angelo

Varie & Eventuali

-Perché quando guarda le cose…- assottiglia gli occhi scuriti dal mascara colato. Vorrei pulirla. Affettuosamente. Vorrei spulciarla da ogni residuo di non-perfezione prima che possa farsi guardare da uno specchio. -… Quando guarda le cose lo vedi che lui vede qualcosa. Che capisce. È come se capisse i legami tra le persone, e dove le persone stanno. Cosa possono fare e cosa no. Dove cadranno. Sai cosa dico a mia madre, Ed? Che Serge era uno in politica. Uno di quelli nell’ombra che muovono le cose. Lei crede che io faccia la ballerina nei locali, che canti, e le dico che mi vergogno a essere vista da lei, e lei ci crede e non sa nulla. Serge capirebbe che sto mentendo.-
-Forse tua madre-
-Mia madre pensa che sono stupida. Come lo pensi tu. E tutti gli altri. Ma Serge no.-


… Scrivendo quelle parti di DaDa che vanno scritte da secoli.
Il pezzo sopra parla di Serge – ovviamente, perché sono in Serge Syndrome.

(Il mio primo babau era uno zombie, e ho rischiato di divenirlo.
Il mio secondo babau era un uomo dagli arti lunghissimi, psichedelico, che rideva sempre; e ho creato Serge.
Il mio terzo babau era Dio l’Onnisciente, e tra Serge e Jan di Leida come concept ci siamo.
Quale sarà il prossimo?)

La soundtrack è un vecchio CD ripescato che contiene, intervallati, pezzi pop con suadenti voci femminili, lounge, blues.
Il sottofondo di un lounge bar con divanetti sporchi di cosmetici e lubrificante.
Mi sto dicendo, DaDa tra le mani, che dovrei immergermi nuovamente in quella merda.
Quella merda: ciò a cui la persona media può dirsi dovrebbe anelare per la propria vita quotidiana in una città.
Darmi di nuovo lo stupido obiettivo di girare per locali senza spendere un euro.
Porte aperte.
Cocktail d.o.c.
Ai limiti del campo visivo l’intelaiatura su cui si regge la vita quotidiana.
La mia, la vostra, la nostra.
Quella più fasulla, fallace e mortificabile.
Imparare a vedere senza guardare.
Sarà che mi sono rotta i coglioni di stare in casa a riflettere.
Sarà che mi serve una via d’uscita.
… Sarà che leggo DaDa e mi dico che non ho più quella sveltezza di lettura della realtà a me circostante.
DaDa che ha una trama vacillante, che non rispecchia esattamente ciò che oggi vorrei comunicare, ma che intanto comunica. Sa di vita. Vivere – non un intricato mosaico da tradurre per pochi eletti.
Tornare al microcosmo.
Nel frattempo.
(Bello questo nel frattempo. Molto indicativo.)
Sarà che scrivere DaDa è fottutamente catartico – e scivola, pur avendo ritmo, come i pinguini di Tyler Durden. Sarà che è più abbordabile – alla scrittura e alla lettura – perché parla di cose che si toccano con mano.
È divertente dire ad ashuchan, mentre lo legge, quali parti sono fiction e quali non-fiction.
È fottutamente… rassicurante nella sua materialità.

