una specie di contorto Robin Hood.)

Europeismi e altri ismi.

A mi mancherà moltissimo. “A” non è abbastanza, realizzo, perché ho conosciuto troppe persone, troppe il cui nome inizia con una “A”, quindi A diventerà ANY, perché A è newyorkese, e lo è tanto, ma proprio tanto, almeno nella misura in cui la fiction mi ha insegnato come un newyorkese dovrebbe apparire.
Comunque, ANY mi mancherà tanto.

V mi manca già.
Sono andata a trovarlo in ufficio, dopo un rincorrersi durato giorni.
Sono sempre occupata – sempre.
Mi libero per segmenti di 15-30 minuti, e faccio tutto il possibile per liberarmi, ma non è abbastanza.
Così, dopo aver discusso con I come strutturare la nostra parte di presentazione, sono andata alla ricerca dell’ufficio di V, trovandolo (e sentendomi quindi sagace, dato che l’università tende a essere un labirinto).
V mi manca già perché mi dà l’impressione di avere nostalgia di se stesso.
Gli ho domandato se ha intenzione, finito il dottorato, di tornare in Grecia. Mi ha risposto che non c’è nulla per cui tornare in Grecia.
Non so se le due cose – quella strana apparente nostalgia e il nulla in Grecia – siano collegate. V ha detto che aspetta una rivoluzione – non in Grecia, ma in un più generico “qui”. Non so se le due cose – il nulla in Grecia e le sue aspettative – siano collegate.

So, però, che mi manca una birra.
Mi mancava il mancarmi una birra. Bisogna vivere in certi luoghi – per ora conosco Germania e Inghilterra – per significare il “mi manca un birra”. Una birra in Italia non è la stessa cosa. Non è altrettanto buona, a meno che non si vada in un birrificio, ma in un birrificio non c’è quell’atmosfera di quartiere che tanto amo.
Il giorno in cui sono arrivata a Bath mi sono detta che, posati i bagagli, sarei andata alla ricerca di un pub per bermi una birra guardando la TV. Di fatto, l’ho fatto per sere e sere e sere consecutive. Ora, cerchiamo una via di mezzo.

E’ incredibile la facilità con cui ci si può appropriare di Bath. Basta posare il culo per una volta in un luogo e quel luogo diventa una specie di propaggine di casa tua. Andare a cenare in pigiama al pub è stato il picco massimo, ma ora cavalco vie di mezzo.
Sento l’università come una succursale di casa mia. Non so se ciò derivi dalla facilità con cui le persone si appropriano di Bath, o se derivi dal fatto che la casa in cui vivo non è esattamente casa mia (è in affitto, è ancora spoglia, a cinquanta centimetri da me, oltre alla finestra, ci sono ragni di ogni dimensione ad attendermi – letteralmente a cinquanta centimetri, letteralmente “di ogni dimensione”).

E’ facile sentirsi a casa all’interno del programma Euromaster.
Siamo pochi, per la maggior parte internazionali, e ci sentiamo nel fulcro caldo e pulsante del cambiamento. Bath trasfigura, divenendo un centro ipotetico dell’Europa.
So che guardiamo all’Europa con un’ottica poco condivisa. Ieri sera, scorrendo un manuale, sono inciampata in un dato statistico che già conoscevo: tendenzialmente le persone a favore dell’Europa – in svariati sensi – hanno meno di 50 anni e sono più istruite della media (e io sono ancora shockata da quando ho letto che solo il 19% degli italiani è laureato). Non so se le due cose – l’istruzione e l’europeismo – siano collegate. Forse l’europeismo deriva più dal clima che in certi circoli gira. E’ più facile essere a favore dell’Europa quando parli inglese (e altre lingue) e sei all’università e viaggi.

