people

Hey Bu

Ho conosciuto Bu in un lurido ostello inglese.
L’ostello era uno di quelli con scale strette e cigolanti, moquette umida e puzzolente e lenzuola assottigliate e indurite dai troppi mali lavaggi. Un ostello inglese, insomma. Camerate come rifugi di fortuna per gruppi di studenti in cerca di un alloggio in una città con pochi e cari appartamenti. La sera tutti al pub sottostante, dove ritrovi l’esatta atmosfera che ti sei immaginata mentre leggevi della working class di Liverpool di inizio Novecento. Tutto ha un suo fascino. Certe situazioni di precarietà, ad esempio, creano legami atipici e meravigliosi.
Ci siamo conosciuti perché eravamo entrambi con i piedi ammollo in quella precarietà. Ho conosciuto lui come ho conosciuto Ben come ho conosciuto Ma. L’italiana, il turco, il francese, la spagnola. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma no: era l’inizio di un piccolo e coeso gruppo di fortuna con cui socializzi davanti a una birra (e due… e tre…), consolandoti a vicenda. Hai trovato un alloggio? No, troppo caro. No, troppo piccolo. No, troppo lontano. Ma tanto, vedrai, ce la faremo.

(E ho la solita punta di mal di testa, e avrei voluto e dovuto sdraiarmi sul letto a leggere finché sonno non ci colga, ma questa non voglio lasciarla svanire così. Non di nuovo.)

Bu era un bel ragazzo, e non in senso oggettivo.
In senso oggettivo immagino lo fosse, con la sua somiglianza con Kabir Bedi. Bu era un bel ragazzo nel senso che mi sono trovata a pensarlo, nonostante il prototipo Kabir Bedi mi faccia sentire come una lesbica felice di non dover toccare gli uomini, se tutti gli uomini sono così. Ma l’ho pensato, in ostello o forse in discoteca dove a turno minacciavamo vanamente al telefono un tizio di ridarci la borsa rubata all’amica, guardando il suo sorriso carismatico, il suo modo di muoversi carismatico, il suo essere una di quelle persone che sanno ravvivare un’atmosfera. Nonostante fosse chiassoso come un turco, come cliché vuole, e quel chiasso poco mi piaccia, in lui era coniugato a una strana gentilezza nei modi, ben lontana dalle smancerie e dall’etichetta.
Bu sembrava l’amico che vuoi avere, tra gli altri, perché diffonde allegria e fiducia senza aver bisogno di chiedere nulla in cambio. Comunica forza senza aver bisogno di schiacciare il prossimo. Comunica gentilezza di cuore senza nausearti.
Mi è spiaciuto, quando è cominciata l’università, essere così tanto impegnata ed essere quello che sono: una persona che antepone gli obiettivi che si è data alle piacevoli serate in compagnia di amici. Mi è spiaciuto tanto. In un qualsiasi giorno, da quando l’ho conosciuto, avrei avuto piacere – un piacere sincero, da sorriso che ti scalda lo stomaco – nel rivederlo.

Nelle ultime foto gli occhi di Bu sono sottili, due fessure tra le palpebre e le borse. Ha lo sguardo stordito e stanco, a volte ingenuamente sollevato, della persona che si è appena svegliata da una nottata di abuso di stupefacenti. E’ stata una sua scelta, ha esagerato, ma anche quella è stata una sua scelta. Andando a ritroso, anche l’avere una vita che prevede certi risvegli è stata una sua scelta. Eppure, nel suo sguardo ancora confuso, c’è una punta di perplessità. Come se si fosse perso qualcosa, nel corso della nottata, ma già avesse perso la speranza di poterla recuperare.
Nelle ultime foto Bu indossa una divisa militare.
È inutile cercare correlazioni, farne causalità, dedurre, persino addurre ipotesi. Conosco poco Bu, per nulla l’esercito di cui fa parte. Non so come sia, tanto meno che cosa possa essere negli occhi di un Bu e quindi perché abbia scelto di indossare la divisa con fierezza e ostinazione. L’ostinazione è quella che gli tiene aperti gli occhi stanchi e un sorriso che non gli avevo mai visto. Della fierezza so ancor meno. Magari è stremato (e chissà da che cosa), magari è la maschera che preferisce indossare per la lunga occasione. Magari è creta molle che modellerà splendidamente nel corso degli anni, e che solo indossando quella divisa potrà far divenire la bellissima scultura che ha in mente. Chissà.
Per quanto mi riguarda, in quelle foto, Bu potrebbe indossare una divisa di McDonald’s e poco cambierebbe. A farmi aggrottare la fronte, assottigliare gli occhi, è l’espressione perplessa del tossico che sta male e non sa se sia del tutto una sua scelta: non lo ricorda e sa per esperienza che non può ricordarlo. A farmi aggrottare la fronte e assottigliare gli occhi è il profilo squadrato che la sua testa da Kabir Bedi ha preso. I volti sono creature vive e in movimento, motivo che rende irriconoscibili i morti. Il suo, di volto, è mutato con le espressioni che lo modellano. Niente più baffi né basette sulla mascella che è ceduta, e non perché sia ingrassato, anzi: le guance si sono scavate, ma gli zigomi si sono gonfiati, donandogli l’assurda espressione di un bambino demente quando sorride. Il sorriso, anziché incidergli quelle fossette attira-ragazze, tira sui lati, scavando le voragini di malcontento che alcuni vecchi si portano nella tomba. La gentilezza è rimasta, ma sembra costernata.

Oggi è il compleanno di Bu, e gli ho fatto gli auguri. Una mera scusa, ovviamente. Voglio lasciarmi aperta la possibilità – con questo atto simbolico – di vedere come sarà la sua faccia fra altri tre anni. E poi tre ancora. E ancora tre. Come una birra che tira l’altra.

Crash test.

Oggi sono stata sbattuta fuori dalla vita di una persona che dalla sua vita mi aveva già esclusa. Fa sentire come essere giudicati dopo essere già stati sbattuti all’inferno.
Ma questo è solo un incipit d’impatto atto a esorcizzare. Come lexotan per sedarsi e non essere intralciati da impulsi soverchianti mentre si rielaborano i propri pensieri.
(No, non uso lexotan: mi piacciono le sfide. E poi ormai è troppo di moda, e io tengo al mio essere radical chic.)

