Di letteratura, Hoodoo e Dei che ridono.

Scrivere è il modo in cui l’uomo si fa sciamano, prescinde da sé e si fa cavalcare dall’intera comunità – diceva Ishmael Reed, mescolando letteratura e Hoodoo.
Mi ha risolto un dilemma, quell’uomo, permettendomi di spazzare via un po’ dell’intellettualismo che ammanta la letteratura, soprattutto in Italia. Scriveva con ironia, quell’ironia dissacrante che alcuni scrittori post-coloniali hanno, così forte che l’ho trovata persino in un serissimo manuale di teoria di sicurezza internazionale.
D’altro canto, se non può finire ovunque, che soluzione è?
Ne cerco una rovistando tra quello che mi capita sotto mano.
Cerco una prosa, che poi è cercare un approccio, che mi permetta di emanciparmi da entrambe le tendenze, quella intellettuale/riflessiva e quella popolare/compiacente. Ci deve essere, una via di mezzo – e mi viene in mente la storia della lingua italiana, cosparsa di personaggi in cerca di una lingua, da Dante a Manzoni, e ancora siamo qui, e ancora non esiste un fornito italiano popolare che non sia regionale, e ancora c’è la torre d’avorio e il popolo offeso, e ancora la torre d’avorio si crede superiore e il popolo inferiore.
Cerco in Rush in Peace e sotto ai baffi unti di Chef Rubio, nel lirismo europeizzato di un video dei 30 Seconds to Mars e nella rude accoglienza di un bar tra le montagne.
La scrittura, questa volta, ha fatto quello che profetizza Reed: mi ha aperto alla “comunità”.
E così questi sono, a loro modo, à la DiosBIOS, giorni intensi. Devo aver aperto le porte, mentre scrivevo l’ennesimo racconto per l’ennesimo concorso, e le persone sono arrivate. Mi mancavano, ma lo sapevo. Sono una creatura sociale, anche se a intermittenza, e lo si realizza ovviamente quando ci si è autoesiliati.
Perché mi sono autoesiliata?
Non ricordo.
… Poi è venuta l’Inghilterra e non avere il tempo di respirare, che forse era una scusa. È venuta l’Inghilterra e lo sguazzare in quegli ambienti accademici che ho sempre desiderato, al punto che – quando mi ci sono trovata – ho realizzato che ero lì, esattamente lì, in un luogo che era come l’avrei voluto, ma avevo dimenticato di averlo voluto.
Vorrei fare la ricercatrice, tra le altre cose. Vorrei farlo nonostante la comunità dei ricercatori, che dopo qualche anno non sopporterei più di quanto sopporti la bieca e beata ignoranza di piccolo paese chiuso in se stesso. Alla fine, sono la stessa cosa. Uno in alto, uno in basso, e sempre ci ricostruiamo attorno uno stretto recinto, vicino abbastanza da poterlo toccare, quel male conosciuto che conforta.
Viaggio e riporto a casa consapevolezze. Tra tutte, una vecchia e mai smentita: non è un luogo, che devo cercare, ma singole persone incontrate nei tanti luoghi.
Ho lasciato un pezzo di cuore in ogni luogo in cui sono stata, ma al fianco della perdita c’è l’accrescimento, come se quei frammenti continuassero a pulsare, lì, permettendomi di vivere estesa tra un Paese e l’altro, tra un ambiente a l’altro, un orecchio all’accademico che m’immagina teppista redenta e l’altro al teppista che m’immagina accademica irredimibile.
Poi, ci sono le singole persone.
Quelle che non scompaiono sullo sfondo, ridotte a soprammobili necessari in un ricordo. Quelle che fanno dolere le cicatrici al cuore, che alimentano l’ormai costante frustrazione – se potessi vederli cambiare, nel tempo che passa, vivere con loro scoperte e disillusioni.
E così, incontrando la SiC, mi torna un po’ in mente Maletta, e il suo dire che la scrittura è legata alla presenza dell’assenza. Si occupa di lettura psicoanalitica della letteratura, Maletta, e non poteva che pensarla così, probabilmente, ma non ho mai voluto darle ragione.
Neanche quando, vivendo in Germania esattamente come volevo, mi sono resa conto di non saper più scrivere. Stavo troppo bene.
Neanche quando, ora, in quest’Italia ora specialmente frustrante, scrivere mi riesce così naturale.
Darle ragione significherebbe ammettere che la scrittura sostituisce la vita, e l’affermazione non mi convince. Più paradossalmente, scrivere mi riavvicina alla vita. E’ come se Me suggerisce alla sottoscritta che c’è altro, oltre al presente punto di vista, ed è lì fuori e basta saperlo vedere, ma, dato che ne sono incapace, misantropa del cazzo, Me mi fa il favore di suggerirmi fiction informativa, depliant di luoghi da visitare, possibilità di quel mondo che, secondo Musil, Dio creò usando il congiuntivo.
Accanto a me, sulla scrivania, L’ebreo che ride di Ovadia è in lettura. Poche pagine sfogliate, e mi sono domandata quanto il mio personale Dio Che Ride abbia in comune con quel Dio che Ovadia vuole mostrarmi. Sarà, il suo, spietato e irriverente quanto il mio? Sarà crudele come un bambino? Vorrà, come un bambino, giocare assieme a me?

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