Fra tre ore colazione con L’Angelo.
Americano (caffé) numero n di queste ventiquattro ore no-sonno, ma preferibilmente all’aperto – magari in riva al lago, e fissare la superficie d’acqua semi-immota dopo averlo rassicurato circa le mie condizioni interiori.
Non lo vedo da troppo.
Il mio tono di perenne scazzo l’ha fatto preoccupare.
E io sono un danno ad acquietare le persone.
E ho, mi rendo conto, una pessima reazione davanti alle persone che mi chiedono d’essere rassicurate circa la mia condizione o la mia salute. La reazione che uno studente svogliato ha davanti a una predica del professore, all’incirca.
Pro e contro dell’essere cresciuta con un un certo tipo di epica.
(Non importa da che parte stai, ma come ci stai. Amen.)
Sono cresciuta ingoiando bile ogni volta che, chiedendo a un amico di giocare sul serio, trovavo riserve.
Poi ho capito che non era agli amici che dovevo chiedere di giocare senza riserve. Né dovevo chiederlo.
Gran parte dell’opportunismo e dell’utilitarismo in ciò che si può chiamare “sfera di amicizie” è stata allora falciata via. O forse sostituita, non saprei.
Togliere utilità a una cosa ne rivela la purezza.
E poi ci sono i rapporti sacri perché opportunisti a livello animale.
Quando – come ho detto a Hyoga in una chat – fai quel breve passo che tramuta il “ogni essere umano è egoista per una semplice questione di istinto di sopravvivenza” al “il tuo istinto di sopravvivenza include la sopravvivenza di altri”.
Nella stessa chat si è parlato di dormire culo a culo con una persona senza sapere chi sia.
Nella stessa chat ho soprannominato Hyoga “Mezza Pagnotta” per il suo dirmi che se ha metà pagnotta, quella metà è di qualcun altro.
Approviamo.
Benché ci sia un’arroganza ben poco latente nell’approvare. Parlare di cose che non si conoscono e si dovrebbero conoscere. Per rispettarsi. Per scavare più in profondità. Per vedere cosa c’è sotto la pelle. Nei miei sogni – che in questi giorni stanno tornando a essere vividi, dopo un’eternità di amnesia post-risveglio – le ferite nella carne rivelano una certa mancanza di sangue. Sono simboliche, fiabesche. Ricordo, in un esercizio di PNL, che mi fu chiesto di immaginarmi una strada che attraversava una città. Cosa vedevo? I palazzi erano di cartone. C’era silenzio. Non erano palazzi. Erano i fondali di uno scenario. Adesso le cose sono cambiate, ma ogni tanto – aguzzando la vista – mi rendo conto di aver confuso qualcosa, credendolo di carne quando invece era di cartone.
Prima di oggi, prima della città fatta di fondali, guardandomi un giorno mi ero scoperta io stessa fatta di cartone – scoprendo che per mesi e mesi, forse anni, mi ero creduta di carne.
Pare che le cose migliorino gradualmente, o quantomeno si approfondiscano.

Leggo L’opera al nero, Yourcenar, e ogni pagina è una badilata sulla nuca.
Leggo di Zenone, protagonista, immerso nella prospettiva di poter subire tortura.
Niente di metafisico, no.
Tortura-tortura.
(Una rosa è una rosa è una rosa.)
(Malkut è Malkut.)
(-Che cosa vedi nelle nuvole?- gli chiedo, guardando la microscopica immagine inquadrata.
-Nuvole.- mi risponde, e rimaniamo distesi fino al tramonto.)

(Ho citazioni e autocitazioni per tre giorni, a questo proposito.)
Tortura-tortura più vera dell’ipotesi più immedesimata di provarla.
Il terrore di non poter raggiungere, con la mente, ciò che accadrà.
Il terrore di essere impreparati.
A cosa?
Ho fatto flessioni per mesi dandomi come obiettivo la capacità di sollevare con le braccia il mio peso – perché se mi fossi trovata appesa a un dirupo con le sole mani, avrei dovuto avere la forza di sollevarmi. Sarebbe stato troppo stupido morire così.
Ok, abito vicino a tante montagne, ma non credo che trovarmi appesa a un dirupo sia più probabile di trovarmi un lampadario in testa a trenta all’ora.
Ma le flessioni le ho fatte comunque.
Comunque ho chiesto a Ula di usare tutta la propria forza, senza riserve – con la smania di capire quanti chili in urto il mio corpo sapesse reggere (con Ula era una garanzia, data la circonferenza dei suoi bicipiti).
E il lato fisico di me è quello meno messo alla prova.
Le cicatrici che ho fuori sono la minima manifestazione di quelle interiori. La maggioranza autoinflitte. Masochismo tenace di chi si fa massimo masochista per non essere ferito neanche dal peggior sadico. E siamo Gemini. Non potrete mai farmi il male che so farmi. Amen.

… Poi arrivi a chiederti: fra dieci anni come sarò?
Avrò soddisfatto le mie aspettative?
Finora mi è andata fin troppo di culo, capitemi, un fallimento sarebbe insostenibile. Perché dobbiamo sempre confidare in noi, noi, perché tutte le ancore a cui aggrapparsi sono dentro di noi.
(Come nel desiderio che abbiamo espresso.)
… E oltre ai rapporti d’amicizia privi d’utilità, oltre a quelli sacri perché puri nella loro utilità, ci sono i rapporti-ancora-a-cui-un-giorno-potresti-aggrapparti.
La ricetta richiede persone che abbiano espresso il desiderio di avere ancore di salvezza in se stesse – ma coscienti che l’essere umano fallisce, e quando l’essere umano fallisce si farebbe tirare sotto anche da un triciclo.
(Le mie ipotesi più drammatiche hanno sempre un che di ridicolo. Lontano da me con quei tricicli.)