 

Avrei potuto cominciare con un incipit meno d’impatto e più radical chic:
Questi giorni sono (stati) una reductio ad absurdum che si è realizzata. La prossima volta che qualcuno mi dirà di smetterla con le dimostrazioni per assurdo, dirò loro che l’assurdo è dietro l’angolo. Life is stranger than fiction. Bla bla bla.
Sapete a che servono le dimostrazioni per assurdo? A giungere ai minimi termini – quei fondamentali termini con cui costruire equazioni per ogni situazione, sì che si possa sempre disporre di un utile kit per prendere una scelta. Non importa dove, come, con chi sei: con il tuo utile kit, mio caro McGyver, potrai costruire qualsiasi cosa con quel che ti trovi sottomano.
Ma non l’avevo ancora completato, il mio nuovo kit. E’ un periodo così, di rimescolamento, tipo quando si fa la valigia per il viaggio di nozze (o così mi hanno detto): qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio. Poi, quando sei in viaggio in luoghi sconosciuti, non ricordi più se avessi portato la piastra per i capelli e, se non l’hai portata, con cosa l’hai sostituita per questa nuova Te?

 

Questi sono i giorni degli scontri titanici tra etica (in ricostruzione) e pressante immanenza. Sarebbe facile, se l’etica fosse salda e non in transizione. O se l’immanenza arrivasse con esigenze meno in contraddizione con l’etica.
Il risultato è un piccolo caos tentennante. Piccolo. Ma per chi sacrifica tante cose sull’altare dell’etica è immenso. Nessuno sconto è abbastanza per un prodotto difettato, se il difetto compromette l’intero sistema. E’ veramente così? Non lo so e non lo posso sapere adesso. Ho gettato il seme e raccoglierò i frutti in futuro. Ora disorientamento e frustrazione. E mal di testa.

 

Non fraintendetemi: non confondete “etica” con “agire per realizzare il bene altrui (tuo, proprio tuo di singolo, persona che leggi)” o, variante degli ultimi giorni, “non ferire il prossimo (tu, proprio tu, persona che leggi)”. Ho ferito il prossimo a me caro per tutelare la mia etica, che altro non dovrebbe essere che un mero mezzo per trovare una configurazione che ottimizzi il rapporto tra me e la società – nel piccolo e nel grande. Non il singolo prossimo a cui tengo o che odio (sentimento raro, in me) nell’immanenza, ma il prossimo generico. L’essere umano. Il Mensch che non puoi valutare e giudicare e che potrebbe essere chiunque, te stessa inclusa. Quello che non puoi (non vuoi) rendere un Altro da te.
Ma poi arriva una reductio ad absurdum e tu ti trovi nella paradossale situazione di far penare uno specifico prossimo per mantenere quell’etica che dovrebbe renderti ottimale per il prossimo in generale senza dover rinunciare a ciò che tieni in te.
Grazie, vita.
D’altro canto tale situazione mi ha rimesso in bocca un prendere la vita con filosofia che mi mancava.
Che cosa non puoi dissacrare, quando prima di tutto dissacri te stessa?

 

Ho iniziato a scrivere questo blog perché fungesse da diario pietista, poi aggiornato in pubblica confessione catara. Perché dietro il mio giudicante dito puntato non potessi nascondere i miei peccatucci passati, neanche e soprattutto a me stessa.
E immagino, ora, che queste righe rientreranno sotto quelle che rileggerò, se mai le rileggerò, con una punta di imbarazzo.
Ma tu guarda, guarda un po’, che grottesca creaturina che tanto inutilmente si dibatte.

Birra e fatalità

Adesso ci vorrebbe una birra.
Ma non una birra qualsiasi: la Birrità fatta bevanda. Peccato essere post-moderni, con tutta la faccenda della caduta tra il legame tra significato e significante, idee platoniche e loro manifestazioni, come in cielo così in terra e dacci la nostra birra quotidiana.
Niente Birrità. E neanche una birra in casa, a dirla tutta.
Ho passato la prima parte della giornata a preparare un’e-mail di cinque pagine per poi scoprire che non avrei potuto mandarla perché la persona a cui avrei voluto spedirla mi aveva (già) bloccata. Ammetto il peccato: una piccola percentuale di me ha tirato un sospiro di sollievo. Almeno non avrei dovuto finirla e, soprattutto, rifinirla. E’ un casino quando si cerca la giusta parola, la giusta costruzione, il giusto concetto, la giusta prospettiva, e bla bla bla… quando si vuole scrivere con discrezione, e non nel senso di “celando lo scandaloso”. Ci avrei messo ore e ore, forse giorni, a finire quell’e-mail. Per questo mi sono detta: Magari è il caso di avvisare la persona del fatto che ho ricevuto il messaggio e proprio perché l’ho letto ci metterò un po’ a rispondere. E’ così che ho realizzato di essere già stata bloccata.
Ora, tolto il piccolo colpevole sollievo, rimane il resto, e non so esattamente di che cosa sia composto, questo resto. Amarezza? Sicuro. Dispiacere? Certo. Che altro? Quale altra cosa che ha continuato a sbattermi la testa contro un muro?
Ma questa è stata la metà facile della giornata. Quella in cui non avevo altro compito che quello di organizzare il mio complesso pensiero su una faccenda delicata. Poi è arrivato il vero divertimento.

Sono viziata, sapete?
Sono viziata dall’essere (stata) cresciuta a colpi di retorica e castelli di ragionamenti e costruire e decostruire sistemi. Poco concepisco l’essere troppo stanchi per continuare un ragionamento. Che ci vorrà mai, a continuare un ragionamento?
Ma poi arriva la vita che, per fortuna, te la mette in culo. Con vaselina, perché in fondo ti vuole bene. Abbiamo sempre quello che vogliamo, e io mai ho negato di apprezzare persone con cui poter fare lunghi e complessi e fini e whatever ragionamenti. Et voilà, esordì Ms Vita.
Verso metà pomeriggio ero a pezzi. Svuotata. Tipo quando la gente mi dice che è troppo stanca adesso per continuare il ragionamento. Non che io stessi neanche propriamente ragionando. Ero più alla fase preliminare: raccoglievo dati. E qui e lì, quando ne avevo abbastanza per osare un’ipotesi, ragionavo. O almeno ci provavo.
Ed è stato così, a fiato corto mentre con fatica ragionavo, che ho realizzato di essere viziata. E di essere un po’ manipolatrice – ma lo sapevo già. Sono tutte congetture, ovviamente, come il mio congetturare che molti discorsi in passato mi siano risultati poco impegnativi perché, quando in penuria di energie, passo dal “confrontiamoci” al “ora ti conduco qui, nel territorio che io conosco, dove già conosco tutto e ogni azione è compiuta in assenza di gravità”. Ma oggi non mi è riuscito. Oggi come altre volte con la stessa persona, beninteso, semplicemente oggi l’ho realizzato, osservandomi stanca come dopo ore e ore di studio indefesso a pieno regime.
Ora, non so bene se non mi sia riuscito a livello inconscio o se incosciamente io non abbia voluto che mi riuscisse, ma non conto sul fatto di poterlo scoprire a breve.
Birra, dicevo.
Birra, birra, birra.

