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Mit & Ohne

Anni fa, dopo una giornata del genere, avrei scritto sul mio blog.
Eccomi qua.

Anni fa G commentò il mio blog dicendo che valeva la pena di fare qualcosa per me solo per il piacere di ricevere la mia gratitudine. O qualcosa del genere. Ho una pessima, opportunista, memoria.
E poi non è esattamente gratitudine.

G si è presentato con un’amica. Non avrei dovuto sottovalutarlo? Mi ha mai dato modo di pensare che i suoi criteri fossero indegni di un Übermensch? Direi piuttosto che si è prodigato per dimostrarmi il contrario. E G è diventato un Übermensch. Con più convinzione di quella che io saprei metterci. Con più convinzione, dedizione, forse sacrificio.
Un’amica (d’ora in poi UA) mi ha ricordato A, che è una ragazza che poco c’entra con lei. C’è un solo punto in comune, quello che mi fulminò nel caso di A, e che – similmente, ma più pacatamente – mi ha fulminato nel caso di UA. Definirlo è ovviamente impossibile. Ha qualcosa a che fare con una certa saggezza – ma la saggezza di un bambino, priva di malizia e rancori – e con una certa empatica derisione (ehy, credo nel Dio Che Ride). Non sono mai stata brava a riassumere. Riassumere implica il trovare un compromesso tra contraddizioni. La mia realtà è fatta di paradossi, e quindi ‘fanculo ai riassunti.
Spero che G sappia cogliere il meglio da lei. Spero che sappia, come lei gli ha suggerito, mettere in discussione il suo Dio. Per guadagnare cosa? La com-prensione di UA – e di altre simili rarità.

La serata è iniziata entrando in una cucina in cui un uomo si stava, con molta dedizione, concentrando sui fornelli.
Il risotto era ottimo (non troppo salato, dal deciso ma non insistente sapore), ma è la dedizione quella che apprezzo di più. Amo godere dell’amore che una persona riversa in una propria passione, quale essa sia. Sarà perché sono congenitamente incapace di badare a me stessa, io che andrei avanti a mono-cibi crudi e/o scatolette. Sarà perché amo ammirare l’altrui maestria, quando non è anche la mia. Sarà e sarà.
Sono felice per P. Per la sua casa nuova e per quell’amico che, con tanta accortezza, ha cucinato per noi.

In questi giorni mi è capitato di rileggere racconti scritti quando avevo 14 e 18 anni – più o meno.
E ho pensato:
Avrei dovuto fermarmi lì.
Per meri motivi commerciali, ovviamente.
Perché, per quanto io volessi impegnarmi, le mie risorse erano limitate. Per quanto volessi sfiorare alte vette metafisiche, toccavo il cielo prima di poterle raggiungere. Per quanto volessi tediarvi con le mie riflessioni, esse erano limitate alle aspirazioni di una 14enne e 18enne molto appassionata e ispirata. Ma, soprattutto, per quanto volessi essere saggia e profonda, avevo 14 e 18 anni, e non rischiavo di essere più involuta del medio lettore. E, a braccetto di tutto questo, scrivevo in un italiano più corretto della media degli italiani che leggo. (Le parole umiltà e arroganza non hanno motivo di essere scomodate qui. Sarebbe ipocrita. Ma, per amor di completezza, aggiungerò che ero completamente incapace di strutturare una trama e che avevo tanto, ma proprio tanto – troppo – della scrittrice in erba che puzza di ingenuità.)

Involuti sono i discorsi fatti oggi con UA. Sono giunta alla conclusione che qualsiasi approccio che inizi con post- (riassumiamo in post-moderno) lo siano necessariamente, in quanto richiedono di prescindere da quegli appassionati slanci tanto necessari a scrivere fiction coinvolgente. Coinvolgente come un momento epico. Coinvolgente come una sacra marcia. Come un tesoro unico. Come tanta voglia di buttarsi a occhi chiusi in un’impresa senza sentire necessità di domandarsi perché.
La mia pace oggi è qui, nei post-. In quel che rimane quando tutto è stato fatto a pezzi. La follia (quella comprensibile, condivisibile), la poesia (quella che vive di sé e per sé), e tante altre brevi e intensissime cose. Tutto dissezionato a caldo.

