stress

Galgenhumor.

Sai di essere un caffeinomane quando non fai in tempo a lavare la tazza tra un caffè e l’altro.
Ciao, stress.
Ciao, studio matto e disperatissimo che non sarà abbastanza.
Non. Sarai. Abbastanza.
Soffro molto in questo periodo, creaturine, a causa della graduale perdita di una delle cose più importanti della mia vita: le mie capacità intellettuali.
Assisto impotente alla mia incapacità di concentrarmi quanto vorrei, e in verità non so dire se siano calate o meno, perché un anno all’estero a studiare in un’altra lingua non è una buona pietra di paragone. So che, ora, grazie a quell’anno, osservo date di nascita e morte di filosofi e critici che devo portare all’esame e mi chiedo se dovrei studiarle – mi chiedo:
“Devo veramente studiarle, dato che tanto sono scritte ovunque?”
Non ho mai dovuto studiare mezza data in Germania, anche se – per scrivere un paper – ho dovuto fare una ricerca storica d’ampio respiro, con i miei schemi psicopatici, per trovare in una visione dall’alto elementi che pop-uppassero dall’ampiezza di certi periodi storici. Ma studiare la data in sé… No, quello no. Ho fatto confronti a morte, date importanti di un Paese con riforme in un altro – ma la data di nascita di Auerbach, solitaria e triste… No, non ce le faccio. Voglio dire: a chi gliene frega qualcosa, a questo livello di studi, troppo particolare e didascalico per tracciare confronti?
Vorrei dire:
“A chi gliene frega qualcosa, a questo livello di studi, bla bla bla…?”
… All’esame, o meglio, temo che lo dirò. Vorrei dire che c’è troppa roba da studiare, nel senso che l’antologia del II modulo è cosparsa di riferimenti per i posteri – per i “posteri” perché quest’esame è del primo anno (e io l’ho adesso perché al primo anno ero in un’altra facoltà), e non puoi chiedere a uno studente di wikipediare quaranta termini del calibro di “epistemologia”. Perché io lo faccio. Ma a me va meglio, perché venticinque li conosco già. Ci sono mondi, dietro a “epistemologia”. Ci sono interi corsi da fare sulla combo “epistemologia” + “ermeneutica” + “strutturalismo”. E il problema sarebbe secondario, se l’antologia fosse stata pescata dall’ampio repertorio italiano di simili testi (ben autocompiaciuti, autoreferenziali – per i posteri, insomma, come io faccio su questo blog), ma non lo è, perché è stata scritta appositamente per questo corso.
Ho già vomitato insoddisfazioni su questo corso, su come spieghi l’italiana tendenza a studiare nel dettaglio la vita degli autori (data di nascita e di morte sono un must) senza poi avere più tempo di leggere le opere – sul leggere le opere tramite commenti critici da sapere prima di approcciare il tomo. L’antologia spiega, tra le altre cose, questa italiana tendenza e poi mette 20 pagine di spiegazione e commento prima delle 20 del testo da leggere. È una presa per il culo, capite? Cioè, io spero lo sia. Una presa per il culo ben architettata per sollevare critiche.

Le mie pause, a parte l’infliggermi a voi, si riassumono in docce all’insegna del “Godi l’attimo!” e nel ricadere in un non troppo antico vizio, ma che ha già piantato salde radici: la narrativa (auto)biografica delle due Guerre Mondiali da parte tedesca.
Ho osservato questa mia tendenza ieri notte, chiudendo Niente di nuovo sul fronte occidentale e chiedendomi dove riporlo – ho abbracciato le mie librerie ben ordinate con lo sguardo, decidendo che non solo i testi d’argomento “Deutsch“, ma specificatamente la narrativa tedesca sulle due Guerre abbisognava di mensola a sé, e ora infatti ce l’ha.
Non so perché tale argomento, e in tale forma (autobiografica o pseudo-tale), mi rilassi. Perché la leggo proprio per questo: mi rilassa. Mi mette a mio comodo agio, credo, come a un appassionato di [genere a caso] metta a proprio agio un libro che sa già come inizierà, come si svilupperà, come finirà. Perché sono tutti uguali, questi testi. Il maggiore o minore apprezzamento proviene dal tipo di ironia utilizzata – e l’ironia che li contraddistingue, Galgenhumor (humor da forca), la adoro.
Non riesco a leggere altro, in questi stressati giorni, perché questi testi hanno una proprietà magica: non sollevano il mio spirito critico. Devo usarne già abbastanza per studiare, non lo voglio tra le palle mentre cerco di addormentarmi.
Andrebbe bene anche della narrativa sulle carceri, intendiamoci, o su collegi non troppo machiavellici, o su altri microcosmi in cui l’essere umano si presenta scarnificato con un’uniforme addosso. La nudità deve rilassarmi, e parlo di quella nudità che una divisa sottolinea. Dopo saggi che sono trionfi della speculazione intellettuale figlia della noia, tali crude narrazioni riportano serenità alla mia mente.

