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Grazia

Leggo i racconti dell’Uomo Pieno Di Grazia e faccio pausa. Ancora, ancora e ancora.
Cerco una canzone da ascoltare – una canzone che ho reso Leitmotiv, simbolo, cerchio disegnato per evocare una ben determinata cosa, che tale è per le parole tracciate a terra, ma che, quando giunge a me, è vaga e confusa – ed eccola, di sottofondo, con la sua chitarra e il suo accento americano e tante piccole altre cose che poco avrebbero, di prima impressione, a che spartire con la grazia.
Non so avere quella grazia.
La contemplo in Lei e in Lui, la ammiro e rimiro, provo gratitudine – e poi ascolto questa sgraziata canzone, perché così vibro: con la voce irrochita, un accordo dissonante, un’inesatezza. Celebro la difformità.
E poi amo essere una testa di cazzo, soprattutto se questo porta a sentirmelo dire con affetto. Sei una testa di cazzo. Cogliona. Non cambi mai. Ditemelo ancora. Mi aiuta a ergermi sullo sgangherato trono di Jan di Leida – tra bottiglie rotte e puttane che scimmiottano sante – nell’unica epica che conosco: quella che deride l’epica.
Anche se poi mi trovo a leggere i racconti dell’Uomo Pieno Di Grazia e a farmi smuovere dalle perfette forme dei suoi disegni. A farmi com-muovere.
Ed ecco lo Streben, ecco la Sehnsucht.
Bentornata anche in questa casa.

Psicosi & altre utili sindromi autoimmuni

Dovrei essere all’opera con una traduzione, ma la connessione ha deciso che no, adesso no, adesso è meglio se ti dai al blog.
Ci avevo pensato, eh – pensato di riaprire una pagina bianca e lasciare che le parole scorressero – ma non sono più come una volta: ora necessito di un’idea, un tema, un qualcosa da cui partire. E così non è, proprio no. Me ne sto qui, seduta alla scrivania, guardando cose varie ed enormi vorticarmi attorno a una tale velocità da aver in qualche modo cambiato la mia posizione nella vita. Un cambiamento impercettibile e immenso, che solo all’origine ha a che fare con l’atmosfera – e i sentimenti – di queste settimane.

Mi sento la coprotagonista cruciale di un romanzo. Quella che non porta avanti le azioni, ma mette assieme ciò che è accaduto per suggerire un senso. Solo che un senso da suggerire non ce l’ho. Posso solo ripetere quel che già sapevo, pensavo, credevo – non sapendo se sia valido in certe peculiari, osiamo un “fatali”, situazioni. E la cosa peggiore è che, quando me ne sto tra me e me, i pensieri che mi escono sono di una banalità rivelante. Quel genere di banalità che ti incastra a forza nel tuo essere un essere umano. Puoi saltare in alto, appiattirti a terra, ma a un certo punto arriva un qualcosa – il fatto che io continui a usare parole imprecise è sintomo del caos del periodo, suppongo – che ti costringe a startene in piedi o seduta come tutti gli altri fanno.
Ed eccomi qui, in pseudo posizione del loto sulla poltrona, la sigaretta appena spenta in questa camera che mi ha visto tante volte, in umori così diversi, a ringraziare – come sempre faccio – per la mia beata amnesia. Si dimentica per sopravvivere. Senza psicosi ci saremmo estinti. E’ quel dimenticare ciò che non è ancora passato a contraddistinguere questi giorni.
La bottiglia, ad esempio. La bottiglia d’acqua che non oso finire. La bottiglia d’acqua che S ha lasciato qui, che mi ha porto quando ero assetata, che gli ho passato guardandolo bere. Da quando mi sono detta che l’avrei finita sono piombata in questa cautela estrema. Quando e come dovrei berla? Ah, odio i feticismi. Per questo devo sbrigare questa faccenda, e perciò mi sono assegnata questa mansione: bevi l’acqua. Ma mi sono detta che avrei dovuto farlo con convinzione, con tutta me stessa presente e consapevole – e il problema, ora, è che sempre meno tendo a esserci, tutta intera e consapevole.
Traduco, preparo lezioni, chatto. Chatto parlando di quelle cose che dimentico mentre sono presenti – che esistono e non esistono al contempo. Che esistono come involucri vuoti. Sotto la doccia, momento di massima presenza di me stessa dinnanzi a me stessa, ondeggio da un piede all’altro osservando la prospettiva muoversi come certi bambini fanno. L’acqua scorre, m’insapono, nessun pensiero compiuto accade. Un chai bevuto leggendo o persino in silenzio, TV spenta e libro chiuso, come si fa quando ci si vuole raccogliere in se stessi. Ma non mi raccolgo. Sono lì e basta.
Dovrei e non dovrei aprire le dighe. Parlo con M di S e non mi pesa per nulla. Non è, in fondo, come se stessi veramente parlando di S. E allora glielo dico: che mi fa piacere parlarne, ma che non interpreti il mio distacco come un distacco di cuore. L’altra Me – quella presente a se stessa – non è distaccata a riguardo. Lo so. Lo ricordo – come se fossero passati eoni. Mi trovo persino a dedurlo.
E sorrido divertita mentre penso a S, ovunque egli sia, parlarmi della sua necessità di scindersi in due, in maniera incredibilmente simile e diversa da quella che applico io. C’è una sola cosa in comune, credo: la capacità di prescindere da. Da una parte di sé, suppongo. Lo spirito è da una parte, la materia dall’altra, ed entrambi si guardano come se nessuno li avesse ancora presentati. Ehy, c’est moi. Solo anestetizzata, suppongo. E vorrei capire se questo sia un passaggio precedente allo stand-by o la direzione sbagliata. Ho la vaga idea che non potrò saperlo fino all’ultimo e che, se stessi errando, sarebbe tragico, e la accetto con un sorriso perplesso e una scrollata di spalle.
Una cosa la so.
Quel che sto accumulando sta finendo in quello strano serbatoio che si riapre, saltuariamente, quando bevo. Tanto, non troppo. Abbastanza da far sì che le paratie crollino e il serbatoio, almeno per quella sera, si svuoti.
E’ sempre stato in sere come quelle che ho chiamato C. C, altra creatura tanto simile e tanto diversa da me. Ne ho parlato a S perché tutti e tre abbiamo, dal mio squisitamente parziale punto di vista, una cosa in comune: l’accettazione del Vuoto. Il Vuoto come compagno costante di viaggio, sottofondo ineludibile, verità soggiacente. Quel Vuoto che rimane quando tutti i giochi si fermano, quando il fottuto circo smette di fare casino. Quel Vuoto che rassicura col proprio tangibile silenzio.
Chiamavo C perché traboccavo della necessità di esprimermi, e quindi della necessità di essere compresa. Per darmi un senso? Perché, specchiandomi, trovassi effettivamente un’immagine dall’altra parte, e non un fantasma? C lo Specchio. Riversarmi su di lui per evitare sia di implodere che di esplodere. Perché quel qualcosa, nel serbatoio, era veramente troppo immenso.
Quel che ho piantato e raccolto in questi giorni, e che ora so esserci ma non ricordo attivamente, è nel serbatoio. E se mai dovesse aprirsi, quel dannato serbatoio, dopo che ci ho messo dentro quella cosa – se mai dovesse accadere, allora… Allora boh. Non credo il mio Io sia abbastanza grande per contenere tutto. Buona supposizione, psicologa della domenica. E’ che a volte bisogna uscire da sé per ricordarsi chi si è. E poi tornarci, ridimensionati, riaggiustati, ricalibrati.
Se ora quel serbatoio dovesse aprirsi – ecco cosa temo – potrei trovarmi a sentire di voler/dover chiamare S. Ecco il brutto paradosso. Ecco cosa mi spaventa. Non la necessità, no. La potenziale impossibilità. Una porta chiusa come tutti i limiti che non voglio riconoscere, e non riconosco, cacciando e ricacciando la loro assolutezza nel serbatoio.

