uni

Anti-isms

(Scritto ieri, postato oggi.)


Vivo in un bel quartiere.
Lo riscopro scendendo al market tenuto da cinesi che dista 30 secondi da casa mia – scendo per un’improvvisa voglia di Redbull, invero – osservando un commesso giocare a nascondino con un bambino senegalese.
Il market è un’isola a sé: tenuto da cinesi, ha una clientela perlopiù senegalese in un quartiere di maggioranza caucasica anziana con isole senegalesi.
Il quartiere è un’isola a sé: è piccolo, e ciò evita ghettizzazioni. Tutti conoscono tutti, nessuno è in numero abbastanza preponderante da imporsi (escluse le vecchiette, ma per fortuna le vecchiette hanno limitate facoltà di creare regimi del terrore, e la comunità della chiesa, ma per fortuna il cattolicesimo è obbligato a essere tollerante circa il colore della pelle), e io so che faticherei a trovare un habitat simile altrove.
A ciò penso quando sento italiani lamentare che stranieri “vengono qui, che non è casa loro, e non rispettano le nostre abitudini e tradizioni”: “casa mia” è questo melting-pot, questa è la mia abitudine e tradizione – sempre che io voglia appellarmi ad abitudini e tradizioni. Senza tirare in causa temi triti e ritriti, e che servono solo quando non si hanno migliori giustificazioni, sto bene così e non vedo perché una persona di Bergamo o di Canicattì dovrebbe avere il diritto di decidere chi devo incontrare quando vado a comprarmi una Redbull.

Hitler di Genna lo finirò perché voglio ripassare la vita di Hitler, fondamentalmente.
Per il resto, a pagina 472 di 665, lo ritengo lesivo. La prosa continua a piacermi, anche se sulle lunghe si ripete un po’, ma non è la forma in senso stretto a infastidirmi. È la forma in senso molto ampio, ossia: il quadro interpretativo in cui gli eventi vengono collocati, il modo in cui vengono rappresentati, ossia interpretati.
Mi sono domandata, leggendo, se un tedesco leggerebbe questo libro, poiché in Hitler ci sono tre tipi di personaggi: i nazisti cattivi, ontologicamente cattivi e quindi non indagabili (ossia: difficile immedesimarcisi, a meno che non si condividano le psicosi dell’Hitler di Genna – ma questo è un altro discorso); i tedeschi, come entità collettiva belante e inneggiante; le vittime, che esistono in quanto vittime.
Esteticamente, in senso né troppo stretto né troppo largo, è una bella incisione di Dürer: Genna ha fatto bene quel che (suppongo) si è preposto di fare. Il problema risiede in quello che si è proposto di fare. Intendo dire… Non credo che una visione catara & ontologica dell’Olocausto mancasse nel nostro panorama, anzi, la visione catara & ontologica è stata la prima a sorgere dopo l’Olocausto. Poi è venuta la Arendt etc etc… Di come il Nazionalsocialismo nel proprio anti-semitismo sia stato visto nei decenni che seguirono parla bene Gerwarth (l’autore di Hitler’s Hangman), il quale – c’è da dire – è uno storico. Genna è uno scrittore. È che con Genna ho la stessa impressione avuta con Binet (autore di HHhH): due persone che si sono informate storicamente in senso stretto, ossia appuntandosi date ed eventi, ma a cui manca una visione critica.
C’è da dire che Eco, semiologo-scrittore, nel suo voler rappresentare l’anti-semitismo (Il cimitero di Praga) è stato perlopiù frainteso: non gli si è dato dell’anti-semita, perché è Eco e perché il romanzo è troppo esplicitamente anti-semita per essere veramente anti-semita, è stato fatto di peggio: è stato criticato per non essere stato abbastanza anti-anti-semita. Eco avrebbe dovuto, insomma, condannare più esplicitamente l’anti-semitismo – ciò con un romanzo che entra nei panni dell’anti-semita per mostrare, passo passo, come l’anti-semitismo sia stato costruito, e sia sempre costruibile, alla stregua di molti altri miti negativi.
Genna fa questo: condanna. Lo fa approcciando i cattivi con uno sguardo disincantato, lo sguardo di chi è abituato alla violenza e la osserva a occhi spalancati, ma sembra l’abitudine alla violenza mostrata dalle precedenti rappresentazioni di un nazismo ontologicamente negativo, non alla violenza in quanto possibilità umana. Insomma: Genna vede il Male ma non vede l’Umano (e infatti il suo Hitler non è umano; chi lo sarebbe, ossia i tedeschi, viene ridotto a una massa indistinta; le vittime, umanissime, sono umane in quanto vittime).
E allora torno al mio amato Le benevole, che amo di per sé e perché, essendo stato scritto da un ebreo, non può essere condannato di anti-semitismo. Non è meravigliosamente ironico? Tra Hitler, HHhH, Il cimitero di Praga e Le benevole, quest’ultimo è quello più tacciabile d’essere antisemita. È l’unico in cui vengano portate spiegazioni logiche e non confutabili per accusare gli ebrei, senza che queste spiegazioni vengano liquidate dall’autore con la parola “odio”. Ma Littell è ebreo, quindi Le benevole è in libreria. Non è meravigliosamente ironico? Come umanità, non siamo un po’ ridicoli?

Lavoro alla conclusione della tesi, che alla fine sto modificando. Ho passato così tanti mesi su questa tesi che al momento mi manca un quadro d’insieme, e il timore è di discostarmene proprio ora, nella conclusione.
Ma sono abbastanza tranquilla.
L’ultima correzione mi ha rassicurato, ossia: relatrice ufficiale e relatore non ufficiale hanno apportato correzioni che mi sono state utili. Mi sono sentita seguita. Dopotutto, c’è un motivo per cui la Germania mi è piaciuta tanto: mi piacciono i sistemi in cui le autorità mi fanno sentire sostenuta.

Fondamentalmente, tesi.