Ho avuto un picco di intolleranza quando, leggendo un saggio scritto dallo stesso tizio che ha curato l’antologia, ho letto esplicitato sdegno davanti all’infelice parola glocal (global + local), che sfortunatamente tanti critici italiani usano, e che è infelice per motivi non esplicitati, forse solo perché gli inglesismi stanno sul cazzo a un critico che mi mette parole in caratteri greci in un saggio specificatamente rivolto a studenti del primo anno.
Infelice.
Tsk.
(L’antologia, per motivi che non indagheremo – troppo espliciti per farlo e mantenere dignità – sottolinea l’origine ebraica degli autori nelle prime tre righe, ma dimentica che Jauss era nella Divisione Charlemagne delle SS. Ipocriti.)

Kieler Woche(nende).

Rilassarsi è impossibile, perché è tutta una questione d’impostazione mentale.

B. mi guarda dalla macchina fotografica e mi dice:
“Organized woman.”
Ha capelli lunghi biondi e una camicia bianca sbottonata sul petto pallido. Ha quel genere di conformazione che – quando la luce è tenue – rende il busto una macchia chiara su cui qualcuno ha disegnato due cerchi rosei. Ha un sorriso che la parola “tenero” riassume bene, ma anche “dolce”. “Tenero” puzza d’intenzione di sminuire, e non è la mia.
B. ha le braccia appoggiate alla parete e guarda verso il basso, verso l’obiettivo, rilassato, candido. Nella vita gioca a fare l’alternativo moderato, ma adesso è troppo strafatto e rilassato per avere l’espressione di chi sta sulle sue. Gattona sul letto cercando un bacio e poi torna a terra con una cartina in bocca, e con candida indifferenza si concentra per chiudere una sigaretta.
B. ha decisamente l’aspetto del putto cresciuto solo per compiacere anche il pubblico adulto secolarizzato e mi dice con la voce impastata:
“Organized woman.”
Segno qualcosa sull’agenda e la ripongo sul comodino.

Colleziono frammenti che sanno di antipasto senza pasto a seguire. Sono quel genere di momenti che ricorderai sempre con piacere, perché non hanno avuto il tempo di rivelare la propria tridimensionalità. Sono scatti fotografici.

Sulla macchina fotografica, prima di B., ci sono foto da delirante party a tema “Moulin Rouge rivisitato”. In mezzo c’è un Pimm vestito da ginecologo che non c’entra nulla e sta benissimo così. Le foto di me in biancheria e collant a cavalcioni su di lui che tento di fargli togliere la maglietta (“Vuoi togliere quella fottuta maglietta?!”) in giardino sono sulla sua macchina fotografica, purtroppo. Io ho quella in cui mimo l’atto di infilargli la lingua nell’orecchio, mentre lui – indifferente come sempre – regge degli occhiali con stanghette rosa e azzurro prémaman.
Pimm è crollato a un certo punto della serata sul proprio letto, nella propria camera, la stessa dove era state messe le casse (aggiuntive) collegate al suo computer. Nessuno sa come abbia fatto a dormire, ma l’ha fatto. Alle 6 del mattino, quando B. ha accettato di rimanere a dormire qui (maledetta sia la mia gentilezza), in tre in un letto, ho con affetto pensato all’eventualità di infilarmi nel letto con Pimm e dormire angelicamente con lui.
Adoro Pimm (e chi non lo adora?) e i suoi genitori, sul cui yacht siamo andati sabato mattina alle 11, dopo il party, per partecipare alla regata. Alle 11:30 è stata aperta una bottiglia di champagne, poi è seguita della birra e poi il grog. Alle 14:40 sono saltata dallo yacht sulla banchina dei traghetti trovandomi davanti una folla di gente in attesa dei suddetti, corsa alla stazione, recuperato Al, e poi saltare di nuovo sullo yacht bevendo altra birra.
Avrei voluto portarmi anche il tizio quarantaquattrenne pelato e tatuato, a cui mancava solo una benda sull’occhio e una sciabola, che è pop-uppato in mutande e canottiera in camera mia sabato alle 9:30 chiedendo:
“Il tizio è ancora qui?”
Non ho ancora ben capito chi fosse. Lo sapevo, ma ho rimosso. Credo si possa dire verosimilmente che era un pirata.

E il fatto è: ci sarebbero troppe cose da raccontare e s’intersecano e confondono e alla fine stai abbastanza bene da smettere di essere analitico, oh tu mente paranoica.

