Amor & morte – e altre puntuali fatalità

Una doccia per lavare via tutto.
Lo stress, il mal di testa, i lutti da consumare e quelli che non consumerai mai, la stanchezza e l’entusiasmo isterico, le movenze da automa e gli automatici sorridi con cui ti consoli.
La chioma sansoniana ancora umida. Ma è sansoniana, e quindi: chi ha voglia di asciugarla?
Se i miei capelli dovessero divenire un simbolo, sarebbero qualcosa di enorme, ingestibile e invadente. Nonché vanesio. Mi oscureranno, un giorno.

VB è partita per fare ricerca all’Archivio Segreto Vaticano.
La immagino, nei prossimi giorni, china in quel suo profilo così seducente – ehy, non sono io a dirlo: è riconosciuto da più persone – mentre si concentra su un qualche documento. So che non aspettava altro e che quindi un po’ lo temeva. Vorrei essere una mosca per osservarla nel momento in cui, in una qualche sala che non so immaginare, il timore svanirà e la ricercatrice verrà a galla. La determinazione ha un suo sex appeal. Forse per questo diventa sexy quando si concentra. O forse lo diventa perché posso osservarla in sé, non mentre si modula per interagire con me.

Sono giorni frenetici e che non lasciano respiro. Sembra di camminare sotto una pioggia scrosciante, una di quelle che non ti permettono di vedere a dieci metri di distanza, e corri e annaspi per qualche secondo nella vana speranza di non uscirne completamente fradicia. Sai che non ci riuscirai, ma ci provi – di default o per qualche istinto ineludibile, chissà – e un po’ attendi il momento in cui i vestiti ti si attaccheranno addosso e potrai finalmente arrenderti.

Sono giorni in cui rimando l’apertura delle dighe.
Non so che cosa ci sia lì dietro – non so se potrò richiuderle. Tento, ora, di lanciare occhiate, perché tacere e tacere porta all’obnubilamento. Io, poi, non ricordo nulla. La mia memoria è così carente da rasentare il grottesco.
E così sbircio, scrivendo qui, l’oltre-la-diga.
Dove c’è L morto e VB che non c’è e ne sono felice e un po’ immalinconita, con lo stomaco svuotato dagli antidolorifici presi e sollevata dall’aver ceduto (non li avrei presi; cerco sempre di non prenderne; che bello, a volte, trasgredire e scoprire il lato positivo di certi patti faustiani: il mal di testa che, improvvisamente, magicamente, svanisce), con T che arriva domani e questo senso di iper-realtà e iper-irrealtà che un po’ coesistono, un po’ s’intervallano.
Ero a casa di L giovedì. Avremmo dovuto, da piani originali, discutere del romanzo che stavamo scrivendo a quattro mani. Di persona si fa meglio, aveva suggerito. Nel piano originale sarei dovuta rimanere nel Lazio più a lungo, qualche settimana, e avrei passato qualche giornata ospite a casa sua. Full immersion nel nostro romanzo messicano. Fantastico. Poi è arrivato un lavoro come insegnante di inglese e… Beh, si riduce. Passo a trovarti un pomeriggio, mi fa piacere. Sì, OK, tanto non sto molto bene. OK, passo appena posso.
