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Irrealtà.

(Scritto oggi in treno.)

Treno München-Hamburg, partenza alle 10:20 del mattino, arrivo fra cinque ore e mezza.
Fuori dal finestrino: verde e bianco.
Il verde della vegetazione e il bianco della neve e del cielo.
Nelle orecchie: una commossa e commovente canzone, il cui nome ovviamente non ricordo, tratta dalla colonna sonora di Romeo+Juliet.
Mi piace cercare la mia posizione nel mondo quando sono in viaggio, e i pensieri lanciati si disperdono da qualche parte nel paesaggio – che è un luogo a cui non puoi arrivare e da cui non puoi partire, è un passaggio, luogo di mezzo.
E questo paesaggio, assieme a quello che ho attorno – il vagone del treno e le persone che lo compongono – non deve fingere di essere qualcosa di diverso perché io possa farmelo stare attorno con agio. Non devo fingere che sia diverso da ciò che è: non devo ignorare alcune cose né significare particolarmente altre.
Sta lì, anonimo e quieto attorno a me.
Sebastian, mio gentile ospite a Monaco, mi ha messo in mano del cibo prima che partissi: una focaccia farcita che potrebbe sfamarmi per due giorni. Sottotitolo: qui è vietato morire di fame. Bentrovata, Germania.
I pantaloni mi stanno stretti, perché sono un esemplare raro, che in Germania dimagrisce e in Italia ingrassa – ok, ci sono anche i due litri di birra bevuti ieri – e Seb ha insistito per ficcarmi in valigia un’altra bottiglia, come se dove sto andando non ci fosse birra (c’è ma non è birra della Baviera, bestemmia!). Anzi, mi manca la nordica e amarognola Jever – da quelle lande dove la gente impara a pescare entro i quattro anni, come da bocca di Seb o di sua sorella, non ricordo.
Ieri sera cena fuori in ristorante tipico dal grazioso lusso bavarese, con superfici lucidate e decorate alla cattolica – il cattolicesimo tedesco, meno frivolo di quello italiano. Quasi educativo.
La sorella di Seb è molto simpatica, e la serata è stata un toccasana per l’umore. Mi piace dirigermi in quel di Kiel un passo alla volta, a gradini, attraversando la Germania. Qui le chiese hanno campanili arrotondati, e le case sono cubi dall’eleganza imponente – a Kiel i palazzi sono alti e stretti e le chiese hanno campanili appuntiti. La protestante Kiel.
Per un seminario sto leggendo il Tonio Kröger, che gioca sulle differenze tra Lübeck (a un’ora da Kiel) – città nordica, danese, protestante, grezza – e Monaco – splendente e meridionale Monaco, dell’arte e dei vizi.
Quel che so è che a Kiel nevica. Che non ha smesso di nevicare, a quanto pare – e Kiel non è città in cui di solito nevichi.
C’è un che di isolante (che rende isolati) in tutta questa neve, nell’idea di andare nelle sue braccia – di tornare al freddo visibile. È la rarefazione a cui associo la Germania – brucianti nuclei caldi isolati nella landa piatta e silenziosa. Dà pace, e – secondo ogni cliché – è una pace che deriva da una sensazione di morte, di già morto o mai nato, di verginità. Lascia soli con se stessi e con qualcosa – qualcosa di imponente e silente, e qui Dio deve avere tutt’altro sapore.

Qualche ora dopo…
… È ancora tutto inesorabilmente bianco, ancor più bianco, sempre più bianco. Città come Norimberga sono chiazze di mattoni per palazzi d’inizio secolo scorso – se lo siano veramente, o se fingano, come München, non lo so. Palazzi come titani addossati gli uni sugli altri – hanno la pesantezza delle cose vecchie e tenaci, e quei mattoni rosso-scuro qui onnipresenti, che nelle zone industriali fanno molto steam-punk.
Come Amburgo, a cui sono diretta – grossa città-bestia che per me non avrebbe alcuna attrattiva se non fosse per il fatto che voglio capire per quale motivo ha attrattiva. La fortuna di una città grossa in una zona negli ultimi decenni non particolarmente florida rispetto alle altre? Amburgo e le sue vie in centro con negozi con prezzi proibitivi anche per l’alta borghesia, e di fianco la pericolosità di una città che conosce la povertà.
Amburgo mi fa venire in mente un grosso mattone.