In assenza di birra, bevo latte.
Non c’entra un cazzo, ma in questo post-moderno arbitrario mondo una cosa vale l’altra, simbolicamente.
Bevo latte e penso ai punti comuni dei due eventi della giornata, che di per sé in comune hanno obiettivamente una sola cosa: me. Persone che non si conoscono, che probabilmente mai si conoscerebbero, che se si incontrassero si liquiderebbe a vicenda nel tempo di un battito di ciglia.
Liquidata l’obiettività, c’è l’altra cosa in comune: la strutturale presenza del male – un male relativo, assolutamente soggettivo, anche quando a gran voce reputato oggettivo. Una fatalità. La solita, vecchia e fottuta, teodicea.
E’ quella fatalità, semplice e ineludibile e da tutti intuibile, che è tanto chiara nel dire che nella vita si muore. Non c’è vita senza morte. Stronzate del genere. E mi consolo, vagamente, dicendomi che quanto più si vuole avere, quanto più ampio – semanticamente, concettualmente, come esperienza di vita – è quello che si vuole, tanto più si sbatterà la fronte contro quella fatalità. O forse no – mi dico consolandomi all’inverso – forse è solo un caso. ‘Fanculo il “come in piccolo così in grande”. Pura casualità, altro che causalità. E sarebbe bello, perché significherebbe un’unica meravigliosa cosa:
E’ possibile.

Vorrei una birra, o del latte, e una capanna a me deputata. Il mio nome all’entrata, e venga chi ha bisogno di uscire dalla propria norma – che sia quella comune alla società, che sia quella di una sottosocietà che, paradosso non-paradosso, contraddice quella a cui in teoria appartiene. Vorrei – oh moderno anelito – dare un senso al mio funzionare così bene come eccezione. Come presenza dell’assenza. Una capanna, ho detto, di fango e paglia, ben lontana da marmorei altari. Una capanna che si disfi e marcisca come io mi disferò e marcirò – disfo e marcisco ogni giorno della vita, perché altrimenti vita non sarebbe. Che si disfi e marcisca non appena io abbia l’arroganza di pontificarci sopra pretese, di usarla come muro dietro cui ripararmi, di cancello con cui darmi importanza. Di darmi un senso, insomma, che vada oltre a quello che ho nuda.

Guardo Måns Zelmerlöw cantare il pezzo con cui ha vinto l’Eurovision sorridente ed entusiasta in quel modo, assoluto, che ho visto in – benvenuta, retorica – “pazzi e profeti”, e vorrei mangiarglielo. Senza acrimonia. Me lo mangerei come Jean-Baptiste Grenouille è stato divorato al termine de Il profumo, con delirante amore, ma in solitaria.
Vorrei avere grazia nel bene e nel male, in salute e in malattia. Vorrei saperla spandere in chi amo senza che essa subisca le ripercussioni della mia confusione, anziché scrivere cinque pagine sconnesse o balbettare inconcludente al telefono. Ostracizzata e auto-rallentata, in entrambi i casi, dal timore (terrore) di portare bruttezza. Di rompere – rompere-rompere-rompere.
Paradossale che io sia riuscita ad accettare di rompere una creatura che pochi giudicherebbero pericolosa e che io non riesca a farlo con una creatura che a pochi verrebbe voglia di proteggere. Non è paradossale per un cazzo, in realtà, ma mi isola. Mi isola come mi isolerebbe cominciare a pensare in coreano (come, in un certo senso, mi hanno isolato inglese e tedesco): per esprimermi devo tradurre, e traducendo si perde sempre qualcosa – quando va bene. Quando non va bene, nascono i fraintendimenti, che fraintendimenti non sono – i fraintendimenti non esistono – ma diverse interpretazione della stessa sequenza arbitraria di lettere, parole, frasi, concetti espressi.

Ho cominciato a scrivere questo blog perché fungesse da diario pietista. Poi, re-interpretato, da catara confessione pubblica. Il senso è sempre lo stesso: abituarsi a dover rendere conto a se stessi. Anche della malagrazia. Perché io non possa, domani, accusare il prossimo di un atto senza appello e a occhi e orecchie serrati senza che il prossimo possa, volendo, ritorcermi contro quel che sono stata.

Di lussi, comodità & vanità.

Il Boss, come personaggio, non era per niente male.

 