L era consunto e smagrito come una persona che sta male. Mi ha ricordato il mio vecchio gatto, L che chiamavo – che chiamo – Occhi Dolci. L dagli occhi azzurri e limpidi e immensi, malinconici ma affettuosi, speranzosi. L che scriveva dei propri personaggi con l’affetto di un Dio che ama la propria creazione, e che mi bastonava con ironia e dolcezza perché io, invece, no. Io sono la scrittrice un p’ snob che architetta, prende le distanze, fa la chirurga. E amali, questi personaggi. E parla con il tuo lettore. E hai ragione, L, lo so, ma sono fatta così. Scrivere con lui sarebbe stata un’immensa sfida. Lo è stata, per quel poco che abbiamo scritto. Avrei imparato ad amare – avrei imparato ad amare il lettore passando dall’amore per i personaggi, che avrei imparato seguendo lui.
Ma L è morto e non ho un cazzo da imparare. E mi sale quel magone che è brutto anche da scrivere. E sta’ chiusa, diga.
Quando l’ho scoperto avevo ancora i graffi della cucciola di cagna che gli girava per casa – una creaturina con i denti ancora affilati e un’esuberante voglia di dimostrare le proprie potenzialità. L, sul divano, parlava lentamente lamentandosi suo malgrado. Non gli piaceva lamentarsi, ma non stava bene. Anzi, stava proprio male. Ma non così tanto male, capite? Ho pensato – anzi, mi ha detto – che avremmo ripreso con il romanzo quando si sarebbe rimesso. Il fastidio di procrastinare ma il goderselo al contempo. Intanto, avrei definito dettagli e rodato idee.
E invece no. Invece un cazzo. L’incipit è lì e scotta. Un giorno lo riaprirò e verserò lacrime bollenti e appassionate come quelle che il caro – come si chiamava? Juan? Pedro? Può essere – avrà versato in silenzio e contrizione nella propria orgogliosa solitudine in quella trama del cazzo che non diventerà mai un romanzo. Amen e mi berrò una Corona a gola chiusa.
Ho evitato di soffermarmi su Facebook per un paio di giorni per evitare di leggere i necrologi. L era amato da un sacco di persone. Facilmente intuibile il perché, ma non mi aspettavo così tanto. Ma non volevo, non voglio, leggerli. Non so perché. Sarà la diga o la vanità o chissà che cosa. Non voglio, ma al contempo mi rimastico tra le sinapsi quel poco che ho letto e sorrido. Una donna mi ha addirittura ringraziato perché lo aveva conosciuto tramite me. Mi ha ringraziato con gratitudine manifesta. Questo era l’effetto di L.
Ho detto a VB della sua morte in tono grave mio malgrado. E poi sono andata ad abbracciarla. Mi è spiaciuto per lei, sinceramente. Di solito, quando qualcuno crepa, guardo perplessa alla sua costernazione. Non conosco vie di mezzo. Il 95% delle persone che conosco, se crepasse, mi tangerebbe quanto un film: al momento lo vivi, ci rifletti, poi finisce più o meno lì, salvo ri-pop-uppare di tanto in tanto quando altri discorsi lo richiamano. Con L è stato diverso. Non so perché. L’ho percepito da quando ho intuito la sua morte nei necrologi. E sono andata da VB e l’ho abbracciata dispiacendomi sinceramente per lei, immaginando che il suo dolore sarebbe stato maggiore del mio.
Come si può comparare il dolore di due persone?
Non si può.
Si suppone, e ho supposto. Supporre che il suo dolore fosse maggiore aveva i suoi lati positivi, ovviamente: spiaciti per lei, ora, non per il tuo dolore.
Ora che VB non c’è, però, che cosa faccio?