C’è un motivo per cui scrivo qui quelle cose che in qualsiasi altro momento ricordo, so esistere, ma non vedo.
Mi è capitato, quando ho scritto della morte di L, di trovarmi persone pronte a consolarmi e a offrirmi la propria spalla. E ho provato gratitudine, ovviamente, ma l’ho provata mentre guardavo le loro spalle chiedendomi a che mi servissero. Perché avevo già fatto. Perché ciò che avevo scritto era già stato metabolizzato, aperto e divelto, risolto. E quello che non era stato metabolizzato avrebbe potuto essere trattato solo successivamente – solo in solitudine, preferibilmente dinnanzi a una pagina bianca. Nel mezzo – tra un sentito delirio e l’altro – quella che potrei chiamare “anestesia”, ma sarebbe scorretto. E’ simile negli effetti, ma non lo è. E’ un’altra forma di stand-by, credo – uno stand-by con me stessa. A ogni presente il suo presente. A ogni momento il suo dovuto. Vi uso, coevi e posteri, come un pietista avrebbe usato il proprio diario: oltre alla pagina, immaginato, il Dio a cui dover fare rapporto. Vi uso come coscienza – perché potrei essere chiunque tra voi e voi tutti. La vostra presenza immaginata mi vieta di indulgere nel bene e nel male, di delirare come fuga, di fare tutte quelle cose che ci permettiamo di fare quando siamo soli, nascondendoci a noi stessi.
Se voi foste chi siete – se voi foste, ossia, nella mia mente anche le singole persone che so leggermi – farei più sconti. Se pensassi che S potrebbe leggermi, mentre deliro in questo caos che sembra poco rassicurante, me ne starei zitta. (Farlo preoccupare? Non sia mai. Mi trovo a fare pensieri ridicoli, come ad esempio che se potessi, per qualche istante o minuto od ora, vorrei poter far svanire il male dal mondo e dall’uomo per farlo stare in pace.) Ma la tentazione l’ho avuta. L’ho. Ho spesso avuto simili tentazioni: cominciare, con una piccola eccezione, considerate le circostanze e bla bla bla, a omettere o aggiungere parti in considerazione dell’effetto che le mie parole potrebbero avere sul prossimo. Addolcire la realtà – quella realtà, esteriore quanto interiore, che è un succedersi di picchi che nessuna logica riesce a contenere e collegare. La paura del serbatoio, ad esempio, o la paura in generale. Nomina una cosa e diverrà reale, dicono. Come se la paura non esistesse finché non scuote le membra. Nomina una cosa e diverrà reale, ed è vero. E qui la nomino ed evoco, dentro il protetto cerchio disegnato sul pavimento. La guardo negli occhi, ci discuto, ci litigo e mi faccio prendere in giro. Sul foglio bianco che si riempie di parole perché è la mia offerta sacrificale. Ogni pagina di questo blog lo è. Io offro una sincerità non mediata, non addolcita e ciò che evoco mi offre la sua ispirazione. Parlami, oh paura, di ciò che vorresti e potresti e sapresti…
Il presente vive per sempre. Ogni attimo è assoluto. Un blog lungo otto anni me lo ricorda, almeno potenzialmente. E allora che il presente si esprima per come si presenta.
Se passasse, S – se passasse M, anche, o chiunque altro – che ricordi che questa è l’anatomia degli andamenti della mia evoluzione. Che in questi giorni tiro fuori qui, e non altrove, quei pensieri e quei sentimenti che devo smaltire e processare – quando mi riesce, dato che sta andando tutto in stand-by. Che evoco la paura perché non sia lei ad evocare me. Che presentifico l’esplosione del serbatoio perché, se mai dovesse accadere, di fianco a quel terrore vi sia una qualche riflessione a cui aggrapparmi. Anche solo il gusto di dirmi «Te l’avevo detto!» e poi ridere con il Dio Che Ride. Che, insomma, probabilmente tutto questo scrivere – come è stato nel caso di L – non è che un modo, forse controintuitivo, per giungere allo stand-by per come lo conosco, e per giungervi senza rischiare di buttare nella fossa ciò che non dovrebbe finirci. Che mi osservo allo specchio come se osservassi un corpo vivo disteso su un tavolo anatomico, e qui e lì punzecchio per capirne la reattività. Se un mio braccio desensibilizzato si stesse incancrenendo senza che io me ne accorga? Non sia mai. Genauigkeit und Seele. Coltivo le mie parti molli, e i gioielli che serbano, con la stessa dedizione con cui coltivo lo stand-by. Perché tutto serve allo stesso scopo, in fondo – e neanche tanto in fondo: vivere il meglio al meglio.

