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Le buone maniere a tavola

Guardi un documentario su un tizio che raccoglie radici di genziana sulle Alpi e vorresti essere al suo posto per un pomeriggio infinito. Zappa, sradica, spezza, intasca. Zappa, sradica, spezza, intasca. La ripetitività che dona l’illusione della pace interiore ed estetiore. Genesi della nevrosi.

Dopo questi giorni iper-intensi puoi anche ammettere di esserti presa un raffreddore. Naso infastidito, gola gonfia, surriscaldamento, rincoglionimento tenace. Hai il raffreddore. Accettalo.

Quante persone sono passate, in questi giorni?
Te le fai scorrere sulla retina mentre guardi il video di Elastic Heart. Non hai esplorato i significati reconditi del testo e non vuoi farlo. E’ bello così, quel video, aperto alla tua arbitraria interpretazione.

Prima c’è stata la partenza di Y. Storia vecchia. Stand-by e tutto il resto. Te l’aspettavi quando l’hai visto non risponderti subito. Te l’aspetti sempre. Ti aspetti tanto e troppo, sempre. Forse è questo il segreto.
Ma no, aspetta, prima ancora – mentre Y non ti rispondeva prontamente – c’è stato C. Il caro, vecchio, C. Che non cambia mai perché ha raggiunto il fondo di sé – quel Nulla che tanto ti rassicura – tempo fa. C che è quel lato di te che farebbe il gatto sul divano. Tu ti sei prussianizzata troppo per quel certo languore sciorinato con leggerezza, così lo vivi in lui. C che non senti mai e senti per ritrovarti, e che ti trovi in casa perché VB, a tua differenza, mantiene contatti con le persone. VB che, come sa non prendere sul serio te, sa non prendere sul serio lui – e così riesce a tollerare entrambi. Riesce a esorcizzare entrambi. Riesce a rendere entrambi gatti sul divano. VB domatrice di gatti sul divano.
Poi c’è stata la piccola pausa con F. Una presenza meno ingombrante, meno pulsante, ma perciò importante. F con la sua nerdica flemma. F che sciorina discorsi mosci e intensi. F che lamenta il collega che accetta Tesla e ripudia Einstein solo quando gli fa comodo – e questo ti fa sorridere, questo esempio del tenore dei dibattiti nella vita di F.
Poi, dopo F e C, di nuovo a casa davanti al PC, è arrivato il martedì. E con il martedì è arrivata la piccola valanga.

Il martedì è stata la giornata dei commiati – più o meno distanti in sé, più o meno distanti da te. Il tuo splendido isolamento ti fa vivere le reti di relazioni che ti circondano con lo spirito della comparsa. Allunghi le mani e le ritrai, cerchi di non far vibrare la corda sbagliata della ragnatela. Che il ragno continui a dormire beatamente. Oh vanità. Come se fosse possibile. Beata arroganza, beato opportunismo – vana arroganza, vano opportunismo.

Te ne stai appollaiata sulla poltrona battendo tasti e respirando male. O bianco o nero, ti ha detto qualcuno. Al momento non hai capito a che cosa si riferisse, ma ora lo prendi come prendi il video di Elastic Heart: come scusa per proiettarvi la tua arbitraria interpretazione.
Sei un po’ o bianco o nero. O il beato isolamento, o rapporti in cui non concedi all’essere umano neanche uno striminzito tanga per coprirsi le pudenda. Non che tu vada in giro a strappare mutande, no, anzi: tieni troppo a non fare quella che rompe le cose per darti a un simile gesto. Semplicemente, quando scorgi una manina che furtiva va a coprire l’intimità, annuisci, sospiri e ti ritrai. Non si può mangiare il dolce a ogni pasto, ti dici – o qualcosa del genere. Ritrai le manine unte dal secondo e te le pulisci sul tovagliolo. Ritrai la bestiolina che sei (anche) e metti a tavolo le compassate maniere di un’ospite perfetta in galateo e cavalleria. Su quel mignolo, per carità! Le buone maniere si gustano fredde.

Il martedì è stato il giorno delle porte chiuse. Chiuse da tempo, per la maggior parte, ma martedì gli argomenti sono stati risollevati tutti assieme. E tu li hai, come ami fare, contemplati.
Contempli i gesti eclatanti e assoluti cercando di scorgere la persona che vi si cela dietro. Credi più nelle motivazioni che negli atti. No, non è questione di fede. Ti interessano più le motivazioni che gli atti. Più grande è l’atto, più si scolla dalla persona, meno ti interessa, più cerchi di scostarlo come una tenda per sbirciare dietro.
Continui a chiamarlo ‘opportunismo’ perché è un facile riassunto e perché così nessuno dovrà usare energie per tacciarti di qualcosa di peggio. La tua cocciuta mancanza di morale è figlia di un principio superiore (ciao, paradosso): un amore estremo per la nudità. Sì, ‘nudità’ suona meglio che ‘sincerità’. Che cosa c’è di più scarno dell’opportunismo? E’ che devi salvaguardare quella nudità. Spoglia, spoglia – scava, scava – alla ricerca del tesoro dimenticato, nascosto, pulsante. Non perché le buone e fredde maniere a tavola non siano un’arte. Lo sono. E lo sono quando scaturiscono da quel magma sottostante. Altrimenti è manierismo. Altrimenti è spreco. E odi il tuo raffreddore.

