Gewohnheit.

Di umore un po’ così.
Mi dico che sono nella fase di mezzo, tra l’entusiasmo iniziale e l’effettivo ambientarsi, in cui il non conoscere una lingua causa spaesamento e basta. I discorsi sentiti per caso non sono più muri di suoni che adoro, ma agglomerati di parole, alcune riconoscibili e comprensibili, altre riconoscibile e basta, altre non riconoscibili. Quando smetti di essere turista e non sei ancora abitante.
E vago, senza riferimenti e senza feedbacks. Qui dove nessuno mi conosce da più di tre mesi (a parte F., ma non ci incrociamo, e ho l’impressione che il fatto che io sia finita in un livello superiore al suo al corso di tedesco, quando lui studia questa lingua dal liceo, gli abbia infilato dentro una certa urgenza di abbassarmi quando mi incontra), non ho modo di sapere a che punto sono. In diversi frangenti. Acquisizione della lingua, ma anche personalità. Mi sento come piombata in un nulla slegato al mio passato – affare che ha lati positivi ineguagliabili e lati negativi che ora sto esperendo con più insistenza.
Vi si aggiunge il fatto che le persone che più sento non parlano tedesco, e quindi neanche loro possono darmi feedbacks. I professori qui non sanno da che livello sono partita, quindi escludiamo anche loro. Ed escludiamo i docenti italiani, con cui non ho mai fatto nessun esame (tedesco l’ho fatto a “Lingue e letterature straniere”, poi mi sono trasferita e ho quindi nuovi docenti; e dicendo che sono nell’Oberstufe costoro partiranno, anche costoro, dall’erroneo presupposto che io sappia il tedesco).
Non è un malore esistenziale, ma un’insicurezza quotidiana: non saper valutare quanto miglioro, a cosa porteranno i miei sforzi, come saranno valutati, come valutarli. L’unico voto che so darmi è “insufficiente”, perché l’unico confronto che ho è la mia performance come madrelingua in ambiente italiano.
L’unico feedback che ho qui è “Ma quanto cazzo studi?” (adeguatamente tradotto), domanda che non assicura che i risultati saranno direttamente proporzionali allo sbattimento.

C’è anche una certa galleggiante bea(beo)titudine, qui, data dal fatto che per seguire le vicende di cronaca e affini dovrei sbattermi a tradurre, cosa che non faccio – così, vivo in una bolla.
(Beninteso, ho vissuto a lungo in una bolla anche in Italia, e saprei farlo tuttora molto bene. Nello specifico, seguendo le vicende italiane da qui, ho sempre più l’impressione che “attivismo politico/sociale” in Italia significhi nel 95% dei casi “alzare la voce e puntare il dito e lamentarsi e indignarsi e gridare allo scandalo per poi reclamare il diritto di pestare i piedi al vicino perché è solo per scherzo“.)
Rifletto sul prossimo racconto che voglio scrivere, in cui si è infilato uno Schneider (registrate questo nome di fianco a “Sedlacek” e “Horton”, come nome indicante un personaggio-paradigma), che nella sua vita di personaggio fa il tagliatore di diamanti con una certa predisposizione a fare lo “zio” a graziose fanciulle non ancora sviluppate. Lo descrissi così. E rileggendo quel che scrissi mi rendo ora di conto di aver creato l’ennesimo mostro tabuizzato – questa volta anziché essere nazista è ebreo, e lo conferma la sua professione (indagheremo più avanti sul perché il mondo contemporaneo dei diamanti poggia sulla popolazione ebraica sparsa nel mondo; ora lo constatiamo), e ha anche i requisiti per essere considerato un mangiatore di bambini. Mi piace fare mostri, a quanto pare. Mi piace farne senza prendere parte, perché creo mostri opposti.
In ogni caso, Schneider non mangia bambini. Mi sta venendo piuttosto fuori come un sincero amante dei frutti acerbi, come si può essere sinceri amanti di una certa tradizione culinaria, senza né malevoli né benevoli intenti. A volte si affeziona alle sue “nipotine”, a volte no.
Questa sua non troppo potenziale pedofilia è stata certamente spronata dall’atmosfera da “caccia alle streghe” che sento sempre più.
Qualche giorno fa ho avuto un brivido.
Avevo appena letto un racconto per la raccolta “365 racconti erotici per un anno”, narrante l’avvicinamento di due ragazzi – giovani, si intuiva dal background, non veniva detto quanto giovani fossero, ma non era necessario.