Diventerò umile.
Il carico di letture da fare è tale che sto cercando un nuovo metodo di studio. Il mio solito, profondo e accurato, metodo non va bene: non ho abbastanza tempo. Cerco di ottimizzarmi.
Il tenore delle aspettative è abnorme, a tratti. Tra i saggi che si possono scegliere per un corso figura: “What impact has the current financial crisis had on the management of EU economic policy?” Mi dico che gente e gente e gente, a ogni livello, dibatte ciò in ogni momento, polemizza e ragiona, e io dovrei scriverci un saggio, ossia un insieme ragionato di fonti e collegamenti?
Stavolta opterò per l’umiltà, scegliendo un altro titolo.

Sigarette sotto la pioggia.

Before departing from Italy I told myself (and you) – so many times – that I should write in English, but that I was too lazy to do it.
After two tries, I should admit that I’m not able to write in Italian anymore. I know it’s due to the fact I’m stressed – so stressed I don’t know how to convey my being stressed – but nonetheless it’s embarrassing and frustrating.
… Anyway.
I should study – I will do it – but I should also have a break. I’m not able to stop myself when I start doing something – be it drinking beer everyday or studying or whatever.


Anche aggiornare questo blog è in parte un dovere. So di dover fare resoconti. In parte so di doverlo fare, dati i tanti cambiamenti avvenuti, per quella mia non richiesta cortesia di aggiornare il mondo circa quello che mi passa per la testa (perché è quello che conta, non ciò che accade prima); in parte necessito di farlo, ben sapendo che non riuscirò.
Sono passate circa tre settimane e sembrano mesi. Anni. Un’altra vita.
Mi rammarico, per una volta, dell’impossibilità di filmare tutto per poterlo, poi, mostrare a chi vorrei aggiornare. Ma il problema è duplice: la mia testa resetta troppo in fretta ciò che accade, e non è granché abile, in questo periodo, nel farmi trovare le parole giuste per descrivere quel poco che ricordo.
E’ stato un periodo in cui paradiso e inferno si sono intervallati ad alta frequenza. No regret. Ma non so sinceramente cosa sia accaduto. So che c’è un filo rosso che collega tutti gli eventi, ma non so rintracciarlo, riconoscerlo.

Fumo circa 10 sigarette al giorno anziché 20, e questo già direbbe molto. Ho un po’ smesso di essere me stessa, ecco.
Per una decina di giorni mi sono ingollata da 1 a 2 litri di birra (e altri alcolici), svegliandomi il giorno dopo senza alcun residuo – il che è bene da un certo punto di vista, ma ha il lato negativo di non rendere nauseati dall’alcol, e quindi si può bere ancora. Mi sono chiesta – e mi sto chiedendo – se in quel breve periodo ho compreso la vita di un alcolista. O, perlomeno, di un inglese da cliché.

Ho conosciuto così tante persone che farne una lista sarebbe impossibile. Per fortuna c’è Facebook, potrei dire, ma avere una lista di nomi non significa ricordarsi chi quelle persone siano.
Ho conosciuto così tante persone intensamente interessanti che non so da dove cominciare a spiegare perché e come lo sono. Lo sono e basta. Me li abbraccerei, e ogni tanto lo faccio.

L’unico riassunto che mi è possibile ora è: mi mancava tutto questo.
Mi mancava il contesto internazionale (e qui lo è ancor più che a Kiel) e quello universitario (universitario in un modo che ho trovato a Kiel, e che a Milano non sussiste). Mi mancava questa dinamicità. Non so perché in Italia divento statica. Timorosa. Pigra. Tendenzialmente accidiosa.

L’incapacità di esprimere il qui&ora non è nuova. Sapevo, poco prima di tornare in Italia dalla Germania, che mi sarei ritrovata con l’essere una straniera. Sapevo che restando in Italia avrei mano a mano dimenticato – e sapevo, quindi, di dovermi applicare per non dimenticare certe cosa, quelle positive, essenzialmente il saper avere l’approccio giusto al mondo.
Bath non è l’idilliaca (un po’ pietista) Kiel, nel bene e nel male. E’ una città umida, piovigginosa (you don’t say!), che necessiterebbe una spolveratina, sporca all’inglese, fredda – ma sa, al contempo, avere l’atmosfera calda di un enorme villaggio e quella dinamica del contesto internazionale. E’ un po’ più unheimlich di Kiel, meno gemuetlich, ma è assai meno statica. Assai più variegata, soprattutto. Non che gli internazionali non siano suddivisi in minoranze preponderanti – c’è una quantità di cinesi e coreani impressionante, ad esempio – ma capita veramente di incontrare di tutto.