Accidia e voyeurismo

Si preoccupa per il fisico non piuccheperfetto e per l’hotel non piuccheperfetto. Hai avuto la tentazione di scrivergli “Oh tu miserabile, neanche una suite in un cinque stelle!” ma subito ti è venuto il terrore che non cogliesse l’ironia e ti prendesse sul serio. Sul fisico c’è poca ironia da fare: dovresti semplicemente realizzare quel che gli suggerisci, spogliarlo e così nudo metterlo in cerchio con altri nuovi uomini di pari età. Ma sei ingenua, anzi no, testarda: sai benissimo che il giudizio promana da un paragone interno, ideale, non da un confronto con il mondo là fuori (quale, poi?). Sai che saresti come lui, se per te il fisico fosse così tanto l’altra faccia di qualità metafisiche.

(Tu e il tuo fisico inutile, lasciato a se stesso a smagrire – adieu, massa magra, muscoli e tonicità – giochi a fare l’eremita che non solo fugge dai propri simili, ma anche dal proprio corpo.)

Poi tasti le cosce di VB e, tra le tante cose che ti fanno venire in mente, questa volta a uscire dal cappello magico è Giovanni dalle Bande Nere. Le gambe di VB, che nella loro migliore forma – quella che tasti oggi e hai tastato ieri e tasterai domani – sono due colonne contro cui ti piace accasciarti, ti ricordano persone che si ergono e mantengono l’equilibrio – su un cavallo, su una nave, poco importa.
Quando ne scriverà?
Non ti viene in mente persona più adatta per scriverne. Se non ne scriverà, un lato di quel Giovanni – quello che intravedi guardandolo da qui, dal tuo punto di vista – non avrà mai precisa forma. Odi gli sprechi.

(Poi torni a te, gambe incrociate sulla poltrona da ufficio, le tue informi inutili gambe. Per fartele piacere le estremizzi, raffigurandotele come due barrette stilizzate. Così hanno un certo fascino. Sublimati, sublimati, creatura che non ha voglia di riattivare il proprio fisico. E’ da giorni che osservi gente ballare, e non deve essere un caso: vivi in loro quella spazialità che in te ignori. Hai sempre goduto, in fondo, del piccolo sacrificio richiesto al corpo in nome di una superiorità della mente. Non che la mente lo richieda, ma shhh!, non distruggere questo consolante giochetto tra te e Te.)

E a proposito di mente…
Manda quella delirante recensione. Metti l’offerta sull’altare. Altrimenti come giustificare tutto questo spreco?

Riluce, riluce, riluce

Apri il blog dopo aver aperto infinite finestre, questa sera.
Prima, il file nominato Valutazioni. Ti aspettava al varco, il bastardo. Tu che come insegnante ti chiami facilitatrice, e da tale rinunci con gioia a dare voti ai tuoi studenti/apprendenti, ti trovi non solo a dover valutare ottantaquattro racconti, ma anche a doverli mettere in ordine di preferenza. Questo è il momento di menzionare La scelta di Sophie a sproposito – dato che non l’hai letto – e lamentarti del pesante fardello di dover dire la tua sulle viscere altrui, che Altrui ha messo in formato prosa e sottoposto a te. Meraviglioso e orribile. E ora hai finalmente la tua classifica definitivo-provvisoria. Solo un ultimo check. Domani, magari.
Poi, hai aperto diversi files dalla cartella Recensioni. Una de Il medico tedesco da rileggere e far feedbackare, una de La notte eterna del coniglio da finire e far feedbackare. L’hai conclusa in fretta, forte della frenesia con cui le parole ti scorrono in testa in questi giorni. Non sai se sia scioltezza o delirio, ma una cosa la sai: è voglia di scrivere.
E così, infine, apri la cartella I Neocaravaggeschi. Sì, il romanzo. Il romanzo che ti manca – come ti ha ricordato oggi il parlarne con M. Vuoi scrivere-scrivere-scrivere. Dopo aver letto in Se una notte d’inverno un viaggiatore di quella soglia che c’è tra lo scrivere e il leggere criticamente, ti è venuta l’ansia. Sai ancora scrivere con piacere? Certo che sì, ti sei detta – te l’ha detto la smania di farlo. Ma dovevi provare, riconfermare, e soprattutto sfogare.
E così hai buttato giù qualche frase. Scorrono, le male-benedette. Potrebbero scorrere meglio, ma scorrono. E per farle scorrere meglio, vieni qui a rodare.

