Dopo costrette riflessioni sul consumismo, ho concluso di non essere particolarmente soggetta a questa forma di socializzazione – ciò nonostante, vorrei poter acquistare più spazio per accatastare libri.
Non sono una feticista della carta stampata, anzi.
Ogni attaccamento a questa viene polverizzato come la polvere nell’Ecclesiaste, e polvere eri e polvere sarai, e se un incunabolo ci mette un po’ di più a diventare cenere, un’edizione contemporanea va a pezzi in pochi anni d’uso.
In attesa che la carta compia la sua breve esistenza, accatasto in soffitta i testi che so non servirmi più – il problema è che sono troppi quelli che mi servono, e qui non ho più spazio. Cerco grottescamente di ricavarne, ma anelo a una stanza di venti metri per venti in cui poter disporre i volumi senza doppie file, scivolare sul pavimento e prenderli al volo.
Sono stata cresciuta con un dogma ferreo sulla non cestinabilità dei libri. Piuttosto, regalali. E mentre spedisco a Capi un Genet e un Palahniuk mi sento sollevata perché sto facendo spazio e al contempo distribuendo ciò che del libro conta: la possibilità di essere letto.
Ma qualche ora dopo sto comprando altri tre testi, e l’entropia mi ride alle spalle.
Ah, dimenticavo… Ho scoperto che il Dio che Ride è l’entropia.

Ho letto A voce alta, trovandolo più asettico e più tedesco (insomma, una reiterazione) del film. L’estetica non viene forzata per far combaciare elementi, e la femminilità di Hanna è la densa femminilità che strizza l’occhio a origini matriarcali di una germanicità che così ho imparato a conoscere.
Aggiungo un applauso a David Kross, che interpreta il protagonista da giovane. Già avevo ammirato come sapesse interpretare l’evoluzione del carattere di Michael – ora che l’ho letta nel libro, ammiro ancor più il modo in cui ha saputo darle forma.
Il Michael iniziale è così piccolo e così innocente e così passivo che risulta abbastanza inconcepibile immaginarlo cresciuto (e, fondamentalmente, meno rincoglionito, meno Antinoo); e invece quel volto si muove poi con una mimica che riesce ad affilarlo tirandone fuori il lato più adulto.
Ho letto questo libro per trovare parole con cui descrivere una donna matura amata da un ragazzo giovane. Beh, non le ho trovate. Trovo amore in quelle usate da Schlink perché le leggo in un contesto, in un’ottica, che ho imparato a conoscere. Il film ha dovuto smussarle e poi caricarle per renderle intelligibili. Ha dovuto estetizzarle. E io ancora non so come estetizzare il rapporto Sedlacek-Jarmila. Scopro che è in parte caratterizzato dal fatto di non poter essere pronunciato. È come uno di quei dipinti anamorfici, che smettono di avere forma sensata se ti avvicini per guardarli nel dettaglio.
Sto cercando di scrivere la scena centrale della trama Sedlacek-Jarmila, e quel che so è che sono su un tavolo freddo nelle cucina di un hotel. Quel che so è che Sedlacek è ossessionato dal gelo di quel tavolo di metallo, che cerca di sottrarvi Jarmila.
Non posso farli parlare per trasmettere il rapporto che li lega, perché quel rapporto è fatto di silenzi e di cose non fatte.
Tento allora di caricarlo di senso dandovi letture, ma le letture che ne faccio sono astratte e vagamente poetiche, mentre l’amore di Sedlacek è così palpabile e certo che non deve spiegarselo.
Tento allora di dipingerlo con osservazioni carnali, ma la carnalità vissuta da Sedlacek che conosco è quella che usa con qualsiasi essere umano tranne che con Jarmila, ed è connotata da squilibri negativi – mentre il rapporto con la madre è l’unico rapporto equilibrato che ha.
Vorrei che questo rapporto fosse peccaminoso o perverso, per avere parole già pronte per formarlo – facile formare cose tramite connotazioni negative – ma si sente tutto tranne che peccaminoso e non ha alcuna dinamica perversa, se non l’incesto in sé – su cui però né Sedlacek né Jarmila giocano.
Li odio.

Sto leggendo La via del Wyrd, libro in sé un po’ del cazzo, nel senso che è il romanzare delle ricerche il cui oggetto mi interessa estremamente, ma il cui modo in cui viene romanzato sfiora il ridicolo per il chiaro tentativo di ridicolizzare la cristianità a favore dell’ottica del Wyrd. I timori del novizio protagonista non convincono nessuno. Il linguaggio usato è figlio del New Age e lo sciamano creato è un paziente santone di oggi.
Ma il Wyrd è il Wyrd.

Ho iniziato Da Haiti venne il sangue, altra ricerca romanzata. L’ho appena iniziato, e non ho commenti, se non il dire che è palese da ogni riga che è una ricerca romanzata che vuole servire informazioni in forma meno pallosa, ma di ciò sono solo grata.

Quel che so è che se li leggo contemporaneamente come sto facendo alla fine mistica norrena e mistica haitiana saranno una sola cosa – e se la mistica del Voodoo haitiano mi ha tanto incuriosito, è perché la trovavo simile a quella norrena.

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