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Italia -> Bath

Ha nevicato, e io ho inutilmente atteso che qualcuno – una qualche entità impersonale – pulisse le strade, o le cospargesse di sale, o qualcosa del genere. Poi, è arrivata una dolce signora inglese che, mentre infornava Yorkshire pudding, ha spiegato che le strade non verranno pulite perché c’è crisi, non ci sono soldi, e le cose funzionano così quando c’è crisi, con quel tono sereno ma arreso (o arreso ma sereno) tipico di chi ha vissuto una guerra, e io sempre più penso che Bath viva al di fuori del tempo.
Comunque, non puliranno le strade. Mentre fumo sigarette rollate a mano fuori dalla porta di casa, osservo britannici camminare come zonbi sui marciapiedi scivolosi. E’ frustrante. E’ da tre sere che devo portare fuori A per una cena neo-post-green, e che rimando.
La cena “neo-post-green” è nata dalla mia tendenza a strafare e dalla sua a incastrarmi. Le ho chiesto che genere di cena volesse – romantica, easygoing, neo-post-green…? Ha scelto l’ultima, e ovviamente “neo-post-green” non significa nulla, se non un tentativo di prendere per il culo – come sempre – le tendenze green in A. Mi ha incastrato, e io ho dovuto ingegnarmi.

Rinchiusa in casa, studio per l’inizio del prossimo semestre.
Studiando le relazioni estere dell’Europa, mi imbatto nella war on terror, stamperie americane. Rileggo quest’espressione, war on terror, astraendomi da questo dove-quando, le cui coordinate mi suggeriscono a cosa “terror” si riferisca, e realizzo che war on terror, detto così, da solo, sembra uscito da una fiaba. Una bella campagna epica contro la paura. Cerco dunque di recontestualizzare, ridare senso a quel terrore, dargli coordinate storiche e volti, e penso che anche nella realtà la war on terror è un po’ una campagna epica e fiabesca contro la paura.
Studio i frustranti tentativi di creare un fronte comune europeo in materia di sicurezza – leggasi: qualcosa per cui si possa dire che l’Europa va in guerra. Sto studiando su un manuale di stampo britannico, in ambito britannico, e da quando sono arrivata qui mi disturba tutta questa britannica enfasi sull’armarsi. Armarsi contro chi? Mi vengono citati gli attacchi terroristici in Spagna e a Londra, e penso che per la maggior parte si tratta di un problema britannico, derivato da un certo attaccamento alle posizioni americane. La war on terror. La battaglia epica contro la paura richiede spade e baliste.
Ma nessuno può negare che, in Europa (qualsiasi cosa l’Europa sia), l’Inghilterra se la sia sempre cavata egregiamente in guerra – questa landa di razziatori e pirati. Forse la Gran Bretagna, semplicemente, porta il suo punto di vista storico: “Meglio armarmi prima che o la Russia o la Germania o qualcun altro cerchi, di nuovo, di conquistare quel continente a cui non voglio appartenere ma che non deve appartenere ad altri”.
Studio il crimine organizzato, galvanizzata da Gomorra. Adoro la prosa di Saviano. So che non dovrei farmi galvanizzare dalla forma con cui un argomento viene posto, ma dal suo contenuto, ma approfitto della mia umanità per accendere un certo interesse nei confronti dell’argomento, dato che a febbraio inizio un corso sul crimine organizzato a livello internazionale. Studio questioni terminologiche (“Cos’è il crimine organizzato?”) e metodologiche (ciao, odiata teoria dei giochi, che un giorno amerò), mi informo sulla docente, cazzeggio, attendo che mi vengano riferiti i voti dei saggi (il secondo è stato valutato 72/100, che significa “A”, che significa il massimo – qualsiasi cosa sopra il 70 significa il massimo, e so che ciò è assai poco logico, soprattutto considerando che il massimo di fatto è 85), vado a fare colazione da un francese con croissant al prosciutto e formaggio bevendo chai tea.
Insomma, mi sono re-integrata.

Copio/incollo qui sotto una entry che ho scritto prima di tornare in Inghilterra, dall’Italia. E’ lamentosa e inutile, ma in generale anche io sono lamentosa e inutile.


E così, alla fine, ho scritto tutti e cinque i saggi previsti nel primo semestre. Devo dare una limatina agli ultimi due, grazie al più che sacro aiuto offerto da Ghiro, e consegnarli. Nel mentre, vago in quel limbo conosciuto ai frenetici che si trovano con ore di vuoto davanti a sé.
La pagina Facebook di Occupy Wall St. continua a comparire imperterrita con i suoi posts anti-tutto, con quel vago accento antisemita che a noi occidentali sembra non mancare mai. A proposito, guardatevi The Believer: è godevole, per il principio per cui solo un ebreo può insultare a dovere gli ebrei. Ironia a sproposito a parte, dà un’interessante lettura dell’auto-percezione ebraica (ed è il primo film che, con mio godimento, fa notare che il termine “antisemita” è scorretto). Non ho scritto saggi sull’antisemitismo (strano, eh?), ma su Occupy Wall St. sì, con il risultato che vedo la maschera di Guy Fawkes almeno una volta alla settimana.
Non sono soddisfatta dell’ultimo saggio, ma l’università inglese mi ha reso pragmatica, e – per spirito di sopravvivenza – capace di fare spallucce dinnanzi a una performance solo passabile. E’ che sono troppo stanca. Stanotte ho sognato che una mia compagna, che nella realtà non esiste, scoppiava in lacrime nel corso di una lezione perché non ce la faceva più. Strutturalmente. Non è né stanchezza, né stress, né rabbia: è semplicemente cedimento.
Il 13 torno in Inghilterra, e non posso dire che le persone a Bath mi siano mancate, perché la mia mente ha deciso da eoni che il mio habitat naturale è quello internazionale, ove esso sia trovi, ed è solo un piccolo, fastidioso e seccante caso che io abbia passato la maggior parte della mia vita in ambienti non internazionali (ma per fortuna c’è Internet). Le persone a Bath mi sono mancate come manca il voler tornare a casa, insomma.
Ciò si scontra con il fatto che una buona fetta di “tutto il resto” a Bath è lontano miglia da ciò che mi fa sentire a casa. L’umidità, la sporcizia, la puzza, quel costante e sottile odor di muffa, la società classista, e altre piccole e grandi cose – ma, soprattutto, non poter fumare in casa. Mi mancano un po’ gli abitanti, di Bath, con quella loro cortesia intoccabile, indifferente a tutte le miserie umane, e quell’agglomerarsi di ubriaconi nei miei amati pub. Ce n’è uno, di pub, in cui non ho ancora bevuto una birra. E’ vecchio, collocato in un crescent dall’aspetto bathoniamente georgiano, è piccolo, pesante, e non filtra molta luce – e sembra un covo di pirati. Ci piacciono, i covi di pirati. E mi manca anche un po’ quello sballottarmi da una parte all’altra di quella piccola cittadina collinare, dalle umide e fredde strade ai rimbombanti pub, stringendo boccali umidi di birra e chiacchierando con amici, conoscenti, sconosciuti e barboni.
Mi mancherà, la casa – che sarebbe poi casa mia – in cui ora sto scrivendo. Mi mancheranno quelle piccole cazzate che fanno dire al resto dell’Europa che in Italia le persone sanno veramente vivere: la cura nelle piccole insignificanti cose, la pulizia come atto d’affetto (non importa nei confronti di chi), quel gusto che ci viene inculcato fin da bambini, per cui sappiamo magicamente abbinare due colori anche se non abbiamo fatto studi in proposito, e via discorrendo.
Molte altre italiane cose, ovviamente, non mi mancheranno. A proposito, sto leggendo Gomorra. Appena iniziato. Lo faccio perlopiù a causa di un corso sul crimine organizzato in Europa che frequenterò nel secondo semestre. Dato che l’Italia è una campionessa in proposito, vorrei non essere del tutto ignorante in materia. Gomorra, con la sua prosa fatal-altisonante altamente godibile, non mi renderà un’esperta in materia, ma mi predisporrà.
Poco prima di partire, a Bath, mi sono trovata nelle Claverton Rooms con una I totalmente in crisi. Doveva concludere un saggio in tre ore, non aveva dormito e stava per esplodere. Essendo I un paradigma della tedeschicità del nord, tutto ciò è stato espresso con un silenzio significativo e uno sguardo agghiacciante. I è stata consolata, coccolata, riempita di té e rassicurazioni e quant’altro, e poi trascinata fuori dalla sottoscritta per fumare una sigaretta. Adoro I. Non la adoro come un raro esemplare di umanità, né come persona che adempie a un certo ruolo. La adoro basta. Mi piace averla accanto. Mi piace il suo posato e tagliente modo di approcciarsi al mondo, il modo in cui sarcasmo e genuinità in lei si mescolano.
Poche ore più tardi, a saggio consegnato, in un momento che non sapeva di nulla – uno di quei momenti che servono a riempire lo spazio tra un evento e l’altro – I mi ha chiesto se Berlusconi fosse carismatico. Me l’ha chiesto come lei sa chiedere, ossia senza preconcetti né insinuazioni né un tono fintamente interessato. Me l’ha chiesto come avrebbe potuto chiedermi se c’era ancora zucchero in dispensa, e io ho balbettato interiormente.
Nessuno si aspetta che io, o chiunque altro, sappia rispondere a una tale domanda. Credo che la risposta sia un mistero della fede. Si possono solo balbettare ipotesi e accatastare frasi introdotte da un “considerando che” o “nel caso in cui”. Ma spesso, troppo spesso, mi capita di vedere nei discorsi altrui, quando “altrui” non è passato dall’Italia se non per le vacanze estive, delle immagini troppo bidimensionalizzate per rendere alcune realtà italiane. Eppure, pur vedendo una fallace bidimensionalità, non ho le nozioni – né le capacità, credo – per correggere quelle che mi paiono mistificazioni, in bene e in male. E’, semplicemente, frustrante.