Giovedì sera, a fine lezione, entro nell’ufficio del mio adorato emerito anglo-canadese con 3 minuti di anticipo. Mi guarda e sta per dire qualcosa, tace, sembra imbarazzato – sarò troppo in anticipo, gli serve ancora tempo? – esita, si decide, e mi chiede se possiamo andare alla caffetteria dell’università anziché stare nel suo ufficio.
Come faccio a non amarlo, dopo due ore e mezza di chiacchiere?
L’incontro era inizialmente pensato per discutere del tema del paper che devo scrivere, ma colpevolmente abbiamo divagato in maniera indegna. Mi ha detto che, se ho intenzione di studiare in Canada, posso rivolgermi a lui per la lettera di presentazione (si chiama così, in italiano? Uff) e nel fine settimana mi ha mandato due e-mails riempiendomi di informazioni dopo aver rotto le palle ad altri due professori.
Come faccio a non amarlo?
Me lo sposerei – se non fossi antimonogama, se non fosse un vecchietto e se non fosse indelebilmente britannico.

Con e dopo tutto ciò sono fottutamente piena di impegni e la spada di Damocle dello stress mi sussurra suadente che mi avrà. Che mi ha già, dopotutto, sono sua. Faccio esercizi fisici per sfogare ma il mio essere è così depauperato che sono regredita allo stato di scimmia. I piccoli diverbi quotidiani con VB vengono risolti con un filosofico “I don’t care” seguito da un sorriso rivolto a me stessa, tagliente a mo’ di minaccia, che sussurra:
“Scivola… Scivola…”
… In quei momenti in cui non ho voglia di confronti, di discutere, di parlare, di niente (tranne che di dormire) e al vuoto mentale corrisponde un prurito muscolare. È qualcosa che conosco. È la vecchia storia della persona eccessivamente speculativa che quando arriva agli sgoccioli cerca salvezza nell’opposto di ciò che la sua quotidianità è. Non sono mai stata così tanto impegnata con così tante cose diverse come ora, e probabilmente ciò accade perché sto meglio, e quindi posso reggere di più – e di conseguenza, essendo rinomatamente una persona moderata, continuo a fare quanto più posso. Non che sia male, a tratti, perché le priorità prioritarie sono così tante che quelle secondarie scompaiono, rivelandoti che non erano poi tal fonte di preoccupazione. Il pagamento, foucaultianamente, sta nella minuscola quotidianità, nel mio stringere i denti e contrarre mascella a mandibola fino a che non mi dolgono i muscoli. Da sveglia. Da addormentata non è cosa poi così strana per me. Piccole psicopatie ben inquadrate.
Ma ne vale la pena. Sempre.

Zonbi e altre anelabilità.

Datemi pillole di insostenibile leggerezza dell’essere.
Il libro non l’ho mai letto, e rientra in quel genere di libri di cui tanto mi è stato parlato – pratica che odio, perché titilla la tendenza umana a farsi pre-giudizi, e come mi smonto un pregiudizio se non ho intenzione di leggerlo?
Ma mi ha colpito da subito il titolo, e in negativo: non ho mai visto motivo di lamentarsi di un essere leggero. Senza tal leggerezza, si tende al dramma – e il dramma mi piace su carta o quando c’è di mezzo qualcosa di abbastanza consistente da rientrare nelle preoccupazioni dell’ONU.
Da un paio di giorni quella sostenibilissima leggerezza mi sta mancando, e la reclamo senza sapere a chi rivolgermi, deambulando con le idee confuse, zonbi che vaga senza senso al di fuori dell’occhio delle telecamere.
Ho finito un libro, sugli zombi, di Claudia Salvatori. L’ho letto perché è suo, non per gli zombi – ripudio ciò che è fantasy, tanto più se parla di mitiche creature non-morte, ma la penna della Salvatori è la penna della Salvatori, e una recensione del libro celava un’ironia di fondo che mi ha conquistata:

Il futuro, in un tempo che già è incominciato e in un mondo oscuramente utopico, è popolato di mostri. La paura per ogni tipo di diversità sembra ormai superata, dopo un intero ciclo storico all’insegna della persecuzione dell’innocente e dell’estraneo. Anche i mostri dunque, da sempre relegati a un’esistenza sotterranea e notturna, sono adesso parte integrante della società.