E vorrei sapervi dire che alberi mi sfrecciano di fianco, ma sono di un’ignoranza sconfinata circa la flora, e posso solo supporre siano pini. Conoscere nomi di alberi e fiori e uccelli si rivela fatalmente utile solo quando ci si trova davanti a una descrizione estetizzante – allora sarebbe comodo avere in mente un centinaio di nomi, anziché cercare fino alla nausea sinonimi per «albero».
Fuori dal finestrino ci sono:
Alberi e alberi e alberi.
A voi non fregherà di che specie, tanto sono o goticamente alti e spogli da metà in giù, o meno svettanti e nudi come la stagione richiede. Sono macchie nere su sfondo bianco, perché anche quel poco di verde rimasto si amalgama con le ombre.
E il sole, qui, comincia a lanciare ombre fredde – vedrò, alle cinque, il crepuscolo del Nord, con chiaroscuri violacei e atmosfere bluastre. Il sole italiano è troppo dorato per tali atmosfere alienanti; il sole italiano ti bacia; questo ti circonda – e quale fastidio al pensiero che non è riproducibile in foto, perché quando la macchina fotografica coglie i giusti colori, su carta (o su schermo) risultano così vividi da non sembrare veri, ossia da suonare falsi, e la magia – che è un attimo di equilibrio tra reale e irreale – non riesce a sussistere.
È come se i colori caldi venissero privati dal proprio calore – ed ecco che anche gli interni del treno si stanno facendo rosati, la neve è azzurra e le punte degli alberi sono blu – e tutto ciò che era secco e marrone si trasforma in una cacofonia di terre dipinte di viola e prugna e indaco.
Mi è capitato, di ritorno dall’Uni, di fermarmi al centro di un viale per raccogliere da terra una foglia secca o un filo d’erba verde, per appurare se – al confronto con la mia pelle, il cui colore conosco bene – non perdessero la magia. L’ho fatto più volte. Il senso d’irrealtà preme così tanto che ci si ritrova a essere un po’ scimmie, che devono toccare e assaggiare ciò che vedono.
Il mio ritorno in Italia mi ha rovinato la fiaba della neve, che nelle mie lande natie diventa grigia e sporca dopo dodici ore, accumulandosi come fango ai lati della strada. Si fa secca in fretta, dura ma fragile, o vischiosa e tenace, come rigurgito di fogna destinato a riversarsi in strada solo lentamente, giorno dopo giorno, rivelando cartacce e bottiglie di plastica.
Spazzatura e altre amenità.
Come fa una strada a diventare così sporca?
Me lo sono chiesta al mio arrivo in Italia, osservando spazzatura indefinita macchiarmi la neve. La sporcizia, quella costituita da prodotti creati dall’uomo, si crea accumulandosi, ossia: venendo accumulata. In ambo i casi c’è un’impersonalità che non so risolvere – accumulandosi, venendo accumulata – dov’è colui che agisce? A furia di non saperlo si comincia ad avere l’impressione che la spazzatura si generi da sé, si attiri e richiami in un’inesorabile spirale discendente che alla fine sporca anche le persone.
Certo, parlarne mentre sono seduta su un treno tedesco non vale. I tedeschi, non valgono – che quando abbattono un albero polverizzano ciò che rimane a terra, strappano le radici e in un giorno non è rimasto più nulla – un po’ inquietante, perché con tale efficienza ci vogliono cinque minuti a far sparire un uomo, e perché tanta smania di polverizzare anche le radici?

Ritualità e altre vanità.

