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Lobbying & Robin Hood

La tradizione del tè pre-sonno è tutta italiana e decisamente recente.
L’ho coltivata per una manciata di mesi, quando ero ancora in Italia.
Tè: “Quella cosa che sorseggio prima di andare a dormire – dopo la giornata appena passata, prima della sua fine”.
Ora ho tre medie in corpo (due Guinness, una Beck’s), e il tè mi farà concludere la serata. Mi aiuterà a digerire lo squisito cheeseburger – che credo sia squisito, e l’unica cosa che so è che lo è, lo è stato stasera e quell’altra volta, ed entrambe le volte ho ingurgitato alcol in quantità necessitando quindi una variante nutritiva.
Avrebbero dovuto essere tre Guinness, ma al secondo pub avevano solo bionde. Preferisco la Guinness. (Preferisco la Murphy’s, a dirla tutta.) Ma stasera ho cercato di sdoppiarmi – dal Porter’s all’Adventure al Porter’s – e non si può sempre avere tutto, no?

A mi ha definito la sua cattiva coscienza. O, meglio, e più teneramente: il diavoletto che ha, astratto, sulla spalla. Un paio di ore dopo mi ha detto, stupita, che la stupisce quanto io riesca a riassumerla. Non è ovvio, dato che è interessante e mi piace? No, non lo è.
L’ho guardata spiegare a S, greca a sua volta, cosa sarei io per lei. Le ho osservate annuire. Mi sento a casa, insomma.

Ho le mani devastate dal freddo. Freddo-umido, come spesso lamento. Anche la madre di Jane Austen lamentava l’umidità di Bath, dice la guida. Freddo-umido e il fatalismo che ne consegue: a un certo punto ti arrendi. Te ne rendi conto quando, proponendo a ANY di uscire dal pub per fumare una sigaretta, non ti premuri di raccogliere il cappotto per coprirti. Who cares? Non sono ai livelli delle ragazze inglesi, capaci di vagare in mini-minigonna, senza collant, canottiera e infradito l’11 ottobre (11°). Più ubriache di me, è vero – decisamente pià ubriache della sottoscritta – ma non riesco a non stimarle. Anche se è (solo?) abitudine.

L’idea originale era: una serata tranquilla tra amici (in procinto di diventare) intimi. Ma Bath è Bath. Bath è quel luogo in cui raccogli un cheeseburger in centro, chiacchierando con il tizio che te lo vende tanto per, e mentre torni a casa a piedi bussi al pub che ti ha ospitato per due settimane, e fai due chiacchiere con quell’Aussie dall’accento così pesante che quando cominci a capirlo ti senti fiero di te stesso, e che adori. (E’ tenero, oltre a quell’accento – e oltre ai suoi modi di fare così esasperati.) Gli riassumi la tua vita (ossia le ultime due settimane) e forse sì, domani, quando VB arriverà, passerai al pub – ma lui non ci sarà, peccato – beh, passerai un’altra volta.
Quindi.
Doveva essere una serata intima ed è finita con l’essere la solita serata dai mille stimoli e spunti.
Anna sarebbe dovuta venire – e, se fosse venuta, avrei abbandonato i miei amati internazionali per bere una birra con lei sola – ma Anna è Anna, e necessita dei suoi spazi, in momenti non preventivabili, e that’s it e così ho chiacchierato con l’irlandese e l’americano (Arkansas?) con cui dovrò fare una presentazione per un corso (l’ennesima presentazione per l’ennesimo corso).

Gli spunti sono così tanti che potrei scrivere vagonate di romanzi. Ma quell'”esotismo” funziona finché rimane tale, ossia finché ti è estraneo. Per apprezzare l’intrinseco fascino di un irlandese devi reificarlo: renderlo appositamente irlandese, e quindi guardarlo dall’esterno, apprezzarlo come costrutto, come possibilità.
Sarebbe ipocrita.
Sarebbe una menzogna.
Dovrei mentire a me stessa e fingere che sento l’irlandese abbastanza distante da me da percepire la sua diversità – lui, NYA, V, e – reificando – l’olandese pacata, l’americana anni ’50, e via discorrendo.
Sarebbe una menzogna perché mi sono tutt’altro che distanti.
Dovrei fingere, con me stessa, di conoscerli meno. Di vedere, delle loro persone, così poco da poterli riassumere con un solo tratto.
Dovrei tornare nella caverna platonica, insomma.
Bath non è la Germania che tanto mi ha viziato. Bath è fredda, umida, classista, disorganizzata. Ma ha i suoi buoni lati positivi, tra cui l’università, e quest’ambiente internazionale.

Mi vengono in mente i dorati anni Venti tedeschi, ma solo perché sono fatalista.

L’ideale sarebbe una via di mezzo, ma non so se la raggiungerò mai: tendo, troppo, a preferire l’oscillare vertiginoso tra estremi.
Cerco la via di mezzo a Berlino. Un anno a Bath, un anno a Berlino. Berlino: quel posto che vorrei chiamare “casa”. Forse non una “casa” completa, forse una casa provvisoria – ma meno provvisoria di questa, e di altre – altre case, altre situazioni, altri stati d’essere.
A mi dice che sono una corporate bitch e ride. Ride fingendosi imbronciata come quando mi dice che un giorno sarà fuori dalla finestra del mio ufficio a protestare – come quando mi dice che sono la sua migliore nemica. E io mi chiedo se, veramente, do quest’impressione. L’impressione – di A – che vorrei un giorno finire in politica – in qualche anfratto ben nascosto, uno di quelli per cui i movimenti sociali urlano all’ingiustizia. Do quest’impressione? Rido e la prendo in giro per il suo essere una no-global radical-chic new-age. Non ero io, la radical-chic?
Rifletto seriamente sul divenire una lobbista. Il punto è che non so per chi o per cosa. Lobbismo come atto performativo-critico – vorrei fare la lobbista per un’entità altamente criticata.
Insomma, l’avvocato del diavolo.
(Che, visto da un altro punto di vista, è una specie di contorto Robin Hood.)

Dio, il Diavolo e la Morte.

Ieri si moriva di caldo, ma ho fatto del grog.
Il grog è una tradizione per partito preso, la tradizione per chi di tradizioni ne ha poche.
F. mi ha chiesto se volevo farla ubriacare, ma il grog non fa ubriacare. Rilassa, come un buon whiskey, ma è meno pesante. E’ un the caldo alcolico. E’ socializzante, e lo faccio con la compiaciuta premura che certe persone utilizzano mentre cucinano per altri.

Ieri si moriva di caldo, e ho proposto a F. una passeggiata in centro.
Di solito mi trovo nel ruolo di anfitrione di questa cittadina che è stata riassunta nel termine “rispettabile”, con i pro e i contro dell’aggettivo, ma soprattutto con i sottintesi e gli scheletri nell’armadio che suggerisce. Ho sperato che una passeggiata potesse addolcirle la pessima visione che ha della Rispettabile. Una specie di esorcismo.
Un aperitivo nel solito locale aperitivi, perché è liberty ed è sul lago e riesce a mantenere un’atmosfera in qualche modo rilassata – nonostante l’onnipresente “rispettabilità”.

Non so quanto F. sappia quanta impressione mi faccia trovarmi a guardarla così. Un “così” che è tra l’affetto, la commozione, il compiacimento, il sentirmi onorata e non so che altro. Non so quanto, quando mi ha conosciuto, abbia avuto modo di assistere a certe mie espressioni. Io stessa me le sono viste addosso di rado. Ricordo qualche volta, mentre osservavo VB da lontano interagire con altri – in quel modo, che ha i suoi lati buffi (ma pare che ci piacciamo a vicenda a causa di lati buffi), che la fa tanto amare dalle persone. La ricordo farmi tendere le labbra mentre osservavo altre persone, quelle persone che sono grata di avere la fortuna di conoscere, muoversi nel mondo, nel loro piccolo/grande. E’ un’espressione che a sua volta mi fa sentire grata.

F. mi ha dato ridendo della sfasciafamiglie, una definizione che applicata su di me sarebbe così scontata che non l’ho mai presa seriamente. La ignoravo per questioni emotive camuffate da ideologiche, credo: quel lieve astio provato per chi concepisce la monogamia come unica, naturale, soluzione, e quindi giudica il restante mondo partendo da quella base. Da quella base non posso che essere una sfasciafamiglie, non volendo costituirne una in senso classico.
Ma F. me l’ha detto dopo avermi a lungo parlato di quello che ormai è il suo ex-ragazzo, che allora non lo era, di un rapporto che l’ha depauperata e ha fatto sorgere in lei lati che non si aspettava, né io mi aspettavo. C’è del bene in tutto: anche in fondo all’abisso ci sono specchietti in cui scoprire cose di sé, belle o brutte che siano. Ma comunque. Comunque me l’ha detto dopo ore che la guardavo soffrire di quel rapporto pre-famiglia che non sarebbe mai diventato una famiglia, e ho pensato che fare la sfasciafamiglie potrebbe essere persino un mestiere lodevole.
Mi sono trovata ad assistere, per metà – quella dalla parte di F. – alle ultime gocce di sangue spremute da un rapporto. Ho dormito a denti stretti: me l’ha detto lei al risveglio, quando l’ho trovata a guardarmi con un sorriso che ti apre il cuore, e me lo dice il mal di mascella che ho. Ho dormito a dentri stretti per la tensione, che tante cause hanno creato che sicuramente me ne sto perdendo qualcuna.
Ho cercato, mentre vivevo dal boudoir questo dramma umano, di mantenere un equilibrio. Mi ero detta, settimane fa, che forse il mio ruolo in tutto questo sarebbe stato quello di sfasciafamiglie, nel senso di “la goccia che fa traboccare il vaso”. La scusa, il simbolo, il limite. L’Altra, anche se non lo posso essere veramente a causa di quell’articolo determinativo che mi darebbe un ruolo inseribile in una mappatura socialmente condivisa. Ma siamo come veniamo visti dagli sconosciuti, per gli sconosciuti. Ma comunque. Mi ero detta ciò, l’ho dimenticato, l’ho ricordato solo stanotte, quando ormai mi era chiaro che F. aveva in testa il contrario: non approfittare della mia entrata in scena. L’ho apprezzato, con un sorriso interiore grato. E ho cercato di mantenere un equilibrio tra le parti.
Mi dispiace per lei, ovviamente. Mi dispiace anche per il tizio, che cerco di capire, che non mi riesce neanche poi così difficile capire – anche se quella sottoscritta che poteva somigliargli è storia vecchia – e che non volevo stigmatizzare con le mie parole. Mal sopporto il trucchetto di demonizzare il prossimo per levarselo dalle palle e dal cuore. Niente capri espiatori nel mio mondo ideale. L’equilibrio da trovare è quello che ti permette di vedere i lati negativi di una persona, quelli che ti sarebbero negativi, senza spingerla nel baratro dei colpevoli o dei pazzi.

