memories

Scatoloni, giri di scotch e lame affilate come sogni molesti

Sono le 5:50 e tanto ormai sono sveglia.
Mi sono girata e rigirata sul letto come una bistecca sulla griglia, ma la cosa non mi ha fatta riaddomermentare.
Perché avrebbe dovuto?
Le cose non accadono da sole.

Era da tempo che non mi svegliavo da un sogno così tanto caricata da pensare:
Ecco, ora apro il blog e scrivo.
Era un sogno, ma aveva un fondo di realtà, ed è stata – credo – quella realtà a farmi svegliare, e quella realtà è una sensazione: che Lei non sia aggiornata. Che sia sfasata, fuori tempo, e che da questo scaturisca uno di quei drammi che quello stronzo di Baricco sembra tanto amare, lui e il suo lamentarsi che oggi le distanze sono ridotte e non può crearsi quella scollatura tra fatto e informazione che crea…
Che crea cosa?
Per quale morbosa sofferenza provi nostalgia, Baricco?

La cosa bella (leggesi: ironica), che mastico e rimastico, è che quella cosa a tre fosse, nella mia mente, un gioioso simbolo di cambiamento. Integrazione. Andare a letto con lui e con lei per non essere, quella volta, espulsa dalla vita di lei all’entrata del lui di turno. (E so che suona male, ma nessuna offesa per lui.)
L’ho scritto a P, approfittando dei toni melodrammatici che con lui mi permetto, sempre salvata in corner dal Dio Che Ride. Gli ho scritto: Siamo due Espulsi. Il problema del tono drammatico è che rende le affermazioni più assolute di quel che dovrebbero essere – e ora, a posteriori, immagino queste due creature mitologiche condannate a ripercorrere il mito dell’Espulsione. E non è ovviamente così. Ma è proprio tale visione di sé, il suo fantasma, ad avermelo fatto scrivere. Le narrazioni che ci raccontiamo. Le fiabe della cattiva notte con cui ci anti-esorcizziamo. Quelle che ce le fanno prendere con la realtà quando, per caso o meno, ci riconferma la superstizione.
Non sto dicendo che ho fatto una cosa a tre solo per il suo significato simbolico. Sarebbe ipocrita. E mi trovo, di nuovo, nell’infuocato terreno in cui bisogna schivare sia ipocrisia che semplistiche autostigmatizzazioni. I cinquanta milioni di sfumature di grigio della realtà. Non sto dicendo che quella cosa a tre era solo un simbolo. Lui era ed è di bell’aspetto. La cosa si presentava come allettante, anche se sapevo che non sarebbe stata semplicemente allettante. Sapevo che avrei passato buona parte del tempo a monitorare lei, un occhio cauto e attento a ogni minima vibrazione negativa, insicurezza, blocco, dramma prima che nascesse. Ho fatto una cosa a tre con l’intensità e la delicatezza di una funambola che stia eseguendo uno spettacolo che costituirà precedente. E non per la prestazione sessuale, ovviamente. Se quella nottata avrebbe dovuto essere il primo passo de ‘La mia nuova vita integrata in un rapporto di lei’, allora che fosse rappresentativa di tutto, in primis compreso il mio volere che lei si sentisse a proprio agio, non sminuita ma anzi fatta brillare da quel contesto, così come un diamante brilla di più se gli viene dedicato il giusto taglio.
So che – consapevolezza amara ma non così pressante, in fondo, e infatti quanto ci ha messo per essere espressa? – le file di persone disposte a vedermi fare una cosa a tre per amore del pensiero che ciò mi avrebbe permesso di essere integrata nella vita di lei non saranno così numerose. E’ come quando dissi che avevo tirato a M quel pugno non sull’onda dell’ira, ma con fredda premeditazione. Perché era il giusto gesto simbolico. Quello serviva. Il che non significa che in quel momento non ne abbia approfittato per scaricare un po’ di rabbia repressa. Il giusto rituale è una ricostruzione realistica, no? E che sia catartico, dunque. Non mi aspettavo, né ora aspetto, di essere creduta a braccia aperte. Non me l’aspetto con quella punta di sopportabilissima amarezza. E’ esattamente la stessa storia. So che la mia mancanza di sofferenza nel fare una cosa a tre, in una cultura in cui l’abnegazione mantiene diversi primati positivi, non gioca a mio favore. Soprattutto se c’è di mezzo del sesso. Ma tant’è. Continuo a pensare a quell’evento come a una vacanza promessa dai genitori e poi non realizzata. Con placida accettazione. Con lei potrei vincere le olimpiadi della placida accettazione – e non è una lamentela né un moto passivo-aggressivo. (E io odio fare discorsi pieni di negazioni, perché hanno sempre il suono di una tesi poco convincente. Ma tant’è. Sono una tesi poco convincente.) E’ la mia via per amarla, in un certo senso. Per poterla amare senza dover soffrire eccessivamente, e quindi per poterla amare e basta, perché una sofferenza eccessiva mi renderebbe difficile non sollevare alcun sentimento negativo tra me e lei. Sospensione delle aspettative? Può darsi. Sì, può essere una simile sorta di contorta strategia. E se ripenso alla cosa a tre è perché mi ricorda che non le so sospendere tutte, queste aspettative, e queste finiscono nei posti – apparentemente – più improbabili. Come una cosa a tre vista come proemio a una paradisiaca opzione di vita in cui un rapporto a due non rimette te fuori dalla porta.

Parlo al presente perché è il tempo delle evocazioni. Parlo al presente perché i sentimenti sono sempre al presente, quando li pensi. Ed è per questo, anche per questo, che una volta amata una persona la amo per sempre. Nessun bisogno che questa persona faccia qualcosa, a parte esistere – i miei ringraziamenti di cuore vanno alle persone per il fatto di esistere, nella stragrande maggioranza dei casi, no? E’ un amore dispotico, visto così, che se ne fotte della meritocrazia. Forse non è neanche amore (ma, suvvia, ‘amore’ ha tante definizioni quante le persone che usano questa parola, se non di più). Qualsiasi cosa sia, mi permette di avere il prossimo senza averlo. Al confronto, l’avere qualcuno nella propria vita è fatto vano e sfuggente, come ogni immanenza.
E che facciamo dell’amata immanenza, allora? Di questo svegliarsi alle cinque del mattino da un sogno mal digerito?
Lo sputiamo sul blog, ovviamente. Giusto per complicare il quadro.
E’ la Lokasenna che chiedeva tributo, disse postumamente – anche se già allora sembrava una tesi poco convincente.
Non è una Lokasenna. Ci sarebbero troppe cose da elencare, per rendere questo sputo di saliva senza terra una Lokasenna. Parlo del passato, che è passato e chiuso, e parlare di cose seppellite ci fa sentire più in diritto di sputare sentenze. Sarà una questione di non-aspettative. Sarà, forse, un laido modo della mia mente di distrarmi dal presente, che è complesso, incerto, multisfaccettato, parziale e in continuo movimento. Allora faccio un salto in soffitta – l’ho sognata ieri notte, la vecchia soffitta, che sgomberavo e pulivo e lucidavo per renderla abitabile, salvo poi realizzare che non aveva finestre – e apro e richiudo qualche scatolone. Doppio giro di scotch che tanto si può riaprire con la lama di una forbice, e pure con una certa eleganza. Il fascino degli strati di scotch tagliati che si accumulano. Ho segnato, sullo scatolone, l’anno in cui vi ho riposto il primo oggetto, ma non quello che ne sancirà la meramente (sì, meramente) simbolica chiusura definitiva. Vivo di scatoloni che accumulano scotch. Ho vissuto un’infanzia – mi ha ricordato il sogno di ieri – a fare incursioni in soffitta per cogliere oggetti con cui reinterpretare il presente. Ma che se ne stiano in soffitta, intanto, in stand-by, lasciando spazio al presente – quell’immanente sopra liquidato in fretta.

E così, alle 6:45, è di nuovo giorno.

Sehnsucht nach der Sehnsucht

Ascolto Einaudi e scrivo di persone dalle braccia nascoste in camicie bianche ampie, eccessivamente ampie ed eccessivamente leggere, come un tiepido vento primaverile e…

… Non sono più abituata ai romanticismi. Li maneggio goffamente, come un soggetto affetto da iper-machismo cercherebbe – per una qualche desiderata dimostrazione di volontà e versatilità – di indossare graziosamente un tutù. O, prima che mi si appiccichi addosso l’iper-machismo, come se Umberto Eco cercasse di scrivere una scena d’azione.

Sono stata questa persona che al romanticismo crede. Se non lo fossi stata, non lo metterei in scena. La piazzo lì sperando che, come una trappola, attiri quella me.

Ricordo un pomeriggio primaverile, così simile a questi – profumato di primavera, verde di quel verde che sembra riassumere nelle proprie tonalità tutte le sfumature della vita che festeggia – seduta sulla scalinata di pietra di una villa, in un parco, una camicia bianca sulle mie braccia pallide. Leggevo Il piacere di D’Annunzio, rincorrendo questo dandy raffinato e dannato nella giusta misura, e volendolo in quel modo che confonde il soggetto con l’oggetto – quel “voler” e “voler essere” al contempo di cui non mi sono mai del tutto liberata.

Chissà che avrebbe pensato, la me di allora, di questo soggetto che sta scrivendo. Chissà quanto l’avrebbe rinfrancata e quanto disturbata. Le ho detto, mettendole un braccio sulle spalle, che ehy, guarda, qui ci puoi arrivare, volendo rassicurare tardivamente quella me alla ricerca di una Me. La cercava in un dandy un po’ deprecabile, a posteriori – tutto questo estetismo dannato, a posteriori, di dannato ha solo l’essere una pulsione che potrebbe essere sublimata meglio – e ha percorso anche quella strada.

Ho ancora una camicia bianca, nella cabina-armadio, con le maniche ampie che accarezzano la pelle come una giornata di primavera, quando il gioco è tra la tua pelle che scotta sotto un sole inaspettato e i tardivi venti invernali che serpeggiano per dire, un’ultima volta, la loro.

Per ritrovare quel romanticismo, e far sì che questo tutù non mi renda troppo ridicola, vado alla ricerca di profumi dimenticati, tracce di sogni svaniti prima di potersi completare.

Ci sono ville benedette dalla quiete di un parco in cui mai sono entrata, e che ho potuto così immaginare esattamente come le avrei volute: con stanze dai soffitti alti e dai pochi mobili rispettosi, lì a servire l’atmosfera e me, pronti a tornare a un muto dialogo quando fossi uscita dalla stanza. Avrebbero cantato, probabilmente – questi mobili intonati tra loro, sfaccettature di un’atmosfera, feticci accumulati per ricreare in terra quello che il cielo – la mente – concepisce.

Ci sono ville situate all’angolo di strade deserte, che non portano a nulla, alte e sottili e fragili, forse un po’ liberty, con nelle decorazioni la struggente vezzosità di una nobiltà che vede passare la propria epoca – e guarda altrove. Guarda a putti smagriti dal pennello del pittore troppo moderno decorare gli armadi sollevati su graziosi piedini da ballerina – e lì dentro, in una piccola stanza ad angolo, c’è una ragazza appassita prima di poter diventare donna. Ha polsi sottili di una costituzione nata fragile e vive d’attesa – viene da quella Madame Bovary che non ho mai letto o forse dalla Scapigliatura? – e riempiendo diari con una calligrafia floreale ha imparato ad amare il vuoto, quello delle attese, che viene riempito così bene da cose vane e frivole e malinconiche. Quei fragili gioielli che solo il desiderio arreso a se stesso può creare.

C’è anche un monastero, e corpi smagriti senza aver perso vigore, la pelle arrossata da un saio troppo ruvido, un freddo troppo intenso, e tutta la sacralità dell’eremo di pietra. Questa è – stavolta lo so con certezza – la storia di Pelle D’Asino. Non è necessario che sia lei, o che la pelle sia d’asino, o che sia pelle – basta che vi sia una pelle così sottile da far credere di potersi spezzare al solo sguardo, sepolta sotto le scorie di una vita dura, pronta a immergersi in una pozza d’acqua limpida e scoprire – come amo riscoprire i miei occhi – che una certa purezza non può essere scalfita dalla durezza.

Da cosa, allora?

Devo disattivare – o, meglio, imparare a disattivare a comando – quella parte in me che taccia di vanesio il dandy prima di potergli far completare una frase, che liquida la sirena che si strugge dandole del sogno erotico deviato, e via discorrendo.

Sono certa del fatto che, in fondo, l’iper-machista sa che il tutù gli donerebbe, e che Eco s’immagina – in un’altra vita – capace di scrivere romanzi d’azione senza riferimenti simbolici ogni tre frasi.

Memento?

Penso alla superficialità e all’unicità.
Penso a come, in mezzo alla folla, io riconosca una persona grazie alla sua andatura. Così poco e così tanto.

Ho questo blog dal 2006. Per fortuna, per la maggior parte del tempo tendo a ignorare questo dato, non permettendogli di tramutarsi in consapevolezza.
Non che io sappia, poi, perché dovrebbe terrorizzarmi.

Spulciando trovo cose come:
Con te è come giocare a freccette e parlare di filosofia nel frattempo.
Lo disse R, eoni fa – R che chissà dov’è finita, quella creatura che tanto mi ha fatto mettere in discussione e forse non l’hai mai saputo.
Chissà che intendeva, poi.
Però la frase è tutt’ora… toccante.

Forse mi terrorizza perché ci vedo l’infinito. Il motivo è semplice: ho pochissima memoria, deleto in fretta, non potrei mai contenere contemporaneamente a livello cosciente i ricordi collegati a tutto quello che in questo blog ho scritto.
Questo blog è più grande di me.
Questo blog sa più di me.


