uni

Verde&viola.

Il tempo è volato via più in fretta di quanto pensassi.
Me ne rendo conto trascrivendo traduzioni di parole che non userò mai – né in italiano né in inglese. Spinal cord injury, trophoblast, dopamine… Contemplare il dover spendere il proprio tempo su tali traduzioni mi riporta con la mente a Bulgakov. Qualcuno citerebbe Kafka, ma Kafka lo conosco poco. Un tedesco dai modi molto pietisti, sul treno che attraversava l’Austria, mi citò Kafka mentre gli spiegavo alcune delle strane e paradossali pieghe a cui può condurre la burocrazia in Italia. Ma studiare termini inglesi che non userei neanche in italiano puzza più di Bulgakov – del suo dover riscrivere sceneggiature invecchiando i protagonisti, perché l’establishment teatrale di quel periodo era composto di cariatidi. Eh, i russi. Ma torniamo ai tedeschi.
Ho finito Lezione di tedesco (Deutschstunde) di Lenz. Come prima, non trovo una motivazione riassumibile per consigliarvelo, perché il libro non è né più né meno riassumibile di un dipinto. Quel libro è un dipinto fatto a parole. Per comunicarvene l’effetto, mi dice wikipedia in tedesco, dovrei farvi googlare Emil Nolde – ma l’espressionismo, come tutte le avanguardie, è troppo legato all’epoca in cui si è sviluppato, e necessita d’essere compreso per poter comunicare. Mi serve un pittore più conosciuto dalle folle, un Turner, o un Friedrich – prendete Friedrich per le tonalità di colore e Turner per il modo in cui si mescolano, e avrete quelle distese di acqua, sabbia e cielo che tante volte, l’anno scorso, ho cercato di descrivervi (perlopiù fallendo miseramente).
Non amo i libri descrittivi, partendo dal presupposto che se si vuol far parlare un’immagine tanto vale realizzarla come immagine visiva. Se faccio copulare Turner e Friedrich riesco a comunicarvi il paesaggio in cui ho vissuto per un anno, ma presi singolarmente non bastano. A Turner mancano i colori – quei viola, quegli azzurri freddi, quei grigi colorati, il tutto ferito da un verde acceso, violento – ma riesce a portare su tela la tridimensionalità dell’atmosfera. Ho spesso descritto l’aria di Kiel, e poi del mare del Nord (benché con piccole differenze), come rarefatta. Ma questo termine mal si accosta a un’altra sensazione, quella che la vuole sostanziosa abbastanza per tramutarsi in un gelido abbraccio. Vorrei che pensaste a Da Vinci, semplicemente per il suo realizzare – voglio che lo realizziate con lui – la prospettiva aerea.
La prospettiva è un metodo per rappresentare su una superficie bidimensionale una tridimensionalità. È un trucco che permette alla pittura di fregare una proprietà propria della scultura. Ma non potete fare la scultura di un paesaggio, ed ecco che il furto compiuto dalla pittura acquisisce un senso.
La prospettiva che venne applicata nel Rinascimento è fatta di linee. Insegna che la realtà e la percezione della realtà sono ben differenti. Quello che nella realtà sarebbe un cerchio diventa, in prospettiva, simile a un’ellisse distorto. E già questo ci direbbe molto sulla possibilità del singolo essere umano di giungere a una verità univoca. È più vero il cerchio come lo si vede da singolo osservatore, o quello a forma di cerchio regolare? Ricordo che trovai illuminante una spiegazione della pittura medievale – quella priva di prospettiva – come metodo di rappresentazione che non privilegia un punto d’osservazione sugli altri. Ogni disegno in prospettiva ha infatti un immane e centrale limite: il punto d’osservazione. Per prassi lo farete alto dal metro e sessanta al metro e ottanta, ossia all’altezza dei vostri occhi, per rendere su carta la vista di un edificio – per sapere come quell’edificio apparirà a un passante, insomma. Le piante e i prospetti – che sarebbero la “verità” riscontrabile dell’edificio, quella analizzabile – sono un’entità del tutto virtuale, che esiste su carta ma che mai sarà esperita da un essere umano.
Ma il distorcere linee e proporzioni non è l’unico metodo per emulare la realtà – non è l’unica prospettiva utilizzabile. C’è quella aerea, in cui inciamperete con Da Vinci, che spiega che un oggetto non viene distorto solo in base alla posizione da cui lo guardiamo, ma anche dalla distanza, poiché tra noi e quell’oggetto c’è dell’aria, e l’aria è invisibile solo per convenzione. L’atmosfera agisce sui colori, li desatura, e così avrete colori sempre più desaturati mano a mano che gli oggetti rappresentati si fanno distanti rispetto al punto d’osservazione. C’è nebbia, tra voi e il mare che osservate – c’è nebbia tra voi e l’oggetto reale che osservate, e quale migliore metafora trovare per esemplificare l’impossibilità innata di percepire fedelmente la realtà (sempre che una realtà esista, dato che non è mai percepibile come pura).
Lenz crea prospettive con le parole, dando alle sue rappresentazioni una dimensione che alla pittura manca: il tempo. Il tempo lento e fatale delle spiagge che lentamente digradano, mentre il cielo sopra la vostra testa muta in continuazione. Mi mancano da morire, gli ammassi di nuvole che a visibile velocità si spostavano nel cielo di Kiel, dandomi cinque minuti di sole accecante e poi cinque di pioggia e buio. È stato faticoso, all’inizio, abituarmi a vivere in quel continuo mutare – in quel continuo Werden – ma alla lunga ho trovato un nuovo equilibrio, tra il mio mutare e quello del contesto – ed è quell’equilibrio, quella compensazione, che mi manca mentre osservo l’immoto cielo di queste parti.
Prima di giungere nella nordicità – prima di, ossia, trasferirmi nel nord della Germania – me la raffiguravo attingendo da Friedrich, nonché da molte descrizioni a parole di lande coperte di bruma. Friedrich l’ho trovato a Sanssouci, fuori Berlino, a gennaio, quando all’improvviso l’imponente massa dell’università è apparsa nel mio campo visivo, circondandomi e atterrendomi. Per questo riconosco un’innata germanicità nel gotico – o forse, semplicemente, il gotico che preferisco è di clima germanico.
Ma il Nord è diverso. Non ha masse incombenti come Dio, bensì un nulla immoto e mobile al contempo. È un Dio che porta a placide e fatali riflessioni esistenziali, e che mi ha dato come compagno un senso di morte candida – o, meglio, ha sfumato i confini tra vita e morte.

