ego

Di valli oniriche e veglie.

Ho letto il messaggio accucciata per terra sulla mia borsa, il cellulare in mano nella penombra dello sgabuzzino/bagno del negozio, nel primo minuto dei trenta della mia pausa.

Avevo accumulato buone news nel corso della giornata, grandi e piccole.
Ero stata a un colloquio in una scuola da cui ero uscita più insicura sull’effetto che io avessi fatto su di loro che viceversa – il che è un’ottima nuova, considerando l’esperienza finora maturata con le scuole italiane d’italiano a Berlino. Ottimo l’insieme: la prima impressione, le condizioni, la retribuzione, il fatto che mi inseriscono nella loro lista insegnanti. Incrociamo le dita e speriamo di riuscire a incastrarla bene con i turni in negozio – ed ecco un’altra piacevolezza della giornata: la consapevolezza che in ventiquattro ore il mio contratto part-time come commessa sarebbe diventato automaticamente a tempo indeterminato. Il che non è poco, quando ti servono entrata fisse mensili e al contempo devi trovare compromessi con altri orari. Una strana, confusa, trilingue vita, quella che sto conducendo, in cui lavoro in un negozio dove posso parlare tedesco perché il lavoro come insegnante d’italiano, pagato tre-quattro volte tanto, non aiuta molto con l’idioma locale.
Sto già divagando?
Sto divagando, già.
Torniamo al punto, Kreatur.
Ottima la pausa che è seguita al colloquio, a casa di G, G che è un incontro per cui il mio cuoricino sarà a lungo grato. Mi rincuora il modo in cui sta in piedi, la testa leggermente reclinata, sistemandosi quei capelli che si sta facendo crescere ma che ricaccia sulla nuca.
Sto divagando di nuovo?
Di nuovo al punto, Kreatur.
Al lavoro, in negozio, ho scoperto non solo che non ci sono problemi se voglio prendermi dei giorni di ferie nel periodo X, ma che nel frattempo, nel mio periodo di prova, ne ho accumulati altri, di giorni di ferie, che devo assolutamente usare: ed ecco una settimana a casa a marzo. Schifo non fa, no? Da festeggiare con uno dei due infusi che mi porto a casa oggi: il chai al pepe rosa o l’infuso di spezie? Da decidersi eventualmente, a casa, con VB.
Poi è arrivata la pausa – un’ora, ufficialmente, ma oggi c’è poco tempo e ne faccio con piacere mezza, e recupererò l’altra poi – e come ogni volta sono andata nello sgabuzzino/bagno del negozio, mi sono chinata per controllare l’ora e connettermi a internet e ho visto il messaggio di Mater. Non ho neanche dovuto leggerlo tutto: mi è bastato sbirciarne la fine. Mi è bastata, forse, la sola parola “Diana”. Il resto è stata una conferma.

Ho ringraziato il miracolo degli automatismi, trenta secondi dopo, salutando con un Bis gleich! i colleghi, diretta dall’orientale da cui mi procaccio tanti pranzi e cene. E’ comodo ordinare sempre la stessa cosa. E’ comodo avere trenta minuti di pausa, avere bisogno di mangiare e fumare: il tempo si scandisce quasi da solo.
Ho ordinato i noodles vegetariani, ho pagato, mi sono diretta a uno dei divanetti del Mall. Avevo già gli occhi lucidi e arrossati, ma è quel poco appena impercettibile che non solo è perdonato dal mondo circostante, ma anche da te stessa. Non conta come superamento di un limite. E’ un accenno, quasi dovuto, un contentino, una scusa per non potersi dire che non ci si è dedicati del tempo – per non potersi dire, insomma, che ci si è lasciati andare senza resistenze alla grande tentazione della psicopatica che non si fa turbare dai sentimenti.
Mentre mangiavo, rallentata dal magone (questo, automatico come un singhiozzo: capita, ma te lo lasci alle spalle, di sottofondo, trattandolo come si trattano tutti i sintomi che non si possono controllare), una parte di me – che di opporre resistenze proprio non ne aveva voglia – ha pensato che era una gran rottura di coglioni. Non il fatto in sé, ovviamente, ma quello che mi sarebbe toccato fare: lutto. E lutto significa tante cose: affrontare i propri sentimenti, scovarli se necessario, scoprire a che cosa siano interlacciati, che cosa tiri che cosa, che cosa cada con che cosa, accettare per l’ennesima volta che c’è un tempo per soffrire e basta, senza strategia, come si accetta un singhiozzo – non tutti, ma almeno il primo sì.
Fare lutto – come qualsiasi pratica che riguardi il vivere i propri sentimenti senza poter scartare a priori quelli negativi – richiede un sacco di energie. E non lo dico perché sono una creatura coscientemente fortemente attratta dalla psicopatia come soluzione a molti mali quotidiani: richiede un sacco di energie a chiunque, in bene o in male, che si costruisca una vita sulla celebrazione dei sentimenti, o che li si viva assieme a tutto il resto. Si può evitare di affrontarli e rielaborarli, certo, ma non penso di essere ancora al 100% pronta a una vita fatta di tic e attacchi d’ansia e paranoie e dioseesistesachecosa. Elaboriamoli, questi sentimenti. Inneggiamo alla vita nel suo insieme, morte compresa.
Dopo tre ore di mal di testa al lavoro, sola in negozio, il peggio – o almeno la prima fase del peggio – era passato. Il ritorno a casa, il farsi raccontare nel dettaglio non che cosa, ma come sia successo. Le solite domande che non riesco né forse mai riuscirò a evitare. Era sola quando è successo? Ha sofferto? Non che Diana se ne faccia granché, ora – ovunque sia, e qualsiasi cosa sia, e se sia, ora, qualsiasi risposta a quelle domande appartiene al passato – eppure, ciò nonostante, non riesco a scartarle dalla mia lista di priorità. Come era successo con Micio, uno sputo di tempo fa (settimane? Mesi? Il mio rapporto con il tempo è sempre più problematico). E per quanto tale argomento – le domande metafisiche attorno alla morte di una creatura – sembrino essere proprio il fulcro dell’argomento, in realtà, in qualche modo, sto divagando di nuovo.
Ritorniamo al punto.
Addormentarsi è stato incredibilmente semplice. Qualche coccola con VB (non troppe o crolla tutto, ovviamente – “non preoccupatevi quando una persona rinuncia del tutto alla sensibilità, ma quando sa dosarla con lucidità”, mi verrebbe da dire) e poi leggere fino al crollo.
Il risveglio è stato più duro: ho immaginato il risveglio nell’altra casa, quella in Italia, e la presenza dell’assenza di Diana. E di Micio. Perché, signore e signori, per quanto mi riguarda siamo a due: due vuoti che devo ancora incontrare e che aspettano il mio ritorno. (Ricordate la buona nuova menzionata all’inizio, quella per cui posso prendermi i giorni di vacanze che mi servono per fare una capatina in Italia? Ecco.) Sarà straziante, in parte. (Una parte probabilmente piccola, nell’economia generale, abbondantemente controbilanciata dall’entusiasmo e dal sentirsi le benvenute in un luogo che si conosce e ci conosce – ma non importa quanto grande o piccola sia: importa che ci sia e sia lì ad aspettarti, fatale come un dettaglio che non riesci a ignorare.) Ma non vogliamo i tic e le paranoie, giusto? Il mondo è pieno di gente con la maturità emotiva di una barbie e con l’autocontrollo di una trottola impazzita. Ce lo perdoneremmo? No. Ma soprattutto: riusciremmo a convivervi? Ecco appunto.
Ma, tornando per l’ennesima volta al filo del discorso, neanche al risveglio c’è stato il tempo di. Il tempo doveva essere dedicato ad altro. Alzarsi, pulirsi, vestirsi, mangiare, uscire, lavoro. Ultima lezione di un corso di italiano. Poi al ristorante con due apprendenti a cui mi sono incredibilmente affezionata. Chiacchierare in tedesco e italiano e intanto qualche coccola alla loro cagna, da poco adottata da un canile ungherese. Una piccola miracolata, la creatura. Cauta e facile all’entusiasmo come molti cani provenienti da canili. L’ho guardata – come ogni volta – nella sua presente ritrosia e ho immaginato la sua futura maggior pace interiore, e ho sorriso: certe cose fomentano la speranza e la gratitudine, o, meglio ancora, una mescolanza delle due cose.
Dopo il meraviglioso pranzo, è venuto il momento forse più assurdo di questi due giorni: quello in cui sono tornata alla scuola per contrattare sul mio (ridicolo) onorario. Il fatto che fosse ridicolo era, da un certo punto di vista, un vantaggio: è molto più facile contrattare quando hai poco da perdere. Ma, per quanto facile fosse, ho dovuto dosare le energie, considerando quelle dedicate al mantenimento della Me Stessa quotidiana. Quella cosa, insomma, per cui non entri in un ufficio a contrattare con gli occhi rossi e lucidi. Ma neanche lontanamente. In Germania, poi, soprattutto in una certa Germania di vecchio stampo, dove neanche ai funerali è lecito piangere (essendo il funerale un momento pubblico-sociale, e non privato-personale, prima che berciate sull’insensibilità dei tedeschi, bitte).
Insomma, sono entrata in ufficio a contrattare e mi sono trovata davanti a una persona con gli occhi gonfi, lucidi, rossi. E no, da qui non si dipanerà un racconto di come io abbia scoperto che a lei in realtà era successo che e bla bla bla e questo spiega perché sia una persona descrivibile con epiteti e bla bla bla per cui alla fine mai penseresti di poterla non dico com-prendere, ma addirittura com-patire, ma poi un giorno la trovi in ufficio praticamente in lacrime e tutta la sua vera storia e bla bla bla. Niente di tutto questo. Non so che cosa le sia successo, e probabilmente non lo saprò mai. Avrei potuto – mi sono detta – approfittare della situazione e tirare uno schiaffo alla sua professionalità (che già, nel mio cuoricino, ho messo in dubbio in passato – più lecitamente, ossia per motivi ben più leciti, di due occhi rossi, che probabilmente non sono neanche un sufficiente motivo in sé) dicendole che forse sarebbe stato meglio se fossi passata un altro giorno, ma non l’ho fatto. Né ho – come pure mi sono detta – tentato di offrirle l’equivalente di una pacca sulla spalla (ci sono tanti modi, qui, di farlo senza scendere nel lacrimevole-pietoso, ma sono sottili sfumature che ancora uso con cautela), perché davanti a tanta caparbietà – la sua nel portare avanti la maschera quotidiana nonostante il trucco palesemente sbavato – sarebbe stato forse peggio. Tanta caparbietà meritava un po’ di rispetto. Tanto più che, persino in quelle condizioni, ha cercato di raggirarmi giocando con i numeri.
Ma comunque.
Sono uscita da quell’ufficio con lo stomaco ancora pieno di buon cibo italiano e con un peso in meno sullo stomaco, consapevole che il tempo di posporre era finito: tornata a casa, qui, avrei avuto quel che rimaneva del pomeriggio per rimasticare i sentimenti.