Lezione di letteratura inglese. Donne si sta rivoltando nella tomba, suppongo. Gratta con le unghie la bara chiedendo gli sia dato un rapier per infilzare la docente.
Che ha chiesto un volontario per una mock-interrogazione pre-esami da farsi in aula per mostrare a tutti un esempio di esame. Avete visto frotte di volontari? Mentre ne stava parlando stavo chattando con lo pseudo-crucco. A fine lezione andrò a dirle che, se vuole, se non c’è nessun altro, se serve, se… (Dove sono le mie ali e la mia aureola?) Non so neanche se avrò il tempo di studiare, invero, ma non puoi conoscere i tuoi limiti finché non li provi. Mal che vada ci sbatti contro, no? Ok, la presenza di 200 persone come pubblico mi spronerà a non schiantarmi deliberatamente.


Non che io cambi sostanzialmente. Non che, quindi, io debba temere di scoprire cose di me che avrei preferito rimuovere. Sono le sfumature, forse, che ho dovutamente appiattito – e ci sarà pure qualche ragione, anche se non la conosco.
Mi inquieta, forse, questo: questo continuo inesorabile mutare e l’essere destinati, comunque, a riconoscersi.


Che devo ancora contattare una tizia da cui se voglio posso fermarmi a dormire, le farebbe tanto piacere vedermi.
… Vaffanculo, Serena, muovi il culo e rispondile.
[…]
… Ok, fatto.


Anche voi guardate a ciò che siete stati con un certo, più o meno imbarazzato, affetto?
(Nessun imbarazzo, in questo caso: sono rimasta esattamente uguale a come ero in quel momento di anni fa.)

Sono un po’ malinconica, stasera.
Chiacchierando con I ho risollevato un trauma infantile – il trauma infantile, direi, quello che tutti devono avere per essere normali. Mi sono ricordata non tanto dell’occasione in cui decisi di sacrificare il mio orsacchiotto di peluche rosa che fungeva da commilitone per salvare quella troia della Bebi Mia (avete presente quelle atroci situazioni in cui ti viene chiesto di scegliere tra la gamba destra e quella sinistra?), ma di come mi sentii allora. Del dolore atroce, ma soprattutto dell’impotenza. Beh, è un trauma infantile, no? Mi colpisce, al presente, il pensare che non riesco a prescindere dal ricordo di quella sensazione, ossia: che se rievoco il ricordo, ritorna anche la sensazione. E’, ovviamente, destabilizzante – e chissà in quale modo ha agito sul mio carattere, sulle mie aspettative, sui miei timori. E’ di un’irrazionalità così pura che mi fermo a contemplarmi. Finita la contemplazione, rimane l’amarezza che lo scorgere un’ineluttabilità ti lascia in bocca.


Se smetti di camminare mentre sei su un treno continui a muoverti, cogliona.


Sto abbandonando delle cose, per questo sento quest’esigenza di mettere ordine. Cose piccole, stronzate, ma comunque numeri che formano un totale.
Ho manie di perfezionismo, dunque?
Sono una di quelle persone che devono avere tutto sotto controllo?

Si.
Tranne sé stessa.


“Descritta da te, quasiasi vita potrebbe sembrare orrenda o bellissima.”
Grazie, Hyo.


“Tutto ciò è troppo complicato per me, abbi pazienza.”
“… Prussiani protestanti zappaterra.”
“Cattolici convoluti e capziosi.”


Ecco, come dire… A volte capita che l’essere apprezzati causi fastidio. E non per un inspiegabile motivo, no, ma semplicemente perché quell’apprezzamento superficiale e pur sempre gradito non ti dà null’altro che se stesso.


«Non capisco perché ci teniate a tenermi qui. Non si sveglierà? Bene, non ci perde niente nessuno. Si sveglierà? Nel frattempo si è sentita meno sola.»
«Dobbiamo tutelare i nostri pazienti, Schneider. È un mondo cattivo.»
«Tanto non mi sente.»
«C’è gente a cui piace scoparsi gente in coma.»
«… È un mondo cattivo.»
«Quanti anni ha la ragazzina che viene a trovarti?»
«Abbastanza.»
«Lei lo sa che ci sono telecamere in ogni stanza?»
«Tanto ormai cosa cambia?»


Buonanotte, creature.

Lokasenna e grecismi che non saturano.

C’è, da qualche parte in soffitta, una vecchia moneta un cui lato rappresenta delle caravelle.
La rappresentazione è in qualche modo erronea – un “refuso” artistico, le vele che non seguono la direzione del vento, una contraddizione di questo genere. Non ricordo. So che tale difetto è del genere che impreziosisce un pezzo da collezione.
La moneta mi venne regalata anni fa, quando mi diplomai, da una donna che in giro per Internet – e non solo – viene riconosciuta come “L’istitutrice”, o “L’insegnante”, o qualsiasi altro modo di riconoscere a una persona una posizione di preminenza a livello d’intelletto e d’esperienza di vita. Lo era, lo era con tutta se stessa, perlomeno per come presentava se stessa: un’intellettuale impegnata, confinata in una piccola e gretta cittadina di provincia, che porta avanti il proprio amore per il sapere – e per il far sapere – con gli studenti che si ritrova.
Era, in effetti, quel genere di persona che una certa categoria di persone – la me di allora inclusa – ama riconoscere come insegnante e riferimento. Credo vi sia una nostalgica, idealista, fetta di persone che mitizzano il ruolo dell’anziano – non l’anziano in quanto “essere umano dai tanti anni”, ma come figura spirituale: di guida che è tale perché offre la propria esperienza, perché dedica se stessa alle future generazioni, cercando di far sbocciare fiori anche nei campi più aridi – come quello di una cittadina di provincia.
Non era una mia insegnante, né l’ho conosciuta come insegnante: l’ho conosciuta come madre della prima ragazza che frequentavo seriamente (ossia: di cuore e intelletto), con tutti gli annessi di tale condizione. Il fatto che mi scopassi sua figlia mi portava, per motivi intuibili anche se non condivisibili (io stessa non li condivido), a rimanere chiusa anziché aprirmi a lei, come forse altrimenti avrei fatto. Come ho fatto, in altre situazioni e con altri “mentori”, nei limiti del possibile (del mio e dell’altrui “possibile”).
Leggendo, ora, elogi alla sua persona, mi torna in mente l’amata Lokasenna. Leggo e riconosco, nelle definizioni con cui viene ricostruita, quel che incontrai allora, seppur non vivendola così.
Il problema è, come accade spesso, la Lokasenna.
Ho conosciuto poco quella donna, per poi ricontattarla – dopo aver smesso di frequentare sua figlia per motivi che allora non mi erano ben chiari – perché come persona mi piaceva. Difficile non apprezzare, se si è speculativi come me, una tale interlocutrice.
Non so quante volte, allora, l’ho incontrata. Due? Tre? Poche. Poche volte, prima di scoprire che perlomeno per una piccola fetta – quella fetta che può essere minuscola o enorme, e si chiama “l’influenza dei genitori e la loro autorità morale e via discorrendo” – lei aveva compartecipato alla rottura tra me e sua figlia.
Non l’ho scoperto da lei, e ciò mi ha ferito. Non mi ha ferito come una stilettata a tradimento da parte di una persona in cui riponi fiducia – non riponevo, in lei, quella fiducia né quell’abbandono che ho visto in diversi suoi “allievi”, ma semplicemente la apprezzavo e stimavo. Mi ha ferito concettualmente, se così si può dire. Mi ha ferito il realizzare che una persona tanto stimata, tanto sacra e importante per tante persone, potesse essere semplicemente umanamente… Laida? Meschina? Dovrei fermarmi a fare un elenco di parole possibili e consultare il dizionario etimologico per appurarne la precisione. Lei lo avrebbe apprezzato, immagino. Come si definisce una persona che agisce alle spalle altrui per giungere alla propria meta, anziché parlare direttamente con il problema, ossia me?
Non ho amato la sensazione, e, forse per sentirmi diversa da tale impressione, ho calcato la mano sul mio essere diretta. L’ho, ossia, contattata nuovamente per parlarle proprio di ciò, faccia a faccia, contando sul fatto che non avrebbe potuto negarmi un po’ di onestà, intellettuale o meno, se palesemente richiesta.
Così, è giunta la seconda ferita. Sicuramente chiunque avesse assistito alla scena avrebbe pensato che quella ferita era lei – l’Istitutrice, l’Insegnante, la Mentore che dopo aver cercato di spiegarmi con passaggi razionali un’irrazionalità, è scoppiata in lacrime dicendomi che non poteva sopportare il pensiero di una figlia lesbica. Perché quelle lacrime mi hanno ferito? Perché ho smesso di capire che ruolo avessi. Che ruolo hai, diciottenne, se l’Istitutrice in lacrime ti implora di non frequentare sua figlia?
Amo la Lokasenna perché mostra un’umanità a cui raramente si lascia spazio nei resoconti epici. La Lokasenna, “Invettiva di Loki”, è quel momento in cui Loki rivela di sapere un piccolo sporco segretuccio di ogni divinità presente al banchetto – i famosi “scheletri nell’armadio” – dimostrando così che nessuno, neanche gli Dei, sono creature intangibili. Che tutti siamo mortificabili.
Non ho un resoconto dettagliato di cosa accadde dopo quel giorno. Sapevo che la figlia dell’Insegnante frequentava un individuo capace di essere violento, e che l’Insegnante acconsentiva – e mi sono chiesta se un individuo capace di essere violento, e che lo fu, fosse comunque meglio di una donna. Cosa fa più male? Il violento o la donna? A chi fa più male la donna, alla madre o alla figlia?
L’esperienza mi ha segnato. L’Insegnante stessa mi è rimasta e mi rimarrà in mente a lungo, come individua particolarmente unica, nel bene e nel male. L’ho sognata diverse volte e molto probabilmente la sognerò ancora.
Nel frattempo, tempo fa, l’Insegnante è morta – morta male, come si suol dire, lentamente, con dolore e (suppongo) umiliazione – passando così nell’empireo dei santi. Leggo i coccodrilli che le sono stati dedicati, e sorrido ricordandola. Mi commuovo, anche. La ricostruisco e mi spiace – come sempre mi spiaccio quando qualcuno di raro e capace di diffondere rari concetti muore, ci priva di sé, e per queste rare persone veramente mi sento in lutto.
Rimane un però, che non va a tangere i bei ricordi di lei. Non credo di averla mai saputa odiare. Scoppiandomi a piangere in faccia e supplicandomi mi ha impedito di farlo, credo, lasciandomi a un destino più ambiguo. E’ come se la sua colpa nei miei confronti non fosse stata quella di cercare di scalciarmi via di nascosto, ma bensì quella di essere una vittima. Se di qualcosa l’ho colpevolizzata – ma non ricordo, sinceramente – è stato di essere, anche lei, vittima di se stessa. L’Istitutrice, l’Insegnante, la Mentore, che si sottomette a un proprio impulso irrazionale (era troppo onesta intellettualmente per cercare di rivendermi la sua omofobia come logica o giusta – ci ha tentato, brevemente, pietosamente, e poi ha ceduto), come tutti gli altri, uno strano e inaspettato modo di imparare la mortificabilità dell’essere umano.
Da allora, e per un bel po’ di tempo, ho usato sovente il termine “mortificabile”. Mi piaceva e piace l’accoppiamento tra il suo significato nell’uso comune e la sua etimologia – questo accostamento tra umiliazione e morte, un lento e sottile ridurre la persona, accostarla alla morte, privarla del sé a cui vorrebbe attenersi.
L’Insegnante è stata anche la donna, la prima e l’ultima, che mi disse che soffrivo di un complesso di Edipo al contrario. Non conoscevo Freud, allora, e forse l’Insegnante mi ha aiutato a tollerarlo poco. A posteriori, ho scoperto che da donna a cui piacciono le donne, dovrei provenire da un tentativo, nell’infanzia, di proteggere la Madre dal Padre. Se fossi eterosessuale, da piccola avrei semplicemente amato il Padre. Da bisessuale, di conseguenza, soffrirei della sindrome di Stoccolma. Da pansessuale… Boh?
L’Insegnante è stata la donna, la prima e l’ultima, a soprannonimarmi “Fantaghirò” – e credo avesse ragione, in buona parte: amavo (e amo) le armature scintillanti e le bestiacce inselvatichite.
L’Insegnante è stata colei che mi ha donato quella moneta con caravelle difettate augurandomi un “Buon viaggio”. Non so che pensasse in quel momento – se mi odiasse già come possibilità nella vita della figlia, se non temesse ancora questa opzione, se facesse convivere in sé il timore e l’apprezzamento – ma percepii affetto. Percepii un sincero augurio. Forse mi stava augurando di levarmi dal cazzo, ma se pur così è, lo fece con affetto. Con commozione, perlomeno.
Amo la Lokasenna perché è sfogante.
Probabilmente tale mio amore proviene da un trauma infantile legato a Babbo Natale. Ricordo che, un giorno – un giorno in cui già non credevo a Babbo Natale e non so perché, perché non ricordo di averci mai creduto (a posteriori ricordo di avervi riflettuto e averlo trovato inverosimile fin dall’inizio, ma forse a posteriori ci si abbelliscono i ricordi) – litigai con i miei compagni alla scuola materna, litigai perché affermavo che Babbo Natale non esistevano e loro dicevano il contrario. Quel giorno la maestra fece un gesto che, sempre a posteriori, mi fa pensare che avrei dovuto augurarle ogni male, o perlomeno di essere licenziata: mi prese da parte e mi disse che Babbo Natale non esisteva, che io avevo ragione, ma dovevo mentire e fingere che esistesse. La Lokasenna, in quel momento, sarebbe stata un urlare in piazza che Babbo Natale non esiste, urlarlo finché le maestre non ti prendono definitivamente da parte e non ti chiudono in qualche stanza dicendo agli altri che sei pazza – che è quello che succede a Loki, più o meno. Ma c’è una piccola, sottile, fondamentale differenza.
Dire che Babbo Natale non esiste, perlomeno nella nostra società, significa sostituire una verità con un’altra. Significa sostituire in toto “Babbo Natale esiste” con un “Babbo Natale non esiste”.
La Lokasenna è più tragica. Gli scheletri nell’armadio che Loki svela non annullano tutto ciò che gli Dei sono – non annullano la loro interezza, semplicemente la incrinano. La rendono sfaccettata. Aggiungono alla rappresentazione che gli Dei fanno e vogliono fare di sé un elemento fastidiosissimo, imbarazzante, esorcizzante in senso negativo: li sfatano. Loki è odiato perché grazie a lui avviene questa disillusione – come dare la colpa a qualcuno di aver scostato il velo che celava un mostro anziché darla al mostro. (Oppure, terra-terra, provate a sottolineare il difetto che qualcuno ha e vedrete che odierà voi e non se stesso.) La Lokasenna è odiosa perché ferisce a morte inibendo al contempo il martirio: bisogna essere puri e intoccati per divenire martiri o santi.
Mi domando, ogni tanto, quanto in tal senso l’Insegnante abbia funto da agnello sacrificale per permettermi di procedere sulla via della disillusione. Ci sono state persone che ho stimato a morte, e che stimo a morte, ma non riesco a credere nel Mentore – come non riesco a credere nel Genitore o in Babbo Natale. Sono felice di non credere nel Mentore, nel Genitore e in Babbo Natale, e non perché non crederci mi rende una progredita ed evoluta creatura razionale (odiose frasi fatte), ma semplicemente perché non credere in un ruolo mi costringe a guardare l’umano.
Amo l’immanenza norrena.
Immagino che l’Insegnante avrebbe preferito i più fini, variegati e complessi classici greci e latini.
Amo l’immanenza norrena, e immagino che la mia adorata Maletta – la cosa più vicina a una mentore che io abbia avuto, e che di sicuro mi ha salvato un pezzo d’anima – non apprezzerebbe il modo nietzschiano in cui l’amo, preferendo la memoria di quei Padri propri della cultura ebraica che ancora devo approfondire.
Amo, dell’immanenza norrena, la sua ammessa a priori fallibilità. La mortificabilità di ogni Dio, nel momento in cui il Dio si fa antropomorfo. Quella fatalità che nulla toglie alla vita quotidiana, che non rende tragica la vita dell’eroe come capita ai greci – e così, pur educata ad apprezzare esteticamente il tragico e a crogiolarmi in esso, mi trovo a prendere a prestito certi lirismi propri della cultura greca. Il Mentore si fa involucro, affascinante come un cliché in un porno. Ho voluto crederci, l’ho voluto moltissimo – l’ho voluto nel modo in cui si ama l’amore.
Non so quindi, a questo punto, se dovrei ringraziare la mortificabile Insegnante.
(Sottotitolo di tutto ciò: Immedesimazione nel passaggio da Neoclassicismo a Romanticismo tedeschi.)