Vorrei fare un quadro delle mie preferenze per nazionalità. E’ stupido e divertente, come i test sulle riviste o altri metodi di profetizzare il presente. Ma non riesco veramente a generalizzare.
I greci sono l’unica eccezione. Sono “eccezionali” per il semplice fatto che non avevo mai incontrato greci prima. Tre di loro, poi, sono tra le mie conoscenze più importanti, e per motivi molto diversi tra loro – e quindi, ancora, niente generalizzazioni.

Andrò a fumare una sigaretta. Sotto la pioggia.

Sorta di aggiornamento II

Il pub è sempre lo stesso (Belushi’s), e anche le persone sono sempre le stesse, ossia: 3-4 dell’enorme gruppo di persone che ho conosciuto.
B e M chiacchierano, ancora per qualche minuto. Poi lui, francese, accompagnerà lei, spagnola, in stazione. Lei lavora come au-pair in un paesino fuori Bath. Lui è venuto qui per cercare lavoro: attualmente lavora in un ristorante francese come cameriere e dà lezioni di francese. Entro due mesi lei si trasferirà a Bath, e potranno finalmente spendere un po’ di tempo assieme.
R chiacchiera con loro, non so in che lingua. Spagnolo, suppongo.
Per le nove arriveranno M, catalana (non spagnola, catalana), e T, olandese, con un lodevole talento per le lingue. B, il turco, era stanco, e forse stasera non lo vedremo.
Questo blog dovrebbe, tra le altre cose, servire da aggiornamento, ma non credo che potrà mai salvare in memoria queste ultime due settimane. Troppe cose sono accadute, troppe poche ne ricordo. E’ un unico enorme caos, devastato dal mio pensare e sognare in inglese. Se avevo una qualche fissazione circa il controllare le cose, questo periodo deve aver funto da terapia d’urto. Vado a letto e, non appena un ricordo di me stessa pop-uppa dall’oberata mente, mi vivo come si vive un ricordo: con una vaga, dolce, nostalgia.
Intendiamoci: ovunque si vada nel mondo non si sfugge a noi stessi. Sono sempre la solita riconoscibile me stessa – e infatti sono stata riconosciuta per ciò che sono – ma una me stessa che al momento non riesce a osservarsi, né dall’esterno né dall’interno.
Ho studiato a lungo questo stato di perdita d’identità, all’università. Hanno sempre cercato di rifilarmelo come un che di negativo, e non ci ho voluto credere, né ci credo ora. E’ solo estremamente stressante, come stressante è ogni tentativo di passare dal conosciuto allo sconosciuto. Che novità, nevvero?
Insomma, sono stressata, ma è la vita. Una delle tante tra quelle che ho conosciuto, che avrei potuto conoscere ma non ho conosciuto, che sto conoscendo, che conoscerò. Una vita precaria, senza uno spazio mio, colonizzando il pub per sopravvivere (con B che mi ha fatto notare che “pub” significa “public house”).
Insomma, sono stressata più di quanto potrei in teoria sopportare. Ma la stanchezza è stata anche peggiore. Sono giunta a un punto di rottura quando mi sono trovata seduta sul divano nel pub, chiedendomi se – se mi fossi alzata – sarei svenuta. Mi sono anche ubriacata, una volta, l’unica volta (e ciò è preoccupante, considerando quanto ho bevuto quotidianamente – sono una vecchia ubriacona, ormai), abbastanza da perdermi (amo perdermi in città che conosco poco, pare) nel bel mezzo della notte.
Domani iniziano i corsi. Quest’anno frequenterò un master che non è interessante, ma di più. “Contemporary European Studies” e proprio ora, in questo momento storico.
… Comunque, è terribile esprimermi in questo modo. Prima o poi il mio italiano ritornerà a galla, assieme alla capacità di ragionare. Già entrare nel mio studio-flat (il 2 o il 3) migliorerà la situazione.
Comunque, tutto ciò per dire: sono viva.
Insomma… Comunque.