Diana è morta ieri, Micio prima di lei, e i sogni hanno tanto da dirmi.
Sabato notte – quando Diana era ancora in vita – ho sognato di vivere in una Norvegia molto fantasiosa, fatta di aspre montagne ma dolci valli, in cui conducevo una vita stranamente serena e soddisfacente per essere tanto ripetitiva. Ogni giorno lo stesso percorso sulle stesse stradine, avanti e indietro, finché – nel sogno – non ho visto, in un giardino recintato, Diana. Sapevo che non viveva più con Mater (o con mia nonna, che in alcuni dei miei sogni è ancora viva – ma questa è un’altra storia), per un motivo che oserei definire “neutrale” (non sapevo, ossia, quale motivo fosse, ma quale esso fosse, non mi causava sentimenti né negativi né positivi), ma non sapevo dove fosse. L’ho riconosciuta dalla pancia prominente e glabra, dai peli ingrigiti sui fianchi. E ho scoperto che viveva con una vecchia signora, anch’essa “neutrale”. E le due – Diana e la vecchia signora – diventavano l’ennesimo tassello di questa romanzata vita norvegese di giornate candidamente tutte simili: ogni giorno, andando al lavoro, passavo a trovarle, e le sapevo stare bene entrambe, e ciò mi faceva stare bene.
Al risveglio, ovviamente, tanto bene non mi sono sentita. Per quanto nel sogno il fatto che Diana non vivesse più a casa con Mater fosse un fatto scatenato da cause “neutrali”, nella raziocinante veglia la faccenda è apparsa meno tranquillizzante. Avrei voluto parlarne con Mater – per scaramanzia? – ma ho posposto. (Oh, quanto si pospone.) Ho posposto anche – ed ecco che arriva la stilettata d’ironia crudele – perché mi sono detta che tanto a breve sarei tornata in Italia e mi sarei abbracciata Diana e Moka – quella palla di pelo nero e lucido che si fa chiamare “gatto” – nel modo in cui quei due stavano culo-a-culo nel sogno. Li avrei sentiti su di me come loro si sentivano e facevano sentire l’uno dall’altro nel sogno. Quella mancanza che nel sogno era rappresentata dal trasferimento di Diana sarebbe stata riempita da un semplice gesto, il semplice tocco, quell’insieme di calore, respiro e presenza che dà il senso della presenza di una creatura di fianco a noi. Non sono feticista – sono iconoclasta, come sono stata definita da una persona che mi ha fatto indagare fin troppo bene il significato di “presenza dell’assenza” – ma non tutto può essere saturato da immagini e parole. A volte serve una semplice vicinanza di respiri e calori.

Il respiro riguarda un sogno più vecchio, posteriore alla morte di Micio. In un altro bucolico scenario – una mescolanza di mare e montagna, casa e vacanza – ho sognato lui e la mia defunta nonna. Lui si faceva riconoscere per quelle faticose ma rumorosissime fusa che riuscivano a spezzare non solo il silenzio, ma anche altri brusii di sottofondo. E diventavano, esse stesse, un sottofondo, diventavano scontate, e chissà quanti altri miei sogni hanno cadenzato prima che io realizzassi che cosa erano esattamente, prima che io le riconoscessi come un ricordo di una creatura morta, come qualcosa che ormai poteva esistere solo nella mia testa.
E’ servita la presenza di Micio, in quel sogno, per farmi dire alla mia onirica nonna per la prima volta nella mia vita (che io ricordi):
“Nonna, ma tu sei morta.”
Non che nei sogni precedenti non lo sapessi. Ma, per una contorta forma di cortesia, non lo dicevo. Contorta ma essenziale, questa cortesia, perché la nonna onirica ha reagito come reagirebbe una qualsiasi persona a cui dici che non ha il diritto di esistere e quindi per favore che esca dalla stanza: si è offesa, nel profondo, ferita. Non che io volessi dirle che non esiste come presenza onirica e/o che non la volevo là: volevo solo dire quello che ho detto. Per farlo sapere a lei, ossia a me, forse. E forse sono io, allora, quella che sente una parte di sé minacciata dalla non-esistenza? Cosa devo lasciare uscire dalla stanza?