Scrivo l’ultima parte dell’ultimo capitolo di Rush in Peace. Questione di qualche pagina di moleskine. Questione di briciole. Lo finirò entro il termine che mi sono data: l’arrivo di VB.
Arriva domenica, e la cosa mi rincuora. Quando l’ho salutata l’attendeva un mese pesante e frustrante. Odio la nostalgia, tutte le nostalgie, e quindi chissà quante mi sono nascosta in fondo. Quella che riguarda lei è facile da portare a galla: basta mettere le cuffie e far partire The Wings di Gustavo Santaolalla. I film ti rimangono impressi quando ti danno l’impressione di raccontare te – e tra montanari, pecore e lunghi periodi di lontananza Brokeback Mountain ha saputo essere particolarmente laido.
L’ho rivisto, con lei, dopo la mia prima dipartita dall’Italia – per la Germania, allora.
Viene qui domenica, e la vedrò per poco – poco rispetto alle volte scorse. Parto di nuovo, e chissà quando e come la vedrò. Mi fa tenerezza e rassicura – e non so quale delle due cose sia preponderante – il suo dirmi, ogni tanto, che non devo illudermi perché non mi lascerà sola per troppo tempo. E’ una creatura adorabile all’antica, quell'”antico” che forse non è mai esistito se non in libri e film nostalgici, e che parla di romanticismi eroici sciorinati con ostentata leggerezza.
Una volta mi dicevo che avrei voluto volere altro: desideri più vicini, meno azzardati, meno stressanti. Quella tripletta “casa-lavoro-famiglia” che ogni generazione depone come aspettativa sulle spalle della successiva, e di cui vagamente comprendo l’attrattiva. Ho cominciato a smettere di dirmelo osservando quanto utopico sia diventato realizzare questa tripletta di sogni apparentemente modesti. La Crisi, si dice. Sarà la Crisi. La Crisi sta avendo il ruolo che l’Apocalisse ha nei periodi storicamente depressi: diviene una speranza, la speranza che il grande terremoto faccia piazza pulita. Non ho l’entusiasmo delirante dei dorati anni Venti tedeschi e francesi, a riguardo. Non godo compiaciuta di tutta questa depressione. I Venti sono passati e con loro ciò che è seguito. Fallito il positivismo, è fallito anche l’idealismo eroico – poi è fallita la rinascita ottimista dei Cinquanta, le Rivoluzioni sognanti dei Sessanta e così via.
Eccoci qui.
Tolto l’entusiasmo pre-suicida degli anni Venti, rimane una specie di tiepida speranza. Non so in cosa. Sono cresciuta ponendomi mentalmente in situazioni apocalittiche – ciao, personalità borderline – mentre non sapevo affrontare i piccoli squallidi problemi della quotidianità borghese. Ho fallito diverse volte, con fallimenti maiuscolati a causa del rigetto delle triplette di sogni modesti. Sono diventata una creatura definita rara ed encomiabile da alcuni punti di vista, ma che sa di essere handicappata da altri. In certe situazioni ci si domanda se sia meglio invocare la clemenza degli eventi o se invece sperare che il mondo ti ponga alla prova. Almeno saprai, ti dici. File di idealisti amareggiati, negli anni Venti, invocavano la Grande Purga con il tono sprezzante di chi sa che sopravviverà all’anarchia. Avevano appena fatto la guerra, e costituivano una delle prime generazioni di ex-soldati che la patria non sa dove infilare perché hanno smesso di sapersi infilare – o forse non hanno mai imparato. Non abbiamo avuto una guerra, e mi inquieta il pensare che chi ne ha vissuta una con coscienza sta morendo di vecchiaia. Mi inquieta pensare che chi avrebbe qualche consiglio da dare è probabilmente affetto da rincoglionimento senile.
C’è una vaga paura di sottofondo, ma è come la nostalgia: la odio così tanto che la caccio a fondo, facendola divenire latente.
Mi torna sempre in mente una non-parola, una parola tedesca in cui inciampai quando non conoscevo il tedesco, e che descriveva il sentire il male del mondo. Cerco di ricostruirla, ogni tanto, combinando sinonimi attaccati da “s”, ma vago ancora insoddisfatta. Chissà se trovandola troverò anche altro? Una risposta a quel sentire. Intanto ho scoperto che posso sopravvivergli. Che non mi seppellirà sotto di sé. Ho imparato la leggerezza di un certo cinismo compassionevole, cercando di cavare il meglio dal cinismo e dalla compassione. Cercare sempre di cavare il meglio da tutto. Simpatizzo con l’ottica dei miserabili perché sono i sopravvissuti di una costante Grande Purga. Cerco quelli picareschi e scaccio infastidita alcuni sfortunati di Hugo, la cui bruttezza è figlia della miseria. Chissà chi ha ragione? Chi vede nella povertà l’occasione di migliorarsi o chi vi vede un inferno secolarizzato?
Vorrei saper avere davanti alla Morte un sorriso compassionevole, davanti al Diavolo un sorriso partecipe, davanti a Dio un sorriso comprensivo. Uno psicanalista mi spiegò che, secondo le teorie che l’hanno formato, alcune vittime divengono come i loro carnefici per evitare il conflitto. Il conflitto porta dolore. Asseconda il secondino e vivrai inferni un po’ più rassicuranti. E’ così? Voglio vendermi ai grandi dilemmi? Vorrei capirli abbastanza da poter sorridere al dolore e alla fatica.
Sono scesa abbastanza a patti con la Morte e con il Diavolo, per il momento. E’ Dio che continua a risultarmi un po’ incomprensibile. Se solo smettesse di ridere…

Foggy dew.

Questo luogo (siamo a Ballabio) assomiglia sempre più al fondale di un tetro retrò film di zonbi.
È il silenzio – e quella rada ma densa nebbia, che ti si posa addosso non appena esiti.
Mi ci sono affezionata, mi ci sto affezionando, mi ci affezionerò – come mi sono affezionata all’enorme massa di Klaus, ansante nel giardino buio, grosso cane nero dal carattere più che pacifico.
Mi rassicura, la sua quieta presenza. E non perché mi attendo qualche zonbi provenire dal terrazzo su cui dà questo locale, e che procede ampio per poi giungere fino alla facciata, ma perché Klaus anima il giardino, fa presenza, è una presenza, un tipo di presenza a cui non ero abituata – quella del cane adottato per il semplice scopo di avere una guardia, una presenza che vaghi senz’altro scopo – e a cui non mi abituo, e infatti mi spiaccio di saperlo fuori al gelo.
Fa un freddo cane, per l’appunto.
L’ho constatato percorrendo a piedi, alle 8:30 di sera, il breve tratto di strada che mi avrebbe portato dalla fermata del pullman a casa.
Un freddo cane.
Sarà il contrasto.
Sarà che sono partita dalla laziale Casa dei Lupi in una giornata da maglietta di cotone leggero, per giungere nella nebbiosa e deprimente e gelida Milano.
È sempre questione di abitudine, sempre – lo ripeto ma ci credo? – quando ci credo mi domando a quali cose io non debba abituarmi.

A. mi dice di aver scoperto che non le piacciono le donne, e questo mi esclude da una fetta delle sue esperienze ipotetiche senza che io ne sia responsabile di una virgola.
Non è la prima volta che accade.
Anzi, posso dire di essermi forgiata l’attuale carattere anche tenendo in conto certe evenienze.
Ci sono rimasta male come un vecchio lenone fallito a cui non tira più, anche se non è mia la responsabilità delle altrui prese di posizione – ma pure il lenone non avrà tanta voglia di prendersi la responsabilità della propria impotenza, no?
Mi ha rattristito le ultime giornate, lievemente, senza eccessi, in quel modo pacato che ha una puntura di zanzara di farsi grattare fino a che i capillari non scoppiano.
Mi ha rattristito proprio perché non è mia la responsabilità – suvvia, coevi, l’equazione è semplice: proprio nel mio ultimo intervento devo aver detto che odio poche cose quanto odio l’impotenza. Non fisica. Almeno quella non devo temerla.
Se credessi in Dio, o in una generica entità superiore dall’ironia karmica, penserei che mi pone davanti a eventi tali per farmi incaponire sempre più sulle solite vecchie questioni – le categorizzazioni, l’othering, identità/alterità, il mondo a compartimenti stagni fitti e claustrofobici come il portagioie di una vecchia avara.
Prendo per buono il Dio che Ride, e come al solito cerco di ridere con lui per non essere da lui derisa – e il sessismo della lingua italiana riaffiora, veloce come una paranoia, sussurrandomi che il problema è a monte, e perciò sono impotente – che vuoi fare tu, piccola creatura che non può esimersi dall’affibbiare un sesso anche a Dio, entità astratta per eccellenza, che “creò il Mensch a sua immagine a somiglianza, maschio e femmina li creò”, perché la tua lingua non te lo permette?
Sick and tired.
Ma ho passato una giornata meravigliosa in compagnia di due persone meravigliose, una giornata che mi garantirà una ricarica a lunga durata.
Ho passato una giornata con due persone sentendomi a mio agio. Realizzarlo è stato un po’ umiliante. Insomma, non sono il genere di persona che vedrete facilmente a disagio, e una fallace logica mi aveva quindi portato a pensare di essere una persona tendenzialmente a proprio agio ovunque, saltando di piè pari l’opzione intermedia.
Era da secoli che non mi sentivo così tanto a mio agio con una semiconosciuta (adorata, stimata, ma semiconosciuta) e con uno sconosciuto. Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che sentirmi a mio agio è stata quasi una sensazione nuova – un ricordo vecchio, troppo vecchio, quasi una Sehnsucht.
Ora dovrei, per volere della norma e della retorica, spiegare cosa mi abbia messo così tanto a mio agio – ma non è facile.
Ho detto:
“È che sono persone senza malizia.”
E dovreste cercare l’etimologia di “malizia” per intendere ciò che dico, leggere tale parola sia in tal senso che in quello attuale, il tutto avendo come presupposto che il peccato è nella paura del peccatore.
Ho detto – ho cercato di dire – anche che sono due persone non sepolte da quella che tendo a chiamare “merda” e che consiste di significati socialmente determinati che – come merda, appunto – vengono spalmati addosso alle persone, e che tendenzialmente le persone si tengono ben stretti. È quella “merda” così chiamata perché non mi piace, perché puzza di tentativi di essere un qualcosa, una proiezione, un idolo inseguito goffamente. È vanitas. È quella cosa che fa sì che io, interagendo con un Qualcuno, veda su quel Qualcuno, prima di quel Qualcuno, la società che l’ha formato. È terribile, creature. È terribile come una frase fatta usata per coprire un delitto, per giustificare una mediocrità pavida, per insabbiare accidia.
Dico, ora, anche se odio dirlo, che vedo quella merda ovunque, o quasi ovunque, e le eccezioni si contano sulle dita di una mano – e ciò è essenzialmente stressante. È la vecchia caverna platonica. In cui ti trovi a vivere, e non ha senso sputare nella culla che ti accoglie – non per questione di irriconoscenza, ma per semplice logica. Non ha senso. È controproduttivo. Per questo odio osservarmi mentre lo faccio. E poi odio le menti elitarie.
Per fortuna i freaks irriconoscenti hanno un ruolo in questa società. Tutto ha un ruolo. È la sovraccitata odiata categorizzazione, che intanto mi salva il culo, perché anziché essere espulsa come elemento che critica a vuoto posso fungere da decorativo elemento deviante.
(No, non sto facendo la poetessa dannata. È solo un caso. È solo un caso che parole così ben descrittive e precise come “deviante” siano state stuprate e abusate come decorativi elementi devianti. Deviazione alla seconda.)
È che dovevo un po’ spiegarmi, creature.
Negli ultimi tempi (lungo periodo) vi sopporto così poco – e non capisco davvero se sia una congiunzione astrale dei vostri atti o se sia solo io – da essere gradevole quanto l’urna con le ceneri di nonno come centrotavola a Cortesie per gli ospiti.
Osservo persone cresciute con un rapporto conflittuale con La Società (chissà cos’è, poi, questa sorella de La Massa) scoprire di potervi vivere con un certo agio, e senza essere lapidati in piazza, e diventare più beotamente fondamentalisti da L’Uomo Medio (che è il cugino de La Società e La Massa), e mi dico:
Allora non era una questione di principii, valori, critiche e posizioni – non era una scelta – era la volpe con l’uva.
Per questo, probabilmente, in questo periodo sono invasa dagli Anni Sessanta. Li ritrovo in ciò che leggo e nelle persone in cui parlo – non riferimenti laterali, ma analisi dettagliate del passaggio dagli idealistici 60s agli affondati 70s – e mi chiedo che ne farà Darwin-applicato-al-sociale di me. Perché temo di avere nostalgia, ossia Sehnsucht, dei Sessanta. No, non per le canne e le persone nude ammassate nello stesso letto – quelle si trovano – ma perché i Sessanta sono l’antonimo esatto di un contemporaneo whatever. Odio i whatevers. In treno ho avuto una discussione lunga quaranta minuti con una vecchia conoscenza che è diventata un whatever. Si è whaterevizzato così tanto, ha accettato così tante cose, che non sa più cose vuole – gli sta tutto bene, perché decidere cosa vorrebbe lo costringerebbe a stilare una lista delle cose che non vorrebbe ma ingoia comunque. È stato annichilente – e un po’ grottesco. Mi sono chiesta che nome abbia questa psicopatia. (Non rispondetemi “Vita.”, era prevedibile e quindi non è brillante.)
Comunque, con tutta probabilità, il 90% del malcontento di questo intervento è dovuto dalla consapevolezza di un paio di tette in meno al mondo pronte a scoprirsi per me senza sbattimento ulteriore.
A., dopotutto, ha sempre rappresentato la mia Lolita – il mio Alcibiade, la creatura che non è né più piccola di altre né più dipendente da te di quanto io lo sia dalla cioccolata (poco, insomma), ma che guardi mutare nel tempo e ti senti fiera di lei e Dio sa perché dato che non sei neanche un suo parente lontano, il tutto condito dalla consapevolezza che è da anni che volete stare assieme sole in una camera da letto – ah, A. mi ha insegnato la cavalleria, di pari passo con il gongolare senza pudore per un reward che non ti è dovuto, ed è bello per questo. Era minorenne, quando l’ho conosciuta. E le avevo detto, scherzando e non scherzando, di farsi sverginare, nell’attesa che ci incontrassimo, perché l’esperienza è fondamentale – esperienza di ogni cosa per non giudicarne nessuna.
Insomma, senza A. quel vecchio porco d’un tagliatore di diamanti di Nikolaus non sarebbe mai stato partorito dalla mia mente – e questo, diranno forse i posteri, non sarebbe poi tanto un male.