La libertà del pagliaccio

34 secondi di chiamata.
Potrei raggruppare tutte le minime variazioni di numero – mai più di 90 secondi – e farci qualcosa. Che cosa non so. Un’installazione, probabilmente. Quando devi riassumere passato, presente e futuro in meno di 90 secondi. E finisce che si dicono cose abbastanza banali, in fondo. Sì, va tutto bene. Sì, tranquillo/a. Le parole sono parole sono parole. 34 secondi di chiamata servono solo a sentire la voce altrui e capire da questa come vanno le cose.
Poi ti senti stupida, mentre non riesci a non cercare una spiegazione dettagliata alla durata delle telefonate. Ma non vi tedierò con le mie vane speculazioni a riguardo. Non serve neanche aspettare di poterle guardare a posteriori per trovarle tragicomiche – tragicomiche come ogni necessità umana che cocciuta tenta e ritenta nonostante le circostanze siano sfavorevoli. E poi, in fondo, non sono che questo: speculazioni. Ben lontane dal fulcro della faccenda. Non risolutive. Distrazioni per una mente logico-deduttiva. Vanitas.
Potrei invece trovarmi a tediarvi con altre correlate faccende.
Perché scrivere a coevi e posteri è più facile che scrivere direttamente a T. Per entrambi, in un certo senso. Per queste cortesie da ufficiali da operetta tedesca che ci riserviamo, e che adoro, quanto adoro, ma fanno sì che la comunicazione verbale possa solo limitatamente riportare i pensieri. E poi ci troviamo entrambi a pensare: Sarò riuscita/o a trasmerle/gli tutto? Abbiamo la scioltezza nelle relazioni di due quindicenni. Festeggiamo anche questo, che tanto mi fa sorridere.
E, poi, scrivere a coevi e posteri è più facile e basta, soprattutto per mantenere quello stand-by che tutto e tutti dovrebbe salvare. Prendilo e mettilo in uno scrigno e di ciò parla: di quel che ti ha lasciato. Di quella cosa che non è lui ma quel che lui ti ha dato, e che avrai sempre e comunque. Contorte strategie per vivere nel presente.
Vivere una persona come se fosse il gatto di Schrödinger. Se ti chiama, significa che è vivo. Che cazzo te ne frega, a quel punto, di dire cose innovative per 34 secondi? Poi la chiamata finisce e il gatto torna nella scatola.
Lo stand-by è la migliore soluzione che io riesca a concepire. Ed è una soluzione vecchia. Una vita di rapporti a distanza mi ha insegnato a vivere ogni giorno per quel che – per chi – ho in quel momento. Perché la presenza dell’assenza sia una celebrazione, non un patimento. E perché ci sono vite che sono palline impazzite e precarie e sono bellissime così.
Serbo nel cuore F, quella stessa F che ha candidamente ammesso di non potermi tenere nella propria vita perché sono una pallina impazzita e non può controllarmi. Per motivi completamente diversi da quelli di T, ma che hanno conseguenze simili.
La libertà che celebro e mi auspico è quella di essere se stessi; solo secondariamente si tramuta – sull’onda di una sincerità che, come si riserva a se stessi, si riserva al prossimo – in un potrei sparire da un momento all’altro. Non è che la mera conseguenza della celebrazione dell’individualità – mia, e altrui. Mai vorrei che qualcuno rinunciasse a una parte di sé per me: rinuncerebbe così a una parte che amo. Amo individui forti in sé, e che grazie a quell’essere in sé sanno risplendere e ispirarmi. Ciao, Nietzsche. Perciò T, pallina impazzita e precaria che voglio nella mia vita, necessita dello stand-by: per godere di lui quando c’è, per non struggermi quando non c’è. Non voglio che sia uno dei miei motivi di sofferenza, ma di gioia. E anche perciò è un favore che faccio a entrambi, in questo caso: saprà di non avermi fatto soffrire per ciò che è. Concetto difficile da spiegare a chi non tende a prendersi il peso delle proprie scelte, anche e soprattutto quando sa che sono scelte da individuo centrato in se stesso. La chiamo consapevolezza. E le do un enorme peso.
Festeggio questa vita che mi riserva sorprese inaspettate celebrando la vita di T – quella parte, nella scatola, che compartecipa a creare ciò che in lui amo.
(Vedete? Scrivere a coevi e posteri è più facile. Posso anche lasciarmi andare con le scelte di termini. Poetizzare. Strafare. La presenza di un pubblico attenua la gravità delle mie parole. Le relativizza. Non le rende impugnabili. Beata libertà del pagliaccio.)
C’è una casa da pulire, delle lezioni da preparare, una traduzione da finire. Libri da inserire nella libreria trovando loro un posto – ri-strutturare la vita ogni tot, ritualizzando tali momenti per dare quel lieve-profondo senso alla quotidianità. Qualcosa di piccolo, qualcosa di grande. Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo. Perché la distanza tra immanente e trascendente, tra presente e assente, non sia troppo significativa.

Cerbero

Ascolto un album intitolato Winter and the Broken Angel, album il cui titolo era scomparso dalla mia memoria. Per anni. Nonostante, all’epoca, esso avesse un’incredibile capacità evocativa a ogni, ripetuto, ascolto.

 

Ho una mancanza di memoria degna di nota. C’è chi ha palazzi della memoria, con ricordi ordinatamente collocati in stanze, angoli, gerarchie di importanza, senso e colore, categorizzazioni che si fanno simbolo e con ciò riescono a dare un senso.
Nel mio palazzo di senso ce n’è poco. E non è neanche un palazzo. Lo è, ma solo per mancanza di termini alternativi. Lo è, ma si estende in orizzontale sconfinatamente anziché avere un sopra e un sotto. Non ho cantine, ma profondità che sono tali per la loro lontananza dall’entrata. E la luce viene tutta da lì: dall’entrata. Mano a mano che ci si addentra, mano a mano che le stanze si fanno più vuote e polverose, la luce viene meno. Scompaiono le persone, appaiono le presenze. Scompaiono gli elementi che posso controllare – sono viziata dal farlo, io sognatrice perennemente lucida – appaiono quelli che agiscono fregandosene dei miei ammonimenti, del mio canalizzare la volontà per plasmare la sfera onirica, del mio sminuirli. Ridono. Piccole manifestazioni del Dio Che Ride.
In fondo – dopo le stanze illuminate e calde e vissute; dopo quelle più risposte, meno battute; dopo quelle che somigliano a soffitte, per polvere e abbandono, o a fontane da cui non sgorga acqua dall’inizio dei tempi; dopo gli antri in cui l’inconscio si cela per comparire all’improvviso e destabilizzarmi – dopo tutto questo, l’intero palazzo converge in una porta. Un singola, poco degna di nota, porta di legno.
Lì dietro c’è il Cane.
Lì dietro, nel fondo di quel luogo che non ho mai esplorato abbastanza, il Cane si alza e scatta nel momento stesso in cui apro la porta e corre verso di me.
Il Cane non è cattivo: è idrofobo. Se fosse cattivo lo potrei relativizzare, circuire, risolvere. Ma il cane scatta sbavando perché è l’unica cosa che sa fare quando si sente invaso – e quello è il suo territorio. Qui, dove le stanze sono quasi del tutto buie e spoglie, o così si fanno immaginare, il Cane è l’unica presenza immediatamente tangibile. E io mi sbrigo, sapendo che il mio tempo è contato: quello che mi rimane prima che il Cane giunga. Quando mi avrà raggiunto il sogno finirà. E allora cerco, mi addentro, veloce per non farmi fermare da quei fantasmi che vogliono ridurmi all’impotenza, quell’impotenza che mi annichilisce. O mi spaventano nell’unico modo in cui possono farlo: mostrandomi le immagini che sono riposte a fondo, molto a fondo, maschere che uniscono su di sé significati di per sé innocui, ma che accoppiati risvegliano il potenziale distruttivo del paradosso.
O rendermi impotente o farmi impazzire – che cambia?