Il libro mi è moderatamente piaciuto. Ciò che mi ha fatto tornare in libreria alla ricerca di altri suoi libri non è però stato il romanzo nella sua interezza, ma il modo in cui lei presenta ciò di cui scrive, e, insomma, il fatto che sono innamorata della testa dell’autrice, motivo per cui anche una pessima sua performance non mi farebbe desistere dal cercare suo opere. Accanto a bambini di una crudeltà intollerabile, e a indifferenze così atroci da far sviluppare la sindrome dell’abbandono, ha posto un modello di zombi che si è così ben incastrato negli zombi dei miei sogni vividi.
Una volta lo zombi era la mia paura prima, una fobia mentale per questo creature che incedono lentamente ma inesorabilmente, inutili da ferire. Dio sa cosa vi proiettassi. Superai questa paura entrando sola in una casa abbandonata in un periodo in cui mi aspettavo di vedere ciò che è oltre il velo di Maya apparirmi davanti in forme atte ad atterrirmi. Di zombi non ne incontrai, ma affrontai la paura e mi vinsi.
Da allora, negli anni a seguire, gli zombi sono apparsi sporadicamente in sogni strambi e fatti di sensi. Ricordo nettamente la sensazione di un cadavere parlante nel mio letto, che era mio amante, e che lentamente si disfaceva nella sua immobilità. Poteva solo parlare. Sentivo la sua carne cedere di giorno in giorno, e al posto dello schifo si sviluppava in me una tenera accortezza, il cercare di non schiacciare organi molli, di non penetrare una pelle disfatta.
Gli zombi salvatoriani sono creature tenere dedite all’amore, in ogni sua forma, che empaticamente godono del godere altrui. A ciò si aggiunge il fatto che la morte li ha resi sfrontatamente ma candidamente ironici dinnanzi a qualsiasi cosa. Sono e devono essere quindi adorabili.
Al mi dice, durante, che è empatico. Tale sua empatia dovrebbe essere una risposta a molte domande, e parzialmente lo è. Dello zombi potrebbe avere agilmente il sembiante – un volto fatto di ombre dolorose e gravi – e discutiamo di amori per il prossimo. D’altro canto è un argomento centrale alla fottuta Hausarbeit, anche se al contrario: Rilke e Nietzsche mi ribadiscono quanto sia vile la compassione. Concordo con Nietzsche con i presupposti che lui le dà, poi guardo la dedizione che Al riserva a certi precetti interiorizzati e mi commuovo.
Ho salutato Al in quel di Milano e sono andata sul binario 18 ad aspettare un treno. Ero triste, potrei dire, ma lo stato d’animo esperito – e che parzialmente esperisco ora – è più complesso. Vi rientrano molte cose ed è dovuto da molte persone, sparse qui e lì. Mi fa sentire un peso dentro, come se avessi inghiottito un dolcissimo boccone di panna e non riuscissi a mandarlo giù. Per questo reclamo dell’insostenibile leggerezza dell’essere, che mi è più consona. In stazione ho osservato i binari vuoti e mi sono lucidamente detta che non stavo realizzando. Non stavo realizzando che significasse salutare Al per poi non vederlo per mesi, perché una situazione del genere non mi è mai accaduta prima. Dover salutare una persona appena assaggiata, intendo. Sono abituata alle distanze e quindi ai saluti, e quindi alle tristezze dei saluti, ma non a questo genere di coito interrotto. Non essendovi abituata, non potevo realizzare.
Alla pesantezza interiore si aggiungono altri saluti, questi di una forma a me conosciuta. Ci sono persone che ho visto una sola volta, in questo mese, e quella volta è stata insufficiente.
Alla fine ce l’ho fatta: il mio mese italiano non è corrisposto a una morte interiore. Sono riuscita a godermelo, un po’ a spese altrui – di Mater, ad esempio, che in casa mi ha visto fare ben poco. Ho visto chi volevo vedere e gli incontri sono rimasti come buoni ricordi – e la costante impressione di vivere il momento essendo pronti a metterlo in memoria, perché unico e non ripetibile a breve. C’è poi l’impressione che, paradossalmente, molti rapporti siano stati upgradati proprio in questo mese, con il risultato che stavolta sento di lasciare qui qualcosa – svariate cose. È uno stato d’animo figlio di un artificio: il mio, di programmare gli incontri migliori e d’ignorare il resto dell’Italia, in carne e spirito. Ho affrontato la mia Madrepatria con una sfacciataggine irriverente, simile al modo in cui si deride qualcuno per stare su di morale, ben sapendo che così facendo si deteriora il rapporto. Brucio quello che voglio lasciarmi dietro per non poter cedere alla pavidità e tornare indietro.
Kiel è rimasta la meta dei sogni, piccola città dove tutto funziona, e così – quando ho scoperto una VB di malumore in quel di Kiel – qualcosa nel mio sistema mentale ha fatto cilecca. Sono inciampata in quella che la mia mente rileggeva come un’illogicità. Vado incontro a una VB giù di morale preoccupata per tale stato e allo stesso tempo perplessa di una perplessità che mi confonde ancor di più. È un gioco di aspettative ribaltate. Si aggiunge il fatto che nei primi giorni sarò iper-occupata, cosa di cui l’ho avvisata da prima che sapessi del suo umore, e che si risolverà in un’atrocità: ignorarla. Già è atroce non poter godere di lei perché sono impegnata; se ci aggiungo il suo umore l’ignorarla diventa il perpretare controvoglia un crimine. Dinnanzi a questo gioco di priorità non ho avuto difficoltà nel ricordarmi che il mio presente (e il futuro prossimo) è figlio delle mie scelte di vita (la carriera prima di tutto), ma questo non toglie che starò da cani. Già sto così ogni volta che sento il suo tono stressato e reprimo ciò che mi verrebbe automatico: reagire con la mia consolidata capacità di sgravarmi il prossimo di malumore di dosso, secondo il principio per cui il malumore altrui non devo pagarlo io, se la causa non sono io.
Ho riflettuto su questo mio essere, e sui miei malumori, e mi sono trovata davanti a un vicolo cieco: sono una misantropa che nel dolore si risolve in solitudine, e che sa attirare con leggerezza l’attenzione altrui, sì da potersi far distrarre, nel mentre, a basso costo. Il tutto rientra in un quadro benedetto dalla legge del più forte (e, di nuovo, salutiamo Nietzsche), in cui il più forte è quello che non ha necessità di procacciarsi l’attenzione altrui per stare meglio, ma sa agevolmente attirarla qua e là, senza impegno. Quando ho cominciato a reputare indignitoso mostrare lo sbattimento morale…? Ci devo riflettere; lo farò, quando avrò tempo.
Intanto, ci sono di mezzo altri fattori a mandare a puttane tutte le mie salde certezze, come il fatto che se VB è a Kiel è perché a Kiel c’ero io e io l’ho spronata a venire lì per imparare il tedesco. La mia tendenza a sentirmi iperresponsabile nei confronti delle cose che anche solo minimamente mi riguardano assume la forma di un paternalismo pesante, a cui si aggiunge il fatto che VB di malumore è un peccato capitale che va risolto – che a sua volta cozza con il fatto che una VB di malumore si fa più impositiva e atta a richiedere attenzioni, altre due cose che di norma scalcerei via con eleganza interiore, e che ora, semplicemente, non ho le facoltà mentali (ciao, stress) per valutare interiormente: come valutarle? Come rileggerle? Come reagirvi? Stamattina ho chiesto mezza addormentata due favori a Mater, e al secondo lei ha risposto con l’incipit di una lamentela, interrotta da un mio “Lascia stare” (o qualcosa del genere; chi ricorda?), poi da un secondo perché stava continuando fino a farmi giungere alla netta non-voglia di sentire lamentele, e ne ho urlato un terzo. Urlato. La mia germanicizzata persona si è perplessa dinnanzi al proprio scomposto urlare. Sì, era composto e per nulla contenuto. Non era l’urlare di chi capisce che alzare la voce è la soluzione, ma una reazione non voluta. Me ne sono sentita colpevole – nei confronti di me stessa, suppongo, in primis. Stress, ho pensato, che sento palpabile tra un mio passo è l’altro. Molto British, perplimermi dinnanzi a un mio urlo, ho pensato giocando con un cliché, ma non mi ha aiutato a esorcizzare. Mi sono riaddormentata (in un modo simile allo svenire) e mi sono svegliata con una voglia di solitudine immane. Via, via, lasciatemi nel mio mondo e sarò innocua. Mi sento in cattività, e ho imparato a temermi in cattività: non sono un buon animale addestrabile. Ho reazione smisurate rispetto alla minaccia, come fossi costantemente all’erta – e i prossimi giorni sono fatti di un continuo avere a che fare con il prossimo.