Sto leggendo Le parole e le cose di Foucault, che si mescola inesorabilmente a The Structure of Scientific Revolutions (grazie, Ghiro) di Kuhn, libro che ho scelto tra gli altri indicati dalla professoressa per l’esame di inglese.
Leggendo il primo, di sera nel letto, ho realizzato l’innato ozio comunicativo che di questi tempi mi caratterizza. L’ho realizzato subito dopo aver pensato che poter passare ai miei conoscenti i frutti di quel libro in forma di spiegazioni e riassunti avrebbe richiesto un immane lavoro di traduzione. Perché Foucault è difficilmente riassumibile. È così difficilmente riassumibile che neanche lui sa riassumersi, e difatti procede – baroccamente – per accumulazione e accostamento. Forse esiste un modo di tradurre Foucault – e intendo, tradurlo nella prosa che la comunità accademica, tendenzialmente anglofona, tanto apprezza: semplice, lineare, dalla struttura ben riconoscibile. Lenz, nel libro, lamenta la necessità di dover tracciare una struttura prima dell’esecuzione di un tema – questo viene richiesto al protagonista tra i banchi di scuola. Non è la struttura stessa a essere criticata, ma il fatto che presupponga una conclusione. Introduzione – svolgimento – conclusione. Trovo immane arroganza in una mentalità che presuppone l’esistenza di una conclusione per ogni ragionamento, nonché una pericolosa tendenza a dire cazzate – perché, se il tuo cervello non ha partorito una geniale conclusione, ne scriverà una becera e banale, ma che comunque verrà elevata dai toni perentori della prosa. La mia visione del mondo si basa sull’innata tendenza umana a fotterci da soli.
Fatto sta, ho realizzato ieri sera, che dopo tutto questo tempo speso a interiorizzare la struttura tanto amata in ogni campo (introduzione – svolgimento – conclusione, e in modo lineare e con termini alla portata di chiunque), sono pur sempre rimasta al 1500, ai testi ermetici che partono dal presupposto che taluni concetti sono innominabili – non per tabù, ma perché non esiste parola che univocamente possa riassumerli, e così l’unico modo di trasmetterli è agire per accumulazione, o negazione, o esemplificazione, sfruttando con voracità la lingua utilizzata, ricercando i termini più specifici (che sono quelli meno conosciuti), e accoppiandoli tra loro in modo paradossale – perché è dalla destrutturazione del Conosciuto che si giunge al Difficilmente Intellegibile.
Ma ho bisogno di una comunità intellettuale immaginata per continuare a essere così. Ho bisogno di persone che abbiano letto Foucault (o simili) e che quindi abbiano le premesse. È stato leggendo Foucault, e i suoi riferimenti a sistemi di pensiero ormai morti, che ho visto una certa nostalgia per l’uso regolamentato del pensiero riemergere. Il pensiero ha tale funzione in filosofia, sovente, ma non mi definirei una fan del campo filosofico. Non studierei filosofia. Studiare filosofia – o, meglio, una visione del mondo che accetta che talune persone studino filosofia e altre no – è degradante. Filosofare è pensare per scoprire e capire. La maggior parte delle persone che conosco non ha mai sviluppato un metodo ragionato per pensare, e pensa nello stesso modo in cui soddisfa bisogni primari: senza che, dietro al gesto, vi sia un affinamento delle abilità con cui si compie. Per ciò sono rimasta al 1500, oh miei contadini che pensate come mangiate (ma l’ondata democratizzante degli ultimi due secoli fa sì ce nessuno di voi possa riconoscersi nei suddetti contadini, viziati come siamo a ritenerci sacri e validi).

Voglio del glicine sul balcone. Ho sete dell’accostamento tra il verde e il viola – quello tenue dei colori pastello e quello violento dei colori saturi – tutti assieme.

Multi.

La mia relatrice (quella ufficiale) avrebbe completamente distrutto la mia autostima, se il mantenimento della stessa dipendesse dal numero di critiche ricevute. Ma sono uscita dal suo ufficio con la sua fiducia e una serie di direttive che condivido, nonché con critiche effettivamente utili, e quindi l’autostima non è ancora disintegrata.
A parte il suo notare come l’usare il at the beginning suoni molto come un e in origine c’era il Verbo in alcune frasi, a parte il suo ammazzarmi l’uso di as al posto di when in alcune costruzioni, e il suo seppellirmi l’uso dei passivi (ti insegnano che il passivo è elegante e professionale – ma in un dipartimento formato da cultural studies l’uso del passivo viene visto come metodo per de-responsabilizzare l’agente – insomma, chi ha concesso questi diritti ai settlers olandesi?), nonché il bocciare (ma lo sapevo) le lunghe e involute frasi all’italiana (tendenza tinta dall’ironia che mi vuole sovente usare per sbaglio “convoluto” anziché “involuto” per colpa dell’inglese) – insomma, a parte tutto questo la parte meramente linguistica sta abbastanza bene.
Vuole un’introduzione più 4 dummies, la relatrice, e l’avrà. La mia targeted audience, quando ho scritto quel pezzo, era composta di persone con un’infarinatura sulla storia sudafricana, mentre dovrò rivolgermi al profano.
E tante altre critiche.
Ma si sono ammassate l’una sull’altra come sintomi di un impegno che lei si aspetta da me. E non solo lei.
Quando sono entrata nel suo ufficio mi ha chiesto se, avendo appena visto la relatrice non ufficiale (quella per cui sto sistemando un saggio con l’MLA), le avessi parlato della tesi – certo che sì, dato che la relatrice non ufficiale è l’esperta massima del dipartimento sul Sud Africa, e quindi le ho chiesto se alla fine darebbe una lettura alla mia tesi. Le ho anche chiesto se mastica l’Afrikaans, lei o qualcuno in dipartimento, perché non so come si pronuncino parole come Vooruitzigt o Witwatersrand. Posso pronunciarle in inglese o con un accento Afrikaans improvvisato che altro non è che un tedesco con le g che diventano ch. Comunque, non sa l’Afrikaans, e nessuno nel dipartimento lo conosce – quindi mi ha dato un contatto al consolato sudafricano. Mi ci vedete al consolato a porre una lista di parole a un tizio perché me le pronunci? Sarà divertente. Corso di Afrikaans in 2 ore.
La relatrice non ufficiale mi ha anche detto che si potrebbe contattare Worden. E voi mi chiederete: e chi è, costui? Ogni settore ha i propri autori immancabili, quelli che fanno da riferimento a cui non si può sfuggire, e Worden è questo – nonché un vecchio amico della relatrice non ufficiale.
La relatrice ufficiale, quindi, ha preso la palla al balzo, e mi ha detto di creare un file in cui elencare le domande da fare a Worden. In primis, dato che costui ha scritto un saggio che probabilmente userò, e che è stato scritto esclusivamente per essere tradotto in italiano e mai è stato pubblicato in inglese, e a me serve la versione inglese, per chiedergli la gentile concessione. E poi altro, ovviamente.
“Di quando sono questi infiniti articoli nella sua bibliografia?” mi ha domandato, poi chiedendomi di scrivere autore, data e luogo di pubblicazione anche nella bibliografia che le consegno ogni volta che ci vediamo (un lavoro ingrato, oh coevi). Al momento le ho solo detto che avevo notato una preponderanza di articoli dei ’70 e ’80 – l’ho notato perché la mia università di solito tiene i numeri delle riviste dagli anni ’90 in poi, creandomi non pochi problemi – ed ecco che sono giunta a ciò che voleva sapere lei, ossia il problematizzare la data e il luogo di pubblicazione. Perché questo sotto-sotto-argomento, infame argomento che mi sono scelta, è stato approfondito in quegli anni? Me lo sono chiesta. Me lo chiedo. La relatrice ufficiale se lo chiede. Chiediamolo a Worden. Poi inseriremo anche questo nella tesi, tra le altre cose. E inseriamo anche Williams – Williams? Eric Williams il giamaicano, economista in cui sono inciampata tempo fa. Inseriamolo assieme a Bairoch, solo come accenni, che male non fa.
Ah, e poi il titolo! Perché PP e la relatrice ufficiale ne hanno discusso, galvanizzati dall’idea di rompere le palle alle De Beers, e concentrandosi su rivisitazioni di A diamond is forever. Io mi domando perché dovrei infastidire la De Beers – non per altro, un simile titolo non dà neanche mezza idea sul contenuto della tesi, e ha dalla sua solo l’essere d’impatto come una battuta a sfondo sessuale che concerne la Chiesa Cattolica – insomma, quelle bieche strategie che funzionano sempre, ma perché devo infastidire inutilmente la De Beers?
Si è poi tornati a inquisire le fonti, con punti di domanda rossi di fianco ad alcuni nomi. “Chi è questo?” Un giornalista. “E questo?” Un giornalista. “E…” Un giornalista. Sono tutti giornalisti che hanno scritto dopo lo scandalo dei blood diamonds, molto probabilmente sulla scia dello stesso. A me non interesserebbero direttamente, ma nel rompere le palle alla De Beers vanno a indagare il suo passato – e allora, ha detto la relatrice ufficiale, problematizziamo anche questo. (Argh.)
Insomma, pagherò con sangue la mia scelta di analizzare un tema così infimo e complesso. Già di mio mi perdo nelle strategie di Rhodes per giungere al tanto agognato monopolio (entra nel Parlamento del Capo, proponi una legge che dà potere decisionale a coloro che hanno il maggior numero di concessioni – come, ad esempio, capita a te – compra di nascosto i titoli della XX per poi fonderla con la tua compagnia, poi disfala e creane una nuova che viene suddivisa così e così e… tutte quelle deliranti confusioni che provengono dal fatto che compagnie diverse hanno nomi simili – e sono fatte di… Damn, mi manca persino il lessico necessario a descrivere la struttura della De Beers in inglese, figuriamoci in italiano). C’è Beit che corre su e giù per l’Africa comprando e vendendo quel che poi Rhodes suddivide e confonde finanziato da Rothschild (che disse, in visita a Rhodes, “Never allow yourself to get caught without a loose million handy.” – amo questi uomini), mentre Kruger beve latte fumando il suo tabacco extra-forte nel Transvaal. Alla guerra anglo-boera non sono ancora arrivata, ma voi potete farvela introdurre da una canzone poco di parte.
Mi commuovono, i boeri. Mi commuovono come potrebbero commuovermi i panda – delle creature in via d’estinzione che in uno scontro frontale potrebbero farti a pezzi. Sono un interessante caso antropologico, i boeri – lì, isolati, ignorando tutto quello che intanto i cugini europei si vedevano passare davanti. Vengono spesso descritti – e mi riferisco a quelli del 1800 – come un popolo rimasto nel Medioevo, che non ha mai visto l’Illuminismo. Sono un caso etnico, il risultato di uno di quegli esperimenti che dividono due gemelli alla nascita per vedere come crescono.
E poi ci sono tante parole chiave che riappaiono fino alla nausea. “Popolo eletto”, “campo di concentramento”, “terra e sangue”… Sono così tanti i paralleli tra faccenda anglo-boera e faccenda tedesco-ebrea da far girare la testa, perché le similitudini vengono tracciate per essere stravolte. In Sud Africa sono i boeri a essere il popolo eletto, ma sono sempre i boeri a essere razzisti. Durante il periodo razzista europeo, quello dei regimi, la De Beers è in mano a una famiglia ebrea (o ex-ebrea, non ricordo quando Oppenheimer si sia convertito). Poi mi domando quanti tra i tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale sono fuggiti dall’Europa siano finiti in Sud Africa – quello degli ex-nazisti in Sud America è in vecchio Leitmotiv.
Non solo il Sud Africa ha saltato a pie’ pari l’Illuminismo, ha anche bellamente ignorato il “tirare le somme” europeo e americano conseguente alla Seconda Guerra Mondiale.
Mi chiedo se, quando avrò finito l’infinito studio necessario per la tesi, avrò i mezzi per inquadrare la transizione democratica, il cosiddetto “miracolo sudafricano”, per cui quella terra “barbara” è diventata nel giro di pochi anni – su carta – una democrazia migliore di quelle europee.