In TV: documentario sulla comunità ebraica a Berlino.
Sottotitolo: devi vederlo.
Come ci si poteva immaginare, è costruito su luoghi della memoria – e ricordiamo quella settimana a Berlino per un seminario sui luoghi della memoria a Berlino, non solo ebraici per fortuna (anche perché quelli ebraici doveva trovarli il mio gruppo di quattro persone me compresa, con cui ho condiviso la poca voglia di risolvere il NS con cimiteri ebraici), che sarà massacrante.
Sveglia alle sette (o prima, dato che so che condivido una camerata con otto persone ma non so quanti bagni ci siano) tutte le mattine, in giro fino a cena. Gli orari sono calcolati di modo che si abbia dalle due alle tre ore libere giornaliere se si vuole dormire otto ore a notte; quando ci sono visite a musei anche di sera niente ora di libertà.
Non vedo l’ora.
(No, non sto essendo ironica; sono dannatamente curiosa di vedere cosa ne verrà fuori, se lo spirito comunitario tedesco farà tollerare la convivenza coatta a tutti o se ci saranno casi di idrofobia.)
Nelle orecchie: Primavera di Einaudi, che è parte della colonna sonora di The Reader (non ricordo mai se l’hanno tradotto A voce alta o se Ad alta voce), canzone appena caricata sull’Ipod assieme a Palladio di Jenkins (Un diamante è per sempre), ad Uprising dei Muse (che ascoltavo quest’estate, e al mio ritorno in Italia ho scoperto che qui è un tormentone da qualche mese) e a un pezzo di nome, credo, Egg, gratuitamente passatomi alla cieca da VB.
VB mi raggiungerà a Kiel a fine gennaio (se sopravvivo alla settimana berlinese), con CV in inglese e appartamenti da visitare. VB che cominciò a studiare tedesco l’anno scorso per lavoro e che tartasso con questioni di pronuncia (“Quella ‘e’ non si pronuncia ‘e’! È una schwa! E la ‘s’ corta!”) mentre io ho ancora feroci problemi di cadenza.
E penso:
Sta per fare freddo e sta per fare caldo.
Kiel, in inverno, non è molto più fredda rispetto a qui, ma c’è un vento inesorabile.
Kiel, in qualsiasi stagione, e la mia camera in cui se mi muovo posso andare in giro in maglietta – quanto, quanto, ho sofferto il freddo in questi giorni.
Domani – cioè oggi, dato che è notte – sarò a Monaco per le due e mezza del pomeriggio, lascerò i bagagli a Sebastian o ai depositi bagagli (servizio offerto dalle ferrovie tedesche, previo pagamento) e mi farò un giro nella ricca città-stato tedesca. Perché nessuno si sofferma mai sul fatto che la Germania ha tre città-stato? Anyway, giro nella ricca München il cui centro sembra vecchio ma è ricostruzione nuova di quello vecchio abbattuto, cena con Seb e forse sua sorella.
Il giorno dopo partenza per Hamburg, e infine Hamburg-Kiel.
Il giorno dopo, l’inferno.
Un dibattito in inglese da improvvisare, due presentazioni da discutere, e burocrazia urgente per l’affitto e il prolungamento del soggiorno.
Sto cercando di figurarmi giorni più rilassati di quelli che mi sono lasciata alle spalle lì, anche se il pensiero logico mi porta a conclusioni più impegnative – proprio perché il pensiero logico mi porta a ciò mi ribadisco aspettative tranquille. Ho bisogno di coccole, dell’unico genere che nomino: quelle della bestia che si lecca in solitudine.
Perché so che mi sentirò molto, molto sola. Perché queste quasi tre settimane in Italia mi hanno lasciato dentro la consapevolezza di un vuoto, di uno slot sgombro come un piatto di carestia, e quindi rimane Kiel – quella Kiel nella quale negli ultimi due mesi mi sono isolata per studiare. Circondata di solitudine – che potrò colmare, ma più avanti. Molti tornano una settimana dopo di me, e andrò ad abbracciare Marcus e farò qualche progetto di svago – ci siamo ripromessi di andare in una discoteca etero. Abbraccerò Laura che nel frattempo si è fidanzata e che è tenera così, con quella faccia da britannica vittoriana da foto di famiglia – e che ha motivo di avercela con me, dato il mio isolamento.
(Ommioddio, in questo void sociale ed esistenziale la mia mente ripesca britannici. Ommioddio.)
Ma ci sono anche i francesi, chiamati “i francesi” in tutte le lingue lì parlate – i francesi di cui non ricordo tutti i nomi e comunque non saprei scriverli (dovrei controllare su Facebook e non ne ho voglia), ma di cui uno fa tenerezza, con uno c’è una simpatia tagliente, l’altro un moderato e piacevole buon discorrere.
E ci sono… E ci sono…
… E basta elenchi di nazionalità – pessimo influsso dei corsi di lingua che inneggiano alla multiculturalità ribadendo le differenze culturali.
Mi sento in un punto pericolosamente instabile della mia vita e, accanto al prenderla con filosofia e con un po’ di cecità, mi dico che perlomeno accade mentre sono a Kiel e non mentre sono in Italia. Sennò affonderei – no, corretto: affonderei se sapessi di non poter tornare in Germania o dove per lei.
La Germania funge un po’ da capro espiatorio (tanto c’è abituata): tu, oh stronza, che mi hai fatto realizzare che.
Che cosa esattamente io abbia realizzato non lo so, lo sanno le mie sensazioni. Il mio umore al mattino in queste settimane, il mio fisico impigrito e malaticcio (è da due settimane che ho una specie di pre-maldigola), l’accidia e l’irresolutezza. E un ben conosciuto senso di inutilità, ovviamente.
Anni fa un mio amico A, parlando di un mio amico B, disse:
“Il problema è che il suo cielo e la sua terra sono troppo distanti.”
Non so che volesse intendere, so cosa intesi io: che le sue aspettative e le correlate realizzazioni erano troppo distanti.
Feci, pochi giorni dopo, un discorso a un’amica C, dicendole che la vita va a fasi di sincronizzazione: prima bisogna sincronizzarsi con sé stessi e trovare il proprio baricentro, poi sincronizzare il proprio baricentro con quello del mondo (del mondo in cui si vive, dalla propria cella alla città al mondo intero).
Glielo dissi da persona che aveva avuto critici problemi nel sincronizzarsi con se stessa, bastanti a ribaltare se stessa e un buon quantitativo di cose e persone attorno a sé. Ma alla fine ce l’ho fatta.
Il mio problema attuale deve riguardare la mia sincronizzazione con il mondo.
Ho convinzioni troppo salde su di me. Per quanto io possa dire e ribadire che io sia incapace di giudicarmi, e che alterno grande stima a gran disprezzo, infine mi salvo sempre. Mi difendo sempre dal prossimo – quelle rare volte che il prossimo arriva a raggio e mi colpisce. Ci devo tenere, a questa cosa che è me e Me. Ci devo credere, per dirla più correttamente – quando credi a qualcosa e per quel qualcosa sei disposto a sacrificare tutto il resto.
Ma la sincronizzazione con il mondo…
Il soggiorno a Kiel, con tutte le incapacità e i muri e le incomprensioni, agevola tale sincronizzazione. La rende più soddisfacente.
Forse perché non sono mai stata capace di fare della mia cerchia di persone care un mondo; non so esimerle dai miei spietati giudizi, non so “salvarle” da ciò che credo siano. Non è in loro che cerco me.
Non che io cerchi me in Kiel – graziosa cittadina, Kiel, in cui passerei molti mesi ma non una vita – graziosa perché ha un porto e da lì puoi partire, che è un bel pensiero – ma Kiel è un “mondo” abbastanza grosso da fungere da Mondo, al momento.
Più grosso del mio vicinato, che seppellirei per metà – la metà autoctona, circa. Amo il mio quartiere a Lecco, quattro vie e infinite auto, che adesso ha un market cinese, un alimentari greco e un fruttivendolo (nord?)africano. Sono affezionata a tale Babele – perché non sento il bisogno di avere una cultura che mi accomuni con il prossimo, ma di quella coltivata me, che assieme alla Me di sottofondo, si interfaccino al diverso prossimo per trarne il più possibile. Si fotta la cultura. Si fotta quella intesa come superiorità intellettuale e quella intesa come aggregante sociale. Lasciate la mente collettiva ai Borg, gli spaghetti italiani agli americani e la birra tedesca ai turisti dell’Oktoberfest. Senza turisti e viaggiatori che inseguivano tutto tranne che la propria cultura non avremmo un’idea così precisa delle culture altrui e della nostra. Sono gli introiti della Barilla a fare la cultura italiana nel mondo, Italia compresa, non il vostro attaccamento alla purezza dello spaghetto.
Ma sto divagando – il che mi ricorda che io sono sempre io.
Anni fa, più anni fa degli anni fa prima citati, una donna che ha avuto un ruolo strano nella mia vita, nel senso che mi avrebbe voluto nella sua ma non in quella di sua figlia, mi regalò una moneta con sopra una nave.
Era un pezzo raro a causa di un errore – la nave era stampata nel verso sbagliato – o forse era un errore voluto, chi lo sa?
Mi diede questa moneta con l’augurio di un buon viaggio, e non dovevo partire. Forse si augurava che mi levassi dalle palle? In tal caso me lo augurò con un affetto mal coordinato con l’intento.
Non so dove sia quella moneta ora. Da qualche parte. Ai tempi stavo leggendo Rimbaud e le diede un ancor più intenso significato, e perciò la misi così al sicuro che non la trovo più. Non è mia abitudine vivere di ricordi, e così li dimentico in giro non appena li faccio diventare tali.
VB, qualche mese fa, mi ha regalato una bussola nautica. L’ho qui, ora. Presa dalla libreria dove era stata riposta, perché una bussola in una città – anche se straniera – ha poca utilità.
Le dico spesso (a VB, non alla bussola) di non farmi regali inutili, perché non sono il genere di persona che sappia dare loro un senso. Li metto da qualche parte e lì li dimentico, ben riposti, lamentandomi quando, sistemando la camera, mi trovo piena di questi oggetti che non si possono buttare perché non ha mai avuto senso tenerli.
Ma la bussola, forse, sfuggirà a questo destino, finendo al fianco della moneta.
Se la bussola si volatilizzasse sarebbe come se avesse raggiunto il suo scopo: divenire un puro simbolo. Un oggetto bruciato sull’altare per essere sublimato. Mi piace pensarla così – ma non sono una persona che sappia seguire molti rituali, come non so seguire i ricordi, e così non dipenderà da me il destino della bussola. Indago troppo il rituale per farne uno esplicitamente.
Ma ora è tempo di un rituale obbligato: finire di fare le valigie.