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Dio, il Diavolo e la Morte.

Ieri si moriva di caldo, ma ho fatto del grog.
Il grog è una tradizione per partito preso, la tradizione per chi di tradizioni ne ha poche.
F. mi ha chiesto se volevo farla ubriacare, ma il grog non fa ubriacare. Rilassa, come un buon whiskey, ma è meno pesante. E’ un the caldo alcolico. E’ socializzante, e lo faccio con la compiaciuta premura che certe persone utilizzano mentre cucinano per altri.

Ieri si moriva di caldo, e ho proposto a F. una passeggiata in centro.
Di solito mi trovo nel ruolo di anfitrione di questa cittadina che è stata riassunta nel termine “rispettabile”, con i pro e i contro dell’aggettivo, ma soprattutto con i sottintesi e gli scheletri nell’armadio che suggerisce. Ho sperato che una passeggiata potesse addolcirle la pessima visione che ha della Rispettabile. Una specie di esorcismo.
Un aperitivo nel solito locale aperitivi, perché è liberty ed è sul lago e riesce a mantenere un’atmosfera in qualche modo rilassata – nonostante l’onnipresente “rispettabilità”.

Non so quanto F. sappia quanta impressione mi faccia trovarmi a guardarla così. Un “così” che è tra l’affetto, la commozione, il compiacimento, il sentirmi onorata e non so che altro. Non so quanto, quando mi ha conosciuto, abbia avuto modo di assistere a certe mie espressioni. Io stessa me le sono viste addosso di rado. Ricordo qualche volta, mentre osservavo VB da lontano interagire con altri – in quel modo, che ha i suoi lati buffi (ma pare che ci piacciamo a vicenda a causa di lati buffi), che la fa tanto amare dalle persone. La ricordo farmi tendere le labbra mentre osservavo altre persone, quelle persone che sono grata di avere la fortuna di conoscere, muoversi nel mondo, nel loro piccolo/grande. E’ un’espressione che a sua volta mi fa sentire grata.

F. mi ha dato ridendo della sfasciafamiglie, una definizione che applicata su di me sarebbe così scontata che non l’ho mai presa seriamente. La ignoravo per questioni emotive camuffate da ideologiche, credo: quel lieve astio provato per chi concepisce la monogamia come unica, naturale, soluzione, e quindi giudica il restante mondo partendo da quella base. Da quella base non posso che essere una sfasciafamiglie, non volendo costituirne una in senso classico.
Ma F. me l’ha detto dopo avermi a lungo parlato di quello che ormai è il suo ex-ragazzo, che allora non lo era, di un rapporto che l’ha depauperata e ha fatto sorgere in lei lati che non si aspettava, né io mi aspettavo. C’è del bene in tutto: anche in fondo all’abisso ci sono specchietti in cui scoprire cose di sé, belle o brutte che siano. Ma comunque. Comunque me l’ha detto dopo ore che la guardavo soffrire di quel rapporto pre-famiglia che non sarebbe mai diventato una famiglia, e ho pensato che fare la sfasciafamiglie potrebbe essere persino un mestiere lodevole.
Mi sono trovata ad assistere, per metà – quella dalla parte di F. – alle ultime gocce di sangue spremute da un rapporto. Ho dormito a denti stretti: me l’ha detto lei al risveglio, quando l’ho trovata a guardarmi con un sorriso che ti apre il cuore, e me lo dice il mal di mascella che ho. Ho dormito a dentri stretti per la tensione, che tante cause hanno creato che sicuramente me ne sto perdendo qualcuna.
Ho cercato, mentre vivevo dal boudoir questo dramma umano, di mantenere un equilibrio. Mi ero detta, settimane fa, che forse il mio ruolo in tutto questo sarebbe stato quello di sfasciafamiglie, nel senso di “la goccia che fa traboccare il vaso”. La scusa, il simbolo, il limite. L’Altra, anche se non lo posso essere veramente a causa di quell’articolo determinativo che mi darebbe un ruolo inseribile in una mappatura socialmente condivisa. Ma siamo come veniamo visti dagli sconosciuti, per gli sconosciuti. Ma comunque. Mi ero detta ciò, l’ho dimenticato, l’ho ricordato solo stanotte, quando ormai mi era chiaro che F. aveva in testa il contrario: non approfittare della mia entrata in scena. L’ho apprezzato, con un sorriso interiore grato. E ho cercato di mantenere un equilibrio tra le parti.
Mi dispiace per lei, ovviamente. Mi dispiace anche per il tizio, che cerco di capire, che non mi riesce neanche poi così difficile capire – anche se quella sottoscritta che poteva somigliargli è storia vecchia – e che non volevo stigmatizzare con le mie parole. Mal sopporto il trucchetto di demonizzare il prossimo per levarselo dalle palle e dal cuore. Niente capri espiatori nel mio mondo ideale. L’equilibrio da trovare è quello che ti permette di vedere i lati negativi di una persona, quelli che ti sarebbero negativi, senza spingerla nel baratro dei colpevoli o dei pazzi.

Scrivo l’ultima parte dell’ultimo capitolo di Rush in Peace. Questione di qualche pagina di moleskine. Questione di briciole. Lo finirò entro il termine che mi sono data: l’arrivo di VB.
Arriva domenica, e la cosa mi rincuora. Quando l’ho salutata l’attendeva un mese pesante e frustrante. Odio la nostalgia, tutte le nostalgie, e quindi chissà quante mi sono nascosta in fondo. Quella che riguarda lei è facile da portare a galla: basta mettere le cuffie e far partire The Wings di Gustavo Santaolalla. I film ti rimangono impressi quando ti danno l’impressione di raccontare te – e tra montanari, pecore e lunghi periodi di lontananza Brokeback Mountain ha saputo essere particolarmente laido.
L’ho rivisto, con lei, dopo la mia prima dipartita dall’Italia – per la Germania, allora.
Viene qui domenica, e la vedrò per poco – poco rispetto alle volte scorse. Parto di nuovo, e chissà quando e come la vedrò. Mi fa tenerezza e rassicura – e non so quale delle due cose sia preponderante – il suo dirmi, ogni tanto, che non devo illudermi perché non mi lascerà sola per troppo tempo. E’ una creatura adorabile all’antica, quell'”antico” che forse non è mai esistito se non in libri e film nostalgici, e che parla di romanticismi eroici sciorinati con ostentata leggerezza.
Una volta mi dicevo che avrei voluto volere altro: desideri più vicini, meno azzardati, meno stressanti. Quella tripletta “casa-lavoro-famiglia” che ogni generazione depone come aspettativa sulle spalle della successiva, e di cui vagamente comprendo l’attrattiva. Ho cominciato a smettere di dirmelo osservando quanto utopico sia diventato realizzare questa tripletta di sogni apparentemente modesti. La Crisi, si dice. Sarà la Crisi. La Crisi sta avendo il ruolo che l’Apocalisse ha nei periodi storicamente depressi: diviene una speranza, la speranza che il grande terremoto faccia piazza pulita. Non ho l’entusiasmo delirante dei dorati anni Venti tedeschi e francesi, a riguardo. Non godo compiaciuta di tutta questa depressione. I Venti sono passati e con loro ciò che è seguito. Fallito il positivismo, è fallito anche l’idealismo eroico – poi è fallita la rinascita ottimista dei Cinquanta, le Rivoluzioni sognanti dei Sessanta e così via.
Eccoci qui.
Tolto l’entusiasmo pre-suicida degli anni Venti, rimane una specie di tiepida speranza. Non so in cosa. Sono cresciuta ponendomi mentalmente in situazioni apocalittiche – ciao, personalità borderline – mentre non sapevo affrontare i piccoli squallidi problemi della quotidianità borghese. Ho fallito diverse volte, con fallimenti maiuscolati a causa del rigetto delle triplette di sogni modesti. Sono diventata una creatura definita rara ed encomiabile da alcuni punti di vista, ma che sa di essere handicappata da altri. In certe situazioni ci si domanda se sia meglio invocare la clemenza degli eventi o se invece sperare che il mondo ti ponga alla prova. Almeno saprai, ti dici. File di idealisti amareggiati, negli anni Venti, invocavano la Grande Purga con il tono sprezzante di chi sa che sopravviverà all’anarchia. Avevano appena fatto la guerra, e costituivano una delle prime generazioni di ex-soldati che la patria non sa dove infilare perché hanno smesso di sapersi infilare – o forse non hanno mai imparato. Non abbiamo avuto una guerra, e mi inquieta il pensare che chi ne ha vissuta una con coscienza sta morendo di vecchiaia. Mi inquieta pensare che chi avrebbe qualche consiglio da dare è probabilmente affetto da rincoglionimento senile.
C’è una vaga paura di sottofondo, ma è come la nostalgia: la odio così tanto che la caccio a fondo, facendola divenire latente.
Mi torna sempre in mente una non-parola, una parola tedesca in cui inciampai quando non conoscevo il tedesco, e che descriveva il sentire il male del mondo. Cerco di ricostruirla, ogni tanto, combinando sinonimi attaccati da “s”, ma vago ancora insoddisfatta. Chissà se trovandola troverò anche altro? Una risposta a quel sentire. Intanto ho scoperto che posso sopravvivergli. Che non mi seppellirà sotto di sé. Ho imparato la leggerezza di un certo cinismo compassionevole, cercando di cavare il meglio dal cinismo e dalla compassione. Cercare sempre di cavare il meglio da tutto. Simpatizzo con l’ottica dei miserabili perché sono i sopravvissuti di una costante Grande Purga. Cerco quelli picareschi e scaccio infastidita alcuni sfortunati di Hugo, la cui bruttezza è figlia della miseria. Chissà chi ha ragione? Chi vede nella povertà l’occasione di migliorarsi o chi vi vede un inferno secolarizzato?
Vorrei saper avere davanti alla Morte un sorriso compassionevole, davanti al Diavolo un sorriso partecipe, davanti a Dio un sorriso comprensivo. Uno psicanalista mi spiegò che, secondo le teorie che l’hanno formato, alcune vittime divengono come i loro carnefici per evitare il conflitto. Il conflitto porta dolore. Asseconda il secondino e vivrai inferni un po’ più rassicuranti. E’ così? Voglio vendermi ai grandi dilemmi? Vorrei capirli abbastanza da poter sorridere al dolore e alla fatica.
Sono scesa abbastanza a patti con la Morte e con il Diavolo, per il momento. E’ Dio che continua a risultarmi un po’ incomprensibile. Se solo smettesse di ridere…