Nel sogno di stanotte, tra i mille cani che cospargono i sogni dei tuoi ultimi mesi, uno attraversava una strada trafficata. Era uscito dal cancello di una villa, lo sapevi; sapevi troppo per lasciarlo lì come se niente fosse.
E allora si accosta, ci si volta e si fa un cenno al tizio che se ne sta impalato di fianco al cancello. Chi è? Una guardia, ma certo. Lo sapevi. Sai che cos’è quella villa. Di chi è. Anzi, di chi era. Poi è arrivato un figuro che nel tuo sogno è il Colonnello, ma non è il Colonnello, no, o meglio, lo è, ma è un altro colonnello, uno di una virgola più importante e quindi di una virgola più temibile nel suo diritto di prendere decisioni. E ville. Come questa, da cui questo povero cane – tra i mille cani che indicano direzioni nei tuoi sogni – è appena uscito.
Quando ti fermi per assicurarti che l’uomo di guardia faccia rientrare quel mezzo lupo innocuo sai che è già troppo tardi. Hai toccato la soglia, l’hai sfiorata, l’allarme è scattato. Il Colonnello sa che sei qui. Sai, sapevi, che non avresti dovuto. Non per tutelare te stessa – figurarsi, testa di cazzo che non sei altro, se questo pensiero riesce a sfiorarti, tantomeno in un sogno – ma per non complicare il quadro a chi tanto si cruccia per la tua tutela. Ma ormai il passo l’hai fatto, il filo della ragnatela vibra, ed eccolo qui, il SuperColonnello, che arriva a passo leggero e deciso con un sorriso da malvagio calcolatore che s’impone con grazia. Sembra uscito dal più becero film. Te lo dici anche, nel sogno. Come ti abbandoni a un’estetica così scontata, mia cara. Ma così va, anzi, va pure peggio: con quel suo fare compiaciuto, il SuperColonnello ti si avvicina, aggraziato ma determinato mentre entra nel tuo spazio vitale – perché lui può e lo sa e sa che lo sai – e ti appoggia una mano sul fianco. E’ solo un proemio, e lo sai: il meglio viene subito dopo, quando il SuperColonnello ha il graziosissimo ardire di allacciarti una cintura alla vita. Una cintura speciale. Una cintura “tecnica”, piena di spazi vuoti in cui incastrare tante sconosciute e meravigliose cose che indovina un po’ chi solo potrà fornirti?
E così segui il SuperColonnello nella villa che ha espropriato, creatura piena di vanità.

Reality is stranger than fiction e lo sai, e sai che lo sanno anche loro – sì, voi altri, lì, che ora colloco di fianco a me – ma semplicemente in questo periodo lo assapori. Niente di eclatante, no, figurarsi: il Diavolo sta nei dettagli, le rivoluzioni nella vita quotidiana, il paradosso ai margini del campo visivo. Così lo assapori con tranquillità d’animo – beh, più o meno, dai, non ci possiamo lamentare – constatando come tu ti stia assestando. Qualcosa sta cambiando. Qualcosa di ampio e sottile. Chiamiamola prospettiva. Un ulteriore passo che ti allontana dalla cosiddetta “realtà condivisa”, ma non perché tu stia diventando pazza. No, il passo affonda in un terreno più tangibile, il fango rimane sulle scarpe, ed ecco che semplicemente procedi con la tua vita contemplandone la direzione. Sapevi già tutto, in fondo – tutti sappiamo già tutto, in fondo – e questa non è che l’ennesima riconferma, forse un po’ più fantasiosa (ma neanche tanto, suvvia), e tu ti domandi soltanto se questa distanza che stai coprendo ti allontanerà da cose che non immagini. Sai a che cosa ti avvicina. A che cosa, non a chi – quello è troppo chiaro per specularci, no?
Ti avvicina a quella percezione delle cose che viene ravvivata dai simboli. Mentre scrivi di nuovo di Emanuele, protagonista de I Neocaravaggeschi, dopo mesi, ti dici che forse si è aggiunto un livello a quelli da cui puoi attingere per rendere iper-dimensionale la realtà fittizia che descrivi. Eccolo lì, lo intuisci – è tangibile e sottile e tagliente come la sicurezza del SuperColonnello che – indovina un po’? – sempre da te viene. Riluce il sorriso da cattivo da operetta del SuperColonnello, riluce una mattina post-sbornia nelle piccole onde create dalla gondola che si aggira per la Venezia che riporti a galla, riluce il sorriso di una VB ancora dormiente che svegli spingendoti contro di lei.

