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Il duro&puro e altre vanitas

Siamo in piena Controriforma.
Me lo dicono le persone che fotografano quello che non mangeranno, Vanitas così palesi che non le avevo riconosciute.
Me lo dice la mia – e non solo mia – sete di quella verità sottostante a tutto questo barocco caos.
Chef Rubio, nel televisore acceso davanti a me, mette in scena un paradosso: dipingere con pennelli sottilissimi la grezzezza del duro&puro. Dovrebbe essere tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle optando per una rappresentazione distorta della realtà – tutti quei corpi perfetti, troppo perfetti, e quelle vite perfette, troppo perfette. Dovrebbe essere il reale, il vero cibo, ma non ne siamo capaci. Siamo capaci solo di mettere in scena un cibo troppo vero, più vero del reale.

Nelle orecchie: Blood Brothers degli Iron Maiden. Vecchia musica, concetti che cercano di essere universali.
Eppure, quando si tratta di scegliere una canzone che dica qualcosa a una persona che lì in mezzo, in qualche modo, c’è stato, Blood Brothers diventa un po’ vanitas. Puzza di quanto gli Iron avrebbero voluto vivere in quella distopia, e mi fa venire in mente delle perle in un porcile. Non le perle date ai porci, no, ma delle perle che crediamo nascere e crescere solo nel fango più scuro e melmoso. E’ la retorica del “Il genuino, ciò che conta, nasce e cresce solo nella miseria” – che sia la miseria di uno stomaco, di una mente, di una vita – o tutto assieme.
Il problema è che ormai, per rendere quel duro&puro, necessitiamo di quegli artifici che in teoria rinneghiamo. Necessitiamo di ottime telecamere per primi piani iper-nitidi. Necessitiamo di un uomo che sappia mettere in scena un cliché di se stesso. Costruire il vero accumulando finzione – e forse funziona, chi lo sa?

Adoravo Dream of Mirrors degli Iron perché mi permetteva di esplodere.
A canzone partita, attendevo quei pochi secondi – mi concentravo, incanalavo il fiato, mettevo assieme quelle poche nozioni acquisite sul “tirare fuori la voce, e che sia di diaframma” – e poi potevo esplodere.
Potrei riportarvi le prime righe del testo, ma sarebbe finzione: non me ne fregava niente del testo. Ad ascoltarle ora, ora che l’inglese lo capisco, mi dico che non c’era bisogno di tutta quell’epicità. Mi dico, come faccio nella maggior parte dei casi, che Dickinson avrebbe potuto limitarsi a urlare. Nessun fingere di avere qualcosa di ben definito da dire. Nessuna maschera. Urla e basta.

Potete leggere quel che la persona dietro a Chef Rubio scrive, se volete. La sua fiction. E’ in Rete.
Vi consiglio di farlo mentre Chef Rubio s’immedesima nel personaggio nel televisore acceso davanti a voi. Guardatelo per qualche secondo, leggete qualche riga, guardatelo per qualche secondo, leggete qualche riga. Lasciate che le due persone si fondano l’una nell’altra senza annullarsi e intuite il potenziale dell’essere umano, e ditemi: non è magnifico?
Anche le maschere hanno una loro, paradossale, controintuitiva, funzione.

Ricercatrice o lobbista?

Non ho mai sopportato le persone che blaterano sognanti a proposito di una doppia personalità – diavolo e angelo, santa e puttana, affidabile affabile manager di giorno e Batman di notte – soprattutto quando tali rivelazioni vengono condite con un tono di finta fatalità.
Non ho mai sopportato neanche l’incoerenza – se non quella sfacciata e irriverente, che è un trasgressivo e sornione “who cares?”.
Quindi deve essere per amor del paradosso che mi trovo a riflettere sul nascere di una mia potenziale doppia personalità.
Niente Dr Jekyll e Mr Hide – troppo esteticamente soddisfacente. La doppiezza che mi trovo a contemplare non ha l’eleganza di un’idea platonica. Ha più il retrogusto insoddisfatto di una freddura post-moderna.
Insomma, senza prolungare ulteriormente questo inutile prologo…
Preferirei fare la ricercatrice o la lobbista?
Non ho sette anni, e quindi la domanda va presa con le pinze – ossia simbolicamente. Non conto su una puntuale esclusività reciproca – se non sarà l’una, sarò l’altra. Diciamo che sono tendenze. Diciamo: preferisco speak truth to the power, che è poi la crociata romanticizzata dei ricercatori, o vendermi a una causa a caso tanto per il gusto di vendersi del tutto, da capo a piedi, emancipandosi dalle crociate etiche?
Non mi porrei la domanda, credo, se il mondo accademico non fosse quel che è, ossia una cricca autocompiaciuta che si logora il cervello su dilemmi che non interessano a nessuno (non in quella forma, almeno), immersa nella versione addomesticata (quindi tendenzialmente ipocrita) della legge della giungla. Non tutti, eh. Alcuni sarebbero da incoronare come profeti della post-contemporaneità. Amo, come al solito, i cinici della situazione. Vorrei essere la cinica della situazione – vorrei essere l’equivalente accademico di un vecchiaccio peloso che si tuffa con gioia in una piscina di bambini beati e beoti. Sarebbe molto epico. Non credo riuscirò mai a prescindere del tutto dell’epico.
Ma c’è una certa epicità anche nella posizione della lobbista. Sarebbe molto più epico fare la lobbista. Non per amor della trasgressione della legge morale o cazzate del genere, ma per uno strano assoluto senso etico. Insomma, immaginate che l’avvocato del diavolo non sia un essere corrotto ma essenzialmente un applicatore puntuale del principio per cui chiunque, e qualsiasi causa, ha diritto di essere ascoltato/a. E’, in fondo, quello che in teoria dicono i buoni valori della nostra epoca: che siamo tutti uguali e che i cattivissimi in fondo sono dei buoni disillusi. Non credo a una tale stronzata, ma credo nell’equivalenza delle persone e dei valori su un piano assoluto. Se il piano è assoluto, e non è quindi tagliato da criteri, come può stabilirsi una gerarchia? Insomma, perché il conforto tratto dall’aiutare bambini denutriti dovrebbe essere migliore di quello tratto dall’indossare un diamante? Non si tratta sempre, in ultima analisi, di conforto?
Quell'”in ultima analisi” poggia su un mosaico di assunti scalciati via. Scalcio via l’assunto tutto occidentale che proclama i diritti umani, la sacralità della vita, la nobiltà della ragione e dei sentimenti, la libertà come valore e il divieto di ledere quella altrui, e tutte quelle contraddizioni che ci portiamo dentro e con cui si può morire senza che si scontrino l’una con l’altra.
Studiare teoria delle relazioni internazionali e un corso intitolato “Societal modernization and the transformation of democracy” mi fa male. Molto male. Quel genere di dolore che ci piace tanto. Relazioni Internazionali non è nulla, in fondo, se non l’accorpamento di concetti provenienti da altre discipline – politiche, economiche, sociologiche, filosofiche. L’unica grande differenza è che Relazioni Internazionali chiama in causa Kant: le tue idee sono valide al punto che le imporresti ad altre società?
Questi generi di studi mi sta rendendo sempre più muta.

Età, storiche e non.