Nei commenti qualcuno, leggendo la parola “ragazzino” riferita a uno dei due protagonisti (era un racconto in terza persona immedesimata, se non erro) ha chiesto se fosse un racconto pedofilo. Ciò mi ha fatto sorridere sulle differenti abitudini culturali – sono abituata a leggere racconti omosex scritti da giovani italiani, in cui è normale usare una parola come “ragazzino”. L’autore si è affrettato ad assicurare che i protagonisti erano sicuramente maggiorenni – ed è stato questo a farmi gelare il sangue. Perché dovrebbero essere maggiorenni? Che accadrebbe se uno avesse 17 anni e l’altro 15? E non era 16 anni l’età per il consenso? E se uno ne avesse 19, e l’altro 15, cosa accadrebbe?
Ditemi: cosa accadrebbe?
O, per meglio dire: non è accaduto mille volte che una persona di 19 anni andasse con una di 15?
Da quando è vietato?
Da quando la parola “ragazzino” marchia un racconto come pedofilo?
Da quando un autore deve essere pronto a rassicurare circa l’età dei personaggi del suo racconto?
Vogliamo ricordare che “Lolita” è ancora legalmente distribuito? Che nella letteratura moderna delle caste quindicenni pronte a essere deflorate abbondano come sigarette in un posacenere?
E se in quel racconto ci fosse stata una “ragazzina”, sarebbe apparso così pedofilo?
C’è un gran casino.
L’omosessualità maschile e la pedofilia si trovano a essere indistricabilmente percepite perché condividono lo stesso marchio d’infamia – i vecchi porci senza cuore diventano tutti pedofili, mentre le vecchie porche lussuriose – giacché le donne, si sa, son vittime – sono esentate da tale stigmate (per fortuna, vorrei dire, la fortuna di chi cerca qualcosa di salvabile, perché se fossero state stigmatizzate anche le donne io non avrei potuto godermi The Reader, o comunque sarebbe stato scritto in modo diverso, incentrandosi sul rapporto pedofilo e non sul delizioso rapporto tra legge e morale) – i modelli estetici diventano sempre più giovani e il fascino della donna matura scompare (perlomeno fisicamente), ma è vietato giovare di quella gioventù; non esiste più concezione di un amore per i minorenni, è concesso solo provare lussuria per costoro.
C’è un gran casino, e io mi domando da dove provenga quest’ultima stigmatizzazione. Perché i pedofili e non gli inculatori di pecore.
Si dice che nel XX secolo le minoranze siano state accomunate dall’essere minoranze – e così femministe, gay e neri sono diventati tutti amici, una sorta di alleanza inevitabile ed interiorizzata – e poi dite che le donne sono più sensibili e capiscono più i problemi dei poveri cristi; no, capiscono più i propri condivisi problemi – e per questa semplificazione delle somiglianze tutte le donne diventano vittime e tutti i minori che hanno rapporti con maggiorenni diventano vittime, queste due categorie accomunate dall’essere considerate incapaci di difendersi e decidere per sé.
Ma parlare nel dettaglio della pedofilia porta sempre a un vicolo non cieco ma tortuoso, che corrisponde alla domanda – che vuol essere risolutrice – “Da che età non si è più bambini? Da che età si è capaci di decidere per sé?”
Non ho una risposta, neanche per la singola cultura a cui appartengo, perché credo sia un fattore fottutamente individuale. Quel che mi fa riflettere è che si cerchi questo dato preciso, quasi scientifico, un modo di risolvere la faccenda in maniera scientifica, intendo, come se si potesse risolverla al di fuori della morale. Come se si potesse renderla oggettiva.
Ed ecco che allora bisogna cercare criteri. Un criterio fisico? Le prime mestruazioni? Ma dannazione, ad alcune bambine arrivano a 11 anni, e di certo non sono abbastanza mature – non per avere a che fare alla pari con un maggiorenne. Forse che un’undicenne che dà la sua verginità a un impacciato e privo di buone intenzioni quattordicenne ci rimane meno male? Ne rimane meno segnata? Ed è in quel caso colpa del quattordicenne? No, certo che no, il quattordicenne non è abbastanza grande per essere responsabile. E allora di chi è la colpa?
E perché bisogna trovare un colpevole? Non si fa prima a insegnare a un bambino quando dire “no”, stessa cosa che a quanto pare andrebbe insegnata a molte donne (annoveriamo donne in menopausa tuttora incapaci di dire “no”).
Ma erro, nel fare discorsi logici, perché quando di tabù si tratta non è la logica a condurre la faccenda, ma il sentimento – un sentimento sovrano che sente di non dover giustificare, né spiegare, la propria esistenza. Sentimenti moralizzati. Non indaghi i perché del tuo prossimo che pensa che tutti gli esseri umani sono uguali (a cui io a volte direi che non è vero, non è detto lo sia, potrebbe scoprire di essere inferiore a molti altri esseri umani), così come non si indagano tanti buoni sentimenti. (I discorsi dell’Impero britannico imperialista conoscevano, tra parentesi, una ridondante maggioranza di buonissimi sentimenti; c’era gente disposta a morire pur di portare Cristo tra gli incivilizzati.)