M è in clinica, di nuovo.
M che, dovesse crepare, potrebbe farmi tornare a odiare il Dio in cui non credo. Non la società, non il presente, non la giustizia che si fa ingiustizia, no: Dio. Quell’insieme di buchi neri che esistono tra le cose che possiamo spiegarci e collegare. L’ineffabile. Il collegamento finale tra le cose. Quello, insomma, in cui non credo – e me ne rammarico, perché è tanto bello poter avere un tale Male da dannare urlando alla notte.
Perché M?
E chi lo sa.
M che è un insieme di sensazioni e ricordi vividissimi. C’è una sola parola da chiamare in causa qui, ed è Sehnsucht. M che mi manca senza che io lo abbia conosciuto. Ho avuto le parole scritte, quelle udite, la sua immagine in movimento che mi parlava da un altro schermo. Pochissimo, ma tutto quello che ho.
Magari non crepa.
Magari, semplicemente, una delle cose che abbiamo in comune è una certa incapacità di avere mezze misure. O pare non fottertene un cazzo, o tutto è tragico. All’elasticità bisogna allenarsi.
Ma sono così. Ascolto Reise Reise dei Rammstein che amo, ho appena scoperto, perché sanno essere potenti ed epici come una marcia nazista senza essere ideologizzati. Permettono la potenza del believe, ma la frase non si conclude in qualcosa. Believe in nothing. Consumare la propria necessità di momenti sublimi come si consuma un attimo di masturbazione: sai che è vano, ma – ehy – ti serve e lo sai. Consuma e vai avanti senza distrazioni.
Poi arriva un M e la vanità – oh vanitas! – no, non scompare, ma smette di svuotarti i polmoni dopo l’orgasmo esistenziale. Ti pare che vivere non richieda sempre sempre un pagamento. A volte accade e basta, senza dover – dopo averlo fatto intensamente – riprenderti, bere un caffè e andare alla cassa a pagare.
E’ rabbia, tutto qui, quel che accade se penso all’ipotesi di un M che mi crepa prima che io gli abbia morso la nuca. Vorrei fosse altro. Qualcosa di approfondibile, ad esempio, espandibile, trasformabile – non quel mostro acefalo di nome Rabbia.
Non è il dolore che temo.
(Quando ho smesso di temere il dolore? Quando ho cominciato, per continuare a concepirlo, a pensare a quante torture fisiche esistano, a quante potrebbero annichilirmi?)
E la stanchezza non si può temere.
Ma Miss Rabbia è…
… Continuare a stancarsi quando si è già stanchi. Correre a polmoni vuoti. Non ti fermi e non sai come farlo. Crollerai, ma non puoi decidere quando. Corri e basta, e corri, corri, sperando che qualcosa giunga – la meta o lo svenimento, che differenza fa? Tanto, hai smesso di pensare.

C’est moi.

Ascolto i Placebo, che mi danno qualcosa che solo loro possono darmi, eppure non so che sia. Sa di stanze insonnolite e quell’accidia tipica dei dopo-sbronza, ma senza la sbronza. Un po’ di vernice scrostata, un po’ di lustrini impolverati, persone che si sussurrano confidenze dolci e atroci.
Stavo scrivendo, prima di scrivere qui. Stavo scrivendo un romanzo che non ha ragione di non essere finito, e che quindi farò il possibile per finire. Richiede un lavoro non puntiglioso, ma quotidiano, e con tanto Genie ad assistermi, perché il romanzo è lungo e rischio di perdermi per la strada. Mi sono già persa, ma in sentieri che approvo.
Saltello da uno stile all’altro, chiedendomi se questo sia il mio stile. Saltellare. Improvvisare rime sfacciate nel posto più inaspettato, poi perdermi in barocchismi a occhi sognanti, e poi un po’ di ironica critica, perché il barocchismo la richiede, e poi un colloquiale disilluso ma che s’impegna tanto per prendere la vita con filosofia.
Perché no?
C’est moi.
Accendo la sigaretta e faccio un altro sorso di birra. A casa o in giro, e che la casa sia in Italia o altrove, che io sia sola o con un gruppo di persone ad aspettarmi, la birra ha unito tante variazioni di me. Birra e sigaretta. Per consumarsi sapendo di farlo. E’ un rituale, ormai, e lo so, come caffè e sigaretta. Il resto muta, svanisce persino, e queste cose tornano – sapori diversi, gesto identico. In questo mio continuo tentativo di non fissarmi in un solo punto di vista, una sola vita, un solo essere, prego a Dea Nicotina e a Dio Alcol e a Dio Caffè perché scandiscano la mia vita. Come il peggior cliché di un decennio ingrigito, da ricordare negli annali con un po’ di nostalgia e un po’ di riprovazione. Come quando si parla della propria gioventù. Quella cosa dannata e necessaria e sempre bella e sempre atroce. E penso, io che non mi sono mai sentita nella mia gioventù, che non voglio fare il passo. Quello che proietta oltre la gioventù. Quello che piomba in un campo ben ordinato da cui giudicare a posteriori. Never ever. Lungi da me spaccarmi, usando il tempo come scusa, in parti, sì che una giudichi l’altra.
Dopotutto, ehy, c’est moi. Tutta.