Vivo in giorni tra iper-realtà e iper-irrealtà e mi domando, appellandomi alla mia pessima memoria, se non sia la cattiva magia della morte.

Perché poi c’è T. Che arriva domani. Quant’è inverosimile dirlo. T che è iper-reale e iper-irreale nei miei sogni come nei miei pensieri. Morfeo me lo mette tra le braccia come un essere tridimensionale e tangibile, come se l’avessi conosciuto e annusato e assaggiato e toccato tutte le volte necessarie a renderci un corpo familiare. Poi, nel sogno successivo, T non esiste neanche. E’ un parto della mia mente, una costruzione avvenuta alle spalle della mia lucidità – e la restante parte di me, incredula, va a cercare di decostruirlo – ma incappa in quei pochi, pochissimi ma solidissimi, dati che ho su T, che mi rendono impossibile il liquidarlo.
E T arriva domani.
Dopo mesi e mesi vissuti interagendovi virtualmente come se, anziché conoscerlo, l’avessi ri-conosciuto. T che arriva proprio adesso, incastrato tra la morte di L, tra il lavoro come insegnante appena iniziato, tra mille piccole insidiose cose che gridano la loro priorità. T arriva in un momento in cui il resto di me si era così ben strutturato per farsi pragmatico e non pensare – ed è quando il pragmatismo, quando la tangibilità della vita quotidiana si presenta, che T tende a farsi effimero. E invece no, arriva domani. Ed è come se ieri fosse il 16 agosto e domani fosse Natale, e la cosa è così illogica che tutto viene messo in discussione. Ad esempio, il Natale esiste? Il suo arrivo è così reale e irreale che intervallo sorrisi beoti al distacco pacato di una superficialità cocciuta.
T arriva domani e perciò il lutto di L è stato posposto. Mi raccoglierò, poi, in me ed elaborerò. Poi. Quando le mie mani saranno così colme di T che sicuramente qualche granello – di L, di T, di VB che si dà alla ricerca, del lavoro o di chissà che cosa – mi sfuggirà e scivolerà direttamente nell’inconscio senza essere filtrato. Ho detto di essere una maniaca del controllo? Ma solo su alcune cose. Quelle stupide e importanti, direi.
L è stato procrastinato ma non l’argomento del periodo: la morte. T ha sempre tenuto a ricordarmi – o ricordarsi? O ricordarci? – che potrebbe scomparire da un giorno all’altro. All’inizio era un mettere le cose in chiaro che capivo: condividiamo una certa tendenza a sentirci ingabbiati in fretta. Poi è diventata la malattia mescolata al suo lavoro. Poi è tornato il suo lavoro, il suo sparire per due (saranno due? Grazie, memoria, per non servirmi degnamente) mesi sfanculato Dio sa dove, e in quel non-dove è riemersa l’esigenza di ricordarmi/si/ci quanto la statistica sia contro alla sua sopravvivenza. Ero arrivata a pensare – dopo tutti questi mesi di frustrante conoscenza solo virtuale – che la cosa fondamentale era che io lo incontrassi di persona. Che crepasse, poi. Non era un augurio, ovviamente, né tantomeno un’espressione del mio menefreghismo, ma la necessità di dare un nome, di dare carne, a una cosa – persona, in questo caso – prima di accettare il fatto che può venire meno.
E domani arriva.
Licenza di qualche giorno non sapendo se poi dovrà ripartire. Ma non riesco a pensare al futuro, in questi giorni. L’accumulo di cose urlanti la loro assoluta priorità mi ha gettato in un’immanenza quasi totale. C’è il momento, fine. Immagino che la dipartita di L acuisca questa tendenza. C’è il momento e non ci penso neanche tanto. Mi do obiettivi a breve, brevissimo termine. La lezione, domani, con l’ultima studentessa che devo ancora incontrare. So che cosa fare, so più o meno come farlo. Tornare a casa e sbrigare quel che c’è da sbrigare. Una doccia, una cena, andare a prenderlo in stazione. Il momento in cui T – e tutti i modi in cui la mia mente lo evoca – diviene una presenza tridimensionale davanti a me. L’esigenza di aggrapparmi a quello sputo di carne e sangue per riacquisire un senso di realtà, come se dalla sua realtà dipendesse la mia. La frase suona romantica, ma io sono io, e quindi è solo cervellotica: T ha troppe cose in sé che ritrovo in me, e al contempo troppe cose che sono altro da me; T rappresenta, in parte, una parte di me che viene raramente chiamata in causa. Che ha raramente spazio. Che viene raramente seguita. Se lui esiste, quella parte ha senso. No, non è una questione di senso: ha tangibilità. Mentre si preoccupa di spiegarmi tutti i motivi per cui dovrei non volerlo nella mia vita – e lo capisco anche, e apprezzo questa sua chiarezza – io penso a quanto poco contino, a quanto contino solo nella misura in cui lo compongono, a quanto contino solo in quanto parti di lui, non in quanti generali e vaghi concetti da considerare in relazione di un generico e impersonale essere umano.
Come se gli altri fossero tutti santi.
Come se la morte esistesse solo se la chiami per nome.

VB finalmente fa ricerca nell’Archivio Segreto Vaticano, L è morto e T arriva domani.
Alleluja.
Amen.
Ridi, Dio, ridi. Scandiscimi le giornate con la tua risata.

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4 comments

  1. Ed io che so sempre cosa dire fare e sbrigare con gli “altri” con te non lo so mai.. rimango lì’ davanti alle tue parole come a chi hanno tagliato le braccia e dicono raccogli la coppa e bevi…

    E’ sempre stato così, vorrei far di più, esser migliore con te, usare le parole giuste, i gesti giusti e invece con te con son peggiore…. le parole non escono, i gesti son trattenuti, bloccati come se questo Dio che ride si divertisse a giocar di ruolo con me e si domandasse “vediamo che succede se….”

    Ma ci sono, anche se silenziosa, e mi commuovo davanti alle tue parole e mi arrabbio con me stessa per questa mia incapacità di esser di più con te

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