Dubbi esistenziali per momenti annoiati.

Nel corso degli ultimi mesi, saltuariamente, durante pause spese sul divano o sorseggiando molto lentamente un molto lungo caffè, mi sono trovata a riflettere con alcune persone su un Leitmotiv della mia vita, un Leitmotiv che non capisco perché sia tale, in quanto non colgo il collegamento tra questo e la mia vita in generale.
Il Leitmotiv è: persone che conosco, frequento, con cui sviluppo quella che socialmente è definibile come “un’amicizia” (ossia: ci si incontra più di una volta ogni sei mesi, in pubblico, sì che il sociale possa prenderne atto), a un certo punto scompaiono.
Con quello “scompaiono” non intendo ovviamente dire con tatto che muoiono, né che vengono rapite, né che fuggono in Tibet e non se ne ha più traccia. Piuttosto, nell’arco di qualche settimana, qualcosa nel loro cervello fa sì che l’opinione alta (o non ci frequenteremmo) che avevano di me si tramuti in qualcos’altro.
Ora, il dilemma è: io non so in che consista questo Qualcos’Altro. Né come mai ciò accada. Né come accada.

Osservo ora, su Facebook, il profilo di una vecchia amicizia che – per l’appunto – scomparve. La vecchia amicizia – B – proviene dal mio stesso liceo, dove ci siamo conosciute, e ai tempi della nostra frequentazione era un’artistoide dalle mille idee. Ora – mi dice Facebook – B è una dedita cristiana con marito e figlio, che vanta un catholic pride e non vuole musulmani in Europa.

… Amo l’umanità.
E amo ritrovare persone dopo anni.
Ma, tornando al punto iniziale, non so ancora perché B sparì. Non esattamente. Fonti mi riferirono che aveva conosciuto questo stra-cattolico (l’attuale marito, suppongo), che si era ri-convertita al cattolicesimo e aveva bruciato tutti i lavori artistici fatti perché dettati dal Diavolo. Considerando che io, artistoide allora come oggi, le facevo i tarocchi – o, meglio, io pescavo carte e riflettevo ad alta voce sul loro significato, mentre lei voleva una cartomante che le dicesse come far evolvere il proprio futuro – ho immaginato di essere finita, simbolicamente parlando, nel rogo.
B è riapparsa nel mio campo visivo mandandomi l’invito a una mostra intitolata Teofania, quindi evidentemente all’arte è tornata. E cerco di immaginarmela, B, con quel suo modo fanatico d’approcciare ogni argomento (ha passato un periodo dormendo con un arcano maggiore sotto al cuscino), simile a come la conoscevo, ma semplicemente innestata in una specifica ideologia anziché saltellante freneticamente da una prospettiva all’altra.
Dicono che la maturità sia questo: trovare se stessi e la propria posizione nel mondo.
E chissà che cazzo ci vedeva in me, B.
Chissà che vedeva in me J, che pure sparì – per motivi che conosco un po’ meglio, ma che non comprendo o non voglio comprendere.
Importuno l’una e l’altra apparendo nel loro spazio vitale virtuale con il sorriso sornione di chi non ha e non vuole avere tabù. Perché intuisco di essere stata un tabù, o quello che precede un tabù, un trauma. Niente di apocalittico, coevi, non ho sgozzato agnelli davanti a nessuno – è che a volte bastano piccole cose per ribaltare una prospettiva. Suppongo. Ed è anche perché posso solo supporlo che importuno persone come B e J: perché mi piacerebbe veramente capire cosa sia successo nella loro testa.
L’ultima volta che ho stigmatizzato un individuo avevo 15 anni. Quell’individuo è venuto a trovarmi un paio di settimane fa, e mi sono trovata così bene che lo vorrei ancora qui. Penso di averlo stigmatizzato, ai tempi, a causa di quella specie di meccanismo protettivo che fa sì che le persone con cui abbiamo avuto un rapporto molto profondo, quando il rapporto finisce, ci risultino stonate. Ci fanno impressione come una morbosità. Ci fanno impressione perché ci hanno conosciuti troppo, li abbiamo conosciuti troppo, ed è un po’ come osservarsi l’intestino a vicenda. Il rapporto è andato a male e anche un po’ noi con esso, e l’altra persona è uno specchio che vogliamo credere deformante – come se qualcuno ce l’avesse imposta.
Mi è accaduto, una volta, e poi mi è passato – e al mio secondo rapporto di pari o superiore importanza mi sono sforzata di far sì che non accadesse di nuovo. Il secondo suddetto rapporto è terminato con le mie nocche sullo zigomo del tizio che frequentavo, ma ho tenuto a ribadire – ma nessuno mi ascoltava, né credeva – che non c’era astio da parte mia, non c’era rifiuto da parte mia, che era semplicemente meglio che non ci frequentassimo più. Le nocche sul suo zigomo erano un’esigenza del mio orgoglio, tutto qui. Ricordo, a seguito di ciò, un dialogo con una conoscente che principiò con un suo:
“Non è necessario diventare un uomo per essere lesbiche.”
(Non ero lesbica, ero bisessuale, ma una buona fetta di umanità ha difficoltà a concepire una sessualità doppia.)
Ai tempi non avevo elucubrato abbastanza per risponderle, con la sua stessa logica, un:
“Non è necessario essere un uomo per prendere a pugni qualcuno.”
Ma comunque.
Sto divagando.
Dicevamo?…
Ah, sì, la stigmatizzazione.
Dicevo, è dai miei quindici anni che non stigmatizzo qualcuno. Ciò ha conseguenze, ovviamente. Non è un caso che io conosca angeli e porci – se proprio vogliamo riutilizzare le vecchie categorie di “bene” e “male”. Conosco convinti umili cristiani con cui darmi alla teologia di domenica, gente che ha sgozzato capretti, geni che dormono tre ore a notte per poi usare il cervello per tutto il tempo della veglia, santoni vegani, pulp alpha-men duri e puri, docili madri di famiglia in analisi dall’adolescenza, e tutta una lunga lista – molti tra voi – e sarebbe molto più facile citare i casi singoli che conosco senza rifarmi a categorie esistenti, perché reality is stranger than fiction, ma enumerarvi così, con le stramberie che vi caratterizzano, vi farebbe sentire delle bestie da baraccone. Probabilmente vi sentireste feriti. Insomma, qualche cosa sulle persone in questi anni l’ho capita. Ho capito, ad esempio, che non importa quel che dico e faccio in anni all’interno di un rapporto: se adesso qui dicessi che ho un amico che si masturba infilandosi una lampada al sale accesa nel culo, pur senza fare il suo nome, costui si sentirebbe ferito. Vai a sapere perché. Vai a sapere perché rivelare di sapere una determinata cosa, senza però rivelarla al mondo (ossia: senza fare nomi, né riferimenti che possano collegare la menzione alla persona), può offendere una persona. Ferirla. Tradire la sua fiducia. Anche se è stata questa persona a dirtelo e tu non hai minimamente sfiorato la sua fama pubblica. Vai a sapere il perché.
C’è da dire che non ho mai ben compreso la parola “offesa” – e con essa il verbo “offendere”. È un verbo strano, perché per realizzarsi richiede che il destinatario riconosca l’azione come “offensiva”. Un verbo strano, in cui l’intenzione del mittente può contare o meno, ma solo a posteriori.
È difficile offendermi, fottutamente difficile. Di solito a offendermi sono questioni generali, ma quel che mi dà sui nervi di norma non è l’offesa in sé, bensì l’incoerenza di una certa (il)logica. Insomma, cos’è un’offesa? Conosco la parola, il significante, ma nella mia testa non esiste concetto che funga da suo significato.
Rivelare di sapere una determinata cosa e le sue conseguenze (gente offesa, ferita e quant’altro) è un altro vecchio Leitmotiv, che però riesco a ricollegare alla mia vita. Per questo in questo blog c’è un’intera tag nominata “Lokasenna“. Purtroppo linka a un solo post. Ci ho messo un bel po’ a decidere che “Lokasenna” valeva quello spazio – valeva più del mio mero amore per La Lokasenna.
Consiglio sempre la lettura della Lokasenna – la poesia – e non perché sia particolarmente importante conoscere i pettegolezzi sugli Dei norreni, ma perché Loki – “Lokasenna” significa “invettiva di Loki” – è, o dovrebbe essere, il Dio negativo per eccellenza – eppure ciò che rivela nella sua invettiva è presumibilmente vero. Le accuse che porta, i modi in cui smaschera gli altri Dei, non sono dagli Dei smentibili – e questo rivela un quadro, una mitologia, in cui anche il più negativo degli Dei reca con sé delle verità – e forse è perché le rivela che viene castigato.

La co-esistenza di questi due Leitmotiven all’interno dello stesso post potrebbe suggerirmi che sono in qualche modo collegati. Ma forse no. Forse semplicemente collego tutto a tutto per hobby, noia, ossessione. Comunque, anche fossero collegati, credo sinceramente non me ne fregherebbe un cazzo. E la cosa mi solleva. Perché se dessi lo stesso peso ad entrambi i Leitmotiven mi troverei nella scomoda posizione in cui pare stia il 95% delle persone che conosco, ossia: dover scegliere tra socialità e limpidità. Assaggiare i compromessi – che possono avere diversi sapori, possono presentarsi come il miglior piatto da ristorante da guida Michelin che sempre avete voluto gustarvi – ma in cui è stata aggiunta della sabbia, e scricchiolerà tra i denti a ogni boccone.

(Amen.)

Di Faust e dello Streben.