Fine credito sul cell, fine dello scambio di SMS con I, aka “La Diciassettenne”.
Dire che sento una tale differenza tra me e una diciassette non mi stupisce: mi sentivo diversa da una diciassettenne anche quando ero una diciassettenne. Non sopportavo il sottinteso che ci si attacca addosso quando abbiamo diciassette anni: quella difficoltà a essere presi sul serio, in bene e in male.
Perciò mi sforzo di non fare quello che non volevo che i più grandi facessero con me, e cerco invece di entrare nella Weltanschauung di una persona diciassettenne. Ho detto a G una cosa come:
“A quell’età non si riesce ad avere una visione d’insieme.”
Ho detto anche altre cose, ma la realtà è che addossiamo agli altri il modo in cui noi eravamo quando eravamo nei loro panni.
Probabilmente, come molte altre categorie, “la persona di diciassette anni” non esiste.

Ho parlato con diverse persone, negli ultimi tempi, dei cambiamenti legati allo scorrere del tempo all’interno di una vita.
Ho scritto a H riflessioni sul ’68, su questa mia impressione che il ’68 sia l’adolescenza della nostra epoca: quel periodo di idealismi e follie che si perdonano solo perché, per l’appunto, adolescenti. Mi sono interrogata a lungo non tanto sul ’68, ma su come chi l’abbia vissuto abbia poi potuto trasformarsi nell’esatto opposto di ciò che propugnava. Lo trovo inquietante, inquietante quanto l’incredibile adattabilità umana – oh, banalità del male.
Ho parlato dei figli altrui, dato che io non ne ho, e di come in fondo io preferisca i bambini agli adulti. Non ne sopporto la maggior parte perché la maggior parte è il riflesso acritico dei genitori, e sono i genitori che in realtà non sopporto. Ma quando il bambino è ancora “al di là del bene e del male”, e soprattutto sa ancora guardare al mondo senza convenzioni a filtrare, allora trovo qualcosa di molto simile all’essere umano che vado cercando in tutti gli esseri umani che incontro.
Ho parlato con Mater dei coetanei, di come lei per un certo periodo si sia trovata bene frequentando persone molto più giovani di lei. Spiegava che i suoi coetanei erano troppo irrigiditi, e la capisco. A volte re-incontro una vecchia, coetanea, conoscenza, e mi dico: “L’ho persa.” L’ho persa nel senso che, da individuo che cerca di cambiare il mondo, è divenuta un individuo che si è fatto assorbire da quelle abitudini che tanto deprecava nella propria adolescenza.
Sono cresciuta sentendomi dire che, una volta cresciuta, mi sarei smussata, attenuata, avrei capito le esigenze della vita, e reagendo a tutto ciò con un quasi fobico “No!”. Temevo, e temo, la cristallizzazione. Anni dopo avrei mentalizzato questo mio timore, e oggi posso dire che temo la forza inesorabile dell’abitudine. Temo, della vecchiaia, l’irrigidimento, quel diventare sempre più un “se stessi” che non riguarda il nostro vero e puro fulcro (esisterà, poi, tale fulcro?), ma piuttosto un set di abitudini e idiosincrasie mai risolte.
L’età, insomma, fa divenire arroganti. Non l’arroganza incerta e combattiva e forse cieca di un adolescente, ma quella spietata perché inamovibile di chi si sente legittimato a legiferare solo perchè ha subito di più. (Diffido di chi si vuole vedere riconoscere una certa superiorità derivata dal dolore sofferto. Il dolore non insegna: ferisce. E certi animi possono trarre da tale esperienza qualche utile insegnamento, come possono trarne da ogni altra cosa.)

M’informo e m’informo e m’informo sull’autunno del ’41 e sulla primavera del ’42, sull’Operazione Barbarossa e sulle SS, sulle NaPolA, su Heydrich e altre cose. Sistemo gli appunti per la trama, e su un foglio bianco traccio una linea irregolare, verticale, segnando: Da qualche parte a Est, Berlino, Praga… Il percorso che questo romanzo, o racconto, compirà. Gli incastri da definire, le isole in cui canalizzare l’ispirazione, l’attenzione al dato storico.
Leggo I volonterosi carnefici di Hitler, e strapperei l’introduzione. Proseguendo, trovo critiche condivisibili, ma persiste la forte impressione che Goldhagen sia sempre lì lì per dire quello che in realtà vorrebbe comunicare ma non può, e che ha a che fare con il dare una colpa. Ai tedeschi, certo, ma non credo che siano semplicemente “i tedeschi” dell’epoca i depositari del suo astio. E’ invece un qualcosa che non riesco a comprendere. Ha la prosa ingenuamente pedante, ripetitiva, poco professionale della persona che sente di avere una rivelazione da fare, sente che tale rivelazione verrà fortemente contrastata e quindi incespica nella propria coda di paglia (non coda di paglia da cattivo, beninteso, dato che i cattivi sono Altri; coda di paglia da cosa, quindi?). In aggiunta, dice un paio di cazzate così mastodontiche da farmi capire perché gli esperti del settore l’abbiano liquidato con sprezzo.
Leggo Edipo a Stalingrado di Von Rezzori, un romanzo che è molto romanzo d’idee. Lo consiglio, ovviamente, perché amo i romanzi d’idee. Lo consiglio perché sa dare in ogni frase un quadro dell’epoca e dell’essere umano al di là della singola epoca in cui vive. Ha il doppio dono d’essere un grande osservatore e un potenziale satirista.
Mi ricorda Malan, insomma.
E mi fa capire sempre più che il mio interesse non è per la storia, ma per l’archeologia della storia (ciao, Foucault). E per quello che uno scrittore tedesco chiamò “mitosofia”, se non erro. Perché il punto rimane sempre lo stesso: il successo della Shoah non sta nel suo essere un tema storico, ma un mito. E’ in quanto mito che si diffonde così tanto, e come mito insegna (che insegni cose giuste o sbagliate è altra faccenda). “6 milioni di ebrei” è mito, non storia: la storia, più complessa, dice che quel numero è inaffidabile, una scelta tra altre, come la Bibbia è una selezione di testi tra tanti altri, e non La Verità. Se fosse il numero storico puro a contare, per quanto sommario, verrebbero citati più spesso i 20 milioni (altrettanto incerto dato) di sovietici morti nel conflitto. No, i numeri sono un mezzo, uno slogan, una di quelle cose che ci permettono di definire la nostra identità a seconda di come reagiamo dinnanzi a 6 milioni di ebrei morti. Non conta in realtà neanche che fossero ebrei. Se ciò fosse così importante, e se fosse importante – come si dice – ricordare per agire sul presente, sapremmo qualcosa in più sull’ebraismo. Sono invece 6 milioni di morti appartenenti a una categoria stigmatizzata, anonima nella misura in cui può fungere da slot vuoto in cui inserire tutte le altre categorie stigmatizzate.
Trovo pericoloso il fatto che vi sia una forte incoscienza nei confronti di tutto ciò che c’è dietro a “6 milioni di ebrei”. Non poca coscienza di quello che io penso e ho appena scritto, ma in generale l’uso emotivo di “6 milioni di ebrei” senza che vi sia al contempo una riflessione storiografica, sociologica, psicologica e quant’altro non del dato storico, ma della rielaborazione del dato storico.
Me la sono presa, anche, con il “Hier ist kein Warum” di Levi. Ma ho sbagliato. Levi, da persona che ha preso parte a quella fetta di storia, ha saputo trarne un lato, una visione, che può essere rivelante di molti comportamenti umani. Me la sono presa con quel “Hier ist kein Warum” perché è stato elevato a dogma, ha reso ontologico tutto il male percepito e vissuto in tutti i campi, e in tutti i luoghi, più o meno vagamente collegati alla Shoah (e, dato che ormai “Nazionalsocialismo” viene usato come sinonimo di “volontà di una Shoah”, il campo è infinito).
Me la prendo, fondamentalmente, per una questione logica. Perché i morti ebrei sono 6 milioni e quelli sovietici 20, se vogliamo prestare fede ai dati accettati, e allora non ha alcun senso questa drammatizzazione. Le perdite sovietiche dovrebbero sollevare uno sbigottimento tre volte grande, se è veramente dell’importanza della vita umana di cui stiamo parlando. Se invece parliamo della volontà di fare del male, basterebbe osservare il godimento che taluni bambini provare nel torturare lucertole. Se invece parliamo del terrore che ci provoca l’uccisione sistematica, fordizzata, della società post-positivismo, dovremmo chiederci quante persone danno la vita per permetterci di bere Coca Cola.
(Anche) per questo leggo e mi leggerò I volonterosi carnefici di Hitler, nonché il Mein Kampf, nonostante il primo mi faccia venire voglia di liquidarlo con disprezzo per alcune uscite che rivelano delle lacune immani, e il secondo sia noioso a morte. Voglio, masochisticamente, avere sempre più mezzi per dire quanto sia delirante l’uso e abuso di tale mito. Hitler, in quel mattone illeggibile, delira meno di chi oggi fa invettive contro “Il Male” parlando della Shoah.
Ho riflettuto anche sui termini, svianti termini, di come né “genocidio” né “olocausto” né “sterminio” abbiano il minimo senso, dato che di ebrei al mondo ne esistono ancora. Paradossalmente, ma non così tanto, alcuni ebrei hanno dovuto correggere i nostri delirii linguistici proponendo l’uso di un termine non palesemente inesatto: Shoah. Ma è metaforico, come metaforico rimane “olocausto”, oltre a essere inesatto. “Genocidio” implica che l’umanità sia divisibile in razze, e quindi compartecipa della visione razzista dei promotori. Rimane un banalmente corretto “tentato sterminio”, ma come slogan fa poco effetto.