Sulla scrivania: una lampada Ikea da tavolo dall’irrisorio prezzo, comprata mesi fa per sostituire temporaneamente un’altra lampada dall’irrisorio prezzo, sopravvissuta al trasloco e ai dettami del restyling. Eccola qui, la squadrata fonte di luce che ride in faccia alla morte.
Per il resto, la scrivania è abbastanza vuota – attualmente e in potenziale. “In potenziale”: non dovrò più riempirla di saggi in consultazione, anzi, a breve svuoterò le mensole a venti centimetri da me, quelle dedicate a “tutto ciò che concerne Sudafrica e De Beers”. Finirà tutto nell’altra libreria, tematicamente. Dopo la sezione “A.D. 1630”, la sezione “Trismegisto & co.” la sezione “norreni” e la sezione “tedescume vario”, avremo anche la sezione “Sudafrica & De Beers”. Ciò che mi spaventa è che, a differenza delle altre sezioni, questo è un capitolo praticamente chiuso. Non del tutto, ovvio. Tutto ciò che concerne compounds & prigioni & annessi rimane capitolo aperto – vedesi la sezione “Foucault”, ma l’argomento di per sé è abbastanza soddisfatto. Creepy, isn’t it?
Ho passato la serata e la nottata lavorando a capo e coda della tesi, ossia all’introduzione e alla conclusione. La conclusione è scritta, per ora, a mano su carta. Trascrivendola capirò se ha senso o meno. Sono afflitta da questi momenti di incertezze esistenziale: “Ciò che ho affermato ha senso?” Colpa del seguire sensazioni e impressioni, per poi andare a cercare nelle fonti dati che comprovino il mio pensiero, ma soprattutto che lo sfatino. So che è un modus operandi pericoloso, che si rischia di riempirsi la vita di self-fulfilling prophecies, ma per fortuna stavolta avrò due relatori e massacrarmi se ho detto cazzate. D’altro canto, se non mi fossi abbandonata all’impressione iniziale non mi sarei mai messa a scrivere questa tesi. Il tempo trascorso e le informazioni raccolte mi hanno dato ragione, e ben venga. Speriamo funzioni anche la prossima volta.
Ho discusso con VB del Grande Vuoto che seguirà la discussione della tesi. Appena finito di discuterne, non mi sono data il tempo di respirare ed ecco che già avevo stilato una lista di occupazioni tappa-buco. Intanto, ho una biografia di Heydrich da finire. Una lettura funzionale: c’è il solito racconto-lungo/romanzo-breve che voglio scrivere, e mi servono informazioni. Ma aprire il capitolo “Heydrich” è stato come aprire una diga: sono di nuovo piombata nel tedescume vario. E non solo perché sto leggendo Hitler di Genna. Ho anche pensato che mi comprerò il Mittner riguardante la letteratura del periodo nazista.
“Il Mittner” è una di quelle cose che troverete in un qualche gruppo di Facebook sul genere “Cose da germanisti”. “Il Mittner” sta a “Storia della letteratura tedesca di Ladislao Mittner”, un’opera che ti fa pensare a una di quelle vite romanzate spese in polverose biblioteche per completare un’opera monumentale – come questa Storia della letteratura tedesca è. Mittner ha poi un suo stile che ti ci fa affezionare, e che sa essere gradevole. È uno stile datato – quest’uomo è nato nel 1902 – con l’autore che commenta paternalisticamente ciò di cui scrive. Il Mittner mi ha insegnato cosa sia una “teodicea” – e tanti altri termini che ora non ricordo, e che ai tempi segnai a fine tomo (uno dei tre) per farmi una cultura.
Tutta la presente acrimonia italiana nei confronti del tedesco ha fatto rinascere i miei ricordi germanici. Non che li avessi veramente rimossi, chiariamoci – la mia nostalgia se ne sta lì quieta, un po’ tragicomica, risorgendo ogni tanto in maniera più acuta – diciamo che mi ha portato a interessarmi nuovamente attivamente alla faccenda. O forse la colpa è di quel sogno che feci, quel sogno in cui mi parlavano in tedesco, io non capivo nulla e ciò mi faceva disperare.
Ieri sera sono inciampata ne Le iene mentre facevo altro, e nella mia attenzione dimezzata ho colto il commento di un asiatico (no, non ricordo da dove venisse) sulla delusione che l’Italia ha rappresentato per lui. Come al solito, a colpirmi sono stati i dettagli: la sua delusione nel constatare il mancante civismo dell’italiano, insomma. Poco prima mi ero trovata ad assistere a una ripresa del nostro Parlamento riunito, ossia ad assistere a una folla di persone in silenzio mentre un’altra parlava, una folla di persone occupata a: utilizzare il proprio cellulare, parlarci, chiacchierare l’una con l’altra ridendo, leggere fogli annotandovi appunti, muoversi tra una fila e l’altra come io mi sposto da un tavolo all’altro a una festa. Tutto questo mentre un parlamentare parlava. Come al solito, data la mia abissale ignoranza, mi sono detta – e mi dico – che c’è qualcosa che non so. Non qualcosa a livello antropologico, ma qualcosa che spieghi perché è lecito fare tutt’altro mentre un parlamentare espone una posizione. Una spiegazione logica, burocratica, strutturale. Ma, anche se ci fosse, che comportamento si trova a emulare il cittadino che osserva una tale situazione?
Sono così piombata nel mio solito fatalismo, questa volta dicendomi che è inutile discutere di tutti gli altri problemi politici ed economici se alla base c’è un Parlamento che si sente legittimato ad agire così. Lo so, coevi, in fondo è una questione di forma: ma è grazie alle questioni di forma che in Germania riuscivo a capire cosa stesse dicendo il docente, la cui voce non era coperta da un brusio, e grazie alle questioni di forma in Germania le lezioni prevedevano una costante interazione tra docente e studenti, e questo anche perché gli studenti non passavano il tempo chini sul proprio cellulare.

Il 20 aprile, se la mia relatrice non mi dice che c’è un enorme problema strutturale nella mia tesi realizzato grazie all’ultimo capitolo che le ho consegnato, discuto la tesi. La gente mi chiede se non ne sono felice e, beh, in realtà no, ne sono sollevata – che comunque è una cosa enorme, dato lo stress degli ultimi mesi. Il giorno in sé si prospetta, ma solo nei piani, come un mezzo inferno, per un motivo che per una volta non ho voglia di spiegare. Per una volta non scriverò qualcosa a causa della non voglia di rodermi il fegato pensando a come potrebbe essere intesa, a che conseguenze laide e collaterali potrebbe avere, etc etc, dicendomi che se proprio deve uscire da me allora lo farà in diretta. È la prima volta che riconosco con me stessa una tale bieca arrendevolezza, la prima volta che ometto – questo blog ha il senso di un diario pietista, quindi è la prima volta che lo faccio venire meno al suo senso – la prima volta che vengo palesemente meno a un mio buon principio, e quindi sono pubblicamente condannabile, eppure non faccio nulla – al momento – per rimediare al peccato. Ci sono poche cose che mi fanno sentire più di merda – e anche quelle sussistono, in questo periodo. È proprio un periodo di merda, l’ho detto? Per fortuna ho la tesi a cui lavorare per distrarmi. Poi probabilmente m’impiccherò.
In ogni caso, venga chi vuole. Mi si contatti per informazioni sul preciso dove/quando. Sinceramente, trovo poco sensato sbattersi per assistere a quelli che saranno credo 15 minuti di formalità, soprattutto considerando il fatto che non sto organizzando nulla per festeggiare. L’unica cosa che so è che, dopo, berrò. Credo.

Monsieur le Vivisecteur, riferimenti per radical-chic estremi e altre quotidianità.

Oggi mi sono recata in università recando con me 9 pagine della tesi (che nella tesi viene chiamata “elaborato finale”) scritte in due giorni.
(È bello calcolare in giorni di scrittura. La tesi sarà una sessantina di pagine, quindi in teoria potrei scriverla in due settimane – questo non calcolando i giorni spesi per ricercare materiale, studiarlo, ma soprattutto dannarmi. Ebbene sì: sono anche io giunta a quella sgradita pratica che consiste nel dannarsi, pratica più impegnativa di quanto immaginassi – ma per fortuna anche questa fase è passata.)
La mia Relatrice Ufficiale (RU) è apparsa per mettermi tra le mani le precedenti 5 o 6 pagine che le avevo consegnato settimane fa, sì che io potessi intanto dare un’occhiata alle correzioni.
Le correzioni erano questioni di stile. Il resto andava bene. Ma non è questo il punto.
Le correzioni erano state fatte dal Relatore non Ufficiale (RnU), come ho potuto comprendere riconoscendo la sua calligrafia dalle “T” che sembrano “V”, e come poi RU ha confermato. Il RnU è quello con cui ho litigato a causa del Consorzio – e quando dico “litigato”, non intendo “mi sono moderatamente opposta”, né “sono uscita urlandogli insulti”, bensì proprio un sano e serio “litigato” – l’ultima e prima volta che ci ho parlato. (Il RnU è un professore, ma un professore che non ho mai avuto.)
Dopotutto, se ho tre relatori c’è un motivo: una è quella Ufficiale, la seconda è quella che sarebbe stata Ufficiale se non fosse in pensione (essendo LA esperta del Sudafrica), il terzo è pop-uppato sicché io potessi litigarci, fargli credere di essere anti-semita, e lui potesse farmi credere di essere un no-global radical-chic.
Ma comunque.
Comunque sono entrata nell’ufficio dopo qualche minuto trovandomi in una di quelle graziose scene da film che contengono:
– 1 tavolo;
– 1 interrogato;
– 1 soggetto rappresentante l’autorità che parla con l’interrogato;
– 1 soggetto rappresentante l’autorità che sta a lato del tavolo in silenzio, fissando l’interrogato.
Quando dico “in silenzio”, non intendo “ci si scambia convenevoli e nulla di più”: intendo proprio “in silenzio”.
La persona in silenzio era RnU, ossia colui che mi ha corretto le 5 pagine della tesi, e a parlare era RU.
Ora…
Perché?
Intendo dire, al di là della scenetta pittoresca da interrogatorio (tenete a bada l’immaginazione: è stato un interrogatorio cordiale e piacevole, che per una volta non mi ha rispedito a casa con mille correzioni da fare), seriamente:
“Perché, se è stato RnU a correggere la mia tesi, è RU a parlare con me, mentre RnU sta in silenzio a fissarmi?”
Perché?
Perché mi sono trovata a fare due domande su correzioni che non capivo (colpa delle “T” che sembrano “V”) a RU, e RU mi ha pure risposto, se è stato RnU a scriverle?
Perché?

(Ringraziamo Ghiro, che ieri mi ha gentilmente aiutato a migliorare le ultime 9 pagine scritte – infiniti ringraziamenti da parte mia, del correttore e della mediatrice.)

Le 9 pagine oggi consegnate contengono tanta robaccia noiosa che io adoro. Si tratta nello specifico dell’amalgamazione delle società diamantifere prima nella De Beers Mining Company Ltd. (abbreviata in DBMC) e poi nella De Beers Consolidated Mines Ltd. (abbreviata in DBCM). Non so chi le correggerà, se RU o RnU, ma si divertirà – a distinguere DBMC da DBCM, a districarsi in un labirinto di “Kimberley (città)”, “miniera Kimberley”, “Kimberley Central (società)”, “miniera De Beers”, “DBCM”, etc… Si divertirà anche a capire come tradurre “diamond merchant director” e “share transfer office”, per cui ho fornito delle possibili traduzioni (gentilmente offerte da persone su Facebook), ma di cui non so la traduzione esatta.
Probabilmente non si divertirà, limitandosi a correggermi lo stile. L’argomento è specifico – troppo specifico – e io così mi sento a mio agio.