Per la tesi devo scrivere un riassunto lineare dei vari movimenti succedutisi in Sud Africa fino alla scoperta dei diamanti. La parola chiave è “land” – di chi era, a chi è stata sottratta, per quali motivi era contesa – e io – come ho detto alla relatrice ufficiale – mi trovo in difficoltà, perché il riassunto storico deve essere relativamente breve, e non posso citare solo alcune delle popolazioni che vivevano in Sud Africa. Sono infinite. Ne verrebbe un paragrafo-lista. Ma non sarebbe giusto citare solo gli Zulu o gli Xhosa: o cito tutti o non cito nessuno. E poi ci sono i malesi, gli indiani, i cinesi…

In dipartimento ci sono rimasta tre ore (di cui due con le relatrici), tempo sufficiente a colorare l’esperienza di incontri.
Quello con l’austriaca, e lo scoprire che capisco benissimo l’austriaco (meglio del tedesco) e che riesco ancora a parlare in tedesco (e ora la diga si è aperta e io ho un’immane voglia di parlare tedesco).
Quello di VB con la relatrice non ufficiale, che – uscendo dall’ufficio – ha puntato i sandali che VB indossava, e che sono in realtà miei, chiedendole se secondo lei non erano un po’ dei sandali da leghista. Io non vi dirò come sono quei sandali – troppo semplice – vi dirò solo che non sono verde-Padania e che non hanno alcun simbolo dipinto sopra, né scritte, e vi lascerò a chiedervi come diavolo siano dei sandali leghisti. E anche a domandarvi cosa abbia pensato la relatrice non ufficiale quando VB le ha risposto con un accento romano-andante (ma ha insistito, la relatrice, dicendo: “Su, lo ammetta!”).

Multi.