Non so se adesso, nei miei sogni, si aggiungerà anche una Diana onirica. La nonna onirica (che sembra sempre più, chiamata così, una specie di eroina metafisica) e Micio onirico sono e non sono esattamente le stesse creature che erano da vive: sono morte e, da tali, non possono più morire. Non è proprio una differenza impalpabile, se ci pensate: non devo più preoccuparmi per la loro integrità, fisica o mentale che sia. Da non-vive, non sono più soggette a quell’eterno cambiamento che ci benedice e maledice tutti: sono idoli, purtroppo per loro (o, meglio, per la Me Iconoclasta), statici, o perlomeno dinamici quanto può esserlo un simbolo, che più che roteare su se stesso e così mostrare tutte le proprie sfaccettature non può fare. Stanno meglio di me e tutti voi per il semplice fatto che non stanno.
E capisco un po’ di più i catari, quando sento la dolce tentazione di serbare questi simboli umani e bestiali nella mia testa e indulgervi coscientemente: è la tentazione di diventare subito vecchi (dentro). Di smettere di accumulare e costruire e rischiare, e cominciare invece a godere di quello di cui si è già goduto, ma in forma ridotta (come un brodo ridotto, per intenderci, così tanto da non essere più neanche brodo, se non concettualmente: non lo puoi più mangiare, ma la sua riduzione non ha dato vita a un nuovo concetto differente da quello di “brodo”). Ma non voglio neanche cestinarli ciecamente, capite? Mi tengono compagnia, nella loro imperturbabilità, e capisco i culti dei morti e le loro evoluzioni in formato più o meno istituzionalizzato: tra tanto multiforme caos quotidiano, ogni tanto, c’è il conforto di rileggere sempre lo stesso libro, guardare sempre lo stesso film, fare sempre lo stesso punto a maglia – interagire con lo stesso simbolo, che anziché venire da fuori viene da dentro. E’ un contorto – forse perciò umanissimo – guardarsi allo specchio sapendo che ogni specchio deforma.

Non ho mai capito se sono brava a fare lutto o meno.
A volte, pensate, (come ora, tipo), dedico apposta dei momenti al pianto. Perché si deve soffrire (non nella vita e per principio e diamoci tutti ai patimenti, ma come diretta conseguenza di un evento che ci ferisce), e se piango so che lo sto facendo. E so che sto soffrendo, anche se non lo sento, lo so perché lo deduco, ma solo piangendo posso sentire che sto soffrendo, capite? So che è un ragionamento, più che contorto, che sfiora l’auto-presaperilculo (o forse l’auto-manipolazione), ma questo ho a disposizione. E’ come se mi pompassi il cuore a mille per poterlo sentire ed essere così sicura che batte ancora. Un po’ contorto, anti-economico, ma questo ho a disposizione.

Non ho belle parole per Diana come non ne avevo per Micio come non ne avevo per mia nonna. Sono morti, e non possono sentire (per quanto ne so potrebbero non essere neanche più abbastanza qualcosa per fungere da soggetti in una frase). Non ho in diretta conseguenza neanche belle parole che fingo di rivolgere a loro ma in realtà rivolgo ai vivi che leggono, ai coevi che immagino, ai posteri che verranno – il che mi spiace, perché amo scrivere cose tristi quanto amo scrivere forzati happy endings. Mi spiace, perché adesso ci sono persone vive che soffrono e vorrei soffrissero meno, ma io sono brava a consolare quanto lo sono a scrivere fiabe morali sulla morte.
Per questo su Micio ho taciuto, quando è morto. Qualcuno la chiamerebbe “decenza”, ma di questo qualcuno potrei pensare “moralista”; qualcuno “dignità”, e penserei probabilmente “invasati”. Quale sia il motivo profondo del mio precedente silenzio, fa rima con “onestà”, ma in un senso tutto particolare: quello dell’impossibilità di scrivere di quella morte onestamente offrendo al contempo un pensiero non dico edificante, ma almeno non il contrario. Vorrei che il motivo di quel mio silenzio – e di altri simili – facesse rima anche con “umiltà”, ma – per esperienza – più mi sento umile, più risulto arrogante.
Insomma, ho taciuto, questo so. E una enorme parte di me avrebbe taciuto anche nel caso di Diana – un’enorme parte di me che ha blaterato per circa dieci minuti, ieri sera, per poi venire zittita da un ancor più enorme stimolo, e dico “stimolo” perché oggi – mentre tornavo a casa, consapevole di essere diretta a questa scrivania, a questo scrivere e ogni tanto piangere – mi sentivo come se dovessi defecare. Defecare, proprio, non pisciare. Un accumulo che ci sta dentro, e sentiamo, e sappiamo essere parte di noi, e possiamo quindi tenere lì ancora per un po’, ma non per sempre, perché non è così che funziona il nostro corpo, né la vita, né la vita quando sfiora la morte. Pazientiamo, sapendo che il momento sta per arrivare. Certo, nel caso di questa metafora il momento dell’espletamento corrisponderebbe al defecare in pubblico (sto defecando su un blog), ma, oltre ad aver simpatizzato con i catari, abbiamo simpatizzato con i pietisti, e poi con i cinici (quelli originali), quindi non stupiamoci di tanta urgenza di defecare in pubblico. (Prima che condiate il vostro prossimo aperitivo narrando di come i pietisti e i catari defecassero in pubblico: no, non lo facevano. Ma avevano pratiche di confessione collettiva. Fine della parentesi.)
Scrivere qui è l’ennesimo modo di vivermi nel mondo. Sono purtroppo refrattaria all’essere consolata (mano sulla spalla, parole dolci, contrita pazienza e com-patimento – una serie di cose che mi fanno stringere lo stomaco più dalla rabbia che dalla sofferenza, e non fate a casa quello che leggete qui), e a quanto pare o esprimo sofferenza o parlo. Se esprimo sofferenza, non riesco a parlare. Se parlo, non riesco a esprimere sofferenza. (E’ il motivo per cui, fun fact, alcune persone parlano con estremo distacco di avvenimenti atroci a loro appena accaduti: non è psicopatia – o, almeno, non per tutti.) Se scrivo, invece, riesco a esprimere sofferenza – e viceversa. E va espressa, questa sofferenza. Non vogliamo i tic e le paranoie, giusto? E non vogliamo neanche, un oggi o un domani, essere davanti a una Nonna, a un Micio, o a una Diana, a qualsiasi creatura mi ancorerà a questa terra, e non essere in grado di dar loro tutto quello che vorrei – che vorrò, spero – loro dare, perché troppo contriti in sé, troppo costipati.