Sehnsucht nach der Sehnsucht

Ascolto Einaudi e scrivo di persone dalle braccia nascoste in camicie bianche ampie, eccessivamente ampie ed eccessivamente leggere, come un tiepido vento primaverile e…

… Non sono più abituata ai romanticismi. Li maneggio goffamente, come un soggetto affetto da iper-machismo cercherebbe – per una qualche desiderata dimostrazione di volontà e versatilità – di indossare graziosamente un tutù. O, prima che mi si appiccichi addosso l’iper-machismo, come se Umberto Eco cercasse di scrivere una scena d’azione.

Sono stata questa persona che al romanticismo crede. Se non lo fossi stata, non lo metterei in scena. La piazzo lì sperando che, come una trappola, attiri quella me.

Ricordo un pomeriggio primaverile, così simile a questi – profumato di primavera, verde di quel verde che sembra riassumere nelle proprie tonalità tutte le sfumature della vita che festeggia – seduta sulla scalinata di pietra di una villa, in un parco, una camicia bianca sulle mie braccia pallide. Leggevo Il piacere di D’Annunzio, rincorrendo questo dandy raffinato e dannato nella giusta misura, e volendolo in quel modo che confonde il soggetto con l’oggetto – quel “voler” e “voler essere” al contempo di cui non mi sono mai del tutto liberata.

Chissà che avrebbe pensato, la me di allora, di questo soggetto che sta scrivendo. Chissà quanto l’avrebbe rinfrancata e quanto disturbata. Le ho detto, mettendole un braccio sulle spalle, che ehy, guarda, qui ci puoi arrivare, volendo rassicurare tardivamente quella me alla ricerca di una Me. La cercava in un dandy un po’ deprecabile, a posteriori – tutto questo estetismo dannato, a posteriori, di dannato ha solo l’essere una pulsione che potrebbe essere sublimata meglio – e ha percorso anche quella strada.

Ho ancora una camicia bianca, nella cabina-armadio, con le maniche ampie che accarezzano la pelle come una giornata di primavera, quando il gioco è tra la tua pelle che scotta sotto un sole inaspettato e i tardivi venti invernali che serpeggiano per dire, un’ultima volta, la loro.

Per ritrovare quel romanticismo, e far sì che questo tutù non mi renda troppo ridicola, vado alla ricerca di profumi dimenticati, tracce di sogni svaniti prima di potersi completare.

Ci sono ville benedette dalla quiete di un parco in cui mai sono entrata, e che ho potuto così immaginare esattamente come le avrei volute: con stanze dai soffitti alti e dai pochi mobili rispettosi, lì a servire l’atmosfera e me, pronti a tornare a un muto dialogo quando fossi uscita dalla stanza. Avrebbero cantato, probabilmente – questi mobili intonati tra loro, sfaccettature di un’atmosfera, feticci accumulati per ricreare in terra quello che il cielo – la mente – concepisce.