Weltschmerz & l’età dell’innocenza

Tutto è cominciato – ed eccomi a ripeterlo di nuovo, rimasticando lo stesso boccone non del tutto assimilato – quando, nella tarda adolescenza, lessi un risibile saggio sulla storia contemporanea. Potrei dirvi il titolo, ma poco conta. Conta che, in così poche pagine, quel saggio avesse l’ardire di riassumere – udite udite – la storia contemporanea. E ce l’ha fatta, da un certo punto di vista.
Fu allora che scoprii qualche fatto essenziale, scontato e ciò nonostante atterrente. Da quanto poco tempo fosse finito il colonialismo, ad esempio, o la condizione delle aventi vagina nella maggior parte degli stati esistenti. Quel piccolo libro che poco poteva dire mi fece, con qualche numero e qualche commento, intuire l’immensità del restante mondo. Fece una cosa minuscola ed enorme: mi impedì, da quel momento in poi, di pensare alla mia normalità come a La Normalità.
Poi – non so quanto tempo dopo – inciampai in un termine che avrei potuto usare, retrospettivamente, per spiegare quel che provai: Weltschmerz, il “male del mondo”. Anzi, a esser precisi trovai una parola più lunga, che forse era – ricostruisco retrospettivamente – Weltschmerzgefühl, il “sentire il male del mondo”. Quel “male” non è sinonimo di “nemico”, ma qualcosa di più sottile ed espanso. Lo chiamerei “prezzo”, il prezzo da pagare per il bene – ma è difficile costruire discorsi sulla parola “male” quando, come me, non si ha un “male” e un “bene” assoluti, no?
Ma allora mi stavo costruendo come idealista. Se un male c’è, mi dissi, quale esso sia, deve esserci una soluzione, un’azione da compiere per evitarlo, o perlomeno ridurlo. Guardavo alle cosiddette “ingiustizie” nel mondo e m’indignavo, bruciavo dentro, sentivo l’impotenza rodermi gli intestini.
E poi…?
E poi ho continuato a fare quel che faccio sempre: ho analizzato, relativizzato, e al contempo compatito. Mi sono immedesimata nel male e nel bene, scoprendo che quel che percepivo non era poi così differente, di sicuro non abbastanza da renderli distinguibili. Ed essi sono caduti. Caduto il male, cade il bene. Caduto il bene, cade il male. Resta la necessità del momento, e la sua rilettura a posteriori.
Non sto dicendo che io, similmente a molti idealisti divenuti cinici, abbia allora “smesso di combattere” perché tanto alla fine “il male vince sempre”. Quel che ho fatto allora decadere non è la lotta al male, ma il concetto di male stesso. Badate alle sottigliezze, perché sanno fottervi con arte. E badando alle sottigliezze, prestatemi ancora un po’ di iper-attenzione: quel che ho fatto decadere è il concetto di male assoluto, universale, uguale per tutti, non il male soggettivo e soggettivamente esperito, che non abbisogna di rifarsi a concetti universali per manifestarsi come un assoluto nel momento in cui lo si percepisce.
Proprio perché il male assoluto è decaduto ma quello soggettivo è rimasto, non sminuito nella propria potenza, che il Weltschmerz è rimasto in me. E’ rimasto decapitato, ossia senza una testa a cui addossare colpe. E’ divenuto un corpo immenso e ovunque pulsante, e io una delle sue infinite propaggini. Tagliati la testa, rinuncia all’ego, e immergiti nel tutto. C’è bene e male, lì. Se ti ci immergi a occhi sbarrati, li troverai pulsanti in te. Sei il bene altrui, il male altrui. E’ la minuscola onnipotenza dell’essere umano. Uno non è meglio dell’altro, perché uno non esiste senza l’altro. Che tu compia il bene o che tu compia il male, sarai ugualmente responsabile – in bene e in male. Responsabile, non colpevole. Su certe sottigliezze vengono costruite religioni centenarie.

Dovrei, vorrei, trovare un modo di esprimere tutto ciò a I in modo univoco, senza rischio che non lo comprenda appieno. Gli dico: Spoglia l’atto dalla colpa, è solo un atto. Gli direi: Non perdere tempo con i significati aggiunti a posteriori: rinuncia alla colpa. Se riuscissi a esprimerglielo saprei perlomeno che sa che non posso giudicare. Non che non lo giudico, ma che non posso strutturalmente farlo.
Vorrei esprimerglielo di persona. Ripeterglielo, magari, per il gusto e il lusso di perdere tempo. Spoglia l’atto dalla colpa, è solo un atto. Se potessi farlo questo sordo mal di testa scomparirebbe. L’esigenza di sfogare smetterebbe di tartassarmi dall’interno. Sorriderei stanca, spossatezza post-dolore, e riempirei il tempo di cose futili. Domande su inezie. L’equivalente involuto di “Qual è il tuo gusto di gelato preferito?” Lo farei mettere in piedi e giocherei come una bambina cercando di colpirlo e sapendo di poterlo fare (almeno razionalmente), il tutto per poter scoprire i mille modi in cui lo eviterebbe. A ognuno la propria arte. A lui la mia gratitudine perché mi permette di giocare con i risultati della sua. Il lusso di non dare peso alle cose. Proiettili usati per costruire giardini zen. Senza pulirli prima, però. Cade il senso, cade il retaggio. Senza malizia, il male e il bene si riducono a quel che sono: attimi esperiti nel presente.

Mi abituerò a certi pulsanti momenti d’assenza.
Me la sono cavata bene, finora, ad attuare lo stand-by. Se la persona c’è, ne gioisci. Se la persona non c’è, non puoi né gioirne né soffrirne.
Si rassicuri I: me la sto cavando bene anche adesso. Come al solito, su questo blog finisce il peggio: se è finito qui significa che è sfogato, andato, passato. Concentro il tempo in attimi per presentificare lo sfogabile, quasi strategicamente. E’ come leggere l’unica frase volgare di un manualetto di bon ton: viene nominata per essere esclusa.

Psicosi & altre utili sindromi autoimmuni

Dovrei essere all’opera con una traduzione, ma la connessione ha deciso che no, adesso no, adesso è meglio se ti dai al blog.
Ci avevo pensato, eh – pensato di riaprire una pagina bianca e lasciare che le parole scorressero – ma non sono più come una volta: ora necessito di un’idea, un tema, un qualcosa da cui partire. E così non è, proprio no. Me ne sto qui, seduta alla scrivania, guardando cose varie ed enormi vorticarmi attorno a una tale velocità da aver in qualche modo cambiato la mia posizione nella vita. Un cambiamento impercettibile e immenso, che solo all’origine ha a che fare con l’atmosfera – e i sentimenti – di queste settimane.