L’ho realizzato stamattina svegliandomi da sogni che mal ricordo, quelli che il cervello e l’intestino usano per riorganizzare i rimuginamenti degli ultimi giorni. Il mio odio per l’Arcinemico, ad esempio, e ciò che rappresenta nella mia testa di scettica perenne: il laido potere di chi usa gli ideali come cappio. Non troppo stretto, o soffochi. Non troppo largo, o non c’è gusto. Deve circondare bene il collo, in quel modo che fa sentire sulla soglia: si oscilla tra il sapersi in mani sicure – così sicure che ci tengono per il collo come una gatta con i cuccioli – e il sapere che quelle mani possono essere letali. Chissà se il segreto dell’asfissia autoerotica ha qualcosa a che fare con tutto ciò.
E’ per il rigurgito di bile nei confronti dell’Arcinemico che ho, finalmente, reagito dinnanzi ai titillamenti di A. Non per lei, ma perché in questi giorni l’argomento “potere e tutto ciò che ne consegue” torna e ritorna come un fantasma insoddisfatto. E rialzati, cadavere, per l’ennesima volta. Ti sogno anche, cadavere, che non riesco ad abbattere neanche mozzandoti la testa. L’ho fatto con l’unica eleganza che conosco: con un taglio il più veloce e netto possibile. Perché tu smettessi di esistere e basta, senza essere – prima della tua fine – il depositario dei miei sfoghi. Perché sarebbe inelegante. Come ogni retorica dominio-sottomissione palesata. Come ogni manichino danzante che, spogliato, rivela sulla fronte la scritta: bisogno.
Non avrei dovuto reagire ad A. Non in quel momento, non in quel modo. Non per ciò che rimane ai posteri, ma per ciò che rimane in me: una striatura dissonante, morbosa, irrisolta. Sono tutt’altro che risolta.
Ci penso parlando con VB di gerarchie a letto. Del mio timore, sotto le lenzuola con qualcuno che conosco poco, di dar voce a una parte troppo prevaricatrice. Il timore di essere fraintesi. Il timore di intimorire, spaventare, far chiudere. Il timore, ancora peggiore, ci causare l’esatto opposto di ciò, e di causarlo seriamente. Di essere presa sul serio. Il sesso è decisamente depositario di troppe cose. Sputi una volta in faccia a una persona gemente e questa potrebbe aspettarsi di ricevere sputi a ogni ora del giorno, in ogni situazione. Il timore che una nostra singola azione possa essere presa come riassunto del nostro multiforme essere, che verrebbe così ridotto a una maschera bidimensionale.
Ci penso parlando con VB perché mi guarda scettica e mi dice che lo faccio. Instaurare gerarchie, intende. Controbatto ricordandole quanto io sappia essere passiva, frivola e svenevole con lei. Di quanto mi piaccia esserlo. Controbatte dicendomi che so, mentre mi pongo in quel modo, che il prossimo sa che in qualsiasi momento posso tornare a essere la despota di cui sopra. Ristabilire le gerarchie. Stai buono e non rompere i coglioni, insomma. E ha ragione. Non so in che percentuale e quanto a fondo, ma ha ragione.
Rifletto sul compromesso tra comodità e creatività. Tra lo starsene comodi nel proprio posto in gerarchia – preferibilmente a uno scalino alto abbastanza perché nessuno possa romperci i coglioni – e il buttarsi nel fiume, dove tutto si mescola e rimescola, e chiunque può colpirci e chiunque possiamo colpire, ma dove l’acqua non ristagna. L’acqua che ristagna è uno spreco. Vanitas.

 

E il Boss, questa mattina al risveglio, mi si è rivelato nel suo essere una parabola.
Il Boss, personaggio auto-creatosi per creare un sistema basato sul predominio, e di questo essere a capo. Il sopra del sopra del sopra. E da lì sopra, dove neanche un drago riuscirebbe a giungere, darsi a quello che tanto apprezza: la cedevolezza massima. Una cedevolezza così palese che, gettata nel fiume, lo farebbe finire schiacciato dall’intera gerarchia in mezzo secondo. Ma, standosene lì sopra, sull’ultimo immoto scalino, chi mai potrà cercare di fargli pagare il suo amore per la cedevolezza?
Il Boss, ai tempi, aveva messo in crisi la mia idea di potere. Foucault non era ancora arrivato a suggerirmi che il potere è un fluido che facciamo scorrere a ogni scelta e non scelta, e non una statica piramide che s’impone dall’alto in basso. Il potere, ai miei occhi assetati di violenza sociale, aveva la forma di un corpo che s’impone in continuazione, in continuazione palese la propria forza, in continuazione si dimostra e autodimostra tale. Ma, dinnanzi a questo Boss così molle e poco interessato a mostrare più dello stretto necessario per stare al vertice, la mia epica visione del potere era traballata. Alla cima della mia piramide, eccolo: un bambino viziato che gode ridendo mentre il mondo – un mondo piccolo, controllato, non realmente minaccioso – gli si schianta addosso. Mi fa venire in mente l’immagine della persona più ricca del mondo in infradito con macchie di unto sulla canottiera sporca. A che serve lo status, quando si ha già quello che permette di ottenere? Che si voglia divenire ricchi o beati, poco cambia.

 

Il Boss indossava quasi perennemente una maschera. Difficile puntare il dito quando non si ha un volto da riconoscere. Il Boss indossava quasi perennemente una maschera. Le uniche volte in cui la toglieva – quando, ossia, nessuno poteva vederlo – sotto c’era il volto di Torchia.

 

Horton, invece, ha ripiazzato il culo sul divano. Un divano ipotetico, questa volta, perché il mio non è abbastanza vecchio e abbandonato per essere il suo. Il divano che è comodo e ristagna. Ci hai scolpito la forma delle tue chiappe e ormai non lo senti neanche più. Non sentire è comodo. Quando poi, per imparare a non sentire, hai dato più d’un pezzetto d’anima, può diventare persino sacro. Immoto e granitico come un idolo atterrente. E intanto rimane comodo. Il suo vantaggio è il suo svantaggio: per sentire piacere, poi, ti tocca sbattere forte. Camminare sul dolore e sulla fatica, proprie e altrui, e spingere più forte per arrivare all’orgasmo.
Dal suo comodo divano su cui le blatte gli fanno festa, Horton mi sussurra cinismi scazzato. Cane mangia cane, mangia o sarai mangiato. Una volta mi suonavano fatali, adolescenzialmente simili a un: E’ così, non vedi? Non te ne vuoi accorgere? Non lo vuoi ammettere? Ma l’adolescenza è finita da un pezzo. L’adolescente che urla incazzata cinismo pretendendo che esso sia la verità rivela l’esigenza di una qualche certezza, nella vita. Che tutto sia un cane mangia cane, ad esempio. No, adesso Horton mi suona comodo e basta. Mangia o sarai mangiato, così è più facile, meno fatica, solo quella per mettere in atto quelle due o tre stronzate necessarie a tutelare il tuo spazio vitale. Il mondo poi, mi dice, è pieno di gente a cui la libertà pesa. Fai loro un favore. No, non è sarcasmo: faglielo veramente. Non è detto che siano tutti così, ma perché incaponirsi e trattare da gatti i cani? Non sarà arroganza, quella che ti spinge? Non è arroganza quella che ti spinge a imporre il tuo amore per la fluidità? E non cogli il paradosso? Imporre il tuo amore per la fluidità? Castigare la retorica dominio-sottomissione? Non ne esci, non ne puoi uscire. Tieni al tuo spazio vitale e ti piace stare comoda. Il tuo fluido egualitarismo è il lusso di chi non vede il proprio spazio vitale minacciato. Lo sai, vero?