La mia relatrice (quella ufficiale) avrebbe completamente distrutto la mia autostima, se il mantenimento della stessa dipendesse dal numero di critiche ricevute. Ma sono uscita dal suo ufficio con la sua fiducia e una serie di direttive che condivido, nonché con critiche effettivamente utili, e quindi l’autostima non è ancora disintegrata.
A parte il suo notare come l’usare il at the beginning suoni molto come un e in origine c’era il Verbo in alcune frasi, a parte il suo ammazzarmi l’uso di as al posto di when in alcune costruzioni, e il suo seppellirmi l’uso dei passivi (ti insegnano che il passivo è elegante è professionale – ma in un dipartimento formato da cultural studies l’uso del passivo viene visto come metodo per de-responsabilizzare l’agente – insomma, chi ha concesso questi diritti ai settlers olandesi?), nonché il bocciare (ma lo sapevo) le lunghe e involute frasi all’italiana (tendenza tinta dall’ironia che mi vuole sovente usare per sbaglio “convoluto” anziché “involuto” per colpa dell’inglese) – insomma, a parte tutto questo la parte meramente linguistica sta abbastanza bene.
Vuole un’introduzione più 4 dummies, la relatrice, e l’avrà. La mia targeted audience, quando ho scritto quel pezzo, era composta di persone con un’infarinatura sulla storia sudafricana, mentre dovrò rivolgermi al profano.
E tante altre critiche.
Ma si sono ammassate l’una sull’altra come sintomi di un impegno che lei si aspetta da me. E non solo lei.
Quando sono entrata nel suo ufficio mi ha chiesto se, avendo appena visto la relatrice non ufficiale (quella per cui sto sistemando un saggio con l’MLA), le avessi parlato della tesi – certo che sì, dato che la relatrice non ufficiale è l’esperta massima del dipartimento sul Sud Africa, e quindi le ho chiesto se alla fine darebbe una lettura alla mia tesi. Le ho anche chiesto se mastica l’Afrikaans, lei o qualcuno in dipartimento, perché non so come si pronuncino parole come Vooruitzigt o Witwatersrand. Posso pronunciarle in inglese o con un accento Afrikaans improvvisato che altro non è che un tedesco con le g che diventano ch. Comunque, non sa l’Afrikaans, e nessuno nel dipartimento lo conosce – quindi mi ha dato un contatto al consolato sudafricano. Mi ci vedete al consolato a porre una lista di parole a un tizio perché me le pronunci? Sarà divertente. Corso di Afrikaans in 2 ore.
La relatrice non ufficiale mi ha anche detto che si potrebbe contattare Worden. E voi mi chiederete: e chi è, costui? Ogni settore ha i propri autori immancabili, quelli che fanno da riferimento a cui non si può sfuggire, e Worden è questo – nonché un vecchio amico della relatrice non ufficiale.
La relatrice ufficiale, quindi, ha preso la palla al balzo, e mi ha detto di creare un file in cui elencare le domande da fare a Worden. In primis, dato che costui ha scritto un saggio che probabilmente userò, e che è stato scritto esclusivamente per essere tradotto in italiano e mai è stato pubblicato in inglese, e a me serve la versione inglese, per chiedergli la gentile concessione. E poi altro, ovviamente.
“Di quando sono questi infiniti articoli nella sua bibliografia?” mi ha domandato, poi chiedendomi di scrivere autore, data e luogo di pubblicazione anche nella bibliografia che le consegno ogni volta che ci vediamo (un lavoro ingrato, oh coevi). Al momento le ho solo detto che avevo notato una preponderanza di articoli dei ’70 e ’80 – l’ho notato perché la mia università di solito tiene i numeri delle riviste dagli anni ’90 in poi, creandomi non pochi problemi – ed ecco che sono giunta a ciò che voleva sapere lei, ossia il problematizzare la data e il luogo di pubblicazione. Perché questo sotto-sotto-argomento, infame argomento che mi sono scelta, è stato approfondito in quegli anni? Me lo sono chiesto. Me lo chiedo. La relatrice ufficiale se lo chiede. Chiediamolo a Worden. Poi inseriremo anche questo nella tesi, tra le altre cose. E inseriamo anche Williams – Williams? Eric Williams il giamaicano, economista in cui sono inciampata tempo fa. Inseriamolo assieme a Bairoch, solo come accenni, che male non fa.
Ah, e poi il titolo! Perché PP e la relatrice ufficiale ne hanno discusso, galvanizzati dall’idea di rompere le palle alle De Beers, e concentrandosi su rivisitazioni di A diamond is forever. Io mi domando perché dovrei infastidire la De Beers – non per altro, un simile titolo non dà neanche mezza idea del contenuto della tesi, e ha dalla sua solo l’essere d’impatto come una battuta a sfondo sessuale che concerne la Chiesa Cattolica – insomma, quelle bieche strategie che funzionano sempre, ma perché devo infastidire inutilmente la De Beers?
Si è poi tornati a inquisire le fonti, con punti di domanda rossi di fianco ad alcuni nomi. “Chi è questo?” Un giornalista. “E questo?” Un giornalista. “E…” Un giornalista. Sono tutti giornalisti che hanno scritto dopo lo scandalo dei blood diamonds, molto probabilmente sulla scia dello stesso. A me non interesserebbe direttamente, ma nel rompere le palle alla De Beers vanno a indagare il suo passato – e allora, ha detto la relatrice ufficiale, problematizziamo anche questo. (Argh.)
Insomma, pagherò sangue la mia scelta di analizzare un tema così infimo e complesso. Già di mio mi perdo nelle strategie di Rhodes per giungere al tanto agognato monopolio (entra nel Parlamento del Capo, proponi una legge che dà potere decisionale a coloro che hanno il maggior numero di concessioni – come, ad esempio, capita a te – compra di nascosto i titoli della XX per poi fonderla con la tua compagnia, poi disfala e creane una nuova che viene suddivisa così e così e… tutte quelle deliranti confusioni che provengono dal fatto che compagnie diverse hanno nomi simili – e sono fatte di… Damn, mi manca persino il lessico necessario a descrivere la struttura della De Beers in inglese, figuriamoci in italiano). C’è Beit che corre su e giù per l’Africa comprando e vendendo quel che poi Rhodes suddivide e confonde finanziato da Rothschild (che disse, in visita a Rhodes, “Never allow yourself to get caught without a loose million handy.” – amo questi uomini), mentre Kruger beve latte fumando il suo tabacco extra-forte nel Transvaal. Alla guerra anglo-boera non sono ancora arrivata, ma voi potete farvela introdurre da una canzone poco di parte.
Mi commuovono, i boeri. Mi commuovono come potrebbero commuovermi i panda – delle creature in via d’estinzione che in uno scontro frontale potrebbero farti a pezzi. Sono un interessante caso antropologico, i boeri – lì, isolati, ignorando tutto quello che intanto i cugini europei si vedevano passare davanti. Vengono spesso descritti – e mi riferisco a quelli del 1800 – come un popolo rimasto nel Medioevo, che non ha mai visto l’Illuminismo. Sono un caso etnico, il risultato di uno di quegli esperimenti che dividono due gemelli alla nascita per vedere come crescono.
E poi ci sono tante parole chiave che riappaiono fino alla nausea. “Popolo eletto”, “campo di concentramento”, “terra e sangue”… Sono così tanti i paralleli tra faccenda boero-inglese e faccenda tedesco-ebrea da far girare la testa, perché le similitudini vengono tracciate per essere stravolte. In Sud Africa sono i boeri a essere il popolo eletto, ma sono sempre i boeri a essere razzisti. Durante il periodo razzista europeo, quello dei regimi, la De Beers è in mano a una famiglia ebrea (o ex-ebrea, non ricordo quando Oppenheimer si sia convertito). Poi mi domando quanti tra i tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale sono fuggiti dall’Europa siano finiti in Sud Africa – quello degli ex-nazisti in Sud America è in vecchio Leitmotiv.
Non solo il Sud Africa ha saltato a pie’ pari l’Illuminismo, ha anche bellamente ignorato il “tirare le somme” europeo e americano conseguente alla Seconda Guerra Mondiale.
Mi chiedo se, quando avrò finito l’infinito studio necessario per la tesi, avrò i mezzi per inquadrare la transizione democratica, il cosiddetto “miracolo sudafricano”, per cui quella terra “barbara” è diventata nel giro di pochi anni – su carta – una democrazia migliore di quelle europee.

Per la tesi devo scrivere un riassunto lineare dei vari movimenti succedutisi in Sud Africa fino alla scoperta dei diamanti. La parola chiave è “land” – di chi era, a chi è stata sottratta, per quali motivi era contesa – e io – come ho detto alla relatrice ufficiale – mi trovo in difficoltà, perché il riassunto storico deve essere relativamente breve, e non posso citare solo alcune delle popolazioni che vivevano in Sud Africa. Sono infinite. Ne verrebbe un paragrafo-lista. Ma non sarebbe giusto citare solo gli Zuli o gli Xhosa: o cito tutti o non cito nessuno. E poi ci sono i malesi, gli indiani, i cinesi…

De Beers, ebrei e anti-capitalisti.

Sono riuscita a litigare con il Prof. P, ossia PP, in maniera semi-produttiva.
Riconoscerete PP, se siete in università: è il professore dagli argomenti giovanileschi, da che ho visto – ma non l’ho mai avuto come professore, e probabilmente questo mi ha aiutato nel litigarci meglio.
Ho litigato con PP a causa della nota di 10 righe sul syndicate. Vi ho litigato mentre io sapevo di cosa stavo parlando, e lui invece no – perché lui l’ha tradotto, nella foga, come sindacato – lui, il mio PP che si mette a parlarmi dell’importanza della proletarizzazione nell’analisi che voglio fare (a che pensavi, PP? Ai sindacati dei lavoratori? Scommetto un diamante che sei uno di quei comunistoidi che diventano tali solo per erigersi contro i fascistoidi) – PP che non sa cosa sia il syndicate, “consorzio” in italiano, lo stesso PP che inizia la sua invettiva ammonendomi sull’uso delle parole – bisogna usare la terminologia corretta, nevvero, PP?
Mea culpa, sono stata io a portare a galla il gran dilemma: quella nota da 10 righe solleva una questione spinosa, ossia sempre la stessa giudaica questione. Andate a leggere l’ultima cosa che ho scritto su questo blog, non ho voglia di riassumere – ma ho riassunto per PP e per la mia relatrice, dicendo che questo benedetto consorzio esisteva ma mi servono 8 fonti per spiegare che non è possibile datarne la nascita – si sa, vox populi docet, che negli anni ’70 del 1800 esisteva, lo si sa vagamente; si sa con certezza che negli anni ’80 esisteva, perché Rhodes ha contrattato con questo benedetto consorzio.
PP, che ha introdotto l’invettiva con l’importanza della terminologia, incipita il fulcro del discorso dicendo che – se può essere sincero – c’è odore di teoria del complotto. Beh, PP, non è colpa mia se qualsiasi cosa che riguardi la De Beers ha quest’aura. Ma non è questo che PP intende: PP, come molti suoi simili, parte dal presupposto che se nomino gli ebrei in ambito negativo allora sono antisemita (e, nota a margine, il negativizzare a priori la De Beers è sintomo di una superficialità inaudita – come mai conosci la De Beers, PP, hai visto Blood Diamonds?), e quindi cominciamo il dibattito. Insomma, mi chiede, come si dimostrano queste cose? Io non voglio dimostrarle, PP, d’altro canto non è che ci sia molto da dimostrare: se legge una bibliografia di Rhodes troverà che era finanziato dai Rothschild, e poi troverà i nomi di Wernher e Beit – poi c’è Dunkelsbuhler, il cui aiutante era il nostro caro Ernest Oppenheimer. È colpa mia se erano ebrei?
“Ma vogliamo dimostrare che erano ebrei o che erano capitalisti?” mi chiede PP, e io sinceramente non voglio dimostrare niente (la mia tesi non è sull’apporto ebraico alla De Beers – il Consorzio a Londra in quegli anni mi serve esclusivamente per dimostrare che a Londra si è acceso interesse per il Sud Africa, mentre prima nessuno si curava eccessivamente di Colonia del Capo), perché io – io – non ho niente né contro ebrei né contro capitalisti. Lui, evidentemente, deve avere molto contro i capitalisti. E mi dice, PP, che non si può citare una fonte così, perché una fonte da sola per dire una cosa di un certo tenore non basta – e infatti, PP, la nota è lunga dieci righe perché di fonti ce ne sono 6 (più il sito di Hatton Garden, sinonimo de “il Consorzio”).
La relatrice, intanto, osserva pacifica e probabilmente divertita il tutto.
È colpa della relatrice, chiariamoci: è stata lei che, quando le ho accennato le mie connessioni tra convict labour e closed compounds mi ha chiesto se potevo attendere e spiegare il tutto direttamente a PP.
La relatrice, comunque, propone conciliatrice d’inserire da qualche parte nella tesi un appunto che suoni come: “Quella nota non ha intento antisemita”. E io mi sento stupida. E per farvi capire il perché devo sottoporvi la nota, non ancora corretta:

As Berman (320) and Kanfer (4) point out, the word “Syndicate” refers to many referents and is often incorrectly used to designate De Beers as a whole. Both Hart (138) and Knowles (207) refer to a “Diamond Syndicate” in London without specifying its origin, but recognizing it as the predecessor of the Diamond Corporation , which today is the Diamond Trading Company (Hart 138; Knowles 224). While Knowles mentions an agreement between Rhodes and the Syndicate that took place in 1889 (227), Epstein collocates another agreement in 1893, then defining the Syndicate as made of “firms [that were] interconnected by marriages and family ties, and all were owned by Jewish merchants”, among whom he lists the Wernhers, the Beits and Dunkelsbuhlers. The website of the Hatton Garden Jewellery Week (“The History”) states that already in 1880 the De Beers Mining Company sold “rough diamonds onto the world market through offices in Hatton Garden”, where in 1890 Rhodes formed the London Diamond Syndicate. The role played by diamonds in Hatton Garden dates back to the 1860s for a Hatton Garden website, similarly to what some popular websites say (“Hatton Gardens”; “Hatton Gardens for Jewellery”). On the relationship between Hatton Garden and Rhodes see also Chapman (651, 654).

L’unico antisemitismo presente è nelle intenzioni del lettore. Potrei anche eliminare la parola Jewish e lasciare che la nota si regoli con il principio intellegenti pauca, ossia: qualsiasi londinese, credo, sa cosa sia Hatton Garden. E non solo i londinesi. Anzi, vorrei andare a Hatton Garden e chiedere a un gioielliere ebreo da quanto tagliano diamanti, avendo costui che fiero probabilmente mi mentirebbe dicendomi che lo fanno dal 1860, e non dai ’70.
Probabilmente la soluzione sarà questa: eliminare la parola Jewish sì che uno StormFrontista della domenica non inciampi nella mia tesi per sbaglio per dimostrare l’onnipotenza e onnipresenza della stirpe giudaica e via discorrendo fino al New World Order.
Ma PP non si è accontentato, no. Lui voleva dimostrare la non-ebraicità della De Beers, e mi ha chiesto chi erano gli azionari della De Beers – cazzo ne so, gli ho detto in modo più polite, ma è un’informazione che si trova, e comunque – per amore della precisa terminologia – a che si riferisce? A quale azienda componente la De Beers?
Poi siamo passati al convict labour, e per amore del rompermi i coglioni PP mi domanda dove io abbia trovato tutte queste teorie complottistiche, tra convict labour e closed compounds e pass laws. Me lo domanda supponente e sfidandomi, e io gli rispondo con la peggior risposta che so dare: ipse dixit, ossia c’è negli articoli, in quelli segnati nella bibliografia da 6 pagine che ha tra le mani, e che include solo gli articoli – i libri sono su una bibliografia a parte.
Ma allora, prosegue PP, amore per la terminologia in crescendo, ma lei cosa intende con convict labour? Mah, gli dico, non saprei che sfumature abbia, so che la De Beers aveva una prigione propria e usava i prigionieri come lavoratori, che sarà mai? Ma poi, perché PP lo chiede a me? Ho diversi articoli il cui titolo include convict labour accanto alla parolina De Beers, lo chieda a loro. Ma PP, non soddisfatto, mi domanda – e, prestate attenzione, quello era il primo giorno in cui andavo dalla relatrice portandole una pagina scritta, parte dell’introduzione storica – per che crimini erano stati condannati. Tutti, PP? Cazzo ne so. Probabilmente si trova, probabilmente no. Mi chiede se erano detenzioni a vita, e a questo so risponderle: no, c’erano casi di due anni.
Poi PP conclude la sua performance mostrando il lato giovanil-creativo, e propone come titolo “Un diamante è per sempre”. Alzo un sopracciglio e gli faccio notare che è sotto copyright – della De Beers – al che mi dice che tanto è una tesi italiana, non romperanno le palle – e lo so, PP, che una tesi italiana scritta in italiano non giungerà neanche alla Svizzera, infatti è scritta – come può vedere – in inglese, e A diamond is forever è facile da riconoscere, oltre al fatto che avrei intenzione di pubblicarla. Al che PP, che vuole sempre fare il simpatico, mi dice che la De Beers potrebbe denunciarmi per diffamazione (l’amore per gli ideali anti-capitalisti viene meno in fretta: basta avere davanti a sé una persona che ti sta sulle palle e che risponde a tutte le tue domande, non facendosi abbattere – chissà se un giorno sarà lui a denunciarmi per diffamazione a seguito di quello che sto scrivendo) – non gli ho risposto che la tesi potrei venderla direttamente alla De Beers, non avrebbe apprezzato.

Comunque, tirando le somme, adesso ho una relatrice ufficiale, una non ufficiale, e anche PP che seguirà gli sviluppi della mia tesi. La relatrice non ufficiale è un’esperta in tema di Sud Africa, la relatrice ufficiale l’ha parzialmente seguita in tal campo, e PP – scopro – si è laureato con una tesi sull’African National Congress, ossia sempre Sud Africa, scrivendo poi ancora sul Sud Africa (ma ciò non lo rende più informato di me sulla De Beers, gne gne gne). C’è una vaga concentrazione di sudafricanisti a Mediazione.

Comunque, tirando le somme, ho finito il materiale. Ogni ricerca mi fa finire sempre, inesorabilmente, alle stesse centrali fonti. Qualche giorno fa, addirittura, googlando alla ricerca di dettagli, ho trovato me stessa, ossia il mio blog. Direi che posso smettere di cercare – per il momento.

Comunque, tra parentesi, sto applicando l’MLA a un saggio della relatrice non ufficiale. Gratis, sì.

Unheimliche Gemütlichkeit.

Ti accorgi di essere in un periodo esistenzialmente stressante quando, di tanto in tanto e d’improvviso, ti coglie un senso di leggerezza al realizzare che per 48 ore potrai fingere che la vita scorre fluidamente e limpidamente come un bicchiere d’acqua senza sedimento – quelli che io amo, quelli che puoi scuotere fino a staccarti un braccio e mai verranno offuscati.
La scrivania è ricoperta di libri e A4 messi assieme alla peggio o alla meglio, accatastati in un caos che sussurra:

Hai iniziato la tesi.

E mi sono già complicata la vita.