La presenza dell’assenza & altre unheimliche sensazioni.

Il Filosofo è un uomo che, seppur poco presente fisicamente, è in qualche modo entrato nella vita della sottoscritta.
È stato lui a farmi conoscere F, sua figlia, presentendomi lei come avrebbe fatto Oscar Wilde – con la stessa formalità, lo stesso distacco, lo stesso dire – con compiacimento – che la figlia era incuriosita da me.
Il Filosofo, ai tempi, parlò anche di Oscar Wilde. Dovette farlo, credo, perché io lo potessi accostarlo a quel morto sporcaccione raffinato. Ma di Wilde aveva solo vagamente l’aspetto e l’esser fuori dalle righe.
Per il resto, il Filosofo è stato per me un filosofo, ossia un pensatore.
Ho certo temuto, per mesi e mesi, di trovarlo al di fuori del cancello del liceo ad aspettarmi, pronto a massacrarmi di botte per il fatto che me la facevo con la figlia. Non l’ha mai fatto. Non so neanche se fosse cosciente del rapporto esistente tra me e sua figlia. La figlia dice di no. Io dico che ci ha proprio presentato come si presenta un buon partito.
Ma comunque.
Il maggior ruolo del Filosofo è stato quello di fungere da memento mori. Un filosofo è un pensatore, e il Filosofo deve aver pensato troppo nella propria vita – il Filosofo ha rappresentato quel che potrei diventare: una mente che ragiona così tanto da finire in un mondo che smette di dialogare con quel mondo che tutti crediamo di condividere, e ci sforziamo di condividerlo per non sentirci soli.
Il Filosofo parlava con entusiasmo ammonticchiando frasi che non cercavano di spiegarsi. Aveva, in qualche modo, estromesso se stesso dal consorzio umano. Coscientemente o meno, non lo so. Temo la seconda, quella non nominata. Il Filosofo funge da memento mori perché so che potrei finire così, e non di mia (cosciente) volontà.
Il Filosofo è morto solo come un cane, come ci si poteva aspettare. Ha sparso il proprio sangue sul pavimento in una morte che nessuno conoscerà mai nel dettaglio – cos’ha pensato mentre inalava gli ultimi frammenti di ossigeno? Ne era cosciente…?
Ho frugato tra i suoi libri per fregarne quelli che potevano interessarmi.
Ho aiutato F a sistemare quella casa che è riflesso della vita del Filosofo – potrei descrivervi le pentole ammassate al cui interno galleggiavano ragni, placidi nelle proprie intoccate ragnatele. Del frigo, già svuotato, che comunque puzzava come qualcosa di organico che si è tramutato in chimico. Dello cencio abbandonato al di sotto delle tubature del lavandino e trasformatosi in materia organica disseccata e ospitante ragni e dio sa cosa. Dio sa cosa. Le farfalline uscite dalla dispensa provenivano dalla pasta lì abbandonata – il Filosofo deve aver smesso di cucinare anni prima, un giorno, improvvisamente, lasciando tutto all’abbandono come se fosse fuggito di casa – ma quelle che volteggiavano tra i libri non so da che cosa provenissero.
Dopo aver aiutato F in ciò, sono tornata alle librerie del Filosofo, questa volta per indagare. Volevo capire come il Filosofo fosse giunto all’essere il mio personale memento mori. Un uomo che improvvisa dipinti monocromatici sulle pareti, in blu, e riesce con poche pennellate a disegnare sulla finestra il proprio ghigno incattivito. “Incattivito” come un cattivo di Hugo, brutto fuori perché brutto dentro, brutto perché fattosi malvagio, malvagio perché sfortunato in un mondo fatale che non permette redenzione se non con la morte.
La finestra di ghigno munita dà su una delle viette nel centro di Lecco, da cui proveniva il vociare allegro di un sabato pomeriggio estivo. Il contrasto ha reso la polvere ammassata su tutto ancor più simile a quella di un sudario scrollato.
Angoscia, l’idea che si possa essere così estranei alla società mentre si vive nel suo fulcro caldo. Angoscia da morire, oh morto memento mori.

Scrivo messaggi su Facebook a una persona conosciuta anni fa al liceo, che mi annovera i ricordi che ha di me – e che io ho rimosso.
Mi domando, a volte, come sarei nel presente se avessi una memoria più salda. Se ricordassi, ad esempio, di aver mostrato a costui delle mie riproduzioni di tarocchi, del nomignolo che davo a un bar.
La retorica a tutela delle micro-culture, e anche di quelle non micro-, sottolinea in continuazione l’importanza della memoria. Sono una germanista, e quindi sono inciampata nella parola “memoria” infinite volte a causa della questione ebraica. Non mi ha mai convinto. Non mi ha mai convinto la suprema importanza della memoria nella costituzione dell’identità del singolo, perché se così fosse non avrei identità.
Viviamo in una cultura che si è basata (o si basa?) per secoli sul ricordo di un tizio morto. Ricordo Hölderlin e il suo riflettere sul fatto che la cultura a lui coeva era intrisa di una religiosità vertente sulla presenza dell’assenza di Gesù Cristo. Oh, presenza dell’assenza. È dalla presenza dell’assenza malettiana che sono partita per giungere a quei nomi ritrovati nella casa del Filosofo – Derrida, Adorno, Horkheimer – domandandomi se comuni autori letti significhino un comune destino, o perlomeno simili strade intraprese, e quanti bivi ci siano nel corso di una vita. Se ci siano strade che non ne hanno.