Al telefono, VB mi ha fatto notare che sono diventata una di quelle persone che reputano i propri gatti più interessanti di tutti gli altri.
Al momento non ho colto il sottinteso (ma non è colpa mia, VB non abusa di sottintesi, e infatti negherà ce ne fosse uno), ossia che non faccio altro che parlare dei gatti con cui convivo.
La verità è più triste della supposizione: non parlo tanto di queste creature perché le reputo più interessanti di altre, ma perché le me giornate sono miseramente vuote d’altre argomenti.
Potrei parlare di Melodien di Helmut Krausser, che sto adorando, ma proprio perché lo sto adorando avrei ben poche argomentazioni da portare – dato che un reiterarsi di “Hai visto che era come cercavo di spiegarti?”, di “Ecco cosa mi piaceva in potenziale di Agrippa: la potenza della volontà!” e di “Qui si vede benissimo lo scollamento tra significato e significante nelle parole avvenuto con la Riforma.” non è valido come argomentazione.
Non amerei questo romanzo se non conoscessi Agrippa e Foucault – anzi, conoscerli è il presupposto per comprenderlo, ma per amarlo bisogna amarli. Non posso neanche trasmettere al prossimo il mio amore per Agrippa, perché si tratta più che altro di un’affezione nostalgica: la filosofia di questo fattucchiere nobilitato mi ha svezzato come pensatrice.


Interruzione dovuta – appunto – al dover fissare meglio la rete sul terrazzo onde evitare che Loki andasse tra le fauci del cane da guardia che abita in giardino.


… Comunque.
C’è molto e nulla da dire su Agrippa. Immagino che le copie del De Occulta Philosophia, o La Magia, vengano perlopiù vendute grazie alla parola “magia”. Piccoli e grandi fattucchieri d’ogni età che cercano di estrapolare utilità dai tre tomi.
Agrippa scrive (e ve lo beccate in inglese perché non ho qui il De Occulta e online c’è solo in inglese):

Here is the outside, and the inside of Philosophy; but the former without the latter is but an empty flourish; yet with this alone most are satisfied. To have a bare notion of a Diety, to apprehend some motions of the Celestials, together with the common operations thereof, and to conceive of some Terrestial productions, is but what is superficiall, and vulgar.

L’occultismo ha uno strano ruolo nel nostro dove-quando, da cui è stato in teoria bandito come “superstizione”. La maggior parte delle persone che conosco, anche quelle più addentro all’argomento, vi si approcciano in quel modo speranzoso e meravigliato tipico dei bambini che vogliono conoscere del mondo solo i lati spettacolari, poco inclini ad ascoltare le molte spiegazioni che a questi si possono dare, e vogliosi di darne di proprie, romanticizzate.
Diffidate di chi vi parla di un De Occulta Philosophia come di un libro arcano, proibito e pericoloso: non è altro che la scienza dei tempi, con presupposti diversi ma sempre il solito raziocinio, ossia quello umano. Amo il De Occulta perché mi ricorda che fra duecento anni gli attuali manuali scientifici risulteranno egualmente astrusi e ridicoli agli occhi dei bambini già socializzati ai canoni della propria epoca ma vogliosi di meraviglie inspiegabili – come se esistesse qualcosa di inspiegabile, come se esistesse qualcosa di spiegabile definitivamente.

Parlavo con D, qualche giorno fa, di M, quell’uomo che ho frequentato per anni, e che mi sedusse grazie a un fascino ambiguo, attraente e insidioso al contempo – il fascino del vampiro da Polidori in poi (anche se non ho capito quanto sia cambiato negli ultimi anni). Avevo 15 anni e volevo essere stupita – anzi, letteralmente rapita da una visione del mondo differente.
Anelavo a una certa passività, estrema, quella della persona che non può fare altrimenti che contemplare atterrita ciò che le succede.
M aveva un’aura adatta. Immaginatevelo circondato da una nebbiolina composta di tanti piccoli segreti – “segreti” non nel senso di “cosa taciuta per tabù” ma di “cosa inspiegabile a un profano”. In parte era così. In parte è sempre così: ogni ambito è un mondo, e per essere compreso bisogna addentrarcisi. Quando ho approcciato l’economia non ero diversamente affamata – ma alla sottoscritta in formato quindicenne un campo misterico come quello delle scienze e non scienze occulte appariva come un mastodontico e fantastico mondo in cui perdersi, e ri-crearsi. Purtroppo, non riesco a essere passiva neanche anelandolo a morte.
È il bello e il brutto dell’occultismo oggi: permette a un frustrato impiegato delle poste di dirsi che in realtà è un mago che discute direttamente con Belial. Permette all’impiegato di non provare più soggezione dinnanzi alle leggi e norme del mondo materiale che lo frustra, e ciò sarebbe un bene – il bene della relatività delle norme sociali – ma talvolta lo rende tronfio come il Re di un regno di 20 abitanti sperduto tra le montagne e senza giullari.
Comunque, D mi ha parlato di M (ri)presentandomelo come una persona inquietante. M continua a masterizzare partite live di gioco di ruolo a tema horrorifico – quelle che dopo un anno hanno cominciato ad annoiarmi. So anche il perché. Corrisponde a M dirmi che da piccolo amava Freddy Krueger perché era un male di fantasia, una fuga, che in qualche modo lo consolava dai mali reali. Trovai ciò pusillanime. Non sono mai riuscita a perdonarglielo, ossia non so perdonarlo all’essere umano (e Krausser mi dice che c’è una differenza fondamentale tra l’amare l’essere umano e l’amare gli uomini, e nel mio caso ha ragione).
I libri che M mi aveva passato, e le sue dritte, avevano sedimentato. M conosceva il De Occulta Philosophia e sapeva usarlo – io, intanto, avevo sviluppato la snob prospettiva che tuttora mantengo, quella che predilige l’inside e disprezza l’outside. La filosofia è filosofia, e quindi diventa irrilevante decidere se rituali e incantesimi funzionino effettivamente o meno: quel che conta è la comprensione della logica che li ha partoriti, delle logiche, come quelle agrippiana per cui i simili si attraggono, parte di una visione del mondo che a noi è giunta solo come proverbio. Un rituale è una canalizzazione della volontà: ripetersi, dinnanzi allo specchio, “Sei forte!” è un rituale. Il Bagatto non ne ha bisogno. Il Bagatto trasforma la volontà in fatto senza dover utilizzare sotterfugi con se stesso. Il Bagatto, insomma, non brucia tutti i regali della ex per aiutarsi a dimenticarla. E io volevo essere il Bagatto – con la diretta conseguenza che tutti i fattucchieri piccoli e grandi di ogni età non potevano che risultarmi dei deprecabili inetti.
Ma M, credo, ci crede. M ha vissuto così tanto in un mondo in cui i fantasmi dettano legge da rimanerci incastrato. M, che in una partita di gioco di ruolo gioca la parte del negromante, puzza di negromante vero. Lo ricordo. Ricordo gente spaventarsi. Io, invece, mi adiravo: volevo saper mettere eguale soggezione. Non ero disposta a scendere a compromessi e usare trucchetti, come lui faceva, ma non potevo tollerare i suoi “successi”, per quanto dal mio punto di vista unfair.
Sono passati anni, e ho smesso di cercare il controllo dell’altrui persona per mezzo di un fascino misterico. Sono passati anni, e M si è fidanzato con una milionaria e pubblica interviste a Dani Filth – nulla è cambiato – chiedendogli se si sente affine a filosofi e pensatori come Agrippa – nulla è cambiato.
Quando l’ho conosciuto aveva 24 anni. Anche io fra 8 anni sarò così simile all’attuale me?
Spero perlomeno di trovare una milionaria a cui fare da amante retribuita.


Ballabio è un bel posto in cui vivere, ma sono stufa di fare lavatrici.
Dopo il trasloco, tutto era da lavare – e ho lavato tutto.
Appena concluso il primo giro, Iena è morta e – per il rischio che si trattasse di un parassita – sto lavando di nuovo tutto.
Basta lavatrici.

A parte ciò, giovo della natura che mi circonda – nel giardino dagli alti alberi e fuori, con queste montagne che impediscono all’uomo di colonizzare ulteriormente – come la pianta di ciclamino che Mater ha portato qui. Lei si fa rigogliosa e allegra, la mia pelle si fa rosea e liscia, i capelli si fanno morbidi – Milano, domani, sarà un incubo.
Mi sono trasferita a Lecco quando avevo 6 anni, sentendo così poco la differenza tra i due luoghi – l’ottusa e beata/beota Ballabio e la grigia e operosa Lecco. Tutti i miei ricordi si riassumono nella sensazione del cambiamento di luce: i primi anni a Lecco – molti anni, a dire il vero – ricordavo, di Ballabio, la luce: immensa, accecante, ritemprante.
Ricordo l’arrivo, in prima media, di due bambini provenienti da micro-paesini poco oltre Ballabio. Ricordo il loro sguardo beota da montanari, il loro essere sperduti ma non intimoriti, timidi ma non ritrosi – il loro tenersi per mano. Ricordo, ovviamente, la loro cadenza: la voce che sale e poi scende ingrossandosi, e quegli “Oh!” che significano cose diverse a seconda del tono con cui vengono emessi. Ce ne sono due, in particolare, che riassumono la forma mentis dei montanari di queste parti: un “Oh!” che esprime un divertito scetticismo profondamente materialista, e un “Oh!” che è semplicemente il modo di richiamare l’altrui attenzione. Se “Ehy tu!” è il modo sgarbato di dire “Scusami…”, quell'”Oh!” è il modo sgarbato di dire “Ehy tu!”. Credo valga parimenti con esseri umani e mucche, da cui l’utilità.
Ricordo poi, al liceo, un compagno proveniente dall’ennesimo microscopico paesino montanaro, però incapace di mutare habitat. Ha sempre avuto l’aspetto del selvaggio – mi ricordava un personaggio di Verga mescolato a uno di Pasolini, perché la creatura era veramente di bell’aspetto, ma tale aspetto era nascosto dalla trasandatezza e dai modi rudi e schivi. Intagliava legno. Chissà dov’è finito.

Ho vanamente usato una passeggiata per aggiornarmi su ristoranti da sperimentare per poi portarvi VB, che quando vado a trovarla mi porta in graziosi ristorantini vezzosi dalle ottime pietanze. Intendiamoci, li ho trovati: ristoranti con prodotti tipici, ovviamente poco vezzosi ma molto caratteristici, e chiusi. Senza indicazioni circa gli orari d’apertura. Quelli de Il locale di Ballabio sono così astrusi che la proprietaria si è confusa mentre me li riferiva.
C’è poi il miraggio, ossia Morterone, il secondo comune più piccolo per popolazione d’Italia (37 di cui 10 stabili), preceduto da 15 chilometri, che comprendono una serie infinita di ripidi tornanti che risalgono la montagna e tornanti più morbidi che si snodano nel nulla tra le montagne. Vorrei portarci VB, ma non ho una patente, e Mater ha troppa paura di quella strada. Trovare un pullman è impresa ardua. Mi ci impegnerò. Quei 10 abitanti stabili sono una chicca per turisti, più o meno come una mostra che espone ritardati esemplari di pura razza dobermann.
E, poi, c’è il nulla delle montagne. Queste montagne hanno avuto per me la funzione della siepe leopardiana: celando l’orizzonte, mi hanno cresciuto con una curiosità inquieta. Il mare di Kiel l’ha placata in buona parte – il mare mi rende tranquilla, contemplativa, mentre le montagne – e queste in particolare – mi fanno cavalcare dallo Streben.


Krausser mi dice che il Faust, come mito, deve molto ad Agrippa – a lui e al suo cane nero.

Di tagliole e pareti pulsanti.

Non riesco a scrivere una scena di Rush in Peace.
Ho provato a cercare ispirazione in cantilenanti canzoni – ho bisogno di una prosa delirante come una cantilena – e poi mi sono arresa, cercando conforto in Providence degli Ulver, un pezzo che ha la tristezza senza tempo di un lamento stagliato su uno sfondo barocco.

Mi sono svegliata con una sensazione-ricordo-atmosfera che va dritta nel contenitore Sehnsucht.
Era una sensazione-ricordo-atmosfera molto europea. Parla di un palazzo grave e triste come una vecchia scuola, che ai propri tempi d’oro dovette essere luogo privilegiato per poche, eccelse, menti. Dovette… Come se tale luogo fosse mai esistono all’interno della mia testa.
Ma comunque.
In questo periodo il mio intestino confonde spesso il privilegio dell’Europa di un tempo con il privilegio che io avrei voluto avesse. Sogno aule che custodiscono l’eco di passi diligenti, mentre con tutta probabilità hanno ospitato quelli di primogeniti di ricche famiglie.