Pre-partenza con fallito tentativo di tirare le somme, o: C’est la vie

Sono tornata a casa fradicia, mutande comprese, godendomi la sensazione di essere vinta dalle condizioni atmosferiche. Romanticismo zum Tod, quello storico, in cui una Natura invincibile ha l’effetto di una chiesa gotica: atterrisce.
Niente di così epocale o fatalista, nel mio caso, ma impariamo a goderci le piccole cose.
Piove a dirotto, e la prendo positivamente: mi dico che è un assaggio del clima inglese. Il 15 parto per la perfida Albione, e nel mentre mi stresso, chiedo appuntamenti per vedere stanze e appartamenti, studiacchio l’Unione Europea, organizzo nevroticamente la valigia.
Ieri un tizio mi ha contattato per un appuntamento, lasciandomi il numero di telefono. Ho vinto l’accidia e i dubbi e l’ho chiamato. L’accidia è innata, mentre i dubbi erano giustificati: è da due anni che non parlo inglese veramente. Non riesco a considerare le poche ore a settimana all’università, con quel clima artificiale da gioco di ruolo senza sospensione dell’incredulità. Ho scoperto che, dal lato speaking, me la cavo molto meglio di quanto pensassi (il che significa che mi servirà poco, in Inghilterra, per tornare a un livello comunicativo buono), mentre dal lato understanding le cose sono esattamente come temevo: questi britannici li capisco poco. Socchiudo gli occhi e aguzzo l’udito, ma il britannico è britannico, e ci metterò almeno qualche giorno a capire tutto quello che mi dicono. Noto con rammarico che tendo già a storpiare la mia pronuncia in direzione di quella britannica – sì, storpiare. Ognuno ha i propri canoni.
Il tizio, che tra l’altro deve essere un vecchietto, mi ha tenuto a chiacchierare per qualche minuto, decidendo alla fine di offrirsi come guida per Bath – tutte quelle piccole cose che ti è utile sapere all’inizio. Non so quanto di fatto ciò mi sarà utile, ma intanto mi mette di buonumore.
Il fatto è che non riesco a prendere sul serio la parlata britannica. Ormai sono al di là del giudizio – ho fatto amicizia con troppi britannici per perseverare con la mia teorica antipatia – ma il fatto permane: sentirli parlare mi fa comparire un sorriso divertito sulla faccia. Con l’abitudine passerà anche questo, purtroppo – come rimpiango i primi tempi in Germania, quando il tedesco era un muro di suoni che adoravo ascoltare e cercare di decifrare.
Le prime settimane saranno stressanti, ma questa notte ho fatto un sogno che mi ha fatto realizzare che detengo un’insospettata ottica positiva.
Nel sogno io e VB visitavamo un monolocale. Sto considerando diverse opzioni, dato che mi raggiungerà in Inghilterra – una doppia, due singole, un monolocale. I monolocali che trovo sono a misura inglese, ossia minuscoli – e ciò non mi spiace – e inesorabilmente dotati di letto a parete. Nel sogno visitavamo un appartamento minuscolo, con letto a parete, di forma triangolare e decisamente vicino alla fatiscenza – e io mi entusiasmavo all’idea di pulire e sistemare tutto per rendere quel luogo accogliente. Insomma… Sono diventata un’ottimista? O è il mio insano amore per la pulizia e per l’organizzazione che infesta i miei sogni?
Le prime settimane saranno stressanti, e ogni tanto mi sono sentita sconfortata, con una certa voglia di azzerare tutto – me compresa. Il fatto è che non ci sono alternative che preferisco. La mia prediletta è questa, con tutto lo stress annesso. Altrimenti ci si annoia, giusto? C’è un certo piacere nello svolgere freneticamente attività in sequenza. Fa sentire vivi e attivi. E poi c’è tutto il resto – quel resto che comprende le mille piccole cose che tanto mi mancano: l’essere immersi in una cultura diversa dalla mia, in un mondo in cui si parla una lingua che devo migliorare (in Germania traevo piacere dal semplice parlare in tedesco o inglese, in quanto parlavo in tedesco o in inglese), e poi, beh, il master. Il master che a volte sminuisco e a volte ingigantisco, cercando una misura più vicina all’obiettività. E’ un master per studenti dagli altissimi voti, e i posti erano pochi. E poi è un Euromaster, “Contemporary European Studies”, e l’idea di concentrarmi sull’Europa ora, proprio ora, mi ispira moltissimo, ancor più di quando ho fatto domanda.
Poi ci sono i dubbi – perché altrimenti ci si annoia – e la sensazione onnipresente di sentirmi un’intrusa. Non è una sensazione immotivata. Passare da un artistico a lingue (e culture) non dà esattamente l’idea di un percorso coerente. Ma passare da un artistico a lingue (e culture) per laurearsi con 110&lode dà una soddisfazione che giustifica la sensazione di estraneità. Questo master non è distante dalla mia laurea, per quanto concerne il mio campo di studi, ma parte (ovviamente) la vocina interiore che mi dice che devo saperne sull’Unione Europea quanto un laureato in giurisprudenza, da cui deriva sì lo stress, ma anche questo sentirsi spronati a dare il meglio (perché ovviamente voglio concludere il master al massimo).
Passando alle facezie, per la partenza ho fatto acquisti utili e inutili. Tra gli utili figurano un trolley, un asciugamano, calzini e altre piccole noiose cose. Tra quelli utili figurano due paia di jeggings, di cui uno color senape. Il color senape pare andare di moda, con la conseguenza con l’ho visto reiterato in molte vetrine. Ho realizzato di esserne contortamente attratta, ed eccoci qui. L’altro paio è rosso sangue. C’è poi un vestito nero e rosso, dei gambaletti in tinta, un enorme portafogli nuovo.
Per la partenza mi sono anche dedicata, per motivi utili e inutili, a un po’ di esercizio fisico. Ovviamente ne parlo perché è da qualche giorno che non ne faccio – e can che abbaia non morde. Ma per qualche tempo ancora potrò permettermi di mettermi in posa davanti allo specchio, che è uno dei modi in cui mi rilasso. Mi chiedo se, nei giorni che passerò in ostello, riuscirò a fare esercizi. Il lato utile, a parte l’avere un corpo funzionante, è che gli esercizi sfogano. Sono parte del rituale di chiusura di una giornata: esercizi, sudare come un cavallo, doccia.
E’ incredibile la facilità con cui si sviluppa una dipendenza.