Mi ha fatto piacere rivedere F.
L’ho trovata come la ricordavo ma più espansa – come se avesse semplicemente sviluppato ulteriormente alcune parti di sé, che prima erano solo in potenziale.
L’ho trovata ferita – oh, F ha avuto una vita tutt’altro che facile, e dovreste stimarla per come ne è sopravvissuta – ma non imbruttita. Era quello che temevo – quello che ho temuto più volte, ogni volta che l’ho vista rincorrere i rottami di un sogno incarnatosi in un aitante ragazzo poco predisposto a renderla felice.
Davanti a un’ottima birra, mi ha parlato dell’attuale aitante ragazzo col tono arreso di chi ha imparato a scendere a compromessi e non se ne lamenta. Me ne sono spiaciuta e, ancora una volta, ho avuto voglia di fare qualcosa concernente lo scuotere con poca grazia il ragazzo in questione. Anche se è insensato. Anche se alla fine è F a decidere cosa vuole e come averlo e rispettandola non intralcerei mai la sua vita. Ma non è la prima volta che mi affibbio questo ruolo alla The Punisher – ricordo, anni fa, il dirmi che se avessi incontrato X, suo ex, lo avrei assalito. Fisicamente. X aveva fatto del male fisico a F, e F è… Beh, F è F. È un calderone d’amore. O di esigenza dello stesso.
Mentre mi diceva che, fondamentalmente, il gran pregio del suo ragazzo è di essere bello, ho pensato che F sembra il cliché della Ragazza Che Ama Troppo ma di fatto è quasi l’inverso: assomiglia più a uno di quei personaggi cari a Lehane – e cari a una grossa fetta di fiction – che dal fondo del proprio malessere esistenziale (perché sono scampati al Vietnam, o a una vita di provincia cane-mangia-cane, o a un’ingrata carriera nella polizia) si struggono per la Bionda. Beninteso, la Bionda può essere anche mora: ciò che conta è che sia un cliché. Da cliché è di bell’aspetto, rincuorante, accogliente ed essenzialmente non particolarmente intelligente – non perché sia stupida, ma perché non è importante capire se sia intelligente o meno, e quindi non è stato mai indagato.
In un altro universo, insomma, F si potrebbe trovare a bere Jack al tavolo di un bar mentre qualcuno le dice:
“Eh, lo sai, le donne sono tutte troie, non vale la pena di starci male…”
… Ma comunque.
Con l’ottima birra in corpo e il mio culo poggiato sul divano polveroso del Filosofo, ho avuto voglia di baciare F. Così. Forse in un lehaniano impeto di nostalgia. Mi è tornato alla mente un pomeriggio di anni prima, un pomeriggio dall’umore uggioso, nello studio della casa in cui viveva, vuota. Ci sarebbe molto da dire su quello studio, trofeo di cultura nel senso più romanticizzato e all’antica: librerie d’epoca contenenti libri d’epoca e un triclinio – F sdraiata su esso, e il mio assecondare la mia voglia di averla lì, così, svestendola sola in parte, portandomi Jack alla gola per caricare di decadenza il momento e affondare ebbra nelle sue forme morbide e perfette. Mie. Mie per quel momento, come un sogno in cui vuoi affondare perché quel momento è tuo e nulla si frapporrà tra il tuo desiderio e l’oggetto desiderato, che devi cogliere prima che svanisca.
F è F, ossia la prima ragazza che ha avuto un consistente ruolo nella mia vita. Quel lontano pomeriggio mi sono lanciata a mo’ di battello ebbro su di lei con la fame di chi attende dall’infanzia di poter vivere un simile momento. La mia vita è stranger than fiction, e quindi dal giorno delle presentazioni fatte dal Filosofo a oggi sono accadute molte drammatiche cose, così da dramma che farci un dramma porterebbe alla realizzazione di un prodotto banale e di basso gusto.
C’è stato un duello con un suo ex, che al momento non era ancora “ex”, davanti a lei, e se non avessi vinto sarei ancora qui a sbattere la testa contro al muro. Ci sono state nottate alienate, isolate da fiumi di pioggia che hanno allagato la città lasciandoci al tepore di un letto illuminato dalle braci di una sigaretta. C’è stato un mio dramma interiore, nel bel mezzo del nostro rapporto, e il mio comportarmi da gatto ferito (o da personaggio di Lehane, che tanto ci sta caro) e allontanarmi in silenzio per non farmi vedere debole. C’è stato lo scoprire la debolezza di sua madre, complottante con gli amici di lei per estromettermi dalla vita della figlia. Oh, anche la Madre è stata a lungo un importante simbolo per la sottoscritta. Questa donna-mentore che ospitava old-fashion in casa propria fanciulli-allievi, il tutto con un sapore di grecità idealizzata. Per questo il trovarmela davanti in lacrime, dopo il mio aver scoperto le sue trame, e implorante perché non frequentassi la figlia, ha rotto qualcosa in me. Ha rotto, credo, l’idea che nel mondo ci siano adulti e non-adulti. Se avessi dovuto indicare un esempio di “adulto”, prima di quel giorno, avrei probabilmente indicato la Madre. Quando l’ho sentita, distrutta, aggrapparsi a me, il mondo è tornato a essere un caos indeciso e tentennante.
Sono una creatura fortunata, perché F è ancora nella mia vita. Mi sono trovata a riflettere con lei circa altre due persone che, invece, dalla propria vita mi hanno estromesso – repentinamente, istericamente, e io non saprò mai cosa girasse per la loro testa esattamente.
Il mondo è strano, creature.
Costruisco rapporti sulla base della sincerità e trasparenza pensando che un continuo monitorarsi a vicenda eviti improvvise sorprese – e invece è tutta vanitas. È vanitas anche la polvere accumulata in casa del Filosofo, lo so, e il tanfo di decomposizione che si sollevava persino spostando libri.
Sono una creatura fortunata perché dopo tanti anni mi sono trovata a sfogliare con F vecchie foto tenute dal Filosofo, e a ridere di alcune con lei. A pensare che il tempo non passa quando conosci una persona, e puoi fare battute dopo eoni che non la vedi e la stai vedendo in occasione di uno sgombero post-funerale-del-padre.
Il suo ragazzo è arrivato mentre stavamo ancora ridendo di qualcosa, e mi ha stretto la mano con forza prolungatamente. Succede di rado, dato che di solito sono io a usare la stretta di mano per soppesare il prossimo, e mi sono chiesta cosa F abbia detto di me. Già in passato ha esagerato con gli elogi, facendo sì che i suoi ex si approcciassero a me come ci si approccia a una papabile minaccia.
È molto carino, ed è bello di una bellezza particolare che o piace o risulta deperita. Una volta l’avrei trovato bellissimo, anche nei modi di fare oziosamente scontrosi. Li ho approcciati con la gentilezza silenziosa dell’amica della ragazza che si ritrova un ragazzo con cui ci vuole pazienza.
Dieci minuti dopo, mi sono trovata pressata contro un muro, al di fuori di un bar, con le narrazioni entusiaste e richiedenti compartecipazione di entrambi, incombenti su di me. Lui ha accarezzato la guancia di lei, lei ha accarezzato la mia, ci siamo salutati. E ho sorriso.


Ho ripreso in mano Horton, anche se solo collateralmente – ma era per l’appunto tutto il resto che mi mancava.
Il file contenente il gonnabe romanzo non è stato toccato, ma nella stessa cartella ho creato un file denominato “appunti”.
La colpa è di James C. Copertino e del suo Angeli neri, ambientato nel LAPD e – come da norma di James – molto preciso nei dettagli.
Horton appartiene al NYPD da sempre, ma per qualche curioso motivo non ho mai cercato mezza info sul NYPD. Sarà perché siamo così subissati da fiction sul NYPD che davo per scontato di saperne abbastanza. Ciò nonostante, mi sono chiesta, se sono in grado di leggere tomi su tomi per scrivere la mia tesi, mi costerà tanto leggere un libro sul NYPD?
Al posto del libro c’è stata wikipedia con cui iniziare, e il sito del NYPD e tanti altri siti. Sono riuscita a collocare, più o meno, Horton. So che dovrebbe essere un misero detective-investigator dell’Organized Crime Control Bureau. Della narcotici? Sarebbe il pieno del cliché, ma Horton è un cliché rivelato.
Non riesco, invece, a trovargli un distretto.
Il 33° sarebbe perfetto in quanto ad architettura e livello di crimine, ma ci sono troppi pochi bianchi per le trame in cui Horton è coinvolto. Il 1°, il 14° e il 18° li ho esclusi per motivi differenti che neanche ricordo. Dopo Manhattan, oggi tocca al Bronx essere dissezionato.

Divara e altri sogni&incubi sopiti.

Treno, galleria.
Non so quando posterò ciò che sto scrivendo. Oggi è il 1° giugno –
il giorno seguente all’esame.
Ho preso 29, creature – ho preso 29 anche se ne nella traduzione avevo preso 18. Non so come ho fatto a prendere 18 nella traduzione. Intendo: nel saggio scritto subito dopo ho preso 28. Ok, odio tradurre, ma tra un 18 e un 28 c’è di mezzo la differenza tra due persone. Psicopatia? Comunque, la docente ha deciso di ignorare quel 18, poco indicativo secondo lei delle mie capacità, e mi ha dato 29.

Ho aperto questo file, denominato “lj”, perché sono di nuovo su un treno.
E potrei adesso scrivervi:
Ho preso 28, creature – ho preso 28 anche se l’assistente, che mi ha interrogato, mi aveva dato 26.
Ma poi la docente che tiene la cattedra, quando mi sono alzata, mi ha chiesto quale voto avessi preso. 26, le ho detto, perché non ho saputo rispondere a una domanda causa vuoto – rimuovo in fretta liste di tipologie di testo arbitrarie. La docente ha detto all’assistente di mettermi 27 (sul libretto su cui l’assistente aveva già scritto il voto) – no, 28, ha detto, mi mettesse a 28. Me lo meritavo.

… E lo riprendo in mano, a casa, di notte.
Il Dio Che Ride non vuole che io scriva su treni.
L’altro giorno sono stata interrotta da un controllore che mi ha eletto ad aiutante-di-vecchietta-zoppa-con-trolley, che ho aiutato con il bagaglio nel cambio del treno e che poi ha mi ha deliziosamente intrattenuta con i suoi commenti cinici da milanese d.o.c.
Ed eccoci qui.
Stavo per scrivervi qualcosa circa quei voti.
Stavo per scrivervi:
Beh, creature, se entraste nella mia testa vedreste – nella smoderata sincerità che ho con me stessa – che esistono solo tre voti:
1) 30 e lode
2) 30
3) Il/la docente e io che abbiamo idee troppo contrastanti e quindi vengo sbattuta fuori dopo aver urlato un’invettiva ideologizzante (mai successo).
Il 30 è la base e la lode il buon voto. Tutto il resto è sconfortante. Quindi, il 29 e il 28 sono sconfortanti (il 29 meno, dato che rinomatamente gli esami di lingua inglese sono puttane).
Non posso pretendere che qualcuno mi capisca. Non mi capisco neanche io. Forse i voti vengono dati così a caso (perché gli esami non esaminano quel che dovrebbero) che non vi confido. Mah? Mah.


Stanotte ho fatto un sogno erotico di un’intensità inaudibile che aveva come protagonista Divara rediviva.
Divara rediviva è Jael Phelps.
Jael Phelps è la ragazza sulla destra nel video che vi linkai tempo fa – quella dal sorriso e dalla risata celestiali.
Quella che non è bella ma è meravigliosa.
Quella che, nel frattempo, ho addato su Facebook, chiedendole se potevo porle delle domande. Mi ha spronato a farlo. La prima domanda teologico-epistemologica è stata posta, ma Jael non mi ha ancora risposto – mi chiedo se mi abbia forwardato a nonnino Fred.
Non le ho posto una domanda teologico-epistemologica per metterla in difficoltà. E neanche perché voglio diventare parte della Westboro Baptist Church.
Mi sono dannata per cercare di spiegare perché io adori questa donna, e non ce l’ho fatta. Sparerei a chiunque la relega facilmente nel ruolo di fanatica traviata da un gruppo di invasati – quindi, come al solito, sparerei al 95% di voi. Beninteso, non vi sparerei perché reputo tale facile catalogazione un insulto all’analisi e all’applicazione dell’intelligenza (quella che fa ragionare con logica, non quella di chi si sente intelligente perché ripudia Dio pensando che il mondo sia diviso in dementi religiosi e in ragionevoli tutti-gli-altri), ma perché Jael è sopra a tutti voi. Non perché sia più intelligente, meglio illuminata da Dio o chi per lui, o perché sia – in generale – un “qualcosa” che possa essere paragonato a ciò che compone le vostre personalità.
Jael è sopra a tutti voi perché ride. Il Dio Che Ride apprezza ciò, ovviamente. Il Dio Che Ride, Jael e Rimbaud mio ospite condividono questo ridere di cose senza darsi noia di spiegare cosa li faccia ridere.
Ora, è molto probabile che io abbia una cotta concettuale per Jael perché, da brava cinica da fumetto, sono entrata in quella fase in cui reclamo una purezza perduta. Può darsi. L’idea di una purezza facile, ossia della purezza di un Eden che non viene messo alla prova da niente e tende quindi più verso la beotitudine che verso la beatitudine, mi annoia. Mi sa di bidimensionalità.
La chiesa a cui Jael appartiene, invece, vive in un mondo creato da un Dio collerico e minaccioso, in cui il 99% della popolazione si scaglia contro di loro. Andate sulla pagina Facebook di Jael e leggete i commenti che le vengono lasciati, per farvi un’idea. Ma tanto potete immaginarli. Li potete immaginare perché anche voi molto probabilmente li fareste.
Ho bisogno di una purezza irriverente. Prendo Jael e mi rendo conto del fatto che è ciò di cui avevo bisogno per Pater Noster, un racconto vecchissimo nato da un sogno e che ho ripreso in mano da poco. La infilo in Pater Noster e lei diventa simbolo massimo del Nemico e oggetto bramato dal protagonista al contempo. Jael che è uno strumento affilato, e farà rilucere l’ideale che promulga. Questo in lei rimiro, non l’ideale. Così le scrivo con gentilezza e rispetto la mia domanda teologico-epistemologica, insinuando una briciola dell’unico peccato che la sua chiesa non ha estirpato: la vanità.
Perché, ricordate, i membri della Westboro Baptist Church sono i giusti, mentre voi andrete all’inferno.
Così scrivo a Jael che scrivo proprio a lei perché è in lei che, più che in ogni altro membro finito in un video, vedo Dio. In lei. Non nel decrepito e onorato Fred. Non nell’alphawoman del gruppo, Shirley. Non in Megan, l’amica che tanto adora, più vecchia di lei.
No, il Dio (Che Ride) è in Jael. È nel modo in cui sorride, nelle labbra e negli occhi, e glielo scrivo.
Non perché voglio che la vanità la faccia tentennare per poi distruggerla. No. Vorrei che crescesse in lei fino a farla divenire luminosa come un profeta auto-eletto – con il mio zampino.
… Ma Jael non mi ha ancora risposto, e mentre attendo – da cinico che si dà alla follia della ritrovata purezza – faccio sogni erotici con Jael, in cui tutto il picco erotico è il modo in cui ride mentre lascia che mi sieda così vicino a lei e le cinga la vita con un braccio.
Forse ho dato all’ironia un ruolo un po’ troppo centrale nella mia vita.
O forse sono una vecchia pervertita.