Per rilassarmi, leggo Hitler’s Hangman: The Life of Heydrich, una biografia di – indovinate indovinate – Heydrich. Mi mancava l’approccio del germanista proprio dell’autore, lo ammetto. Mi mancava qualcuno che prendesse con le pinze l’argomento, qualcuno che – come detto nell’introduzione – usa una cold empathy come biografo, evitando sia giudizi che una sterile analisi – o tentando di fare ciò.

Hitler di Genna mi sta nauseando. La prosa è stupenda, veramente stupenda, ma il contenuto è un assommarsi di cliché sfrenatamente abusati. Un esempio tra mille è dato dal fatto che Röhm, storicamente omosessuale, non può essere semplicemente omosessuale, deve essere un’omosessuale che ama fustigare giovani ariani. A Hitler piace farsi urinare in bocca. Scommesse su quale deviazione sessuale toccherà ad Heydrich? Scommetto sul sadomasochismo – ok, ok, sto giocando facile… Il punto è proprio questo: Genna gioca troppo facile.


Da quando la mia Relatrice non Ufficiale (quella in pensione), osservando un paio di miei sandali indossati quel giorno da VB, ha chiesto “Ma non sono un po’ leghisti?” sento l’irrefrenabile impulso di indossare qualcosa di nazifascista quando vado in dipartimento.
Ora, sulla domanda della Relatrice non Ufficiale ci sarebbero due commenti da fare:
1) Quando indossavo quei sandali in Germania – dove li ho comprati – mi veniva detto che erano “molto da gladiatore” (?).
2) Avrei voluto vedere la faccia della Relatrice non Ufficiale quando VB le ha risposto con cadenza e accento laziali.
Di fatto, i sandali assomigliano a questi, quindi in realtà qualsiasi cosa può essere vagamente leghista o nazifascista o sudista o maoista o qualunquista.
Io amo giocare sottilmente, e così oggi ho indossato un triskell norreno, versione appuntita di quello – più famoso – celtico, in un gioco di riferimenti che richiede la conoscenza della cultura norrena, del neopaganesimo e delle sue versioni di estrema destra scandinave per vederci qualcosa di vagamente nazifascista.
Ok, lo ammetto: gioco con me stessa.


La cold empathy richiama subito alla mente Monsieur le Vivisecteur, appellativo che Musil si diede nei propri diari.
I diari sono questi.
E non riesco a trovarli, neanche usati.
Se qualcuno me li recupera – venendo poi rimborsato equamente – prometto che farò l’imitazione di Hitler, tono stridulo da gallina strozzata compreso.

Cultura e pesticidi.

Mater & VB sono fuori a fare shopping, EM pulisce camera mia chiacchierando con me e le bestie parimenti.
Avete letto?
Camera mia.
Ho di nuovo una camera, insomma.
Una camera che in realtà è double-faced, ed è o camera o studio a seconda del fatto che il divano letto sia in formato letto o in formato divano.
Ho una stanza, insomma, e finalmente una scrivania agibile, e librerie e un luogo morbido su cui distendermi.
Ho anche una doccia enorme con soffione d’ampia circonferenza che lascia cadere una dolce pioggia calda sul mio cervello stressato, ogni sera.
Ho anche altre cose, ma non voglio fare diventare questa faccenda un remake di Fight Club.
Diciamo quindi che ho una tesi da finire di scrivere, e un immenso stress derivato. Lo stress non deriva dalla tesi in sé – amo l’argomento in modo quasi sessuale – ma dalla triangolazione sottoscritta-tesi-relatori, anche considerabile come sottoscritta-tesi-dipartimentoanglistica, e forse considerabile più genericamente sottoscritta-tesi-comunitàricercatoriattuale.
Vi porto un esempio.
I relatori (vi ricordo che ne ho in abbondanza, come una paziente particolarmente problematica) hanno deciso che il terzo capitolo della tesi riguarderà, per concludere, il “capitalismo razziale” in Sudafrica. Tale forma di capitalismo sorgerebbe, secondo alcune fonti – la maggior parte, invero – nel periodo della formazione della De Beers. Un’altra fonte, però – che ho appena inserito nella tesi per farmi odiare meglio – smonta il razzismo come spiegazione portando dati, più precisi, che dimostrano come il formarsi di una società di classi corrispondenti a diverse “razze” in Sudafrica sia stato in parte incidentale.
È una sfumatura, e lo so – Dio e il Diavolo stanno nei dettagli.
L’Hitler di Genna, invece, non sembra un dettaglio.
Genna – nel romanzo Hitler – sembra aver voluto creare un Hitler ontologicamente malvagio. Non so se ciò mi compiaccia o infastidisca. (Forse, in effetti, dovrei prima finire il romanzo.) Mi infastidisce il suo ricondurre ogni pensiero di Hitler agli ebrei. Mi infastidisce perché tanta presenza ebraica non è accompagnata da quel processo di immedesimazione rifilato biecamente al lettore che faccia al lettore comprendere da cosa l’antisemitismo nasca. Littell l’ha fatto. Eco l’ha fatto – l’intero Il cimitero di Praga è ciò: la riproduzione della nascita di un mito negativo.
L’Hitler di Genna odia gli ebrei con tenacia perché odia gli ebrei con tenacia. Come si possa giungere a odiare tanto una categoria non è spiegato – non è spiegabile, suggerisce Genna a inizio libro, e mi ricorda quel famosissimo sopravvisuto all’Olocausto, di origine ebraica, e il cui nome ho finalmente rimosso (giacché mi sta sulle palle), che… Elie Wiesel. Ecco, lo ricordo di nuovo. Comunque, Elie Wiesel che proclamò l’Olocausto come male ontologico e quindi inspiegabile per poi passare gli anni parlando dell’Olocausto. Oh, odio Wiesel. Ma non lo odio con tenacia perché lo odio con tenacia – ci sono sempre motivi.


La mia stanza è la Stanza B&W.

Ricordo di aver visto, da piccola, un film tratto da Il mago di Oz. Credo fosse così, ma forse era tratto da tutt’altro. Non importa. Ricordo una scena in cui la protagonista si trovava in una stanza ricolma di oggetti rossi. Oggetti di ogni forma, foggia, stile, uso e non uso, tutti inevitabilmente rossi.
Non so perché tale scena mi colpì, e intendo: a tutt’oggi non so cosa di tale molteplice manifestarsi di un singolo colore mi affascini. Però mi affascina.
Quindi:

La mia stanza è la Stanza B&W, passando da varie tonalità di grigi. Volevo e sto realizzando una mescolanza di forme semplici, elementari, con forme barocche e kitsch. Amo il kitsch. Lo amo da radical-chic. Ma comunque.
Poi c’è la cucina-salotto, che è viola – con screziature verdi che vengono comparendo.
C’è il bagno – quello con la doccia masturbatoria – rosso.

Non ricordo, invece, da cosa provenga il mio morboso amore per una casa fatta di stanze a tema-colore. Forse è un semplice vezzo, capriccio, gusto dell’inutilità che si celebra.

EM mi ha consegnato una tazza grigia dicendomi che era un posacenere per me – me l’ha portata perché era grigia, e ora giace a venti centimetri da me.