Amnesia.

I had to write “a provisional indication of the subject area in which I might write my dissertation” for the MA course I’m applying for. Here the results:

– European studies: interdisciplinary approach (history, sociology, cultural studies, international and European relations, soft power) to the “nationalism” issue. Issue already investigated in the course of my studies (paper written for a course on Canadian Studies: “’The Imperialist’ and the roots of the ‘failure of Canada’”).
– European studies: interdisciplinary approach (history, economics, law, international and European relations, soft power) to the “prison system” issue. Issue already investigated in my bachelor’s thesis (“De Beers and Segregation: A Vicious Circle”).

For the first time in my life I can list my areas of interest. I wonder whether I should feel comforted or claustrophobic. No wonder I ask myself such a question, due to that “prison system” I’ve just written.


I’m having strange dreams. It all started after writing my thesis, when I told myself I had gotten too “barren”, which is like feeling dead if you see yourself as an artist.
I fall asleep focusing on the narrative I’m working on. I’m structuring the plot itself when I’m awake – now I know the plot is set somewhere near Demyansk, somewhere between December 1941 and February 1942, I know who was there (Army Group North, Einsatzgruppe A, SS Division Totenkopf and/or SS Polizei Division), I know Mr Protagonist is unlucky and what will happen to him, who will save him and that he’ll be wandering throughout Europe with three people. I know one must flee, one must be left alone, one must die. I know, of course, what happened in Europe in that period, and I’m merging historical info with the plot. I found out / decided three characters are orphans, and so realized I must decide what role the Lebensborn project will have in my plot. But I lack all the rest – that “rest” that turns a set of events into a narrative.
Therefore, I fall asleep focusing on details. I try to leave my mind wide open. I actually don’t know what an artist is, but I know I need to be able to conceive other worldviews if I want to speak about other worldviews. It all started when I dreamed about the core of this plot. It wasn’t a well-structured dream, but it was revealing – it revealed me how a relationship between two people could, and can, be. I endured this bad-structured plot from their points of view. I woke up and tried to write down everything I could remember, but I could scarcely remember and therefore mentalize what I had just dreamed. It’s like when I try to describe an expression I see everyday but I never need to describe. I think most things just pass before our eyes and then flee, leaving a subtle footprint of their existence. We saw them, remember them, but can’t summon them again. Our memories are flawed: a mixture or recorded data and assumptions based on what we’re already aware of.
Therefore, I fall asleep focusing on details. I try to enter these characters’ worldviews once again. I try to remember – to summon – the way they saw each other, their expectations, and above all what they took for granted. They didn’t speak much in that dream: there was no need. I must give up being myself, when I fall asleep, and beg them to let me enter their minds. Theirs and that of other characters I’ve given birth to since that dream.
I’ve been trying to leave my mind wide open and it’s working, and it’s stressful. I knew it would be. I knew it was the only way to feel alive.

Dell’incredibile pesantezza dei dettagli.

Risultati del TOEFL giunti, con una tripletta sconcertante: reading 28/30, listening 27/30 e writing 29/30. La sottoscritta guarda l’ultimo e pensa: “My ass.“, con quel sufficiente inglese di cui è munita.
In realtà è logico: il TOEFL testa l’inglese accademico, ossia quella parte dell’inglese che conosco meglio. Posso disquisire di assurdi concetti semi-sconosciuti con una prosa ricercata (neanche tanto, poi, scopro ogni volta che vado a studiarmi secondarie costruzioni sconosciute ai più), ma poi non so come si dica “ammorbidente” (softener? Cazzo, c’ho azzeccato – grazie, inglese, oh lingua che s’è mutata per rendersi utilizzabile da tutti i parlanti dei Paesi colonizzati).
Lo speaking è un misero 23/30, che è comunque molto più di quanto mi aspettassi, dopo la mia pietosa performance. Ho incontrato qualche tempo fa in dipartimento di anglistica quell’insegnante che tanto mi adora perché ero l’unica a sbattersi come lei avrebbe fatto, quella stessa che alla prima lezione principiò con un “Eet ees” (It’s), portandomi a un sincero facepalm interiore mentre pensavo: “Passerò un anno ascoltandola parlare in inglese. Alla fine parlerò come lei.” Al facepalm si è sostituita un’angoscia arresa, e ora eccoci qui: 23/30 è sufficiente per i requisiti del master, quindi pensiamo positivo e diciamoci che, se mi prendono, avrò modo di lottare con i britannici mentre sistemo il mio parlato cercando di non assorbire le loro orribili pronuncia & cantilena.

La casa in cui vivo è stata definita “la casa di Dexter”, e da allora guardo a essa con nuovi occhi – e un po’ di compiacimento, perché no? L’importante è che sia accogliente & rilassante, come sempre, e il fatto che riesca ad esserlo mentre si mostra minimale e squadrata come il sogno erotico di uno psicopatico mi aggrada.

Wikipedio cose come “Demyansk Pocket” e anche ciò mi aggrada: la mia ricerca sull’autunno del ’41 procede, sempre più nel dettaglio. Quando arrivi a dettagli tali da farti pensare “Non sapevo né che esistesse un posto del genere, né che un tale avvenimento fosse accaduto – tutto ciò non mi ha mai sfiorato” ti rendi conto di quanto sia infinito il mondo, e di quanto arbitrariamente alcuni fatti vengano ricordati mentre altri finiscano con l’essere ignorati. Non credo che la mia vita cambierà in modo sostanziale, dopo aver approfondito il… (assedio? Presa? “Città conquistata da un esercito e assediata da un altro”? Come traduco “pocket”?) di Demyansk (chissà poi come si pronuncia), ma l’evento ha sicuramente cambiato la vita dei furono abitanti di Demyansk, e chissà in che misura li influenza oggi.
Avrei voglia di scrivere, ma mi ripeto che non so ancora abbastanza. Che non sono ancora dentro all’autunno del ’41, da qualche parte con l’Army Group North tedesco (dovrò tradurre anche questo, e come? Grazie, wiki: “Gruppo d’armate Nord”). Da qualche parte dalle parti di Demyansk, quindi vicino al Fronte, con la Divisione Totenkopf e la Divisione Polizei vicino. Mi angoscia il vuoto che si crea nella mia testa quando penso al paesaggio: com’era, il paesaggio? Se dovessi descrivere Kiel, ad esempio, metterei corvi, enormi gabbiani e piche. Cosa c’era dalle parti di Demyansk?
Insomma, devo decidere dove scendere a compromessi, ossia dove accettare di fallire. Non avrei deciso di concentrare la mia ricerca su questo periodo storico, con annesso contesto, se non ci fosse già nel mio cervello una sufficiente quantità d’informazioni. Ma poi ci sono i dettagli. Quella forse-villa dalle parti di Demyansk in cui tutto inizia, ad esempio.
Il punto è, ovviamente, che non voglio scrivere di Demyansk. Non è l’obiettivo primario. Ma capisco chi dice che bisognerebbe scrivere sempre del contesto in cui si vive: farlo aiuta a evitare di dire cazzate. Farlo permette di approfondire i dettagli, caratterizzare le scene con elementi “reali”, e non con vaghi e confusi concetti “universali”.