Cazza la randa!

Ho passato la serata guadagnandomi 150 euro – sì, suona male, ma ho semplicemente aggiornato un sito con metodo stakanovista per calcolare un costo opportunità alto.
Posacenere svuotato, caffè bevuto, canzoni sconnesse nelle orecchie.
Il metodo stakanovista ha lasciato brecce aperte all’amore per il multitasking, e mentre lavoravo mi facevo distrarre da Facebook.
Il fine settimana via è stato molto produttivo, e gli scatti lo dicono: sono tanti, divertenti, stupidi.
Si è creato un linguaggio tra i partecipanti, che viene rimbalzato dall’uno all’altro; si sono formati attimi da finire in ricordi intrecciati l’uno con l’altro; le persone si sono piaciute, ed è questa la cosa importante per il mio animo da mezzana sociale.
Non ho scopato, ma lo sapevo ed ero preparata; in compenso ho ricevuto un delizioso massaggio ai piedi.
Ho socializzato con un cane – socializzazione al negativo, che ha preveduto il cane in soggezione dinnanzi a me. Pare io non sopporti i cani non disciplinati. Forse rileggo nei cani la capacità di disciplinare del padrone, e sono i padroni incapaci di disciplinare che non sopporto – comunque, il cane si è tenuto a distanza evitandomi di trovarmi la sua goffa massa addosso, e ciò è bene.
Ho mangiato, ho bevuto.
Ho letto quarantanove pagine de Il Guardiamarina Hornblower di Forester, in italiano, per capire se mi andava di leggerlo in inglese. I termini che non capirò in inglese saranno probabilmente gli stessi che non capisco in italiano (“Cazza la randa! Ala la drizza!”), quindi sono sempre più tentata di darmi a questa lunga saga.
Al momento sto leggendo Le navi degli schiavi di Thorkild Hansen, regalatomi da VB non so bene per quale motivo (navi a parte), ma fa da collegamento tra l’ultimo esame dato e non so che cosa. Insomma, non è un’isola sperduta nel nulla. In compenso è un mattone, ma un mattone che sta scivolando veloce (per motivi a me ignoti, dato che non esattamente mi piace; scivola e basta).

Il pensiero serio della giornata dovrebbe ricadere sulle foto sparse su Facebook, quelle che ritraggono me e in cui mi cerco. Ci sono anche dei video. Ce n’è uno, sul cellulare di M., che ho osservato a lungo senza sentirne il sonoro, concentrata, un po’ stupefatta, e non solo perché così mi sono resa conto di quanto insopportabile sono, ma perché ho capito perché conosco Caine. La mimica e la gestualità che vedevo in me non mi risultava mia, ma sua. Non che io abbia sovente modo di osservare la mia mimica e la mia gestualità, e quindi è comprensibile il mancante senso di familiarità, ma continuo a chiedermi il perché di questa somiglianza con Caine. Non ho avuto il tempo di capire se mi piacevo o meno; è giunto prima il ricordare che ho spesso trovato la gestualità di Caine tenera, ben cosciente del fatto che “tenero” mal s’associa a Caine – come mal s’associa a me, dicono dalla regia, e subito smentiscono, qualcuno asserisce e segue qualcuno a smentire, etc etc… Insomma, riassumendo, questa somiglianza ha forse un senso.

Mi è stato detto che si era felici del mio rapporto con VB, perché lo stesso aveva migliorato l’umore di VB, e mi sono scoperta a stupirmi del fatto che mi venisse detto.
Corretto: che venisse pensato.
Non che io abbia una bassa stima di me come taumaturga emotiva, piuttosto ne ho una pessima del rapporto tra la mia scala di valori e quella egemonica.
Stupirmi dinnanzi a tale pensiero altrui mi ha fatto un po’ sentire il ritrito personaggio cinico che si vede diffondere cattiva sorte e malaugurio, maledizioni da becero hard-boiled.
Il ritrito personaggio in questione avrebbe probabilmente reagito negando, mentre io ero, semplicemente, stupita – e non avevo battute pronte con cui rispondere.

Progetto di vedere Garmenghast per sconnessi motivi:
1) L’ho scoperto con quel video, e quel video incipita con un’espressione rhys-meyeriana che adoro.
2) Mi piace la canzone del video e mi ha pesantemente influenzato, e accetto ciò senza resistenze.
3) Il personaggio protagonista mi sembra caratterizzato in maniera sufficientemente schizoide.
4) Uno degli attuali personaggi portanti di VB ha la faccia di Rhys Meyers – dato che io deleto in continuazione in quanto nella foto da VB scelta Rhys Meyers è adulto, e Rhys Meyers è un viso con la sindrome di Tadzio, ossia: non deve invecchiare. Maturità come bestemmia.
Ma VB mi ha insegnato ad apprezzare molte insospettabili cose, anche bestemmianti cose, onore a lei, e alla fine mi sono affezionata anche a Rhys Meyers adulto.