Unheimliche Gemütlichkeit.

Ti accorgi di essere in un periodo esistenzialmente stressante quando, di tanto in tanto e d’improvviso, ti coglie un senso di leggerezza al realizzare che per 48 ore potrai fingere che la vita scorre fluidamente e limpidamente come un bicchiere d’acqua senza sedimento – quelli che io amo, quelli che puoi scuotere fino a staccarti un braccio e mai verranno offuscati.
La scrivania è ricoperta di libri e A4 messi assieme alla peggio o alla meglio, accatastati in un caos che sussurra:

Hai iniziato la tesi.

E mi sono già complicata la vita.


Oggi, a cinque minuti dall’inizio della lezioni, nella mia solita e amata prima fila, vedo una ragazza porsi dinnanzi a me con fare deciso, guardarmi negli occhi (e già qui io vado in panico, perché dimentico i volti e non so mai chi stia per salutarmi e chi invece mi guarda per sbaglio) ed esordire con un:
“Posso farti una domanda?”
“… Certo.”
“Perché alla mia presentazione avevi fatto quella domanda?”

Premessa.
I cicli di lezioni atte a insegnare agli studenti come si struttura e mette in atto una presentazione hanno ovviamente visto i tentativi di diversi poveri malcapitati prima di me, ognuno portante un diverso argomento.
Tra questi, la ragazza sopraccitata aveva portato la sindrome di Stendhal, che ho scoperto non colpire – non a livello significativo – gli italiani.
In un grazioso schema proiettato per il pubblico non pagante, si mostrava quindi la ripartizione per nazionalità delle persone affette da tal sindrome. Non erano molti, i Paesi coinvolti, diciamo 4 o 5, più o meno così:

Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Giappone.