Providence mi mette tristezza.
Una tristezza lieve ma profonda, che solo gli Ulver riescono a comunicarmi.
Per questo l’ascolto, non per masochismo – gli Ulver mi mettono in comunicazione con me stessa, senza che io debba ricorrere ad artifici, proiezioni e rappresentazioni da indossare come abiti che fingi essere pelle.
Com’è, la mia pelle?
È da mesi che metto in questione la mia identità.
Qualche benintenzionato e avido promotore di cultural studies direbbe che ciò è in qualche modo collegato alla mio risiedere all’estero. E può darsi. Ma solo collateralmente, temo. Il soggiorno all’estero è, credo, stato nient’altro che un’occasione per l’insorgere di certi dubbi. Dubito dei dubbi stessi, e quindi mi è difficile dar loro un nome.
Oscillano, come oscilla la mia percezione del tempo.
Hölderlin e il suo aver sfidato il tempo. La torre e la pazzia per tre decenni – no, no, no, vi prego…

Ho voglia di vedere F. F ha voglia di vedere me. Ci tocca tramare alle spalle di altri per vederci.
(Non nel senso, creature, che ci sono segreti da mantenere – io e F siamo troppo essenzialmente fanatici dei nostri principii per ciò – ma nel senso che siamo due creature tendenzialmente sempre impegnate in qualcosa e nello specifico la sera in cui potremmo incontrarci lui ha già un appuntamento, che dovrebbe quindi procrastinare – e gli ho detto, con poca convinzione, di non farlo perché credo che il suo sentirsi in colpa sia simile al mio: accade di rado ed è insolubile. Oh, com-passione).
Ho voglia di vedere F ed è strano il modo in cui sento questa voglia.
È strano, in generale, il modo in cui mi rapporto alle mie voglie di incontri umani e alle mie nostalgie, e se posso definirlo “strano” è perché lo sto realizzando ora.
Qualche tempo fa, in più riprese, ho speso parole e parole parlando della mia nostalgia per VB. L’ho sottolineata come se fosse una sensazione nuova e rara, quando ciò che mi colpiva era il fatto che era una semplicissima, immotivabile con speculazioni, nostalgia. Normale, insomma. E questo deve avermi shockato. Seriamente. Mi ha shockato così tanto che vi ho reagito come la me stessa di una volta avrebbe voluto saper reagire, essendo incapace di farlo.
Ho ignorato.
Da un giorno all’altro, credo.
Non ne sono sicura, perché mi sto ancora analizzando, e quindi è tutto in forse.
Ho avuto paura.
Ho ancora paura, creature – ho paura come si ha paura delle cose che si crede di conoscere perché le si è incontrate in simili manifestazioni, e con umana arroganza si generalizza.
Urlo a bassa e scazzata voce addosso a Mater di non generalizzare – e con lei questo termine ha il significato che io gli do, con le connotazioni mutuate dalle PNL – le sue precedenti esperienze amorose, e conoscere ogni persona senza preconcetti di genere.
E intanto generalizzo le mie nostalgie. I miei attaccamenti. Le mie debolezze. Come se VB fosse anche solo lontanamente simile ai miei precedenti rapporti – sì, lo è, lontanamente, e la mia paranoica mente a ciò si aggrappa per generalizzare e iniettarmi inquietudine.
I rapporti a distanza sono una tale costante nella mia vita che ho smesso di considerarli diversi da tutti gli altri. Sono la mia norma. Quando mi si domanda se non è difficile, avere un rapporto a distanza, stupisco e realizzo di averne.
Avrei voluto piangere addosso gratitudine a VB ogni volta che, dinnanzi a tale consapevolezza e alle insidie che reca con sé, si è fatta rassicurante. Ricordo attimi – sì, sono solo attimi, non abbiamo lasciato che durassero più di un minuto per volta – spesi a iniettarmi queste piccole rassicurazioni – “Verrò prima di tre mesi”, o “Troveremo un modo“, o whatever. Non posso dimenticare la consapevolezza a ciò collegata: se VB in quegli attimi non fosse stata così rassicurante, allora io… allora io… allora non so cosa io avrei provato. Il terrore che si prova quando ci si trova davanti alle sconosciute parti di se stessi – non importa quante siano, quanto larghe e pervasive siano: ogni volta si presentano in forma di abisso.
C’è una cosa che so fare incredibilmente bene, creature, e forse dovrei mostrarla assieme a tutte le cose che mostro quando conosco qualcuno: so alzare e abbassare la levetta della voglia di vedervi. So godermi il tempo con voi, quando con voi sono, senza remore né freno – ma quando non ci siete so trattare il vostro ricordo come si tratta un lusso secondario.
E lo faccio anche con VB.
Ho cominciato a farlo anche con lei da quando, questo inverno, la nostalgia mi ha messo a terra e ha cominciato a prendermi a calci all’altezza della bocca dello stomaco, nessuna pausa per farmi respirare – per poi lasciarmi rantolante a terra e sussurrarmi che sarebbe tornata, ma prima del dovuto, che sarebbe tornata quando VB fosse tornata, per sussurrarmi: “Ci vedremo fra una settimana, che domani saranno sei giorni, e poi cinque, e poi… Sai contare?”
So perché Signora Nostalgia si è mostrata proprio quest’inverno. Ha bisogno di un vuoto in cui insinuarsi, e il mio essere – questo inverno – era una voragine. Un vuoto esistenziale così profondo da portarmi a comporre inutile bigiotteria pur di colmare quell’horror vacui. Nessun interesse a riempire le mie giornate, che eppure scivolavano via – oh memento mori.
È stato un incubo.
Questo autunno è stato un incubo e, come al solito, non so come io sia riuscita a non sprofondare del tutto. Culo, follia, o le schiere angeliche piazzate dietro al mio deretano per vegliare su di me.
Signora Nostalgia, come ogni altro tenente della Generalessa Debolezza, aveva bisogno che io cedessi.
Rush in Peace è stato riportato a galla per disperazione, credo. Questo fottuto romanzo richiede un sacco di sbattimento – soddisfacente, a morte, ma richiede energie e concentrazione – e per anni ho procrastinato, non avendo voglia di impegnarmi con questa responsabilità con Noesis – perché poi mantengo la parola o muoio in sensi di colpa.
Ma mi serviva – o, comunque, a ciò è servito: ad alzare un dito medio in direzione di Signora Nostalgia.
Quello che non avevo considerato era che avrei applicato, anche con VB, la vecchia tecnica dello scindere, come una scimmia, ciò che hai davanti e di cui puoi godere da ciò che è lontano e che quindi non ha senso catalizzi la tua attenzione.
Poi ci sono attimi, come questo, in cui gli Ulver mi mettono in comunicazione con me stessa e io guardo alla mia coscienza come a un castello pieno di ali che non devono essere visitate in certi periodi dell’anno. Sbircio, grazie agli Ulver, sbircio come si sbircia un ventre squartato, con curiosità, com-passione (oh, la com-passione per se stessi – ciao, dissociamento) e timore.
Vivo, a volte, con l’ottica della persona ferita che usa tutte le energie per procedere anziché curarsi. Se resiste ancora un po’, e ancora un po’, e spera che la prossima pallottola non sia letale ma l’ennesimo buco da ignorare, allora arriverà finalmente al meritato riposo.
Basta tenere le porte chiuse.
Molti emeriti cervelli morti hanno lasciato in eredita il vecchio Leitmotiv della sofferenza come collante dell’umanità. Tradotto: “Accertato che questo mondo può essere puzzante merda, cerchiamo di dargli un senso, a questo letame, diciamo che lo condividiamo tutti, così almeno qualcosa di produttivo ne ricaviamo.”
Se vi cedessi, potrei scrivere ora che la vita – la vita, una concezione di vita che tutti esperiamo – è così strana nel suo saper celare immani tragedie dietro a ignorati buchi delle serrature. L’ironia della vita, poi, che vuole che le cose più fondamentali dipendano da piccoli sottovalutati casi.
Ma non voglio cedere a ciò.
Il fatto che io possa un giorno soffrire come un cane e come un cane staccarmi una zampa pur di liberarmi da una tagliola e il fatto che probabilmente anche voi potreste non mi fornisce neanche un indicativo. Solo laidi congiuntivi e speranzosi condizionali.
Il fatto che io abbia voglia di vedere F come si ha voglia di ingoiare antidolorifici non lo rende un alleato vita natural durante. Alleato contro cosa? F, come ogni creatura, un domani potrebbe – per sua volontà o contro la sua volontà – essere causa della tagliola che troverò a mordermi la carne.
La soluzione è semplice, è sempre la stessa: godermi il presente, beata sia l’immanenza, e non sfruttare una delle potenzialità del Verbo: queste parole capaci di portare al qui-e-ora ciò che non è presente né spazialmente né temporalmente.

Il mio caro Agrippa, pace alla sua anima maledetta, probabilmente usava attaccarsi sanguisughe addosso per parlare con i morti.
Vorrei prendere la parola “debolezza”, e “debilitazione”, e sdoppiarle, sì che abbiano due significati – perché la debolezza indotta di cui giovava Agrippa per avere visioni è diversa da quella inconsapevole che ci trascina nei più reconditi e beceri e a nausea conosciuti lati di noi.
La debolezza di Agrippa è quel rinunciare alla protezione del proprio funzionante corpo per aprire la mente. Lo fanno anche gli stupefacenti – e troverete benintenzionati santoni post-moderni pronti a dirvi che non c’è bisogno di droghe per avere le stesse visioni, per giungere alle stesse illuminazioni, per sentirsi connessi con il mondo e sentire che il corpo è un impedimento sottile quanto un velo, mera illusione.
L rincorre, nei suoi studi, il potenziale effetto delle droghe. L cerca materiale sui funghi allucinogeni dopo aver sentito che alcune persone ci sono rimaste sotto. C’è questa strana ironia, in questo, sensuale e atroce. Il come una sostanza stupefacente possa abbattere anni di pensiero comandato e aprire la mente ai suoi più reconditi delirii. C’è chi rimane shockato dinnanzi ad anni in Vietnam, e chi rimane shockato dopo aver visto cosa la sua mente può concepire. Probabilmente è la stessa cosa.
C’è chi rimane shockato dopo aver fatto l’Agrippa della domenica, esserci riuscito e aver visto il fantasma della nonna morta nell’armadio. Ho conosciuto un sacco di persone, in percentuale, che parlano delle proprie esperienze “occulte” come un ebreo parlerebbe del proprio sangue a un convegno di nazionalsocialisti. Ho guardato il timore nei loro occhi – un timore pacato, velo sopra al terrore – e mi sono chiesta – con la cupidigia di L – cosa li abbia costretti a osservare le proprie budella srotolate sul pavimento.
Non ho mai ingoiato sostanze stupefacenti capaci di costringermi a osservare la dissezione della mia anima, e non ho mai visto né fantasmi né funzionari della gerarchia infernale – l’unica volta che mi sono scopata Loki lui era invisibile, quindi niente foto da mostrarvi. L’amplesso mi ha lasciato solo un gemello siamese come prole: la consapevolezza che “Loki” e “Lucifero” sono costruzioni umane, perché se qualcosa esiste ha confini troppo malleabili per essere racchiuso da un’idea, e quella che tutto è come deve essere, ossia una totale, onnicomprensiva accettazione di tutto ciò che la mia mente può partorire, senza scarti.
Non ho, insomma, il background della persona allucinata che ha vissuto nelle proprie visioni – ma rido e piango quando sento qualcuno parlare dell’aver fatto un sogno simile a uno snuff movie con il tono sussurrante e riverente di un massone che gioca al vedo-non-vedo con un possibile iniziato. Rido quando qualcuno eroticamente tace l’avere stupri e massacri che gli girano tra i pensieri, che se solo tu sapessi quello che so concepire… Rido e piango quando qualcuno, dinnanzi a un corpo sbudellato artisticamente, porta le mani a coprire la bocca e stupisce, perché lo stupore presuppone ignoranza in materia.
Ascolto gli Ulver per comunicare con me stessa e guardo video di Silent Hill per rimettermi a posto l’intestino. I miei incubi non sono cosparsi di massacri – se ci sono massacri, sono di sottofondo, interessanti come le tendine in una sit-com inglese – e questo deve essere merito dei videogames che hanno costellato la mia infanzia.
Silent Hill mi rende un servizio: inserisce in un quadro coerente alcune delle immagini che compongono la mia disordinata percezione del Creato. Dà, così facendo, loro un senso. A volte temo che, alla fine, tutto ciò che conta è l’avere un senso con cui benedire il coacervo di frammenti di Creato che abbiamo racimolato. Le disperse immagini di corpi contorti, intestini usati per comporre graziosi festoni, i volti dai ghigni unheimlich e quant’altro che sonnecchiano dietro alle porte meno esposte del mio castello vengono così acquietati – do loro un biscottino per saziarli. Approvano mugugnando i loro strani versi e tornano a copulare con le pareti pulsanti, lasciandomi in pace.
Non vi dirò che non potete immaginare cosa la mia mente possa concepire. Magari potete farlo, e ingoiare funghi allucinogeni non vi metterebbe davanti a lati di voi che non conoscete già. Il fatto che non infestiate la Rete con le vostre visioni non significa che non ne abbiate. Oltretutto, odio i “non potete immaginare”, i “meglio che non ve lo dica”, gli occultisti travestiti da massoni che sibilano che certe cose sono pericolose e via discorrendo. Non voglio neanche fare la parte del Lovecraft della situazione, assillato suo malgrado dalle concezioni della propria testa: non sono le pareti che inglobano le creature contorte che se le fottono a crearmi disagio, ma l’imbattermi in persone che stupiscono dinnanzi a un intestino usato come sciarpa. Quello stupore mi dice che le voraci pareti del mio castello sono un po’ oltre la soglia.
Rimbaud – che continua a essere mio ospite – ride dicendo che il senso sta tutto qui: mostrare l’oltre.
Altri emeriti cervelli morti hanno lasciato questo in eredità: l’artista è colui che mette in contatto con l’oltre. È a causa di questa visione che le persone gongolano allo scoprire che 3/4 degli artisti morti erano massoni – perché il presupposto è che la Massoneria fosse una misterica associazione di artisti-veggenti che si facevano incaprettare dal Diavolo, e non un club di polverosi e auto-compiaciuti ricconi.
È questo, l’Artista?
(Come se esistesse l’archetipo de L’Artista.)
È una creatura che guarda oltre – oltre le serrature?
È dal disseppellimento di Rush in Peace che blatero di artisti, direttamente o meno. Odio nominare l’Arte – concetto-puttana che cambia a ogni volgere di secolo. Ho dovuto permettere a Rimbaud di trasferirsi in camera mia per avere un alter-ego con cui parlare d’arte. (Tra l’altro, informatevi: sicuramente qualcuno avrà infilato anche Rimbaud nella Massoneria.)
È da Rush in Peace che gioco a fare l’artista. Se non giocassi questo ruolo non potrei permettermi né la coprolalia con cui scrivo su Facebook né il mio offendervi qui.
Ma, avendo scelto Rimbaud come co-inquilino, parlando di artisti non posso non parlare di veggenti. Colpa sua, non mia. Vi è andata bene: se avessi scelto D’Annunzio vi tedierei con barocche descrizioni di tappeti e userei il tempo per spiegarvi per quale motivo dovete venire a letto con me. Ma tanto ci verrete comunque, e quindi torniamo a Rimbaud.
A Rimbaud, agli intestini e all’oltre.
Gli emeriti cervelli morti che hanno lasciato in eredità l’ideale dell’artista come veggente squilibrato postulano l’esistenza di quest’oltre, questa dimensione misterica post-Cristianesimo. Prima del Positivismo oltre c’era Dio. Dopo il Positivismo c’è stata una gran confusione su cosa ci fosse oltre, e così la psichiatria ha preso il posto della religione. Chi di voi ama Lovecraft lo ama anche per questo: ha fornito un’alternativa a Dio, un’alternativa che conteneva – a differenza dell’ultimo, appassito, buono-mieloso Dio – Bene e Male estremi, saltando a pie’ pari le noiose spiegazioni psichiatriche.
Psicologicamente parlando, dietro alle serrature delle ali più polverose del mio castello c’è psicopatia. Il fatto che io abbia squarciato i cadaveri della maggior parte delle persone che conosco intimamente, oltre a essermi scopata i loro genitori, significa che un giorno lo farò. Quindi, tenetemi lontana dai vostri genitori prima che ne abusi.
Artisticamente parlando, ci sono potenziali. Artisticamente parlando – e mi conviene parlare artisticamente, perché la sola idea di scoparmi i vostri genitori mi fa stringere le chiappe – ho una scelta: o assecondare le mura pulsanti che amano essere guardate mentre inglobano fatine gementi, dando così corda alla mia creatività, o liquidarle dicendo che certe concezioni le hanno tutti, non ho niente da mostrare, semplicemente non ha alcun senso soffermarmi morbosamente a contemplare la fatina che strilla bestemmie mentre la parete la mastica.
Ho sempre optato per la seconda, ma non è colpa mia, bensì vostra: siete voi che continuate a chiedermi da dove io tragga tanta fantasia, facendomi sentire una bestia rara – nel bene e nel male (ma il male da qualche tempo a questa parte, più o meno due secoli, va di moda, e quindi è una contrapposizione fasulla).
Rimbaud ride e dice che m’illudo di scegliere. Che assecondo. Che lui ha veramente scelto e ci ha rimesso una gamba. È una merda, perdere una gamba, altro che fatine uscite da playboy e stuprate dalla tappezzeria – e terrei la bocca chiusa, se avessi perso una gamba.
Può darsi.
Quel che mi infastidisce, comunque, è che la scena che non riesco a scrivere per Rush in Peace dovrebbe essere esattamente questo: aprire una delle porte di solito aperte da funghi allucinogeni, sedute spiritiche e sanguisughe e farlo per scodellarvi un po’ di delirio in formato prosa. Ve la vorrei aprire vestita da maggiordomo e con un sontuoso inchino – e invece è la terza volta che cerco di darle forma, e per la terza volta ho fallito.
Voglio dire, è come trovarsi nel letto una playmate e fare cilecca. Fortunatamente nelle ali più recondite del mio castello non è immorale legare una playmate al letto, e quindi non rischio che scappi, ma è frustrante. Oltre a ciò, la stronza comincia a deridermi. E ciò, ovviamente, peggiora la situazioni instillandomi panico – e il panico rende ancor più goffi – così goffi che stavolta non so chiudere con un finale a effetto, spiacente.