Scrivere di un personaggio che recita con se stesso.
Devo scrivere, sì – al momento sto trascrivendo, e la fase creativa deve ancora venire.
Voglio e devo (e devo e voglio; e vorrei mettere queste parole una dopo l’altra in cerchio, di modo che non possa esservene una prima e una dopo) scrivere di un personaggio che recita con se stesso, perché i miei personaggi soffrono di un pudore strano, che li costringe a essere sempre ciò che sono – e se smettono di esserlo avviene dietro le quinte, dove l’occhio del lettore non può sbirciare.
Nel video qui sopra linkato il caro Rhys Meyers (a 00:46) sorride troppo per poi farsi troppo esasperato – e io penso che i picchi di lirismo li ho esperiti in fiction che mi mostrava come una persona possa essere il contrario di se stessa pur continuando a essere se stessa.
C’è chi, per tollerare questa triste vita, deve farsi rassicurare sull’immutabilità di alcune rare cose.
Io, per tollerare questa triste vita, ho bisogno di sapere che certe rare cose sono assolutamente mutabili. Se poi sono così tanto mutabili da saper mutare anche ciò che hanno attorno credo si possa parlare di “ispirazione a un modello di moralità”. Parole a caso? “Moralità” è una parola a caso.

Facebook mi ha un po’ risucchiato via da questo blog, e lo ha fatto attirando a sé i pensieri più incollocabili, non contestualizzabili, quelli più stupidi e quelli più banali, ma necessari al quadro d’insieme. Ha come raschiato via la superficie mobile del mio pensiero, lasciandomi a questo blog in tutta la mia serietà e in tutto il mio solipsismo – in tutta la mia libertà e abitudine di scrivere cose incomprensibili, insomma.

Sul tavolo: guida del Sud Africa, dépliant di vari tour operators.
Il viaggio andrà organizzato su misura, perché il turista medio non pianifica "tour dei diamanti". Magari visita Kimberley, dà un’occhiata al Big Hole, ma poi parte per una riserva alla ricerca di leoni per concludere a Città del Capo.
Cape Town.
Kaapstadt.
Lingua più parlata: Afrikaans. E quindi: Kaapstadt.

Ascolto una canzone in Afrikaans dai dubbi risvolti politici (ma neanche tanto dubbi) per comprendere la fonetica. Ed è una delle undici lingue ufficiali. A Pretoria la più parlata è il Pedi. A Johannesburg lo Nguni. Non saprei neanche da dove iniziare, né con l’una né con l’altra. Ci accontenteremo dell’Afrikaans? Ci accontenteremo. Vaga impressione che in alcuni luoghi le lingue parlate siano passepartout più che in altri. In questo caso mi sento come se fossi alla schermata iniziale di un gioco di ruolo online, in cui devi scegliere la razza che giochi, e a seconda della scelta avrai diversi vantaggi e svantaggi.
E ripeto battute sul come in Sud Africa siano molto aperti perché il matrimonio è gay è legale, quindi non c’è discriminazione, ma ti ammazzano se sei bianco. O nero. O coloured. Estremizzazioni, a cui arrivo perché non mi arrendo al pensiero di poter essere io la discriminata per il colore della mia pelle. L’educazione politicamente corretta e buonista che viene somministrata assieme alle informazioni sull’Africa prepara a una forma mentale pronta a non discriminare, ma non prepara all’accettare di essere discriminati.
Anche per questo il Sud Africa è una meta importante.

La guida è divertente da leggere per piccole note folkloristiche, come:

Se vi trovate a un’intersezione stradale e le circostanze vi insospettiscono, è buona norma non rispettare il segnale semaforico e allontanarsi il più velocemente possibile. Ancora una volta è importante ricordare che gli aggressori sono quasi sempre muniti di armi che non esiteranno a usare in caso di resistenza. Da notare che le assicurazioni sui veicoli noleggiati in Sudafrica sono parimenti elevate.

Lo classificano come “dirottamento d’auto”.
La tendenza, in alcune società moderne, a classificare qualsiasi cosa senza metafore mi inquieta un po’. Si ricollega a un foucaltiano dire che è la società a creare l’infrazione, perché le dà nome. Non un nome metaforico, che dice non dicendo e quindi non nominando il tabù, ma il chiamare per nome creando così uno slot pronto a essere riempito dalla corrispondente azione.
… Comunque.
Dato che i tour operators non organizzano gite alla scoperta della storia dei giacimenti diamantiferi, noleggiare un’auto sarà necessario. Ho detto scherzando a VB che voglio un 4×4. Mi ha risposto che lo vuole con la mitraglietta sopra.
C’è molto da organizzare, per questo viaggio che si vuole fare nelle vacanze invernali. Molto da capire – destrutturare, ristrutturare. Il bello dell’alterità: scoprire cose nuove. Il brutto dell’alterità: per me è scontato che il centro di una città corrisponda alla zona sicura, mentre a Johannesburg è l’esatto contrario. Sono abituata alla forma mentale europea, in cui a detenere il potere non è una minoranza ridicola. Beh, non così tanto ridicola, perlomeno. Blacks: 80% della popolazione.
L’Apartheid non c’è più, e questo significa che un individuo ha la libertà di attraversare i confini segnati sulla base della sua supposta etnia – non che tale attraversamento sia sicuro. Accettato. Lecito.
Il Sud Africa in cui il matrimonio gay è legale ma è meglio se non scambi effusioni in certe zone, perché rischi trattamenti peggiori di quelli ricevuti in Italia.
Amo il Sud Africa – come si può amare una porta socchiusa – ma non so se il Sud Africa amerà me.


Non so come commentare il soggiorno di VB qui. Sei giorni di convivenza. Convivenza. Beh, non ho sviluppato intolleranza né ho sentito di essere privata del mio spazio vitale, il che sfiora di per sé il miracolo.
Non ho ancora dovuto spiegare questi giorni a qualcuno, perché le domande che mi vengono poste si aspettano risposte semplici. Hai passato sei giorni con VB, o andava male o andava benissimo, allora, com’è andata? Basta rispondere “la seconda” perché la domanda sia risolta con l’interlocutore, ma non con me. Non condivido molte delle strutture di chi mi pone domande, e quindi il problema non è che la risposta sia corretta, ma che non lo è la domanda.
Ho scherzato, in questi giorni, con VB sul cosa scrivere su questo LJ, che essendo della sottoscritta ha pochi filtri, ed essendo letto comunica informazioni.
“Metterò tutti i dettagli.” le ho detto ridendo, e poi abbiamo coniato espressioni riassuntive che servivano solo ad allietare il momento e che non possono riassumere, infatti le ho rimosse.