(Un ringraziamento sensato forse riesco a farlo: a tutte quelle creature che, ancora vive, sanno offrire tanto quanto i “miei” morti hanno offerto a me nel corso della loro vita grazie al semplice fatto di essere vivi e di essere esattamente quello che erano. E non lo offrono perché così un giorno qualcuno le ricorderà. I ricordi non esistono. Gli specchi, però, sì, e nel loro essere deformanti sono essenziali. Esemplari, a volte. Sapeste quanto ho imparato da Micio e Diana.)

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Cani.

C’è chi va nei locali per flirtare con persone, chi con flirtare con cani.
E chi per flirtare con entrambi.

L’ho realizzato qualche settimana fa, fuori da un locale. (Perché qui va di moda così: in autunno e inverno, quando si gela, perché non andare in un locale minuscolo che costringe la maggior parte della clientela a stare fuori in piedi al freddo? Tanto si beve, no?) Sorseggiavo il mio Mojito o Sbagliato o Spritz chiacchierando piacevolmente con i presenti, quando ho realizzato che stavo scambiando occhiate con un cane.
Un bel cane, devo dire. Un po’ timido, sulle sue, un po’ disorientato (o forse congelato), al guinzaglio di un ragazzo che – similmente a me – stava chiacchierando con i presenti. Ci ho messo un po’ a realizzare che volevo conoscere quel cane. Proprio così: conoscere. Conoscere come si conosce una persona simpatica in un locale: ti avvicini, due chiacchiere, tanto sai che finisce lì.
E così mi sono avvicinata al cane, ho brevemente chiesto al ragazzo che lo teneva al guinzaglio se potessi accostarmi, e poi mi sono chinata. Mi sono fatta annusare, ho annusato, ci siamo scambiati i convenevoli e qualche informazione su come fossimo. Tu timido, infreddolito, educato, forse un po’ vecchiotto. Io meno timida, ugualmente infreddolita ma riscaldata dall’alcol, educata come posso, forse un po’ meno vecchiotta di te.
E poi… poi basta, è finita lì. Come doveva finire.

Poi è venuto il turno della cagna al ristorante, a cui ho lanciato suadenti occhiate. Era una cagna veramente bella, c’è da dire, con un folto e morbido pelo color sabbia e due orecchie da stropicciare. Le ho lanciato occhiate finché non ho capito che l’uomo che la teneva al guinzaglio le lanciava a me. Doveva aver frainteso, l’uomo. Succede. L’ho ignorato e ho continuato a lanciare occhiate dolci alla cagna. Ho aspettato la fine della serata, dopo il dolce, per andare in bagno e accostarmi al tavolo.
«Posso?» ho chiesto all’uomo.
«Eh? Sì, certo.» mi ha risposto.
E così io e la bellissima cagna ci siamo scambiate occhiate dolci, carezze, annusatine.

Sono giorni che vanno così: a scrivere incipit senza poi postarli.
Questo, di incipit, è di qualche giorno fa. Una settimana, forse. Prima o dopo che io sognassi di cani lupo straziati?

E’ da tempo che sogno cani. I cani nei miei sogni – abbastanza prevedibilmente – sono o protezione o attacco. Sono guardie, insomma, e sono io a cambiare lato della barricata. Se sono dentro, mi proteggono. Se sono fuori, proteggono il dentro da me.
Non avevo mai sognato grossi cani lupo nella veste di vittime. Guaivano, per strada, e non capivo perché. Me ne stavo allontanando, credendoli – altra e ultima versione dei cani nei miei sogni – bastardi senza guida, idrofobe creature pronte ad azzannare tutto. Cani senza guinzaglio, come si suol dire.
E invece no.
I cani guaivano perché delle persone li stavano scuoiando vivi. Così, dalla coda tirando la pelle verso l’alto. E ho pensato – con il sofferente cinismo di alcuni miei sogni coscienti (di essere in un sogno) – che quella loro straziante sofferenza era un peso. Perché non avrei potuto ignorarli. E non per remori morali esterne: l’ho constatato constatando la mia reazione interna a un tale spettacolo. Mi toccava, insomma, fare qualcosa. E qualcosa, l’unica cosa da fare, ho fatto: ho cercato di salvarli.

Non importa come sia finito il sogno dei cani. Non è neanche finito, a dirla tutta. Il culmine – il punto centrale, la svolta – era il loro cambio di ruolo: da guardia a vittima. E questo è ancor più terrificante dello strazio a cui ho assistito nel sogno.

Poi ho sognato che il Cainita – presenza sporadica ma centrale nella mia vita, simbolo fondamentale – mi notificava che avrebbe dovuto espellermi dalla sua vita. Non ho neanche avuto bisogno di chiedergli il perché, nel sogno. Conosco troppo lui e troppo me per non avere risposta a una tale domanda.
Il Cainita è una persona capace di scelte grosse, di grandi sacrifici, senza apparente motivo. Lo strazio sembra pesargli poco, a volte. E’, vista da un certo punto di vista, una delle sue migliori caratteristiche. Questo spiega lui. E poi ci sono io.
Io sono io. E in quel sogno – come in molti attimi di semilucidità nella veglia – era normale pensare che io fossi una persona destinata a essere espulsa per il conservamento dell’organismo – che l’organismo sia una persona, un rapporto, una norma, che sia quel che sia.
Mi ha basito, di questo sogno, la fatalità del mio pensiero. Mi sono così arresa a questa visione di me? Questa visione di me così semplificata, se non semplicistica, da poter figurare in un/a film/fumetto/serie/romanzo/whatever di serie B?
Sono condannata a essere tenuta lontana da ciò che le persone vogliono proteggere!
Suona becero, vero?
Non mi perdono di avere fatalismi così beceramente filmici, nossignora.
E mi perdono ancor meno di avere fatalismi così certi da farmici arrendere senza resistenza nei sogni, soprattutto.

Quando sono sveglia le cose sono diverse: quando sono sveglia tutto è mediato da quell’infinità di processi che facciamo ricadere sotto il nome di “raziocinio”, dando a questa parola una connotazione che, se non è positiva, comunque suona salvifica.
Quando sono sveglia i cani sono sia guardie che vittime. Vittime, perlopiù, se mi guardo attorno – o comunque non i semi-onnipotenti esseri che riempiono i miei sogni con la loro enorme volontà, enorme presenza. Quando sono sveglia i cani non sono simboli.
Quando sono sveglia non ho una visione così stereotipata della sottoscritta. Mi dico che ci sono diverse variabili – tutte quelle delle persone, tutte quelle delle società – e che il loro insieme fa sì che 1+1 non faccia 2. Che la linearità non esiste. Che tanto è lo sconosciuto da lasciare aperte mille porte. Quando sono sveglia, forse – allora forse è così, mi dico – non sono un simbolo. Non per me, almeno. Non devo esserlo per me stessa, perlomeno.

Api, fiori & corteggiamenti.

Ciao, oh Blog, come stai?

Fall is coming e mi tornano i Rammstein nelle orecchie, soluzione B dopo i semprecari Ulver (il sempre&ossessivamente Perdition City) per scrivere un racconto che m’incespica sull’incipit. Capita, quando la distanza tra te e quello che scrivi è troppa o troppo poca. Ambo le cose, in questo caso.
Fall is coming, ripeto, anche se ci siamo già in mezzo. Ma il mondo esiste quando lo guardi – o quando ne scrivi sul tuo blog, per alcuni. È strano andare in stand-by con se stessi, non è così? Poi ti tocca farti domande senza riuscire a risponderti.
Ok, riproviamo.