Mi sento la coprotagonista cruciale di un romanzo. Quella che non porta avanti le azioni, ma mette assieme ciò che è accaduto per suggerire un senso. Solo che un senso da suggerire non ce l’ho. Posso solo ripetere quel che già sapevo, pensavo, credevo – non sapendo se sia valido in certe peculiari, osiamo un “fatali”, situazioni. E la cosa peggiore è che, quando me ne sto tra me e me, i pensieri che mi escono sono di una banalità rivelante. Quel genere di banalità che ti incastra a forza nel tuo essere un essere umano. Puoi saltare in alto, appiattirti a terra, ma a un certo punto arriva un qualcosa – il fatto che io continui a usare parole imprecise è sintomo del caos del periodo, suppongo – che ti costringe a startene in piedi o seduta come tutti gli altri fanno.
Ed eccomi qui, in pseudo posizione del loto sulla poltrona, la sigaretta appena spenta in questa camera che mi ha visto tante volte, in umori così diversi, a ringraziare – come sempre faccio – per la mia beata amnesia. Si dimentica per sopravvivere. Senza psicosi ci saremmo estinti. E’ quel dimenticare ciò che non è ancora passato a contraddistinguere questi giorni.
La bottiglia, ad esempio. La bottiglia d’acqua che non oso finire. La bottiglia d’acqua che S ha lasciato qui, che mi ha porto quando ero assetata, che gli ho passato guardandolo bere. Da quando mi sono detta che l’avrei finita sono piombata in questa cautela estrema. Quando e come dovrei berla? Ah, odio i feticismi. Per questo devo sbrigare questa faccenda, e perciò mi sono assegnata questa mansione: bevi l’acqua. Ma mi sono detta che avrei dovuto farlo con convinzione, con tutta me stessa presente e consapevole – e il problema, ora, è che sempre meno tendo a esserci, tutta intera e consapevole.
Traduco, preparo lezioni, chatto. Chatto parlando di quelle cose che dimentico mentre sono presenti – che esistono e non esistono al contempo. Che esistono come involucri vuoti. Sotto la doccia, momento di massima presenza di me stessa dinnanzi a me stessa, ondeggio da un piede all’altro osservando la prospettiva muoversi come certi bambini fanno. L’acqua scorre, m’insapono, nessun pensiero compiuto accade. Un chai bevuto leggendo o persino in silenzio, TV spenta e libro chiuso, come si fa quando ci si vuole raccogliere in se stessi. Ma non mi raccolgo. Sono lì e basta.
Dovrei e non dovrei aprire le dighe. Parlo con M di S e non mi pesa per nulla. Non è, in fondo, come se stessi veramente parlando di S. E allora glielo dico: che mi fa piacere parlarne, ma che non interpreti il mio distacco come un distacco di cuore. L’altra Me – quella presente a se stessa – non è distaccata a riguardo. Lo so. Lo ricordo – come se fossero passati eoni. Mi trovo persino a dedurlo.
E sorrido divertita mentre penso a S, ovunque egli sia, parlarmi della sua necessità di scindersi in due, in maniera incredibilmente simile e diversa da quella che applico io. C’è una sola cosa in comune, credo: la capacità di prescindere da. Da una parte di sé, suppongo. Lo spirito è da una parte, la materia dall’altra, ed entrambi si guardano come se nessuno li avesse ancora presentati. Ehy, c’est moi. Solo anestetizzata, suppongo. E vorrei capire se questo sia un passaggio precedente allo stand-by o la direzione sbagliata. Ho la vaga idea che non potrò saperlo fino all’ultimo e che, se stessi errando, sarebbe tragico, e la accetto con un sorriso perplesso e una scrollata di spalle.
Una cosa la so.
Quel che sto accumulando sta finendo in quello strano serbatoio che si riapre, saltuariamente, quando bevo. Tanto, non troppo. Abbastanza da far sì che le paratie crollino e il serbatoio, almeno per quella sera, si svuoti.
E’ sempre stato in sere come quelle che ho chiamato C. C, altra creatura tanto simile e tanto diversa da me. Ne ho parlato a S perché tutti e tre abbiamo, dal mio squisitamente parziale punto di vista, una cosa in comune: l’accettazione del Vuoto. Il Vuoto come compagno costante di viaggio, sottofondo ineludibile, verità soggiacente. Quel Vuoto che rimane quando tutti i giochi si fermano, quando il fottuto circo smette di fare casino. Quel Vuoto che rassicura col proprio tangibile silenzio.
Chiamavo C perché traboccavo della necessità di esprimermi, e quindi della necessità di essere compresa. Per darmi un senso? Perché, specchiandomi, trovassi effettivamente un’immagine dall’altra parte, e non un fantasma? C lo Specchio. Riversarmi su di lui per evitare sia di implodere che di esplodere. Perché quel qualcosa, nel serbatoio, era veramente troppo immenso.
Quel che ho piantato e raccolto in questi giorni, e che ora so esserci ma non ricordo attivamente, è nel serbatoio. E se mai dovesse aprirsi, quel dannato serbatoio, dopo che ci ho messo dentro quella cosa – se mai dovesse accadere, allora… Allora boh. Non credo il mio Io sia abbastanza grande per contenere tutto. Buona supposizione, psicologa della domenica. E’ che a volte bisogna uscire da sé per ricordarsi chi si è. E poi tornarci, ridimensionati, riaggiustati, ricalibrati.
Se ora quel serbatoio dovesse aprirsi – ecco cosa temo – potrei trovarmi a sentire di voler/dover chiamare S. Ecco il brutto paradosso. Ecco cosa mi spaventa. Non la necessità, no. La potenziale impossibilità. Una porta chiusa come tutti i limiti che non voglio riconoscere, e non riconosco, cacciando e ricacciando la loro assolutezza nel serbatoio.