Credo il fulcro della faccenda non sia in realtà nulla per cui serva spendere milioni di parole; spendere milioni di parole serve per allietarsi.
Credo il fulcro della faccenda sia che nel rapporto con VB c’era un’intesa confermata all’80%.
Il 20% rimanente era ed è composto in parte da quelle cose che conosci solo con lo scorrere del tempo, con il vivere assieme svariate situazioni scoprendo come reagisce l’altro: questa parte non verrà mai saturata, perché l’essere umano è mutevole.
La restante parte di quel 20% era composta da quello che mezzo skype non si può esperire, la sfera fisica e cinestesica, in cui in questi giorni ci siamo tuffate. O forse è stata la sfera a sommergerci, e lo ha fatto perché quella sintonia che pervadeva l’80% pervade – così abbiamo scoperto, e in nessun altro modo potevamo scoprirlo – anche la sfera fisica e cinestesica.
Questo è il fulcro.

Poi ci sono i discorsi attorno al fulcro, che stanno al fulcro come la sessualità sta al sesso, come la normalità sta alla norma, come le varie -ità stanno a ciò di cui parlano.
Mi sono tanto interrogata, in precedenza, su cosa significava per VB questo rapporto – rapporto nuovo dopo anni di rapporto con il suo (ora) ex-ragazzo, rapporto con una persona (me) che non è monogama, e che è donna, e che… e che…
In questi giorni VB non mi ha offerto una briciola per pensare che alcuno di questi “passaggi” potesse ostacolarla. È stata spontanea e lieve e appassionata in un modo così genuino che più che parlare della mia felicità per ciò dovrei parlare della mia felicità nel sapere che ciò è possibile. Mi ha mostrato una possibilità dell’essere umano, e non so se io sarei come lei in grado di essere così tanto genuina.
Per quanto invece riguarda me, credo di poter dire di essere stata rivoltata come un guanto. E qui la faccenda si fa difficile da spiegare. Cerchiamo di spiegare una sottoscritta abituata a tenere in mano la situazione e se stessa. Abituata ad avere un occhio aperto anche nella maggior rilassatezza. Arresa a priori a dover reggere lo scettro dell’iniziativa. Arresa a tante e piccole e stupide cose – ma siamo foucaltiani, e l’Anticristo è un insieme di minuscole e invisibili cose. Auto-addestrata a saper cogliere il lato migliore del momento, sempre pronta a lasciar andare il momento perché le tante e piccole cose torneranno a reclamare la loro fatale presenza.
Rivoltata come un guanto – ed estremamente felice di ciò, battello ebbro che sussurra dolci inviti al mare in tempesta.
Ho riassunto interiormente lo stupore meravigliato nato da questi giorni dicendomi che ciò che lo ha causato è il fatto che la situazione ha fatto andare sia me che VB oltre a noi stesse. E in modo assolutamente positivo. Credo ciò sia parte di ciò che intendo dicendo che un buon rapporto è un rapporto fruttuoso. Un buon rapporto è la trasposizione di un buon rapporto d’affari, e io sono tornata a casa con le mani ricolme di me – una me che non so ancora come sistemare e classificare, ma al momento poco conta ciò.
Dal punto di vista sessuale potrei riassumere dicendo che ne sono uscita dolorante per incapacità di moderarmi, che è un modo moderato di dirlo. Non ho saputo (né voluto) moderarmi né su di me né su di lei – non ho sentito la necessità di farlo, e questa mancanza di limiti è un toccasana per certi individui così tanto affezionati all’abbattimento dei limiti.
I dettagli non servono. Un po’ alla volta, credo, torneranno a galleggiare nella sfera conscia e ci farò discorsi sopra, paralleli, li interpreterò, ma sono dettagli. Ho avuto nel letto una persona che non si è mossa e non mi ha mosso secondo coreografie precotte, ho avuto la mia dose di ermafroditismo in terra, e ne sono uscita con una nuova forza nel poter – la prossima volta che qualche passante mi chiederà come fanno due ragazze a scopare, se non sentono che manca loro qualcosa, e via discorrendo – dire che no, non c’è risposta a tali domande perché sono tutte stupide, o forse ignoranti, perché ignorano, mancano dell’esperienza. I sottotitoli diranno “Voi miseri mortali che perdete tempo con le domande sbagliate”, se avrò ancora il deliziato entusiasmo di adesso. Credo tra l’altro VB mi abbia anche insegnato qualcosa, nel mentre – anche qualcosa su di me.
I giorni sono volati, inghiottiti dalle onde che scuotevano il battello di cui sopra. Era martedì, e improvvisamente si è fatto venerdì – un unico ininterrotto giorno, ordinato non dallo scorrere delle ore ma dai festeggiamenti rituali fatti.
Sigari, sangria, doccia. Lavarsi a vicenda – scambio di dedizione a colpi di spugna, passaggio di sigari, imboccarsi con pezzi di frutta macerati, cospargere il tutto di battute e toni e volgarità e irriverenze che, dette, mostravano che se un bicchiere d’acqua non ha sedimento neanche un tornado potrà annebbiarla. Il mio disprezzare e compatire chi cerca il meglio censurando quel che reputa il peggio si è acuito, dopo questa prova del nove. Si è acuito il mio far combaciare tutti i rapporti chiamati con diversi nomi in un unico rapporto, l’unico che mi va di idealizzare, perché il farlo non richiede abbellimenti posticci né cesure santificate dai buoni propositi.
So che tutto questo ha il suo prezzo, anche se so solo in parte quale sia.
So che rimarrò all’erta, molto all’erta, perché ora VB è una single e io non sono monogama, e ci sono rischi come vi sono quando si traduce qualcosa: rischio di diversa interpretazione, non per volontà ma per sistema di segni usati. Destrutturarsi è una faccenda complicata. Anche io adesso sono destrutturata – ossia, rivoltata come un guanto – e se lei non è abituata a rapporti non monogami io non sono più abituata a rapporti così intensi da così tanti punti di vista. Lei è sempre lei e io sono sempre io, ma Me accarezza il capo a me e dice:
“Vediamo come pedali.”
So anche che un rapporto non è un compartimento stagno ma vive in un contesto – e questo contesto interpreta e interpreterà il rapporto in un modo che andrà aggiustato. VB non ha lasciato il ragazzo per me, non è quella la logica dell’evento, ma lo sarà per molte interpretazioni. C’è una strana coincidenza tra “serietà” e “monogamia”, e ora che la sottoscritta vive un rapporto con manifesta serietà (tradotto: si sbatte per il rapporto e per quel rapporto ha sofferto; anche la coincidenza tra “dolore” e “serietà” andrebbe analizzata) viene riconosciuta come monogama. Non posso fare dito e augurare morte atroce a chiunque lo fa, temo sarebbe poco produttivo. Posso fare lunghi discorsi mentre continuo a essere la solita persona che nel tempo libero cerca di saltare in letti nuovi con la divertita e seria curiosità con cui salta da un argomento di studio all’altro. La mia limpidità non mi salverà dalle complicazioni ma dall’inferno sì.