 

Ho pensato a lungo che il Cane non fosse altro che quella Bestia nell’Umano da tanti citata. Ma no, il Cane è più puro. Il Cane non ha limiti, né quindi capacità di costruire architetture per travalicarli. Il Cane è, punto, e perciò irrisolvibile. E’ un tassello basilare del sistema binario che tutto compone – che tutto ciò che è concepibile dall’essere umano compone, perlomeno. E’ al di là del bene e del male. Non posso avercela con il Cane. Anche perché il Cane è una parte di me che ne tutela un’altra.

 

La maggior parte delle volte che sento parlare di Bestia Umana le bestie c’entrano ben poco. La crudeltà, che alcuni definiscono tutta umana, ha come prerogativa la capacità di astrarsi e costruire castelli di giustificazioni e manipolazioni e mistificazioni. In ciò offende l’umano: nella sua capacità di celare la verità all’umano – quale sia questa verità, e che sia una sola o sia tante.
Non odio il Cane. Non posso odiarlo. La sua sincerità è troppo assoluta.

 

Queste lezioni di Business English mi stanno salvando dalla malinconia che ha deciso di ammantare questo periodo. Se n’è approfittata di una serie di fatti, ma i fatti non parlano da soli: li ha usati per dire la sua, per imporsi come le nuvole, non potendo eliminare il sole, lo coprono.
E’ una sensazione nuova, per la sottoscritta. Sono troppo abituata a dover gestire i maremoti e le tempeste interiori per poter concepire che l’esterno tuoni e urli mentre io sono pacata. Pacatissima, considerando il considerabile. Conoscendo me – quella Me che potrei dire vecchia, se certe cose si potessero lasciare nel passato; ma si possono solo ricacciare a fondo, vicino al Cane – mi sarei aspettata che, dinnanzi a simili avvenimenti esterni, avrei reagito in un modo o nell’altro: o essendone sconvolta, se questi avvenimenti fossero riusciti a risvegliare quella parte sopita, o essendone placidamente indifferente – quell’indifferenza che un po’ mi spaventa.
E invece, per una volta, mi trovo placida su un battello ebbro. Mi domando se sia un’evoluzione o un’involuzione – sempre che si voglia riconoscere differenza tra le due cose. Mi domando cosa ci sia oltre le coltri. Mi domando se io non stia postponendo, e con ciò incancrenendo un qualcosa – un qualcosa che non so vedere, afferrare, definire, e che deve risiedere nel territorio del Cane.
E’ la mancanza di paura a stupirmi. Ci sono poche cose che temo di più. La paura con la sua capacità di scardinare e gettare tra onde per cui non mi sono allenata a nuotare – e a trattenere il fiato, soprattutto. A volte è solo questione di saper trattenere il fiato al momento giusto – perché non vincerai sull’onda se non facendoti trascinare, sott’acqua con la corrente per poi riemergere e respirare nuovamente. Il panico ammazza. Letteralmente.
E così, non sentendo paura della paura in questo momento, provo paura. Qualsiasi cosa io faccia, essa si ripresenta in altra forma. Se ne frega dei miei ammonimenti come i fantasmi del mio palazzo, il cui unico potere è quello di saper apparire come e quando vogliono. Non sanno far altro. Non serve che sappiano far altro. Per minacciarmi basta quello – con gesti che sono al contempo minacce e la loro realizzazione.

Di porridge e altre dolci fatalità.