Ma questa caccia alla streghe percepita mi condiziona. Accentua i gusti sessuali e sentimentali del mio tagliatore di diamanti, me lo fa estrapolare dal contesto in cui l’ho creato e mi fa creare una nuova storia da inserire nel prossimo racconto che voglio scrivere; e, infine, mi fa scrivere qui. Urgenza di scrivere, perché mi rendo conto – così mi si fa notare – che siamo a un punto in cui è pericoloso fare ironia sulla pedofilia, perché potrebbe non essere compresa e si potrebbe essere tacciati di pedofilia.
(Se odio i tabù è perché l’ironia è l’unica cosa che prendo sul serio. Se me la togliete non vedo soluzione interiore ai “mali di questo mondo”.)
Urgenza di scrivere perché vedo gente attorno a me censurarsi sulla faccenda, per timore di esserne accusati. Non perdono loro questo, e nessuna spiegazione né giustificazione me lo farà loro perdonare (potrei capire, comprendere, contestualizzare, perdonare date le circostanze, accettare, ma ho come coscienza uno stakanovista generale delle SS pronto stupidamente a morire pur di essere coerente con i principi che professa; la voglia di coerenza è un altro dei mali del mondo), e così soddisfo la mia megalomania e faccio il Cristo della situazione che commette i peccati per gli altri (che Cristo li espiasse senza averli commessi non è credibile, no? Sarebbe un Cristo molto poco saggio e convincente, il Cristo della domenica per chi vuole i cibi precotti e predigeriti).
Vorrei aver tempo per pensare a quel racconto. Per ora promette di parlare del rapporto con la morte (o, per meglio dire, con il cosiddetto trapasso), di Cristo e Lucifero, e del nostro tagliatore di diamanti che si trova in un letto d’ospedale per aver cercato di salvare una “nipotina”. Il tagliatore di diamanti, che si guarda con più cinismo di quello con cui io lo guardo, stupirà nello scoprire che teneva così tanto alla fanciulletta da rischiare la vita, ma tant’è. Il problema, ossia l’applicazione della legge di Murphy, è che – ora che lei crede a lui e non ha più remore alcuna – il nostro caro tagliatore di diamanti scoprirà che lei non gli piace più. Che c’è solo un tiepido sentimento, spazzato via da un inspiegabile fastidio – e questo non per dare letture morali al loro rapporto, ma perché sono seguace del Dio Che Ride. Potrei fargli rimettere le dita – e, allora, addio al taglio dei diamanti – e l’ironia sarebbe così feroce da straziarmi.
Ci sono tante cose che voglio ficcare in quel racconto, perché giocare con e attorno a personaggi con VB mi dà sempre spunti – quante volte ho detto che amo i rapporti fruttuosi? Ora di spunti ne ho accumulati un bel po’, vi ho fatto attorno discorsi – è tempo di coglierli dall’ambiente in cui sono nati, piazzarli nel luogo che serve a me, renderli leggibili dai posteri e non solo da me e VB (e questo è, credo, un processo simile a un atto di traduzione: da ideogrammi a un alfabeto comune), risollevare quelle funi che li hanno fatti partorire in collegamento con la RdF (Realtà di Fatto: quella cosa che supponiamo sia uguale per tutti; chi indovina come la RdF viene percepita dalla maggioranza è un buon comunicatore, e viene insignito del titolo “Portatore dello Zeitgeist“).

Nota stramba: ho smesso di avere freddo. Tangibilmente. Rimango in camera in maglia con le finestre socchiuse e non ho freddo – e un mese fa ne avrei avuto. Cammino per strada di notte vestita come un mese fa e non sento gelo – semplicemente, dopo un tot le mani s’irrigidiscono e mi ricordo di mettere i guanti. Ho addirittura l’impressione che – nello stesso periodo dell’anno – in Italia avevo più freddo. Che senso ha? I miei sensi hanno posto diversi limiti? O il mio corpo è cambiato? È questione mentale o fisica?
Comunque, anche ciò si aggiunge alle curiosità che attendono che io torni in Italia: avrò più caldo? Più freddo (ipotesi inverosimile, ma ormai – francesismo – non ci capisco più un cazzo, galleggiando nel nulla che Kiel è per la mia esperienza)?
Capirò le persone che mi parlano attorno, o per abitudine le ascolterò a metà senza neanche tentare? O le capirò così tanto da trovarle insopportabili, da farmi troppo distrarre?