Oggi, a cinque minuti dall’inizio della lezioni, nella mia solita e amata prima fila, vedo una ragazza porsi dinnanzi a me con fare deciso, guardarmi negli occhi (e già qui io vado in panico, perché dimentico i volti e non so mai chi stia per salutarmi e chi invece mi guarda per sbaglio) ed esordire con un:
“Posso farti una domanda?”
“… Certo.”
“Perché alla mia presentazione avevi fatto quella domanda?”

Premessa.
I cicli di lezioni atte a insegnare agli studenti come si struttura e mette in atto una presentazione hanno ovviamente visto i tentativi di diversi poveri malcapitati prima di me, ognuno portante un diverso argomento.
Tra questi, la ragazza sopraccitata aveva portato la sindrome di Stendhal, che ho scoperto non colpire – non a livello significativo – gli italiani.
In un grazioso schema proiettato per il pubblico non pagante, si mostrava quindi la ripartizione per nazionalità delle persone affette da tal sindrome. Non erano molti, i Paesi coinvolti, diciamo 4 o 5, più o meno così:

Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Giappone.

La mia domanda, che spero intuirete – per farmi sentire meno isolata nella mia pazzia – verteva sulle ragioni che coinvolgevano, in un quadro tutto squisitamente europeo, il Giappone, che – a prima occhiata, e usando francesismi – non c’entrava proprio un cazzo. Francesismi a parte, credo la mia domanda fosse una cosa simile a un:
“Ma… perché il Giappone?”
A riconferma della mia non totale pazzia ho ricevuto una risposta sensata (i giapponesi hanno sviluppato, causa cultura, una sensibilità estetica simile a quella europea etc…), sentendomi soddisfatta e vagamente incuriosita – quel tanto che basta per sentirsi intellettualmente vivi ma non abbastanza per fare ulteriore ricerca.

Quindi – antenati, coevi e posteri – quante risposte può avere la domanda:
“Perché alla mia presentazione avevi fatto quella domanda?”
Mi si sta arroventando il cervello, a furia di cercare una risposta alternativa a un semplice, quasi vergognoso:
“Curiosità…?”


Ieri mi è balenata alla mente un’immagine non meno folle che mi sta torturando in dissimile qualitativamente ma simile quantitativamente modo.
L’immagine è quella di una porta aperta.
L’immagine è quella di una Kiel d’estate, nel nostro appartamento, con la porta costantemente aperta – senza motivo.
È interessante come il mio cervello, a posteriori, cerchi un motivo per cui lasciare una porta aperta – ai tempi, semplicemente, non c’era motivo per chiuderla.
Ah, idillii passati!
Il ricordo innocente ne ha fatti sorgere altri, messi nell’armadio appena tornata in Italia e lì rimasti per non infastidirmi – mi infastidisce il ricordo di serate fresche passate a giocare a carte dopo una lauta cena, accogliere il ritorno dei coinquilini con amici annessi e festeggiare il nulla – no, non servono motivi neanche per festeggiare – bevendo e ridendo.
Mi strazia, soprattutto, il ricordo di quel cielo. Il ricordo di notti estive che non erano mai del tutto buie, neanche quando – per quelle 3 o 4 ore – il sole scompariva e rimaneva solo quella vaga luce azzurra a cullarti in silenzi irreali.
È colpa di Lezione di tedesco se certe sensazioni tornano – è colpa di VB che me l’ha portato senza dirmi perché avrei dovuto leggerlo ma ripetendomi con fare saggio che avrei dovuto leggerlo.
Lezione di tedesco è uno di quei libri, come molti passati dalla mia libreria, che non posso indistintamente consigliare. È troppo marcato dalle latitudini in cui è stato ambientato per essere amichevole con un pubblico universale. È un libro che definirei tipicamente tedesco, ma il tipico tedesco non esiste, e se questo romanzo mi smuove tanto è perché è specchio di un particolarismo tedesco, di un regionalismo con cui ho vissuto per un anno, non lontano dal confine tra Germania e Danimarca.
Il senso di questo libro diventa allora il promuoverlo per far capire al prossimo Kiel. Non la città, non gli abitanti, ma tutti gli interstizi che la mano umana fatica a cambiare: la rarefazione dell’aria in un dato momento della giornata, la luce sottile e pervasiva, quasi densa, che dipinge di tonalità fredde il paesaggio piatto cosparso di un verde pungente, e di bacche il cui colorito di per sé rossastro vira verso l’oniricità del viola. I gabbiani, poi, il loro urlare straziante che perfora i timpani in una landa in cui l’abitante medio cammina come se riuscisse, per natura, a ottimizzare l’energia: non un braccio lasciato a penzolare più del dovuto, ma neanche trattenuto vezzosamente; non un’espressione gratuita, ma solo quelle basilari, incredibilmente comprensibili perché basilari – imparare (di nuovo) a comprendere il mondo per mezzo delle sfumature.
La memoria seleziona, mastica a lungo i bocconi migliori e oscura quelli peggiori, riassumendo in un attimo intenso quelle che era abitudini allora tediose. Ne sono cosciente. Ricordo anche vagamente come tutta quella pace interiorizzata fosse alienante – come tanto silenzio, nelle orecchie e negli occhi, mi facesse sentire più vicina al mondo a me circostante per mancanza di ostacoli. È una forma di solitudine, solo più vicina a quella romantica di Caspar David Friedrich che a quella disperatamente ricercata in metro a Milano.
Lezione di tedesco mi fa un quadro neutrale – neutrale per accumulo di connotazioni che, così sottili e impercettibili, non riescono a formare uno spessore sufficiente a spostare l’ago della bilancia. Né bene né male, solo: le lunghe e lisce spiagge del Mare del Nord – quel modo vago e stordente che il paesaggio ha di degradare, senza stacco netto, lasciandoti sempre nel mezzo di uno spiazzo, sotto agli occhi del mare, di Dio e di chiunque passi nel raggio di cinque chilometri.
E dei gabbiani, ovviamente, mentre i corvi ti guardano senza farsi guardare.
Unheimliche Gemütlichkeit.

Del consumo della presenza dell’assenza.

A VB ho scritto:

Vedi? Siamo veri vaccari e ci congediamo con contrizione.

Sconsiglio la visione di Brokeback Mountain (a causa di cui feci una gaffe epocale, chiamandolo Bareback Mountain – non che brokeback sia poi tanto meglio) a chiunque mantenga relazioni a distanza.
Avevo già visto suddetto film, tempo fa, e avevo anche letto il racconto da cui è tratto.
È una trama interessante, perché non è narrabile né riassumibile. Nessuno, neanche la persona più impassibile del mondo, può pretendere di risultare serio mentre narra la vicenda di due vaccari che in Wyoming si scoprono omosessuali e celebrano l’estate mangiando fagioli sotto un titolo del genere. È tragicomico – e il tragico si rivela quando mantieni rapporti a distanza.