… Ma torniamo alla colazione con l’Angelo e all’osservare in silenzio l’immoto lago.
Pomeriggio cinque ore di lavoro con le adorabili colleghe, miei paradisi artificiali di rassicurante quotidianità. Non mia. Ma che rubo a loro per viverla come fosse mia. Sna, sul lavoro, è un esserino quasi quieto. Quasi silente. (Quasi, ho detto.) Che preferisce ascoltare l’altrui quieta vita senza imporre nulla di proprio. Ascolto le loro vicende quotidiane, come sono i loro mariti, i loro figli, le ricette che hanno in mente di cucinare per pranzare il giorno seguente, gli sconcertanti (…) documentari che hanno visto in TV e dove andranno in vacanza; ascolto come una persona che io non sono ascolterebbe qualcuno parlare di three-some, gangsta locali e risse, vivere senza orari, stare al PC per ventiquattro ore filate, dormire in una stazione e quant’altro. Con la stessa stupita dedizione. Con lo stesso trattenere risatine incredule, credo-noncredo partecipe..
Qualcosa del genere.

Settimana prossima un po’ di cose da fare, che presuppongono il muovere il culo dalla Sna casa.
La mia quieta camera è divenuta un’accogliente camera. (Perché non ci sto mai.) Entrando, anziché sentire puzza di mozziconi c’è un vago profumo non ben identificato ma che profuma. (Non come i mozziconi di sigaretta, insomma.) Un posto in cui tornare.
Ma c’è bisogno di muovere il culo da casa.
DaDa è stato scritto per la maggioranza in treno o in giro, sapevate? In ritagli di tempo assurdamente ritagliati.
Devo vedere Veronica per farmi dare il testo per la preparazione al test d’ingresso all’università. Milano. Se tutto andrò bene, si prospetta una vita da pendolare – che non ci spiace, in verità. Potrebbe significare rivedere Katim, se non mi ha già interiormente fanculizzato – Katim che tra le altre cose ha esattamente il fisico di Serge. Allampanato manichino altezza pertica, definito come uno scorticato e dolorosamente magro. (E nero e liscio e glabro, pelle di pesca tirata sui muscoli definiti alla veneranda età di 36 anni, maledetto sia lui.) Di Serge, Katim ha la mancanza di espressioni serie. Di Serge ha il fatto che, quand’è serio, attraverso lui vedi la profondità del mondo – e atterrisce.
(Di Serge ha anche altro – benedetta razza superiore.)
… Ma sorvolando su ciò che per nome dovrebbe volare ma non ha ali per farlo, diciamo che settimana prossima c’è anche un pinguino da conoscere, e relativo articolo o racconto da scrivere (sì, un pinguino).
Un cavetto e un HD da prendere.
Una cena con purple_vertige ed eredhikr da fare, in cui io devo svolgere come da promessa il compito di aiuto-cuoca (non ero sobria, quando l’ho promesso).
Tre libri da ritirare, se arrivano.
Una fiorista da vedere.
Un avvocato con cui discutere di fantomatici progetti di cultura/lavoro.
Se non sovrappongo per sbaglio due impegni andrà tutto bene.
Tutto bene.
Devo solo muovere il corpo e mettere ogni tanto in stand-by il cervello.
(Ah, ecco. Anche scopare, magari. O arrendermi alla pace dei sensi.

No, non ora che ho ripreso in mano DaDa. Sarebbe inumano.)

Blue.

Gimme time.

Con una casella di posta con 13 mail, di cui troppe su 13 rilevanti e impegnative.
Con un articolo da trascrivere, e… e…
… E vada tutto un attimo a fare in culo, consideriamo stasera come parte dei due giorni relax.

In Sudtirolo, come accennato.
In una minisuite in cui c’è esattamente quella temperatura che ti permette di girare nudo senza patire né caldo né freddo.

Partecipe forse il secco calore di quella sauna che ti ha scavato nei pori, del bagno turco che ti ha massaggiato dall’interno, dell’idromassaggio che ti ha avvolto sussurrando:
Sono la tua meritata pausa di piacere.