La crudeltà esiste finché non viene indagata.

Mi addormento concentrandomi su una trama – quella trama che riguarda la primavera del ’42, un SS un po’ sfigato che non ha nome (August? Helmut? Wilhelm Maria, se sapessi da dove viene l’uso di aggiungere “Maria” al nome?) e un viaggio per l’Europa che è un po’ una fuga.
Anni fa un’immagine mi attraversò la mente: un viaggio, un treno, la fuga dal fronte.
Qui ci sarà di sicuro anche un treno, ma nel frattempo sono cambiate troppe cose. Quella fuga, allora, sfrecciava in un paesaggio vago, non contestaulizzato, figlio di un’idea di Germania che era pura idea.
Nel frattempo, ci sono stati diversi viaggi per la e dalla Germania. In treno, perché amo viaggiare in treno. Ho amato ogni volta vedere il paesaggio bavarese, dalle case basse ed eleganti benché tozze, tramutarsi in quello nordico, con il bugnato rosso e i tetti appuntiti quanti gli alberi che coprivano l’orizzonte.
Ma comunque.
Mi addormento concentrandomi su una trama che lentamente prende forma.
Una volta ne sarei stata incapace. Per tanto, tantissimo tempo sono stata incapace di immedesimarmi in altro che non fosse un personaggio, una forma antropomorfa, nel sembiante e nell’anima. Tutte le altre suggestioni – i paesaggi, le svolte, il ritmo – affioravano durante il sonno, rimanendo impresse sulla retina al risveglio.
Finirò il Mein Kampf, prima o poi. Se solo avesse l’esotismo della crudeltà – quell’esser proibito che sfocia in trasgressione e disumanità – sarebbe tutto molto più semplice, poiché sarebbe tutto meno noioso. Ma la crudeltà è effimera come le sensazioni al mattino, i sentimenti mistici e altre simili cose: svanisce se si cerca di cristallizzarla in un lungo e articolato discorso. La crudeltà esiste finché non viene indagata. Un po’ come Babbo Natale.
Ho bisogno di scrivere un romanzo di viaggi perché è la dimensione che più mi sento vicina, quella che meno mi richiede di uscire da me. Ho accumulato ricordi di viaggi che non possono essere sfogati semplicemente pubblicando foto e commentandole. Soprattutto, c’è l’impossibilità di rappresentare in foto (almeno per me) il viaggiare in sé, lo stato d’animo del viaggiare, che paradossalmente ha ormai poco a che fare con le distanze geografiche. Paradossalmente, passare due settimane in un resort dall’altra parte del mondo non fa che completare il quadro di una vita sedentaria. Parlo di altri generi di viaggi. Parlo del prendersi e spostarsi nella propria interezza, senza sapere quale sia la casa a cui si potrebbe voler tornare, se si volesse tornare a casa.
Posso chiamare la Germania “casa” quanto voglio, ma tale usanza non fa che riflettere il fatto che non ho un luogo che chiamo casa. Questa camera, sì. E anche il bagno. Le quattro, solide mura che conosco – queste sì. Ma non tutto quello che è all’esterno. L’affetto che provo per il bar sotto casa è l’affetto che si riserva a un pezzo di mondo esterno a te con cui interagisci sovente, felice di aprirti ad esso. Non c’è quella continuità tra me e l’esterno, quel perdere di vista dove finisco io e dove comincia ciò che ho attorno.
Ho provato tale sublime, nel senso romantico (storicamente romantico) del termine, sensazione a Kiel, ma non nei confronti della città, bensì del cielo e del vento. Mi ritrovavo finalmente in un’atmosfera inseguita per anni – figlia di una Sehnsucht tenace – mi ritrovavo faccia a faccia con me stessa, e Kiel, e la Germania, c’entravano fino a un certo punto. C’entravano, credo, nella misura in cui la Germania sa essere silenziosa e mettersi in disparte, lasciandoti sola con quello che vuoi vivere in quel momento.
In questi giorni penso che andarmene di nuovo, lasciare queste quattro mura per finire in altre sconosciute quattro mura, mi destabilizzerà. Ci si mette comodi – l’essere umano è al 90% abitudine – si deposita la propria voglia di certezze in secondari dettagli quotidiani. Mi terrorizza, questo mio pensiero, e vi reagisco da anti-fobica: reagisco sentendo la frenesia di andarmene, per non poter cader vittima di tale timore.
In tutto ciò, addormentarmi immedesimandomi in una trama ha una sua fondamentale importanza. Significa ricominciare a costruirmi qualcosa di mio, del mio intelletto, intangibile e attivabile ovunque. Una casa interiore.
Intanto, interrogo ancora una volta – lo faccio a quasi regolari scadenze – la mia necessità dell’altrui presenza umana. Non il singolo essere umano, ma l’umanità che non conosco – la “vita sociale”, insomma, quella anonima, l’apertura nei confronti del prossimo.
Ho passato una serata con nottata annessa in discoteca – una discoteca già semi-conosciuta, una fetta di foklore italiano non troppo distante dalla mia concezione – ri-scoprendo di essermi stabilizzata nella mia posizione: quella di persona che non aderisce quasi per nulla, intimamente, ma al contempo si immerge il più possibile. Essere divenuta così tanto capace di interfacciarmi con qualsiasi cosa mi passi davanti ha un rovescio della medaglia: non mi devo mai richiedere di provare reale interesse per darmi alla vita sociale. Posso procedere con la mia interfaccia di routine senza scomodare aspettative più profonde. Mi approccio al prossimo con una voracità aggressiva, inglobando tutto in un entusiasmo che mi ricorda la curiosità di un bambino. E’ un vivere il prossimo che, forse, non necessita il prossimo – e su ciò dovrei riflettere.
Rifletto sul Mein Kampf senza giungere a nessuna conclusione, perché vorrei prima confrontarmi con altri, ma per farlo necessito che gli altri abbiano perlomeno iniziato questo mattone. Vorrei discutere con il prossimo di come il Mein Kampf sia noioso perché non dice nulla di nuovo, anzi, a ben vedere porta lamentele estremamente simili a quelle attuali.
Una volta pensavo, da apolitica, che per esclusione la sinistra mi sarebbe stata più digeribile. “Per esclusione”: non avrei dovuto tollerare nazionalismi, razzismi, ismi dal retrogusto pericoloso.
Ora noto che le lamentele meinkampfiane provengono indistintamente da destra e da sinistra, anzi, perlopiù da sinistra. Mi sento stupida, notandolo, perché il nazionalsocialismo proviene dal socialismo, e quindi non è che io abbia fatto questa grande scoperta.