La presenza dell’assenza & altre unheimliche sensazioni.

Il Filosofo è un uomo che, seppur poco presente fisicamente, è in qualche modo entrato nella vita della sottoscritta.
È stato lui a farmi conoscere F, sua figlia, presentendomi lei come avrebbe fatto Oscar Wilde – con la stessa formalità, lo stesso distacco, lo stesso dire – con compiacimento – che la figlia era incuriosita da me.
Il Filosofo, ai tempi, parlò anche di Oscar Wilde. Dovette farlo, credo, perché io lo potessi accostarlo a quel morto sporcaccione raffinato. Ma di Wilde aveva solo vagamente l’aspetto e l’esser fuori dalle righe.
Per il resto, il Filosofo è stato per me un filosofo, ossia un pensatore.
Ho certo temuto, per mesi e mesi, di trovarlo al di fuori del cancello del liceo ad aspettarmi, pronto a massacrarmi di botte per il fatto che me la facevo con la figlia. Non l’ha mai fatto. Non so neanche se fosse cosciente del rapporto esistente tra me e sua figlia. La figlia dice di no. Io dico che ci ha proprio presentato come si presenta un buon partito.
Ma comunque.
Il maggior ruolo del Filosofo è stato quello di fungere da memento mori. Un filosofo è un pensatore, e il Filosofo deve aver pensato troppo nella propria vita – il Filosofo ha rappresentato quel che potrei diventare: una mente che ragiona così tanto da finire in un mondo che smette di dialogare con quel mondo che tutti crediamo di condividere, e ci sforziamo di condividerlo per non sentirci soli.
Il Filosofo parlava con entusiasmo ammonticchiando frasi che non cercavano di spiegarsi. Aveva, in qualche modo, estromesso se stesso dal consorzio umano. Coscientemente o meno, non lo so. Temo la seconda, quella non nominata. Il Filosofo funge da memento mori perché so che potrei finire così, e non di mia (cosciente) volontà.
Il Filosofo è morto solo come un cane, come ci si poteva aspettare. Ha sparso il proprio sangue sul pavimento in una morte che nessuno conoscerà mai nel dettaglio – cos’ha pensato mentre inalava gli ultimi frammenti di ossigeno? Ne era cosciente…?
Ho frugato tra i suoi libri per fregarne quelli che potevano interessarmi.
Ho aiutato F a sistemare quella casa che è riflesso della vita del Filosofo – potrei descrivervi le pentole ammassate al cui interno galleggiavano ragni, placidi nelle proprie intoccate ragnatele. Del frigo, già svuotato, che comunque puzzava come qualcosa di organico che si è tramutato in chimico. Dello cencio abbandonato al di sotto delle tubature del lavandino e trasformatosi in materia organica disseccata e ospitante ragni e dio sa cosa. Dio sa cosa. Le farfalline uscite dalla dispensa provenivano dalla pasta lì abbandonata – il Filosofo deve aver smesso di cucinare anni prima, un giorno, improvvisamente, lasciando tutto all’abbandono come se fosse fuggito di casa – ma quelle che volteggiavano tra i libri non so da che cosa provenissero.
Dopo aver aiutato F in ciò, sono tornata alle librerie del Filosofo, questa volta per indagare. Volevo capire come il Filosofo fosse giunto all’essere il mio personale memento mori. Un uomo che improvvisa dipinti monocromatici sulle pareti, in blu, e riesce con poche pennellate a disegnare sulla finestra il proprio ghigno incattivito. “Incattivito” come un cattivo di Hugo, brutto fuori perché brutto dentro, brutto perché fattosi malvagio, malvagio perché sfortunato in un mondo fatale che non permette redenzione se non con la morte.
La finestra di ghigno munita dà su una delle viette nel centro di Lecco, da cui proveniva il vociare allegro di un sabato pomeriggio estivo. Il contrasto ha reso la polvere ammassata su tutto ancor più simile a quella di un sudario scrollato.
Angoscia, l’idea che si possa essere così estranei alla società mentre si vive nel suo fulcro caldo. Angoscia da morire, oh morto memento mori.

Scrivo messaggi su Facebook a una persona conosciuta anni fa al liceo, che mi annovera i ricordi che ha di me – e che io ho rimosso.
Mi domando, a volte, come sarei nel presente se avessi una memoria più salda. Se ricordassi, ad esempio, di aver mostrato a costui delle mie riproduzioni di tarocchi, del nomignolo che davo a un bar.
La retorica a tutela delle micro-culture, e anche di quelle non micro-, sottolinea in continuazione l’importanza della memoria. Sono una germanista, e quindi sono inciampata nella parola “memoria” infinite volte a causa della questione ebraica. Non mi ha mai convinto. Non mi ha mai convinto la suprema importanza della memoria nella costituzione dell’identità del singolo, perché se così fosse non avrei identità.
Viviamo in una cultura che si è basata (o si basa?) per secoli sul ricordo di un tizio morto. Ricordo Hölderlin e il suo riflettere sul fatto che la cultura a lui coeva era intrisa di una religiosità vertente sulla presenza dell’assenza di Gesù Cristo. Oh, presenza dell’assenza. È dalla presenza dell’assenza malettiana che sono partita per giungere a quei nomi ritrovati nella casa del Filosofo – Derrida, Adorno, Horkheimer – domandandomi se comuni autori letti significhino un comune destino, o perlomeno simili strade intraprese, e quanti bivi ci siano nel corso di una vita. Se ci siano strade che non ne hanno.

Mi ha fatto piacere rivedere F.
L’ho trovata come la ricordavo ma più espansa – come se avesse semplicemente sviluppato ulteriormente alcune parti di sé, che prima erano solo in potenziale.
L’ho trovata ferita – oh, F ha avuto una vita tutt’altro che facile, e dovreste stimarla per come ne è sopravvissuta – ma non imbruttita. Era quello che temevo – quello che ho temuto più volte, ogni volta che l’ho vista rincorrere i rottami di un sogno incarnatosi in un aitante ragazzo poco predisposto a renderla felice.
Davanti a un’ottima birra, mi ha parlato dell’attuale aitante ragazzo col tono arreso di chi ha imparato a scendere a compromessi e non se ne lamenta. Me ne sono spiaciuta e, ancora una volta, ho avuto voglia di fare qualcosa concernente lo scuotere con poca grazia il ragazzo in questione. Anche se è insensato. Anche se alla fine è F a decidere cosa vuole e come averlo e rispettandola non intralcerei mai la sua vita. Ma non è la prima volta che mi affibbio questo ruolo alla The Punisher – ricordo, anni fa, il dirmi che se avessi incontrato X, suo ex, lo avrei assalito. Fisicamente. X aveva fatto del male fisico a F, e F è… Beh, F è F. È un calderone d’amore. O di esigenza dello stesso.
Mentre mi diceva che, fondamentalmente, il gran pregio del suo ragazzo è di essere bello, ho pensato che F sembra il cliché della Ragazza Che Ama Troppo ma di fatto è quasi l’inverso: assomiglia più a uno di quei personaggi cari a Lehane – e cari a una grossa fetta di fiction – che dal fondo del proprio malessere esistenziale (perché sono scampati al Vietnam, o a una vita di provincia cane-mangia-cane, o a un’ingrata carriera nella polizia) si struggono per la Bionda. Beninteso, la Bionda può essere anche mora: ciò che conta è che sia un cliché. Da cliché è di bell’aspetto, rincuorante, accogliente ed essenzialmente non particolarmente intelligente – non perché sia stupida, ma perché non è importante capire se sia intelligente o meno, e quindi non è stato mai indagato.
In un altro universo, insomma, F si potrebbe trovare a bere Jack al tavolo di un bar mentre qualcuno le dice:
“Eh, lo sai, le donne sono tutte troie, non vale la pena di starci male…”
… Ma comunque.
Con l’ottima birra in corpo e il mio culo poggiato sul divano polveroso del Filosofo, ho avuto voglia di baciare F. Così. Forse in un lehaniano impeto di nostalgia. Mi è tornato alla mente un pomeriggio di anni prima, un pomeriggio dall’umore uggioso, nello studio della casa in cui viveva, vuota. Ci sarebbe molto da dire su quello studio, trofeo di cultura nel senso più romanticizzato e all’antica: librerie d’epoca contenenti libri d’epoca e un triclinio – F sdraiata su esso, e il mio assecondare la mia voglia di averla lì, così, svestendola sola in parte, portandomi Jack alla gola per caricare di decadenza il momento e affondare ebbra nelle sue forme morbide e perfette. Mie. Mie per quel momento, come un sogno in cui vuoi affondare perché quel momento è tuo e nulla si frapporrà tra il tuo desiderio e l’oggetto desiderato, che devi cogliere prima che svanisca.
F è F, ossia la prima ragazza che ha avuto un consistente ruolo nella mia vita. Quel lontano pomeriggio mi sono lanciata a mo’ di battello ebbro su di lei con la fame di chi attende dall’infanzia di poter vivere un simile momento. La mia vita è stranger than fiction, e quindi dal giorno delle presentazioni fatte dal Filosofo a oggi sono accadute molte drammatiche cose, così da dramma che farci un dramma porterebbe alla realizzazione di un prodotto banale e di basso gusto.
C’è stato un duello con un suo ex, che al momento non era ancora “ex”, davanti a lei, e se non avessi vinto sarei ancora qui a sbattere la testa contro al muro. Ci sono state nottate alienate, isolate da fiumi di pioggia che hanno allagato la città lasciandoci al tepore di un letto illuminato dalle braci di una sigaretta. C’è stato un mio dramma interiore, nel bel mezzo del nostro rapporto, e il mio comportarmi da gatto ferito (o da personaggio di Lehane, che tanto ci sta caro) e allontanarmi in silenzio per non farmi vedere debole. C’è stato lo scoprire la debolezza di sua madre, complottante con gli amici di lei per estromettermi dalla vita della figlia. Oh, anche la Madre è stata a lungo un importante simbolo per la sottoscritta. Questa donna-mentore che ospitava old-fashion in casa propria fanciulli-allievi, il tutto con un sapore di grecità idealizzata. Per questo il trovarmela davanti in lacrime, dopo il mio aver scoperto le sue trame, e implorante perché non frequentassi la figlia, ha rotto qualcosa in me. Ha rotto, credo, l’idea che nel mondo ci siano adulti e non-adulti. Se avessi dovuto indicare un esempio di “adulto”, prima di quel giorno, avrei probabilmente indicato la Madre. Quando l’ho sentita, distrutta, aggrapparsi a me, il mondo è tornato a essere un caos indeciso e tentennante.
Sono una creatura fortunata, perché F è ancora nella mia vita. Mi sono trovata a riflettere con lei circa altre due persone che, invece, dalla propria vita mi hanno estromesso – repentinamente, istericamente, e io non saprò mai cosa girasse per la loro testa esattamente.
Il mondo è strano, creature.
Costruisco rapporti sulla base della sincerità e trasparenza pensando che un continuo monitorarsi a vicenda eviti improvvise sorprese – e invece è tutta vanitas. È vanitas anche la polvere accumulata in casa del Filosofo, lo so, e il tanfo di decomposizione che si sollevava persino spostando libri.
Sono una creatura fortunata perché dopo tanti anni mi sono trovata a sfogliare con F vecchie foto tenute dal Filosofo, e a ridere di alcune con lei. A pensare che il tempo non passa quando conosci una persona, e puoi fare battute dopo eoni che non la vedi e la stai vedendo in occasione di uno sgombero post-funerale-del-padre.
Il suo ragazzo è arrivato mentre stavamo ancora ridendo di qualcosa, e mi ha stretto la mano con forza prolungatamente. Succede di rado, dato che di solito sono io a usare la stretta di mano per soppesare il prossimo, e mi sono chiesta cosa F abbia detto di me. Già in passato ha esagerato con gli elogi, facendo sì che i suoi ex si approcciassero a me come ci si approccia a una papabile minaccia.
È molto carino, ed è bello di una bellezza particolare che o piace o risulta deperita. Una volta l’avrei trovato bellissimo, anche nei modi di fare oziosamente scontrosi. Li ho approcciati con la gentilezza silenziosa dell’amica della ragazza che si ritrova un ragazzo con cui ci vuole pazienza.
Dieci minuti dopo, mi sono trovata pressata contro un muro, al di fuori di un bar, con le narrazioni entusiaste e richiedenti compartecipazione di entrambi, incombenti su di me. Lui ha accarezzato la guancia di lei, lei ha accarezzato la mia, ci siamo salutati. E ho sorriso.