Sulla scrivania: una tazza che doveva fungere da posacenere e che funge da contenitore per pout-pourri, una lampada Ikea comprata come lampada di backup e che tenace è sopravvissuta guadagnandosi il primato, il posacenere moderatamente vuoto, la tazza che conteneva caffè, saggi e saggi e saggi per la tesi. E il netbook, ovviamente, in cui travaso appunti ricavati dai saggi.
Potrei scrivere quattro o cinque tesi, con il materiale che ho.
L’attuale, una sulla formazione della De Beers Consolidated Mines Ltd di genere “alta finanza spinta”, una sul Syndicate (e questa sarebbe abbastanza utile, in quanto ho abbastanza materiale per ricostruire almeno parzialmente le parabole dei singoli membri), e poi, a caso, su sotto-argomenti varii e già studiati in abbondanza.
Quella che sto scrivendo non contiene informazioni eclatanti. Credo sia una tesi di tipo “ri-organizzatorio”. Per questo litigo con la relatrice: lei vuole che io elenchi la ricerca finora svolta da altri, io tendo a usare questa ricerca come base per una nuova lettura. Metto ordine, rispolverando il post-strutturalismo – sepolto, negli anni Novanta, dai cultural studies.
E poi, ovviamente, litigo con i relatori perché loro sono più radical-chic di me e lo ammettono meno.
Litigo perché Rian Malan (My Traitor’s Heart) è la mia bibbia sul Sudafrica, e Rian Malan non dà ragione né preminenza a nessuno. Lui è arrivato a tale eletta posizione procedendo scarto dopo scarto: quando non gli è rimasto più nulla in mano ha potuto utilizzare tutto.
Litigo perché davvero non me ne fotte un cazzo delle differenze tra esseri umani. Davvero. Tutti uguali. Non mi serve una letteratura che decostruisca una mia visione eurocentrica, o biancocentrica: siamo tutti fottutamente esseri umani. Perciò mi tedia il sottolineare le “storie non narrate” delle minoranze/maggioranze sottomesse nel corso della storia: non ho bisogno di rintracciare la singola e singolare storia di un individuo per capire che siamo tutti individui.
Ho fatto un giro di boa, e ci rimetto io. È colpa di Malan. È stato Malan a farmi capire che, di base, la sottomissione di un popolo e la sua stigmatizzazione non sono frutto di idee culturali, ma di necessità. È stato Malan a farmi capire che il “salvare l’identità altrui” ha il fortissimo limite della propria, di identità, ossia: “che i Vattelapesca prosperino con la propria cultura – fino a che non la impongono a me”. Sono figlia di una cultura che riconosce, almeno formalmente, l’uguaglianza in potenziale di tutte le persone, ossia pari opportunità. Non è questione di decidere se la mia cultura occidentale con i propri “valori fondamentali” sia più rispettosa e civilizzata di quella di una cultura che prevede caste. Non è questo il punto.
Il punto è che, molto semplicemente, non ho alcuna voglia di rinunciare alle pari opportunità. Quindi, che i Vattelapesca – tanto vessati dai colonialisti europei per due secoli – prosperino con la propria cultura che prevede caste, ma che non prosperino abbastanza da sostituirsi alla mia cultura. Per questo – anche per questo – “cultura” è il termine sbagliato: si tratta semplicemente di privilegi che si vogliono conservare, non di quale cultura sia migliore.


Hitler di Genna mi è insopportabile, a tratti, perché il suo Hitler ha come lati peggiori i miei lati peggiori. Lo com-patisco – e mi angoscia – e non perché ciò significa che sterminerò 6000 cinesi, ma perché i miei lati peggiori paiono risultare ottimali a uno scrittore che vuole rappresentare una “non-persona”.
Grazie, Genna.


Per continuare a fare la figura dell’antisemita di turno che non sono, litigo con il relatore che mi chiese dove fosse scritto che i membri del Syndicate erano ebrei (in molteplici fonti, per la cronaca). La mia è una lotta all’ipocrisia e all’ignoranza: il relatore non apparirebbe così stupito da tale nozione se fosse un germanista. Se fosse un germanista, cognomi come “Dunkelsbuhler”, “Mosenthal” e “Lilienfeld” (nonché “Rothschild”) in ambito inglese in quell’epoca gli suggerirebbero qualcosa. Ma è dall’Olocausto che collegare l’ebraismo all’alta finanza risulta antisemita (e nessuno considera la mia sana invidia dell’ebreo).
In effetti, il motivo di base per cui mi sono incaponita sul Syndicate è degno del mio essere polemica: il Syndicate era composto in maggioranza di ebrei, il Syndicate ha permesso la formazione della De Beers, la De Beers ha inventato i compounds (“campi di lavoro”) e sempre a Colonia del Capo, sempre gli inglesi, si sono inventati i progenitori dei campi di concentramento (per i boeri).
Quindi, avvicinando i due estremi di questa equazione, ne viene che è stato anche grazie a un cruciale gruppetto di ebrei danarosi che caterve di ebrei sono morti sotto Hitler.
Insomma… Non è gustosamente ironico?

Divara e altri sogni&incubi sopiti.

Treno, galleria.
Non so quando posterò ciò che sto scrivendo. Oggi è il 1° giugno –
il giorno seguente all’esame.
Ho preso 29, creature – ho preso 29 anche se ne nella traduzione avevo preso 18. Non so come ho fatto a prendere 18 nella traduzione. Intendo: nel saggio scritto subito dopo ho preso 28. Ok, odio tradurre, ma tra un 18 e un 28 c’è di mezzo la differenza tra due persone. Psicopatia? Comunque, la docente ha deciso di ignorare quel 18, poco indicativo secondo lei delle mie capacità, e mi ha dato 29.

Ho aperto questo file, denominato “lj”, perché sono di nuovo su un treno.
E potrei adesso scrivervi:
Ho preso 28, creature – ho preso 28 anche se l’assistente, che mi ha interrogato, mi aveva dato 26.
Ma poi la docente che tiene la cattedra, quando mi sono alzata, mi ha chiesto quale voto avessi preso. 26, le ho detto, perché non ho saputo rispondere a una domanda causa vuoto – rimuovo in fretta liste di tipologie di testo arbitrarie. La docente ha detto all’assistente di mettermi 27 (sul libretto su cui l’assistente aveva già scritto il voto) – no, 28, ha detto, mi mettesse a 28. Me lo meritavo.

… E lo riprendo in mano, a casa, di notte.
Il Dio Che Ride non vuole che io scriva su treni.
L’altro giorno sono stata interrotta da un controllore che mi ha eletto ad aiutante-di-vecchietta-zoppa-con-trolley, che ho aiutato con il bagaglio nel cambio del treno e che poi ha mi ha deliziosamente intrattenuta con i suoi commenti cinici da milanese d.o.c.
Ed eccoci qui.
Stavo per scrivervi qualcosa circa quei voti.
Stavo per scrivervi:
Beh, creature, se entraste nella mia testa vedreste – nella smoderata sincerità che ho con me stessa – che esistono solo tre voti:
1) 30 e lode
2) 30
3) Il/la docente e io che abbiamo idee troppo contrastanti e quindi vengo sbattuta fuori dopo aver urlato un’invettiva ideologizzante (mai successo).
Il 30 è la base e la lode il buon voto. Tutto il resto è sconfortante. Quindi, il 29 e il 28 sono sconfortanti (il 29 meno, dato che rinomatamente gli esami di lingua inglese sono puttane).
Non posso pretendere che qualcuno mi capisca. Non mi capisco neanche io. Forse i voti vengono dati così a caso (perché gli esami non esaminano quel che dovrebbero) che non vi confido. Mah? Mah.


Stanotte ho fatto un sogno erotico di un’intensità inaudibile che aveva come protagonista Divara rediviva.
Divara rediviva è Jael Phelps.
Jael Phelps è la ragazza sulla destra nel video che vi linkai tempo fa – quella dal sorriso e dalla risata celestiali.
Quella che non è bella ma è meravigliosa.
Quella che, nel frattempo, ho addato su Facebook, chiedendole se potevo porle delle domande. Mi ha spronato a farlo. La prima domanda teologico-epistemologica è stata posta, ma Jael non mi ha ancora risposto – mi chiedo se mi abbia forwardato a nonnino Fred.
Non le ho posto una domanda teologico-epistemologica per metterla in difficoltà. E neanche perché voglio diventare parte della Westboro Baptist Church.
Mi sono dannata per cercare di spiegare perché io adori questa donna, e non ce l’ho fatta. Sparerei a chiunque la relega facilmente nel ruolo di fanatica traviata da un gruppo di invasati – quindi, come al solito, sparerei al 95% di voi. Beninteso, non vi sparerei perché reputo tale facile catalogazione un insulto all’analisi e all’applicazione dell’intelligenza (quella che fa ragionare con logica, non quella di chi si sente intelligente perché ripudia Dio pensando che il mondo sia diviso in dementi religiosi e in ragionevoli tutti-gli-altri), ma perché Jael è sopra a tutti voi. Non perché sia più intelligente, meglio illuminata da Dio o chi per lui, o perché sia – in generale – un “qualcosa” che possa essere paragonato a ciò che compone le vostre personalità.
Jael è sopra a tutti voi perché ride. Il Dio Che Ride apprezza ciò, ovviamente. Il Dio Che Ride, Jael e Rimbaud mio ospite condividono questo ridere di cose senza darsi noia di spiegare cosa li faccia ridere.
Ora, è molto probabile che io abbia una cotta concettuale per Jael perché, da brava cinica da fumetto, sono entrata in quella fase in cui reclamo una purezza perduta. Può darsi. L’idea di una purezza facile, ossia della purezza di un Eden che non viene messo alla prova da niente e tende quindi più verso la beotitudine che verso la beatitudine, mi annoia. Mi sa di bidimensionalità.
La chiesa a cui Jael appartiene, invece, vive in un mondo creato da un Dio collerico e minaccioso, in cui il 99% della popolazione si scaglia contro di loro. Andate sulla pagina Facebook di Jael e leggete i commenti che le vengono lasciati, per farvi un’idea. Ma tanto potete immaginarli. Li potete immaginare perché anche voi molto probabilmente li fareste.
Ho bisogno di una purezza irriverente. Prendo Jael e mi rendo conto del fatto che è ciò di cui avevo bisogno per Pater Noster, un racconto vecchissimo nato da un sogno e che ho ripreso in mano da poco. La infilo in Pater Noster e lei diventa simbolo massimo del Nemico e oggetto bramato dal protagonista al contempo. Jael che è uno strumento affilato, e farà rilucere l’ideale che promulga. Questo in lei rimiro, non l’ideale. Così le scrivo con gentilezza e rispetto la mia domanda teologico-epistemologica, insinuando una briciola dell’unico peccato che la sua chiesa non ha estirpato: la vanità.
Perché, ricordate, i membri della Westboro Baptist Church sono i giusti, mentre voi andrete all’inferno.
Così scrivo a Jael che scrivo proprio a lei perché è in lei che, più che in ogni altro membro finito in un video, vedo Dio. In lei. Non nel decrepito e onorato Fred. Non nell’alphawoman del gruppo, Shirley. Non in Megan, l’amica che tanto adora, più vecchia di lei.
No, il Dio (Che Ride) è in Jael. È nel modo in cui sorride, nelle labbra e negli occhi, e glielo scrivo.
Non perché voglio che la vanità la faccia tentennare per poi distruggerla. No. Vorrei che crescesse in lei fino a farla divenire luminosa come un profeta auto-eletto – con il mio zampino.
… Ma Jael non mi ha ancora risposto, e mentre attendo – da cinico che si dà alla follia della ritrovata purezza – faccio sogni erotici con Jael, in cui tutto il picco erotico è il modo in cui ride mentre lascia che mi sieda così vicino a lei e le cinga la vita con un braccio.
Forse ho dato all’ironia un ruolo un po’ troppo centrale nella mia vita.
O forse sono una vecchia pervertita.