Porridge e miele per fare una pausa senza farla veramente.
Sono cresciuta nutrendomi di immagini animate di porridge. Disegnato, era questa invitante sbobba che suggeriva la delicata zuccherosità del latte, ma con una punta più secca, più corposa, quella grumosità necessaria ad ammiccare alla consistenza che avrei sentito in bocca. Me lo sono immaginato per, credo, una ventina d’anni. E alla fine, quando ho provato a creare nella realtà ciò che avevo sempre e solo visto disegnato, il porridge ha compiuto il miracolo: ha confermato la mia aspettativa.
M è un miracolo simile. Per me, post-strutturalista, i miracoli non esistono: ci sono solo coincidenze o, opzione meno frustrante, concatenazioni guidate inconsciamente che comprendiamo solo marginalmente. Ma nella Weltanschauung di M credo i miracoli possano avere posto: Dio ci mette lo zampino e interviene sulla realtà.
Il porridge è la mia sbobba ciclica. Oltre a essere dolce come il latte e corposo come un cibo che mi suggerisce che mi sazierà senza riempirmi, è anche veloce da preparare. Qualche cucchiaio in padella, abbastanza latte per coprirlo appena, fuoco lento finché non bolle, poi girare per tre minuti. Servire con quel che ti pare. Pesce, carne, vegetali, frutta, whatever. Lo preferisco dolce, ovviamente – colpa di un’aspettativa lunga vent’anni. Lo preferisco dolce seduta sul divano mentre guardo distrattamente la TV pensando e non pensando ad altro.
Ho una certa esperienza con la trafila “conosci una persona virtualmente, approfondisci il rapporto mentre si creano aspettative, cerca di frenarle per quanto puoi, incontrala di persona”. Il passaggio “tieni a bada le aspettative” non è importante: è fondamentale. Il danno minore che un’aspettativa possa fare è far sì che, una volta incontrata la realtà che l’ha fatta generare, questa realtà risulti deludente. Poi c’è il danno maggiore: essere accecati dall’aspettativa. Esserne accecati al punto di coprirvi la persona verso cui era rivolta, e così precludersi la possibilità di fare quello che volevamo fare all’inizio, quel qualcosa insoddisfatto che ci ha portato a crearci aspettative: conoscerla.
Amo la differenza tra il conoscere e il ri-conoscere. Mi ricorda che siamo esseri pigri che – potendo – non si smuovono dai propri comodi schemi mentali. Riconoscere costa meno fatica che conoscere. Ma quel “potendo”, nel mio caso, avviene di rado. Deve averla vinta sulla mia cocciuta curiosità, quella curiosità per cui voglio conoscere sempre più, per cui non potrei sopportare di perdermi una sfumatura di Creato perché, al suo posto, ho visto un riflesso di me stessa.
Per questo faccio tutto il possibile per non crearmi aspettative. Esse sorgono, ovviamente, e allora le tratto come il Dio Che Ride tratta tutto: le smonto. L’ironia è distruttriva. E io distruggo, a colpi di dubbi e relativizzazioni, i pasti precotti che il mio cervello crea quando è affamato di una realtà che non può avere. Non ci riuscirò sempre, ovviamente, ma mi c’impegno, tanto, proporzionalmente a quanto voglio conoscere quel frammento di realtà.
Ma, nel caso di M, i sogni mi hanno fottuto. Senza chiedere il permesso, senza preavviso, mesi fa hanno cominciato a scodellarmi un M onirico fatto di tutti e cinque i sensi, tangibile come un ricordo riaffiorato. La mente ti dice che lo stai ricordando, il raziocinio ti suggerisce che non puoi ricordare ciò che non hai conosciuto. Non puoi proprio. Tante conversazioni scritte, qualche telefonata e un paio di sparuti video non possono recare in sé indizi sufficienti a ricostruire la tridimensionalità di una persona percepibile con cinque sensi. Non possono e basta. O, se possono, non hai la più pallida idea di come facciano.
M mi è entrato nei sogni ponendosi al fianco della schiere – esigue, in verità – di personaggi che Morfeo tiene nel proprio serbatoio per me. Persone che sono diventate Leitmotive, e così appaiono e riappaiono nei miei sogni in momenti apparentemente casuali. M è diventato uno di questi Leitmotive dal primo sogno che l’ha visto protagonista. L’ho saputo da subito, e so persino spiegare il perché, questa volta: perché incarnava un qualcosa di tanto limitato quanto inconfondibile – due caratteristiche proprie degli esseri umani con cui mi relaziono nella realtà della veglia. E mi sono infastidita, ovviamente, dinnanzi a questa constatazione.
E se non avessi mai conosciuto, tridimensionalmente, M?
Se fosse uscito dalla mia vita prima che potessi farlo?
Non ho nessuna voglia di avere nell’inconscio persone che si sono limitate a passare, generare aspettative e non soddisfarle. Nessuna voglia.
M è porridge.
L’ho saputo nel momento in cui l’ho intravisto tra la folla di persone scese dal treno. Ne ho riconosciuto la postura, ma soprattutto ho riconosciuto il modo in cui la sua presenza occupa lo spazio. Non è solo una questione di corpo: è come la persona vive lo spazio, come ci si muove e come lo gestisce. E M è giunto nello stesso modo in cui aveva fino a quel momento camminato nei miei sogni: incedendo con rilassatezza. E, allora, mi sono diretta verso di lui e ho compiuto il gesto che – per questa creatura che viene ritenuta tanto fredda, distaccata, apassionale e aromantica – riassume ed esprime di più: l’ho abbracciato. L’ho un po’ stritolato, a dire il vero. Il verbo sarebbe inesatto: difficile stritolare un corpo che potrebbe stritolare te con la metà della fatica. Eppure il verbo rimane quello: stritolato. Perché M è una presenza possente e raggomitolata al contempo. Raggomitolata non è la parola giusta, ma la parola giusta non l’ho ancora trovata.
M è ripartito e io non sento il Dio Che Ride – o forse evito di ascoltarlo.
So solo che permango in questa condizione di flemma assurda che tanto somiglia a un deserto: non so in che direzione sto andando. Non so, soprattutto, che cosa ci sia, in questa direzione. Il sole, ora alto, si abbasserà e smetterà di accecarmi, e allora potrei realizzare di essere ormai vicinissima a qualcosa. La logica mi suggerisce che dovrei incontrarne almeno un paio, di cose, e neanche tanto piccole, ma per ora nulla: la barca galleggia e il cielo è coperto da un immoto strato di nubi che nulla suggeriscono.
Dovrei dirmi, in questa stasi, l’unica cosa che suggerisce una direzione. Qualcosa come: Beh, speriamo che riesca a tornare. Ma è stata detta così tante volte, in questi giorni, che non so più che senso abbia. E’ stata detta, ripetuta, sfiorata con l’ironia perché si aprisse come un timido fiore, poi l’ironia si è fatta arma perché distruggesse quel pensiero, lo rendesse vano e inutile, leggero come una piuma di cui non c’è motivo di preoccuparsi. Ma è stato, a sua volta, vano. Il pensiero è lì perché è l’unica cosa certa nella sua incertezza – il resto è vanitas, se usato come appiglio per il futuro. Il presente è sempre e solo un attimo. Il presente non ha progenie. Il pensiero è lì perché è l’unico presente, e io attendo di capire quale direzione io abbia intrapreso.
So dove dovrei andare. Si chiama stand-by. Sono moderatamente brava a farlo – questione di esperienza, tutto qui. Lo stand-by, in questo caso, è la sospensione di quel pensiero, di quel Beh, speriamo che riesca a tornare. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Sarebbe venuto subito dopo al Speriamo di riuscire a incontrarlo. Ed eccoci qui. E quando questa speranza sarà in stand-by, quando sarà leggero come una piuma, io riuscirò a fare a M e a me il favore che preferisco farci: non lasciare che la preoccupazione apra al male – in questa sua piccola, banale, tutt’altro che ontologica forma – le porte della quotidianità. Non serve a nessuno. Dio Ride perché lo sa bene. Il Dio Che Ride mi prenderà un po’ per il culo, mi sballotterà un po’ tra me e me, ma alla fine riuscirò, anche a questa volta, a ridere con Dio.


VB è nel Lazio a fare quello che dovrebbe fare: ricercare.
Continuo a immaginarla di profilo e concentrata, il naso corto che scende dritto gettando una piccola ombra sopra la bocca serrata. Appena una contrazione sulla fronte – non quella che la coglie quando si preoccupa, ma il simbolo di una determinazione celebrata, di quelle che rinvigoriscono chi le ospita.
La immagino anche con C in una generica piazza laziale animata da un mercatino. Sono entrambe presenze forti, benché in modo diverso, e così mi piace di solito rimirarle. Ma le immagino anche farsi un po’ incerte, un po’ esitanti, ma solo poco, solo l’esitazione che deriva dall’accortezza che si usa per conoscere una persona. Un po’di rilassatezza, anche, sotto il sole caldo ed estenuante, un passo lento dopo l’altro, parlare guardandosi attorno e poi fermarsi – VB che si ferma per controllare se, dietro di sé, ci sia ancora tutto, se sia tutto a posto, se si possa procedere o se serva un occhio vigile e una mano pronta ad aiutare, agevolare, far sentire considerati, nel caso.
Stanca come sono, vorrei averle in un salotto al tramonto, uno qualsiasi, con gli ultimi raggi di sole che invitano all’indolenza. Stanca come sono, mi sdraierei su un divano come un gatto, sottraendomi con quella posa al convivio, e osserverei i profili di entrambe mentre la luce sbiadisce alla velocità con cui le mie palpebre si chiudono.