C’è un motivo per cui scrivo qui quelle cose che in qualsiasi altro momento ricordo, so esistere, ma non vedo.
Mi è capitato, quando ho scritto della morte di L, di trovarmi persone pronte a consolarmi e a offrirmi la propria spalla. E ho provato gratitudine, ovviamente, ma l’ho provata mentre guardavo le loro spalle chiedendomi a che mi servissero. Perché avevo già fatto. Perché ciò che avevo scritto era già stato metabolizzato, aperto e divelto, risolto. E quello che non era stato metabolizzato avrebbe potuto essere trattato solo successivamente – solo in solitudine, preferibilmente dinnanzi a una pagina bianca. Nel mezzo – tra un sentito delirio e l’altro – quella che potrei chiamare “anestesia”, ma sarebbe scorretto. E’ simile negli effetti, ma non lo è. E’ un’altra forma di stand-by, credo – uno stand-by con me stessa. A ogni presente il suo presente. A ogni momento il suo dovuto. Vi uso, coevi e posteri, come un pietista avrebbe usato il proprio diario: oltre alla pagina, immaginato, il Dio a cui dover fare rapporto. Vi uso come coscienza – perché potrei essere chiunque tra voi e voi tutti. La vostra presenza immaginata mi vieta di indulgere nel bene e nel male, di delirare come fuga, di fare tutte quelle cose che ci permettiamo di fare quando siamo soli, nascondendoci a noi stessi.
Se voi foste chi siete – se voi foste, ossia, nella mia mente anche le singole persone che so leggermi – farei più sconti. Se pensassi che S potrebbe leggermi, mentre deliro in questo caos che sembra poco rassicurante, me ne starei zitta. (Farlo preoccupare? Non sia mai. Mi trovo a fare pensieri ridicoli, come ad esempio che se potessi, per qualche istante o minuto od ora, vorrei poter far svanire il male dal mondo e dall’uomo per farlo stare in pace.) Ma la tentazione l’ho avuta. L’ho. Ho spesso avuto simili tentazioni: cominciare, con una piccola eccezione, considerate le circostanze e bla bla bla, a omettere o aggiungere parti in considerazione dell’effetto che le mie parole potrebbero avere sul prossimo. Addolcire la realtà – quella realtà, esteriore quanto interiore, che è un succedersi di picchi che nessuna logica riesce a contenere e collegare. La paura del serbatoio, ad esempio, o la paura in generale. Nomina una cosa e diverrà reale, dicono. Come se la paura non esistesse finché non scuote le membra. Nomina una cosa e diverrà reale, ed è vero. E qui la nomino ed evoco, dentro il protetto cerchio disegnato sul pavimento. La guardo negli occhi, ci discuto, ci litigo e mi faccio prendere in giro. Sul foglio bianco che si riempie di parole perché è la mia offerta sacrificale. Ogni pagina di questo blog lo è. Io offro una sincerità non mediata, non addolcita e ciò che evoco mi offre la sua ispirazione. Parlami, oh paura, di ciò che vorresti e potresti e sapresti…
Il presente vive per sempre. Ogni attimo è assoluto. Un blog lungo otto anni me lo ricorda, almeno potenzialmente. E allora che il presente si esprima per come si presenta.
Se passasse, S – se passasse M, anche, o chiunque altro – che ricordi che questa è l’anatomia degli andamenti della mia evoluzione. Che in questi giorni tiro fuori qui, e non altrove, quei pensieri e quei sentimenti che devo smaltire e processare – quando mi riesce, dato che sta andando tutto in stand-by. Che evoco la paura perché non sia lei ad evocare me. Che presentifico l’esplosione del serbatoio perché, se mai dovesse accadere, di fianco a quel terrore vi sia una qualche riflessione a cui aggrapparmi. Anche solo il gusto di dirmi «Te l’avevo detto!» e poi ridere con il Dio Che Ride. Che, insomma, probabilmente tutto questo scrivere – come è stato nel caso di L – non è che un modo, forse controintuitivo, per giungere allo stand-by per come lo conosco, e per giungervi senza rischiare di buttare nella fossa ciò che non dovrebbe finirci. Che mi osservo allo specchio come se osservassi un corpo vivo disteso su un tavolo anatomico, e qui e lì punzecchio per capirne la reattività. Se un mio braccio desensibilizzato si stesse incancrenendo senza che io me ne accorga? Non sia mai. Genauigkeit und Seele. Coltivo le mie parti molli, e i gioielli che serbano, con la stessa dedizione con cui coltivo lo stand-by. Perché tutto serve allo stesso scopo, in fondo – e neanche tanto in fondo: vivere il meglio al meglio.