Nel frattempo, per immedesimarmi in me stessa, organizzo la mia vita in modo da ospitare fanciulli e fanciulle (tutti maggiorenni, autorità, da più o meno tempo) accomunati dall’essere deliziosamente desiderabili. Pregusto l’averli zampettare per casa nel caldo luglio, ospiti miei ma liberi e spronati a sentirsi a casa propria, perché li voglio deliziosamente a proprio agio, liberi di essere quel che sono fin nel più secondario, infinitesimale gesto. Pregusto le forme dei loro corpi contro i miei mobili e il fluire dei discorsi – perché, coevi e posteri, queste creature hanno una bellezza da romanzo, ossia quella esteriore che fa da simbolo a quella interiore. Oltretutto, sono delle creature perverse polimorfe. Serve altro? Ah, sì: leggeremo ad alta voce Rush in Peace.

Rush in Peace procede. Questa sera sono state scritte altre cinque pagine a quattro mani, tra cui un pezzetto che doveva completare il 34° capitolo, e così siamo al 35°.
Nel mentre, mi sono imbattuta in V, una rara creatura che sta scrivendo un romanzo cyberpunk (Cedimento strutturale) a quattro mani con un amico. È una creatura eccezionale perché sta portando avanti un massiccio lavoro di marketing per poter poi vendere l’opera finita (a settembre), la quale è la risposta a un altro must: trovare ogni anno un modo di racimolare soldi da dare in beneficenza. Quest’anno è toccato a un romanzo anziché a una cena o a uno spettacolo teatrale. E questo – il fatto che il romanzo sia in parte il mezzo – mi fa sorridere. Dona al tutto una certa nonchalance.
V è anche una creatura simpatica, e scommetto che – di persona – è una di quelle persone che definisci “carismatiche”.
V ha anche un occhio di falco ed è stato eletto B-reader di RiP – ma questa è un’altra storia. È la storia che vuole che i miei collaboratori siano, di fatto, professionisti già fatti e finiti. Ho, insomma, dei padrini di cui vantarmi. Devo e voglio vantarmi del fatto che siano stati così tanto coinvolti da RiP, perché i giudizi che più tengo in considerazione sono quelli delle persone che stimo.
Nel frattempo, RiP è giunto alla soglia di 50 fans, a cui se n’è aggiunto uno che ho conosciuto dandogli del maschilista retrogrado stupido. Poi dicono che la sincerità non premia.
Ho anche fatto due passettini – due contati – per passare alla fase di divulgazione di RiP. Perché per ora – esclusi quei due passettini – mi sono veramente poco data al cercare gruppi in cui spargere la voce, preferendo dedicarmi ai singoli.
Da una parte so che un “like” in più alla pagina, anche se non sentito, non fa che aiutare il progetto. Dall’altra, quando ho visto che un tedesco si è unito ai fans, ho alzato un sopracciglio.
Fatto sta che non ho ancora chiesto a nessuno di apporre il suo “like” alla pagina di RiP per aiutarmi. Ho chiesto, per aiutarmi, di dare un’occhiata alla pagina e, se ispira, di aggiungersi alla lista di fans e chiedermi i primi 21 capitoli da leggere. C’è una sostanziale differenza in quanto a sbattimento tra la prima e la seconda opzione, ne sono cosciente – e sono cosciente del fatto che la seconda porta semmai a un’evoluzione molto più lenta. Lo so come so che un centesimo dei lettori leggerebbe questo blog se chiedessi, come controparte, di lasciare un commento.
Fatto sta, creature, che devo prima finire di scriverlo. Finché non l’avrò fatto, temo, non saprò che voglio farmene. Nessuno mi corre dietro, e così posso concedermi il lusso di contare sui singoli lettori che apprezzano e quindi fanno circolare la voce. È il lusso della voracità di un feedback trasparente e “sincero”. Ho ripreso in mano RiP sentendomi entusiasmare dal fatto che era stato iniziato senza vincoli – nessun pubblico da compiacere, nessuna regola di genere da seguire in vista di un compenso – e quindi non voglio che RiP si sottometta ai meccanismi del marketing mentre lo scrivo. Lo rovinerebbe, credo.
J, davanti a una birra e un bicchiere di vino (la prima mia e il secondo suo – ma, ovviamente, dato che non esistono preconcetti, a lui era stata servita la birra e a me il vino) mi fece notare come RiP fosse un’opera unica. Ora, questo può essere un bene o un male. Può essere un male come è un male non appartenere a nessuna minoranza vivendo in un Paese il cui multiculturalismo dà diritti in base alla minoranza a cui si appartiene (ciao, Inghilterra). Può essere un bene perché viviamo benedetti dal paradigma dell’unicità, almeno in astratto.
So che non voglio – e finora non mi è successo – vedere RiP masticato da commenti che ne valutano il grado di fantascientificità. Da quando leggo anche letteratura di genere – perché voi, maledetti amici della sottoscritta, scrivete spesso di genere e quindi per seguire voi seguo il genere, l’odiato genere, terreno che raccoglie il più lurido ozio del lettore – inciampo spesso in recensioni che spiegano come mai un’opera X sia fallimentare come giallo/noir/fantascientifico/rosa/whatever. Mi agghiaccia. Cioè, penso un esorcizzante “Chi se ne frega, di grazia, di quanto abbia seguito le regole di un genere?” ma sono agghiacciata.
Mi viene alla mente C e il suo mal tollerare questa società in cui tutti si sentono scrittori e critici. Scrissi a C che vivevo in un interstizio, lo stesso che occupa il suo pensiero: sono fermamente per la posizione che vuole che ognuno abbia il diritto di sviluppare il proprio potenziale, anche il serial killer pedofilo comu-nazista, al punto che odio dover mettere quell'”anche”, ma al contempo rabbrividisco al vedere Emeriti Sconosciuti parlare alle masse come fossero Oracoli della scrittura e della critica.
Mi fa mettere me stessa in questione, chiedendomi se non lo faccio anche io. Dopotutto, se qualche tempo fa scrissi di come volessi vedere Rimbaud pisciare addosso agli scrittori della domenica che si elevano a Gibson del 2011, evidentemente anche io salgo su una qualche forma di altare. (Pulpito, anzi.) Lo faccio anche io? Spero di no. Ma piscerei sugli scrittori della domenica che si elevano a Gibson del 2011. Non ho buone motivazioni da addurre, in realtà, se qualcuno mi chiedesse perché ho cosparso di urina un aspirante scrittore. So che piscerei addosso anche ai letterati che scrivono con alto tasso di Letterarietà e snobbano gli scrittori di genere. Poi però piscerei anche addosso agli scrittori di genere che liquidano le sfaccettature dell’italiano con un “Deve essere comprensibile” (frase stimabile in bocca a Picasso, ma non in bocca a chi sbaglia congiuntivi e fa concordanze a senso mentre parla – checcazzo, un po’ di sincerità intellettuale). Piscerei addosso a un po’ troppa gente per trovare un dato che accomuni tutte queste opere. C’è differenza tra il pisciare addosso all’autore e all’opera? Brucerei gli autori ma non toccherei le loro opere, questo è il punto. E non li brucerei per aver scritto, ma per come giocano la propria parte di scrittore. O di critico. O di whatever. Brucerei anche gli avvocati che danno alla sigla “avv.” il compito di fare da garante del loro valore.
Comunque, pisciatoi e roghi a parte, tengo al fatto che RiP sfacciatamente non badi al proprio tasso di fantascientificità. Adoro la fantascienza, adoro la coerenza, e questo mi fa sbattere a morte per creare un prodotto che sia buono e controllato. Voglio che il critico sci-fi della domenica che l’approccia si dica che RiP è fuori genere. Basta un passettino, al di fuori dal genere, quel che basta per non farlo sottomettere alle griglie che catalogano le opere.
È che, creature, inorridisco al vedere come certi libri siano valutati al 100% sulla base della propria appartenenza a un filone. Libri scritti in modo esemplare liquidati perché hanno mal inteso il genere, e obbrobri che si aggrappano a fatica al minimo sindacale elogiati per essere esattamente ciò che il pubblico di quel genere ama.
Amate Gibson perché è cyberpunk o perché è Gibson?
Offrite la cena a vostra moglie perché è vostra moglie o perché la amate?

