Il sorriso di August Diehl.

Sono mortalmente noiosa.
Ho scritto due micro-racconti per due diversi concorsi per due diverse antologie ed entrambi, alla fine, sono sullo stesso tema.
Sono mortalmente noiosa.
È che quando ti passano il bando (perché tu neanche li cerchi) per un concorso che richiede racconti lunghi meno di una pagina ti dici che, suvvia, puoi dedicargli cinque minuti di prova. Glieli dedichi, lo scrivi, e poi passi due giorni mandandolo in ricerca di commenti e critiche, ossessionata da un punto cruciale (il finale, tipo; o il titolo) per 48 ore.
Hallo, Murphy.

Tazza di caffè bollente non zuccherato, sigarette, appunti di linguistica italiana.

Rush in Peace ha 45 iscritti, cioè uno in più rispetto alle ultime righe scritte, ma è bello vederlo progredire lentamente. Una vecchia retorica, in realtà falsa come l’ipocrisia, dice che il lento sviluppo è saldo e sicuro, mentre quello fulmineo è effimero. Insomma, la vecchia retorica parafrasa l’arcano maggiore degli Amanti (o Innamorato che dir si voglia).
Lunedì ne aveva 30, comunque.
Il 31 maggio 25.
In mezzo deve essere accaduto qualcosa – qualcosa dopo il mio ritorno a casa. Non so quale cosa sia accaduta, e mi piacerebbe capirlo. Ossia, non so se sia l’averlo postato in gruppi a tema, se sia stato il consistente aiuto di J, o se la Rete funzioni a quanti e quindi ci sono soglie che aprono a nuovi livelli.

L’ultimo micro-racconto è stato scritto con impegnato scazzo. Sono seria. L’essermi, negli ultimi due giorni, trovata immersa in un magma di aspiranti e/o esordienti (perché si può essere esordiente per anni, temo di capire) scrittori impegnati a migliorare le proprie opere in attesa de Il Giorno mi ha portato ad amare poco moderatamente un certo scazzo.
Ma io sono io, e quindi riesco a riflettere anche sullo scazzo mentre lo attuo.
Ho riflettuto sui mille discorsi che faccio sulla differenza tra lingua scritta e lingua parlata. Sul mio andare dicendo, da anni, che dovrebbero essere meno dissimili. Scrivi come parli e parla come scrivi. Con un’ottimista premessa: che il singolo cerchi di parlare/scrivere al massimo delle proprie possibilità, in modo variegato e preciso (può esserci precisione anche nell’usare una bestemmia). Tanto io sono incomprensibile sia nello scritto che nel parlato, quindi…
Comunque.
(Perché mi perdo sempre in me stessa?)
… Comunque, ho riflettuto su anni spesi a giocare di ruolo personaggi che andavano sul bardo-andante, qualunque cosa fossero, più per de-siderio che per attitudine. L’attitudine sarebbe venuta fuori dopo, pare. Ne disegnavo anche, di bardi. E di giullari. Sorridenti e maligni e benigni al contempo. Astratti e carnali al contempo. Le labbra erano l’attributo più importante: da esse, infatti, m’immaginavo scaturissero parole che fossero poesia senza passare dalla carta, ma usando la noncuranza sardonica del popolo.
Vorrei dire che non sopporto chi scrive in modo sublime ed è poi incapace di parlare. Ma non lo dirò, perché Eco è tra questi, e lo adoro comunque. Però di principio non lo sopporto. Mi sembra ipocrita. No, stupido. Stupido come rendersi invidiabili mentre si mostra un fianco. Immagino truculente scene di nonnismo attuato su compagni di classe deficienti, quando vedo Eco parlare in modo impacciato. Eco fa il compagno di classe deficiente, in caso non fosse chiaro.

Odio il fatto che vengano composti dei meravigliosi pezzi a pianoforte rovinati dall’essere sottofondati con cinguettii sintetici.
Odio il New Age.

E amo i corsivi.
Il micro-racconto scazzatamente scritto vietava l’uso di corsivi. Immaginate che sfida? Intendo, io che non uso corsivi?