Sveglia alle 7:30. Non troppe ore di sonno godute. Niente brina, stamattina, con un lieve dispiacere – avere caldo e le lenti scurite dal sole mentre sulla panchina di fianco a te ci sono cinque millimetri di zucchero a velo fa sentire in una dimensione a parte.
La brina disegna nuove, bianche, forme sulle foglie e sull’erba. Brillano così tanto che pensi ti pungerai schiacciandola tra le dita.

Prendo biada omeopatica per dormire, e dovrebbe curare lo stress, ma non cura l’ammontarsi di impegni che lo causano, e comunque faccio cose stupide come non zuccherare il cappuccino e chiudere il programma con cui mi connetto anziché una cartella e dimenticare il quaderno a casa (tutto avvenuto oggi e nei 30 minuti dalla sveglia di oggi).
In contemporanea però torno a essere un po’ me stessa, ossia quella studentessa che alle lezioni parla, fa domande riconoscibili (“[Semantica] Cosa succede se una parola si riferisce a più concetti di cui però nessuno esistente nella realtà?” “Tipo?” “Strega. Razza.”) e commenti da bar (“[Campi di concentramento]… Solo perché i russi non hanno perso la guerra.”). Un riconoscimento solo da parte mia, ma basta e avanza.
Ieri sera ho anche aiutato un ragazzo della pizza disperso nello Studentendorf. Non è il fatto che io possa dare aiuto a confermare il mio parlare, ma il fatto che lui era di fretta ma non ho dovuto farmi ripetere cose (il che non significa che io abbia capito tutto, comunque; le informazioni secondarie sono state registrate con lacune).
O forse è la frenesia a dare il genio. L’ho spesso pensato. In questi giorni ho avuto idee e rivelazioni che normalmente mi vengono concesse in archi di tempi di molto superiori, e ho la sensazione certezza che senza frenesia non sarei in grado di ottimizzare come sto facendo, sia in tempo che in uso del cervello che in metodo organizzativo.
Il contro è non avere alcuna mano salda su quello che faccio. Ciao, psicosi contemporanea post-luddista.
Tra l’altro, devo sistemarmi i capelli, comprare sigarette, prelevare e andare in biblioteca a stampare prima delle lezione alle 10:00, quindi: fine post.