Ciak 2.

Ciao, oh Blog, come stai?

Il racconto è a tratti così vicino a me che mi risulta inverosimile scriverne come se fosse fiction. Ma ripetersi che life is stranger than fiction smette di liberarti l’animo dopo un paio di volte. Suona amaro in bocca già alla seconda. Non amaro-amaro, di quel gusto che ti fa contrarre la bocca in spasmi, no. È più un retrogusto amaro, come un cetriolo la cui dolcezza è stata rovinata da quella nota dissonante solo sul finale. Inutile, insomma. A che cosa serve un cetriolo non dolce, essendo il cetriolo nutrizionalmente ridicolo?
Ho un umore da Reise, reise (Rammstein, l’ho detto sopra), ossia il miglior umore a cui potrei auspicare ora. L’alternativa è soffermare lo sguardo sull’enorme ape che prima si è posata su un fiore davanti ai miei occhi, soffermarvi l’animo, ricordare quella che ho ucciso qualche giorno fa perché – in fondo – aveva osato ronzarmi di fianco all’orecchio. Potrei dire che l’ho ammazzata (con cura, velocemente, uccidendo anche il dubbio potesse rimanere viva e sofferente) per evitare che pungesse una delle bestie di casa. Sarebbe vero, retroattivamente. Sarebbe vero in generale. Non lo era in quell’occasione: l’ho ammazzata per indignazione e fastidio e arroganza – salvo poi contemplarne un’altra, la sera, starsene cocciutamente sulla tende, ignorando la mia presenza, e sentire un po’ di Weltschmerz intorbidirmi l’orizzonte.
Quanto faccio finire in un’ape pur di non farlo finire altrove?
E quant’è triste che l’ape divenga un mero recipiente, scelto per la sua utile piccolezza, che più di tanto non può contenere e mostrarmi?

Ciak 3.

Ciao, oh Blog, come stai?

Bene.
È questa la verità più tangibile (perché, insomma, l’umore da Reise, reise ha un che di contemplativo che non mi spiace affatto), e per questo vi rifletto.
Perché sto bene.
Ho preso quest’abitudine, da qualche tempo a questa parte, di monitorare il mio benessere. Non è paranoia. Beh, diciamo che non è solo paranoia. È che la distanza tra beatitudine e beotitudine, tra la pace dei sensi e il loro seppellimento, è un soffio. E io ci tengo a certe cose, come ad esempio il sapermi gustare un vino dal gusto intenso o un’intensa percezione.
Il problema, insomma, è che non so su quale contrasto verta la faccenda. Non sento cose che però esistono e ho seppellito, o non le sento perché non ci sono?
Monitoro il mio benessere perché non conosco gli effetti dello stand-by quando lo usi tra te e te. Permette di accedere a una forma superiore di immanenza, vivendo sempre hic et nunc, o è un bisturi in mano a un delirante chirurgo?
Chi vivrà, saprà.
Intanto, ho voglia di corteggiare – che sta a me come il volgersi di un fiore verso il sole sta alla sua voglia di abbeverarsene.

Riluttante iconoclastia

Quando incontri un’iperrealtà la realtà, per un po’, risulta irreale.
(E ti dici e ridici, quasi compiaciuta, che ecco, è che di realtà ne esistono tante, incomparabili, e bla bla bla, come se esperirlo sulla tua soggettiva e scossa pelle potesse renderti più comprensibile, vicina, al prossimo – tu, realtà irreale.)
Ascolti gli Ulver perché sanno di quell’iperrealtà. Glielo hai detto, che non puoi temere di cambiare in un breve di lasso di tempo. Del futuro non si sa, e lo credi con tale fermezza da guardare con sospetto alle promesse. Certo, del futuro non si sa, ma ci sono cambiamenti interiori che procedono con la lentezza di una valanga vista da lontano. Ci sono cose che ti porti dietro da anni, decenni. Almeno un decennio, gli Ulver e quello che ti ricordano.
Ti ricordi che cosa ti ricordano?
La pace di un mondo svuotato di senso. Non del tutto, non ancora, e ci sono ancora fantasmi umani tra i grattacieli così infami che la natura non vuole saperne di riappropriarsene. Si è, lì, un passo dopo la decadenza. Quel momento di sospensione in cui il passato è già scomparso e il futuro non si fa intuire. Un presente così isolato da risucchiare ogni eco.
Te lo ricordi?
Gli Ulver non ti danno felicità, no: placano il tuo bisogno di nudità e silenzio. “Verità” è un termine che ti sei disabituata a usare. Rimangono solo quelle soggettive, di verità, e hanno ognuna l’ampiezza e la consistenza e l’irrinunciabilità di interi mondi.

Il fumo uccide, recita il pacchetto, e continua a stupirti e non stupirti e nulla poter fare quando le persone s’indignano se il fumo uccide.
Avresti voluto scrivere un intero pezzo per smontare una pubblicità – una a caso – e dimostrare che le pubblicità non mentono. Neanche di una virgola. E smettetela di indignarvi se il dentrifricio non sbianca, il balsamo non liscia, la barretta non vi fa dimagrire: non vi è mai stato detto che lo avrebbero fatto. E il fumo uccide, sì, ma non sapete quanto e come. Forse uccide meno della depressione, forse più della guerra. Il fumo uccide non vi dice nulla di utile per un ragionamento più complesso di una pubblicità.
Non è buffo che le pubblicità non mentano ma i giornali sì?

Poi ci sarebbe la faccenda dei pantaloni, che è tra l’imbarazzante e il peccaminoso.
(In quel tuo mondo in cui usi la parola “peccato” per riferirti alla reazione emotiva causata dall’averlo commesso, non concependo peccati in sé – e sentirti peccatrice è forse il peggior peccato.)
Hai lavato le lenzuola, il coprimaterasso, l’asciugamano, te stessa. Hai posposto i pantaloni, pensando che era solo un piccolo pezzo, e invece sono rimasti lì, più preziosi perché unici, soprattutto mentre la generica paranoia del dopo ti coglie senza darti direzione. E’ quando non sai bene che cosa temere e che cosa non temere, per che cosa patire e per che cosa no, e mentre non sai neanche se innescare subito lo stand-by o se, questa volta, approfittare di qualche momento di sfogo prima di renderti un po’ più psicopatica – mentre sei in questa condizione irreale, insomma, temi, poco, tutto e tutto. Ti guardi attorno con l’espressione vagamente ridicola (e con ciò tragicomica) della bestia braccata non sapendo da che parte devi temere l’arrivo di un pericolo. Ad esempio:
Cazzo, i pantaloni.
Ti sei ritrovata ad annusarli un paio di volte. “Ritrovata” perché, a posteriori (ma è sempre a posteriori), non ricordi di aver deciso di compiere i passaggi necessari per arrivare a quel punto. Non che sia un mistero, il perché tu sia finita con il naso tra la stoffa. Ce lo rimetteresti adesso. E al contempo lo temi fottutamente.