Ci sono ville situate all’angolo di strade deserte, che non portano a nulla, alte e sottili e fragili, forse un po’ liberty, con nelle decorazioni la struggente vezzosità di una nobiltà che vede passare la propria epoca – e guarda altrove. Guarda a putti smagriti dal pennello del pittore troppo moderno decorare gli armadi sollevati su graziosi piedini da ballerina – e lì dentro, in una piccola stanza ad angolo, c’è una ragazza appassita prima di poter diventare donna. Ha polsi sottili di una costituzione nata fragile e vive d’attesa – viene da quella Madame Bovary che non ho mai letto o forse dalla Scapigliatura? – e riempiendo diari con una calligrafia floreale ha imparato ad amare il vuoto, quello delle attese, che viene riempito così bene da cose vane e frivole e malinconiche. Quei fragili gioielli che solo il desiderio arreso a se stesso può creare.

C’è anche un monastero, e corpi smagriti senza aver perso vigore, la pelle arrossata da un saio troppo ruvido, un freddo troppo intenso, e tutta la sacralità dell’eremo di pietra. Questa è – stavolta lo so con certezza – la storia di Pelle D’Asino. Non è necessario che sia lei, o che la pelle sia d’asino, o che sia pelle – basta che vi sia una pelle così sottile da far credere di potersi spezzare al solo sguardo, sepolta sotto le scorie di una vita dura, pronta a immergersi in una pozza d’acqua limpida e scoprire – come amo riscoprire i miei occhi – che una certa purezza non può essere scalfita dalla durezza.

Da cosa, allora?

Devo disattivare – o, meglio, imparare a disattivare a comando – quella parte in me che taccia di vanesio il dandy prima di potergli far completare una frase, che liquida la sirena che si strugge dandole del sogno erotico deviato, e via discorrendo.

Sono certa del fatto che, in fondo, l’iper-machista sa che il tutù gli donerebbe, e che Eco s’immagina – in un’altra vita – capace di scrivere romanzi d’azione senza riferimenti simbolici ogni tre frasi.

Armonie, disarmonie, utopie, distopie – e poi il mondo.

Stavo finendo di scrivere una trama – una cosa che non faccio mai, di mio, ma questa volta mi tocca – aspettando più o meno consciamente che giungesse quel momento serale in cui avrei fatto pausa chiacchierando con O. Una scusa vale l’altra, per fare pausa, e O è un’ottima scusa. Ma O stasera, e per qualche giorno, non ci sarà, e io penso.
Penso a quanto sia apparentemente paradossale che due individui come noi, così tenacemente impegnati a rassicurarci l’un l’altro circa il fatto che “domani potrei sparire” (sì, creature, è una rassicurazione), negli ultimi tempi si siano sentiti così di frequente. E non per cinque minuti a volta. Ci sono tanti motivi per cui il mio dio è il Dio Che Ride.
Ci guardo dall’esterno e mi facciamo tenerezza. Ho dovuto riflettere, la prima volta che mi sono trovata a dirlo, per capire come costruire quel “mi facciamo”. “Noi facciamo tenerezza a me”. Se ho dovuto pensarci è perché evidentemente non incappo in tale costruzione di frequente. Un “noi” che agisce su un “me”. Ma comunque. Mi facciamo tenerezza in quel modo, per niente denigratorio, che mi permette di guardarmi con un sorriso.
Ma comunque.
… Comunque, intanto, scrivo. E scriverò.
Ho scritto tanti racconti, sfiorando la nausea. Mi sono ributtata per un attimo sulla fantascienza non a tema, per ritrovare un po’ me stessa – una delle tante, ovviamente. Forse, semplicemente, quella che si dibatteva di più.
Ci sono poi un paio di progetti a quattro mani che, più che essere un revival di questa mia vecchia passione, sono sfide aperte. Mi serve. Mi serve tornare bambina, e dell’infante avere la capacità di assorbire dal mondo, che implica la capacità di prescindere da sé.
Leggo, intanto. Un po’ di fiction lì, tante discussioni meta-letterarie lì. Mi aggiorno e confronto. Sono una parassita, che s’infila in ogni sorta di discussione per ascoltare Weltanschauungen altrui al fine di capire cosa sia per me il “genio”. Forse il termine non è neanche questo. Ma non è neanche “talento”. “Genie” è un termine ideale – strano, vero, che un termine per me ideale sia mediamente sconosciuto? Lo Genie di Goethe. Quello spirito ispiratore. Giochi di parole per cercare un termine che forse non esiste. E la cerco, la definizione di questo Genie, perché serve a me. Devo disegnare un sentiero distribuendo sassi e mi serve una direzione. Un simbolo per il mio rituale.
Ascolto Cacciapaglia e mi viene in mente Maurensig. Maurensig. Quando penso a lui a distanza mi viene in mente un borghese intimista che ha toccato con le dita sensazioni non previste dalla culla natia. Chissà chi è in realtà – ma ora non importa. Mi serve capire quanto io possa essere quella cosa, quella cosa che permette a Maurensig di scrivere come scrive. Amo la sua scrittura con riserve. Ha in sé quell’eleganza delicata e rara che ho trovato in, tra gli altri, Yourcenar. Quell’eleganza che mi manca. Quel saper mostrare con armonia un piatto composto di disarmonie. Quel saper dare un senso e una continuità, su tutti i livelli – prosa, ritmo, trama, esistenza. Un’armonia che adoro, ma che non basta. Un’armonia che preclude le note stonate del Creato, a cui tanto tengo.
E penso allora a Genet e a Palahniuk, accomunati da uno squilibrio. Di prosa, di ritmo, di trama, di esistenza. Ed è tale squilibrio che permette loro di toccare apici e abissi che l’eleganza di un Maurensig non contempla. Come se l’armonia di Maurensig, per rimanere tale, dovesse rientrare in due ottave centrali. Voglio il sopra e il sotto. Voglio Genet e Palahniuk.
Addio all’armonia, e rimangono gli opposti: una quiete selvaggia e un caos artificioso.
L’asettica tribalità degli Ulver e il Barocco.
Una landa tedesca dopo il passaggio di un esercito e, a corte, poeti che accatastano rime sempre più minuziose. In mezzo, la Guerra dei Trent’Anni.
Iper-lucidi appartamenti minimali da una parte e – oltre le finestre a prova di graffio, brutture e morte – cartelloni pubblicitari con una tale abbondanza di dettagli da renderli più veri del vero. In mezzo, il resto del mondo.