Quando VB è partita ho sentito la sua mancanza, e in senso letterale: sentivo la presenza della sua assenza. E la sento. Stanotte ho dormito in un letto che era vuoto, e a cui mi ero in fretta disabituata.
Non farò discorsi sul genere “la sua partenza ha lasciato un vuoto in me”, perché in realtà la sua presenza mi ha reso più piena di quanto la sua partenza possa avermi svuotato. Ho pensato al mio primo rapporto consistente, anni fa, che era a distanza, e ho ricordato il dispiacere del salutarsi in stazione. Ho pensato: amen. Non è questo che conta, o meglio, conta più il fatto che VB mi ha lasciato e lascia in continuazione cose. Alla resa dei conti abbiamo la solita sottoscritta, però energizzata da più voglia di essere quel che è, di esserlo meglio, e che ha un bonus sull’umore quando sente VB.
Penso che un rapporto possa essere una benedizione in questi termini: quanto più migliora una persona – quanto materiale le lascia dentro, a uso e consumo della sua realizzazione nel mondo. Altrimenti, un rapporto è una droga – e per quello ho già il tabacco.

Varie&Eventuali.

Ultima conversazione su Skype con Seb per ultimi dettagli conclusa. (Non vuole dirmi come si dice "vaffanculo" in tedesco.) La valigia va ancora finita, sì.


Ciao
Volevo salutarti per bene prima della tua partenza.
[…] ben ricordo le tue parole "mai attendermi paziente", continuerò a esercitarmi nell’invitarti fuori a bere un caffè, anche se preferirei un aperitivo 😛

L’altro dì ho accettato richieste di friendaggio su MySpace senza far aprire fuoco all’artiglieria con il mio classico messaggio:
"Scusa, aiutami… Ti conosco?"
Ho conosciuto questo tizio, simpatico, che ha il solo difetto di farsi piacere me e di provarci secondo gli standard (pur in maniera simpatica, in realtà). Evitare l’artiglieria non ripaga, né me né lui, in quanto sta simpaticamente percorrendo un sentiero che non porta da nessuna parte. (Un caffè ce lo berrei, è simpatico, e stop. Insomma, si sa, non ho tempo, e lui non ha un fisico da palestra.)
Mi capita, talvolta, di osservare questi ragazzi provarci con me secondo i dettami vigenti, e li osservo con un sopracciglio alzato, perché i dettami vigenti qui come target hanno di media una ragazza permalosa sia che si sia diretti sia che si sia indiretti, e quindi questi poverini non sanno come cazzo fare. Quando vogliono distinguersi dalla massa maschile per com’è vista dai cliché, esordiscono con discorsi che mostrino quanto sensibili e sentimentali siano, e quindi cominciano a dire (a me) come sia importante il sentimento nel senso, oppure dicono (sempre a me) come siano sensibili a certe sfumature, oppure spiegano (ancora a me) come sia per loro importante che una ragazza sappia pensare – quindi a me non rimane che dire:
"No, guarda… Un po’ melenso."
Benché a conti fatti non sia la melensaggine a farmi pensare che preferirei una caverna a quel mondo, ma piuttosto il comportarsi per anziché l’essere. (Me. È. Scimmia. Dopotutto.)

Invece, signori, mi ha contattato una fan. Non è la prima volta che vengo contattata da qualcuno che mi ha letto da qualche parte in rete, ma dato che in questo caso la parola "fan" è nell’oggetto della mail, io gongolo e me la tiro. Deleto quotidianamente chi sono e quello che faccio, quindi di aver scritto svariate cose. Lo deleto finché la mia mente non decide di focalizzare su quello – ci sono appositi siparietti, tipo questo, fatti apposta per gongolare un po’, ma che siano contenuti. Residui di un Sergente Istruttore come coscienza: gongolare è una perdita di tempo.
Questo significa che una mail inaspettata è una doppia sorpresa.
(E che io indubbiamente ho problemi psicologici.)

Cercando invece miei scritti in rete per l’adorata kijomi, mi sono trovata citata:
1) Citata per aver scritto: La morte non è un momento da attendere o scongiurare, ma una compagnia costante. (Non ricordo assolutamente dove io abbia scritto ciò.) Nel blog di un tizio che come seconda foto ne ha una del ’36, recante nome e titolo: Ufficiale della Milizia Fascista. E io so perché quella frase gli piace, anche se non so perché io l’abbia scritta.
2) Citata in un blog chiamato "Brigata Nera". (Le Brigate Nere erano un Corpo militare fascista della Repubblica sociale italiana (Rsi).)
Io non so se ho mai detto a qualcuno che il Fascismo mi sta sul cazzo. Standomi politicamente sul cazzo l’Italia moderno-contemporanea, ci sono poche cose che possano starmi sul cazzo più del Fascismo.