L’SMS sopraccitato è stato mandato a VB a 10 minuti dalla sua partenza. Il contegno è tutto, antenati, coevi e posteri – troverò sempre, in ogni generazione, qualcuno che mi dia ragione su questo punto. Il contegno è tutto. Perché stavolta salutare VB – probabilmente a causa dei vaccari del Wyoming – è stato più difficile, benché lo sapessi già da tempo. Esattamente, dal momento in cui è giunta qui a febbraio. Doveva essere solo un weekend, neanche 48 ore, poi sarebbe tornata a casa e l’avrei rivista 5 giorni dopo. Ciò nonostante, non avevo voglia di farla andare via, l’ho tentata e lei – moderatamente odiandomi per questo mio offrire tentazioni – ha ceduto.
Shit happens.
E voi, mio fedele pubblico – perché anche se non scrivo per eoni ho sempre una fetta di visitatori costante, al di là di bene, male e ogni moda – per qualche poco misterioso motivo amate queste chicche di tenerezza e rimpianto.
L’autore de La società dei consumi, Jean Baudrillard, scrisse, con il fervore fatalista e profetico che scoprii dopo essere una marca della sua generazione in Francia, di come la sua società – e di riflesso la nostra, perché ha profetizzato bene – tendesse a ricreare senza sosta tutte quelle cose che inesauribilmente non riusciva a possedere. L’elenco è lungo, in gran parte intuibile, a partire dalla vita paradisiaca delle casalinghe in un’epoca in cui le casalinghe smettevano di essere tali, fino all’invenzione del cosiddetto “tempo libero”, che – se fosse libero – non avrebbe un prezzo, e invece l’ha. Baudrillard parlava, in termini foucaultiani, della significazione subita da tutti quei beni – materiali e immateriali – che vengono ricreati artificialmente perché sostanzialmente assenti nella vita quotidiana.
Su questa base mi domando spesso cosa rifletta l’accento che molte delle persone che conosco pongono sulle mie situazioni sentimentali, romanticizzandole, sentimentalizzandole, gonfiandole all’ennesima potenza con i toni e le frasi fatte che l’epoca fornisce. Un corso di letteratura e cultura italiana contemporanea mi fece notare come Testori desse ai suoi personaggi proletari un lessico che, quando lirico, veniva tratto senza troppe riformulazioni dai fotoromanzi diffusi all’epoca. Oggi sdegniamo tali prodotti di bassa lega – ci rimangono tutti i film, quello dei vaccari in Wyoming incluso, e quell’infinita, aberrante, nauseante caterva di saggi che vi spiegano come affrontare al meglio se stessi e il mondo dato il presupposto che il secondo è di merda e bisogna sapersi ingegnare per coglierne i lati digeribili.
Sono una mente semplice, e i vaccari del Wyoming – per necessità di ruolo – mi rincuorano, dovendosi esimere dal condire le loro gioie e le loro sofferenze con frasi fatte e sottolineature e categorizzazioni. Lo fa la colonna sonora, per loro, le recensioni e qualche altro dettaglio subliminale, ma si fanno apprezzare per la loro essenzialità.
Mi vengono in mente quei quadri fiamminghi pericolosamente vicini alle Vanitas, quelli ricolmi di tutti gli oggetti, l’ordine e i profumi che l’alto borghese fiammingo non poteva permettersi nella quotidianità – e così commissionava un quadro che li riassumesse. L’epoca delle Vanitas è barocca, e l’amo – l’amo perché l’horror vacui è la presenza dell’assenza di qualcosa, e mi ricorda quel qualcosa. Amo il barocco con la testa e l’estetismo annoiato di una creatura dai piaceri soddisfatti che può permettersi il lusso d’essere tediata, ma nella quotidianità – nella vita che vivi e non costruisci – preferisco l’essenzialità delle forme semplici, quell’essenza che i miei adorati romantici tedeschi lamentavano d’aver perduto lungo la strada del progresso, e che tanto invidiavano ai greci (che poi i greci l’abbiano mai avuta è altra faccenda – troppo romanticizzati, i greci).
Quando conosci una persona non hai bisogno di vederla sciogliersi in lacrime per capire che è triste – e allora, antenati, coevi e posteri, un silenzio è già abbastanza pregno di informazioni.


Nel mentre, tra lo scoprire una nuova posizione a letto e il guardare beceri film, ho avuto delle piccole soddisfazioni.

Il ciclo di lezioni atte a spiegarmi come fare un’oral presentation mi è ormai alle spalle, mentre in mano ho un foglio da portare all’esame finale che dice che il mio voto per questo parziale è 29/30.
Il foglio è una poco elegante schematizzazione dei criteri per giudicare una presentazione, e ne elenca 19, partendo dai più beceri (Effective introduction with an attention-getter, o, peggio, No spelling mistakes) fino a giungere a quelli più assurdi (Maintains audience interest in topic through the speech – non che sia assurdo di per sé, ma solo un pubblico di compratori potrebbe darti un tale feedback comprando quel che vendi). Se il mio voto è un 29 e non un 30 è perché la mia presentazione è durata 6 minuti anziché 5, e quindi accanto a Within time limits c’è una croce. Ma lo sapevo. E, dopo un anno in Germania, a fronte della rigida puntualità tedesca (benché sia un mito), non posso lamentarmene.
La soddisfazione viene dal fatto che è stato il voto più alto finora dato, e soprattutto dal fatto che la studentessa affetta da accento londinese ha preso un voto più basso (nella vita bisogna pur avere un nemico, per quanto poco credibile – io ho i britannici). Non me l’aspettavo, davvero. Ammetto di aver barato su tutti quei punti che valutano l’effettivo interesse mostrato dal pubblico nei confronti della presentazione, dato che era sull’ermafroditismo e ho proiettato gli organi genitali di true hermaphrodite. La soddisfazione viene anche dai complimenti e dall’ammirazione mostrata dai compagni, e dal fatto che sono, infine, come ricercato, riuscita a parlare fluentemente, con rilassatezza, nonostante il lungo tempo trascorso senza articolare discorsi in inglese.
Un ringraziamento a Ghiro, che mi fa sempre piacere avere come – so to speak – “supporto morale”.

La docente di linguistica italiana, invece, è fonte di scenette divertenti.
L’ultima l’ha vista cominciare a porre una domanda ed essere interrotta dal mio alzare la mano prima che – così lei ha detto – potesse finirla.
“Mi faccia almeno finire la domanda. Perché se riesce a rispondermi prima che io concluda…”
“Scusi, credevo fosse finita, magari ho inteso male.”
“Provi.”
E ho dato il giusto esempio richiesto, prendendomi la sua ammissione che posso rispondere prima che lei concluda (ma aveva concluso – semplicemente non aveva dato quelle informazioni aggiuntive che servono a suggerire la risposta).
Lo sapete, creature, sono facile alla noia – e lei è una di quelle docenti capaci di dare incredibile attenzione ma a poche persone.
Sarebbe stupendo, se ci fosse un altro centinaio di studenti.

Ho poi conosciuto la donna della mia vita (un’altra), che chiameremo AV, ufficio Informazione bibliografica, il genere di donna a cui chiedere come recuperare un libro intitolato The Story of De Beers, edizione 1939, rintracciabile in vendita solo su Amazon alla modica cifra di $66.00.

La mia relatrice, dopo 10 minuti di chiacchiere, mi ha notificato che avrei materiale per 6 o 7 tesi, e quindi devo restringere il focus – è stato ristretto e sono abbastanza soddisfatta.

Ho confezionato paccottiglia in fil di ferro, rame e ottone, chiedendomi sempre più per quale assurdo motivo mi metta a creare pezzi di bigiotteria che non indosserò mai e che non so vendere (perché me li chiedono ragazze e io, che sono pur sempre io, chiedo pagamenti in natura). Perciò ho rifilato il tutto a VB, sì che sua madre se ne liberi a qualche bancarella.
Non le ho però rifilato quegli idoli-feticci di cui sto riempiendo casa e che a breve la colonizzeranno causa invendibilità.
Il loro senso è stato il crearmi un cortocircuito mentale attorno alla variazione che il prezzo subisce a seconda che si valuti l’oggetto come pezzo d’artigianato o d’arte – che è come discutere sul fatto che i diamanti sono pur sempre just rocks. È una discussione inesauribile, perché verte sull’asse vero/falso, mentre gli oggetti significati se ne fregano di tali inezie.
Ricordo che mi vennero offerti €100,00 per una mia opera a pressati che in termini di materiali valeva meno di €1,00 e in termini di tempo mi aveva richiesto 5 minuti a dir tanto. Ricordo che non la vendetti – e, a oggi, so dire che non la vendetti perché quell’offerta non mi corteggiava.
Ho spesso, da allora, detto che il prezzo non conta (non per me, che non faccio l’artista di mestiere), e quel che creo deve finire nelle mani di chi può comprenderlo – per questo parlo di “corteggiamento”, perché voglio che il compratore mi comprenda nell’intimo come un corteggiatore dovrebbe fare (mentre da un corteggiatore non lo pretendo, interesting enough). Capisco allora il senso elitario dell’arte contemporanea, fatta per un ristretto (elitario) pubblico in grado di comprenderla.
Il corso di inglese mi sta facendo analizzare le tecniche della cd. popularization – e il come ogni volta che si scrive un testo si abbia, volenti o nolenti, un lettore ideale nella propria testa, ideale in senso neutro, perché nel caso di un testo che deve essere fruibile dalle masse il lettore somiglierà a un colletto bianco o blu la cui peggior pecca, per chi scrive, è la pigrizia. Avete mai concepito il creare come una forma di prostituzione? Oh, ormai il Leitmotiv del “commerciale=scadente” è iper-conosciuto, soprattutto nel panorama italiano. Ma è stupido e paradossale, perché è esso stesso commercializzato (se non lo fosse non vi venderebbero prodotti che promettono di rendervi unici e irripetibili e genuini ed essenziali). M’interessa più il rapporto intimo tra il creatore e il suo pubblico – m’interessa di più il lusso di poter scrivere in prima persona, e non immedesimandosi in un lettore medio vago, sottovalutato e poco spronato.
Non è un discorso così astruso, coevi, perché è applicabile alla mera quotidianità, quella ricolma di passeggiatori che – ci si lamenta – sono cloni gli uni degli altri; ossia, di passeggiatori che camminano sui passi di un osservatore ideale, massificato, e non secondo il ritmo che sarebbe loro proprio (ma esiste, questo ritmo “innato”? Me lo chiedo con Foucault e con Baudrillard).