Amor & morte – e altre puntuali fatalità

Una doccia per lavare via tutto.
Lo stress, il mal di testa, i lutti da consumare e quelli che non consumerai mai, la stanchezza e l’entusiasmo isterico, le movenze da automa e gli automatici sorridi con cui ti consoli.
La chioma sansoniana ancora umida. Ma è sansoniana, e quindi: chi ha voglia di asciugarla?
Se i miei capelli dovessero divenire un simbolo, sarebbero qualcosa di enorme, ingestibile e invadente. Nonché vanesio. Mi oscureranno, un giorno.

VB è partita per fare ricerca all’Archivio Segreto Vaticano.
La immagino, nei prossimi giorni, china in quel suo profilo così seducente – ehy, non sono io a dirlo: è riconosciuto da più persone – mentre si concentra su un qualche documento. So che non aspettava altro e che quindi un po’ lo temeva. Vorrei essere una mosca per osservarla nel momento in cui, in una qualche sala che non so immaginare, il timore svanirà e la ricercatrice verrà a galla. La determinazione ha un suo sex appeal. Forse per questo diventa sexy quando si concentra. O forse lo diventa perché posso osservarla in sé, non mentre si modula per interagire con me.

Sono giorni frenetici e che non lasciano respiro. Sembra di camminare sotto una pioggia scrosciante, una di quelle che non ti permettono di vedere a dieci metri di distanza, e corri e annaspi per qualche secondo nella vana speranza di non uscirne completamente fradicia. Sai che non ci riuscirai, ma ci provi – di default o per qualche istinto ineludibile, chissà – e un po’ attendi il momento in cui i vestiti ti si attaccheranno addosso e potrai finalmente arrenderti.

Sono giorni in cui rimando l’apertura delle dighe.
Non so che cosa ci sia lì dietro – non so se potrò richiuderle. Tento, ora, di lanciare occhiate, perché tacere e tacere porta all’obnubilamento. Io, poi, non ricordo nulla. La mia memoria è così carente da rasentare il grottesco.
E così sbircio, scrivendo qui, l’oltre-la-diga.
Dove c’è L morto e VB che non c’è e ne sono felice e un po’ immalinconita, con lo stomaco svuotato dagli antidolorifici presi e sollevata dall’aver ceduto (non li avrei presi; cerco sempre di non prenderne; che bello, a volte, trasgredire e scoprire il lato positivo di certi patti faustiani: il mal di testa che, improvvisamente, magicamente, svanisce), con T che arriva domani e questo senso di iper-realtà e iper-irrealtà che un po’ coesistono, un po’ s’intervallano.
Ero a casa di L giovedì. Avremmo dovuto, da piani originali, discutere del romanzo che stavamo scrivendo a quattro mani. Di persona si fa meglio, aveva suggerito. Nel piano originale sarei dovuta rimanere nel Lazio più a lungo, qualche settimana, e avrei passato qualche giornata ospite a casa sua. Full immersion nel nostro romanzo messicano. Fantastico. Poi è arrivato un lavoro come insegnante di inglese e… Beh, si riduce. Passo a trovarti un pomeriggio, mi fa piacere. Sì, OK, tanto non sto molto bene. OK, passo appena posso.
L era consunto e smagrito come una persona che sta male. Mi ha ricordato il mio vecchio gatto, L che chiamavo – che chiamo – Occhi Dolci. L dagli occhi azzurri e limpidi e immensi, malinconici ma affettuosi, speranzosi. L che scriveva dei propri personaggi con l’affetto di un Dio che ama la propria creazione, e che mi bastonava con ironia e dolcezza perché io, invece, no. Io sono la scrittrice un p’ snob che architetta, prende le distanze, fa la chirurga. E amali, questi personaggi. E parla con il tuo lettore. E hai ragione, L, lo so, ma sono fatta così. Scrivere con lui sarebbe stata un’immensa sfida. Lo è stata, per quel poco che abbiamo scritto. Avrei imparato ad amare – avrei imparato ad amare il lettore passando dall’amore per i personaggi, che avrei imparato seguendo lui.
Ma L è morto e non ho un cazzo da imparare. E mi sale quel magone che è brutto anche da scrivere. E sta’ chiusa, diga.
Quando l’ho scoperto avevo ancora i graffi della cucciola di cagna che gli girava per casa – una creaturina con i denti ancora affilati e un’esuberante voglia di dimostrare le proprie potenzialità. L, sul divano, parlava lentamente lamentandosi suo malgrado. Non gli piaceva lamentarsi, ma non stava bene. Anzi, stava proprio male. Ma non così tanto male, capite? Ho pensato – anzi, mi ha detto – che avremmo ripreso con il romanzo quando si sarebbe rimesso. Il fastidio di procrastinare ma il goderselo al contempo. Intanto, avrei definito dettagli e rodato idee.
E invece no. Invece un cazzo. L’incipit è lì e scotta. Un giorno lo riaprirò e verserò lacrime bollenti e appassionate come quelle che il caro – come si chiamava? Juan? Pedro? Può essere – avrà versato in silenzio e contrizione nella propria orgogliosa solitudine in quella trama del cazzo che non diventerà mai un romanzo. Amen e mi berrò una Corona a gola chiusa.
Ho evitato di soffermarmi su Facebook per un paio di giorni per evitare di leggere i necrologi. L era amato da un sacco di persone. Facilmente intuibile il perché, ma non mi aspettavo così tanto. Ma non volevo, non voglio, leggerli. Non so perché. Sarà la diga o la vanità o chissà che cosa. Non voglio, ma al contempo mi rimastico tra le sinapsi quel poco che ho letto e sorrido. Una donna mi ha addirittura ringraziato perché lo aveva conosciuto tramite me. Mi ha ringraziato con gratitudine manifesta. Questo era l’effetto di L.
Ho detto a VB della sua morte in tono grave mio malgrado. E poi sono andata ad abbracciarla. Mi è spiaciuto per lei, sinceramente. Di solito, quando qualcuno crepa, guardo perplessa alla sua costernazione. Non conosco vie di mezzo. Il 95% delle persone che conosco, se crepasse, mi tangerebbe quanto un film: al momento lo vivi, ci rifletti, poi finisce più o meno lì, salvo ri-pop-uppare di tanto in tanto quando altri discorsi lo richiamano. Con L è stato diverso. Non so perché. L’ho percepito da quando ho intuito la sua morte nei necrologi. E sono andata da VB e l’ho abbracciata dispiacendomi sinceramente per lei, immaginando che il suo dolore sarebbe stato maggiore del mio.
Come si può comparare il dolore di due persone?
Non si può.
Si suppone, e ho supposto. Supporre che il suo dolore fosse maggiore aveva i suoi lati positivi, ovviamente: spiaciti per lei, ora, non per il tuo dolore.
Ora che VB non c’è, però, che cosa faccio?