Mi trovo così in una non-posizione: sono le parole di destra a sollevare critiche che mi paiono sensate e non copia/incollate, ma d’altro canto le risposte che le destre danno tendenzialmente mi paiono copia/incollate. Galleggio, facendomi tutti nemici. Cerco di capire cosa ci sia tra il timore di un new world order capeggiato da fantasmi della finanza e il timore di una società “sporcata” da elementi corrosivi. Un giochetto statistico non troppo impegnativo dimostra come, relativamente a breve, la cosidetta “razza bianca” non sarà che una minoranza nella maggior parte del globo, mi chiedo quante persone ci pensino, ma soprattutto mi chiedo quanti volenterosi progressisti accetterebbero di vivere da minoranza bianca, considerando che cose stupide ma essenziali come i canoni estetici vigenti provengono da un’egemonia bianca e occidentale. Ringrazio ancora Ishmael Reed per avermi fatto vedere la cultura europea dall’esterno, facendomi notare – ad esempio – come l’Europa – e l’Occidente di conseguenza – abbia una vera e propria fissazione per il giovane promettente che si schianta morendo realizzando così, in un sacrificio esteticamente godibile, il proprio radioso destino. Lo ringrazio, insomma, per avermi permesso di guardare alla mia cultura d’origine con gli stessi occhi con cui si guarda al folklore.
Hitler, nel Mein Kampf, dice che le tendenze pacifiste e umanitarie dei suoi tempi sono le tendenze delle nazioni europee ricche. Fa un lungo discorso per dire che, fondamentalmente, la beneficenza esiste grazie a un grappolo di milfs annoiate che non hanno mai sperimentato sulla propria pelle il soggiacere agli impulsi basilari (mangiare, non congelare, etc…).
Ma, prima di proseguire, è necessario fare una scontata premessa: il fatto che il Mein Kampf sia divenuto il libro-simbolo di un regime che storicamente ha fatto tanto male a tante persone non significa che l’interezza di questo libro sia da buttare nel cesso. La differenza tra il Mein Kampf a pag. 292 (quella a cui sono giunta) e una lamentela a random odierna, ben sviluppata e analitica, sta solo in una cosa: gli ebrei. Ossia, Hitler dà tutta la colpa agli ebrei, e lo fa usando come prove un’accozzaglia tra documentazione storica, esperienze personali e Zeitgeist in cui vive. Lo fa come oggi le persone danno la colpa alla finanza, per intenderci, o al new world order, o alle multinazionali. Hitler prende tutto ciò – finanza, ordine mondiale segreto e attività commerciali – e lo riunisce sotto al concetto di “ebreo”. Per il resto, è fantasioso quanto molti nostri contemporanei e molto più arguto di molti nostri contemporanei. Semplicemente, è molto noioso per il lettore di oggi.
Ciò detto, torniamo all’Occidente benestante che si dà alla beneficenza e proclama sentendosi nel giusto di essere pacifista e non razzista e che tutti siamo uguali etc… Non siamo tutti uguali, per fortuna e sfortuna. Io, ad esempio, mi sento profondamente diversa rispetto alla tizia che vive in una società apertamente maschilista e che è passabile di condanna se non sottostà alle regole della suddetta società. Le sono uguale in quanto essere umano che si fa formare da una società, ma diversa nel risultato. E da essere umano uguale-diverso, ‘sto cazzo che accetterei di vivere nella società da cui proviene la tizia – e lei probabilmente non accetterebbe di vivere nella mia.
Ma viviamo in una società globalizzata post-RivoluzioneDeiTrasporti, in cui le persone non nascono, vivono e muoiono nello stesso chilometro quadrato. Un’attuazione letterale dei principi occidentali a oggi – tutti hanno gli stessi diritti, tutti devono poter avere le stesse risorse e poter mantenere la propria cultura – consisterebbe in un mondo in cui io, da minoranza numerica (gli occidentali della mia classe sociale, che pure non è alta, sono una minoranza nel mondo), dovrei sottostare alle leggi promulgate dalla maggioranza – quelle maggioranze che vivono in quei “poveri Paesi Non-Sviluppati culturalmente retrogradi che la globalizzazione sta livellando”. Dovrei, insomma, vivere nel mondo della tizia di cui sopra – da cui il “‘Sto cazzo”.
Questo paradosso mi era stato gentilmente offerto dal caro Malan, il sudafricano bianco progressista che scappò dal Sudafrica perché si rese conto che andare tra gli zulu dicendo “Non sono razzista!” gli sarebbe probabilmente valso un “Chi cazzo se ne frega, sporco bianco di merda? Ora ti facciamo il culo”. Ma Malan è stato soprattutto quell’uomo che mi ha mostrato come, forse, il problema tra boeri e zulu non stava nella loro diversità, ma nella loro somiglianza: entrambi erano inselvatichiti, affamati di terra e particolarmente fantasiosi quando si trattava di vendicarsi sul nemico.
Per questo motivo, e altri, mi tocca andare d’accordo con Hitler sulle milfs arricchite che fanno beneficenza.
Il problema, ulteriore, è che oggi viviamo in quel mondo in cui un manuale di diritto internazionale, per spiegare cosa sia il diritto internazionale, offre l’esempio di un’isola di un chilometro quadrato in cui un britannico vittoriano, uno zulu del primo Ottocento, un cinese degli anni Settanta e un figlio dei fiori americano si trovano e devono accordarsi sulla forma di governo e stato da darsi – e tutto ciò che ne deriva.
Il problema non è in realtà “ulteriore”: c’era già ai tempi di Hitler, e anche prima, nel Sudafrica di allora. La soluzione, facendo eco al caro Wilson, era quella del più puro nazionalismo: dare a ogni nazione il proprio territorio. Senza perderci nell’ingrato e da me adorato compito di capire che cazzo sia una nazione, e andando oltre, abbiamo un esempio dell’attuazione di tale politica: l’apartheid. E il Terzo Reich per come sarebbe stato, se la guerra fosse andata diversamente (i tedeschi volevano, inizialmente, sbattere gli ebrei – la “nazione senza territorio” – fuori dalla Germania, ma nessuno li voleva. Non li volevano i polacchi, né i russi o gli italiani, né tantomeno gli inglesi o i palestinesi. Per fortuna gli inglesi sudafricani, qualche decennio prima, si erano inventati i campi di lavoro e di concentramento da cui trarre ispirazione).
L’ultimo della lista ad aver complicato la mia visione di internazionalista di origine europea, dopo Malan e dopo i manuali di diritto internazionale, è stato un massaggiatore di origine rumena conosciuto a Budapest (mentre mi massaggiava per un prezzo che mi ha fatto tanto sentire neo-colonialista). Quest’uomo, scampato al regime sovietico, mi ha detto con candore che all’Ungheria non conviene stare in Europa, perché sarebbe come tornare all’URSS. Mentre il mio sbigottimento veniva inghiottito dal lettino, lui ha cercato di farmi capire il suo punto di vista. Mi sono impegnata e l’ho capito: ho capito che, per uno Stato come l’Ungheria, entrare in Europa significa fondamentalmente dover seguire una serie di direttive, ossia di punti che le dicono come deve comportarsi, essere, sentirsi. Probabilmente capirò veramente le implicazioni di tutto ciò quando, per poter sopravvivere, sarò costretta a entrare a far parte di una società ufficialmente maschilista che ha il diritto di sbattermi in prigione se non mi comporto da “donna”.