Il 51° fan di RiP è stato dalla sottoscritta offeso perché asseriva, sentendosi cavalleresco, che non avrebbe mai colpito una donna, neanche se questa fosse stata alta 1,90 e fosse stata addestrata a uccidere. Gli ho dato del detentore di pregiudizi e del cretino. La prima offesa si riferisce al suo attenersi alla sottaciuta generalizzazione “le donne sono più deboli”, il secondo al fatto che quest’uomo – che pur mi sta simpatico – vive con la possibilità di crepare ucciso da una donna minimamente addestrata. Non accadrà, molto probabilmente. E purtroppo i libri non possono spararvi se li giudicate con la generalizzazione sbagliata. Non possono neanche bruciarvi o pisciarvi addosso. Per questo non piscerei addosso a un libro né lo darei in pasto a un rogo.

“I miei addominali mi parlano.”

Beh? Non avete ancora likeato la pagina Facebook di Rush in Peace?
Male, molto male. Quasi peggio della sottoscritta che si dice che dovrebbe bere meno caffè mentre si fa l’ennesima tazza di caffè. Tazza, non tazzina. Tazza. È pur sempre sporca miscela espresso, ma rimango affezionata alle dosi tedesche. Il problema è che l’espresso è liquirizia e pece mescolate assieme in un composto denso pronto a bucare lo stomaco – e così mi buco lo stomaco dicendomi che dovrei bere meno caffè.
Mater mi disse, un giorno, che i miei mal di testa dell’ultimo anno, e che i mal di stomaco che mi avevano colta a gennaio-febbraio, potevano essere causati da un abuso di caffè.
Cazzate, ovviamente.
In Germania ne bevevo molto di più.
I mal di testa – o malditesta, come direbbe Michel – sono stati causati da ben altro. Malessere esistenziale, a occhio e croce. Nausea. Cedimento della volontà e del senso.

Prima del gran ritorno di RiP – esattamente prima – ho passato qualche assurdo giorno proiettata nei problemi psicologici di persone altre oltre a me. È strano, creature, veramente strano, e infatti mi sono domandata dove fosse finito il Nietzsche in me.
Il fatto è che, creature, come sapete sono una potenziale psicolabile, e la potenziale psicolabile si è trovata davanti una creatura con problemi esistenziali molto molto simili a quelli che nella sua adolescenza aveva conosciuto. Depersonalizzazione, ossia: “Ma chi sono io?”
So che molti tra voi non vengono messi in crisi da questa domanda. Lo so perché sento troppo spesso gentaglia lamentarsi del fatto che c’è un indebolimento della cultura nazionale, o regionale, o locale, o linguistica – qualsiasi cultura, viva le etnie disparate, i diritti delle etnie, delle minoranze, quelle linguistiche soprattutto, etc…
Sono sommersa da discorsi simili, essendo iscritta a “Mediazione linguistica e culturale”. Sommersa, e li odio. Li odio perché insegnano al prossimo a colmare quello slot chiamato “mia identità” con identità collettive (maggioritarie o minoritarie che siano). Vengono travolta da buonisti e vittimistici resoconti di persone – solitamente migranti – che perdono la propria identità perché si trovano a dover parlare in una lingua che non conoscono dalla nascita. Oh, la lingua è importante, creature, ma non è tutto – ci sono molti altri linguaggi e discorsi. So che di questi tempi la lingua è tutto, oh creaturine razionalizzanti, altrimenti la filosofia contemporanea non verrebbe dalla linguistica. Ma non è tutto.
Ma divago.
So che ci sono molto tra voi che mai verranno messi in crisi dalla domanda “Ma chi sono io?” non perché abbiano fatto un costante e attento e profondo lavoro su se stessi, ma perché hanno riempito lo slot “mia identità” traendo spunti dalle categorie sovraccitate. Ma aggiungiamone altre, perché oltre all’identità nazionale, a quella cultural-locale, c’è quella sessuale, e poi c’è quella del gruppo d’appartenenza (siete amanti della fantascienza? O del giallo? Del noir? Di astruse letture da intellettuali? Ascoltate musica classica? O siete per il metal?).
Non mi escludo, creature. Anche mi dico dico di essere “me stessa” mentre mi ricordo che mi piacciono gli Ulver e non, chessò, i Cannibal Corpse. Non salvo nessuno.
Ciò nonostante, essendo sempre stata fondamentalmente una megalomane, non mi è mai bastato essere definita da categorie collettive. Per questo a tutt’oggi non mi basta dirvi che mi piacciono gli Ulver, ma dovrò rompervi le palle spiegandovi che mi piacciono gli Ulver in quanto io vi ritrovo sonorità rarefatte come un paesaggio nordico, ma vibranti come la Rete – e via discorrendo.
Quando – eoni fa, nella mia adolescenza – raggiunsi il picco di crisi esistenziale, e mi trovai moderatamente circondata da persone che volevano aiutarmi, compresi che semplicemente non potevano aiutarmi. Per aiutare qualcuno devi comprenderlo un minimo, e per aiutare me bisognava essere dei megalomani con manie di protagonismo. Dei veri megalomani, non la prima primadonna che potete trovare in un bar a catalizzare attenzione.
Per questo, credo, ho potuto passare giorni e giorni di fianco a una persona affetta da drammi esistenziali sulla propria mancante identità senza che Nietzsche uscisse allo scoperto per consegnarmi un’ascia con cui abbattere la suddetta persona. Ho voluto vedere in quella persona un bocciolo. Si schiuderà? Chi lo sa.
Comunque, mi piacciono gli Ulver e vi consiglio Vigil – esclusivamente perché io l’ho usata qualche ora fa per scrivere il primo pezzo scritto di RiP dopo quattro (o cinque?) anni, beninteso, e perché come ogni essere umano ho bisogno di condividere e, perciò, essere compreso.

Per questa umana esigenza oggi sono felice – un po’ più di ieri, in cui lo ero un po’ più del giorno prima.
RiP sta piacendo, e ciò mi rende felice. Sta piacendo non alla Vecchia Guardia (di cui parlerò a breve), ma a quelle persone che ho conosciuto in questi quattro (o cinque) anni. Ciò mi mostra come RiP sia “aperto”, rileggibile dopo anni, non legato né a una particolare cerchia né a un particolare tempo. (So che la velocità e le dimensioni non sono tutto, ma, cazzo, se una persona legge quelle che sarebbero, in formato libro, 255 pagine in pochi giorni vuol dire che perlomeno il prodotto piace.)
Intanto, mentre introduco RiP al vasto popolo, mi sento in uno di quei film (a random) in cui il protagonista chiama a rapporto i membri di una cerchia che fu per catapultarli nel presente di una missione.
Non ci sono missioni, solo RiP, e il ricontattare la Vecchia Guardia.

In questo LJ, tra le varie tags, troverete “surround”. Non mi ha mai convinto la scelta del termine, ma, a parte ciò, quella tag è nata per il mio amore per la circolazione delle cose. Lo sapete, creature, sono un’amante della fluidità e della temuta miscegenation.
RiP è nato nel formato “opera da forum”, ottimo modo per mantenere uno strettissimo contatto con i lettori. Amo quel contatto, perché mi permette – inconsciamente – di scrivere soddisfacendoli. A quanto pare la mia creatività non tollera lo scrivere secondo l’aspettativa di un pubblico immaginato (forse perché ho un’immaginazione pessimista), e da brava scimmia cerco un feedback più tangibile.
Per questo sto facendo girare fin d’ora RiP. Per questo mi sento già immensamente grata (amo essere grata). Perché mi servite.