Vivo in giorni tra iper-realtà e iper-irrealtà e mi domando, appellandomi alla mia pessima memoria, se non sia la cattiva magia della morte.

Perché poi c’è T. Che arriva domani. Quant’è inverosimile dirlo. T che è iper-reale e iper-irreale nei miei sogni come nei miei pensieri. Morfeo me lo mette tra le braccia come un essere tridimensionale e tangibile, come se l’avessi conosciuto e annusato e assaggiato e toccato tutte le volte necessarie a renderci un corpo familiare. Poi, nel sogno successivo, T non esiste neanche. E’ un parto della mia mente, una costruzione avvenuta alle spalle della mia lucidità – e la restante parte di me, incredula, va a cercare di decostruirlo – ma incappa in quei pochi, pochissimi ma solidissimi, dati che ho su T, che mi rendono impossibile il liquidarlo.
E T arriva domani.
Dopo mesi e mesi vissuti interagendovi virtualmente come se, anziché conoscerlo, l’avessi ri-conosciuto. T che arriva proprio adesso, incastrato tra la morte di L, tra il lavoro come insegnante appena iniziato, tra mille piccole insidiose cose che gridano la loro priorità. T arriva in un momento in cui il resto di me si era così ben strutturato per farsi pragmatico e non pensare – ed è quando il pragmatismo, quando la tangibilità della vita quotidiana si presenta, che T tende a farsi effimero. E invece no, arriva domani. Ed è come se ieri fosse il 16 agosto e domani fosse Natale, e la cosa è così illogica che tutto viene messo in discussione. Ad esempio, il Natale esiste? Il suo arrivo è così reale e irreale che intervallo sorrisi beoti al distacco pacato di una superficialità cocciuta.
T arriva domani e perciò il lutto di L è stato posposto. Mi raccoglierò, poi, in me ed elaborerò. Poi. Quando le mie mani saranno così colme di T che sicuramente qualche granello – di L, di T, di VB che si dà alla ricerca, del lavoro o di chissà che cosa – mi sfuggirà e scivolerà direttamente nell’inconscio senza essere filtrato. Ho detto di essere una maniaca del controllo? Ma solo su alcune cose. Quelle stupide e importanti, direi.
L è stato procrastinato ma non l’argomento del periodo: la morte. T ha sempre tenuto a ricordarmi – o ricordarsi? O ricordarci? – che potrebbe scomparire da un giorno all’altro. All’inizio era un mettere le cose in chiaro che capivo: condividiamo una certa tendenza a sentirci ingabbiati in fretta. Poi è diventata la malattia mescolata al suo lavoro. Poi è tornato il suo lavoro, il suo sparire per due (saranno due? Grazie, memoria, per non servirmi degnamente) mesi sfanculato Dio sa dove, e in quel non-dove è riemersa l’esigenza di ricordarmi/si/ci quanto la statistica sia contro alla sua sopravvivenza. Ero arrivata a pensare – dopo tutti questi mesi di frustrante conoscenza solo virtuale – che la cosa fondamentale era che io lo incontrassi di persona. Che crepasse, poi. Non era un augurio, ovviamente, né tantomeno un’espressione del mio menefreghismo, ma la necessità di dare un nome, di dare carne, a una cosa – persona, in questo caso – prima di accettare il fatto che può venire meno.
E domani arriva.
Licenza di qualche giorno non sapendo se poi dovrà ripartire. Ma non riesco a pensare al futuro, in questi giorni. L’accumulo di cose urlanti la loro assoluta priorità mi ha gettato in un’immanenza quasi totale. C’è il momento, fine. Immagino che la dipartita di L acuisca questa tendenza. C’è il momento e non ci penso neanche tanto. Mi do obiettivi a breve, brevissimo termine. La lezione, domani, con l’ultima studentessa che devo ancora incontrare. So che cosa fare, so più o meno come farlo. Tornare a casa e sbrigare quel che c’è da sbrigare. Una doccia, una cena, andare a prenderlo in stazione. Il momento in cui T – e tutti i modi in cui la mia mente lo evoca – diviene una presenza tridimensionale davanti a me. L’esigenza di aggrapparmi a quello sputo di carne e sangue per riacquisire un senso di realtà, come se dalla sua realtà dipendesse la mia. La frase suona romantica, ma io sono io, e quindi è solo cervellotica: T ha troppe cose in sé che ritrovo in me, e al contempo troppe cose che sono altro da me; T rappresenta, in parte, una parte di me che viene raramente chiamata in causa. Che ha raramente spazio. Che viene raramente seguita. Se lui esiste, quella parte ha senso. No, non è una questione di senso: ha tangibilità. Mentre si preoccupa di spiegarmi tutti i motivi per cui dovrei non volerlo nella mia vita – e lo capisco anche, e apprezzo questa sua chiarezza – io penso a quanto poco contino, a quanto contino solo nella misura in cui lo compongono, a quanto contino solo in quanto parti di lui, non in quanti generali e vaghi concetti da considerare in relazione di un generico e impersonale essere umano.
Come se gli altri fossero tutti santi.
Come se la morte esistesse solo se la chiami per nome.

VB finalmente fa ricerca nell’Archivio Segreto Vaticano, L è morto e T arriva domani.
Alleluja.
Amen.
Ridi, Dio, ridi. Scandiscimi le giornate con la tua risata.

Mit & Ohne

Anni fa, dopo una giornata del genere, avrei scritto sul mio blog.
Eccomi qua.

Anni fa G commentò il mio blog dicendo che valeva la pena di fare qualcosa per me solo per il piacere di ricevere la mia gratitudine. O qualcosa del genere. Ho una pessima, opportunista, memoria.
E poi non è esattamente gratitudine.

