Di porridge e altre dolci fatalità.

Porridge e miele per fare una pausa senza farla veramente.
Sono cresciuta nutrendomi di immagini animate di porridge. Disegnato, era questa invitante sbobba che suggeriva la delicata zuccherosità del latte, ma con una punta più secca, più corposa, quella grumosità necessaria ad ammiccare alla consistenza che avrei sentito in bocca. Me lo sono immaginato per, credo, una ventina d’anni. E alla fine, quando ho provato a creare nella realtà ciò che avevo sempre e solo visto disegnato, il porridge ha compiuto il miracolo: ha confermato la mia aspettativa.
M è un miracolo simile. Per me, post-strutturalista, i miracoli non esistono: ci sono solo coincidenze o, opzione meno frustrante, concatenazioni guidate inconsciamente che comprendiamo solo marginalmente. Ma nella Weltanschauung di M credo i miracoli possano avere posto: Dio ci mette lo zampino e interviene sulla realtà.
Il porridge è la mia sbobba ciclica. Oltre a essere dolce come il latte e corposo come un cibo che mi suggerisce che mi sazierà senza riempirmi, è anche veloce da preparare. Qualche cucchiaio in padella, abbastanza latte per coprirlo appena, fuoco lento finché non bolle, poi girare per tre minuti. Servire con quel che ti pare. Pesce, carne, vegetali, frutta, whatever. Lo preferisco dolce, ovviamente – colpa di un’aspettativa lunga vent’anni. Lo preferisco dolce seduta sul divano mentre guardo distrattamente la TV pensando e non pensando ad altro.
Ho una certa esperienza con la trafila “conosci una persona virtualmente, approfondisci il rapporto mentre si creano aspettative, cerca di frenarle per quanto puoi, incontrala di persona”. Il passaggio “tieni a bada le aspettative” non è importante: è fondamentale. Il danno minore che un’aspettativa possa fare è far sì che, una volta incontrata la realtà che l’ha fatta generare, questa realtà risulti deludente. Poi c’è il danno maggiore: essere accecati dall’aspettativa. Esserne accecati al punto di coprirvi la persona verso cui era rivolta, e così precludersi la possibilità di fare quello che volevamo fare all’inizio, quel qualcosa insoddisfatto che ci ha portato a crearci aspettative: conoscerla.
Amo la differenza tra il conoscere e il ri-conoscere. Mi ricorda che siamo esseri pigri che – potendo – non si smuovono dai propri comodi schemi mentali. Riconoscere costa meno fatica che conoscere. Ma quel “potendo”, nel mio caso, avviene di rado. Deve averla vinta sulla mia cocciuta curiosità, quella curiosità per cui voglio conoscere sempre più, per cui non potrei sopportare di perdermi una sfumatura di Creato perché, al suo posto, ho visto un riflesso di me stessa.
Per questo faccio tutto il possibile per non crearmi aspettative. Esse sorgono, ovviamente, e allora le tratto come il Dio Che Ride tratta tutto: le smonto. L’ironia è distruttriva. E io distruggo, a colpi di dubbi e relativizzazioni, i pasti precotti che il mio cervello crea quando è affamato di una realtà che non può avere. Non ci riuscirò sempre, ovviamente, ma mi c’impegno, tanto, proporzionalmente a quanto voglio conoscere quel frammento di realtà.
Ma, nel caso di M, i sogni mi hanno fottuto. Senza chiedere il permesso, senza preavviso, mesi fa hanno cominciato a scodellarmi un M onirico fatto di tutti e cinque i sensi, tangibile come un ricordo riaffiorato. La mente ti dice che lo stai ricordando, il raziocinio ti suggerisce che non puoi ricordare ciò che non hai conosciuto. Non puoi proprio. Tante conversazioni scritte, qualche telefonata e un paio di sparuti video non possono recare in sé indizi sufficienti a ricostruire la tridimensionalità di una persona percepibile con cinque sensi. Non possono e basta. O, se possono, non hai la più pallida idea di come facciano.
M mi è entrato nei sogni ponendosi al fianco della schiere – esigue, in verità – di personaggi che Morfeo tiene nel proprio serbatoio per me. Persone che sono diventate Leitmotive, e così appaiono e riappaiono nei miei sogni in momenti apparentemente casuali. M è diventato uno di questi Leitmotive dal primo sogno che l’ha visto protagonista. L’ho saputo da subito, e so persino spiegare il perché, questa volta: perché incarnava un qualcosa di tanto limitato quanto inconfondibile – due caratteristiche proprie degli esseri umani con cui mi relaziono nella realtà della veglia. E mi sono infastidita, ovviamente, dinnanzi a questa constatazione.
E se non avessi mai conosciuto, tridimensionalmente, M?
Se fosse uscito dalla mia vita prima che potessi farlo?
Non ho nessuna voglia di avere nell’inconscio persone che si sono limitate a passare, generare aspettative e non soddisfarle. Nessuna voglia.
M è porridge.
L’ho saputo nel momento in cui l’ho intravisto tra la folla di persone scese dal treno. Ne ho riconosciuto la postura, ma soprattutto ho riconosciuto il modo in cui la sua presenza occupa lo spazio. Non è solo una questione di corpo: è come la persona vive lo spazio, come ci si muove e come lo gestisce. E M è giunto nello stesso modo in cui aveva fino a quel momento camminato nei miei sogni: incedendo con rilassatezza. E, allora, mi sono diretta verso di lui e ho compiuto il gesto che – per questa creatura che viene ritenuta tanto fredda, distaccata, apassionale e aromantica – riassume ed esprime di più: l’ho abbracciato. L’ho un po’ stritolato, a dire il vero. Il verbo sarebbe inesatto: difficile stritolare un corpo che potrebbe stritolare te con la metà della fatica. Eppure il verbo rimane quello: stritolato. Perché M è una presenza possente e raggomitolata al contempo. Raggomitolata non è la parola giusta, ma la parola giusta non l’ho ancora trovata.
M è ripartito e io non sento il Dio Che Ride – o forse evito di ascoltarlo.
So solo che permango in questa condizione di flemma assurda che tanto somiglia a un deserto: non so in che direzione sto andando. Non so, soprattutto, che cosa ci sia, in questa direzione. Il sole, ora alto, si abbasserà e smetterà di accecarmi, e allora potrei realizzare di essere ormai vicinissima a qualcosa. La logica mi suggerisce che dovrei incontrarne almeno un paio, di cose, e neanche tanto piccole, ma per ora nulla: la barca galleggia e il cielo è coperto da un immoto strato di nubi che nulla suggeriscono.
Dovrei dirmi, in questa stasi, l’unica cosa che suggerisce una direzione. Qualcosa come: Beh, speriamo che riesca a tornare. Ma è stata detta così tante volte, in questi giorni, che non so più che senso abbia. E’ stata detta, ripetuta, sfiorata con l’ironia perché si aprisse come un timido fiore, poi l’ironia si è fatta arma perché distruggesse quel pensiero, lo rendesse vano e inutile, leggero come una piuma di cui non c’è motivo di preoccuparsi. Ma è stato, a sua volta, vano. Il pensiero è lì perché è l’unica cosa certa nella sua incertezza – il resto è vanitas, se usato come appiglio per il futuro. Il presente è sempre e solo un attimo. Il presente non ha progenie. Il pensiero è lì perché è l’unico presente, e io attendo di capire quale direzione io abbia intrapreso.
So dove dovrei andare. Si chiama stand-by. Sono moderatamente brava a farlo – questione di esperienza, tutto qui. Lo stand-by, in questo caso, è la sospensione di quel pensiero, di quel Beh, speriamo che riesca a tornare. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Sarebbe venuto subito dopo al Speriamo di riuscire a incontrarlo. Ed eccoci qui. E quando questa speranza sarà in stand-by, quando sarà leggero come una piuma, io riuscirò a fare a M e a me il favore che preferisco farci: non lasciare che la preoccupazione apra al male – in questa sua piccola, banale, tutt’altro che ontologica forma – le porte della quotidianità. Non serve a nessuno. Dio Ride perché lo sa bene. Il Dio Che Ride mi prenderà un po’ per il culo, mi sballotterà un po’ tra me e me, ma alla fine riuscirò, anche a questa volta, a ridere con Dio.