Ho ripreso in mano Horton, anche se solo collateralmente – ma era per l’appunto tutto il resto che mi mancava.
Il file contenente il gonnabe romanzo non è stato toccato, ma nella stessa cartella ho creato un file denominato “appunti”.
La colpa è di James C. Copertino e del suo Angeli neri, ambientato nel LAPD e – come da norma di James – molto preciso nei dettagli.
Horton appartiene al NYPD da sempre, ma per qualche curioso motivo non ho mai cercato mezza info sul NYPD. Sarà perché siamo così subissati da fiction sul NYPD che davo per scontato di saperne abbastanza. Ciò nonostante, mi sono chiesta, se sono in grado di leggere tomi su tomi per scrivere la mia tesi, mi costerà tanto leggere un libro sul NYPD?
Al posto del libro c’è stata wikipedia con cui iniziare, e il sito del NYPD e tanti altri siti. Sono riuscita a collocare, più o meno, Horton. So che dovrebbe essere un misero detective-investigator dell’Organized Crime Control Bureau. Della narcotici? Sarebbe il pieno del cliché, ma Horton è un cliché rivelato.
Non riesco, invece, a trovargli un distretto.
Il 33° sarebbe perfetto in quanto ad architettura e livello di crimine, ma ci sono troppi pochi bianchi per le trame in cui Horton è coinvolto. Il 1°, il 14° e il 18° li ho esclusi per motivi differenti che neanche ricordo. Dopo Manhattan, oggi tocca al Bronx essere dissezionato.

HPD reloaded.

Il mio mondo si fa sempre più stretto, e potrei rimanere al livello non metaforico della metafora: la mia quotidianità che, riassunta, vedrebbe un reiterarsi ossessivo delle quattro pareti che formano la mia camera. Forse per questo tengo tanto al fatto che sia pulita e ordinata? Il mio amore per uno spazio vitale ben tenuto – il che, nel mio caso, significa “funzionale e senza cazzate decorative tra le palle” – si fa di giorno in giorno più psicotico, ma ho potuto notarlo consistentemente solo nella Casa dei Lupi, quando ho cominciato a sistemare anche quella.
Niente di nuovo sul fronte occidentale per chi fino a un anno e mezzo fa si ammetteva una personcina per metà fortemente misantropa. Per metà, perché l’altra rappresentava una bestia da palcoscenico. Il soggiorno a Kiel mi ha fatto rivalutare il mio amore per i rapporti sociali, facendomi riscoprire molto più animale sociale di quanto ritenessi – ossia, dando alle cause le conclusioni tratte dalle conseguenze, una persona molto sensibile al contesto umano.
Tornata in Italia sarei, per logica, tornata a essere la psicopatica per metà misantropa, un po’ più misantropa di prima a causa del confronto italo-tedesco, ma qualcos’altro è cambiato, e consiste nel fatto che è dal mio ritorno che non sento il mio inconscio fremere per un po’ di vita sociale. Insomma, mi è sempre accaduto. In questa mia vita fatta di lunghi isolamenti, disturbati – dopo un po’ di tempo – da una vocina interiore urlante:
“Esci! Socializza! Smuovi il mondo mentre ci stai dentro!”
La vocina si è zittita, e al suo posto si sono accese nostalgie irrisolte.
Quando la vocina così mi incitava a smuovere il mio pigro culo la mente della sottoscritta, distratta, vagava in aspettative – tante, diverse, desideri proiettati, la voglia di andare in un certo tipo di ambiente, incontrare un certo tipo di persona, imbattermi in un certo tipo di follia a scadenza – che la maggior parte delle volte venivano sì soddisfatte, ma al minimo sindacale. È stata Kiel a offrirmi in pasto momenti da sogno – ossia, situazioni e persone che avrei voluto esperire, e soffermatevi su quel condizionale, quell’avrei, perché ogni volta che – fino a un anno e mezzo fa – lasciavo che qualche aspettativa precedesse un mio ritorno alla vita sociale sapevo, in fondo, che non avrei avuto esattamente quello che volevo.
Per questo, forse, ora al posto della vocina risalgono nostalgie. Risale la musica alzata all’improvviso da Daf, e l’andare in cucina trovandovi 4-5 semi-sconosciuti e una birra pronta per te.
Risale Ben, che si è impresso nella mia testa più di quanto mi aspettassi. Ben non è un bel ragazzo per i miei canoni, ed è stupendo. Insomma, se dovessi prendere il suo volto e valutarlo come so fare (ciao, fisiognomica e l’incapacità di godere di un volto senza scomporlo) non ne trarrei niente di soddisfacente, ma l’ho trovato e lo trovo meraviglioso. È impresso sulla mia retina circondato dai lunghi capelli biondi, ricci, che lo contornano, nella penombra di un mattino in arrivo, sorridente, che mi guarda dall’alto con le mani poggiate sul muro. Ho dovuto fotografarlo, così – foto che non renderebbero, se ve le mostrassi, ma servono a me.
C’è una dolcezza pura e commovente legata a Ben, e lui molto probabilmente non c’entra. Non c’entrano neanche i fatti che quella notte sono accaduti, probabilmente più simili a un porno domestico che a una romantica epopea. Ma è questo il bello, creaturine: trovare il dolce nel quotidiano che non è stato formato per esserlo, nel quotidiano che non è stato formato e basta, ma è semplicemente accaduto.
Il semi-Dio alle Terme Taurine aveva in sé qualcosa di simile – e questo qualcosa, che sta in me e non in questi due esseri umani, mi manca. Mi mancava prima che lo avessi – la Sehnsucht che attanagliava le mie aspettative prima che partissi per Kiel, quella stessa che finiva, irrisolta, in ciò che avrei voluto scrivere – ma che non ho mai scritto, perché mal sopporto l’autore che si travasa in ciò che narra senza filtro, senza ironia, senza misura. Mostra dell’autore l’insoddisfazione – e, creaturine, il mio segreto poco segreto è che mal sopporto l’insoddisfazione, peccato mortale – come osi, oh mortale, non sfruttare ciò che il mondo ti offre in pasto?
Per questo, quelle poche volte che ho smosso il mio pigro culo, l’ho fatto passando momenti di cui sono soddisfatta. Sfrutta tutto, al costo di farlo a pezzi nel mentre. Ciò che conta è non avere né rimpianti né rimorsi.
Per paradosso, il mio ritorno in Italia mi ha visto diventare ancor più bestia da palcoscenico. V si è ribadita felice e grata per il mio prendere in mano il microfono e fare da presentatrice improvvisata alla sua festa di compleanno. Qualcuno le dica che l’ho fatto per noia, che è lo stesso motivo per cui in occasioni sociali non so stare ferma nello stesso luogo per più di un minuto – e a quella festa c’era troppa gente seduta. Ho discusso con VB di questa mia natura istrionica (che va peggiorando), che è più che altro una necessità di spettacolo – a cui assistere o da formare, che conta? L’importante è che ogni momento festeggi se stesso. Per questo, nel mio soggiorno romano, sono stata sovente zitta (strano, vero? Infatti VB si è preoccupata): le persone che mi sono trovata davanti erano brave a tenere il palco, ed era un piacere stare ad ascoltarle.
Insomma, non ho bisogno di un pulpito se c’è in giro una compagnia teatrale gesuita.

Wikiwiki declama che:
Per essere diagnosticato come disturbo [istrionico] deve manifestarsi in una varietà di contesti con la presenza di almeno cinque dei seguenti sintomi:
1. la persona è a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione
(La noia vale come disagio?)
2. l’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da comportamento sessualmente seducente o provocante
3. manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale
(Smettetela di prenderci sul serio: stiamo solo fingendo di cambiare emozione.)
4. costantemente utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sé
5. lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e pieno di dettagli
6. mostra autodrammatizzazione, teatralità, ed espressione esagerata delle emozioni
(Non sono emozioni, uff)
7. è suggestionabile, per esempio è facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze
(Solo nel profondo, recesso che voi pubblico non vedrete mai)
8. considera le relazioni più intime di quanto non siano realmente.
(No, sei tu che credi che sia intimo scopare con te.)