Un’autrice in cerca di personaggi – e tutto quel Non Detto

Cercare di rientrare nell’ottica di Horton significa imitare me stessa.
Mi è capitato di farlo spesso, in questa vita né troppo breve né troppo lunga.
(Non posso avvalermi né dell’ardore della nuova arrivata né della saggezza dell’esperta – nessuna credenziale per coevi e posteri.)
Mi capita di farlo perché il mondo distrae. Non so come possa farlo, dato che in teoria parto dal presupposto che l’identità individuale non è che un accumulo di influenze esterne – eppure lo fa.
Lo fa e io mi perdo e devo ritrovarmi.
Dov’è, Horton?
(Aspettando Horton.)
Avevo lasciato quello sbirro di quartiere figlio del più becero cliché sul suo lercio divano. Era un luogo sicuro su cui custodirlo – cosa ammazza un vecchio divano pieno di cenere e briciole? Ma poi la vita è andata avanti, la casa è stata rifatta da capo a piedi, e l’Horton-divano non c’è più.
Si può rimpiangere lo squallore?
E così, in questa casa nuova e linda, accendo una sigaretta, stappo una birra e mi metto alla sua ricerca.

Ascolto Where the Wild Roses Grow di Kylie Minogue & Nick Cave, la Bella & la Bestia.
La ascolto cercando di sentirla come quando la ascoltavo scrivendo di Horton. Lui fa la Bestia, ovviamente, ma le mani insanguinate non sono le sue. Ma non importa. Questo voglio dire, anche, scrivendo di lui. Che i fatti poco importano dinnanzi alla coscienza.

Il mondo distrae, ma anche io faccio la mia parte.
A posteriori, mi dico che Horton era un meccanismo di difesa. Una maschera interiore con cui giustificarmi alcune brutture di un mondo che mal digerivo. Ne godevo come un mio vecchio amico godeva di Freddy Krueger:
Il male immaginario che consola da quelli reali.
Se mi trovo a parlare di meccanismi di difesa è colpa di un seminario di psicanalisi, e dell’interesse che ne è seguito. Quel seminario mi ha anche spiegato che si imita il proprio carnefice per non doverglisi contrapporre. E’ convincente, no?
Ma Horton non è un mio carnefice.
E’ un uomo qualunque, in un mondo qualunque, disposto a fare qualsiasi cosa per non essere una vittima.
(Potete biasimarlo?)
Non ho aspettato che venisse qualcuno a dirmi, come si è detto di me, che in fondo a ogni stronzo c’è un cuore spezzato. Gliel’ho spezzato io direttamente. Ma, per farvi dispetto, non ho creato un mostro: ho creato un Indifferente.