Il punto è che non so come spiegare al prossimo che i principi fondamentali non sono fondamentali, ma socialmente determinati, e nascono e crescono in Europa. Ci è voluto il giusnaturalismo, a cui è servita l’esistenza del Cattolicesimo, ci sono volute tante cose, tra cui il Romanticismo, l’antropologia e l’Olocausto, perché l’Occidente partorisse i diritti fondamentali. Abbiamo sterminato un po’ di troppa gente tutta assieme, scoprendo come la tecnologia e la buona organizzazione possano scavalcare i timori umani, ci siamo spaventati (non per le morti – la morte c’è sempre stata) e abbiamo reagito fobicamente.
Il dirigente dell’ASL di Pavia si è dimesso dopo aver fatto una battuta sugli ebrei (“La differenza tra le torte e gli ebrei? Che le torte quando le metti nel forno non gridano.”). In generale, c’è una giustizia nel fatto che si sia dimesso: ma sarebbe una giustizia reale, e non una giustizia da coda di paglia della nostra società, se si dimettessero tutti quelli che fanno battute su qualsiasi popolo e su qualsiasi categoria sociale.
Nel centro della cittadina in cui vivo c’è un parcheggiatore che allieta i clienti facendo pessime battute sugli omosessuali (che, ovviamente, vengono chiamati “froci”), ma se qualcuno gli desse dell’antisemita si offenderebbe a morte. Rido anche, alle sue becere battute. Rido sentendo quelle sugli ebrei e quelle sulle donne e quelle sui portatori di handicap. Non so perché rido. La psicanalisi forse direbbe che rido per sfogare aggressività – ossia per evitare di picchiare ebrei, omosessuali, me stessa e portatori di handicap. Può essere, veramente, ammetto anche che sia possibile che io voglia inconsciamente farmi del male.
Ma, se il dirigente dell’ASL deve dimettersi per quella battuta – e, ripeto, c’è un fondo di giustizia in ciò, una briciola, così come per un giorno all’anno è la festa delle donne – allora datemi un bastone che vado a picchiare Woody Allen perché ha detto: “On bisexuality: It immediately doubles your chances for a date on Saturday night.” E Wagner avrebbe il diritto di fare lo stesso perché Allen ha detto: “I can’t listen to that much Wagner. I start getting the urge to conquer Poland.”.
Invece rido, forse più per scazzo interiore che per tolleranza. Purtroppo Wagner ha dovuto subire tale destino: di essere associato al nazionalsocialismo. Lo ascolto e anche io mi sento già sulla strada per la Polonia. E’ ingiusto, lo so, e da essere umano socialmente impegnato devo sdoppiarmi: saperne ridere pur ricordando, in fondo a me stessa, che è un’ilarità che poggia su un’illusione di massa.
E’ che mi pare semplice, troppo semplice, liberarsi la coscienza da ogni bruttura sfruttando i bisognosi che necessitano di beneficenza e l’intoccabilità degli ebrei. E’ un po’ razzista, questa protezione a priori, come razzista è il pensare che tutti i “negri” siano povere vittime del nostro razzismo – escludendo che ci siano dei negri (ossia: “persone dall’aspetto scuro e dalla bassa estrazione sociale”) razzisti. Fossi ebrea, mi sentirei offesa dal vedermi rappresentata come una sorta di panda inoffensivo e destinato al macello, incapace di reggere il peso di una battuta di dubbio gusto. Voglio dire, come donna mi sento offesa se mi chiamano “sesso debole”. Ho dovuto attendere Inglorious Basterds per vedere la rappresentazione di ebrei capaci di farsi giustizia da soli – non che non ne esistano, ovviamente. Prima che masse di italiani si indignassero per la battuta del dirigente dell’ASL, un sacco di tempo prima, prima del nazionalsocialismo, Lord Nathaniel Rothschild (ebreo) disse:
“Never allow yourself to get caught without a loose million handy.”
E rido anche di questo.

Anti-isms

(Scritto ieri, postato oggi.)


Vivo in un bel quartiere.
Lo riscopro scendendo al market tenuto da cinesi che dista 30 secondi da casa mia – scendo per un’improvvisa voglia di Redbull, invero – osservando un commesso giocare a nascondino con un bambino senegalese.
Il market è un’isola a sé: tenuto da cinesi, ha una clientela perlopiù senegalese in un quartiere di maggioranza caucasica anziana con isole senegalesi.
Il quartiere è un’isola a sé: è piccolo, e ciò evita ghettizzazioni. Tutti conoscono tutti, nessuno è in numero abbastanza preponderante da imporsi (escluse le vecchiette, ma per fortuna le vecchiette hanno limitate facoltà di creare regimi del terrore, e la comunità della chiesa, ma per fortuna il cattolicesimo è obbligato a essere tollerante circa il colore della pelle), e io so che faticherei a trovare un habitat simile altrove.
A ciò penso quando sento italiani lamentare che stranieri “vengono qui, che non è casa loro, e non rispettano le nostre abitudini e tradizioni”: “casa mia” è questo melting-pot, questa è la mia abitudine e tradizione – sempre che io voglia appellarmi ad abitudini e tradizioni. Senza tirare in causa temi triti e ritriti, e che servono solo quando non si hanno migliori giustificazioni, sto bene così e non vedo perché una persona di Bergamo o di Canicattì dovrebbe avere il diritto di decidere chi devo incontrare quando vado a comprarmi una Redbull.