A proposito di scritti altrui, sto finendo Edipo a Stalingrado di Gregor von Rezzori, e lo consiglio di tutto cuore. L’unico problema è che è un lento romanzo d’idee che usa una prosa complessa ma necessaria per esprimere sfumature di concetti solo vagamente “popolari”. E’ uno di quei romanzi dinnanzi a cui mi dico: “Serena, ciò ti dimostra perché ti senti sola nell’avere i gusti che hai”. Ma von Rezzori ha una sensibilità per i dettagli, e uno sguardo omnicomprensivo nel senso di “aperto al prossimo”, nonché una vena satirica che me lo fanno consigliare a morte comunque, disperatamente, come un messaggio in una bottiglia abbandonata al mare.

Del libero pensiero.

C’è ancora un tassello che – come Me mi ripete – mi manca per tornare a una soddisfacente percezione della totalità della sottoscritta (ossia quella che prevede un buon accordo tra me e Me), ed è la mia prosa.
Come Me mi fa notare, la suddetta si è peggio che impoverita: deteriorata.
È colpa di tante cose, alcune semplici da rintracciare, altre più nascoste. È colpa soprattutto della mia attuale forma mentis, che cerca di raggiungere orgasmi per accumulo d’analisi. Foucault, pare, voleva fare lo scrittore di fiction – e ne noterei la frustrazione leggendo le peculiari forme con cui arricchisce le sue analisi. È un buon esempio di come l’arte – in questo caso intesa come “accorgimenti estetici” – possa in taluni casi essere più che congeniale, direi necessaria allo svolgersi di un ragionamento.
Ma lasciamo stare Foucault.
Il punto è che inciampo – quando tento di scrivere in italiano – negli stessi dubbi e nelle stesse esitazioni in cui inciampo quando scrivo in inglese. Di meno, ovviamente, e in campi semantici differenti – ma il percepire la non saldezza della mia padronanza della lingua italiana equivale al non avere presa su me stessa.
Tornando a Foucault e a come l’arte possa essere un estetismo necessario allo sviluppo di un sostanzioso ragionamento, le debolezze delle mia prosa mi fanno pensare che ci sia una certa debolezza nel mio pensiero. Ma “debolezza” non è il termine giusto. L’accumulo di tecnicismi al fine di saper comporre analisi dettagliate esclude debolezze di struttura; si tratta invece di una mancante fluidità. Fluency. “Fluidità” mi suona parola straniera, ecco un buon esempio.
Mi manca il percepire la morbidezza delle parole, il facile modo in cui mutano a seconda di come le si accosta. Mi manca il saper trovare in velocità un sinonimo. M’incastro in macchinose riformulazioni di frasi che somigliano più a una definizione da dizionario, o alla spiegazione di un esperimento.
Mi manco, insomma.

Così, stanotte ho scritto un racconto brevissimo per darmi un contentino. È per un concorso da poche pretese, ma ciò che conta è mantenersi nel circuito. Con la mente, non con le pubblicazioni.
Due sere fa avevo ripreso in mano un certo progetto, che come tutti i progetti nasce come un indefinito racconto breve, che so diverrà lungo (conosco i tempi dei miei intrecci), e probabilmente ancor più lungo, fino a sfiorare il romanzo, ma stabilizzandosi in un’incertezza.
Ho bisogno di libertà. Ho bisogno di vivere nuovamente le parole come forma di scoperta, e non di descrizione. Un paio di settimane fa abbiamo fatto una simulazione dell’esame in classe – la scrittura di un essay – e circa la struttura (la struttura per paragraphs, la strutturazione dei singoli paragraphs con la logica richiesta dei suddetti) sono andata egregiamente. L’odiato reiterarsi di Introduzione-Svolgimento-Conclusione è ormai parte vivente di me – e vorrei bruciarla, urlando a chi la insegna quanto influenzi il pensiero stesso. Arriverò al giorno in cui non inizierò pensiero se non essendo certa del fatto che vi sia una conclusione a cui giungere? No, Dio, ti prego, no.
Sfogo le mie cosiddette “velleità artistiche” intrecciando pezzi di bigiotteria, e persino lì inorridisco al vedere come in così breve tempo l’estro sia stato incanalato in strutture predefinite. Non ho il cuore di una dadaista, ma poco tollero l’osservare l’artigianato colonizzare ciò che vorrei essere campo dello sfogo creativo. Per trovarvi comunque un senso e non annoiarmi mi sono quindi messa a calcolare come aumenti il mio costo-opportunità.
Così, due sere fa ho ripreso in mano moleskine e penna e mi sono imposta di procedere. Pur in maniera un po’ meccanica. Devo oliarmi, lo so, e l’unico modo di farlo – mentre lotto concettualmente con le strutturazioni impostemi dal mondo che mi sono scelta – è rincorrere la prosa perduta. Non so se il “Vero Artista” sia mai esistito, o se sia un’invenzione atta a romanticizzare i coevi di Ariosto, che tutto tranne che impulsivi erano, ma conosco la mia versione di “Vero Artista”, quella meno legata a vincoli interiorizzate e aspettative al varco, ed è quella che rimpiango. Non amando rimpiangere, cerco di ipnotizzarmi per farla pop-uppare di nuovo, afferrarla al volo e costringerla a sfogarsi per me, a me, con me.

Leggo The Structure of Scientific Revolutions annuendo annoiata. È quel genere di libro che, dato il mio background, non dice niente di preciso di nuovo, ma dà al sapere già accumulato una maggiore definizione. In tre capitoli di fila ho scritto qua e là “self-fulfilling prophecy“, al punto di chiedermi se magari non stessi leggendo da fanatica che trova solo quel che cerca (self-fulfilling prophecy, per l’appunto), e concludendo che – semplicemente – Kuhn mi stava dando la versione scientifica di altre simili meccaniche da me già analizzate – o di cui ho letto, ho sentito, e congetturato, e ormai è difficile ricordare cosa venga da letture, cosa dal tempo libero, cosa dall’università, cosa dalla mia testa.
Kuhn, in generale, mi dà l’idea di una mente cresciuta enjoyando appieno i preconcetti solidi e ramificati di un certo campo di sapere che a un certo punto si ribella e si dà alla filosofia e al post-strutturalismo. È come uno yuppie travestito da hippie. È come Mike Bongiorno travestito da Platinette. Insomma, no. Intendiamoci, non ho letto altro di Kuhn, e la mia è una mera impressione – la stessa avuta leggendo ne Il codice Da Vinci che il 666 era il numero della bestia. Mi riferisco a quella marca di ingenuità che consiste nel sottolineare entusiasticamente come incredibile rivelazione una cosa che, per un esperto del settore, non è che un becero fondamento, presupposto, prerequisito.
Ho riflettuto parecchio anche sulla virtuale comunità in cui mi riconosco da anni e anni e anni (da che ricordo, insomma), virtuale sia spazialmente che temporalmente. Ho bisogno, insomma, di gente morta: ho bisogno di Agrippa, di Bruno, di Hobbes, di Hugo, di Goethe, di Schiller, di… di… Di gente morta che mi ha lasciato frammenti di pensiero con cui ricostruire questo cimitero vivente di pensieri, scalini su cui il pensiero attuale si è costruito, o che il pensiero attuale ha cercato di rinnegare, tracce di storia che si presentano come idee – e le idee escono un po’ dalla cosiddetta “storia”, perché l’idea, ogni volta che viene espressa, parte un po’ dal presupposto d’essere assoluta, incurante dei cambiamenti avvenuti e che verranno.
Non ho bisogno, intendiamoci, propriamente di Agrippa e Bruno e Hobbes e via discorrendo. Nessuno di loro è ciò che cerco. Nessuno di loro può essere eletto come fratello spirituale dell’anno, perché ognuno di loro – nella propria totalità – ha parti che preferisco non riconoscermi affini. Ma è il presupposto con cui hanno espresso il loro pensiero che è condiviso e condivisibile: questa convinzione, forse solo occidentale, che ci sia una comunità di lettori futuri – i miei “posteri”, oh coevi – non meno importante di quella presente.
Anche perché, oh coevi, vorrei farvi riflettere su un consistente scarto che viene poco valutato. E mi riferisco alla fallace convinzione che i coevi di un romantico quale Schiller era fossero in qualche modo dei romantici (in senso storico), essendo quella l’epoca del Romanticismo. Ma la maggior parte della popolazione, vuoi per mere questioni di poca diffusione della cultura, era probabilmente rimasta alla Controriforma, o forse percepiva l’Illuminismo come ultima avanguardia.
Se googlate liberamente seguendo le tracce degli sviluppi filosofici vi imbatterete nei miei adorati post-strutturalisti, che sono – comunque – già datati. Ciò, se lo scarto di cui sopra non esistesse, significherebbe che io potrei parlarvi, oh coevi, partendo dal presupposto che – essendo in era post-post-strutturalista – voi abbiate perfetta padronanza di una certa logica di pensiero. Ma sono cazzate, lo scarto esiste e quindi io scrivo ai posteri. D’altro canto, se quello scarto non esistesse, io non mi sentirei in imbarazzo ogni volta che inciampo in un Derrida o in un Barthes riconoscendone i nomi ma senza sapere di fatto che abbiano detto.
Mi manca, nel senso di “vorrei”, una salda base scientifica generica. Me ne rendo conto grazie a VB e alle sue irrisolte tendenze per l’ambito scientifico. VB che mi manda lettere d’amore scritte da un uomo con l’animo degli homines novi rinascimentali, quel genere di scienziato che non può più esistere perché ormai certune scienze sono la prassi e non la scoperta, e perciò non richiedono alla mente operante di avere geniali illuminazioni o visioni del mondo. Ma lo porrei un po’ più oltre, agli inizi del 1600, e probabilmente per il mero fatto che conosco meglio quell’epoca, in cui compito primo di ogni pensatore era d’essere un indagatore, e quindi d’ogni indagatore di trovare una duplice risposta: una che rispondesse sia spiritualmente che agli strumenti d’analisi. Odio chi liquida Galileo rappresentandoselo come un ateo che dovette fingere d’essere credente per sopravvivere. Preferisco figurarmelo come solo esteriormente diviso tra due campi, religioso e scientifico, mentre in sé aveva intuito come tali campi non fossero che due linguaggi per esprimere le stesse cose.
Ma ovviamente chi Galileo fosse nel suo intimo è e sarà dato ignoto. Io preferisco elogiarlo figurandomelo come prossimo, interiormente, all’essere umano per me ideale. I tanti che oggi ne negano la religiosità compiono il mio stesso atto – ma non fatevi dire da nessuno, nessuno, neanche da un biografo di Galileo, chi Galileo fosse interiormente. La nostra libertà di pensiero sta anche nell’impossibilità del presente contingente di modificare il passato perché risulti più coerente con le premesse che vengono propagandate al popolo. Pensare che intimamente Galileo sognasse di farsi fare servizi orali da Dio in persona mentre questi gli riconfermava le sue teorie scientifiche non è semplice frutto di desideri trasgressivi irrisolti: è anche un violento ribadire l’irreducibilità del libero pensiero.