Vi mancavo, nevvero, mio pubblico di creaturine vago, sottovalutato e da me spronato?

Della presenza dell’assenza e di altri insolvibili enigmi.

Sono scomparsa per un mese.
Un mese.
Non so quando sia stata l’ultima volta, se mai è accaduto, che ha visto una tale prolungata scomparsa della sottoscritta.
Ma ci sono ragioni per tutto, coevi e posteri, e quella che spiega la mia sparizione è così semplice da deprimere: non avevo niente di cui parlare – o meglio, tante piccole cose esauribili con una conversazione quotidiana con VB, ma nessuna grande idea o rivelazione o importante cambiamento di punto di vista da notificare.
Sono, insomma, cerebralmente morta.
Aggiungiamo la costante mancanza di tempo, e il fatto che la morte cerebrale si riflette anche in una certa lentezza e in una certa svogliatezza nello studio.
Mi chiedo, insomma, cosa ne sia di me – perché la sottoscritta che conosco è un agglomerato di carne che sta in piedi esclusivamente grazie a un groviglio di congetture e masturbazioni mentali, quindi mi riconosco poco – proprio poco – così poco che non ricordo bene neanche a che genere di prosa le mie dita si appellino quando devo comunicare al vasto mondo.
Lo sto facendo grazie al mio adorato & adorabile Emerito Canadese (l’EC, d’ora in poi – se mi ricordo), ossia – per chi non ricorda – quel professore (emerito) in pensione che tenne una lezione come guest professor in quel di Kiel a cui la sottoscritta presenziò. Quello su cui ho speso tante commosse parole – nei mesi trascorsi e stasera, quando gongolante ho notificato a VB la notizia, saltellando sulla sedia in preda a un entusiasmo che non esperivo da tempo.
Certe cose fanno riflettere – intendo, tale tipo di entusiasmo mi è stato ben lontano per così tanto tempo da avermi un po’ scombussolato, facendomi sentire un po’ come un vecchio e inacidito rancoroso alphaman della più becera fiction che s’intenerisce davanti a un cucciolo di San Bernardo.
No, non sto paragonando EC a un San Bernardo – è più di pura razza inglese, di quelle che spendono l’adolescenza in schools private con rette esorbitanti in edifici a mattoncini rossi, con un British accento fortunatamente corretto da una lunga permanenza in Canada.
Il British accento, e l’imperante scuola di stampo British, mi danno sui nervi a lezione di inglese – il corso di lezioni che dobbiamo seguire per prepararci a tenere una presentation di cinque minuti in inglese, tenute da una docente così British da farmi stringere con stizza le natiche (pardon, la Britishness risveglia la poco latente sindrome di Tourette che ospito).
Di presentations ne ho fatte diverse, a Kiel. Una parte dell’esame di Business English, quello per cui mi sono guadagnata un 1 (che corrisponde a 30), era sulle presentations. Quella portata a tal corso mi è valsa come feedback un “Your presentation was by far the most professional and meticulously researched in the whole class“. Per una di gruppo ho preparato la parte di una studentessa che è sparita all’ultimo in 24 ore.
Insomma, avrei tutte le carte per dirmi che non ho alcun bisogno di ascoltare la lamentevole cadenza British della docente, ma perché basarmi sulle mie comprovate (e valutate positivamente) capacità? Troppo facile, no?
Ho esposto alla docente il fatto che non ha specificato che genere di approccio voleva. L’American style o quello European? Il primo è più divertente, più da talk show, meno ortopedizzato, più difficile perché non lineare – il mio preferito, e quello che un docente dovrebbe spronarti a tentare quando dimostri buona volontà.
Ma la docente, ovviamente, vuole lo stile European – la docente vuole sentirmi utilizzare tutte le formule che ha doviziosamente dettato in classe (le slides non le mette online, altrimenti non la seguiamo con attenzione), vuole la più becera e noiosa introduction 4 dummies e una conclusion per decerebrati italiani svogliati (quelli che non seguono la lezione con attenzione). La docente vuole annoiarmi e vuole essere annoiata da me.
E ha un insopportabile accento British che usa per sputare saliva quando dice little.
E io so perché soffro di mancanza di entusiasmo, e di presenza di svogliatezza quando studio.
Per finire in bellezza, uno di quei deliziosi grovigli che vengono a crearsi quando la legge e i rancori famigliari squisitamente irrazionali si incontrano mi è inesorabilmente calato sulla nuca, inevitabile e folle come solo un tono aulico usato per imporre dispotismi capricciosi può essere.
Dire che non ci dormo di notte sarebbe scorretto: dormo e lo sogno, questo grumo di carne sanguinante e irata tenuto assieme dalle fatali e solenni formule giuridiche. È una tipologia di incubo che conosco molto bene, benché presentatasi in varie e dissimili forme, ma tutte accomunate dal trovarmi a dover ragionare, senza possibilità di scelta, con una persona o un ambiente troppo accecati per essere ragionevoli (cioè: per ragionare). Non che sia strano che io sia perseguitata da simili incubi: non sono che la proiezione della mia percezione del mondo, no? Voi siete dei folli che follemente seguite folli pratiche divenute credenze mezzo interiorizzazione, no? E Jan di Leida non ha concluso i propri giorni in una gabbia, circondato da una folla giudicante?
Ho sognato la stigmatizzazione sociale.
Del sogno non ricordo bene i confini, perché uno prevale sugli altri: quello che, nel sogno, ho superato – quello che fa diventare un folle criminale quello che prima era considerato un santo profeta. Nel sogno non ero una santa profetessa, solo me stessa, ma un certo sconveniente gesto aveva fatto sì che la società mi voltasse le spalle, simbolicamente uscendo in massa dalla stanza in cui ero, e lasciandomi così a contemplare il concetto di esilio.
Dirvi che tale rivelazione è agghiacciante sarebbe corretto ma inesatto: nel sogno non mi sono sentita lacerata a causa della consapevolezza improvvisa della mia solitudine ab aeternum (finché morte non vi separi), ma dall’osservare con quale facilità una mente umana possa cancellarti per preservare le proprie convinzioni.
È un sogno, dopotutto, era solo un sogno – e io dormo di notte, mi sveglio e settimana prossima ho un appuntamento dall’avvocato perché due esseri umani a me troppo vicini, quando si rapportano l’uno all’altro, diventano simili a quelle affamate bestie che trovate rinchiuse nelle gabbie e che sarebbero pronte a divorare i propri figli pur di non sentirsi più minacciate.
Odio Freud, e Foucault è la cura – ma è morto a causa dell’AIDS. (How postmodern.)