Hitler di Genna lo finirò perché voglio ripassare la vita di Hitler, fondamentalmente.
Per il resto, a pagina 472 di 665, lo ritengo lesivo. La prosa continua a piacermi, anche se sulle lunghe si ripete un po’, ma non è la forma in senso stretto a infastidirmi. È la forma in senso molto ampio, ossia: il quadro interpretativo in cui gli eventi vengono collocati, il modo in cui vengono rappresentati, ossia interpretati.
Mi sono domandata, leggendo, se un tedesco leggerebbe questo libro, poiché in Hitler ci sono tre tipi di personaggi: i nazisti cattivi, ontologicamente cattivi e quindi non indagabili (ossia: difficile immedesimarcisi, a meno che non si condividano le psicosi dell’Hitler di Genna – ma questo è un altro discorso); i tedeschi, come entità collettiva belante e inneggiante; le vittime, che esistono in quanto vittime.
Esteticamente, in senso né troppo stretto né troppo largo, è una bella incisione di Dürer: Genna ha fatto bene quel che (suppongo) si è preposto di fare. Il problema risiede in quello che si è proposto di fare. Intendo dire… Non credo che una visione catara & ontologica dell’Olocausto mancasse nel nostro panorama, anzi, la visione catara & ontologica è stata la prima a sorgere dopo l’Olocausto. Poi è venuta la Arendt etc etc… Di come il Nazionalsocialismo nel proprio anti-semitismo sia stato visto nei decenni che seguirono parla bene Gerwarth (l’autore di Hitler’s Hangman), il quale – c’è da dire – è uno storico. Genna è uno scrittore. È che con Genna ho la stessa impressione avuta con Binet (autore di HHhH): due persone che si sono informate storicamente in senso stretto, ossia appuntandosi date ed eventi, ma a cui manca una visione critica.
C’è da dire che Eco, semiologo-scrittore, nel suo voler rappresentare l’anti-semitismo (Il cimitero di Praga) è stato perlopiù frainteso: non gli si è dato dell’anti-semita, perché è Eco e perché il romanzo è troppo esplicitamente anti-semita per essere veramente anti-semita, è stato fatto di peggio: è stato criticato per non essere stato abbastanza anti-anti-semita. Eco avrebbe dovuto, insomma, condannare più esplicitamente l’anti-semitismo – ciò con un romanzo che entra nei panni dell’anti-semita per mostrare, passo passo, come l’anti-semitismo sia stato costruito, e sia sempre costruibile, alla stregua di molti altri miti negativi.
Genna fa questo: condanna. Lo fa approcciando i cattivi con uno sguardo disincantato, lo sguardo di chi è abituato alla violenza e la osserva a occhi spalancati, ma sembra l’abitudine alla violenza mostrata dalle precedenti rappresentazioni di un nazismo ontologicamente negativo, non alla violenza in quanto possibilità umana. Insomma: Genna vede il Male ma non vede l’Umano (e infatti il suo Hitler non è umano; chi lo sarebbe, ossia i tedeschi, viene ridotto a una massa indistinta; le vittime, umanissime, sono umane in quanto vittime).
E allora torno al mio amato Le benevole, che amo di per sé e perché, essendo stato scritto da un ebreo, non può essere condannato di anti-semitismo. Non è meravigliosamente ironico? Tra Hitler, HHhH, Il cimitero di Praga e Le benevole, quest’ultimo è quello più tacciabile d’essere antisemita. È l’unico in cui vengano portate spiegazioni logiche e non confutabili per accusare gli ebrei, senza che queste spiegazioni vengano liquidate dall’autore con la parola “odio”. Ma Littell è ebreo, quindi Le benevole è in libreria. Non è meravigliosamente ironico? Come umanità, non siamo un po’ ridicoli?

Lavoro alla conclusione della tesi, che alla fine sto modificando. Ho passato così tanti mesi su questa tesi che al momento mi manca un quadro d’insieme, e il timore è di discostarmene proprio ora, nella conclusione.
Ma sono abbastanza tranquilla.
L’ultima correzione mi ha rassicurato, ossia: relatrice ufficiale e relatore non ufficiale hanno apportato correzioni che mi sono state utili. Mi sono sentita seguita. Dopotutto, c’è un motivo per cui la Germania mi è piaciuta tanto: mi piacciono i sistemi in cui le autorità mi fanno sentire sostenuta.

Di stress insolubile e miti negativi.

Giorni e giorni di studio senza un feedback in tempo reale (e quello datomi dai relatori non vale, perché non ci credo) mi portano qui, di nuovo, perché per qualche strano motivo vergare (fra quanto questa parola morirà?) su queste pagine mi sa di produttività.
Ciao, oh coevi, sono stressata.
E ogni volta che leggo “black labour” mi stresso un po’ di più.
L’ultima settimana è stata spesa imparando come ottenere una forza lavoro controllata fino al buco del culo (e non è metaforico: stiamo parlando di diamanti) e dai bassi salari.
Gli ingredienti sono:
– una sconvolgente maggioranza di nativi di pelle non bianca;
– del sano colonialismo paternalista;
– uno Stato fantasma.
Poi basta rispolverare le nozioni rimaste da un esame di economia politica internazionale sull’importanza della produzione di un surplus di staple food, e un paio di altre cose che non ho voglia di ricordare ora. Gli appunti serviranno pure a qualcosa.

Penso sempre più che la comunità intellettuale attuale sia in fondo grande più o meno come quella dei tempi di Erasmo da Rotterdam. Ci sono quintali e quintali di pagine che, infine, circolano sempre tra le stesse persone. Tutti citano Turrell, Worger si fa editare da Smalberger che sicuramente, scoprirò, cita Worger, e via discorrendo.
Sono giunta, insomma, a un visione più tiepida del classico “nessuno mi capisce”. In fondo è un po’ vero: pochissimi mi capiscono, perché pochissimi muovono le proprie morbose manine nelle tonnellate di carta con cui ho arredato diversi scaffali della mia libreria Ikea.
Insomma, riassumendo: potrei scrivere anche una tesi sulle posizioni tenute dalla comunità intellettuale sul Sudafrica di fine Ottocento. Tanto ci stanno tutti in una stanza. Piccola.

La mia libreria Ikea dovrà essere spostata in giornata, per permettere all’imbianchino di ritoccare il lavoro già fatto. Non ne ho voglia. Mi sono svegliata alle 18:00 di ieri, ho passato una nottata insonne perlopiù studiando, sto bevendo una redbull dopo averci pensato di sottofondo per tre ore e, insomma, neanche voi avreste voglia di spostare la libreria Ikea già sovraccarica.

Faccio una doccia ogni sera (con VB – ormai siamo coordinate sotto la doccia come due commilitoni in costante mancanza di spazio vitale; siamo capaci di farci una doccia assieme in un bagno di due metri quadrati, ossia un bagno più piccolo della mia attuale doccia) per darmi una pausa. Faccio una doccia ogni sera accendendo una candela e usandola come unica luce per fare atmosfera – cerco insomma di immergermi in una convincente atmosfera “ti stai rilassando”. Ovviamente, mi prendo in giro da sola. La doccia consiste in una serie di puntuali passaggi che vengono svolti con precisione, ma quando sento la testa girare lievemente per l’eccesso di vapore posso illudermi che mi sto rilassando – per il semplice fatto che in quella condizione non potrei fare altro.
Per convincermi ancora meglio, il prossimo fine settimana farò tappa a una spa, concedendomi (e questo non sarà un piacere illusorio) un massaggio alle mie legnose spalle, per non parlare del mio bloccatissimo collo. VB allevia le mie sofferenze quasi quotidianamente, riservandomi massaggi piacevoli e catartici – ma tanto il problema si ripresenta con costanza. Mi ci sono affezionata, ormai, a tale legnitudine insita: la reinterpreto come segno della mia concentrazione.

Ho guardato Immaturi trovandolo divertente e moralmente aberrante. Il fatto che questo film intendesse essere moralmente di guida mi dice tanto sulla mia posizione in questa società morale, suppongo.

Quando l’imbianchino avrà finito con i ritocchi, potrò finalmente sistemare il resto della casa.
Dovete sapere, Creature, che è stata la sottoscritta a disfare i pacchi e inserire il tutto nei relativi spazi. La cabina-armadio è stato il culmine di tale lavoro, e mi ha vista pulire da ogni mefitico pelo di gatto o cane ogni capo prima che questi venisse riposto nella cabina-armadio. Sì, è patologico – infatti mi ha rilassato. Vorrei rilassarmi, ora, mettendo a posto il resto della casa. Mi rilassa, insomma, trovare un ordine ottimale, ossia quell’ordine che soddisfa il più possibile estetismo e funzionalità.
Dovrò pur far sfogare Tanz – aka il mio Super-Io, aka uno dei personaggi di La notte dei generali di Kirst – da qualche parte, no?