Sono felice e grata anche perché il mondo, checché se ne dica, nel momento del bisogno sa essere meraviglioso.
J si sta beccando molteplici lappate virtuali da una sottoscritta tramutatasi in cane riconoscente per il biscottino, perché J mi ha scritto tre (tre) pagine di spiegazioni circa il “come/dove/quando” (e un po’ anche “perché”) di una nave spaziale. Ma le tre pagine sono mero fatto. La gratitudine viene dinnanzi alla sua disponibilità.
J sta entrando in quella cerchia mentale ove raduno persone che etichetto per comodità come “piacevoli e interessanti”, e che a quel livello deposito arbitrariamente, perché i sensi mi dicono che in potenziale potrebbero essere molto più coinvolgenti e ispiranti (sapete che la quantità di input lanciatami da una persona è uno dei maggiori criteri con cui suddivido il genere umano) di quanto i primi approcci suggeriscono.
Altra lappata virtuale a J, then.
A, invece, si è messo a mia disposizione in due minuti netti, pronto a darmi delucidazioni e proposte così, gratuitamente, senza domande né commenti.

Perché il problema di base, creature, è sempre lo stesso: sono una megalomane.
C’è un’unica materia in cui, nella mia vita, mi sono beccata un’insufficienza, ed era fisica. Date queste basi dovrei a priori evitare di scrivere sci-fi, ma non solo lo faccio, mi ostino e cerco anche di andare nel dettaglio in faccende che coinvolgono aeronautica spaziale e astrofisica.
Non vorremo annoiarci, no?
E così dovete immaginarmi al PC a leggere con un sopracciglio sollevato informazioni per cui non avrei le basi, con rotelle che penosamente cercano di scorrere nel mio cervello.
Sempre perché non vogliamo annoiarci, scelsi – per l’esame di “Lingua inglese III” – dalla lista di libri da cui attingere quello che – scoprii dopo rileggendo gli appunti – essere il più difficile di tutti. The Structure of Scientific Revolutions, che spende pagine e pagine parlandomi di Newton e Einstein e altra gentaglia il cui operato non è dalla mie mente digeribile.
Ci ho provato, giuro, ma con l’approccio sbagliato.
Il punto è che la fisica stessa ha l’approccio sbagliato, secondo la mia poco flessibile testolina.
Ho chiesto a VB di soccorrermi, ossia di spiegarmi – finalmente – la teoria della relatività. Anche io ho complessi d’inferiorità, creature, e mi sento manchevole nel non sapere in cosa consista questa teoria della relatività, davvero.
VB, con benintenzione e amore, ha cercato di spiegarmela con un’e-mail. Ora, c’è da dire che il modo di spiegare di VB non è esattamente il più adatto a me (adottiamo logiche diverse – cioè, io le dico che io adotto logica e lei no, ma sicuramente non è semplicemente così), ma in questo caso il problema non è VB, ma la logica stessa della fisica. Me lo dimostra l’aver cercato le spiegazione più 4-dummies ever in Rete ed essere inciampata negli stessi, identici, problemi. Sono gli stessi problemi in cui sono inciampata quando, tra i banchi di scuola, mi è stato detto di studiare come si calcolasse la velocità senza darmi altro che una stringata definizione della stessa. La mia mente speculativa abbisogna di un’approfondita comprensione del dato X prima di poterlo combinare ad altri dati. Come posso usare il tempo in una formula matematica se la mia mente sta ancora processando il tempo in sé, da anni, come dato relativo e fondamentale?
Insomma, chi riuscirà a farmi capire la teoria della relatività si guadagnerà un massaggio gratuito da parte delle adunche dita della sottoscritta – che è brava a fare massaggi. (La prostituzione è lecita se si considera il costo-opportunità.) Vi avviso: i miei principali problemi nella vita derivano dal fatto che la mia mente comincia a ringhiare non appena le si dice di “prendere per buono che” o di “prendere come dato di fatto, anche senza spiegazione, che”.


La sottoscritta tornerà in terre laziali a inizio giugno (non so ancora quando esattamente), quelle terre in cui i poliziotti ti salutano con la manina presumibilmente scambiandoti per turista (cosa che sei – intendevo “turista straniera” – o forse sono semplicemente più espansivi di una fredda lombarda) e in cui alle terme trovi giovani adoni prontamente rubati dalle tue grinfie dai loro amanti pederasti gelosi (no, questa non la digerirò mai – perlomeno finché non ne troverò un altro, di giovane adone, da portarmi a casa).
Ci passerò qualche giorno. Mentre VB lavorerà come uno scaricatore di porto al porto e io sarò invece “libera” (cosa che già di per sé mi piace – mi culla nell’illusione di essere già una mantenuta), passerò il tempo studiando, facendomi portare al mare dalla madre di VB (che odia tutti, a quanto pare, ma adora me), incontrando Noes e seducendola definitivamente nel giro di due ore (con, magari, come aiutino, mezza bottiglia di Jack), dormendo. Quando invece VB non starà lavorando, mi farò scortare fino alla Casa dei Lupi, nel nulla laziale, godendomi la sensazione di essere in villeggiatura, e facendomi portare a mangiare fuori. C’è una cena a base di carne arrostita a due metri da te che mi attende da dicembre, e ne ho fame da allora. Voglio un bis alle terme, adone o meno. Voglio la stanchezza indotta da ore passate a mollo nell’acqua bollente e il crollare sul letto della Casa dei Lupi.
Voglio relax in cui impegnarmi, insomma.
Prima che RiP tornasse alla grande, prima della persona con problemi di personalità, un cambiamento era già giunto, ossia: avevo per magia ritrovato facoltà di studiare seriamente. Mi mancava, creature, davvero. Non sapete quanto mi rincuori averla riottenuta – mi sento un po’ più me stessa.
Ho, in generale, ritrovato senso. E quindi voglia, e quindi volontà. Ho passato tre giorni su RiP nutrendomi di veloci micro-sandwich al formaggio franscese, uno a pasto, riducendomi all’attuale secchezza.
La magrezza è relativa, creature, ma i miei addominali no. I miei addominali mi parlano (delirii di una narcisista). Mutano in accordo a me. Sono stati scolpiti e rigidi quando ero controllata e incazzata, sono diventati l’addome di un camionista nel mio soggiorno tedesco, quelli di un boxeur settantenne a Cuba nei periodi di scazzo, e ora riflettono la tensione a cui sottopongo i miei processi mentali. (Ringraziamo sempre quel secondino benintenzionato che amava ricordarci che con dei chiodi a terra puntati verso di noi avremmo fatto ben più delle 10 misere flessioni che ci chiedeva.)
Smetterò di consumare lo specchio guardandomi da diverse angolazioni, ma per il momento va bene, benissimo, così. Voglio dire, non è un’occupazione più disdicevole di passare il tempo intrecciando fantasiosa bigiotteria. A proposito, mi sono mossa per capitalizzare anche quella, sempre secondo i principii della collaborazione e del costo-opportunità. (Grazie, G, per essere quello che sei.)

Del libero pensiero.

C’è ancora un tassello che – come Me mi ripete – mi manca per tornare a una soddisfacente percezione della totalità della sottoscritta (ossia quella che prevede un buon accordo tra me e Me), ed è la mia prosa.
Come Me mi fa notare, la suddetta si è peggio che impoverita: deteriorata.
È colpa di tante cose, alcune semplici da rintracciare, altre più nascoste. È colpa soprattutto della mia attuale forma mentis, che cerca di raggiungere orgasmi per accumulo d’analisi. Foucault, pare, voleva fare lo scrittore di fiction – e ne noterei la frustrazione leggendo le peculiari forme con cui arricchisce le sue analisi. È un buon esempio di come l’arte – in questo caso intesa come “accorgimenti estetici” – possa in taluni casi essere più che congeniale, direi necessaria allo svolgersi di un ragionamento.
Ma lasciamo stare Foucault.
Il punto è che inciampo – quando tento di scrivere in italiano – negli stessi dubbi e nelle stesse esitazioni in cui inciampo quando scrivo in inglese. Di meno, ovviamente, e in campi semantici differenti – ma il percepire la non saldezza della mia padronanza della lingua italiana equivale al non avere presa su me stessa.
Tornando a Foucault e a come l’arte possa essere un estetismo necessario allo sviluppo di un sostanzioso ragionamento, le debolezze delle mia prosa mi fanno pensare che ci sia una certa debolezza nel mio pensiero. Ma “debolezza” non è il termine giusto. L’accumulo di tecnicismi al fine di saper comporre analisi dettagliate esclude debolezze di struttura; si tratta invece di una mancante fluidità. Fluency. “Fluidità” mi suona parola straniera, ecco un buon esempio.
Mi manca il percepire la morbidezza delle parole, il facile modo in cui mutano a seconda di come le si accosta. Mi manca il saper trovare in velocità un sinonimo. M’incastro in macchinose riformulazioni di frasi che somigliano più a una definizione da dizionario, o alla spiegazione di un esperimento.
Mi manco, insomma.