Come nel grande, così nel piccolo.

In questi giorni ho accumulato modi in cui iniziare a scrivere. Di una cosa, avrei dovuto scrivere, ma le cose si sono intervallate e fuse e non so più quale sia l’inizio. Forse perché nulla ha un solo inizio.
Potrei iniziare così, ad esempio:

Il primo è stato F.
Il suo messaggio di auguri ha spaccato il minuto. Me l’aspettavo, ma non ho abbastanza memoria per ricordarmi ciò che mi aspetterei. E così il suo stupendo messaggio è giunto in qualche modo inaspettato, e con un inaspettato sorriso sono andata a dormire.
La seconda è stata A o forse VB. Dipende da ciò a cui vogliamo dar corda, fabula o intreccio.
VB ha salito le scale piena di borse al rallentatore per non fare rumore. Per non fare rumore ha aperto la porta di casa con minuscoli movimenti, il tutto per mettere in frigorifero quattro cupcakes fatti su misura per me, come piacciono a me. E’ uscita di nuovo, nel massimo silenzio, per poi rientrare normalmente, così che io pensassi che stava arrivando in quel momento. Tutta ciò perché potesse, poi, farmi una sorpresa. Solo che io non ero in casa, in quel momento: ero appena uscita per andare a controllare come stessero le gattine.

… Ed ecco che manca un dato. Chi sono queste gattine? Da dove vengono? (Dove andranno?)
Ma comunque…

E quindi ho sentito prima A, perché la sorpresa di VB è stata posticipata alla sera. A mi ha chiamato, io ho risposto, e lei ha cominciato a cantare. Happy Birthday, Mr. President… E’ da più di dieci anni che la voce di A (beh, A nel suo complesso, riassunta nella sua voce) mi fa sentire come un nerd brufoloso improvvisamente coccolato dalle inaspettate attenzioni della più bella della scuola. Avevo una cotta per A, quei dieci anni fa. Ora non più. Ora la amo come si ama un essere umano che si conosce meglio delle proprie aspettative. Ma comunque la sua voce mi fa sentire il nerd di cui sopra, mentre mi canta Happy Birthday, Mr. President…
Poi ha chiamato L.
Mi ero detta che avrebbe potuto chiamare per “fare la cosa giusta”, nonostante una diffusa iconoclastia tra di noi. Non so festeggiare il mio compleanno, sapete? Fingo di saperlo fare. Ma la chiamata di L ha il valore di una goccia d’acqua nel deserto, anzi no, miele, di quello che ti cade sulla labbra ed è dolce e riesce anche a dissetarti. Ma è solo una goccia e la sete è rimasta, nelle ore, nei giorni seguenti. Quella sete che il mio fatalismo cataloga come “sentimento”.
Poi è arrivata la sera, e la mia incapacità di farmi festeggiare. Perché? Me lo sono chiesta. Me lo chiedo. Ho mangiato quel cupcakes riconoscendone l’enorme valore e non sapendo avere l’entusiasmo che VB ha vissuto nel farmelo preparare, nascondermelo nel frigo, farmelo trovare. Mi sono sentita di nuovo il nerd di cui sopra, ma per un’incapacità diversa. Poi al nerd è subentrata quella parte di me che si autocelebra lo sterno. Perché, sapete, c’è chi ha delle belle tette e chi un bello sterno, e io ricado nella seconda categoria. Un giorno riuscirò a far capire al prossimo a me sconosciuto che non le voglio, quelle tette grosse, e che amo il mio sterno. VB lo sa, e così mi ha regalato una collana fatta apposta per farlo risaltare. Come piace a me. Come lei sa che mi piace.

E questo sarebbe solo un modo di iniziare. Uno tra tanti. Ad esempio…

Avevo appena letto l’incipit del romanzo di I. Distopico futuro, due bambine che rimangono orfane prima che si abbia il tempo di capire di che male il mondo stia morendo. Bravo, I, me l’aspettavo ma non me l’aspettavo così. Mi hai avvinghiata. E mi hai inculcato dentro il fatalismo delle due bambine.
E così, quando quel venerdì sotto casa ho trovato due gattine miagolanti, ho sì cercato di agire con distaccato ottimismo. Dai loro cibo, acqua, non avvicinarti. Troveranno la loro strada. O la madre troverà loro. Intanto controllale dal balcone. E sono ancora lì, a sera, e nessuno sa da dove vengano e dove andranno…

O potrei iniziare dall’ultima cosa che ho scritto in questo blog: di come io ami andare sul mio balcone, in quella mia solitudine, a staccare foglie secche dalle piante.
Non ho scritto, allora, di come quella solitudine fosse minacciata da una presenza umana.

Femminile. Con un gatto. Vivente un balcone sotto, davanti al tuo, a meno di dieci metri di distanza da te. E ci si saluta, vedendosi entrambe accompagnate da gatti. Ci si scambiano, come vecchiette ma più impacciate, le poche parole che riescono a passare da un balcone all’altro. Quanti anni ha il gatto che vive con te? E quelli con te? E innaffia le piante, stendi il bucato, fuma. Poggia il culo sulle piastrelle, butta un occhio al balcone, alza la mano in un saluto intimo e distante. Non sei abituata a questa convivialità. Neanche a tale distanza. Non sei abituata a quell’essere una persona nella vita dell’altra quotidianamente, seppur lievemente, senza un motivo specifico. E così ti perplime e fa sorridere, questa situazione. Ti perplime e fa sorridere questo tuo modo di essere.

E poi, dopo l’incipit, dovrei passare al climax. Quando è avvenuto? Quando sono scesa, a sera, a prendere quelle due gattine ancora miagolanti, mi sono fatta mordere e graffiare per portarle a casa di quella semisconosciuta sapendo che avrei dovuto trovare loro una casa?
O il sabato in cui ho festeggiato il mio compleanno, in cui c’era anche lei, che ormai conoscevo di nome, e ho conosciuto più intimamente di quanto in una qualsiasi altra situazione avremmo potuto conoscerci solo grazie, in fondo, a due gattine raccolte dalla strada?