Voglio vedere Die kommenden Tage. Voglio vederlo perché manco così tanto dalla Germania che mi risulta tedesco.
Mi risulta tedesco il modo in cui August Diehl parla in questa intervista.
Non è il suono di vocali e consonanti, ossia il suo parlare in tedesco, né la cantilena che il tedesco ha e a cui non sono più abituata.
È quell’esitare, appena, prima di introdurre una subordinata. Non è il pensiero che esita, ma il formularlo – si vede quasi il pensiero che si dà forma, qualche frammento di secondo, e poi viene espresso con ordine e puntualità (non potrebbe essere altrimenti: è tedesco. Non è questione di vecchi luoghi comuni, ma di grammatica).
Voglio vederlo perché c’è Diehl, e adoro Diehl come si può adorare un manuale di buone maniere da taschino, da sbirciare in caso di bisogno. Non sono le buone maniere a rendere Diehl utile, ma la sua mimica.
Ho scoperto i suoi sorrisi essere un ottimo compromesso tra me e il mondo. Sono la versione migliore dei sorrisi di cortesia che rilasci per abitudine sforzando grottescamente le labbra. I sorrisi di cortesia sono omologati, e quindi non comunicano nulla – per questo sono necessari: sono pacati. I sorrisi di cortesia di Diehl stanno sulla soglia: non sfondano la cortesia ma ne titillano i limiti. Non coprono l’espressività con una maschera muta, sono semi-trasparenti, e lasciano intravedere ciò che c’è sotto.
Per tali sorrisi si necessita una serietà sottostante rara, nel repertorio mimico italiano.
Siamo troppo costantemente espressivi, italiani. In tutto.
Quando sono arrivata in Germania non ho dovuto correggere la pronuncia delle vocali o delle consonanti, ma das Tempo. Il ritmo, ossia (ciao, falsi amici). Quella melodia che praticamente tutti i tedeschi che ho conosciuto dicevano di amare dell’italiano, così musicale. Devi startene all’estero a lungo, lontano da italiani, per rendertene conto. A me è stato spiegato da un’insegnante, che con delicatezza ha cercato di illustrarmi cosa intendesse con quel Tempo italiano. Me l’ha fatto notare non dopo avermi sentito parlare, ma dopo avermi sentito leggere, nel mio cercare di – come si suol dire – interpretare il testo.
Il bello del ritorno in Italia, poi, è stato il poter giocare con la musicalità della mia lingua madre. Farlo come se l’avessi appena imparata, con entusiasmo.
Parlare tedesco mi rilassava. Avevo voglia di parlare in inglese per voglia d’essere d’impatto. Avevo voglia di parlare tedesco per rilassarmi. Potevo prendermi tutte le mie amate pause in corrispondenza delle virgole e dei punti, prima delle sovraccitate subordinate, e poi lasciare che questa lingua dalle vocali lunghe e piene e dalle consonanti decise fluisse.
La mimica, invece, non ha subito percorsi schizofrenici a seconda della lingua parlata. Mi sono assestata su quella stessa mimica che adottavo anni prima – anni prima, nell’adolescenza, la adottavo per amor di ideali statuari – in Germania, anni dopo, l’ho adottata perché l’ho riscoperta congeniale. Non era la mimica dell’abitante di Kiel (che sovente ha una mimica da bravo boy-scout facile all’indignazione), semplicemente un distendere i muscoli.
Anche per questo mi piace Diehl, perché riflette una mia nostalgia. Ed è un buon suggerimento. Perché non voglio dimenticare.
(Interessante il fatto che ci siano montagne di letteratura a difesa del diritto delle persone di mantenere la propria cultura – tutela della cultura delle minoranze, per intenderci, e dei dialetti e di quant’altro – mentre io mi sforzo di non dimenticare quello che ho acquisito, di me, in un’esperienza all’estero.)

(Perché siete chiassosi, coevi, Dio quanto lo siete. Sciamate attorno e dentro me con i gesti impazienti, quelli entusiasti, i sorrisi troppo frequenti e gli occhi sbarrati in stupore esagerato – maschere del teatro che recitano un’esagerata espressività come se io fossi in file lontane tra il pubblico e non a mezzo metro da voi. Mie piccole scimmiette incapaci di distinguere un momento rilassato da una performance, rilassandovi chiassosamente e mettendo in scena performance castrate dal timore di esagerare. Ok, fine dello sfogo.)

… Comunque, vedrò Die kommenden Tage.

… Comunque, i bardi e i giullari che disegnavo avevano il sorriso di August Diehl.

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