Puttane, martiri e cospiratrici.

Il problema si presenta al risveglio, quando la relazione mente-corpo non ha ancora avuto modo di essere filtrata da vanità quali l’auto-controllo e la mediazione dei sensi, e quindi il solo premere il polpastrello del pollice sui tasti del cellulare mi causa un pungente dolore.
Dovrei smettere di modellare fil di ferro, ma finirò invece con il circondarmi con i miei idoli steam-punk e con il parlare a loro di tutto, senza più la necessità di aggiornare questo blog.
Devo solo arrivare a quel punto in cui riesco a considerarli vivi e altri-da-me, e allora voi – coevi e posteri – non sarete più necessari.
Se pensate che una tale pratica potrebbe essere sintomatica di una certa alienazione, riflettete su tutte quelle persone che tengono un diario segreto.


Il fine ultimo della creazione non ha, di Bunker, la scioltezza data dall’aver vissuto sulla propria pelle il contesto narrato (o non ha la capacità di ricrearla). Ha più il tono dell’introduzione al carcere, rappresentato con immagini di violenza espressionista (che bello trarre termini dal repertorio abusato delle recensioni).
Ha qualcos’altro, di abbastanza unico, e s’incarna nelle descrizioni di Juliette Devlin, ospite non prevista nello scenario apocalittico (carcere in rivolta, terra di nessuno, anarchia totale, il delirio che coglie le città conquistate e assediate, squarci alla Bosch – espressamente citato – sull’innata e inconscia crudeltà umana). Willocks fa il progressista e si mette nella testa di Devlin, progressista a sua volta, donna che va oltre tutte quelle stronzate sulle donne da Venere e sugli uomini da Marte e via discorrendo. Devlin non viene, come molte suoi simili letterarie, elogiata sì ma non troppo, ossia elogiata ma non al punto di risultare più mascolina del protagonista maschile. Per ora (sono a pagina 328) c’è un buon equilibrio tra i due protagonisti, e la loro differenza di carattere non serve a giustificare l’ormai accettata inettitudine delle donne nei climi di violenza. Insomma, lodabile – se non realizzassi che Devlin, nel non assumere il ruolo della donna che dimostra di essere forte, ne ha assunto un altro: quello del ragazzino novellino che viene introdotto in un mondo da "cane mangia cane" e deve quindi conquistarsi la stima altrui. Molto Bildungsroman, insomma – insomma, Devlin mi ricorda Ron Becker in Animal Factory, e non so se sia un passo avanti o uno indietro nelle da me tanto odiate questioni di gender.
Mettendo da parte le tediose questioni di gender, ho sviluppato una passione per lo psicopatico di turno (Grauerholz) a una vaga antipatia per il fatto che il protagonista è quel genere di personaggio che viene rispettato anche se non aggressivo (facile modo di mantenersi politicamente corretti).
I passaggi che citerei sono aumentati, rivelandomi un Willocks capace di avere visioni del mondo più vicine alla mistica che alla filosofia – ci piace, ci piace.


Mi sono svegliata realizzando di aver sognato J e il fatto che non era la prima volta. Ha una sagoma ancora confusa, nel senso che al risveglio non riesco a ricordare come fosse nei miei sogni rappresentato, e mi rimane quindi solo la sensazione a questo simulacro collegata. Tende al positivo-neutrale, ossia quella positività rilassante che ti dà una stanza in cui ti senti a tuo agio. Non mette in allerta il mio inconscio.
Complimenti, J. Sei entrato nel repertorio delle comparse dei miei sogni. E l’unica cosa che ricordo è che mi parlavi di Genet – o ne parlavi in un tuo libro – no, lo citavi sottilmente, stile intellegenti pauca, coglievo e ne parlavamo.


Facciamo un caffè.
È la frase che apre pause, perché le sigarette non hanno e non hanno mai avuto tale ruolo nella mia vita. Fumo mentre leggo, scrivo, penso, sistemo casa – posso fumare anche mentre mangio e scopo.
Il caffè è diverso, va preparato. La caffeina che scende nel mio corpo lo rilassa – quel paradosso poco paradossale agli occhi di chi convive con una dipendenza.
Facciamo un caffè.


Su Facebook adesso gira:

Tra amiche abbiamo deciso di fare qualcosa di speciale su Facebook.
In un periodo in cui la stampa, voyeristica e morbosa, sembra attribuire alle donne come unica professione "il lavoro più antico del mondo"; riscopriamo le grandi donne del passato, per permettere a quelle del presente di avere modelli diversi di identificazione e non inibire lo sviluppo di quelle del futuro.
Scegli una grande donna della storia e usane la foto nel tuo profilo.
Inoltrate questo messaggio a quante piu’ donne conoscete e FACCIAMOGLIELA VEDERE NOI!!!

Io, come al solito, applico il principio della Lokasenna e divulgo.
È meglio delle precedenti degradanti catene (Per far impazzire gli uomini mettiamo sul nostro status il colore del reggiseno che indossiamo, solo il colore, così non ci capiranno niente e impazziranno! e cose dal simile tenore), e come idea non sarebbe male, ma mi rimane l’insoluta domanda: perché in segreto?
E cos’è quel "facciamogliela vedere noi"? A chi?
Citerei Qualcosa del genere, da me amato per lo scrivere entries che sono Lokasenne, e che nell’ultima ha omaggiato il pubblico con:

L’altra sera Alessia Marcuzzi stava facendo la paternale ad un tizio del Grande Fratello per aver dato della troia ad un’altra concorrente. “Hai insultato tutte le donne!” – tuonava retorica la Marcuzzi, mentre dalla scollatura due poderose tette fronteggiavano impavide la barbarie dermatologica dei quarant’anni.
Qualcuno sa spiegarmi per quale motivo da qualche tempo a questa parte qualunque insulto ad una donna diventa automaticamente un’offesa rivolta all’intera popolazione femminile? Sono l’unica mente semplice a pensare che, probabilmente, il tizio in questione non volesse lanciare un irrispettoso anatema contro il generalizzato degrado morale del gentil sesso ma stesse semplicemente dicendo a Monica – e solo a Monica – che è una lurida puttana succhiacazzi?
Fossi in voi donne piuttosto mi sentirei oltraggiato da quella vacca ottusa di Alessia Marcuzzi per aver anche solo lontanamente ipotizzato che – nonostante le ore che avete trascorso a studiare procedura civile, la posizione lavorativa rispettabile e la discreta emancipazione economica – la sola evidenza di possedere una vagina vi costringa a identificarvi emotivamente con la prima troietta leccascroto che sculetta su un cubo di canale5.
Berlusconi dice a Rosy Bindi che è una cozza? “Siamo indignate! Umilia le donne.”
No, sta solo dicendo che quella figlia di puttana è disgustosa come uno scorfano che sguazza in un cesso schizzato di diarrea nel bel mezzo di un videoclip dei Crystal Castles.
Non è che tutte le volte che qualcuno dà della testa di cazzo a Cicchitto mi sento offeso in quanto uomo.