La libertà del pagliaccio

34 secondi di chiamata.
Potrei raggruppare tutte le minime variazioni di numero – mai più di 90 secondi – e farci qualcosa. Che cosa non so. Un’installazione, probabilmente. Quando devi riassumere passato, presente e futuro in meno di 90 secondi. E finisce che si dicono cose abbastanza banali, in fondo. Sì, va tutto bene. Sì, tranquillo/a. Le parole sono parole sono parole. 34 secondi di chiamata servono solo a sentire la voce altrui e capire da questa come vanno le cose.
Poi ti senti stupida, mentre non riesci a non cercare una spiegazione dettagliata alla durata delle telefonate. Ma non vi tedierò con le mie vane speculazioni a riguardo. Non serve neanche aspettare di poterle guardare a posteriori per trovarle tragicomiche – tragicomiche come ogni necessità umana che cocciuta tenta e ritenta nonostante le circostanze siano sfavorevoli. E poi, in fondo, non sono che questo: speculazioni. Ben lontane dal fulcro della faccenda. Non risolutive. Distrazioni per una mente logico-deduttiva. Vanitas.
Potrei invece trovarmi a tediarvi con altre correlate faccende.
Perché scrivere a coevi e posteri è più facile che scrivere direttamente a T. Per entrambi, in un certo senso. Per queste cortesie da ufficiali da operetta tedesca che ci riserviamo, e che adoro, quanto adoro, ma fanno sì che la comunicazione verbale possa solo limitatamente riportare i pensieri. E poi ci troviamo entrambi a pensare: Sarò riuscita/o a trasmerle/gli tutto? Abbiamo la scioltezza nelle relazioni di due quindicenni. Festeggiamo anche questo, che tanto mi fa sorridere.
E, poi, scrivere a coevi e posteri è più facile e basta, soprattutto per mantenere quello stand-by che tutto e tutti dovrebbe salvare. Prendilo e mettilo in uno scrigno e di ciò parla: di quel che ti ha lasciato. Di quella cosa che non è lui ma quel che lui ti ha dato, e che avrai sempre e comunque. Contorte strategie per vivere nel presente.
Vivere una persona come se fosse il gatto di Schrödinger. Se ti chiama, significa che è vivo. Che cazzo te ne frega, a quel punto, di dire cose innovative per 34 secondi? Poi la chiamata finisce e il gatto torna nella scatola.
Lo stand-by è la migliore soluzione che io riesca a concepire. Ed è una soluzione vecchia. Una vita di rapporti a distanza mi ha insegnato a vivere ogni giorno per quel che – per chi – ho in quel momento. Perché la presenza dell’assenza sia una celebrazione, non un patimento. E perché ci sono vite che sono palline impazzite e precarie e sono bellissime così.
Serbo nel cuore F, quella stessa F che ha candidamente ammesso di non potermi tenere nella propria vita perché sono una pallina impazzita e non può controllarmi. Per motivi completamente diversi da quelli di T, ma che hanno conseguenze simili.
La libertà che celebro e mi auspico è quella di essere se stessi; solo secondariamente si tramuta – sull’onda di una sincerità che, come si riserva a se stessi, si riserva al prossimo – in un potrei sparire da un momento all’altro. Non è che la mera conseguenza della celebrazione dell’individualità – mia, e altrui. Mai vorrei che qualcuno rinunciasse a una parte di sé per me: rinuncerebbe così a una parte che amo. Amo individui forti in sé, e che grazie a quell’essere in sé sanno risplendere e ispirarmi. Ciao, Nietzsche. Perciò T, pallina impazzita e precaria che voglio nella mia vita, necessita dello stand-by: per godere di lui quando c’è, per non struggermi quando non c’è. Non voglio che sia uno dei miei motivi di sofferenza, ma di gioia. E anche perciò è un favore che faccio a entrambi, in questo caso: saprà di non avermi fatto soffrire per ciò che è. Concetto difficile da spiegare a chi non tende a prendersi il peso delle proprie scelte, anche e soprattutto quando sa che sono scelte da individuo centrato in se stesso. La chiamo consapevolezza. E le do un enorme peso.
Festeggio questa vita che mi riserva sorprese inaspettate celebrando la vita di T – quella parte, nella scatola, che compartecipa a creare ciò che in lui amo.
(Vedete? Scrivere a coevi e posteri è più facile. Posso anche lasciarmi andare con le scelte di termini. Poetizzare. Strafare. La presenza di un pubblico attenua la gravità delle mie parole. Le relativizza. Non le rende impugnabili. Beata libertà del pagliaccio.)
C’è una casa da pulire, delle lezioni da preparare, una traduzione da finire. Libri da inserire nella libreria trovando loro un posto – ri-strutturare la vita ogni tot, ritualizzando tali momenti per dare quel lieve-profondo senso alla quotidianità. Qualcosa di piccolo, qualcosa di grande. Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo. Perché la distanza tra immanente e trascendente, tra presente e assente, non sia troppo significativa.

Cerbero

Ascolto un album intitolato Winter and the Broken Angel, album il cui titolo era scomparso dalla mia memoria. Per anni. Nonostante, all’epoca, esso avesse un’incredibile capacità evocativa a ogni, ripetuto, ascolto.