Passo le giornate a scrivere racconti per concorsi, precisi e calibrati come fossero papers; a informarmi e discutere di editoria, in tutte le salse, in tutte le speranze e gli imbrogli; trattengo il demone del fastidio dinnanzi alle maestrine dalla penna rossa e le risate-che-sono-violenza-sublimata dinnanzi a sconosciuti Qualcuno che spiegano a Qualcunaltro come diventare conosciuti; mi commuovo con il sogno di Tizio di aprire una casa editrice che risolverà tutti questi mali e con qualche frase, scappata per sbaglio, letta in un racconto che edito e proofreado per fare favori.
E, in tutto questo, dopo tutto questo, era ora di tornare a me. All’altra me. Non l’accademica trapiantata tra romantici scribacchini che sprona al cinismo e a considerare i fattori economico-legali. No, l’altra. Quella che ha creato Horton. Quella che ha il nulla dentro, e proprio perché ha il nulla dentro teme poche cose. Di non ricevere approvazione? Di non essere apprezzata? Di non essere all’altezza? Il mio Super-Io allena individui così costantemente massacrati interiormente che il resto diventa… Vanità (ciao, vecchio Leitmotivnon mi mancavi).
Devo muovere il culo, dice il mio Super-Io, perché rileggendo quel che avevo scritto su Horton ho scoperto con raccapriccio che mi sono persa qualcosa per strada. Cosa, non lo so. Ma era qualcosa di prezioso.

Ho scritto, qualche giorno fa, che mi sono rinchiusa a lungo (so che il tempo è relativo, ma fatemi drammatizzare il momento) in un esilio volontario, da cui sto uscendo da poco.
Non che io ne sia del tutto convinta, di questo uscirne.
Capisco i vizi degli accademici, comodi comodi nel loro ambiente addestrato a ragionare con rigore – addio a polemiche, addio a ripicche volgari, addio al doversi lanciare in un’arena composta di ogni specie, dall’illuminato al fomentatore seriale. L’ambiente accademico offre una maschera simile, soprattutto nella funzione, a Horton.
Non che io ne sia del tutto convinta, di questo uscirne, ma mi serve, e c’è un grosso grosso problema con cui dovrò avere a che fare, per quanto io posticipi e posticipi.
Esiliarmi significava poter tacere. Ascoltare gli altri – in bene e in male – e liquidare tutti con una cortesia mutuata dagli ideali democratici peggiormente abusati: ognuno ha diritto di pensare quel che vuole (“Ma davvero?”). Crederci, anche, un po’. Non credere al fatto che ognuno abbia il diritto di pensare quel che vuole – non è forse scontato? Credere che sarebbe stata una buona soluzione per evitare stress, attriti, lotte inutili, di quelle che ti rimangono attaccate ai polpacci e non si staccano, non si staccano neanche quando le stacchi, perché per un po’ i loro minuscoli dentini ti prudono dentro.
(Il mio Super-Io è un Übermensch, e da tale ha una pessima opinione della guerriglia. Ognuno a modo suo, giusto?)
Uscire da quel beato distacco significa tornare nel mondo – quello vasto, fatto di accademici che odiano populisti e di populisti che odiano accademici.
Tornare nel mondo, per la sottoscritta, significa crescere in grembo una Lokasenna.