E facciamo un salto a questo presente frenetico che chiude cerchi, mentre aspetto una telefonata di G per accordarci per stasera. G a cui ho detto, la sera della cena, che mi spiace di questo mio apparire così fredda e distaccata. Mi spiace perché so di poter ferire le persone, con questo mio modo di esprimermi, o non esprimermi, quando a G mi sto affezionando. G che mi darebbe uno strappo a casa di P (a cui sono debitrice), dove nel frattempo sono finite sia le gattine che la donna che le ha prese temporaneamente in casa, lei che di problemi ne aveva già abbastanza. Non che i problemi manchino mai. E infatti avrei voluto iniziare a scrivere, tra i mille incipit, di quel signore che se ne sta su una spiaggia a poltrire e poi s’imbatte nella sempre irrisolta teodicea. E torniamo all’eterno presente di L.

Il signore sulla spiaggia smette di poltrire e, alzandosi, nota uno scarafaggio che, sul dorso, zampetta furiosamente per girarsi. Il signore, colto da compassione, si china e lo ribalta, lasciando che lo scarafaggio zampetti via. Poi ne nota un secondo, a un metro di distanza. Allora il signore si avvicina e ribalta anche quello, guardandolo fuggire libero dal proprio destino. E ce n’è un terzo. E un quarto. E al decimo il signore si solleva e guarda la spiaggia: l’intero litorale è coperto di scarafaggi sul dorso.

Non sono un’idealista. O, meglio, sono di quel genere di idealisti che non sa darsi limiti, e così diventa fatalista – e, nel mio caso, si rifugia in un vivere quotidiano che nel piccolo riconosce il grande. Uno scarafaggio. Le due gattine. Lorenzo morto che, nel sogno di stanotte, mi fissa senza occhi e non vuole saperne di sparire. La sigaretta che sto per fumarmi sul balcone staccando foglie morte, guardando una finestra dove non c’è più nessuno che – per sua fortuna – possa salutarmi.

Polpastrelli sulla carne nuda

Drain the whole sea
Get something shiny
Something meaty for the main course
That’s a fine-looking high horse
What you got in the stable?
We’ve a lot of starving faithful
Quello che mi annienta della dinamica vittima & carnefice non è la più ingiusta sofferenza della più giusta vittima, né tantomeno l’arbitrarietà che a prima occhiata non-giustifica l’azione del carnefice.
No, ad annientarmi è che vi sia una necessaria, strutturalmente necessaria, dialettica tra le due parti.
E che non si possa parlare senza avere una lingua comune.
Ogni colpo che porti, ogni colpo che ricevi, è la stessa parola appresa in due modi diversi.
E’ difficile essere sadici con una pianta. Non impossibile, ma più difficile.

Siedo sul balcone a fumare, il posacenere accanto a me per accogliere cenere e foglie secche. Ci sono piante, sul mio balcone, da qualche tempo. Tutto è nato da una cipolla di nome Nietzsche, che ora svetta con i suoi tre fiori pronti a sbocciare. Poi sono arrivate le altre – una conifera (non so quale), erba gatta, melissa, rosmarino, due piante raccolte per strada come animali abbandonati, che nella poca terra continuamente scossa dal vento hanno piantato radici.
Siedo sul balcone a fumare e stacco foglie secche. Lo faccio con cura: le stringo tra indice e pollice e tiro appena. Se la foglia si stacca, bene. Se fa resistenza, pospongo – la maggior parte delle volte.
Non è una forma di misericordia. Brutta parola, misericordia. La chiamerei com-passione, se potessi dimostrarmi che si può empatizzare con una pianta. La chiamo “osservazione” e basta. E deduzione. Perché se non posso cogliere certe sfumature anche nella più piccola e silenziosa pianta, allora ho poca speranza di cogliere alcunché. Non sarei qui – davanti al computer per la necessità di sputar fuori quel che posso sputar fuori – se non fosse possibile cogliere nel piccolo e prossimo ciò che è grande e distante. Inutile, mi dico, cercare di pormi dinnanzi a metafore meno metaforiche, a similitudini più simili, solo per dare più credibilità alle mie conclusioni. Basti la pianta. Basti la foglia che oppone o non oppone resistenza, e la mia scelta di strattonare o non strattonare. Quel che conta non è se tiro o se non tiro, ma che io lo faccia dando ogni attenzione all’atto – beh, ogni attenzione meno quella richiesta dal sacro gesto di aspirare fumo. Lontana da me, perfezione.

Torchia tornò nella natia Venezia con una sola maledizione: l’incapacità di prescindere dalla propria consapevolezza. C’era la Guerra dei Trent’Anni, allora, che infuriava in Germania e bla bla bla. Torchia tornava da quel bla bla bla in una Venezia in cui quella sua consapevolezza, che era riuscita a soppiantargli in parte l’anima, altro non era che un bla bla bla. Basta questo a renderlo un reietto ai propri occhi.
Non sono stata in nessuna Guerra dei Trent’Anni. Proprio nessuna. Neanche per sbaglio, metafora o similitudine. Non mi sono neanche mai rotta un osso – e ci tengo a sottolinearlo ogni volta, come una sorta di marchio al contrario: per ricordare a me stessa e agli altri quanto sono fortunata. Sono il campione dei nostri privilegi. Ho vissuto per anni con la tentazione di spaccarmene qualcuno per sentirmi più vicina a quel mondo che, statisticamente, di ossa rotte ne ha un bel po’. Ho travasato questa tentazione in Torchia e ho spedito lui in guerra, seduta scomoda sulla mia comoda poltrona, per poi osservare che cosa sarebbe accaduto.
Che cosa accadrebbe se…?
Chimica introspettiva. Per quella mia certa tendenza a vivere morbosamente il melodramma, gli ho dato un malus: l’ho reso ancor più incapace di quanto temevo di essere io stessa. L’ho reso un principino dalle unghie fragili, un fiore dalla vita breve – come quelli che, sul mio balcone, non resistono al vento gelido – e poi, sadomasochista, l’ho fatto sopravvivere. Facile cancellare le proprie brutture. Facile ricominciare da capo. Ma no, Torchia mi serviva vivo e sfregiato di ritorno alla natia Venezia.
Che cosa accadrebbe se…?
Non sono Torchia.
Non posso sapere che cosa io sia – la prova del fuoco della Guerra dei Trent’Anni l’ha fatta lui, non io – ma so di non essere Torchia.
E oggi so che forse Torchia avrebbe potuto essere tutt’altra cosa – non, ad esempio, lo psicopatico in cerca di remissione e annientamento che è divenuto. Oggi so che scarnificare un individuo non lo rende necessariamente più vero, ma solo più scarnificato. Ben venga per chi vuole conoscerlo nei dettagli, per chi ama ripassare in punta di polpastrelli l’anatomia umana; ben venga per costoro – da cui posso tutt’altro che escludermi. Ma non sono più così certa che la scarnificazione abbia il magico potere di rendere più vera e pura una persona. Non per la persona stessa.
Non te lo augurerei più, Torchia – ma ormai il danno è fatto, e c’est la vie.