Amo Qualcosa, come si amano tutte le critiche prive di istinto di sopravvivenza. Ciò non significa che abolirei ogni forma di indignazione dinnanzi a un degradamento mediatico della "donna" (qualsiasi cosa essa sia), ma di indignazione in Italia ci siamo sufficientemente abbuffati, mi pare. E poi il problema viene riproposto sempre con lo stesso manicheo schema di base, ben riassunto dal dire che "anche le donne sono [aggettivo qualificante]". È quell’anche che vi fotte, infervorate femministe moderate, come il "anche i gay sono [aggettivo qualificante]". Con l’omosessualità si raggiungono a volte picchi adorabili, riassumibili in un "anche i gay sono normali".
Perché è di questo che parliamo, genderizzato popolo: di norma. E la norma italiana, ossia la neutralità italiana, è riassunta in un maschio eterosessuale. Un maschio eterosessuale non deve dimostrare in continuazione di essere normale, e quindi può permettersi – ad esempio – una certa divertente volgarità senza dover temere di esserne marchiato. Io amo quella certa divertente volgarità e quindi mi ritrovo ad amare più uomini che donne – e questo potrebbe far dire a qualcuno che stimo più gli uomini che le donne, ma sarebbe sbagliato, sbagliato come dire che i bianchi sono più portati dei negri (indignatevi anche per questa parola – facile indignarsi per le parole) per la giurisprudenza in un Paese in cui il 98% della popolazione non bianca è troppo povera per permettersi degli studi universitari. Diventare un avvocato non fa diventare un negro una mozzarellina (per questa non vi indignate, vero?), e una certa divertente volgarità non fa di me un uomo.
Percorrendo i nessi di questi sillogismi aristotelici all’inverso, il fatto che io abbia una vagina non significa che io sia una puttana (nel senso squisitamente arbitrario usato dalla catena di Facebook) – ma vero è che in certi contesti sei marchiato a priori e quindi devi dimostrarlo, di non essere una puttana (come Juliette Devlin deve fare il suo apprendistato per mostrare di essere incapace di spaccare le rotule a qualcuno con una chiave inglese, perché nel contesto rappresentato da molti libri il primo requisito per spaccare le rotule a qualcuno con una chiave inglese non è l’avere una chiave inglese, ma l’essere un uomo).
Ciò nonostante, trovo abbastanza paradossale il dimostrare al mondo che anche le donne possono essere o non essere puttane con una catena per sole donne. Voglio dire, immagino che gli abitanti delle homelands sudafricane nel periodo dell’Apartheid non si sarebbero sentiti poi così dispiaciuti all’idea che fascicoli mostranti la validità della cd. "razza negra" fosse al pari di quella della cd. "razza bianca". Magari qualche "folle" bianco poteva credere in tale parità.
Mi piacciono paragoni tra femmine e negri, perché le questioni di parità nel secondo caso sono state – perlomeno in certi ambienti – risolte eliminando il problema alla nascita, ossia negando che esista una cd. "razza negra". Scienza dice che di razza ne esiste una sola: quella umana. Spero così che un giorno anche i problemi legati alla parità tra uomini e donne siano risolti smettendo di collegare qualsiasi cosa (tratti caratteriali, fisici – a parte gli organi genitali e le tette, ok – inclinazioni religiose, alla violenza, etc…) alla forma degli organi genitali.
Un folle bianco in Sudafrica da me apprezzato è Rian Malan, che ha scritto My Traitor’s Heart, un libro che consiglio perché mette in mostra i problemi che sorgono quando credi nella parità tra differenti colori di pelle ma ti rendi perfettamente conto che fai parte di un 8% della popolazione a cui conviene non cambiare il regime di Apartheid. E non solo per questioni economiche. Ci ho dovuto pensare da donna bianca europea, che crede in certi valori (tipo: la parità tra i sessi), e che – se dovesse lasciare a certe popolazioni la possibilità di riprendersi un certo potere – lascerebbe al contempo a queste popolazioni la possibilità di istituire una società in cui gli uomini sono considerati superiori alle donne. Insomma, immaginiamo ci sia un gruppo etnico X vessato dalle solite multinazionali fantasma con sede in Europa, e che tale gruppo etnico consideri gli uomini superiori alle donne, e che voi siate donne: potendo, lascereste loro il comando del Paese in cui vivete?
Il problema di Malan era un po’ diverso: da bianco, assieme a molti altri bianchi, ha cominciato a temere per la propria vita. Si è reso conto del fatto che il bantu che incontrava per strada non poteva sapere chi Malan fosse (ossia una persona che lavorava attivamente per l’abbattimento dell’Apartheid), poteva solo vedere un bianco – e i bianchi erano gli oppressori.
Mi domando, in riferimento alla catena di Facebook, se gli uomini siano gli oppressori da cui bisogna difendersi (FACCIAMOGLIELA VEDERE NOI!!!).
Malan diceva che nessuna classe dirigente commette suicidio – idea che giustifica le rivoluzioni. Chissà se aveva ragione.
La grande differenza è che in Italia non esistono leggi che discriminino. Ci sono regole che lo fanno, beninteso (vedasi: sport – e le aspettative al ribasso nei confronti delle donne che sanno tanto di noblesse oblige), ma soprattutto regole culturali.
Ma, se dovessi fare un appello, mi rivolgerei a tutti. Agli uomini che pensano che le donne siano tutte puttane (e non ne conosco molti, non abbastanza da organizzare un piano massonico mezzo Facebook), a quelli che accettano che le donne siano loro pari come si accetta l’esistenza degli omosessuali a patto che non ci provino con te (a tutte le persone che me l’hanno detto e me lo diranno: siete degli ipocriti del cazzo – soprattutto se ci avete provato con me, perché dovrei dirvi che accetto la vostra eterosessualità a patto che non mi molestiate con essa – d’oh, penso di averlo detto spesso) e poi alle donne, in generale, perché non posso dire che una donna non deve cucinare per il compagno, ognuno deve essere libero di godere della propria vita come preferisce, quindi dovrei rivolgermi a tutte le donne che non si sono analizzate per capire quante delle loro scelte siano dettate da una società in cui esiste un Apartheid culturale di gender non istituzionalizzato.
Ci sei tu, ad esempio, che vuoi un salario pari a quello del tuo compagno, ma pretendi che chi ti corteggia ti paghi la cena al primo appuntamento.
Tu, invece, non sopporti quando vengono fatte battute sull’incapacità di una donna di sistemare una tubatura, e quando vi si è allagato il cesso hai con piacere lasciato a tuo fratello il piacere di aggiustarla. Non sai neanche dove viene tenuta la cassetta degli attrezzi in casa.
Tu, però, sei peggio. Hai zittito il collega quando ha detto che le donne sono per natura più deboli, e poi hai spiegato alle amiche come un uomo che non si dimostra più forte di te a letto non ti faccia bagnare – è più forte di te, è natura. La tua amica, invece, quella che ti ha consolato dopo l’uscita del collega della debolezza delle donne, si sente in diritto di scoppiare in lacrime quando suo marito non si ricorda del loro anniversario perché le donne sono più emotive, cioè sono più sensibili, e gli uomini non possono capirle e quindi non ha neanche cercato di spiegare a suo marito perché nel bel mezzo di una scopata lei si sia messa a piangere (non si è messa piangere perché è sensibile, ma perché è una debole del cazzo, che vive in una cultura che accetta il fatto che lei sia debole, e quindi si è messa comoda).
Tua cugina, invece, ti ha raccontato di come due notti fa lei e il suo compagno abbiano sentito uno strano rumore provenire dal piano terra, e di come lui sia sceso a controllare – a parte che i film horror insegnano che non bisogna mai dividersi, se tiene a suo marito non poteva scendere lei?
E quella il cui ragazzo, per difenderla (da un insulto, cioè, era un complimento, ma era un complimento offensivo, e dato che le parole feriscono più della spada, è logico reagire con le nocche), ha fatto a botte con un tizio in discoteca, e lei è scoppiata in lacrime preoccupata, non poteva muovere il suo culetto fasciato e cercare di dividerli?
Meglio starsene a letto, senza sapere dov’è la cassetta degli attrezzi, dopo una scopata in cui lui si è massacrato chiappe e bicipiti per pompare come un vero uomo, a scegliere un personaggio storico femminile per il profilo su Facebook.
Parteciperei all’iniziativa, se mi venisse in mente un personaggio storico femminile degno. Ma ho lo stesso problema che mi si presenta con una certa divertente ironia: le cose che mi fanno amare un personaggio storico le trovo di rado nelle donne.
Si è cercato tantissimo – abbastanza da riempirne scaffali in libreria – di rivalorizzare le donne partendo dalla storia, ma l’unico risultato è stato il dare un connotato positivo alle puttane, alle martiri e alle cospiratrici, perché la storia a nostra disposizione questo offre. Puttane che a furia di darla alle persone giuste sono riuscite a conquistarsi un po’ di potere (ossia quello per cui si accusano le "escort" oggi), martiri che hanno risolto la questione di gender uscendo dal gioco (ossia dal sistema dei matrimoni della vita laica) e grandi donne che, per quanto grandi fossero, avevano sopra un marito-re o un fratello-re. Non è colpa loro: sono certa che Veronica Franco avrebbe preferito nascere con il potere con cui è morta senza passare dal compiacere la vanità e i testicoli di mezza Venezia, quindi – oh miei emancipatori – la soluzione non sta nel dare dignità alla professione "prostituta" (quella è una faccenda a parte), altrimenti ci si ritrova con gli scaffali delle librerie pieni di libri che – sull’onda di una rivalutazione della femminilità nella storia – usano pagine e pagine trastullandosi con dettagli anatomici e posizioni sessuali che riconfermano il solito cliché copia/incollato da playboy (e so che sia donne che uomini attingono da lì, perché vado a letto con entrambi e vedo le pose in cui vi mettere – entrambi).
Elisabetta I, che purtroppo mi sta sulle palle, aveva probabilmente capito che l’unico modo di non soccombere alle leggi sessiste del suo tempo consisteva nel non sposarsi – e ha scelto di diventare una martire (vergine) per non diventare una cospiratrice alle spalle di suo marito. Ma mi sta sulle palle, quindi non posso metterla su Facebook.
Ci sarebbe la Papessa Giovanna, dato il mio amore per il clero, ma il suo significato storico è abbastanza chiaro: non potendo diventare una grande donna, si è finta uomo diventando un grande uomo – riconfermando le scale di valori.
Personalmente amo molto un Wallenstein come figura, come epopea di vita, ma dove la trovo una donna che ha messo su un esercito? Giovanna d’Arco non vale, appartiene alla categoria "martire" e non poteva spassarsela scopandosi le puttane (maschi o femmine che fossero) al seguito. Sono certa che esiste una figura femminile paragonabile a Wallenstein, nella storia c’è di tutto con il conseguente ricadere nell’eccezione che conferma la regola, ma in quale archivio dovrei infilarmi per trovarla? E troverò una sua immagine da mettere su Facebook?
Anche Jan van Leiden, a suo personalissimo modo, è stato un martire – con 16 mogli.
Joachim Peiper non è male, come modello militare di personaggio storico, ma non conosco molte donne che sono state le più giovani SS-Standartenführer – non conosco neanche molte donne che sono state SS-Standartenführer – conosco Beate Uhse, che durante la guerra era una pilota, ma la conosco perché ha fondato la più grande catena di sexy shop tedesca (e torniamo alla sfera "puttana").
Vorrei tanto partecipare alla rivalorizzazione dei personaggi femminili nella storia, ma il mio problema di fondo è che i valori che mi attirano sono collegati a gozzoviglia (ed è meglio essere lenoni che puttane, non trovate?) e potere (senza l’umiliante consapevolezza che il primo erede maschio di passaggio può fregarti il trono) assieme, aggiungendovi lateralmente un certo gusto per i giochi politici (non eseguiti manovrando mezzo contrazioni vaginali un potente personaggio politico).
Il mio problema di fondo è che non voglio fingere di credere che fare la puttana o la martire o la cospiratrice corrisponda all’avere una posizione invidiabile. Nay.
Chi ha letto tanta letteratura scritta da gente morta sa che in un’opera di fiction di 150 anni fa è inutile cercare un personaggio femminile in cui immedesimarsi (tranne rare eccezioni – Maria Stuart di Schiller), perché di norma sono poco caratterizzati. Non è un caso che Flaubert sia passato alla storia per aver scritto Madame Bovary. Preso per buono ciò, si può comunque trarre da un classico qualche perla da serbare dentro: basta arrendersi al fatto che le virtù esemplari invidiabili compaiono in personaggi maschili. Ho amato a morte Notre-Dame de Paris per gli esemplari umani rivelati, e Hugo sarebbe stato uno storico da due soldi se avesse messo in scena un arcidiacono donna, un capitano delle guardie di Parigi donna e una poetessa di strada: sarebbe stato alquanto inverosimile nel Basso Medioevo. Lo sarebbe meno oggi, arcidiacono a parte, ma oggi esiste una società per cui esiste una posizione ricopribile da una donna che la metta nella stessa bruciante situazione di un Frollo.
La moda di rivalorizzare le donne per mezzo della storia, immagino, prenderebbe Esmeralda e cercherebbe di darle dignità – e, parlando di zingari e immaginando che il sesso non esista, voi preferireste essere il capo della corte dei miracoli o una zingara sfigata che si attira l’amore delle persone sbagliate? Ok, in effetti credo che il problema alla base possa stare nel fatto che diverse persone preferirebbero la seconda.
Sono stati gli women studies e i post-colonial studies ad asserire più volte che Joseph Conrad era un razzista misogino, ma chi non lo era ai tempi rispetto ai nostri canoni? Anziché cercare in Conrad un esemplare di donna dignitoso, perché non trarre da Conrad ciò che di buono c’è per attualizzarlo indifferentemente dal sesso di nascita?
Se dimenticate il sesso di nascita dei personaggi nel Faust, e vi domandate chi vorreste essere, preferireste essere il personaggio che viene sedotto e abbandonato o quello che seduce nel tentativo di accrescere se stesso?
Se dimenticate il sesso di nascita dei personaggi de I promessi sposi, e vi domandate chi vorreste essere, preferireste essere un misterioso individuo che ha uno stra-potere su diversi bravi o un essere umano costretto alla reclusione e alla castità e che non ha modo di decidere il proprio destino?
Se dimenticate il sesso di nascita dei personaggi de Il ritratto di Dorian Gray, e vi domandate chi vorreste essere, preferireste essere il dandy da tutti agevolato o l’attricetta che acquista senso nel momento in cui viene notata e lo perde non appena non risulta più attraente?
Su Facebook vedo come avatar, a parte la sopraccitata Elisabetta I, Cleopatra – tolto il sesso, avreste preferito essere lei o Giulio Cesare?
Devo continuare?
La smettete di chiedere alla storia di partorire donne in posizioni anelabili, se le donne nella maggior parte della storia non potevano neanche anelare a certe posizioni?