Nel frattempo, per immedesimarmi in me stessa, organizzo la mia vita in modo da ospitare fanciulli e fanciulle (tutti maggiorenni, autorità, da più o meno tempo) accomunati dall’essere deliziosamente desiderabili. Pregusto l’averli zampettare per casa nel caldo luglio, ospiti miei ma liberi e spronati a sentirsi a casa propria, perché li voglio deliziosamente a proprio agio, liberi di essere quel che sono fin nel più secondario, infinitesimale gesto. Pregusto le forme dei loro corpi contro i miei mobili e il fluire dei discorsi – perché, coevi e posteri, queste creature hanno una bellezza da romanzo, ossia quella esteriore che fa da simbolo a quella interiore. Oltretutto, sono delle creature perverse polimorfe. Serve altro? Ah, sì: leggeremo ad alta voce Rush in Peace.

Rush in Peace procede. Questa sera sono state scritte altre cinque pagine a quattro mani, tra cui un pezzetto che doveva completare il 34° capitolo, e così siamo al 35°.
Nel mentre, mi sono imbattuta in V, una rara creatura che sta scrivendo un romanzo cyberpunk (Cedimento strutturale) a quattro mani con un amico. È una creatura eccezionale perché sta portando avanti un massiccio lavoro di marketing per poter poi vendere l’opera finita (a settembre), la quale è la risposta a un altro must: trovare ogni anno un modo di racimolare soldi da dare in beneficenza. Quest’anno è toccato a un romanzo anziché a una cena o a uno spettacolo teatrale. E questo – il fatto che il romanzo sia in parte il mezzo – mi fa sorridere. Dona al tutto una certa nonchalance.
V è anche una creatura simpatica, e scommetto che – di persona – è una di quelle persone che definisci “carismatiche”.
V ha anche un occhio di falco ed è stato eletto B-reader di RiP – ma questa è un’altra storia. È la storia che vuole che i miei collaboratori siano, di fatto, professionisti già fatti e finiti. Ho, insomma, dei padrini di cui vantarmi. Devo e voglio vantarmi del fatto che siano stati così tanto coinvolti da RiP, perché i giudizi che più tengo in considerazione sono quelli delle persone che stimo.
Nel frattempo, RiP è giunto alla soglia di 50 fans, a cui se n’è aggiunto uno che ho conosciuto dandogli del maschilista retrogrado stupido. Poi dicono che la sincerità non premia.
Ho anche fatto due passettini – due contati – per passare alla fase di divulgazione di RiP. Perché per ora – esclusi quei due passettini – mi sono veramente poco data al cercare gruppi in cui spargere la voce, preferendo dedicarmi ai singoli.
Da una parte so che un “like” in più alla pagina, anche se non sentito, non fa che aiutare il progetto. Dall’altra, quando ho visto che un tedesco si è unito ai fans, ho alzato un sopracciglio.
Fatto sta che non ho ancora chiesto a nessuno di apporre il suo “like” alla pagina di RiP per aiutarmi. Ho chiesto, per aiutarmi, di dare un’occhiata alla pagina e, se ispira, di aggiungersi alla lista di fans e chiedermi i primi 21 capitoli da leggere. C’è una sostanziale differenza in quanto a sbattimento tra la prima e la seconda opzione, ne sono cosciente – e sono cosciente del fatto che la seconda porta semmai a un’evoluzione molto più lenta. Lo so come so che un centesimo dei lettori leggerebbe questo blog se chiedessi, come controparte, di lasciare un commento.
Fatto sta, creature, che devo prima finire di scriverlo. Finché non l’avrò fatto, temo, non saprò che voglio farmene. Nessuno mi corre dietro, e così posso concedermi il lusso di contare sui singoli lettori che apprezzano e quindi fanno circolare la voce. È il lusso della voracità di un feedback trasparente e “sincero”. Ho ripreso in mano RiP sentendomi entusiasmare dal fatto che era stato iniziato senza vincoli – nessun pubblico da compiacere, nessuna regola di genere da seguire in vista di un compenso – e quindi non voglio che RiP si sottometta ai meccanismi del marketing mentre lo scrivo. Lo rovinerebbe, credo.
J, davanti a una birra e un bicchiere di vino (la prima mia e il secondo suo – ma, ovviamente, dato che non esistono preconcetti, a lui era stata servita la birra e a me il vino) mi fece notare come RiP fosse un’opera unica. Ora, questo può essere un bene o un male. Può essere un male come è un male non appartenere a nessuna minoranza vivendo in un Paese il cui multiculturalismo dà diritti in base alla minoranza a cui si appartiene (ciao, Inghilterra). Può essere un bene perché viviamo benedetti dal paradigma dell’unicità, almeno in astratto.
So che non voglio – e finora non mi è successo – vedere RiP masticato da commenti che ne valutano il grado di fantascientificità. Da quando leggo anche letteratura di genere – perché voi, maledetti amici della sottoscritta, scrivete spesso di genere e quindi per seguire voi seguo il genere, l’odiato genere, terreno che raccoglie il più lurido ozio del lettore – inciampo spesso in recensioni che spiegano come mai un’opera X sia fallimentare come giallo/noir/fantascientifico/rosa/whatever. Mi agghiaccia. Cioè, penso un esorcizzante “Chi se ne frega, di grazia, di quanto abbia seguito le regole di un genere?” ma sono agghiacciata.
Mi viene alla mente C e il suo mal tollerare questa società in cui tutti si sentono scrittori e critici. Scrissi a C che vivevo in un interstizio, lo stesso che occupa il suo pensiero: sono fermamente per la posizione che vuole che ognuno abbia il diritto di sviluppare il proprio potenziale, anche il serial killer pedofilo comu-nazista, al punto che odio dover mettere quell'”anche”, ma al contempo rabbrividisco al vedere Emeriti Sconosciuti parlare alle masse come fossero Oracoli della scrittura e della critica.
Mi fa mettere me stessa in questione, chiedendomi se non lo faccio anche io. Dopotutto, se qualche tempo fa scrissi di come volessi vedere Rimbaud pisciare addosso agli scrittori della domenica che si elevano a Gibson del 2011, evidentemente anche io salgo su una qualche forma di altare. (Pulpito, anzi.) Lo faccio anche io? Spero di no. Ma piscerei sugli scrittori della domenica che si elevano a Gibson del 2011. Non ho buone motivazioni da addurre, in realtà, se qualcuno mi chiedesse perché ho cosparso di urina un aspirante scrittore. So che piscerei addosso anche ai letterati che scrivono con alto tasso di Letterarietà e snobbano gli scrittori di genere. Poi però piscerei anche addosso agli scrittori di genere che liquidano le sfaccettature dell’italiano con un “Deve essere comprensibile” (frase stimabile in bocca a Picasso, ma non in bocca a chi sbaglia congiuntivi e fa concordanze a senso mentre parla – checcazzo, un po’ di sincerità intellettuale). Piscerei addosso a un po’ troppa gente per trovare un dato che accomuni tutte queste opere. C’è differenza tra il pisciare addosso all’autore e all’opera? Brucerei gli autori ma non toccherei le loro opere, questo è il punto. E non li brucerei per aver scritto, ma per come giocano la propria parte di scrittore. O di critico. O di whatever. Brucerei anche gli avvocati che danno alla sigla “avv.” il compito di fare da garante del loro valore.
Comunque, pisciatoi e roghi a parte, tengo al fatto che RiP sfacciatamente non badi al proprio tasso di fantascientificità. Adoro la fantascienza, adoro la coerenza, e questo mi fa sbattere a morte per creare un prodotto che sia buono e controllato. Voglio che il critico sci-fi della domenica che l’approccia si dica che RiP è fuori genere. Basta un passettino, al di fuori dal genere, quel che basta per non farlo sottomettere alle griglie che catalogano le opere.
È che, creature, inorridisco al vedere come certi libri siano valutati al 100% sulla base della propria appartenenza a un filone. Libri scritti in modo esemplare liquidati perché hanno mal inteso il genere, e obbrobri che si aggrappano a fatica al minimo sindacale elogiati per essere esattamente ciò che il pubblico di quel genere ama.
Amate Gibson perché è cyberpunk o perché è Gibson?
Offrite la cena a vostra moglie perché è vostra moglie o perché la amate?

Il 51° fan di RiP è stato dalla sottoscritta offeso perché asseriva, sentendosi cavalleresco, che non avrebbe mai colpito una donna, neanche se questa fosse stata alta 1,90 e fosse stata addestrata a uccidere. Gli ho dato del detentore di pregiudizi e del cretino. La prima offesa si riferisce al suo attenersi alla sottaciuta generalizzazione “le donne sono più deboli”, il secondo al fatto che quest’uomo – che pur mi sta simpatico – vive con la possibilità di crepare ucciso da una donna minimamente addestrata. Non accadrà, molto probabilmente. E purtroppo i libri non possono spararvi se li giudicate con la generalizzazione sbagliata. Non possono neanche bruciarvi o pisciarvi addosso. Per questo non piscerei addosso a un libro né lo darei in pasto a un rogo.

Di Streben, Sehnsucht e altre parole-slot.