Mi manca Kirst. Mi manca soprattutto mentre finisco Hitler di Genna. Dico “finisco” ma sono a pagina 311 di 665. Il punto è che lo apro, ogni volta, con lo scopo di finirlo. So che sto facendo una pessima pubblicità a Genna, ma questo gli tocca da una germanista. In compenso, ho chiesto consiglio per altri suoi libri, libri in cui la stupenda prosa non sia rovinata da un approccio becero – becero per qualsiasi germanista che non sia rimast@ alla fase “vado ad Auschwitz in vacanza, mi metto a piangere, torno a casa e lo ignoro per il resto dell’anno”.
(Chissà se riesco a implementare il @ come simbolo che sostituisca le -a e le -o, nonché le -e e le -i, della nostra sessista lingua.)
Mi manca Kirst e uso il Nazionalsocialismo come un mio amico usava Freddy Krueger. L’amico diceva:
“Quando ero piccolo, Freddy Krueger era un male fasullo, quindi più accettabile dei mali reali che conoscevo.”
Strani processi mentali.
I nazisti sono morti (o sono vecchietti incartapecoriti), coevi. Non possono più fare male a nessuno. Per questo odio l’uso di dare del “nazista” a un avversario politico, o quello di gridare al nazismo quando si ha l’impressione che la nostra società si stia de-democratizzando: non è il nazismo il problema, e chiamare il problema “nazismo” non fa che sviare l’attenzione dai problemi reali.

Studiare 3 volte la fase d’amalgamazione delle società a Kimberley fino alla fondazione del monopolio De Beers, oltre a insegnarmi imbrogli finanziari geniali, mi rende sempre più amareggiata dinnanzi a quel brusio di sottofondo che inneggia contro le banche e la finanza, quali fossero mali nuovi, sconosciuti, e a cui si possa rinunciare d’improvviso – come se la rinuncia improvvisa fosse per noi una salvazione.
Premessa: sono un cane in finanza.
Sono un cane che scoprì come la moneta sia un’astrazione, una self-fulfilling prophecy, studiando la Spagna del 1500-1600 e le sue bancarotte. Insomma, lo scoprii per caso. Il mio essere un’ignorante è stato lievemente attenuato da uno splendido corso di economia, in cui un folle professore cercò di insegnare metodi e ragionamenti utili a un esiguo branco di totali ignoranti in materia. Amo tutt’ora quell’uomo. Anzi, vorrei chiedergli di leggermi la tesi – la mia tesi con troppi risvolti economici, e il mio terrore che i miei relatori non sappiano correggermi quando ne blatero. Voglio un quarto relatore.
Ho scritto a un anonimo, qualche settimana fa, che tutti questi anni – tanti in proporzione alla lunghezza della mia vita – spesi sotto l’egida dell’amore per la conoscenza mi hanno dato un solo vantaggio: che ora dico qualche cazzata in meno. Questo vantaggio ne reca un secondo: so di dire qualche cazzata in meno perché osservo le cazzate che ho detto in passato, e questo mi rende consapevole del rapporto inversamente proporzionale esistente tra conoscenze acquisite in un campo e cazzate che puoi sparare parlando di quel campo. Questo, insomma, mi fa tenere la bocca un po’ più chiusa – pensate, quindi, quanto sarei polemica altrimenti – mentre osservo incolti più incolti di me ipotizzare una società priva di banche, di protezionismo estremo, e altre repubbliche realizzabili più o meno quanto quella di Platone.
Non rifletterei tanto sull’argomento se non fossi una germanista. Il passo tra “banche/finanza” ed ebrei è stato così breve da essere dato per scontato poco meno di un secolo fa. Non che il collegamento non esista, anzi – googlate “Rothschild” – ma quello che osservo con morbosità è il rapporto direttamente proporzionale tra “crisi” e “subitanee invettive contro le banche & correlati”. Non nego neanche che tali invettive siano ben motivate, semplicemente osservo il ri-crearsi di un mito negativo. E c’è così tanta gente che ne parla, di queste banche, che tutto viene detto e le opinioni creano labirinti, in cui i pareri degli esperti del settore si mescolano a lamentele populiste, e infine c’è solo un gran casino.
E allora si ritorna a Marx.
Anche nel primo dopoguerra si ritornò a Marx.
Il partito nazista, dopotutto, era il partito nazional-socialista. Per la precisione, era il “Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori”, ossia un partito che diffondeva un’ideologia basata su invettive non troppo dissimili da quelle presenti.
No, Creature, non sto prospettando un secondo olocausto o una terza guerra mondiale. Troppe cose sono cambiate. Non speculo per giungere a una previsione. Speculo e basta, rimirando la ri-creazione – ennesima – di miti negativi. L’othering. Il legame tra identity e alterity. Tutti temi tanto amati dalla ristretta cerchia intellettuale degli ultimi anni – troppo ristretta. Tale cerchia ha deciso che nell’umano è necessario creare “l’Altro da sé” per crearsi un’identità, e il passo tra questo e la creazione di un mito negativo è brevissimo. Questi eminenti studiosi, che tanti saggi hanno scritto sull’argomento, non mi hanno fornito una sola soluzione – e così non posso fare altro che osservare la costruzione di miti negativi, ascoltare commenti sui cinesi che s’infilano ovunque, le banche-sanguisughe, l’immigrazione nord-africana che porta criminalità, i comunisti, i leghisti, i nazisti e via discorrendo.
D’altro canto, io ho risolto la faccenda in maniera esemplare: ci sono io, e poi ci siete tutti voi, e infatti tanto insisto sul fatto che noi siamo tutti esseri umani, perché tale collegamento è la mia salvezza e la mia dannazione.


La comunità intellettuale odierna sembra essere estesa quanto quella dei tempi di Erasmo, e ciò mi angoscia perché oggi siamo convinti di essere tutti democraticamente informati – gli esperti del settore e i lamentosi populisti.
Personalmente, è da anni che mi sento un’infiltrata.


Andiamo a svegliare VB con un caffè e qualcosa di dolce.

Cultura e pesticidi.

Mater & VB sono fuori a fare shopping, EM pulisce camera mia chiacchierando con me e le bestie parimenti.
Avete letto?
Camera mia.
Ho di nuovo una camera, insomma.
Una camera che in realtà è double-faced, ed è o camera o studio a seconda del fatto che il divano letto sia in formato letto o in formato divano.
Ho una stanza, insomma, e finalmente una scrivania agibile, e librerie e un luogo morbido su cui distendermi.
Ho anche una doccia enorme con soffione d’ampia circonferenza che lascia cadere una dolce pioggia calda sul mio cervello stressato, ogni sera.
Ho anche altre cose, ma non voglio fare diventare questa faccenda un remake di Fight Club.
Diciamo quindi che ho una tesi da finire di scrivere, e un immenso stress derivato. Lo stress non deriva dalla tesi in sé – amo l’argomento in modo quasi sessuale – ma dalla triangolazione sottoscritta-tesi-relatori, anche considerabile come sottoscritta-tesi-dipartimentoanglistica, e forse considerabile più genericamente sottoscritta-tesi-comunitàricercatoriattuale.
Vi porto un esempio.
I relatori (vi ricordo che ne ho in abbondanza, come una paziente particolarmente problematica) hanno deciso che il terzo capitolo della tesi riguarderà, per concludere, il “capitalismo razziale” in Sudafrica. Tale forma di capitalismo sorgerebbe, secondo alcune fonti – la maggior parte, invero – nel periodo della formazione della De Beers. Un’altra fonte, però – che ho appena inserito nella tesi per farmi odiare meglio – smonta il razzismo come spiegazione portando dati, più precisi, che dimostrano come il formarsi di una società di classi corrispondenti a diverse “razze” in Sudafrica sia stato in parte incidentale.
È una sfumatura, e lo so – Dio e il Diavolo stanno nei dettagli.
L’Hitler di Genna, invece, non sembra un dettaglio.
Genna – nel romanzo Hitler – sembra aver voluto creare un Hitler ontologicamente malvagio. Non so se ciò mi compiaccia o infastidisca. (Forse, in effetti, dovrei prima finire il romanzo.) Mi infastidisce il suo ricondurre ogni pensiero di Hitler agli ebrei. Mi infastidisce perché tanta presenza ebraica non è accompagnata da quel processo di immedesimazione rifilato biecamente al lettore che faccia al lettore comprendere da cosa l’antisemitismo nasca. Littell l’ha fatto. Eco l’ha fatto – l’intero Il cimitero di Praga è ciò: la riproduzione della nascita di un mito negativo.
L’Hitler di Genna odia gli ebrei con tenacia perché odia gli ebrei con tenacia. Come si possa giungere a odiare tanto una categoria non è spiegato – non è spiegabile, suggerisce Genna a inizio libro, e mi ricorda quel famosissimo sopravvisuto all’Olocausto, di origine ebraica, e il cui nome ho finalmente rimosso (giacché mi sta sulle palle), che… Elie Wiesel. Ecco, lo ricordo di nuovo. Comunque, Elie Wiesel che proclamò l’Olocausto come male ontologico e quindi inspiegabile per poi passare gli anni parlando dell’Olocausto. Oh, odio Wiesel. Ma non lo odio con tenacia perché lo odio con tenacia – ci sono sempre motivi.