Così, stanotte ho scritto un racconto brevissimo per darmi un contentino. È per un concorso da poche pretese, ma ciò che conta è mantenersi nel circuito. Con la mente, non con le pubblicazioni.
Due sere fa avevo ripreso in mano un certo progetto, che come tutti i progetti nasce come un indefinito racconto breve, che so diverrà lungo (conosco i tempi dei miei intrecci), e probabilmente ancor più lungo, fino a sfiorare il romanzo, ma stabilizzandosi in un’incertezza.
Ho bisogno di libertà. Ho bisogno di vivere nuovamente le parole come forma di scoperta, e non di descrizione. Un paio di settimane fa abbiamo fatto una simulazione dell’esame in classe – la scrittura di un essay – e circa la struttura (la struttura per paragraphs, la strutturazione dei singoli paragraphs con la logica richiesta dei suddetti) sono andata egregiamente. L’odiato reiterarsi di Introduzione-Svolgimento-Conclusione è ormai parte vivente di me – e vorrei bruciarla, urlando a chi la insegna quanto influenzi il pensiero stesso. Arriverò al giorno in cui non inizierò pensiero se non essendo certa del fatto che vi sia una conclusione a cui giungere? No, Dio, ti prego, no.
Sfogo le mie cosiddette “velleità artistiche” intrecciando pezzi di bigiotteria, e persino lì inorridisco al vedere come in così breve tempo l’estro sia stato incanalato in strutture predefinite. Non ho il cuore di una dadaista, ma poco tollero l’osservare l’artigianato colonizzare ciò che vorrei essere campo dello sfogo creativo. Per trovarvi comunque un senso e non annoiarmi mi sono quindi messa a calcolare come aumenti il mio costo-opportunità.
Così, due sere fa ho ripreso in mano moleskine e penna e mi sono imposta di procedere. Pur in maniera un po’ meccanica. Devo oliarmi, lo so, e l’unico modo di farlo – mentre lotto concettualmente con le strutturazioni impostemi dal mondo che mi sono scelta – è rincorrere la prosa perduta. Non so se il “Vero Artista” sia mai esistito, o se sia un’invenzione atta a romanticizzare i coevi di Ariosto, che tutto tranne che impulsivi erano, ma conosco la mia versione di “Vero Artista”, quella meno legata a vincoli interiorizzate e aspettative al varco, ed è quella che rimpiango. Non amando rimpiangere, cerco di ipnotizzarmi per farla pop-uppare di nuovo, afferrarla al volo e costringerla a sfogarsi per me, a me, con me.

Leggo The Structure of Scientific Revolutions annuendo annoiata. È quel genere di libro che, dato il mio background, non dice niente di preciso di nuovo, ma dà al sapere già accumulato una maggiore definizione. In tre capitoli di fila ho scritto qua e là “self-fulfilling prophecy“, al punto di chiedermi se magari non stessi leggendo da fanatica che trova solo quel che cerca (self-fulfilling prophecy, per l’appunto), e concludendo che – semplicemente – Kuhn mi stava dando la versione scientifica di altre simili meccaniche da me già analizzate – o di cui ho letto, ho sentito, e congetturato, e ormai è difficile ricordare cosa venga da letture, cosa dal tempo libero, cosa dall’università, cosa dalla mia testa.
Kuhn, in generale, mi dà l’idea di una mente cresciuta enjoyando appieno i preconcetti solidi e ramificati di un certo campo di sapere che a un certo punto si ribella e si dà alla filosofia e al post-strutturalismo. È come uno yuppie travestito da hippie. È come Mike Bongiorno travestito da Platinette. Insomma, no. Intendiamoci, non ho letto altro di Kuhn, e la mia è una mera impressione – la stessa avuta leggendo ne Il codice Da Vinci che il 666 era il numero della bestia. Mi riferisco a quella marca di ingenuità che consiste nel sottolineare entusiasticamente come incredibile rivelazione una cosa che, per un esperto del settore, non è che un becero fondamento, presupposto, prerequisito.
Ho riflettuto parecchio anche sulla virtuale comunità in cui mi riconosco da anni e anni e anni (da che ricordo, insomma), virtuale sia spazialmente che temporalmente. Ho bisogno, insomma, di gente morta: ho bisogno di Agrippa, di Bruno, di Hobbes, di Hugo, di Goethe, di Schiller, di… di… Di gente morta che mi ha lasciato frammenti di pensiero con cui ricostruire questo cimitero vivente di pensieri, scalini su cui il pensiero attuale si è costruito, o che il pensiero attuale ha cercato di rinnegare, tracce di storia che si presentano come idee – e le idee escono un po’ dalla cosiddetta “storia”, perché l’idea, ogni volta che viene espressa, parte un po’ dal presupposto d’essere assoluta, incurante dei cambiamenti avvenuti e che verranno.
Non ho bisogno, intendiamoci, propriamente di Agrippa e Bruno e Hobbes e via discorrendo. Nessuno di loro è ciò che cerco. Nessuno di loro può essere eletto come fratello spirituale dell’anno, perché ognuno di loro – nella propria totalità – ha parti che preferisco non riconoscermi affini. Ma è il presupposto con cui hanno espresso il loro pensiero che è condiviso e condivisibile: questa convinzione, forse solo occidentale, che ci sia una comunità di lettori futuri – i miei “posteri”, oh coevi – non meno importante di quella presente.
Anche perché, oh coevi, vorrei farvi riflettere su un consistente scarto che viene poco valutato. E mi riferisco alla fallace convinzione che i coevi di un romantico quale Schiller era fossero in qualche modo dei romantici (in senso storico), essendo quella l’epoca del Romanticismo. Ma la maggior parte della popolazione, vuoi per mere questioni di poca diffusione della cultura, era probabilmente rimasta alla Controriforma, o forse percepiva l’Illuminismo come ultima avanguardia.
Se googlate liberamente seguendo le tracce degli sviluppi filosofici vi imbatterete nei miei adorati post-strutturalisti, che sono – comunque – già datati. Ciò, se lo scarto di cui sopra non esistesse, significherebbe che io potrei parlarvi, oh coevi, partendo dal presupposto che – essendo in era post-post-strutturalista – voi abbiate perfetta padronanza di una certa logica di pensiero. Ma sono cazzate, lo scarto esiste e quindi io scrivo ai posteri. D’altro canto, se quello scarto non esistesse, io non mi sentirei in imbarazzo ogni volta che inciampo in un Derrida o in un Barthes riconoscendone i nomi ma senza sapere di fatto che abbiano detto.
Mi manca, nel senso di “vorrei”, una salda base scientifica generica. Me ne rendo conto grazie a VB e alle sue irrisolte tendenze per l’ambito scientifico. VB che mi manda lettere d’amore scritte da un uomo con l’animo degli homines novi rinascimentali, quel genere di scienziato che non può più esistere perché ormai certune scienze sono la prassi e non la scoperta, e perciò non richiedono alla mente operante di avere geniali illuminazioni o visioni del mondo. Ma lo porrei un po’ più oltre, agli inizi del 1600, e probabilmente per il mero fatto che conosco meglio quell’epoca, in cui compito primo di ogni pensatore era d’essere un indagatore, e quindi d’ogni indagatore di trovare una duplice risposta: una che rispondesse sia spiritualmente che agli strumenti d’analisi. Odio chi liquida Galileo rappresentandoselo come un ateo che dovette fingere d’essere credente per sopravvivere. Preferisco figurarmelo come solo esteriormente diviso tra due campi, religioso e scientifico, mentre in sé aveva intuito come tali campi non fossero che due linguaggi per esprimere le stesse cose.
Ma ovviamente chi Galileo fosse nel suo intimo è e sarà dato ignoto. Io preferisco elogiarlo figurandomelo come prossimo, interiormente, all’essere umano per me ideale. I tanti che oggi ne negano la religiosità compiono il mio stesso atto – ma non fatevi dire da nessuno, nessuno, neanche da un biografo di Galileo, chi Galileo fosse interiormente. La nostra libertà di pensiero sta anche nell’impossibilità del presente contingente di modificare il passato perché risulti più coerente con le premesse che vengono propagandate al popolo. Pensare che intimamente Galileo sognasse di farsi fare servizi orali da Dio in persona mentre questi gli riconfermava le sue teorie scientifiche non è semplice frutto di desideri trasgressivi irrisolti: è anche un violento ribadire l’irreducibilità del libero pensiero.