Lokasenna è una delle tag di questo blog.
Non smetterò di prendere per il culo la vostra, che è anche la mia, pigrizia, creature, e quindi vi dirò che:
Lokasenna significa “invettiva di Loki” ed è il momento in cui Loki – non quello dai capelli corvini su cui sbavate, in bene o in male, ma il fulvo mitologico (ci credereste, poi, che uno dei motivi maggiori per non smetto di essere rossa è proprio lui? Ma comunque…) – il momento in cui Loki, dicevo, si presenta a cena dagli Asi e fa il cinico (alla Diogene) della situazione, tirando fuori dall’armadio tutti gli scheletri accumulatisi di mito in mito.
Ad esempio:

Passare le giornate ad aggiornarmi sul mondo dell’editoria, della sotto- e medio- e cripto- editoria italiana, significa leggere il racconto di una persona (che chiameremo X per meri motivi legali) che scrive bene – non “bene” nel senso di “coinvolgente, innovativo, bla bla”, ma “bene” nel senso di “padroneggia la lingua italiana, specialmente nelle varianti che usa” – e leggere poi la seguente critica a lei portata (dovutamente rielaborata):
In italiano i nomi propri al femminile non vengono preceduti da articolo.
Sappiamo tutti che Eco non si sarebbe abbassato a tal punto. E non perché, creaturine giustamente incazzate come iene con la torre d’avorio, certi scritturucoli autoreferenziali pensano di potersene fregare delle basi dell’italiano. Esistono, tali “scrittorucoli”, eccome, ma non è questo il caso.
Eco non glielo avrebbe corretto perché avrebbe avuto gli strumenti – come altri – per riconoscere una prosa da 7 (numero a caso, relativo, non assoluto), e quello è un errore da 2. E avrebbe pensato, il nostro Eco (scusa, Eco, se abuso di te), che solo una persona affetta da doppia personalità avrebbe potuto commettere quell’errore da principiante in una prosa da esperto. Escludendo la malattia mentale, rimane una prosista da 7 che decide di usare un regionalismo per dare colore alla narrazione.
Difficile, eh?
(Taci, sarcasmo.)

Mi sfogo con S parlando di questi piccoli aneddoti – sono piccoli e non cambieranno il mondo, anzi, con l’ottimismo che contraddistingue Horton direi che lo preserveranno benissimo da cambiamenti – che chiamo (un’altra maschera?) “guerre delle pulci”.
Vuoi staccartele addosso prima che gli affilati dentini ti si conficchino nel polpaccio, ma vuoi rimanere nell’arena.
Come fare?
Ciao, Lokasenna.
Non che sia una scelta, chiariamoci.
Semplicemente, mi cresce dentro finché non è grande e grossa abbastanza da dirmi:
Allora, qui dobbiamo tagliare due etti di carne – preferisci dal fianco o dalla chiappa?
Sto zitta e rinuncio a Horton, o rischio di rompere il cazzo a qualcuno?
La Marvel mi ha fatto un favore, in questi anni: sapete come risponderebbe Loki.

E’ opportunismo, il mio, davvero.
Ho capito che per ritrovare Horton devo ritrovare una parte di me stessa, una parte che si è zittita più o meno quando ho smesso di aggiornare con costanza questo blog – blog che, mi ricordo, è nato come “diario pietista”: un modo per affrontare davanti a Dio (o, in un’ottica più immanente: io e voi, noi tutti) la propria coscienza.
Pesa, bilancia. Pesa.

Di Venezia, umiltà e paraventi.

Scrivo racconti come se non ci fosse un domani, ed è colpa di Timur Vermes.
Sì, lui, il ghost writer che ha sbancato scrivendo Lui è tornato.
Proprio quello, che – essendo un ghost writer – non ha una bibliografia a cui io possa accedere. E’ un ghost writer, no?
Fa riflettere sulla vanità.