G si è presentato con un’amica. Non avrei dovuto sottovalutarlo? Mi ha mai dato modo di pensare che i suoi criteri fossero indegni di un Übermensch? Direi piuttosto che si è prodigato per dimostrarmi il contrario. E G è diventato un Übermensch. Con più convinzione di quella che io saprei metterci. Con più convinzione, dedizione, forse sacrificio.
Un’amica (d’ora in poi UA) mi ha ricordato A, che è una ragazza che poco c’entra con lei. C’è un solo punto in comune, quello che mi fulminò nel caso di A, e che – similmente, ma più pacatamente – mi ha fulminato nel caso di UA. Definirlo è ovviamente impossibile. Ha qualcosa a che fare con una certa saggezza – ma la saggezza di un bambino, priva di malizia e rancori – e con una certa empatica derisione (ehy, credo nel Dio Che Ride). Non sono mai stata brava a riassumere. Riassumere implica il trovare un compromesso tra contraddizioni. La mia realtà è fatta di paradossi, e quindi ‘fanculo ai riassunti.
Spero che G sappia cogliere il meglio da lei. Spero che sappia, come lei gli ha suggerito, mettere in discussione il suo Dio. Per guadagnare cosa? La com-prensione di UA – e di altre simili rarità.

La serata è iniziata entrando in una cucina in cui un uomo si stava, con molta dedizione, concentrando sui fornelli.
Il risotto era ottimo (non troppo salato, dal deciso ma non insistente sapore), ma è la dedizione quella che apprezzo di più. Amo godere dell’amore che una persona riversa in una propria passione, quale essa sia. Sarà perché sono congenitamente incapace di badare a me stessa, io che andrei avanti a mono-cibi crudi e/o scatolette. Sarà perché amo ammirare l’altrui maestria, quando non è anche la mia. Sarà e sarà.
Sono felice per P. Per la sua casa nuova e per quell’amico che, con tanta accortezza, ha cucinato per noi.

In questi giorni mi è capitato di rileggere racconti scritti quando avevo 14 e 18 anni – più o meno.
E ho pensato:
Avrei dovuto fermarmi lì.
Per meri motivi commerciali, ovviamente.
Perché, per quanto io volessi impegnarmi, le mie risorse erano limitate. Per quanto volessi sfiorare alte vette metafisiche, toccavo il cielo prima di poterle raggiungere. Per quanto volessi tediarvi con le mie riflessioni, esse erano limitate alle aspirazioni di una 14enne e 18enne molto appassionata e ispirata. Ma, soprattutto, per quanto volessi essere saggia e profonda, avevo 14 e 18 anni, e non rischiavo di essere più involuta del medio lettore. E, a braccetto di tutto questo, scrivevo in un italiano più corretto della media degli italiani che leggo. (Le parole umiltà e arroganza non hanno motivo di essere scomodate qui. Sarebbe ipocrita. Ma, per amor di completezza, aggiungerò che ero completamente incapace di strutturare una trama e che avevo tanto, ma proprio tanto – troppo – della scrittrice in erba che puzza di ingenuità.)

Involuti sono i discorsi fatti oggi con UA. Sono giunta alla conclusione che qualsiasi approccio che inizi con post- (riassumiamo in post-moderno) lo siano necessariamente, in quanto richiedono di prescindere da quegli appassionati slanci tanto necessari a scrivere fiction coinvolgente. Coinvolgente come un momento epico. Coinvolgente come una sacra marcia. Come un tesoro unico. Come tanta voglia di buttarsi a occhi chiusi in un’impresa senza sentire necessità di domandarsi perché.
La mia pace oggi è qui, nei post-. In quel che rimane quando tutto è stato fatto a pezzi. La follia (quella comprensibile, condivisibile), la poesia (quella che vive di sé e per sé), e tante altre brevi e intensissime cose. Tutto dissezionato a caldo.

M è in clinica, di nuovo.
M che, dovesse crepare, potrebbe farmi tornare a odiare il Dio in cui non credo. Non la società, non il presente, non la giustizia che si fa ingiustizia, no: Dio. Quell’insieme di buchi neri che esistono tra le cose che possiamo spiegarci e collegare. L’ineffabile. Il collegamento finale tra le cose. Quello, insomma, in cui non credo – e me ne rammarico, perché è tanto bello poter avere un tale Male da dannare urlando alla notte.
Perché M?
E chi lo sa.
M che è un insieme di sensazioni e ricordi vividissimi. C’è una sola parola da chiamare in causa qui, ed è Sehnsucht. M che mi manca senza che io lo abbia conosciuto. Ho avuto le parole scritte, quelle udite, la sua immagine in movimento che mi parlava da un altro schermo. Pochissimo, ma tutto quello che ho.
Magari non crepa.
Magari, semplicemente, una delle cose che abbiamo in comune è una certa incapacità di avere mezze misure. O pare non fottertene un cazzo, o tutto è tragico. All’elasticità bisogna allenarsi.
Ma sono così. Ascolto Reise Reise dei Rammstein che amo, ho appena scoperto, perché sanno essere potenti ed epici come una marcia nazista senza essere ideologizzati. Permettono la potenza del believe, ma la frase non si conclude in qualcosa. Believe in nothing. Consumare la propria necessità di momenti sublimi come si consuma un attimo di masturbazione: sai che è vano, ma – ehy – ti serve e lo sai. Consuma e vai avanti senza distrazioni.
Poi arriva un M e la vanità – oh vanitas! – no, non scompare, ma smette di svuotarti i polmoni dopo l’orgasmo esistenziale. Ti pare che vivere non richieda sempre sempre un pagamento. A volte accade e basta, senza dover – dopo averlo fatto intensamente – riprenderti, bere un caffè e andare alla cassa a pagare.
E’ rabbia, tutto qui, quel che accade se penso all’ipotesi di un M che mi crepa prima che io gli abbia morso la nuca. Vorrei fosse altro. Qualcosa di approfondibile, ad esempio, espandibile, trasformabile – non quel mostro acefalo di nome Rabbia.
Non è il dolore che temo.
(Quando ho smesso di temere il dolore? Quando ho cominciato, per continuare a concepirlo, a pensare a quante torture fisiche esistano, a quante potrebbero annichilirmi?)
E la stanchezza non si può temere.
Ma Miss Rabbia è…
… Continuare a stancarsi quando si è già stanchi. Correre a polmoni vuoti. Non ti fermi e non sai come farlo. Crollerai, ma non puoi decidere quando. Corri e basta, e corri, corri, sperando che qualcosa giunga – la meta o lo svenimento, che differenza fa? Tanto, hai smesso di pensare.