 

Ho una mancanza di memoria degna di nota. C’è chi ha palazzi della memoria, con ricordi ordinatamente collocati in stanze, angoli, gerarchie di importanza, senso e colore, categorizzazioni che si fanno simbolo e con ciò riescono a dare un senso.
Nel mio palazzo di senso ce n’è poco. E non è neanche un palazzo. Lo è, ma solo per mancanza di termini alternativi. Lo è, ma si estende in orizzontale sconfinatamente anziché avere un sopra e un sotto. Non ho cantine, ma profondità che sono tali per la loro lontananza dall’entrata. E la luce viene tutta da lì: dall’entrata. Mano a mano che ci si addentra, mano a mano che le stanze si fanno più vuote e polverose, la luce viene meno. Scompaiono le persone, appaiono le presenze. Scompaiono gli elementi che posso controllare – sono viziata dal farlo, io sognatrice perennemente lucida – appaiono quelli che agiscono fregandosene dei miei ammonimenti, del mio canalizzare la volontà per plasmare la sfera onirica, del mio sminuirli. Ridono. Piccole manifestazioni del Dio Che Ride.
In fondo – dopo le stanze illuminate e calde e vissute; dopo quelle più risposte, meno battute; dopo quelle che somigliano a soffitte, per polvere e abbandono, o a fontane da cui non sgorga acqua dall’inizio dei tempi; dopo gli antri in cui l’inconscio si cela per comparire all’improvviso e destabilizzarmi – dopo tutto questo, l’intero palazzo converge in una porta. Un singola, poco degna di nota, porta di legno.
Lì dietro c’è il Cane.
Lì dietro, nel fondo di quel luogo che non ho mai esplorato abbastanza, il Cane si alza e scatta nel momento stesso in cui apro la porta e corre verso di me.
Il Cane non è cattivo: è idrofobo. Se fosse cattivo lo potrei relativizzare, circuire, risolvere. Ma il cane scatta sbavando perché è l’unica cosa che sa fare quando si sente invaso – e quello è il suo territorio. Qui, dove le stanze sono quasi del tutto buie e spoglie, o così si fanno immaginare, il Cane è l’unica presenza immediatamente tangibile. E io mi sbrigo, sapendo che il mio tempo è contato: quello che mi rimane prima che il Cane giunga. Quando mi avrà raggiunto il sogno finirà. E allora cerco, mi addentro, veloce per non farmi fermare da quei fantasmi che vogliono ridurmi all’impotenza, quell’impotenza che mi annichilisce. O mi spaventano nell’unico modo in cui possono farlo: mostrandomi le immagini che sono riposte a fondo, molto a fondo, maschere che uniscono su di sé significati di per sé innocui, ma che accoppiati risvegliano il potenziale distruttivo del paradosso.
O rendermi impotente o farmi impazzire – che cambia?

 

Ho pensato a lungo che il Cane non fosse altro che quella Bestia nell’Umano da tanti citata. Ma no, il Cane è più puro. Il Cane non ha limiti, né quindi capacità di costruire architetture per travalicarli. Il Cane è, punto, e perciò irrisolvibile. E’ un tassello basilare del sistema binario che tutto compone – che tutto ciò che è concepibile dall’essere umano compone, perlomeno. E’ al di là del bene e del male. Non posso avercela con il Cane. Anche perché il Cane è una parte di me che ne tutela un’altra.

 

La maggior parte delle volte che sento parlare di Bestia Umana le bestie c’entrano ben poco. La crudeltà, che alcuni definiscono tutta umana, ha come prerogativa la capacità di astrarsi e costruire castelli di giustificazioni e manipolazioni e mistificazioni. In ciò offende l’umano: nella sua capacità di celare la verità all’umano – quale sia questa verità, e che sia una sola o sia tante.
Non odio il Cane. Non posso odiarlo. La sua sincerità è troppo assoluta.

 

Queste lezioni di Business English mi stanno salvando dalla malinconia che ha deciso di ammantare questo periodo. Se n’è approfittata di una serie di fatti, ma i fatti non parlano da soli: li ha usati per dire la sua, per imporsi come le nuvole, non potendo eliminare il sole, lo coprono.
E’ una sensazione nuova, per la sottoscritta. Sono troppo abituata a dover gestire i maremoti e le tempeste interiori per poter concepire che l’esterno tuoni e urli mentre io sono pacata. Pacatissima, considerando il considerabile. Conoscendo me – quella Me che potrei dire vecchia, se certe cose si potessero lasciare nel passato; ma si possono solo ricacciare a fondo, vicino al Cane – mi sarei aspettata che, dinnanzi a simili avvenimenti esterni, avrei reagito in un modo o nell’altro: o essendone sconvolta, se questi avvenimenti fossero riusciti a risvegliare quella parte sopita, o essendone placidamente indifferente – quell’indifferenza che un po’ mi spaventa.
E invece, per una volta, mi trovo placida su un battello ebbro. Mi domando se sia un’evoluzione o un’involuzione – sempre che si voglia riconoscere differenza tra le due cose. Mi domando cosa ci sia oltre le coltri. Mi domando se io non stia postponendo, e con ciò incancrenendo un qualcosa – un qualcosa che non so vedere, afferrare, definire, e che deve risiedere nel territorio del Cane.
E’ la mancanza di paura a stupirmi. Ci sono poche cose che temo di più. La paura con la sua capacità di scardinare e gettare tra onde per cui non mi sono allenata a nuotare – e a trattenere il fiato, soprattutto. A volte è solo questione di saper trattenere il fiato al momento giusto – perché non vincerai sull’onda se non facendoti trascinare, sott’acqua con la corrente per poi riemergere e respirare nuovamente. Il panico ammazza. Letteralmente.
E così, non sentendo paura della paura in questo momento, provo paura. Qualsiasi cosa io faccia, essa si ripresenta in altra forma. Se ne frega dei miei ammonimenti come i fantasmi del mio palazzo, il cui unico potere è quello di saper apparire come e quando vogliono. Non sanno far altro. Non serve che sappiano far altro. Per minacciarmi basta quello – con gesti che sono al contempo minacce e la loro realizzazione.