Dovrei ingrassare di qualche chilo per poi tagliarmi una fetta di coscia e darla in ringraziamento a J per… esserci, tendenzialmente. Il fatto che mi aiuti de facto montando video è solo la punta di un iceberg che vorrei tanto mostrarvi, ma dovrei scrivere a mano “grazie” per una decina di fogli protocollo, e comunque non sarebbe abbastanza.
Mi sento quasi in colpa, a volte, perché J ha tanti lettori capaci di godere nel dettaglio delle competenze personali che lui travasa nei libri che scrive. Io no. Io sono l’ignorante che gli chiede di dare un occhio alla scena appena scritta di Rush in Peace, quella in cui ci sono due cyborg che in teoria dovrebbero agire ottimizzando i tempi e prendendo le migliori scelte in una situazione di tensione – quei due sono cyborg, con addestramento militare, io sono una civile senza esperienza e quindi chiedo a James di usare le sue (da altri profondamente comprese e) adorate competenze per dirmi se ho scritto cazzate ingenue. Perle ai porci? No, confido a fondo in Rush in Peace, ma ciò nonostante a volte un po’ in colpa mi sento. Per vanità, forse.
Chi mi conosce da abbastanza tempo mi avrà visto, di tanto in tanto, sciogliermi in uno dei miei delirii di gratitudine. Ho una gratitudine strana, totalizzante, una gratitudine che mi rende felice. Sono felice di poter essere grata, mi fa sentire fortunata. E lo sono. Non semplicemente perché ho un esperto di settori che mi serve utilizzare in Rush in Peace come advisor, ma perché questo esperto è anche una persona con cui amo spendere le pause cazzeggiando mezzo commenti nelle pause libere.
Ci sono persone, creature, che ti fanno amare il mondo in potenziale. Quelle persone sono potenzialità – sono nuclei saldi in sé e ben distinti da te, ma che per come si sono realizzate ti fanno pensare che ne vale la pena. Vale la pena di lavorare su se stessi e di guardarsi attorno, a occhi spalancati, per cogliere simili perle. Per questo la mia gratitudine sfiora il misticismo.
Conosco diverse persone così. Le conoscete anche voi, perché le ho sovente nominate. I miei delirii sui fortunati momenti spesi con e grazie a VB ne sono un esempio. Scrivo Rush in Peace con una di queste persone – e stasera, mentre scrivevamo, avrei voluto esprimere mezzo Facebook come mi sentivo, ma non trovavo le parole – o, meglio, le parole le stavo scrivendo in quel momento con Noes, e le leggerete seguendo Rush in Peace.
C’è un motivo per cui considero Rush in Peace un miracolo.
No, ce ne sono diversi.
Qualsiasi cosa scritta da Noes per me è geniale – e gongolo nel sentire lo stesso feedback uscire dalle bocche di persone che l’hanno letta. Noes è fresca. Ho sentito innumerevoli volte blaterare di prose fresche, capendo una volta su cento a che si stessero riferendo, e il paradigma di tale freschezza rimane Noes. Noes che sa scrivere con una prosa semplice concetti non scontati. Il suo non è un genio letterario, è piuttosto uno Genie goethiano che le galleggia sopra la testa, le sta sotto la retina, permettendole di vedere il mondo in modo particolarmente… tridimensionale. E a ciò si aggiunge il fatto che Noes è magicamente refrattaria alla retorica – non dice stronzate inutili, insomma.
Rush in Peace è un miracolo perché dopo anni, in cui io mi sono, pare, impegnata per ammuffire assieme alla mia sempre più involuta prosa, una prosa che ha tentato di suicidarsi usando se stessa come cappio, e Noes ha a malapena scritto, ci siamo ritrovate subito in sintonia. Ci siamo interfacciate senza scarto alcuno. Come spiegarvi quel che intendo?
Devo spiegarvi come io e Noes scriviamo.
Dirvi che c’è un canovaccio, di base, ossia il decidere più o meno la trama – e questa è stata decisa anni fa – e quindi decidere più o meno come si aprirà e chiuderà una scena.
Ciò fatto, apriamo un documento condiviso su Gmail e scriviamo alternandoci. La guardo comporre le frasi lettera per lettera, in una mancanza di incertezze e pudore che bacio con gratitudine. Le scrivo, prima di una scena d’azione che m’impegnerà le sinapsi al 100%, che sto soffrendo di ansia da prestazione, e poi le scrivo sotto agli occhi i miei tentativi.
Per questo, creature, blatero con tanta arroganza che bisognerebbe parlare come si scrive e viceversa. L’unica cosa che rende Rush in Peace uno “scritto” è il fatto che è scritto.
Sto studiando per un dannato esame le caratteristiche di scritto e parlato. La naturalezza del primo sul secondo – la naturalezza che c’è in Rush in Peace, a malapena pensato prima che le dita compongano parole sullo schermo. Il controllo dello scritto sul parlato – e RiP, per essere scritto, necessita di mancanza di controllo, unico modo di cestinare ogni retorica.
Odio la retorica, creature. Odio la retorica e odio i generi ed è la stessa cosa. Odio la retorica e odio i pregiudizi ed è la stessa cosa. Scivolo nelle zone in cui scrittura e filosofia e mistica si sovrappongono, e lì rifletto.
C, la sua presenza, mi ha spronato a farlo, perché con C posso farlo senza sentirmi vittima di un debilitato delirio solipsista. Voglio dire, mal che vada siamo perlomeno in due. (Più un sacco di gente morta.)
Non vedo l’ora di incontrare C – altra persona che mi permette di viziarmi con la mia gratitudine – ma non ho molto da aggiungere al riguardo. Potrei uploadare un video della sottoscritta in uno dei momenti di beatitudine causati da un pensiero legato a C, e questo sarebbe tutto. La felicità sa essere incredibilmente noiosa, a volte. L’entusiasmo rende ridicoli. Godo dell’esere ridicola perché mi ricorda la mia fortuna.
Mi trovo talvolta, in questo periodo, nell’ebbra condizione del bambino che si sente superiore a tutti voi perché ha appena ricevuto in regalo esattamente il giocattolo che voleva. Non gliene può fottere di meno del fatto che quel giocattolo sia fatto in serie o meno, se sia un esemplare unico o l’ennesimo clone: quel che conta è l’emozione del marmocchio, non ciò che la causa.
Se ciò che conta fosse la causa, allora mi basterebbe mettervi tra le mani le parole scambiate con J, con Noes, con C, con VB, con altri – e voi com-prendereste. Ma non è così. Guardare è interpretare – sono inciampata in ciò navigando le righe di un saggio epistemologico sullo status della scienza – l’ennesimo saggio che mi fa pensare, quando mi trovo davanti a un passante idolatrante La Scienza, che “Non ho voglia di mettermi a spiegare. Leggiti quel libro.” (sapendo che non verrà letto – non lo farei neanche io, probabilmente – ognuno ha le proprie priorità, e cerca quel che vuole trovare).
Ungaretti, se non erro, scrisse che il poeta è colui che avvicina concetti lontani.
È quello che dovrei fare, agglomerare stati di entusiasmo e ilarità di solito sconnessi, per rendervi il mio umore.
Ma sono pigra.
Ho deciso, pare, che per questo periodo mi accontenterò di pensare che siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri – il che, tradotto, significa che non sto tendendo al più lontano degli esseri umani, accontentandomi di quelli che mi sono al momento vicini. Mi do all’elitarismo, insomma, senza aver deciso – né volendolo fare – quali siano le caratteristiche che dovrebbe contraddistinguere quest’elite di cui amo circondarmi. I sensi me li fanno accomunare, e loro stessi mi mostrano lati che mi aiutano nel vederli simili, e io nulla faccio per smontare quello che l’impressione mi costruisce alle spalle.
Non potrò farlo per sempre.
Sono troppo megalomane per accontentarmi di un’elite.
Come spiegarvi il perché?
Vorrei che cercaste una di quelle canzoni che vi fanno vibrare dentro qualcosa, ogni volta, anche e non sapete perché, soprattutto perché non sapete perché.
Vorrei che la faceste partire, e intanto richiamaste alla memoria il ricordo di attimi che, quando li avete vissuti, vi hanno fatto pensare che erano oltre al tempo. Oltre all’attimo in cui vi hanno travolto e sconvolto. Più eterni di una vita – l’unica forma di eternità che vi è possibile concepire, ma basta e avanza.
Parlo di Streben, per chi può intendermi, e di Sehnsucht al contempo. Quel desiderare ardentemente un qualcosa che è davanti a voi nel tempo ma di cui avete nostalgia al contempo. “Nostalgia” perché sentite che vi è dovuto.
(Non capirò mai quanto questo dispotico pensare “Mi è dovuto.” sia diffuso. In me è così forte da farmi pensare, a volte, stuprando Nietzsche, che chi non lo pensa sia un inetto da schiacciare con disprezzo. Perché, intendiamoci, il fatto che mi dia dovuto non implica che io abbia il diritto di lamentarmi se non l’ho – ho il diritto di farlo, certo, ma a che pro? – implica solo il dovermi sbattere per (ri)conquistarmelo, finalmente.)
Parlo del desiderare qualcosa con un’intensità tale da non poterne vedere i limiti. Di un vostro desiderio che sia più grande di voi.
Può essersi manifestato in mille modi diversi. Nell’inquadratura di un film. Nella foto di un volto, di una mano. Nei tratti di un eroe artificiale. Nel ritmo di una poesia. Nell’odore di un(‘)amante. Nella velocità di un proiettile. Non importa.
Quel che conta è che sia più grande di voi, e di tutto ciò che potete concepire – ed è per questo che vi travolge, sballottandovi tra una muta contemplazione passiva e che subisce grata e la voglia, da far prudere le mani, di muovervi con e in quella cosa.
Per questo non posso farmi bastare a lungo un’elite.
Perché voglio sempre qualcosa che sia più grande di me, e quindi necessariamente non concepibile al momento, neanche dalla parte più elitaria della mia gemente testolina.
Ho passato, credo – anche se non voglio ricordarli e quindi li dimentico con indicibile precisione – anni in balia di tale Streben. Si nascondeva dietro a ogni cosa – a un toast cotto a puntino, a uno bruciato, a un volto sorridente, a un corpo dilaniato. Non ho messo per anni piede su un palco perché quello a disposizione non era mai abbastanza grande, e quindi mi buttavo su palchi anonimi a occhi chiusi, a memoria spenta, per poter mettere tutto di me in gioco tranne la cecità dell’entusiasmo.
Non parlo di pubblico, oh pubblico. Era il palco interiore che andavo cercando.
Da qualche parte lessi – ricordassi dove – che i Gemini sono quella sorta di persone sdoppiate: una metà recita sul palco, mentre l’altra osserva dalla platea.
Avevo bisogno, credo, di raffinare l’udito dello spettatore e la voce dell’attore.
Questo fa sì che, oggi, io sia giunta ad avere una di quelle soddisfazioni che ci si aspetta che alla mia età una persona abbia racimolato. Una certa pienezza di sé – non nel senso di arroganza, ma di sostanza. Essere in sé.
Un Qualcosa che mi permette di essere in balia dello Streben anche mentre contemplo me stessa, e non solo in passiva contemplazione dell’Oltre. Immagino si debba passare dal non temere altra cosa più di se stessi. Immagino che ciò accada nel momento in cui ci si è divaricati abbastanza interiormente ma non si è ancora sviluppato un bastevole controllo della propria immaginazione, e per “immaginazione” intendo “concepire”, e il concepire mi riporta alle potenzialità delle persone e alla gratitudine.
Ho imparato, nel frattempo, a far coesistere il lato critico-dissezionatore e quello titanico alla Goethe. Ho imparato, intendo, a sapermi dire che tutto questo delirare è Nietzsche della domenica senza farmi abbattere dal mio dissezionare.
C’è qualcosa, nel profondo, che mi disturba. Mi domando cosa possa disturbarmi, mentre mi beo nella contemplazione del potenziale, dei potenziali. La megalomania si accompagna bene alla cecità, perché lo sguardo a 360° mi manca, e non vedo cosa non vedo.
Ho il paranoico timore di avere un tallone d’achille invisibile. Di scoprire troppo tardi che tanti obiettivi raggiunti siano azzerabili da un’infima, secondaria, becera cazzata che ho smesso di considerare.
Mi sento vecchia perché temo senza passione.