Dobbiamo ringraziare l’Angelo, che non smentisce il serafico soprannome. Rotolarsi in acqua prendendosi in giro con battute più o meno veritiere è stato uno degli attimi in cui ho potuto toccare con mano una delle cose in cui credo: libero, rilassante, stimolante rapportarsi umano.
L’Angelo è, dovete sapere, una persona di cui si dice non abbia tatto. Pare in effetti peccare di ciò che socialmente funge da cuscinetto: quel filtro tra pensiero puro e parola pronunciata.
Amo questa limpidezza, benché la si possa tacciare di incapacità di mediazione.
Trovo rassicurante e quasi arcadica questa limpidezza di cui si dovrebbe dire che viene da un certo impaccio, mentre credo sia, semplicemente, spontanea.
Ho pensato, mentre lo prendevo in giro emulando i toni di un cliché troione slavo da portarsi in hotel, mentre ci facevamo linguacce scommettendo chi fosse, tra i due, il più fortunato ad avere, lì, la compagnia dell’altro – ho pensato che è tremendamente ingiusto che una persona come lui abbia il grave problema di salute che ha.
Ho pensato, emulando di essere il cliché troione slavo che si struscia in acqua come in un film di serie B, pensando che vorrei saperlo finalmente trovare una persona da desiderare nel modo in cui vuole desiderarla – come io egualmente desidero di poter desiderare qualcuno in quel certo entusiasmante modo (anche più qualcuno, non formalizziamoci) – ho pensato che il suo cuore andrebbe aperto perché il mondo lo veda e contempli cosa è possibile per l’essere umano in quanto bestia sociale, in quanto ricchezza umana.
L’ho pensato semplicemente perché sono egocentrica, lo sapete.
E, da essere egocentrico, mi sono resa conto che se dovessi perdere questa persona piangerei.
Forse è scontato, anzi, sicuramente lo è. Quando tieni a qualcuno non lo vuoi perdere.. Lo so, è scontato, ma devo avere una concezione tutta mia della questione, per cui se mi figuro la perdita delle persone a cui tengo giungo in fretta alla conclusione: “Ciò che è, è.” Fatalismo imbattibile. Mi si dà dell’esserino zen, a volte, e credo che ciò dipenda da cose di questo genere.
Ma il mio fatalismo zen è andato un attimo in stand-by mentre, a cena, ho pensato a quanto vorrei vedere questo Angelo realizzato e ho provato un attimo di magone al pensiero che lui, ciò che vuole conquistare nella vita, ciò che desidero conquisti, possa non essere.

Non è un pensiero produttivo – non è produttivo scriverlo, perché non porta da nessuna parte, non è neanche l’incipit di un ragionamento – ma sono ancora in vacanza, stasera – non è un pensiero felice.
È un pensiero, e non ho voluto accantonarlo in un angolo come avrei potuto fare.
Mi ha costretto, in qualche modo, a guardarmi dentro.
Quel che mi ha dato – quel che l’Angelo mi dà con la sua presenza – è la volontà di poter trasmettere la volontà che lui trasmette. Non credo di poter, né voler, anelare alla sua genuinità – sono una persona diversa, con ideali diversi, con ricerche personali diverse…
Ma Dio e l’importanza di una persona che riesce con la sua esistenza a trasmettere tanta vita

Ne ho parlato a volte con la Zia, sì detta la Sciamana, o la Donna-Medicina, quella donna di cui riconosco l’autorità spirituale (cosa non scontata per l’arrogante essere ch’io sono), quella che stasera mi ha steso su un letto e massaggiato leggendomi dentro.
Con lei ho parlato della proprietà spirituale dell’Angelo, quel carisma che fa di una persona un mistico inconsapevole.


Questa mattina, mentre lui lavorava al sistema d’allarme per cui è avvenuta questa trasferta, ho preso le mie stanche natiche e ho seguito un cartello.
Sfondo marrone, Castel prima di un nome proprio, e montagne sullo sfondo che non ti permettono di indovinare fra quanto sarai arrivato.
Ho goduto della fatica di perseguire un percorso che tu hai scelto, fatica che adoro come una droga. Te la pompi nel sangue, una, due volte; quando comincia a entrarti in circolo, adrenalinica, sbarri gli occhi e la insegui.
Ho riguardato questa foto fatta questa mattina e che, a differenza dell’altra, non è stata modificata nei colori.
La guardo e mi stupisco dell’assoluto blu in cui ho camminato alle otto di questa mattina, inconsapevole, mal procedendo con suole lisce su un acciottolato. Ha un che di onirico il modo in cui quel blu vira, non trovate? Per questo stavolta, benché il post sia lungo e le immagini occupino spazio, vi propino tutto senza tagli. Vorrei aprire un cuore e mostrarne i colori.