VB è nel Lazio a fare quello che dovrebbe fare: ricercare.
Continuo a immaginarla di profilo e concentrata, il naso corto che scende dritto gettando una piccola ombra sopra la bocca serrata. Appena una contrazione sulla fronte – non quella che la coglie quando si preoccupa, ma il simbolo di una determinazione celebrata, di quelle che rinvigoriscono chi le ospita.
La immagino anche con C in una generica piazza laziale animata da un mercatino. Sono entrambe presenze forti, benché in modo diverso, e così mi piace di solito rimirarle. Ma le immagino anche farsi un po’ incerte, un po’ esitanti, ma solo poco, solo l’esitazione che deriva dall’accortezza che si usa per conoscere una persona. Un po’di rilassatezza, anche, sotto il sole caldo ed estenuante, un passo lento dopo l’altro, parlare guardandosi attorno e poi fermarsi – VB che si ferma per controllare se, dietro di sé, ci sia ancora tutto, se sia tutto a posto, se si possa procedere o se serva un occhio vigile e una mano pronta ad aiutare, agevolare, far sentire considerati, nel caso.
Stanca come sono, vorrei averle in un salotto al tramonto, uno qualsiasi, con gli ultimi raggi di sole che invitano all’indolenza. Stanca come sono, mi sdraierei su un divano come un gatto, sottraendomi con quella posa al convivio, e osserverei i profili di entrambe mentre la luce sbiadisce alla velocità con cui le mie palpebre si chiudono.

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