Circa il punto 2, prego i coevi di smetterla di pensare che in me ci sia la benché minima malizia. Vedete, a me piacerebbe molto giocare il gioco della seduzione, ma ho un problema di base: il modo in cui io mi farei seduttiva non è tale per la RdF (Realtà di Fatto) in cui vivo, forse per quella di qualche altro spazio-tempo sì, ma dato che vivo in questo mi astengo e basta, il che implica che agisco attivamente per risultare sensual-attraente più o meno quanto potrebbe farlo il Papa (in pubblico – in privato non so che faccia). Ecco, preferirei risultare solenne come il Papa, ma evidentemente fallisco. Ho anche pensato di darmi seriamente alla recitazione per migliorare la mia capacità performativa, ma ho capito che il problema è a monte: non è quel che io faccio, ma come il prossimo legge a priori certi gesti – insomma, è sempre la solita storia: io vorrei avere la solennità del Papa ma la rilettura mi trasformerebbe in tutte le perversioni associate a una suora. Sempre i soliti discorsi sul gender, creaturine, nevvero? Ho nostalgia anche dei bei tempi in cui camminavo per le strade di una città dove gli abitanti non camminano in modo diverso a seconda del sesso a cui appartengono. Noiosi questi crucchi, nevvero? Strano che io mi annoi qui e non lì.
A proposito di gender, ho realizzato quanto il contesto mi condizioni a livello d’abbigliamento qualche giorno fa, quando – dovendo andare a casa di amici con VB tra gli altri – ho messo una gonna. Una gonna. Io non ho gonne nell’armadio, e infatti l’ho fregata a Mater.
Il fatto è che VB è un’altra ottima bestia da palcoscenico, e con lei avrei potuto mettere in scena la parte dell’accompagnatrice in gonna – questo perché anche VB di gonne non abusa, anzi, e quella sera sembrava la versione modernizzata di Zorro. Già mi vedevo giocare la parte della donna-macchietta che si siede sulle gambe di Zorro, scena gustosa. Scena, creaturine, perché quello dei ruoli è un gioco, solo uno stupido gioco – e mi sono trovata a realizzare, spiegandolo, che c’è un motivo per cui non metto gonne, a parte il fatto che non so metterle (dimentico di indossarne una e siedo, come mio solito, a gambe spalancate) e che le collant sono scomode (si rompono troppo facilmente e impongono limitati movimenti – nah): non mi piacciono i significati che si portano appresso. Amo alcune opzioni punk nell’abbigliamento, ma se vestissi in quel modo il prossimo si interfaccerebbe a me in un modo per me poco funzionale. Togliete il condizionale e passate all’indicativo: provate, come ho fatto, a vestire punk e osservate come le persone reagiscono a voi.
Ora, non so come le persone in Germania reagiscano a un punk, dovrei provare. Non credo che a Kiel una gonna riconduca meno alla femminilità di quanto faccia da queste parti, anzi. La soluzione sta alla radice, la soluzione che spiega perché in Germania il mio abbigliamento si fosse femminilizzato, ed è da trovarsi nelle connotazioni che vengono associate alla femminilità a Kiel e da queste parti. Non so esattamente quali siano, e forse non lo saprò mai, so solo che a Kiel non perdevo nulla socialmente se indossavo una gonna – il che significa che non perdevo nulla socialmente se mi riconducevo maggiormente a un’idea di femminilità.
Indossare una gonna e poi strusciarmi sulle gambe di una VB in qualche modo riporta a una condizione di stabilità: il valore aggiunto di femminilità, con il pessimo paradigma di donna che da queste parti esiste, viene riequilibrato dal valore aggiunto di lesbismo, che dà quel tocco progressista che confonde le idee – sono strane, le lesbiche, magari questa qui in gonna mi prenderà a randellate se faccio un apprezzamento non richiesto, perché le lesbiche dentro sono un po’ uomo.
È stupido a priori giudicare qualcuno dal modo in cui si veste, perché quel qualcuno potrebbe essersi addobbato in tal modo proprio per sperimentare – ma le cose funzionano così in Italia e Germania, l’abito fa il monaco, come i crucchi ammettono tramite detto popolare.
Ora, a me piacerebbe ogni tanto indossare una gonna, ma non ho voglia di ricordarmi di chiudere le gambe, di stare attenta a non rompere le calze, di parare apprezzamenti non richiesti. Parare, dico, perché ci sono apprezzamenti che portano con sé la visione che li ha partoriti – quella retrograda visione della donna in cui s’inciampa da queste parti (e che, purtroppo, sovente corrisponde alle donne reali che si incontrano).
Ricordo, a Kiel, un’altra memorabile scena, nei cessi di una discoteca, in compagnia di una ragazza dagli occhi meravigliosi e il cui gender avrebbe richiesto pagine e pagine per un’analisi. La descriverei dicendo che aveva il fascino del giovinetto greco come descritto oggi, quella forza e spigliatezza e grazia che si trovano nella genuinità di un corpo che non bada a se stesso, e che per natura è fluido. Storicamente tale stereotipo è nato nel descrivere bellezze maschili, ma il mondo è bello perché è vario, ed è vario soprattutto quando i membri che lo compongono capiscono che sesso e gender non corrispondono per natura, che il gender è un ruolo con cui giocare per dipingere se stessi – e quella ragazza era stupenda, di una bellezza che chi sa vedere in me solo stereotipi di bellezza femminile non saprebbe capire. Quella ragazza era seducente, e in quell’occasione anche io – ubriaca marcia – mi sono impegnata per esserlo, perché in quel frangente potevo mettere in scena un ruolo che non fosse quello, egemone, impostomi dall’alto da queste parti (il che non significa che ho fatto l’uomo, creaturine – tenete questa visione catara per le menti limitate).
Capita, a volte, quando cerco di spiegare a chi in me apprezza stereotipi di donna che ha in testa e che in me non sono mai stati messi in scena, che io cerchi di spiegare alla persona in questione (uomo, di solito – ma anche donne che vogliono starmi simpatiche, fallendo clamorosamente) che ha fatto cilecca in pieno. La persona, se è uomo, talvolta reagisce scusandosi costernata – e io non ho mai ben capito per cosa si scusi. Si scusa di avermi fatto un complimento femminilizzante? Si scusa per avermi dato della donna? Perché si scusa per avermi dato della donna? Qual è la logica? Insomma, ti scusi con qualcuno se gli hai dato del figlio di puttana o del deficiente – la categoria “donna”, in italiano, che ha in comune con i figli di puttana e i deficienti?

Il fatto è che mi sono rotta il cazzo di parlare di gender, il che equivale al dire che mi sono rotta il cazzo del fatto che il gender in questo spazio-tempo mi crei problemi. Mi piacerebbe evitarlo, davvero, ma ho poco filtro: vi vomito addosso le questioni che il contesto vomita addosso a me – c’è scritto che le persona affette da disturbo istrionico di personalità danno eccessivo peso al contesto, no?
Non vi odio se mi fate complimenti che dovreste riservare a Dita von Teese, davvero. Semplicemente, mi trovo a constatare che viviamo in mondi diversi, e che tale differenza rende la comunicazione difficile – e me ne spiaccio. Come faccio a mettere in scena il Papa nella migliore delle mie performance se voi ci vedete comunque, inesorabilmente, una Monaca di Monza che sotto alle vesti porta lingerie con pizzo? È frustrante, capite?
Sigh.

Di mistiche e mistificazioni.

U è vivo, ma esclusivamente perché U è U.
Infatti, hanno detto i dottori, con il tipo di trauma che ha subito (rovinando a ghigliottina di collo), dovrebbe essere morto o tetraplegico. Ma, dato che U è U e vive sotto costante allenamento, lo spessore muscolare del suo collo è stato ciò che probabilmente l’ha salvato.
Direi che la faccenda si commenta da sola – ma volete togliermi il piacere di divagare? Suvvia, non posso esimermi – infatti tale avvenimento mi ricorda uno degli altri motivi per cui ho sempre apprezzato la presenza di U, motivo alquanto stupido ma – come i fatti hanno rivelato – fondamentale: è difficile fargli male. È rincuorante sapere che è difficile fare male a un tuo amico, veramente. E non solo nell’eventualità di vivere fasi della tua vita con un’eccessiva passione per Fight Club. E ognuno ha le proprie paranoie.
Mi manca immensamente, U, adesso che l’ho ricontattato. È normale, è come riaprire una ferita – ma al positivo. Gliel’ho detto – non della ferita, ma della voglia di riabbracciarlo.
U è una delle poche persone che mi piace abbracciare, credo fondamentalmente per due motivi:
1) Lo vedo con ampie pause tra un incontro e l’altro, quindi non ho il tempo di farmi venire a nausea la pratica (che, di base, non ho mai ben compreso); lo vedo così di rado, ormai, che ogni abbraccio ha il sapore rincuorante del ritrovare qualcuno di caro.
2) U, quando abbraccia, abbraccia. Il che significa che è meglio trattenere il fiato, almeno per la sottoscritta, che per quanto possa avere un torace di una certa larghezza, ha pur sempre uno spessore limitato. È imbarazzante, tale esiguo spessore, quando la gente ti dà pacche in mezzo alle scapole e tu ti trovi piegata senza fiato, veramente imbarazzante. Ma è peggio quando ti chiedono “Va tutto bene?” e tu hai bisogno di qualche secondo per rispondere, quindi abbozzi vaghi gesti rincuoranti, apparendo nel complesso simile a una scimmia cieca.
Ovviamente tali pietose scene mi accadono di rado, in quanto non vedo tutti i giorni gente palestrata incapace di interfacciarsi con il prossimo in un modo diverso da quello che usi cameratescamente con compagni di palestra. Sul cameratismo tutto OK, ma non faccio palestra a quei livelli (né dedico quotidianamente secondi per controllare se i miei bicipiti siano cresciuti – mi basta che gli addominali siano a vista, altrimenti urlo al sacrilegio), e, come voi saprete, creaturine, nel mondo tutto è relativo. La pacca che un tuo amico palestrato dà a un altro palestrato diventa una badilata per te povera creaturina che hai un fisico normale, e – se la ricevi senza aspettartela – rovini a terra con un’espressione stupita. Ho detto che la mia vita è cosparsa di momenti seri e intensi, vero? U è anche quella creatura che ha la colpa di farmi reagire automaticamente sollevando avambracci e piegando il collo ogni volta che qualcuno di sospetto (ossia chiunque) cerca di farmi una carezza. La gente deve pensare che ho subito pestaggi in famiglia, invece il motivo è (come nella maggior parte dei casi della vita, e non solo la mia) molto più stupido. U, infatti, suole dimostrare affetto colpendo sulla nuca – il che continuerebbe e non essere un problema, se io non persistessi nell’avere una corporatura nella media. U, infine, è quell’uomo che un giorno mi ha ricordato l’importanza di avere addominali saldi, e l’ha fatto sbattendomi a terra e saltandomi sul ventre mentre masticavo un BigMac.
Mi manca sovente U perché nel mondo trovo poche persone capaci di ciò. E il punto, creaturine, non sta ovviamente in un mio insito masochismo, ossia non sta nel trovare persone che fanno esattamente questo alla sottoscritta, ma nel trovarne troppe che non fanno a priori cose simili alla sottoscritta per motivi risibili e fondamentalmente stupidi. Non è ovviamente un invito a picchiarmi selvaggiamente, perché reagisco e ho un’innata capacità di colpire i punti peggiori (senza volerlo, ovviamente, e con immani conseguenti sensi di colpa), quindi dovreste essere o molto muscolosi o molto veloci. E, soprattutto, lamentarvi poco. (Odio le lamentele per dolori fisici, mi fanno sentire ancora più in colpa – fottuto cattolicesimo.)
(Ricollegandoci alla entry precedente, ora potrei chiedermi con ancor più fervore per quale motivo io abbia una passione smodata per personaggi di fiction tesi alla lamentela costante, ma non lo farò.)
Ricollegandoci alla fisicità in generale, invece, credo di essere malata. Credo, dico, perché siamo nell’epoca dello stress e dei sintomi psicosomatici, e quindi non so se lo stordimento generale, il mal di gola e l’aver caldo siano conseguenze di un qualche virus o semplici sfoghi. Cambia poi qualcosa? No, quindi che senso ha chiederselo? (Viva l’immanentismo.)

Ho preso Diario del ladro di Genet e sono felice come un bambino spastico che si sveglia sano (dovete sopportare il fastidio che ogni tanto mi coglie e mi rende intollerante a ogni tabù, facendomi titillare i suddetti in maniera molesta), o come un bambino tratto da film americano a tema natalizio del genere con cui vi stanno per subissare, o come se Evan Stone fosse appena comparso nella mia vasca da bagno vestito da pirata in equilibrio su una barchetta di carta.
Evan Stone che, tra l’altro, è in tema. Sono certa Genet l’avrebbe adorato. Nella sua interezza, ma riassumendo il tutto nel suo uccello – perché Evan Stone ha tutte le carte per essere riassunto nel proprio uccello, ed essere genetiamente rappresentato come un enorme cazzo stagliato su un cielo apocalittico. Pacatamente, gravemente. Se googlate “pacatamente gravemente” (con “impostazioni di ricerca: italiano”) escono quattro link: due sono della cara Nora, due sono miei, ed entrambi citano Genet.
Dovete sapere che tutto nacque un lontano pomeriggio, a Milano, che vide raccogliersi quattro persone: due vecchie conoscenze e due persone che non si conoscevano tra di loro e che io non avevo mai incontrato di persona. Quel giorno comprai Notre Dame des Fleurs e mi scoprii in una compagnia istrionica quanto me, così che – dopo un paio di ore – stavamo declamando Genet a voce alta in università. Un paio di ore ancora ed eravamo in un locale in via Torino, dove l’arabo (ciao, TCK) si alzò in piedi sul tavolino e – libro in mano – declamò con trasporto:

… I guerrieri biondi che ci incularono il [data], pacatamente, gravemente…

Non ricordo tutta la citazione (per questo ho googlato), era lunga e ben peggiore del pezzo riportato. In quel momento ha creato un momento mistico – mistica urbana post-contemporanea, la mia preferita. E poi fu l’inizio di un paio di amicizie.
È che, vedete, pacatamente-gravemente è come Genauigkeit und Seele (il sottotitolo del blog), sono endiadi-ossimori che, per accostamento e apparente contrasto, riassumono bene il genere di vibrazione che vado cercando – è come la corda di un violino appena sfiorata, trema ancora, ed è sia melodia che riverbero che eco che silenzio.
Genet è calmo e pacato, Musil usa accuratezza e anima – e ci sarebbero altri nomi da aggiungere all’elenco, tra cui Foucault che è analitico-morboso e Giordano Bruno che è trascendente-popolare. Sono antinomie false, nelle mie percezioni di personcina poco avida e che vuole avere tutto al contempo, che vuole un’anima china sull’oggetto come un chirurgo dotato di empatia quanto di precisione (oh Monsieur le vivisecteur musiliano). Troppo facile essere ciecamente coinvolti, mie romantiche e sensibili creaturine, troppo facile essere distaccati e freddini, mie creaturine tronfie di razionalità della domenica.

Cristina Zagaria (non chiedetemi chi è, sono ignorante) dice che “Un romanzo deve rispettare il lettore”, e la dissacrante vena che in questi giorni mi pulsa sulla tempia mi fa domandare:
1) Anche il pedofilo che ha traumatizzato la tua ex compagna di scuola? (La tua, la vostra, io non porto avanti cacce alle streghe, la domanda funziona finché il pubblico crede nel male ontologico della pedofilia.)
2) Come fai a rispettare qualcuno che non conosci?
3) Che cazzo significa “rispetto”? Io sono ossessionata dal dizionario etimologico, che mi dice che “rispettare” significa “riguardare”, “aver riguardo”, “considerare” – e se prendiamo l’ultimo sinonimo l’uscita politicamente corretta e moralmente elevante di Zagaria si risolve in un “Un romanzo deve considerare chi lo leggerà” (io, ad esempio, a volte me ne dimentico e rinomatamente scrivo ai posteri).
Ma ricorrere a un dizionario etimologico per ogni minima cazzata è la soluzione ultima degli idealisti incompresi, che puntualmente sono i primi a non comprendere quello che hanno attorno, quindi mi rifarò a Fodella, che se non erro si rifaceva a Confucio, e che diceva che bisogna diffidare delle parole che non hanno un significato univoco e vengono utilizzate in abbondanza (“libertà”, “amore”, “democrazia” – “rispetto”), perché portano avanti una mistificazione.
4) Ma non ho proprio un cazzo da fare?