L’adorata Kijomi ha anche fatto proselitismo, e l’Acero vede nuove reclute. Quando tornerò dovrebbero partire i primi ingranaggi. 27 schede confermate, 5 da confermare.


Parto. ^-^

Scritti.

Mi piace come una partenza porti a dover scremare e capire.

Nello zaino, stampati, tre scritti.
C’è Horton, il più vecchio e consistente. Horton è internazionale, non c’è bisogno di essere a N.Y. per portarselo dietro.
C’è una cosa che ha due forme e due nomi: Less, racconto; Zug, sceneggiatura. Sono entrambi titoli provvisori per la stessa trama. Il primo indica che manca qualcosa – una città bombardata lasciata alle spalle, ad esempio. Il secondo indica che siamo su un treno – e che la mia testa riconosce i treni come tedeschi, se li riconosce come Züge. O forse è la città bombardata a essere tedesca, essendo il fantasma di una Berlino che mi disse di dire qualcosa su di lei. Ma c’è anche una Sarajevo, bombardata, e qui i livelli si sovrappongono. Less/Zug ha la sua storia da raccontare. Nasce da un sogno le cui radici sono forse nel viaggio a Berlino, si dà una prima forma, poi una seconda – poi arriva un viaggio deciso all’ultimo a Sarajevo, e la scoperta che questo richiederà 24 ore di viaggio. Avrò tempo per scrivere. La differenza è che non scappo da una città bombardata, ma ci vado.
Horton dice:
“Immagino sia un dettaglio.”
Rispondo, e dice:
“Se non ti spiace io rimango a casa.”
Non che abbia la più pallida idea di come sia fatta, dice, né vede perché dovrebbe averla, ma da quel che ha sentito a riguardo, teme che potrebbe risultare troppo in sintonia con il suo taciturno animo. Perché, dice, detto tra noi, il taciturno animo trova un perfetto equilibrio con le caotiche metropoli illuminate, e ciò non varrebbe forse – per quel che ha sentito dire – a Sarajevo.

Valigie.

Pausa dal fare bagagli.
IPod nelle orecchie sfruttato nel suo uso primario. Nome provvisorio: Bejelit. Dopo un laptop che si chiama Baron Samedi, un disco esterno che si chiama Louise (nome di un’AI), un altro (K)GB, non mi vengono in mente nomi. Consigliate pure.

In Die Nacht der Generale Tanz dà disposizioni circa il numero di fazzoletti puliti che devono essere in auto quando lui vi sale, su quali parti del motore vadano pulite, sull’esatta temperatura dell’acqua nella vasca (un classico).
Io mi limito a fare una lista al PC suddivisa in quattro colonne con in grassetto le cose prioritarie. (Organizzazione puntuale inutile, in quanto ho dimenticato di prendere trasformatori.) Voglio un attendente. È da anni che ribadisco che sarei pronta per grandi cose, ma ho bisogno di qualcuno che mi sbrighi quelle basilari, meccaniche e fondamentali. Volontari…?

Heart of Darkness comincia salutando il Tamigi. L’autore, quando era piccolo, aveva mappe dell’Africa con larghe e indefinite zone nere. Il boom del colonialismo travolgerà le potenze europee nel corso della sua vita, ma la prima volta in cui vede la zona che anni dopo farà da quadro al suo più famoso romanzo, il Congo, questa è un buco nero con pochi nomi e fiumi.
Oggi conosciamo tutto, anche quello che ancora dobbiamo conoscere; se non sappiamo, c’è chi sa per noi; niente più cuori di tenebra in cui affondare.
A Londra vedrò il Tamigi. Magari le londinesi librerie saranno più clementi, e io troverò qualcosa che mi parli di Sarajevo prima che sia Sarajevo stessa a farlo direttamente. Qualcosa che non balbetti le trite e ritrite informazioni che vengono copia/incollate qui e lì, per il principio per cui non esistono zone d’ombra non illuminate dall’informazione.

“Scusi, l’assicurazione ‘rimpatrio incluso’ dove posso farla?”
“Beh… Di solito la fa l’agenzia di viaggi…”
“Ok, e se non mi avvalgo di un’agenzia di viaggi?”
“Beh… Non saprei… Aspetti un attimo.”
Musichetta.
“… Con un’assicurazione.”
“Ahhh… Grazie.”

… Trovata assicurazione per copertura spese mediche ed eventuale rimpatrio o trasferimento (include anche rimpatrio salma; ora, considerando che una salma lì diviene salma perlopiù a causa di bombe, la domanda è: raccolgono con il cucchiaino? O gli eredi diventano possessori del raggio contenente i tuoi pezzi? Mi immagino addetti alla raccolta dei pezzi – adatta scena a una novella di Bulgakov).
Ci sono due vantaggi notevoli insiti nella seconda parte del viaggio:
1) Al ritorno sarò costretta a fare tutte le analisi del sangue e visite mediche che non faccio da anni. (E scoprirò di avere 4 malattie da 2 anni, letali a lento decorso.) Non che non mi sia stato possibile farlo in precedenza, ma…
Tanz: “A che ti serve?”
Io: “Eh, boh. Intendo… È una cosa che si fa.”
Tanz: “Stai bene?”
Io: “Beh… Sì.”
Tanz: “Hai motivi di sospettare malattie?”
Io: “Beh… No.”
Tanz: “Allora perché perdere tempo?”
Io: “… Già, come ho potuto non pensarci?…”
2) Un grosso quantitativo di papabili tappe mi sembrerà non abbordabile, ma incredibilmente, ridicolmente, easy. Tipo: Israele. Che richiede lunga disamina e un progetto di percorso da spedire all’ambasciata italiana per mostrare come i motivi di viaggio siano meramente e innocentemente turistici.
(Si vede che in questi giorni non ho nessuna materia da studiare e quindi niente in cui riversare la frenesia del mio cervello, vero…?)

Torniamo alle valigie.