La cosa strana è che, sentendo nella sua voce al telefono il tuo stesso tono sospeso e accorto, ti sei sentita meglio. Niente a che fare con “mal comune, mezzo gaudio” o “allora c’è” (beh, forse la seconda un po’ sì – convivi con lo strisciante timore che l’Arcinemico te lo fotta con un burocratico balletto di abili mosse manipolatorie, che sia dentro o fuori di lui), ma qualcosa di più simile al “non sono pazza”. Dubbio frequente, quando si ama passare da una realtà all’altra, rendendole tutte irreali e iperreali al contempo.

Ti è venuto un tono strano, nelle ultime ventiquattr’ore, da cinico in vena di sputare sentenze. Per zittire il mondo e tutelarne la parte – di solito piccola, minuscola, nel caso del cinico – a cui tieni. Simile al tono scorbutico-accorto dei vecchi. E lo realizzi solo ora, che cos’è.
Horton.
Parla da dietro le quinte, tutt’altro che in primo piano. Lì è stato (con una tua certa gioia) ricacciato, lì rispettosamente (o per menefreghismo) rimane. Ma dice la sua, quando reputa che nessun altro sia in grado di cavarsela meglio.
Che cosa dire, d’altro canto?
Dopo tanto esorcizzare stucchevolezze e scene pietose, hai passato ore ad alternare discorsi totalitari, di quelli che ti fanno scivolare nella saccenza (è la tua debolezza del momento, a spingerti, mentre ti sussurra che a mali estremi…), ad affermazioni altisonanti, epiche, tragiche, comiche, non lo sai neanche tu, come se alzando abbastanza la voce tu potessi convincere il prossimo ad accettare la tua visione. (E sarebbe possibile, se tu non fossi tu e il tuo prossimo non fosse lui. Ma non vuoi che la accetti. Non vuoi che accetti proprio un cazzo, è questo il punto.)

Hai temuto, prima, che se non avessi sfogato almeno un po’ tutto ciò, non avresti avuto il coraggio di andare a letto. Non era un timore generico, ma l’aver intravisto un vecchio e ben conosciuto terrore: il non sopportare la presenza dinnanzi a te stessa. E non sai se sia la sofferenza o se sia la rabbia a causare ciò, perché – lo realizzi ora – forse in te le due cose non sono poi così tanto analiticamente distinte.
Ma è un po’ passato, ora – ossia abbastanza da poter guardare con sollievo a quell’ormai lontano terrore – e puoi dirti di essere felice di essere qui. Quantomeno sai che anni fa (e neanche troppi, forse) non avresti retto tutto questo – e non averlo saputo reggere ti avrebbe privato di ciò che di bello va a reggere. E ne vale la pena, ne vale fottutamente la pena – come gli hai detto – anche se ogni volta è più difficile, lo sai e lo sapevi. Continui ad accumulare debiti che una parte di te, in futuro, potrebbe trovarsi a doverti chiedere di pagare, e forse non potrai farlo, ma fa parte del pacchetto “ne vale la pena”. E non ne vale la pena in previsione di un momento futuro a questo, no: ne vale la pena anche ora, in quest’assurdo stato.

Ti sei fermata, in piedi davanti alla libreria, i pugni stretti sui pantaloni, e hai scorto un’ipotesi dal prezzo così alto che – come certe pareti di roccia nei tuoi ultimi sogni – il tuo sguardo non è riuscito ad abbracciarlo tutto.
(No, beh, diciamocelo: forse avresti potuto, ma non l’hai fatto e ti sei voltata altrove. Non adesso, ti sei detta in quel momento, che avrebbe dovuto essere dedicato proprio al adesso sì. Per questo, alla fine, sei qui? Perché vuoi fare la brava scolara e accontentare entrambe, l’esigenza di stand-by e quella di non gettare tutto nel fondo senza che sia prima elaborato?)
Fa una cosa strana, quell’assoggettante parete di roccia: ti desensibilizza ancor prima che siano arrivati i veri colpi. (Certamente con il tuo aiuto.) Ti senti il pensiero pulsante e ottuso come una parte del corpo colpita a lungo. Colpo, e colpo, e colpo. Usi la musica per aggirarti in quelle stesse stanze interiori che fino a qualche minuto fa ti avrebbero fatto serrare mascelle e pugni, e ora… quiete.

Un giorno una persona mi dirà che gli esseri umani sono delle tragicomiche creature capaci di creare meravigliosi congegni per risolvere un problema. Funzionano splendidamente, quei congegni, anche quando il problema è risolto e passato – e continuano e continuano a funzionare, macinando quel che passa, perché devono macinare per sopravvivere, e dopotutto li abbiamo creati noi. Quella persona mi dirà che è affascinante e stupido, questo fottersi da soli, costruirsi trappole su misura, incapaci di abbandonare quel che ci ha ben servito. Spero, quel giorno, di ricordarmi ancora di averlo pensato tempo prima. Lo scrivo, perché l’amnesia sia scongiurata il più possibile.

Ci saranno dei rigurgiti. Ci saranno? Il tempo futuro risulta sempre più arrogante.
Lascerò la porta aperta, stasera, e i pantaloni sulla libreria. Lungi da me diventare una feticista (e, poi, quale dolore più straziante di avere una parte di una persona sapendo di non poter più avere la persona? Sia mai che dovesse accadere), ma cerchiamo di non diventare bestie affamate di icone da distruggere.

Ecco, ad esempio, basta un messaggio per trovarsi di nuovo a stringere i denti.

Credo siano come le serate tra ubriachi. Se non lo si è entrambi, il discorso non funziona.
Esiste una sostanza, una metafora, un simbolo, che faccia l’esatto opposto dell’alcol?

Basta un messaggio e ritrovarsi tra le orecchie Hozier che parla di entusiasti roghi umani. La sublime e atroce bellezza del sacrificio. Non il momento in sé, no – non la folla che osserva estasiata l’annientamento di un proprio simile – ma il significato del sacrificio: fare a pezzi una cosa nella speranza che, da quel male, in futuro nasca un bene.
Detta così sembra un’antica superstizione: anticipa gli Dei cattivi e commetti il male prima di loro. Diventa il tuo Diavolo. Se Egli ti riconoscerà come suo sottoposto, non si sbarazzerà di te.
E’ o non è quello che faccio con il Dio Che Ride?
Ed eccolo, il primo spuntone dell’altissima parete di roccia: il timore di trovarsi davanti a un cataclisma così ampio da non riuscire più a perdonare. A ridere. Con Dio. Ma non riesco a liquidare questo mio attaccamento come vanità umana. Non riesco a farlo senza scomodare Horton e il suo vuoto, che non è spazio per il futuro ma tomba di ogni presente.

Non riesco neanche a concludere degnamente questo pezzo, non sapendo a che punto, e di che cosa, sono.

Nietzsche

2015-07-06 19.54.20

Questo vaso era stato comprato per Nietzsche.

Nietzsche è una cipolla che, abbandonata nel suo sacchetto sul balcone, aveva cominciato a crescere. Non mi ero, allora, mai data alla botanica (anche se sono parole grosse), e cominciare con una cipolla mi era sembrato ottimale: quale più irriverente modo di colorare il mio balcone, tra balconi pieni di graziosi e fragili fiorellini? Ben venga la testarda e puzzolente cipolla, invece.