La mia stanza è la Stanza B&W.

Ricordo di aver visto, da piccola, un film tratto da Il mago di Oz. Credo fosse così, ma forse era tratto da tutt’altro. Non importa. Ricordo una scena in cui la protagonista si trovava in una stanza ricolma di oggetti rossi. Oggetti di ogni forma, foggia, stile, uso e non uso, tutti inevitabilmente rossi.
Non so perché tale scena mi colpì, e intendo: a tutt’oggi non so cosa di tale molteplice manifestarsi di un singolo colore mi affascini. Però mi affascina.
Quindi:

La mia stanza è la Stanza B&W, passando da varie tonalità di grigi. Volevo e sto realizzando una mescolanza di forme semplici, elementari, con forme barocche e kitsch. Amo il kitsch. Lo amo da radical-chic. Ma comunque.
Poi c’è la cucina-salotto, che è viola – con screziature verdi che vengono comparendo.
C’è il bagno – quello con la doccia masturbatoria – rosso.

Non ricordo, invece, da cosa provenga il mio morboso amore per una casa fatta di stanze a tema-colore. Forse è un semplice vezzo, capriccio, gusto dell’inutilità che si celebra.

EM mi ha consegnato una tazza grigia dicendomi che era un posacenere per me – me l’ha portata perché era grigia, e ora giace a venti centimetri da me.


Sulla scrivania: una tazza che doveva fungere da posacenere e che funge da contenitore per pout-pourri, una lampada Ikea comprata come lampada di backup e che tenace è sopravvissuta guadagnandosi il primato, il posacenere moderatamente vuoto, la tazza che conteneva caffè, saggi e saggi e saggi per la tesi. E il netbook, ovviamente, in cui travaso appunti ricavati dai saggi.
Potrei scrivere quattro o cinque tesi, con il materiale che ho.
L’attuale, una sulla formazione della De Beers Consolidated Mines Ltd di genere “alta finanza spinta”, una sul Syndicate (e questa sarebbe abbastanza utile, in quanto ho abbastanza materiale per ricostruire almeno parzialmente le parabole dei singoli membri), e poi, a caso, su sotto-argomenti varii e già studiati in abbondanza.
Quella che sto scrivendo non contiene informazioni eclatanti. Credo sia una tesi di tipo “ri-organizzatorio”. Per questo litigo con la relatrice: lei vuole che io elenchi la ricerca finora svolta da altri, io tendo a usare questa ricerca come base per una nuova lettura. Metto ordine, rispolverando il post-strutturalismo – sepolto, negli anni Novanta, dai cultural studies.
E poi, ovviamente, litigo con i relatori perché loro sono più radical-chic di me e lo ammettono meno.
Litigo perché Rian Malan (My Traitor’s Heart) è la mia bibbia sul Sudafrica, e Rian Malan non dà ragione né preminenza a nessuno. Lui è arrivato a tale eletta posizione procedendo scarto dopo scarto: quando non gli è rimasto più nulla in mano ha potuto utilizzare tutto.
Litigo perché davvero non me ne fotte un cazzo delle differenze tra esseri umani. Davvero. Tutti uguali. Non mi serve una letteratura che decostruisca una mia visione eurocentrica, o biancocentrica: siamo tutti fottutamente esseri umani. Perciò mi tedia il sottolineare le “storie non narrate” delle minoranze/maggioranze sottomesse nel corso della storia: non ho bisogno di rintracciare la singola e singolare storia di un individuo per capire che siamo tutti individui.
Ho fatto un giro di boa, e ci rimetto io. È colpa di Malan. È stato Malan a farmi capire che, di base, la sottomissione di un popolo e la sua stigmatizzazione non sono frutto di idee culturali, ma di necessità. È stato Malan a farmi capire che il “salvare l’identità altrui” ha il fortissimo limite della propria, di identità, ossia: “che i Vattelapesca prosperino con la propria cultura – fino a che non la impongono a me”. Sono figlia di una cultura che riconosce, almeno formalmente, l’uguaglianza in potenziale di tutte le persone, ossia pari opportunità. Non è questione di decidere se la mia cultura occidentale con i propri “valori fondamentali” sia più rispettosa e civilizzata di quella di una cultura che prevede caste. Non è questo il punto.
Il punto è che, molto semplicemente, non ho alcuna voglia di rinunciare alle pari opportunità. Quindi, che i Vattelapesca – tanto vessati dai colonialisti europei per due secoli – prosperino con la propria cultura che prevede caste, ma che non prosperino abbastanza da sostituirsi alla mia cultura. Per questo – anche per questo – “cultura” è il termine sbagliato: si tratta semplicemente di privilegi che si vogliono conservare, non di quale cultura sia migliore.


Hitler di Genna mi è insopportabile, a tratti, perché il suo Hitler ha come lati peggiori i miei lati peggiori. Lo com-patisco – e mi angoscia – e non perché ciò significa che sterminerò 6000 cinesi, ma perché i miei lati peggiori paiono risultare ottimali a uno scrittore che vuole rappresentare una “non-persona”.
Grazie, Genna.


Per continuare a fare la figura dell’antisemita di turno che non sono, litigo con il relatore che mi chiese dove fosse scritto che i membri del Syndicate erano ebrei (in molteplici fonti, per la cronaca). La mia è una lotta all’ipocrisia e all’ignoranza: il relatore non apparirebbe così stupito da tale nozione se fosse un germanista. Se fosse un germanista, cognomi come “Dunkelsbuhler”, “Mosenthal” e “Lilienfeld” (nonché “Rothschild”) in ambito inglese in quell’epoca gli suggerirebbero qualcosa. Ma è dall’Olocausto che collegare l’ebraismo all’alta finanza risulta antisemita (e nessuno considera la mia sana invidia dell’ebreo).
In effetti, il motivo di base per cui mi sono incaponita sul Syndicate è degno del mio essere polemica: il Syndicate era composto in maggioranza di ebrei, il Syndicate ha permesso la formazione della De Beers, la De Beers ha inventato i compounds (“campi di lavoro”) e sempre a Colonia del Capo, sempre gli inglesi, si sono inventati i progenitori dei campi di concentramento (per i boeri).
Quindi, avvicinando i due estremi di questa equazione, ne viene che è stato anche grazie a un cruciale gruppetto di ebrei danarosi che caterve di ebrei sono morti sotto Hitler.
Insomma… Non è gustosamente ironico?