Una rosa è una rosa è una lucertola.

Ah, come sto dando di testa.
Non è lo studio, no, è l’agenda che scandisce tutto con appuntamenti irrinunciabili. Venerdì – giornata libera – si è aggiunto un seminario di quattro ore per internazionali sul trovare lavoro etc etc in Germania. Mi sarà utile. Irrinunciabile.
Sto scrivendo. O, meglio, ieri sera ho scritto – ma è da giorni che non riesco a dormire (anche) perché trame e idee mi vengono in testa, e quindi devo accendere la luce e appuntarmele.
Mi sento stupida.
Mi sento stupida perché non conosco gente con così poco tempo libero quanto me (qui, beninteso). E non è abbastanza non è abbastanza non è abbastanza. So che anche sto facendo degli investimenti a lungo termine, ossia: la traduzione di pagine e pagine per tre o quattro ore al giorno – più le lezioni – mi sta riempiendo la testa di termini che ora non ricordo, ma che saprò quando la mia testa avrà modo di fare pausa e quindi digerirli.
Al corso di tedesco stiamo facendo il Konjunktiv I, "quella cosa che anche i tedeschi sbagliano a usare" (non c’entra nulla con il congiuntivo italiano; in italiano non esiste un equivalente), e io riderei (se ne avessi le facoltà mentali) perché scrivo testi con il Konjunktiv I (se sono corretti lo saprò settimana prossima) e continuo a non capire quello che dice la gente. Non capire abbastanza, intendo. Se poi parlo con studenti capisco ancora meno. (Non ho capito cosa stava dicendo la mia coinquilina, me l’ha dovuto mimare, e stava semplicemente dicendo "Hunger" – non l’ho minimamente riconosciuto.)
E sono le quattro del mattino.
Il sonno è un incubo.
Mancano meno di tre settimane, e non posso permettermi quel rallentamento pre-vacanze che tanto volentieri mi godrei – e quanto ne gioverei.
Settimana prossima un Referat, questa un altro (e non ho ancora capito cosa dovrò dire esattamente). Di settimana in settimana brevi testi da scrivere, altri da tradurre e poi analizzare, stampo materiale e materiale e materiale e – Dio!, quanta di quella roba non riuscirò a leggere?
Non ditemi che studio troppo, sarebbe inutile, perché il fatto è che sto lasciando indietro lo studio di fotocopie di uno dei corsi.
E sto disperatamente cercando una soluzione ottimizzante. Per gennaio, come ennesimo racconto settimanale da analizzare, ho "Tonio Kröger". 128 pagine. Verrà letto in italiano con testo a fronte (leggendo il testo a fronte e consultando quello in italiano). Non trovo altra soluzione – e vorrei dirmi che mi dico ciò per frenarmi dallo sbattermi di più, ma non riesco a sbattermi di più. Tutta la volontà defluita nello studio e nella costanza (e in altre incombenze), al mattino non voglio nettamente svegliarmi. L’idea di andare a dormire, poi, è terrificante – terrificante l’idea di dover attendere il sonno, perché perlomeno – finché traduco – penso a una sola cosa per volta – oh, ci sarebbe altrimenti sempre qualcosa a cui pensare – ma in quell’inferno ad attendere ci devo andare perché devo dormire.
E, così, sento che sto per crollare.
Solitamente (cioè: dalle superiori in poi) mi do piccole pause per non sentirmi ingabbiata. Se qui, con questo sistema (che preferisco), perdo una lezione, non la ritrovo più. Perché già le colgo così poco.
Oggi, al corso di tedesco, il compito era: ascoltare un testo letto a normale velocità e riassumerlo su carta.
Mentre parlava, ho pensato che avrei detto qualcosa del genere:
"Non ho capito abbastanza da scrivere un discorso sensato. Posso riportare parole e connetterle tra loro con coordinate e subordinate e congiuntivi, se vuole."
Se non avesse riletto quel testo non so che ne avrei ricavato.
Ma sono domande inutili, perché ogni giorno ho questa costante impressione di non farcela abbastanza neanche da comporre – scrivendo o studiando o organizzando – il minimo indispensabile.
Certo, ora parlo con più fluency. Sto anche eliminando l’odiosa "e" finale all’italiana (ma la "i" è ancora da correggere). Al corso le lezioni sono fatte per farci parlare, discutere di temi d’attualità e non, dalla Bibbia alla pillola del giorno dopo alla lingua come mezzo culturale, e sono una delle persone che parlano di più. È qualcosa (ma non abbastanza).
Mi pesa non avere alle spalle anni di tedesco come le persone del mio gruppo né essere in un gruppo inferiore; mi pesa questa posizione interstiziale, per quanto io ami le posizioni interstiziali, nel senso che ci sono abbonata. Mi pesa essere supposta fare due scritti in tedesco di giurisprudenza e non essere considerabile così priva di padronanza da essere facilitata. Sarò facilitata? Pare che di solito gli studenti Erasmus lo siano – di solito gli studenti Erasmus non studiano, pare. Mi pesa l’aver scritto e-mail formali in tedesco complesse per dimostrare che potevo seguire un seminario; no, mi pesa che mi abbino creduto, che abbiano creduto alla mia padronanza; mi pesa che i docenti italiani vogliano che faccia il doppio e quelli tedeschi possano pensare che io sappia fare la metà. Mi pesa non sapere quanto posso fare. Voglio un esame, ora. Non avrò pause per studiare cose lasciate indietro, non tempi vuoti in cui infilare studio aggiuntivo, quindi un esame ora è verosimile quanto uno a gennaio.
Mi pesa l’ineluttabilità con cui voglio imparare il tedesco. Non voglio trovarmi ad avere nessun’altra possibilità se non quella italiana. Mi preme mantenere i buoni propositi e l’impegno. Tanto lavoro e dedizione in un clima così dedito mi fanno pensare che è bene che io faccia un anno qui (devo chiedere formalmente la proroga, e dovrebbero darmela), finisca la triennale e poi m’informi per la magistrale in un Paese anglofono. E torniamo al Sud Africa, per esclusione. L’Inghilterra mi sta troppo sulle palle e gli USA temo mi parrebbero più infantili della Germania, ma meno efficienti (anche se vorrei andarci). Il Sud Africa probabilmente è un disastro su ogni fronte imbonito con infantile retorica per darsi forza, ma ho idea che per il mio indirizzo lì sia pieno di corsi fatti su misura.
E venerdì seminario sul know-how del lavoro in Germania, perché prima o poi conoscerò abbastanza la lingua da poter lavorare, e per motivi che lascio a voi indovinare qui ho più voglia di lavorare che in Italia. Mi sento più spronata. E no, non è soltanto lo stipendio mediamente migliore.