Ho cercato a lungo di preservare il vaso di Nietzsche perché fosse solo di Nietzsche, che intanto si è riprodotta e ha fatto crescere quattro indecisi fiori. I fiori non erano granché, okay, ma i loro gambi erano magnifici: lunghi e ondulati come pennellate decise ma non rigide. Ne intravedete le basi nella foto: hanno fatto il loro tempo, alcuni si sono spezzati e altri no, e questo è quello che – per questa stagione – ne rimane.
Ho cercato a lungo di preservare il vaso di Nietzsche perché fosse solo di Nietzsche (orgoglio della cipolla), ma più o meno laidamente, più o meno teneramente, altre piante si sono fatte avanti. Qualche seme dei fiori viola che vedete, e di cui assolutamente non ricordo il nome, sono finiti nella terra. Poi è venuto il turno di una piantina arrivata sul balcone assieme a un cucciolo di conifera, e che alla conifera stava togliendo tutto lo spazio vitale: è quel mostro di pianta (credo) infestante che esce dall’inquadratura, aggrappandosi alla ringhiera e da lì allungandosi ulteriormente verso il cielo. Poi è venuto il turno di quelle piantine (credo) semigrasse che vedete sulla destra, raccolte per strada come orfane sfuggite alla madre, e così similmente per la pianta viola – che proprio oggi ha fatto sbocciare un fiore lilla – similmente raccolta per strada.
Perché, se il vaso di Nietzsche aveva fatto spazio a semi furtivi e a colonne tenaci come piante da strada, come si poteva negare un po’ di spazio a delle piantine abbandonate sul duro cemento…?

Questo vaso era stato comprato per Nietzsche, e per Nietzsche sola avrebbe dovuto essere, sulla scia di quel rigore e di quella chiarezza che – all’inizio di ogni viaggio – tanto amo.
Ma poi, mentre il giardino di piante che sopravvivono al vento sferzante che passa per il mio balcone si accresceva, mi sono ricordata che poco amo i giardinetti zen all’apparenza, quelli che fingono di imitare la natura e vi si attengono solo finché la natura segue le loro regole. Docilmente, implicitamente. Salvo essere strappata quando sconfina.
Ho lasciato che arrivasse quel che voleva arrivare prima, e poi quello a cui ho permesso di arrivare coscientemente, e questo è il risultato: Nietzsche che appena s’intravede in quel caso di piante di cui neanche conosco i nomi, tantomeno le tendenze e i destini. Chissà come sarà il domani, se Nietzsche rifiorirà in quel microcosmo o se ne verrà seppellita. Ho lasciato che, sotto i miei occhi e grazie all’acqua che quotidianamente ho versato, qualcosa di sconosciuto dicesse la sua sul mio disegno. E, a oggi, il sentimento che prevale è stupore – quello stupore che disegna placidi sorridi mentre si fuma una sigaretta sul proprio balcone.

Nessuna migliore rappresentazione per la mia attuale Weltanschauung.

Crash test.

Oggi sono stata sbattuta fuori dalla vita di una persona che dalla sua vita mi aveva già esclusa. Fa sentire come essere giudicati dopo essere già stati sbattuti all’inferno.
Ma questo è solo un incipit d’impatto atto a esorcizzare. Come lexotan per sedarsi e non essere intralciati da impulsi soverchianti mentre si rielaborano i propri pensieri.
(No, non uso lexotan: mi piacciono le sfide. E poi ormai è troppo di moda, e io tengo al mio essere radical chic.)

 

Avrei potuto cominciare con un incipit meno d’impatto e più radical chic:
Questi giorni sono (stati) una reductio ad absurdum che si è realizzata. La prossima volta che qualcuno mi dirà di smetterla con le dimostrazioni per assurdo, dirò loro che l’assurdo è dietro l’angolo. Life is stranger than fiction. Bla bla bla.
Sapete a che servono le dimostrazioni per assurdo? A giungere ai minimi termini – quei fondamentali termini con cui costruire equazioni per ogni situazione, sì che si possa sempre disporre di un utile kit per prendere una scelta. Non importa dove, come, con chi sei: con il tuo utile kit, mio caro McGyver, potrai costruire qualsiasi cosa con quel che ti trovi sottomano.
Ma non l’avevo ancora completato, il mio nuovo kit. E’ un periodo così, di rimescolamento, tipo quando si fa la valigia per il viaggio di nozze (o così mi hanno detto): qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio. Poi, quando sei in viaggio in luoghi sconosciuti, non ricordi più se avessi portato la piastra per i capelli e, se non l’hai portata, con cosa l’hai sostituita per questa nuova Te?

 

Questi sono i giorni degli scontri titanici tra etica (in ricostruzione) e pressante immanenza. Sarebbe facile, se l’etica fosse salda e non in transizione. O se l’immanenza arrivasse con esigenze meno in contraddizione con l’etica.
Il risultato è un piccolo caos tentennante. Piccolo. Ma per chi sacrifica tante cose sull’altare dell’etica è immenso. Nessuno sconto è abbastanza per un prodotto difettato, se il difetto compromette l’intero sistema. E’ veramente così? Non lo so e non lo posso sapere adesso. Ho gettato il seme e raccoglierò i frutti in futuro. Ora disorientamento e frustrazione. E mal di testa.

 

Non fraintendetemi: non confondete “etica” con “agire per realizzare il bene altrui (tuo, proprio tuo di singolo, persona che leggi)” o, variante degli ultimi giorni, “non ferire il prossimo (tu, proprio tu, persona che leggi)”. Ho ferito il prossimo a me caro per tutelare la mia etica, che altro non dovrebbe essere che un mero mezzo per trovare una configurazione che ottimizzi il rapporto tra me e la società – nel piccolo e nel grande. Non il singolo prossimo a cui tengo o che odio (sentimento raro, in me) nell’immanenza, ma il prossimo generico. L’essere umano. Il Mensch che non puoi valutare e giudicare e che potrebbe essere chiunque, te stessa inclusa. Quello che non puoi (non vuoi) rendere un Altro da te.
Ma poi arriva una reductio ad absurdum e tu ti trovi nella paradossale situazione di far penare uno specifico prossimo per mantenere quell’etica che dovrebbe renderti ottimale per il prossimo in generale senza dover rinunciare a ciò che tieni in te.
Grazie, vita.
D’altro canto tale situazione mi ha rimesso in bocca un prendere la vita con filosofia che mi mancava.
Che cosa non puoi dissacrare, quando prima di tutto dissacri te stessa?

 

Ho iniziato a scrivere questo blog perché fungesse da diario pietista, poi aggiornato in pubblica confessione catara. Perché dietro il mio giudicante dito puntato non potessi nascondere i miei peccatucci passati, neanche e soprattutto a me stessa.
E immagino, ora, che queste righe rientreranno sotto quelle che rileggerò, se mai le rileggerò, con una punta di imbarazzo.
Ma tu guarda, guarda un po’, che grottesca creaturina che tanto inutilmente si dibatte.