Mantrapokalypse, o: un pezzo composto anni fa da Peppe “War” Frana per Rush in Peace:

Amo avere certe menti dalla mia parte – altro senso della mia gratitudine.

Di missionari, assedi e corti letterarie.

Chi non muore si rivede, eh?
Sono morta innumerevoli volte, nella prima metà di giugno, dispersa tra bassi colli laziali, oziosi e schiacciati dal sole. Ma in una casa protetta da mura secentesche, a giugno, il tepore è sempre tenuto a bada da un’atmosfera cristallizzata nel torpore che compone il passato.
Sono morta per la gioia delle orecchie dei vicini, prendendoci gusto. Le mura assorbono ogni gemito, ma una finestra aperta spezza il limbo.
Tra una doccia e una cena, ho riscoperto l’assoluta semplicità delle cose.
Scopo lesbicamente a missionario e a smorzacandela (non sapevo si dicesse così fino a un minuto fa – che nome teneramente ridicolo), ossia nei modi più beceramente banali ever. Ora, non è che io voglia descrivervi in che posizioni sessuali scopo (anche se lo sto facendo), volevo solo condividere l’assurda banalità di ciò che per definizione non dovrebbe esserlo. L’unica chicca per gli appassionati di fisica consiste nel fatto che scopo a missionario e a smorzacandela senza l’ausilio né di dita né di strap-on e godendo come riccio (è bello essere bisessuali: non si può essere tacciati di non aver provato l’altra alternativa, e quindi di non sapere cosa ci si perde). Mi sono sentita così spesso chiedere “Ma come scopano due donne tra di loro?” che adesso che ho una risposta così semplice non posso che goderne interiormente. So che tal risposta non risponderà a un beneamato cazzo, per usare un francesismo, perché se lo facesse io non avrei motivo di spiegarvi quanto banale so essere a letto.
Volevo solo, ecco, per l’ennesima volta, farvi riflettere su quanto poco del sesso lesbico (reale, non quello ri-settato per essere venduto a un pubblico maschile) si sappia – così poco che molti di voi si staranno ancora chiedendo come faccio a godere come un riccio in quelle posizioni.
(Ma poi… Perché si gode come un riccio?)

Tra una morte e l’altra ho fatto diverse cose, docce a parte.
Ho fatto la turista dal primo all’ultimo giorno, beandomi in questa mia condizione. Ho visitato una portaerei infilandomi dove non avrei dovuto, ho mangiato carne e funghi fino a scoppiare, ho messo in soggezione commesse con il mio troppo formale approccio di cliente, ho rincorso gatti che non volevano farsi accarezzare, ho avuto un calo di pressione alle terme, ho trovato il colore che stavo cercando per il gonnabe studio, ho commentato vecchiette basculanti con N e ripescato ciambelle al plasma con J, ho fatto da attendente a VB (nel senso che mi lasciava a casa a farmi servire Manman, per cui ho pulito tappeti e trascinato sacchi della spazzatura piombati sotto al sole cocente), mi sono fatta dare dell’ubriacona in modo poco sottile, ho battuto a tappeto profumerie alla ricerca di profumazioni al gelsomino e al tiglio, ho chiesto a un polacco di croci di ferro e tante altre cose.
Per cinque minuti ho anche contemplato me stessa fare la stupida in treno con VB che, in modo non meno beota, giocava con l’ipotesi di toccarmi le tette. Ora, che io e VB si sappia essere stupide in modo encomiabile è risaputo (avete presente I soliti idioti? Ecco, esattamente così), ma mi mancava il realizzare quanto sappiamo essere stupide come una coppietta appena sbocciata che passa il tempo con dispetti vezzeggiatori e corteggiamenti divertiti (non prendete quest’ultima mia frase per pensare che siamo una coppia, maliziose creaturine). Gliel’ho anche detto: per diventare uno stupido cliché di ragazzina flirtante non è che mi servisse molto, a quanto pare, mi bastava un essere di sesso femminile e dal gender incerto con cui farlo. Insomma, io e VB persistiamo con il rapportarci l’una con l’altra come se fosse il primo giorno (e di mezzo c’è una convivenza di mesi con spazio vitale risicato). Ironico, isn’t it?
Va accostato al mio ruttarle in faccia mentre mi aiuta a indossare una collana. Lei ride e partoriamo questa creatura mitologica che dovete immaginare come un tenerissimo batuffolo di pelo con due enormi occhioni che scioglierebbero anche un reduce del Vietnam, una di quelle creature che causano in reazione degli “Aw!” commossi, e che si esprime ruttando. Gliene ho disegnato uno, rutto incluso, e l’ho fissato con del nastro adesivo sulla porta come Welcome! per quando fosse tornata dal lavoro.
Ho anche scoperto di condividere con VB il gusto infantile per la lotta fine a se stessa. Ci siamo rotolate sul letto dandocele fino a impregnare di sudore le lenzuola, per poi litigare per il suo infelice dirmi – a posteriori – che a un certo punto avrebbe potuto mettermi sotto ma non l’ha fatto, e ho dovuto spiegarle che non ce l’avrebbe fatta neanche se avesse tentato, e lei ha controbattuto che ero senza fiato e quindi ce l’avrebbe fatta, ma le ho sottoposto il fatto che non ero così tanto senza fiato e via discorrendo fino all’ennesima cena al girarrosto a cinquecento metri da casa, quello che sta per adottarci, quello che ci offre home-made biscottini e che alla quarta volta ha chiesto: “Vi porto direttamente il mezzo litro di vino?”
Sono stata bene, e i giorni sono volati. Sono volati anche se qui avevo lasciato incontri e progetti in sospeso, e che ho messo in stand-by a malincuore.
Il fatto è che sto bene con VB, cazzo.
La vedo per tre o quattro secondi, alcune mattine, la sagoma in giacca e camicia bianca pronta ad andare al lavoro, foulard attorno al collo. Sono troppo assonnata per definire i contorni, quindi c’è solo quest’idea di lei – evanescente apparire che mi sussurra un “buongiorno” posando la tazza di caffè bollente, con un sorriso soddisfatto-compiaciuto mentre mi guarda, e la guardo mugugnando sonno e soddisfazione-compiacimento. Reclamo un saluto meno incorporeo e la sagoma si avvicina, mi deposita un bacio da qualche parte con tracce del suo odore, poi svanisce e io ripiombo nel sonno.
Vorrei, come spesso mi capita, condividere quel che il mondo mi dona. Vorrei, con le parole, ricrearlo per farvi com-prendere. Ma la lingua mi tradisce. I cliché non accorrono in mio aiuto. Dovrei chiamare in causa troppe cose discordanti, e sarebbe non dall’unione, né dalla fusione, ma dalla negazione di una da parte dell’altra che nascerebbe quel che vedo in quelle mattinate insonnolite.
Dovrei battere due dita sulle spalle di un galeotto di Genet e chieder lui di voltarsi per un secondo – quei secondi che Genet dilata all’infinito – quello in cui puoi inquadrare un sorriso che va formandosi, un sorriso rubato a un qualche interstizio. Al di sotto, sotto la maglia lacera di un marinaio che si apre in bottoncini sul petto, dovreste sentire il lieve gonfiarsi dei pettorali – non è la loro durezza, ma la loro massa su cui poso la fronte – poi dovreste chiudere gli occhi e riaprirli nelle vesti di un qualcuno che ha bisogno di una pausa di conforto e la trova in un seno morbido e totalizzante, in cui soffocarsi e con cui giocare come bambini, eppure senza tirare in causa triti e ritrici freudiani cliché materni. Il suo polso, invece, è saldo e fragile al contempo: si piega con la solida grazia di una statua greca, un dio della determinazione colto nella propria adolescenza. Così è anche il collo – i tendini che vibrano al massimo della tensione, la testa buttata indietro – la testa buttata indietro di un eroe che cerca di sollevare un titanio e quella indietro reclinata di un’evanescenza klimtiana che nel proprio apparente abbandono serba saggezze che pesano come macigni.
Avrei bisogno di un’altra lingua, nata in un altro dovequando, in cui certi opposti non sono tali e in cui “accogliente” e “conquistatore” sono sinonimi.
E dovrei anche aver smesso di darmi a certe beate contemplazioni da passione appena sbocciata – ma, per fortuna, posso ancora ridicolizzarmi.

La Manman di VB mi adora. Non chiedetemi come ciò si coniughi a farmi portare sacchi della spazzatura e altri pesi: ho eseguito il tutto come se fosse una prova da superare, e chissà se lo era.
Comunque, la Manman di VB mi adora e VB stupisce, perché di solito quella creatura dall’ironia non trasparente preferisce farsi i fatti propri. Per lei ho intrecciato fili di ferro mentre lei per me confezionava una borsa (di cui presto andrò fiera).
Sono riuscita anche a conquistare la gatta, di VB, ammasso di ossa e peli aggrovigliati che non voleva ammettere di morire dalla voglia di essere coccolata da me. Povera illusa gatta.

Ho letto.
Ho letto James (La coda del diavolo), che mi ha tenuto compagnia in un lungo viaggio in treno e per una lunga notte solitaria, sorridendo a battute che potevo immaginare dette dalle sue labbra nel tono che ora so riconoscere come suo.
Ho letto The Cellist of Sarajevo senza capire cosa pensassi di quella prosa, ripiombando in un tema studiato qualche anno fa (oh miei amati assedi).