Per la cronaca, riguardo al mio scrivere, ho ripreso in mano "Gioco della Rosa". Come molti scritti è stato scritto fino a 1/2 o 2/3, poi ha dovuto macerare. Questo più a lungo.
È come se, scrivendo di fila, mi saturassi del racconto fino a divenire morbosamente incapace di avere un occhio critico nel proseguirlo.
Se lo finisco, dovrò sbattermi per trovargli una collocazione. Esula dal giallo/noir/thriller/etc, e quindi non saprei a chi rifilarlo. Sto anche pensando se sbatterlo online, ipotesi che manterrebbe inalterato il rapporto tra parole e grafica che gli ho appioppato – è un racconto (lungo, forse diventerà un romanzo breve) concettuale.
Intanto, butto giù scene e descrizioni e idee per quel racconto che ha a che fare con infermiere psicopompo e il precedentemente citato Schneider e Lucifero e Gesù Cristo. Come da norma, lavoro a più di una cosa alla volta, con una certa proporzione nei tempi.


«Non mi sento la giustizia solo perché ho potere su qualcuno.» Alex coglie il collegamento, para e attacca. «Una rosa è una rosa è una rosa.» cita. «Se ho potere su una persona, allora ho potere su una persona – non uso il potere che ho su una persona per dire che sono nel giusto.»
«Ma infatti tu non sei nel giusto, tu crei giustizia.»

Stress.