Ma se fossi Torchia – se avessi avuto la mia Guerra dei Trent’Anni – ora mi sarebbe più semplice sputare su questo blog. Per quel non-so-che, sapete, che fa sì che ci si senta meno stupidi a parlare di sensazioni che derivano da situazioni che si conoscono nell’immanente materialità. Mi sento invece una sacca di riflessioni e sentori per procura. Auto-procura, suppongo. Se fossi Torchia, che nacque voyeur, me la sarei auto-procurata con quel morboso gusto con cui ci si prendono tragedie altrui sulle spalle. Come cercarsi la sifilide per poter dire che si è gran scopatori. Sarà pure un problemaccio fastidioso, ma vuoi mettere…? C’è chi si spacca l’osso del collo per vanti ben minori.
Ma non sono (più) Torchia: la procura è una conseguenza, non una causa. La causa è sacra e importante abbastanza per farmi ritrovare qui, oggi, a sputare sul blog quel che riesco a sputare. Ci avrei creduto, quando aprii questo blog a mo’ di diario pietistico, che mi sarei ritrovata a scrivere ermeticamente?
Ti amodio, vita, perché non mi fai mai annoiare.
Guarda a questa situazione, ad esempio, di una post-modernità esemplare. Dicono che per noi post-moderni il mondo abbia perso senso per troppa consapevolezza della relatività. Io me ne sto qui, comoda sulla mia comoda poltrona, a sputacchiare rimuginate parole con la consapevolezza che nel mondo esistono vite così tanto diverse dalla mia che, se dovessi trovarmi a viverle, probabilmente non le riconoscerei neanche come tali. E allora che cosa esiste, vita, se nulla è certo?
E fin qui tutto facile.
Ma siamo arrivati al post-modernismo 2.0. Quelle consapevolezze che prima erano ipotetiche – non perciò meno vere, per carità – si fanno ora tangibili come odori.
Cammino per il corridoio di casa – che conosco e conosco e conosco – e la consapevolezza di un altro mondo non si stacca dalle mie caviglie. Dalle mie cosce. Dalle mie viscere.
E mi basta una canzone, a volte – una canzone che non c’entra un cazzo, ovviamente, se non nella mia testa – per ripiombare lì, in quel modo di percepire il mondo. Che amo, e non per procura. Perché i polpastrelli sullo scorticato li ho passati, ed è esattamente come passare i polpastrelli su un qualsiasi brano di carne amata: mentre accarezzi causando brividi, i brividi attraversano te. Stupendi autogol.
E fin qui tutto facile.
Ma poi mi trovo a camminare per il conosciuto corridoio portandomi appresso sensazioni che non ritrovo attorno a me. Le vorrei ritrovare, ovviamente, per dialogare. Per comunicare. Ma mi sento come se avessi vissuto per un anno in Finlandia (un anno riassunto in pochissimi, intensissimi, giorni) e ora mi trovassi qui, unica e sola a parlare questa lingua. Perché altrimenti la si perde, sapete. E sarà pur vero – lo so per esperienza – che basta re-immergersi nel contesto per riportarla a galla ma intanto, cazzo, a quella lingua ci tieni. I termini che hai appreso ti hanno svelato parti di te che non conoscevi e/o non ricordavi (o che conoscevi e ricordavi ma avevi messo da parte perché monadi senza riflessi al di fuori di te – fino a quel momento), e non vuoi smettere di viverle. E così, monade, mi chiudo in me attingendo alla memoria – avrei creduto, io dissacratrice della sacralità del ricordo, che mi sarei trovata a fare ciò, vita? – per mantenere nel presente quella consapevolezza. Non perché sia bello averla in me. Il post-modernismo 2.0 ha trasceso l’asse bello/brutto, piacevole/spiacevole, similmente a come il post-modernismo di prima versione trascende l’asse giusto/ingiusto. La consapevolezza è e basta. Essa è. E in quell’essere c’è una bella fetta di me. Si può vivere senza, certamente. Ma si può vivere anche con tutte le ossa rotte.

E così siedo sul balcone, accendo una sigaretta, stringo una foglia tra indice e pollice e tiro.


(Testo tratto da: Take Me to Church, Hozier)

Scatoloni, giri di scotch e lame affilate come sogni molesti

Sono le 5:50 e tanto ormai sono sveglia.
Mi sono girata e rigirata sul letto come una bistecca sulla griglia, ma la cosa non mi ha fatta riaddomermentare.
Perché avrebbe dovuto?
Le cose non accadono da sole.

Era da tempo che non mi svegliavo da un sogno così tanto caricata da pensare:
Ecco, ora apro il blog e scrivo.
Era un sogno, ma aveva un fondo di realtà, ed è stata – credo – quella realtà a farmi svegliare, e quella realtà è una sensazione: che Lei non sia aggiornata. Che sia sfasata, fuori tempo, e che da questo scaturisca uno di quei drammi che quello stronzo di Baricco sembra tanto amare, lui e il suo lamentarsi che oggi le distanze sono ridotte e non può crearsi quella scollatura tra fatto e informazione che crea…
Che crea cosa?
Per quale morbosa sofferenza provi nostalgia, Baricco?