La mia domanda, che spero intuirete – per farmi sentire meno isolata nella mia pazzia – verteva sulle ragioni che coinvolgevano, in un quadro tutto squisitamente europeo, il Giappone, che – a prima occhiata, e usando francesismi – non c’entrava proprio un cazzo. Francesismi a parte, credo la mia domanda fosse una cosa simile a un:
“Ma… perché il Giappone?”
A riconferma della mia non totale pazzia ho ricevuto una risposta sensata (i giapponesi hanno sviluppato, causa cultura, una sensibilità estetica simile a quella europea etc…), sentendomi soddisfatta e vagamente incuriosita – quel tanto che basta per sentirsi intellettualmente vivi ma non abbastanza per fare ulteriore ricerca.

Quindi – antenati, coevi e posteri – quante risposte può avere la domanda:
“Perché alla mia presentazione avevi fatto quella domanda?”
Mi si sta arroventando il cervello, a furia di cercare una risposta alternativa a un semplice, quasi vergognoso:
“Curiosità…?”


Ieri mi è balenata alla mente un’immagine non meno folle che mi sta torturando in dissimile qualitativamente ma simile quantitativamente modo.
L’immagine è quella di una porta aperta.
L’immagine è quella di una Kiel d’estate, nel nostro appartamento, con la porta costantemente aperta – senza motivo.
È interessante come il mio cervello, a posteriori, cerchi un motivo per cui lasciare una porta aperta – ai tempi, semplicemente, non c’era motivo per chiuderla.
Ah, idillii passati!
Il ricordo innocente ne ha fatti sorgere altri, messi nell’armadio appena tornata in Italia e lì rimasti per non infastidirmi – mi infastidisce il ricordo di serate fresche passate a giocare a carte dopo una lauta cena, accogliere il ritorno dei coinquilini con amici annessi e festeggiare il nulla – no, non servono motivi neanche per festeggiare – bevendo e ridendo.
Mi strazia, soprattutto, il ricordo di quel cielo. Il ricordo di notti estive che non erano mai del tutto buie, neanche quando – per quelle 3 o 4 ore – il sole scompariva e rimaneva solo quella vaga luce azzurra a cullarti in silenzi irreali.
È colpa di Lezione di tedesco se certe sensazioni tornano – è colpa di VB che me l’ha portato senza dirmi perché avrei dovuto leggerlo ma ripetendomi con fare saggio che avrei dovuto leggerlo.
Lezione di tedesco è uno di quei libri, come molti passati dalla mia libreria, che non posso indistintamente consigliare. È troppo marcato dalle latitudini in cui è stato ambientato per essere amichevole con un pubblico universale. È un libro che definirei tipicamente tedesco, ma il tipico tedesco non esiste, e se questo romanzo mi smuove tanto è perché è specchio di un particolarismo tedesco, di un regionalismo con cui ho vissuto per un anno, non lontano dal confine tra Germania e Danimarca.
Il senso di questo libro diventa allora il promuoverlo per far capire al prossimo Kiel. Non la città, non gli abitanti, ma tutti gli interstizi che la mano umana fatica a cambiare: la rarefazione dell’aria in un dato momento della giornata, la luce sottile e pervasiva, quasi densa, che dipinge di tonalità fredde il paesaggio piatto cosparso di un verde pungente, e di bacche il cui colorito di per sé rossastro vira verso l’oniricità del viola. I gabbiani, poi, il loro urlare straziante che perfora i timpani in una landa in cui l’abitante medio cammina come se riuscisse, per natura, a ottimizzare l’energia: non un braccio lasciato a penzolare più del dovuto, ma neanche trattenuto vezzosamente; non un’espressione gratuita, ma solo quelle basilari, incredibilmente comprensibili perché basilari – imparare (di nuovo) a comprendere il mondo per mezzo delle sfumature.
La memoria seleziona, mastica a lungo i bocconi migliori e oscura quelli peggiori, riassumendo in un attimo intenso quelle che era abitudini allora tediose. Ne sono cosciente. Ricordo anche vagamente come tutta quella pace interiorizzata fosse alienante – come tanto silenzio, nelle orecchie e negli occhi, mi facesse sentire più vicina al mondo a me circostante per mancanza di ostacoli. È una forma di solitudine, solo più vicina a quella romantica di Caspar David Friedrich che a quella disperatamente ricercata in metro a Milano.
Lezione di tedesco mi fa un quadro neutrale – neutrale per accumulo di connotazioni che, così sottili e impercettibili, non riescono a formare uno spessore sufficiente a spostare l’ago della bilancia. Né bene né male, solo: le lunghe e lisce spiagge del Mare del Nord – quel modo vago e stordente che il paesaggio ha di degradare, senza stacco netto, lasciandoti sempre nel mezzo di uno spiazzo, sotto agli occhi del mare, di Dio e di chiunque passi nel raggio di cinque chilometri.
E dei gabbiani, ovviamente, mentre i corvi ti guardano senza farsi guardare.
Unheimliche Gemütlichkeit.