Birra e fatalità

Adesso ci vorrebbe una birra.
Ma non una birra qualsiasi: la Birrità fatta bevanda. Peccato essere post-moderni, con tutta la faccenda della caduta tra il legame tra significato e significante, idee platoniche e loro manifestazioni, come in cielo così in terra e dacci la nostra birra quotidiana.
Niente Birrità. E neanche una birra in casa, a dirla tutta.
Ho passato la prima parte della giornata a preparare un’e-mail di cinque pagine per poi scoprire che non avrei potuto mandarla perché la persona a cui avrei voluto spedirla mi aveva (già) bloccata. Ammetto il peccato: una piccola percentuale di me ha tirato un sospiro di sollievo. Almeno non avrei dovuto finirla e, soprattutto, rifinirla. E’ un casino quando si cerca la giusta parola, la giusta costruzione, il giusto concetto, la giusta prospettiva, e bla bla bla… quando si vuole scrivere con discrezione, e non nel senso di “celando lo scandaloso”. Ci avrei messo ore e ore, forse giorni, a finire quell’e-mail. Per questo mi sono detta: Magari è il caso di avvisare la persona del fatto che ho ricevuto il messaggio e proprio perché l’ho letto ci metterò un po’ a rispondere. E’ così che ho realizzato di essere già stata bloccata.
Ora, tolto il piccolo colpevole sollievo, rimane il resto, e non so esattamente di che cosa sia composto, questo resto. Amarezza? Sicuro. Dispiacere? Certo. Che altro? Quale altra cosa che ha continuato a sbattermi la testa contro un muro?
Ma questa è stata la metà facile della giornata. Quella in cui non avevo altro compito che quello di organizzare il mio complesso pensiero su una faccenda delicata. Poi è arrivato il vero divertimento.

Sono viziata, sapete?
Sono viziata dall’essere (stata) cresciuta a colpi di retorica e castelli di ragionamenti e costruire e decostruire sistemi. Poco concepisco l’essere troppo stanchi per continuare un ragionamento. Che ci vorrà mai, a continuare un ragionamento?
Ma poi arriva la vita che, per fortuna, te la mette in culo. Con vaselina, perché in fondo ti vuole bene. Abbiamo sempre quello che vogliamo, e io mai ho negato di apprezzare persone con cui poter fare lunghi e complessi e fini e whatever ragionamenti. Et voilà, esordì Ms Vita.
Verso metà pomeriggio ero a pezzi. Svuotata. Tipo quando la gente mi dice che è troppo stanca adesso per continuare il ragionamento. Non che io stessi neanche propriamente ragionando. Ero più alla fase preliminare: raccoglievo dati. E qui e lì, quando ne avevo abbastanza per osare un’ipotesi, ragionavo. O almeno ci provavo.
Ed è stato così, a fiato corto mentre con fatica ragionavo, che ho realizzato di essere viziata. E di essere un po’ manipolatrice – ma lo sapevo già. Sono tutte congetture, ovviamente, come il mio congetturare che molti discorsi in passato mi siano risultati poco impegnativi perché, quando in penuria di energie, passo dal “confrontiamoci” al “ora ti conduco qui, nel territorio che io conosco, dove già conosco tutto e ogni azione è compiuta in assenza di gravità”. Ma oggi non mi è riuscito. Oggi come altre volte con la stessa persona, beninteso, semplicemente oggi l’ho realizzato, osservandomi stanca come dopo ore e ore di studio indefesso a pieno regime.
Ora, non so bene se non mi sia riuscito a livello inconscio o se incosciamente io non abbia voluto che mi riuscisse, ma non conto sul fatto di poterlo scoprire a breve.
Birra, dicevo.
Birra, birra, birra.

In assenza di birra, bevo latte.
Non c’entra un cazzo, ma in questo post-moderno arbitrario mondo una cosa vale l’altra, simbolicamente.
Bevo latte e penso ai punti comuni dei due eventi della giornata, che di per sé in comune hanno obiettivamente una sola cosa: me. Persone che non si conoscono, che probabilmente mai si conoscerebbero, che se si incontrassero si liquiderebbe a vicenda nel tempo di un battito di ciglia.
Liquidata l’obiettività, c’è l’altra cosa in comune: la strutturale presenza del male – un male relativo, assolutamente soggettivo, anche quando a gran voce reputato oggettivo. Una fatalità. La solita, vecchia e fottuta, teodicea.
E’ quella fatalità, semplice e ineludibile e da tutti intuibile, che è tanto chiara nel dire che nella vita si muore. Non c’è vita senza morte. Stronzate del genere. E mi consolo, vagamente, dicendomi che quanto più si vuole avere, quanto più ampio – semanticamente, concettualmente, come esperienza di vita – è quello che si vuole, tanto più si sbatterà la fronte contro quella fatalità. O forse no – mi dico consolandomi all’inverso – forse è solo un caso. ‘Fanculo il “come in piccolo così in grande”. Pura casualità, altro che causalità. E sarebbe bello, perché significherebbe un’unica meravigliosa cosa:
E’ possibile.

Vorrei una birra, o del latte, e una capanna a me deputata. Il mio nome all’entrata, e venga chi ha bisogno di uscire dalla propria norma – che sia quella comune alla società, che sia quella di una sottosocietà che, paradosso non-paradosso, contraddice quella a cui in teoria appartiene. Vorrei – oh moderno anelito – dare un senso al mio funzionare così bene come eccezione. Come presenza dell’assenza. Una capanna, ho detto, di fango e paglia, ben lontana da marmorei altari. Una capanna che si disfi e marcisca come io mi disferò e marcirò – disfo e marcisco ogni giorno della vita, perché altrimenti vita non sarebbe. Che si disfi e marcisca non appena io abbia l’arroganza di pontificarci sopra pretese, di usarla come muro dietro cui ripararmi, di cancello con cui darmi importanza. Di darmi un senso, insomma, che vada oltre a quello che ho nuda.

Guardo Måns Zelmerlöw cantare il pezzo con cui ha vinto l’Eurovision sorridente ed entusiasta in quel modo, assoluto, che ho visto in – benvenuta, retorica – “pazzi e profeti”, e vorrei mangiarglielo. Senza acrimonia. Me lo mangerei come Jean-Baptiste Grenouille è stato divorato al termine de Il profumo, con delirante amore, ma in solitaria.
Vorrei avere grazia nel bene e nel male, in salute e in malattia. Vorrei saperla spandere in chi amo senza che essa subisca le ripercussioni della mia confusione, anziché scrivere cinque pagine sconnesse o balbettare inconcludente al telefono. Ostracizzata e auto-rallentata, in entrambi i casi, dal timore (terrore) di portare bruttezza. Di rompere – rompere-rompere-rompere.
Paradossale che io sia riuscita ad accettare di rompere una creatura che pochi giudicherebbero pericolosa e che io non riesca a farlo con una creatura che a pochi verrebbe voglia di proteggere. Non è paradossale per un cazzo, in realtà, ma mi isola. Mi isola come mi isolerebbe cominciare a pensare in coreano (come, in un certo senso, mi hanno isolato inglese e tedesco): per esprimermi devo tradurre, e traducendo si perde sempre qualcosa – quando va bene. Quando non va bene, nascono i fraintendimenti, che fraintendimenti non sono – i fraintendimenti non esistono – ma diverse interpretazione della stessa sequenza arbitraria di lettere, parole, frasi, concetti espressi.

Ho cominciato a scrivere questo blog perché fungesse da diario pietista. Poi, re-interpretato, da catara confessione pubblica. Il senso è sempre lo stesso: abituarsi a dover rendere conto a se stessi. Anche della malagrazia. Perché io non possa, domani, accusare il prossimo di un atto senza appello e a occhi e orecchie serrati senza che il prossimo possa, volendo, ritorcermi contro quel che sono stata.