Virginia Woolf, nel 1938, scrisse (in relazione alla guerra):

All these facts will convince her reason (to put it in a nutshell) that her sex and her class has very little to thank England for in the past.
[…]
Therefore if you insist upon fighting to protect me, or ‘our’ country, let it be understood soberly and rationally between us, that you are fighting […] to procure benefits which I have not shared and probably will not share.

Virginia Woolf ha scritto Orlando, che ha la magica proprietà di mostrare cosa succede a un uomo se diventa una donna: cosa succede alla sua posizione sociale, alla sua libertà, alle sue proprietà.
Potreste smettere, nel goffo tentativo di chiedere alle donne nella storia di essere qualcosa che non potevano essere anche se avessero voluto, di rafforzare il legame tra le donne e le puttane, le donne e le martiri, le donne e l’idea che cospirino bisbigliando? Voglio dire, la suddivisione delle donne in angelicate e puttane colora già abbastanza la visione del mondo di parecchi uomini (nonché di donne stesse, che si sentono angelicate quando vengono ferite e si fanno puttane quando vogliono piacersi).

Cuore di tenebra.

Dicono che il colonialismo europeo sia nato dalla dipendenza per lo zucchero. Insomma, se i nostri benestanti avi non avessero premuto tanto per zuccherare i loro the – e le loro cioccolate, altro fattore da dipendenza – oggi la bandiera americana non esisterebbe.
Non so se sia vero, però la Cina è crollata a causa dell’oppio. Ora, cancellate dalle vostre menti l’idea del cinese dietro a un bancone pronto a vendervi velenosi prodotti (eh, il potere del terrore della miscegenation) e riflettete sul fatto che la Cina ci ha snobbato indignata per secoli&secoli.
Immaginatevi un glorioso europeo con le mani ingioiellate che dice all’imperatore della Cina:
“… E non volete il nostro cotone in cambio dei vostri prodotti?”
“No, non ci serve. Vogliamo oro.”
“… E i nostri gioielli? Guardateli, luccicano – non li volete?”
“Li abbiamo già. Vogliamo oro.”
“… E il carbone? Beh, dovete considerare come il carbone possa modificare la struttura di un’intera società e-”
“No. Oro. O oro o niente.”
Per questo, nel corso dei secoli, l’oro tratto dall’America è passato dall’Europa per finire ad accumularsi in Cina. La soluzione finale è venuta in mente agli inglesi, e si chiamava “oppio”. È stato l’oppio a svuotare la Cina da tutto l’oro accumulato nei secoli nel giro di pochi decenni – bella l’umanità, nevvero?