Voglio contemplare con voi come a volte si possa camminare nell’azzurro senza neanche rendersene conto.

Potendo…

«… Vedi, Sere, io penso che se io e te dovessimo partire dalle stesse basi, con lo stesso scopo e gli stessi mezzi, tu ci metteresti un quarto del tempo ad arrivare.»
«C’è un problema. Se a me dicessero “ti dò 5000 euro e mi dai il culo”, mezz’ora ed è fatta, io probabilmente accetterei, tu no. Sono queste inezie il problema…»

È una questione di priorità, ho detto.
Anche l’orgoglio è all’interno della scala di priorità, ho detto.
Il problema, però, è che la gente non bussa a casa tua dicendoti liscio liscio:
«5000 euro – (ma anche 1000, non formalizziamoci) – mezzora e il tuo culo.»
Il problema è che quello che ti si chiede di prostituire, se ti si chiede di prostituire qualcosa, è lo scopo; o il tuo modo d’operare; o il tuo senso di correttezza.

Ciò nonostante, lanciamo un “grazie” all’Angelo, che non è il primo deficiente che passa, e oltre ad avere una serie di qualità non elencabili perché pervadenti il suo essere, è una di quelle personcine che stimo per il concetto che ha e a cui lavora di “carriera”. Non poco. Vedere una persona che considera il proprio lavoro null’altro che “un modo di fare soldi e quindi sopravvivere” ci deprime sempre. Ci deprime vedere persone dare la loro fiducia, la loro speranza, le loro energie non a ciò che occupa 8 ore di ogni loro giornata, ma a hobbies limitrofi.

Lanciamo un “grazie” all’Angelo anche perché forse grazie a lui faremo un breve stacco in quel di Trento, in albergo con piscina e bagno turco e bagno turco aromatizzato e sauna e cazzo sì un po’ di fottuto relax. Che bella cosa le pagate trasferte di lavoro…

… Che bella cosa avere la fiducia delle persone.
Sto avendo, in riscontro, molto di questa cosa chiamata “fiducia”. Gente che asserisce io abbia le carte.
Sna è un esserino invero insicuro: molte delle cose che raggiunge non le raggiunge grazie a oculata disamina, ma grazie al fatto che è un testa di cazzo che tenta e si stima eccessivamente.
Per ciò, le è – diciamolo – necessario leggersi negli occhi altrui. Lo sguardo altrui attesta o confuta le follie potenziali che la mente di Sna partorisce.
Mi piace vedere quegli sguardi, sentire quelle frasi. Frasi che, mi sono detta, ascolto come si ascolta qualcosa quando si è ubriachi e coscienti di esserlo, e quindi non si riesce a dar troppo peso a quello che ti viene detto – perché i tuoi sensi sono offuscati, potresti star recependo male.
Ma non sono ubriaca.
E il fatto che conoscenti ed emeriti sconosciuti confidino in me mi galvanizza e mi mette un po’ d’ansia.
Ma va bene così.
Sono solita darmi, e mi sono data, obiettivi follemente grandi – e perciò non posso tentennare già adesso.

(E ora torniamo a darci a una persona che confida in noi e con cui lavoriamo – e poi a colmare con lo studio le mille lacune che abbiamo.)

Amen.

Alcool e i repulisti

Ti svegli una mattina con torcicollo e alcool ancora in circolo, e una voce semi-sconosciuta che con confidenza ti dice:
«Ben svegliata, eh.»
Apri gli occhi e ai piedi del letto c’è un tizio con un cappello di lana dalla lunghissima punta arrotolata attorno al collo, rosso e rosa, che ti guarda.
Il tuo primo vagito è:
«… Minchia.»
«Tipico intercalare italiano. Negli USA diresti “ya know”, e in Inghilterra…»
E tu ti perdi a chiederti perché minchia dovresti dire ya know a un tizio che ti sveglia con uno stupido cappello in testa, mentre lui continua a elencare.

Il Festeggiato.