Come sarà diventata la mia ironia? Già prima stava messa male… (C’è una bellissima parola tedesca, Galgenhumor, “ironia da forca”.)
Le porzioni mi sembreranno inconsistenti? Di sicuro il cibo mi parrà ridicolmente costoso. E mi guarderò attorno, intimorita o divertita?, guardando tutta questa gente fare casino e lamentarsi e indicare anziché procedere per la via più semplice e meno dispendiosa?
Ho esperito una bizzarra e inquietante sensazione quando VB è venuta qui: non sopportavo il suo indicare le cose a cui si riferiva, il suo sistemarmi i vestiti senza chiedere, mettermi le mani addosso per avere la mia attenzione, il suo toccare ciò che guardava. Mi sembrava di avere a che fare con una bambina, nel senso: quando devi insegnare ai bambini che non è bene indicare, non è bene toccare tutto, non è bene avere l’attenzione della gente tirando loro la manica. Ma non era VB, ossia: non erano (e non sono) tratti in lei particolarmente accentuati. Erano semplicemeineguagliabili ineguagliabili nte modi di fare con cui non ho più avuto a che fare da agosto. Un po’ con F., forse, gran gesticolatore che spesso, qui, non ho sopportato per il suo infastidirmi con piccoli insistenti gesti fisici.
Quando VB era qui, sentendomela camminare così vicino da inciamparci addosso, mi sono posta la domanda:
“Perché mi cammina attaccata quando c’è tutta la strada libera?!”
Poi mi ha detto – come io dissi ad altre persone tempo fa – che una cosa strana di Kiel era tutto quello spazio libero, e ho capito.
Non so se una Kiel, una Amburgo e una Berlino abbiano effettivamente più spazio delle medie città italiane, ma questa è la percezione che si ha. Ieri notte, compressa in una moderata bolgia di giovani ubriachi in fila davanti a un bancone, ho esperito qualcosa che non esperivo da – per l’appunto – agosto. Ed ero impreparata. Non mi ricordavo più come si faceva.
Non mi è piaciuto il sentirmi così facilmente infastidita dinnanzi a una “manesca” VB, e proprio perché VB non è particolarmente manesca, e ciò significa che un rientro in Italia significherebbe l’essere più facilmente infastidibile. Quando le ho detto (sentendo che stavo frenando il mio tono!) di, per favore, non entrare nel mio spazio vitale senza ragione (ciao, Lebensraum), ho frenato il mio tono perché sentivo di stare chiedendole qualcosa di poco sensato. Non ho avuto per anni l’esigenza di fare una simile richiesta. Anzi, me la sono sovente tirata perché capacissima di gestire persone manesche, tirata per la mia capacità di non farmi infastidire. Non vorrei aver perso questa buona qualità (che sento essere assolutamente necessaria sulla metro a Milano).

Ultima cosa: sto organizzando una cena per il mio rientro, perché i crucchi son crucchi e per Natale ho solo due settimane di vacanza (e, perché i crucchi son crucchi, giacché le vacanze finiscono il 6, il 7 c’è lezione).
Sarà il 20/12, circa verso le 8:00 P.M., in un locale/ristorante/pizzeria/boh da decidersi (a seconda del numero definitivo di partecipanti).
Sto usando Facebook per organizzare il tutto, quindi – se volete venire – contattatemi e vi invito. Se non avete Facebook basterà che mi contattiate. Dato il periodo natalizio ho crucchescamente posto come limite ultimo per confermare il 3 dicembre.
Per ora abbiamo 17 partecipanti che non c’entrano un cazzo l’uno con l’altro, provenienti da tre diverse fasce d’età e da almeno quattro diversi target sociali. Sono accomunati da me e dal mio pensare che le persone che trovo interessanti debbano conoscersi tra di loro – solitamente questo ragionamento porta a buoni frutti e a buone nuove relazioni, uno dei piaceri della vita.
Il fatto che la maggior parte non abbia relazioni con la maggior parte mi ha fatto velocemente realizzare che per metà serata io non mangerò ma girovagherò semi-ubriaca da un tavolo all’altro – sì, un altro dei piaceri della vita.
(Anche se, mi domando, quanto sarà facile ubriacarmi, dato che la mia media di alcol ingerito qui è pari a un totale che puntualmente il giorno dopo non ricordo? Bevendo quasi sempre con britannici che, si sa, sono degli alcolizzati? Facendo lesivi giochi alcolici per cui mi sono trovata a bere mezzo bicchiere in cui c’erano: vodka, rum, succo di mela, succo di qualcos’altro e birra. >__<)

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