Idoli & emancipazioni.

Colleziono costituzioni stampate e pronte a essere colorate di appunti e punti di domanda.
Mi manca, lo studio sulle fonti. Ricordo gli stressanti mesi spesi a sfogliare le infinite pagine del Sartorius II (raccolta di trattati internazionali) cercando di capire quel tedesco tecnico per giungere al cuore di un articolo, quel punto che è tutt’altro che univoco, e dalle cui parole dipendono vincoli interpretativi e provengono conseguenze su altri trattati. Amo tutto ciò. Ho amato il metodo tedesco, lezioni di domande e risposte sfogliando le pagine sottilissime di quel tomo componibile e aggiornabile. Lo porterò all’esame di “diritto costituzionale comparato” (il metodo, non il Sartorius II), con già data approvazione della docente (che non si aspetterebbe così tanto dagli studenti).
Amo meno il diritto nella vita quotidiana, che torna a rompermi i coglioni in quel suo ambiguo e laido e complicato modo, che mescola la solennità delle leggi a quella della morale a un’emotività che non vuole farsi ingabbiare da parole incomprensibili. Non è la legge in sé, ovviamente, a creare tale garbuglio, ma i rapporti tra persone che la legge crea – odio tutto questo, e lo odio proprio perché la giurisprudenza si traveste da mediatrice limpida e razionale, che è come un alto prelato corrotto che copre con porpora dei testicoli striminziti dall’abuso. (Non faccio parte della fetta di popolazione che nutre acrimonia per la Chiesa, ma è più forte di me: l’insita contraddizione tra “spirituale” e “temporale” della Chiesa Cattolica crea serbatoi inesauribili di immagini d’impatto).
Mi appellerei a Sedlacek, e lo farò: mi aiuterà a cercare la soluzione nascosta in un interstizio tra due leggi.

Nei giorni di studio matto e disperatissimo i modi di rilassarsi solgono essere, per forza di cose, legati alla fisicità.
Mi sto facendo venire i calli ai polpastrelli di indici e pollici a furia di lavorare fil di ferro.
Amo il fil di ferro, duttile ma capace di formare oggetti saldi.
Avevo cominciato con la bigiotteria da mercatino, ma era così tanto palesemente inutile (non la indosso) da farmi optare per un’inutilità fine a se stessa; ho così (ri)cominciato a modellare piccoli idoli, manichini in miniatura dall’accennata forma umana, accennata per essere contorta, allungata o piegata. C’è un Baron Samedi nella libreria, ora, al fianco di un altro paio di figure antropomorfe indistinte. Vi ho accompagnato la realizzazione di qualche croce – amo le croci, sapete che colleziono rosari? Lo saprà chi, entrando in camera mia, avrà visto uno dei pochi oggetti decorativi in mostra: una maschera in legno, ricoperta di rosari attorcigliati attorno alle corna.
Comunque, dopo bigiotteria, manichini e croci, sono passata alla pseudo-utilità: porta-lumini. La mia camera viene costantemente profumata da candele, ingenuo modo di contrastare le conseguenze d’essere una tabagista accanita.
Non che il dare un’utilità a questi oggetti li salvi: spariranno a breve, non appena avrò smesso di piegare fil di ferro per rilassarmi, per finire in un armadio o più probabilmente regalati a qualcuno. Ho anche pensato di scaricarli alla madre di VB, che si dà veramente ai mercatini, riflettendo sul paradosso contemporaneo per cui una forma imperfetta acquisisce valore in quanto l’imperfezione ne garantisce l’autenticità (fatto a mano). Potrei fare dei bigliettini di presentazione che spiegano come tali inutili oggetti siano creati da una povera ragazza che sta morendo di leucemia, e il valore salirebbe ancor di più – Nietzsche avrebbe molto da dire su questo alzarsi del valore sulla base di imperfezioni, manuali e fisiche.

