Mit & Ohne

Anni fa, dopo una giornata del genere, avrei scritto sul mio blog.
Eccomi qua.

Anni fa G commentò il mio blog dicendo che valeva la pena di fare qualcosa per me solo per il piacere di ricevere la mia gratitudine. O qualcosa del genere. Ho una pessima, opportunista, memoria.
E poi non è esattamente gratitudine.

G si è presentato con un’amica. Non avrei dovuto sottovalutarlo? Mi ha mai dato modo di pensare che i suoi criteri fossero indegni di un Übermensch? Direi piuttosto che si è prodigato per dimostrarmi il contrario. E G è diventato un Übermensch. Con più convinzione di quella che io saprei metterci. Con più convinzione, dedizione, forse sacrificio.
Un’amica (d’ora in poi UA) mi ha ricordato A, che è una ragazza che poco c’entra con lei. C’è un solo punto in comune, quello che mi fulminò nel caso di A, e che – similmente, ma più pacatamente – mi ha fulminato nel caso di UA. Definirlo è ovviamente impossibile. Ha qualcosa a che fare con una certa saggezza – ma la saggezza di un bambino, priva di malizia e rancori – e con una certa empatica derisione (ehy, credo nel Dio Che Ride). Non sono mai stata brava a riassumere. Riassumere implica il trovare un compromesso tra contraddizioni. La mia realtà è fatta di paradossi, e quindi ‘fanculo ai riassunti.
Spero che G sappia cogliere il meglio da lei. Spero che sappia, come lei gli ha suggerito, mettere in discussione il suo Dio. Per guadagnare cosa? La com-prensione di UA – e di altre simili rarità.

La serata è iniziata entrando in una cucina in cui un uomo si stava, con molta dedizione, concentrando sui fornelli.
Il risotto era ottimo (non troppo salato, dal deciso ma non insistente sapore), ma è la dedizione quella che apprezzo di più. Amo godere dell’amore che una persona riversa in una propria passione, quale essa sia. Sarà perché sono congenitamente incapace di badare a me stessa, io che andrei avanti a mono-cibi crudi e/o scatolette. Sarà perché amo ammirare l’altrui maestria, quando non è anche la mia. Sarà e sarà.
Sono felice per P. Per la sua casa nuova e per quell’amico che, con tanta accortezza, ha cucinato per noi.

In questi giorni mi è capitato di rileggere racconti scritti quando avevo 14 e 18 anni – più o meno.
E ho pensato:
Avrei dovuto fermarmi lì.
Per meri motivi commerciali, ovviamente.
Perché, per quanto io volessi impegnarmi, le mie risorse erano limitate. Per quanto volessi sfiorare alte vette metafisiche, toccavo il cielo prima di poterle raggiungere. Per quanto volessi tediarvi con le mie riflessioni, esse erano limitate alle aspirazioni di una 14enne e 18enne molto appassionata e ispirata. Ma, soprattutto, per quanto volessi essere saggia e profonda, avevo 14 e 18 anni, e non rischiavo di essere più involuta del medio lettore. E, a braccetto di tutto questo, scrivevo in un italiano più corretto della media degli italiani che leggo. (Le parole umiltà e arroganza non hanno motivo di essere scomodate qui. Sarebbe ipocrita. Ma, per amor di completezza, aggiungerò che ero completamente incapace di strutturare una trama e che avevo tanto, ma proprio tanto – troppo – della scrittrice in erba che puzza di ingenuità.)

Involuti sono i discorsi fatti oggi con UA. Sono giunta alla conclusione che qualsiasi approccio che inizi con post- (riassumiamo in post-moderno) lo siano necessariamente, in quanto richiedono di prescindere da quegli appassionati slanci tanto necessari a scrivere fiction coinvolgente. Coinvolgente come un momento epico. Coinvolgente come una sacra marcia. Come un tesoro unico. Come tanta voglia di buttarsi a occhi chiusi in un’impresa senza sentire necessità di domandarsi perché.
La mia pace oggi è qui, nei post-. In quel che rimane quando tutto è stato fatto a pezzi. La follia (quella comprensibile, condivisibile), la poesia (quella che vive di sé e per sé), e tante altre brevi e intensissime cose. Tutto dissezionato a caldo.

M è in clinica, di nuovo.
M che, dovesse crepare, potrebbe farmi tornare a odiare il Dio in cui non credo. Non la società, non il presente, non la giustizia che si fa ingiustizia, no: Dio. Quell’insieme di buchi neri che esistono tra le cose che possiamo spiegarci e collegare. L’ineffabile. Il collegamento finale tra le cose. Quello, insomma, in cui non credo – e me ne rammarico, perché è tanto bello poter avere un tale Male da dannare urlando alla notte.
Perché M?
E chi lo sa.
M che è un insieme di sensazioni e ricordi vividissimi. C’è una sola parola da chiamare in causa qui, ed è Sehnsucht. M che mi manca senza che io lo abbia conosciuto. Ho avuto le parole scritte, quelle udite, la sua immagine in movimento che mi parlava da un altro schermo. Pochissimo, ma tutto quello che ho.
Magari non crepa.
Magari, semplicemente, una delle cose che abbiamo in comune è una certa incapacità di avere mezze misure. O pare non fottertene un cazzo, o tutto è tragico. All’elasticità bisogna allenarsi.
Ma sono così. Ascolto Reise Reise dei Rammstein che amo, ho appena scoperto, perché sanno essere potenti ed epici come una marcia nazista senza essere ideologizzati. Permettono la potenza del believe, ma la frase non si conclude in qualcosa. Believe in nothing. Consumare la propria necessità di momenti sublimi come si consuma un attimo di masturbazione: sai che è vano, ma – ehy – ti serve e lo sai. Consuma e vai avanti senza distrazioni.
Poi arriva un M e la vanità – oh vanitas! – no, non scompare, ma smette di svuotarti i polmoni dopo l’orgasmo esistenziale. Ti pare che vivere non richieda sempre sempre un pagamento. A volte accade e basta, senza dover – dopo averlo fatto intensamente – riprenderti, bere un caffè e andare alla cassa a pagare.
E’ rabbia, tutto qui, quel che accade se penso all’ipotesi di un M che mi crepa prima che io gli abbia morso la nuca. Vorrei fosse altro. Qualcosa di approfondibile, ad esempio, espandibile, trasformabile – non quel mostro acefalo di nome Rabbia.
Non è il dolore che temo.
(Quando ho smesso di temere il dolore? Quando ho cominciato, per continuare a concepirlo, a pensare a quante torture fisiche esistano, a quante potrebbero annichilirmi?)
E la stanchezza non si può temere.
Ma Miss Rabbia è…
… Continuare a stancarsi quando si è già stanchi. Correre a polmoni vuoti. Non ti fermi e non sai come farlo. Crollerai, ma non puoi decidere quando. Corri e basta, e corri, corri, sperando che qualcosa giunga – la meta o lo svenimento, che differenza fa? Tanto, hai smesso di pensare.

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