R.A.M.

Il cielo è coperto da una cappa manzoniana, nel senso che comunica una certa ineluttabilità. Doveva aver fantasia, Manzoni, per pensare alla Provvidenza avendo sopra la testa un cielo come questo. È bianco lattiginoso, tra il bianco di un capo che non è più bianco e il bianco di sperma che si raffredda. Piove, tanto, e c’è vento – si sentono rumori confusi e mescolati, cose che sbattono contro cose, Dio sa cosa, un tempo da rinchiudersi in casa e addormentarsi con la speranza che, una volta svegli, sia tutto tornato perlomeno quieto.
Io invece dopo uscirò, diretta in stazione, su treno diretto a Milano. Serata e nottata fuori in buona compagnia, pausa in questi giorni stressatissimi.
Non so come sia il tempo a Milano, ma se assomiglia a quello qui allora sarà il tempo adatto per la metro. Quella umida, contaminante, scontenta – il profondo fascino che Milano sa avere dev’essere grato a questi malumori urbani.
L’appuntamento è in metro alle 19:30 – (per un attimo mi sono domandata se, scrivendo ora e luogo preciso, rischierei di trovarmi anche qualcun altro lì) – con il nostro caro Al, che rischiara queste giornate scandite da e-mails e Hausarbeiten.
Al che è diventato uno dei motivi per cui mi spiace partire, perché mi sarei data con piacere a ulteriori bis e tris di persona. Rifletto così poco sul significato della lontananza geografica. Un vaso di piante semimorte, sbattuto su un fianco dal vento, mi guarda dondolando fuori dalla finestra e mi dice:
Non hai ragione di pensarci.
Risistemo il vaso in una posizione dignitosa e sento il senso d’inutilità del gesto. Il vento lo sbatterà a terra di nuovo. Un appuntamento alle 19:30 in metro su un binario così organizzato perché ambo le persone arrivano dalla stessa direzione ha come presupposti che un viaggio si possa calcolare al minuto e che i mezzi non siano in ritardo – e che non passino treni così pieni da non poterci salire. Sul sito di Trenitalia si possono immettere come dati per una ricerca solo le ore, ma non i minuti. Gli italiani puntuali in Germania arrivano in anticipo, perché hanno già calcolato i ritardi.
Anyway…
A Kiel c’è il sole e non piove. Probabilmente al mio arrivo verrà a prendermi VB, che pare essersi ambientata bene. Non posso dire che mi manca, e sarebbe sommario dirlo: troppe cose in testa perché mi manchi di testa o altre astrazioni. Ogni tanto mi manca l’addormentarmi stremata, persino lo svegliarmi già stremata, e poi – lo sapete – io odio dovermi addormentare. Il sonno è il mio demone. Sto prendendo dello Zerinol (sono andata da un dottore!) per questa tosse che mi ha rincorso per settimane, il quale ha l’effetto di farmi riscoprire cosa significa avere sonno. Avete presente? Il sonno che sale pian piano, dolcemente, e ti abbraccia… Dio, è quasi erotico. Inutile dire che da che sono in vita ho provato diverse sostanze per addormentarmi, sempre con risultati pressoché nulli. Ma non posso usare lo Zerinol come soporifero, immagino.
Sto leggendo e dovrei scrivere – quando avrò tempo.
C’è stata una lunga e piacevole serata culminata in un salotto a Milano a chiacchierare di scrittura con Ste. Mi ha mandato una foto della sottoscritta scattata vicino a corso Buenos Aires – era mezzanotte, credo, poco prima, ed eravamo seduti a dei tavolini di uno di quei bar la cui clientela spazia più di quanto la mente umana sappia fare. Chiusa nel cappotto dal taglio militare, con le tags al collo in vista, ho un sigaro in mano, un Jack davanti, e un’espressione da minaccia caricaturata. Foto folkloristica, che ben s’accorda con la serata trascorsa e mi ricorda che sono una persona seria.
(Sedlacek non è mai stato una persona seria.)
Sì, mi mancheranno anche i ragazzi. Avrei fatto il bis anche con loro. La sottoscritta e la lontananza fisica. Parto col le aspettative viziate, perché a Kiel mi aspetta VB, e chissà se stavolta toccherà a lei starmi accanto mentre mi riabituo.
Stasera, dopo la cena e qualcosa da bere, discoteca. Discoteca italiana. Mi chiedo se ne uscirò shockata o se saprò far fruttare quel che ho imparato a Kiel riguardo al “come divertirsi e punto”. Mi sono abituata a ballare incrociando persone a caso e sorridendo loro ricevendo sorrisi; probabilmente farò la figura della turista. (A Milano non hanno la Beck’s Lemon, sigh.) Ho risentito discorsi sul come vestirsi per andare in discoteca e sulla selezione all’ingresso. Avevo smesso di dare per scontate certe cose, e mi è balzata alla mente l’immagine della fila all’entrata di una discoteca vuota, dove attendere significa che il posto è in. Paghi in tempo e denaro per essere scaraventato dentro dal buttafuori. C’è qualcosa che non mi torna. C’è molto che non mi torna. Un’infinità di cose. Ho smesso di pormi una serie di domande, nel frattempo, per mancanza di spazio in memoria.

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