Stanotte ho sognato, di nuovo, Venezia.
La mia Venezia è una Venezia immensa, capace di accogliere in sé mondi pur avendo l’intimità di un perimetro molto limitato.
Questa notte, ad esempio, conteneva una piazza romana, ampia e monumentale come Venezia è, in fondo, ma molto in fondo, e bisogna saper vedere il grande nel piccolo per intuire quanto Venezia sia monumentale. Lo è come i potenti sanno essere potenti in bermuda e infradito.
Questa notte Venezia conteneva anche un paesaggio illuminato dai toni bluastri di una notte di luna piena. C’era un molo, basso e misero, raccolto e silente, che sfumava in una spiaggia sottile, che si assottigliava a sua volta per divenire un ponte, all’inizio basso, a sfiorare appena l’acqua, poi sempre più vertiginoso e stretto, fino a condurre a un’isola maestosa nelle proprie vette gotiche.
Eppure, in tutto quel gotico, c’era quiete. Era una piccola isola deserta, o forse abitata da mitologici proprietari silenti e immortali – un vecchio, verosimilmente, o un giovane, altrettanto verosimilmente, devoti a un eremitaggio benedetto, urbano – essere lontani e vicini al contempo.
E bevo birra, ora, cercando di tener vive in me quelle sensazioni. Perché avranno qualcosa da dirmi. Dimmi, Franziskaner, cos’hanno da dirmi. Sussurramelo e ricordamelo. Dì al mio inconscio di rimanere sveglio, attivo e reattivo, forte abbastanza da dire la propria al momento giusto.
Camminavo, come sempre cammino, in questa Venezia di strette calli gettate su canali immoti, la cui superficie brillante suggerisce una limpidità ben lontana da ciò che custodiscono.


Leggo di persone, scrittori più o meno affermati (ma mai geniali, noto), che vi dicono quanto dovreste essere umili.
Fate un favore ai posteri e non date loro peso.
Credo fermamente nell’umiltà, in un’umiltà interiore così ingombrante da non lasciare spazio a espressioni della stessa. Un’umiltà che conduce, più che essere mostrata. Un’umiltà utile – e a che servirebbe, se non fosse utile? – ben lontana dai paraventi con cui proteggersi dalle altrui critiche.
Fatevi piccoli all’esterno, e rimarrete piccoli all’esterno. Fatevi piccoli dentro, e sarete grandi all’esterno.
(Ma la responsabilità di quest’ultima affermazione è della Franziskaner – ciao, mio paravento.)

Di ghost-writer e lobbisti.

La vita è ambigua.
Quando inizi, tutto ha senso perché nulla deve averlo.
Poi cresci, e vieni infilato in un sistema che ti insegna a distinguere – giusto/sbagliato, bene/male, teoria/pratica, spirito/carne et via dicendo.
Poi invecchi – suppongo – e tutto torna alle tue necessità.

Dovrei scrivere un racconto narrato da un drago con il punto di vista di un drago – come se il punto di vista di un drago dovesse differire da quello umano – come se fossimo capaci, ma soprattutto: come se non fossimo capaci, come esseri umani, di avere così tanti punti di vista da necessitare quello di un drago.

A cosa serve il fantasy?
Ripongo: a cosa serve il fantasy se si hanno abbastanza nozioni da poter ambientare una storia in un’ambientazione così diversa da risultare fantastica, esotica?
Ne parlo con U, che mi cita Martin, e torniamo al solito punto:
Il fantasy come fuga.
Nella citazione che U mi porta Martin mi parla di fuggire dalla sua quotidianità americana per ritrovarsi nelle pareti di pietra di Gormenghast. Ho letto Gormenghast e ho vissuto in Inghilterra, e posso dirvi che ben pochi inglesi vorrebbero rifugiarsi in pareti così simili alle loro.
(Forse Martin ha creduto che Gormenghast fosse una fuga. Io vi leggo una critica all’Inghilterra. E ora, amanti di Martin, croficiggetemi per intero perché ho intaccato un millesimo di Martin.)

Scrivo. Scrivo ai limiti della prostituzione. Colpa di Vermes, di cui ho letto Lui è tornato per poi scoprire che era stato, fino al giorno prima, un ghost-writer. E ha scritto Lui è tornato.
Ora, considerati esempi di autori celebri molto meno (degni?), a che dovrei aspirare? A loro o a Vermes? Scrivere non è il prescindere da sé (perché tanto, da Freud in poi, significa anche non poter essere che se stessi)?

Il ghost-writer e il lobbista hanno qualcosa in comune. Una posizione spiritual-esistenziale comune. Un credere così tanto in qualcosa – e non so cosa – da deriderla e sfruttarla e riempirla di insulti, perché tanto lì rimarrà. La certezza di chi ha imparato a non dipendere dalle certezze.

(Buonanotte, S. Te l’ho data prima, ma qualcosa m’era rimasto in gola, e qui è finito, con gli Opeth di sottofondo.)