Credo di essere stressata.
Le persone mi dicono di mangiare, e il problema è che mangio e ho fitte di fame nel cuore della notte – ottimo accompagnamento all’insonnia degli ultimi giorni.
Il problema è, credo, che non riesco a staccare: penso sempre a quello che devo fare, al punto che sto organizzando i miei giorni di vacanza in Italia con lo stesso metodo e la stessa ineluttabilità con cui organizzo i miei impegni qui. Ho interiorizzato l’organizzare ogni minimo dettaglio, sì che non debba pensarci all’ultimo. Ho chiesto oggi a Mater di prenotarmi il parrucchiere per il 28 dicembre – l’idea di prenotare un po’ prima è stata sua, ma l’ho presa decisamente alla lettera.
In alcune foto le mie spalle hanno poco più che ossa e tendini e muscoli, e i miei addominali sono di nuovo singolarmente contabili, ma non è la carenza di cibo di cui sono tacciata la causa, bensì il rigore quotidiano: quei pochi esercizi serali che mi impongo senza troppa resistenza. Chiudono la giornata come un caffè chiude un pranzo. E i pranzi stanno abbondando in carne – Currywurst, Currywurst, Currywurst amore mio. Carne. Se non la mangio ogni tot giorni mi manca terribilmente. Ho fame.
E sono stressata. Conto i giorni rimanenti prima delle vacanze – ho voglia di studiare, e lo faccio spesso con piacere, ma tutta la frustrazione correlata mi fa sentire esigenza di una pausa italiana come si sentirebbe l’esigenza di un sorso d’acqua tra una scopata e l’altra.
Mi sto, credo, disciplinando – sì, è scontato dirlo durante un soggiorno in Germania.
Rimango ore a letto sveglia senza arrendermi: devo addormentarmi.
Rimango ore a letto sveglia morendo di fame, perché alzarmi e mangiare significa ritardare l’arrivo del sonno.
Finora ho perso in tutto mezz’ora di lezione – non avevo sentito la sveglia – e questo è molto strano da parte mia, al punto che il giorno in cui non ho sentito la sveglia mi sono quasi sentita sollevata, sgravata.
Il tempo che intercorre tra il dirsi che si deve fare una cosa e il farla sta rasentando lo zero: per così dire, faccio senza pensare. E poi, sarebbe uno spreco di tempo. Nei miei modi spartani, la camera è quotidianamente in ordine, pulita e areata, quasi mai lascio piatti da lavare, no rotoli finiti di carta igienica lasciati ad ammonticchiarsi in bagno. Rimane la polvere che si accumula un po’ – non ho mai avuto nulla contro la polvere e qui non so perché c’è una strana polvere lanosa e bluastra che si accumula in un paio di giorni. Forse è velenosa e moriremo tutti.
L’unica eccezione all’autodisciplina è, come sempre, svegliarmi non all’ultimo. Si sa, non ho mai accettato il passaggio tra sonno e veglia e viceversa – il mio inconscio mi vuole a letto quando già ci sono, e non esistono buone ragioni sufficienti a smuoverlo.
Le letture “di piacere” del periodo sono: “Lord Jim” di Conrad (rinomatamente una prosa facile in lingua) e un libro che cerca di spiegare ai passanti la fisica quantistica (gentile regalo di VB). Credo che appena arriverò in Italia raccoglierò un giornale a caso solo per il gusto di poter leggere per pura distrazione, anche se non avrò esigenza di distrarmi.
E ho fame.
Promulgo la disciplina morale del cibo, contro questa ingorda/anoressicobulimica/psicosalutista cultura del cibo (tradotto: esiste o il mangiare per golosità, o il mangiare al condizionale con il divieto di farlo all’imperativo o il mangiare psicopaticamente solo alcuni cibi considerati “migliori” di altri – raramente esiste il mangiare senza significato aggiunto, mangiare quel che serve e basta), e mi trovo ad avere una fame allucinante in momenti casuali, senza aver fatto nulla per giungere a ciò. Ok, potrei cambiare ideologia e cominciare a concepire una “cultura del cibo”, e quindi smettere di comprare ragionando in termini di necessità anziché in termini di piacere e sfizio, ma proprio non mi riesce. È da settembre che sono qui e ho avuto in casa in tutto due volte cibi fatti per essere smangiucchiati davanti al PC. La mia dispensa, ho scoperto, assomiglia inquietantemente a quella militarmente data in dotazione. Frutta in scatola inclusa. In effetti potrei comprare delle barrette energetiche. Anzi, segniamolo sulla lista.
E dico di essere stressata perché il mio corpo sta andando (francesismo) a puttane. Il bruciare tutto e avere fame a caso è solo un lato – poi ci sono momenti di voglia sessuale a caso (a caso: sto pensando a tutt’altro, e continuo a pensare a tutt’altro mentre briciole di voglia vengono rigurgitate), il non riuscire a dormire (sì, sappiamo che è roba psicologica, ma mi sentissi almeno minimamente stanca la sera…), i muscoli che fremono a caso e che nel contempo sono di nuovo ridicolmente bloccati (se mi massaggio il collo la tensione arriva fino ai gomiti, e ho nodi che fanno invidia a quelli marinari stampati sulla mia tazza).
Per il resto, sto perfettamente: non ho freddo, non ho momenti di stanchezza fisica (per i momenti di stanchezza mentale stiamo su una media costante tollerabile), posso ballare per ore e continuo a reggere bene l’alcol.
Mi sento come se fossi andata oltre al dolore o alla fatica, e quindi il mio cervello non riuscisse a dirmi cosa provo. Ma sto esperendo qualcosa, è evidente. Oltre a un’estrema mancanza di voglia non di svegliarmi tra quattro ore, ma di andare a invocarle, quelle quattro ore.