La mia sfera onirica ha architetture. Non ho visto Inception, quindi non cercate paralleli. La mia sfera onirica ha luoghi che si ripresentano in forme simili ma di volta in volta variati, e tra questi vi è una casa che si sviluppa in lunghezza.
È una casa dalla metratura sconfinata ma mai mappata. Inizia all’entrata, dove trovate l’ala abitata – sono poche stanze, non troppo grandi, ma calde del calore degli ambienti vissuti.
Di tanto in tanto, nei sogni, progetto di allargare gli spazi vitali. Nel sogno di stanotte, ad esempio, per l’ennesima volta, osservavo la stanza in cui Mater viveva, stanza tutto sommato piccola, e m’ingegnavo per trovarle – nel caos delle infinite camere disponibili – quella giusta.
Cominciavo dunque a esplorare, come tante altre volte ho fatto. Passavo da quella che chiameremo “zona A” – ossia quella calda e vissuta e conosciuta – alla cosiddetta “zona B”, ossia quella parte di casa in cui i raggi del sole giungono, ma più freddi, e la polvere si accumula, e vi è l’atmosfera malinconica degli oggetti dimenticati.
Trovavo una stanza dalla strana forma, a L, stretta e dalle gambe lunghe, al cui interno era stato costruito un soppalco che assomigliava più a una passerella, essendo largo meno di un letto singolo. Alla fine di tale soppalco, di fatto, vi era un ammucchiarsi di coperte e cuscini a formare un giaciglio singolo – ma troppo stretto per essere usato, così semplice sarebbe stato cadere nel sonno per essersi semplicemente rigirati.
La stanza dava su un giardino interno, rigoglioso e illuminato dal caldo sole mediterraneo. Saprete a cosa mi riferisco, a come il più bieco sole milanese abbia tinte dorate rispetto alla più fulgida luce nordica, che vira verso il viola e l’azzurro.
Ma tanta inneggiante luminosità, che si posava su un prato scosceso ricoperto da fili d’erba spessi, larghi e mai schiacciati, si attenuava allorché entrava nella stanza a L, come se – passando dall’alta e unica finestra che c’era – perdesse vitalità e si facesse contagiare dall’aria di dimenticanza.
Non è la prima volta che, nei sogni, tento tale allargamento, tale colonizzazione di quest’immensa casa. Il problema che si pone è sempre lo stesso: i locali della zona B espirano morte – quell’olezzo lieve e piacevole, ma gelido, che potete annusare nei cimiteri, mescolanza di marmi titillati dalla luna e fiori morenti – e tale morte contagia. Le grandi camere a cui accedo, che portano alla memoria atmosfere antiche, isolano chi vi abita, rendendolo eremita in casa propria. Non è un isolamento che si riesca a sostenere a lungo: la lotta quotidiana con la polvere che si accumula di minuto in minuto, più forte di ogni pulizia, con gli insetti che – nascosti nei corridoi bui – t’inseguono nel cuore della notte, e il dover mangiare cibi che si sono freddati mentre li si trasportava lì fa desistere. La zona B è un rifugio di montagna in cui passare pochi, solitari, giorni, ma senza camino a scaldare. Sapete a quale destino vada incontro colui che nel rifugio si ferma – li chiamano pazzi.
Vi è poi una zona C, che è l’Ala Delle Porte Mai Aperte. Mi ci intrufolo di tanto in tanto, ricordandomi di una stanza che solo la mia memoria ha solcato, e così la voglia di scoprire mi spinge in corridoi sempre più bui, e freddi, e distanti dalla realtà diurna.
Vi sono realtà e realtà, e chi ha sogni lucidi lo sa. Quella notturna non è che una realtà, con proprie leggi e proprie insidie, per le quali i nostri calli sono spesso meno allenati. Nella realtà diurna vige la legge di gravità, e perciò sappiamo che – lanciandoci da un dirupo – finiremo con lo sfracellarci qualche centinaia di metri sotto. Nella realtà onirica si può volare, perché è la volontà – e non il peso del nostro corpo – a gareggiare con la gravità.
Chi ha sogni lucidi e coscienza di sé saprà dell’importanza di avere controllo di sé, sì da non cedere nel bel mezzo di un volo tra le nubi di un sogno rilassante. Negli ultimi tempi va di moda l’applicare tale logica anche alla realtà diurna – quante volte vi siete sentiti dire che i vostri desideri e le vostre paure attirano e scacciano pezzi di realtà? È una lezione vecchia, che chiunque abbia approfondito il significato del Bagatto sa, e per questo cercano di vendervi DVD e libri con la promessa che vi riveleranno massonici segreti celati per secoli (ciao, Massoneria).
Ma ci sono diverse resistenze dinnanzi a diverse leggi, nella realtà diurna e in quella onirica. Quella diurna è cocciuta, e resiste alla vostra volontà – le volontà altrui resistono alla vostra, e dovete condurle o piegarle al vostro concetto di realtà perché agiscano secondo le vostre aspettative. A tal proposito si potrebbe dire molto dell’importanza della fiction – soprattutto di quella che si proclama non-fiction e pretende di spiegarvi com’è fatto il mondo.
La realtà onirica è un vostro impero, in cui gli unici nemici da incontrare siete voi stessi, e in cui le uniche assi deboli sotto il vostro cammino sono vostre debolezze. È fluida, come le cose quando le interpretate: diventano quel che vi aspettate.
Perciò è importante saper controllare i propri pensieri, nei sogni. Perché quel nesso che fa sì che il vostro pensiero divenga realtà non trova resistenze, e così temere di incontrare uno psicopatico armato di machete corrisponde al vedervelo apparire di fianco.
Nella zona C ci si addentra di più nel mondo dei sogni, e perciò il mio è un avventurarmi per quei corridoi che possono riservarmi sorprese non svelate alla mia coscienza. Nella zona C, dietro a un angolo, può celarsi un volto cristallizzato in un urlo straziato, pronto a spaccarmi i timpani con un silenzio assordante. Nella zona C, dietro a ogni porta, c’è un elemento che la mia memoria ha conservato solo in parte, mentre il resto è stato seppellito in ciò che Freud amò chiamare inconscio. Non ci piace Freud, ignoriamolo. Diciamo che nella zona C c’è Me, ossia quell’entità che coordina i pezzi della sottoscritta. Questa Me li conosce praticamente tutti, e può – quando apro una porta della zona C – mettermene davanti uno senza preavviso, e poi ridere del mio sconcerto.
Vi è, infine, la zona D. In tal luogo Me passa di tanto in tanto, passeggiandovi come si passeggia per una landa che non ci appartiene, i sensi allertati perché non sai cosa aspettarti. La zona D è buia, dimenticata, mai nata. Le sue geometrie mutano e non si fanno memorizzare e, una volta che vi sei entrato, verrai inesorabilmente attratto verso uno specifico punto, come se la zona D fosse un imbuto che ti sbatte dinnanzi a un buco.
Questo buco è una porta.
È una porta di legno, da cantina o soffitta, di legno spesso e abbastanza resistente per non essere buttata giù a spallate – e quando ci arrivi ci arrivi sempre a mani vuote. Ha una maniglia semplice, e non servono chiavi per aprirla.
Quando la apri, un cane dai meandri dell’oscurità che quella porta conserva, da un punto distante non sai mai quanto da te (sai che è lì; e puoi sentirne l’affannarsi mentre corre), comincia a correre nella tua direzione. È un cane inselvatichito dall’isolamento e dalla fame, che svegli da un sonno così profondo da togliergli ogni lucidità. Si sveglia furioso, e vuole solo raggiungerti e prenderti – morderà la tua carne e non la lascerà mai più.
Per questo l’oscura zona E, custodita dal cane, non è mai del tutto conoscibile. Hai sempre a disposizione un tempo limitato, frenetico, per perlustrarne il perimetro, prima che tu debba ripercorrere i tuoi passi e sfuggire dal cane che t’insegue – e che non può varcare la porta chiusa. È il cuore di tenebra inconoscibile, e pulsa. Te lo tieni in casa, assieme all’informità della zona D, ai segreti della zona C, al sentore di morte della zona B.
Non c’è modo di sconfiggere quel cane, è una delle regole della realtà onirica. C’è una sola soluzione: che lui smetta di trovare il tuo odore estraneo. Quel giorno, allora, varcherai la porta e lui giungerà scodinzolando con il pelo irto e sporco, che tu gli accarezzerai così com’è – con la tua mano dalle unghie lunghe per noncuranza.
Oppure ti chiamerai Kurtz.