L’altro, consolidato modo di distrarmi consiste nel badare alla mia forma fisica. VB, in tal senso, ha compartecipato alla mia socializzazione all’universo delle pratiche femminili di relax secondo canone, per la precisione portandomi a casa – durante il soggiorno tedesco – quintali di prodotti di bellezza inutili da Rossmann. Ci ho preso gusto, e ora solgo farle notare come tal crema profumata de L’Erbolario mi doni moltissimo e faccia risplendere la mia pelle. Ci ho preso gusto, all’ottica della mantenuta. Pare che il processo di socializzazione all’universo delle più becere pratiche femminili da cliché non fosse poi una faccenda così impossibile, era solo questione – per l’appunto – di cliché, e quello che mi vede dovere prestazioni sessuali a un uomo come pagamento di regali era troppo abusato. Dovere prestazioni sessuali a una donna, invece, è un sogno erotico (poco) segreto. Ve l’ho detto che io e Testori abbiamo molto in comune: una tenacissima, e dall’incoerenza smontabile con poco impegno, concezione della dignità, e una tendenza a significare (“dare un significato a”) il prostituirsi con donne (lui anche con uomini, ma perché era un fottuto omosessuale innamorato dell’estetica degradante del corpo venduto).
Anzi, mi farò progressista e lancerò un appello al pubblico femminile: Emancipatevi, e fatemi regali in cambio di prestazioni sessuali! Un giorno andrà di moda. Oltretutto, circa il vantaggio immediato, sono molto più brava dei vostri compagni – conosco il funzionamento di un corpo femminile etc etc, sono sensibile e vi capisco etc etc
… Tornando alle pause, e all’olio che ho in testa in attesa di una doccia, mi pregusto il ritorno alla vita, ossia l’uscire da queste quattro mura. Il giorno dell’esame (quello per cui non ero preparata) mi sono vestita in fretta e, guardandomi allo specchio, ho realizzato che nelle settimane precedenti avevo maturato un surplus sull’attrattività. Mi sono rimirata sorpresa e soddisfatta e ho cominciato a tubare con me stessa, provandomi i vari vestiti comprati in dicembre e gennaio e che non ho più avuto occasione di indossare. È sintomatico, che io impieghi puntualmente tante energie sulla mia forma estetica il giorno precedente a un esame (o faccio quello o mi perdo nei meandri di Internet seguendo i link più beceri), e deve far parte dell’ottica che mi vieta di sviluppare ansia.
Se continuo a percorrere questo percorso socializzante, un giorno, forse, riuscirò a comprendere veramente il cd. “universo femminile da cliché”. La domanda è: diventerò allora eterosessuale?
(Risposta giusta: “No, non si diventa qualcosa che non esiste”. Neanche i bisessuali esistono, di conseguenza – il fatto che io mi definisca tale ha solo scopo funzionale. Dire “Sono bisessuale” significa “Piacere di conoscerti, ma sarebbe un piacere anche conoscere tua sorella – se vi somigliate”, oppure funge da forma di cortesia: “Sappi che potrei provarci spietatamente con te”.)