Ho scritto.
Ho scritto Rush in Peace, ovviamente, e vi basta andare sulla pagina su Facebook per avere un assaggio delle ultime parole partorite.
Abbiamo 39 utenti, al momento – e godo per ognuno. Cerco di mantenere la pubblicità a un livello non invasivo – odio spammare gli altrui walls, le altrui caselle di posta, diffondere PMs non richiesti – e questo rende quei 39 utenti corposi. A una lista di contatti di 22 persone su gmail vengono spediti gli aggiornamenti – siamo al 19° capitolo, dal 20° in poi dovrò aggiungere i vecchi lettori (che fino al 19° avevano già letto). Non sto facendo leva su niente che non sia RiP stesso – né su me stessa come già pubblicante scrittrice, né su simpatie personali o favori dovuti. Voglio che RiP nasca da sé, tutto al presente – voglio che rimanga quel che è stato finora: un prodotto che non deve appoggiarsi ad altro.
È la libertà che si ottiene dopo essersi tolti lo sfizio di pubblicare. Lo consiglio a tutti gli aspiranti scrittori: fatevi pubblicare dietro retribuzione, così smetterete di rincorrere quest’idea. Non che io abbia deciso che non pubblicherò mai più, ma devo trovare un compromesso e posso concedermi il lusso di darmi tempo per farlo: non ho né le pressioni che ha chi deve pubblicare per sopravvivere, né quelle di chi vuole pubblicare per dimostrarsi di poter pubblicare.
È che – aspiranti scrittori, scrittori fatti e finiti e passanti – quando ancora scrivevo con l’ottica di pubblicare quasi mi sentivo in colpa nello scrivere una cosa come Gioco della rosa. Questo maledetto fuori-genere, che non commette nessun peccato se non quello di non commettere peccati prestabiliti. Fa riflettere. Mi fa riflettere la società delle etichette, in cui si investe sul prodotto dal target certo.
Ho discusso – e ne discuterò ancora a lungo – sul come alcuni libri vengano pubblicati per il semplice fatto che hanno le giuste carte per compiacere un certo pubblico. Per questo la scrittura di genere è così limitante: sono quegli stessi limiti a renderla un prodotto vendibile con maggior certezza. Sai già a chi indirizzarli – il pubblico è già pronto, non devi crearlo.
Osservo dal mio silenzio i dibattiti interni al mondo dello scrivere di genere – interni a ogni singolo genere, che lamenta il proprio essere un genere e quindi essere ghettizzato. Non è implicito? Non viviamo nella magnifica società delle pluralità coesistenti? Ma mi ricorda il pluralismo alla britannica, in cui hai diritti bonus solo se appartieni a una minoranza – quella musulmana, quella omosessuale, quella handicappata – quella action, quella horror, quella sci-fi.
Osservo dal mio beato silenzio le lotte intestine, le voci che rispondono prima di aver ascoltato, e ciò rimbalza tra le mie sinapsi assieme al mio osservare – discutendo con alcune persone nelle ultime settimane – l’italiano parlarsi addosso, urlarsi senza ascoltare l’altro. So che le due cose hanno ben poco in comune, che sono guidate da due dinamiche diverse, ma ne osservo il concomitante entrare nelle mie riflessioni.
Ho seguito brevemente un dibattito (l’ennesimo) sull’opzione e-book, e-book VS libro cartaceo, rendendomi sempre più conto di quanto sia minuscola l’Italia e di quanto sia al contempo immensa. Facebook aiuta nel visualizzare ciò che intendo. Immaginate una moltitudine di microscopici puntini che si agglomerano attorno a 8-9 punti di dimensioni maggiori: è il quadro che sto avendo del mondo della letteratura di genere (vari, che s’intersecano, dall’action al giallo alla sci-fi all’horror) in Italia. Gli 8-9 punti di dimensioni maggiori sono gli autori affermati e conosciuti, i microscopici puntini sono i lettori. In mezzo ci sono gli scrittori che si considerano della domenica e gli aspiranti scrittori, quelli che hanno cosparso riviste online di racconti e quelli che sono sbocciati da nulla, quelli dal lungo e difficile percorso, quelli che si pubblicano fai-da-te e quelli che tacciono attendendo la Grande Occasione. In questo confusionario quadro, dura a morire, rifulge la Torre D’Avorio gramsciana: appena un puntino riesce a ingrandirsi e ad attirarne altri si fa élite, poeta-vate – e abbiamo i dibattiti su e-book VS libro cartaceo portati avanti come se i puntini ingrossati fossero già una casta, dibattiti portati avanti come se fosse quel dibattito a decidere delle sorti del libro cartaceo.
In mezzo ci sono i Recensori, categoria da me scoperta da poco. I Recensori sono una razza di persone il cui hobby è, per l’appunto, recensire – sono le loro recensioni (nel piccolo come nel grande, no?) ad aiutare i puntini a ingrossarsi. Ho scoperto i Recensori perché nel mio beato limbo RiPpiano un paio si sono avvicinati a me. Ora, io sono grata a chiunque faccia commenti e critiche a ciò che scrivo, felice di rispondere a domande (sono un’opinionista speculativa del cazzo, non poco egocentrica), ma non riesco a capire la gioia di recensire (sono pessima a farlo). Mi sono anche chiesta – più come rigurgito di memento mori suggeriti dalla fiction – quale sia il potere di un Recensore. Il domandarmi quale sia il motivo e quale il potere di un Recensore, e quale sia la relazione tra le due cose, mi ha inquietato un po’. Mi ha inquietato il vedere gente recensirsi a vicenda, a mo’ di scambio di favori. Recensirsi con sbandierata spietatezza a vicenda, criticando chi non critica spietatamente (criticando alcune cose e non altre: c’è chi si ostina sulla prosa pura ignorando la coerenza della trama e chi critica il ritmo ignorando la prosa). Ho intravisto orde di riviste online, mescolate a blog, o riviste con blog annesso, il cui scopo è recensire e/o pubblicare, entrambe assieme, e che offrono gratuiti servizi di editing che promettono un lavoro professionale, puntuale e preciso (il lavoro professionale di migliaia di siti di sconosciuti – sono felice di essere stata una correttrice di bozze, perché almeno da quel punto di vista non ho bisogno di aiuto), spietato della spietatezza di cui sopra. Uso il termine “spietatezza”, ma è scorretto: è la “spietatezza” del chirurgo professionista, o che tale vorrebbe essere. Quello che rende perplessi, l’illogicità che fa concludere a un bambino che Babbo Natale non può esistere perché prova tu a consegnare doni a tutti i bambini del mondo in una notte sola, è il fatto che ogni blog/sito/rivista accettante scritti da revisionare s’erge a Vera Professionalità dettando le proprie regole contro quelle altrui, e se ognuno di loro porta la Vera Professionalità, allora quante vere professionalità ci sono?
Fa girare la testa.
Amo il mio limbo che s’ostina a non prendere parte.
Detto tra noi (cioè detto a chiunque – dovrei smettere di ricorrere alla retorica, del tutto), se ho pubblicato è stato per sbaglio. Non stavo rincorrendo scrittori. Mi ero limitata a simpatizzare con lettori di un romanzo. I lettori in questione mi sono stati simpatici e successivamente ho scoperto che erano anche scrittori, e quindi li ho letti – come si legge il libro di un amico mentre lui legge il tuo. Continuo, colpevole, a fare così – “colpevole” ogni volta che un Nome Autorevole, un Editore caposaldo, un recensore d’annata (sempre nella Torre D’Avorio microcosmica della scrittura di genere, che a volte sconfina altrove) mi ha addato su Facebook e io non avevo la più pallida idea di chi fosse (grazie, Google, per esistere). Sono di un’ignoranza vergognosa, in effetti. Tale ignoranza mi salva: non posso ricorrere all’adulare il libro di un Nome Autorevole per farmi amico l’autore. (D’altro canto corteggio scrittori che adoro e che sarei io a voler aiutare a scrivere ciò che vogliono, potessi farlo.)
Inciampando in lettori che ho poi scoperto essere scrittori ho visto l'”effetto Corte”. Lo conoscete. Chiamatelo come volete: è quella strana dinamica che fa sì che i minuscoli puntini si agglomerino attorno a un punto più grosso. È fatta di reverenze, soggezione e adulazione. È l’arbitrario trattare con i guanti un qualcuno perché è un Qualcuno di professione. È il mantenersi a rispettosa distanza nell’attesa di poter essere al suo livello e averci a che fare da pari. È moderatamente aberrante, come molte dinamiche sociali. Per legge di Murphy è controproduttivo, tra l’altro, nel senso che per esperienza è chi se ne sbatte delle gerarchie a star simpatico a chi sta in alto. A chi starebbe simpatico un cane dalla fedeltà aprioristica? (Intendo, a parte che per comporsi una Corte?)
Ma comunque.
L’Italia, si sa, ha un suo cattolico mafioso fatalismo, e ciò fa sì che io ne abbia sentite di ogni sul mondo letterario, di genere e non. Ho dovuto pure studiare l’editoria in Italia per un esame, sciorinando al docente informazione studiate su libri su una collana in cui ho pubblicato.(“Buongiorno, Prof. Secondo ciò che dice il suo esimio collega, considerando dove ho pubblicato, io scrivo paraletteratura; ma se riporto quello che asserisce l’altro suo esimio collega, da un punto di vista stilistico, sono autoriale-postavanguardista. Sono uno di quei rari casi citati a pagina 263 del manuale: a quanto il manuale dice, se mi va bene, creerò un nuovo genere, che le successive generazioni ripudieranno come io oggi ripudio i generi già esistenti. Se mi va male… Il manuale non dice nulla a riguardo. Ha qualche suggerimento?”) Ho studiato saggi scritti da Professoroni che non dialogavano con gli scrittori di cui parlavano, e parlato con scrittori che lavorano nel campo senza analizzarlo, questo campo, dall’alto. Ho il doppio handicap di studiare troppa teoria per enjoyare l’ottica dei generi, e di aver visto l’ottica dei generi troppo dall’interno per blaterare teoria dall’alto di una posizione intonsa. I Professoroni mi parlano dei perché del successo di certi Super-Uomini che riappaiono da due secoli nella nostra letteratura popolare, con uno sguardo forse fin troppo ampio, mentre lo scrittore-blogger lamenta la poca caratterizzazione dei nemici zombi nelle opere degli ultimi due anni, con uno sguardo vagamente troppo focalizzato. I Professoroni lamentano la dozzinalità delle opere da edicola senza leggerle, scoprendo magari che tra tanta prosa 4 dummies ci sono perle ingabbiate che mostrano un contorsionismo geniale, mentre gli scrittori che si sono conquistati una fetta piccola ma salda aggrediscono i Grandi Teorici lamentando la loro polverosità senza rendersi conto del fatto che è lo scrittore autoriale quello che rinnova la lingua, mentre le opere di genere tendono a essere conservative (conservative nella loro fu innovativa nicchia, ma pur sempre conservative).
E io galleggio beata nel mio limbo.
Galleggio beata scoprendo che J, in un’intervista, pone tra i suoi scrittori preferiti C (che mi perdonerà, se la strattono di nuovo qui in attesa di sapere se tale trascinarla nel gorgo delle mie riflessioni urta – è per una buona causa, o almeno spero di aver azzeccato nello scegliermela) – lo scopro tra un’e-mail mandata a J e una mandata a C, scoprendo che di entrambi apprezzo la capacità di non dividere il mondo in compartimenti stagni. J e C non hanno una beneamata sega in comune, a parte questo. Scrivono cose diverse con stili diversi con pubblici diversi di generi e non-generi diversi e con punti di forza opposti. Paradossalmente è quel loro non ragionare per generi a farmeli accomunare. Li prenderei entrambi, piazzerei dinnanzi a un camino a sorseggiare bevande calde a scelta, rimirandomeli per qualche minuto, cercando nei loro sguardi quel qualcosa che li lega l’uno all’altro come esseri umani ai miei occhi.
Il punto, come al solito, è sempre questo: l’essere umano. Quella cosa che sta a metà tra gli ideali intoccabili dei teorici e la bidimensionalità funzionale del genere. Quell’utopia che è tale perché non è un’utopia arresa a se stessa né l’iper-dettaglizzazione di un lato del Creato a discapito degli altri.
È qualcosa di fottutamente difficile da trovare, perché non ho etichette con cui cercarlo in libreria. Mi tocca sfogliare libri su libri alla ricerca di una prosa che mi dia quello. Non è riconoscibile dal riassunto della trama né dalle arzigogolature della sintassi. Mi tocca prendere tra le mani l’individualità di ogni singola opera a prescindere dal suo contenuto puro e dalla sua pura forma.
È un compito ingrato, quasi quanto il cercare l’Essere Umano indipendentemente dal suo sesso, dalla sua nazionalità, religione e partito politico.
(Vedete che tanto alla fine parlo sempre delle solite cose? D’oh. Sesso e speculazioni sui massimi sistemi – fra 20 anni mi troverete alcolizzata all’angolo di una strada a blaterare profezie irrisolte mentre cerco di toccare il culo di un passante, rovinando ridicolmente a terra. Amen.)