La cosa bella (leggesi: ironica), che mastico e rimastico, è che quella cosa a tre fosse, nella mia mente, un gioioso simbolo di cambiamento. Integrazione. Andare a letto con lui e con lei per non essere, quella volta, espulsa dalla vita di lei all’entrata del lui di turno. (E so che suona male, ma nessuna offesa per lui.)
L’ho scritto a P, approfittando dei toni melodrammatici che con lui mi permetto, sempre salvata in corner dal Dio Che Ride. Gli ho scritto: Siamo due Espulsi. Il problema del tono drammatico è che rende le affermazioni più assolute di quel che dovrebbero essere – e ora, a posteriori, immagino queste due creature mitologiche condannate a ripercorrere il mito dell’Espulsione. E non è ovviamente così. Ma è proprio tale visione di sé, il suo fantasma, ad avermelo fatto scrivere. Le narrazioni che ci raccontiamo. Le fiabe della cattiva notte con cui ci anti-esorcizziamo. Quelle che ce le fanno prendere con la realtà quando, per caso o meno, ci riconferma la superstizione.
Non sto dicendo che ho fatto una cosa a tre solo per il suo significato simbolico. Sarebbe ipocrita. E mi trovo, di nuovo, nell’infuocato terreno in cui bisogna schivare sia ipocrisia che semplistiche autostigmatizzazioni. I cinquanta milioni di sfumature di grigio della realtà. Non sto dicendo che quella cosa a tre era solo un simbolo. Lui era ed è di bell’aspetto. La cosa si presentava come allettante, anche se sapevo che non sarebbe stata semplicemente allettante. Sapevo che avrei passato buona parte del tempo a monitorare lei, un occhio cauto e attento a ogni minima vibrazione negativa, insicurezza, blocco, dramma prima che nascesse. Ho fatto una cosa a tre con l’intensità e la delicatezza di una funambola che stia eseguendo uno spettacolo che costituirà precedente. E non per la prestazione sessuale, ovviamente. Se quella nottata avrebbe dovuto essere il primo passo de ‘La mia nuova vita integrata in un rapporto di lei’, allora che fosse rappresentativa di tutto, in primis compreso il mio volere che lei si sentisse a proprio agio, non sminuita ma anzi fatta brillare da quel contesto, così come un diamante brilla di più se gli viene dedicato il giusto taglio.
So che – consapevolezza amara ma non così pressante, in fondo, e infatti quanto ci ha messo per essere espressa? – le file di persone disposte a vedermi fare una cosa a tre per amore del pensiero che ciò mi avrebbe permesso di essere integrata nella vita di lei non saranno così numerose. E’ come quando dissi che avevo tirato a M quel pugno non sull’onda dell’ira, ma con fredda premeditazione. Perché era il giusto gesto simbolico. Quello serviva. Il che non significa che in quel momento non ne abbia approfittato per scaricare un po’ di rabbia repressa. Il giusto rituale è una ricostruzione realistica, no? E che sia catartico, dunque. Non mi aspettavo, né ora aspetto, di essere creduta a braccia aperte. Non me l’aspetto con quella punta di sopportabilissima amarezza. E’ esattamente la stessa storia. So che la mia mancanza di sofferenza nel fare una cosa a tre, in una cultura in cui l’abnegazione mantiene diversi primati positivi, non gioca a mio favore. Soprattutto se c’è di mezzo del sesso. Ma tant’è. Continuo a pensare a quell’evento come a una vacanza promessa dai genitori e poi non realizzata. Con placida accettazione. Con lei potrei vincere le olimpiadi della placida accettazione – e non è una lamentela né un moto passivo-aggressivo. (E io odio fare discorsi pieni di negazioni, perché hanno sempre il suono di una tesi poco convincente. Ma tant’è. Sono una tesi poco convincente.) E’ la mia via per amarla, in un certo senso. Per poterla amare senza dover soffrire eccessivamente, e quindi per poterla amare e basta, perché una sofferenza eccessiva mi renderebbe difficile non sollevare alcun sentimento negativo tra me e lei. Sospensione delle aspettative? Può darsi. Sì, può essere una simile sorta di contorta strategia. E se ripenso alla cosa a tre è perché mi ricorda che non le so sospendere tutte, queste aspettative, e queste finiscono nei posti – apparentemente – più improbabili. Come una cosa a tre vista come proemio a una paradisiaca opzione di vita in cui un rapporto a due non rimette te fuori dalla porta.

Parlo al presente perché è il tempo delle evocazioni. Parlo al presente perché i sentimenti sono sempre al presente, quando li pensi. Ed è per questo, anche per questo, che una volta amata una persona la amo per sempre. Nessun bisogno che questa persona faccia qualcosa, a parte esistere – i miei ringraziamenti di cuore vanno alle persone per il fatto di esistere, nella stragrande maggioranza dei casi, no? E’ un amore dispotico, visto così, che se ne fotte della meritocrazia. Forse non è neanche amore (ma, suvvia, ‘amore’ ha tante definizioni quante le persone che usano questa parola, se non di più). Qualsiasi cosa sia, mi permette di avere il prossimo senza averlo. Al confronto, l’avere qualcuno nella propria vita è fatto vano e sfuggente, come ogni immanenza.
E che facciamo dell’amata immanenza, allora? Di questo svegliarsi alle cinque del mattino da un sogno mal digerito?
Lo sputiamo sul blog, ovviamente. Giusto per complicare il quadro.
E’ la Lokasenna che chiedeva tributo, disse postumamente – anche se già allora sembrava una tesi poco convincente.
Non è una Lokasenna. Ci sarebbero troppe cose da elencare, per rendere questo sputo di saliva senza terra una Lokasenna. Parlo del passato, che è passato e chiuso, e parlare di cose seppellite ci fa sentire più in diritto di sputare sentenze. Sarà una questione di non-aspettative. Sarà, forse, un laido modo della mia mente di distrarmi dal presente, che è complesso, incerto, multisfaccettato, parziale e in continuo movimento. Allora faccio un salto in soffitta – l’ho sognata ieri notte, la vecchia soffitta, che sgomberavo e pulivo e lucidavo per renderla abitabile, salvo poi realizzare che non aveva finestre – e apro e richiudo qualche scatolone. Doppio giro di scotch che tanto si può riaprire con la lama di una forbice, e pure con una certa eleganza. Il fascino degli strati di scotch tagliati che si accumulano. Ho segnato, sullo scatolone, l’anno in cui vi ho riposto il primo oggetto, ma non quello che ne sancirà la meramente (sì, meramente) simbolica chiusura definitiva. Vivo di scatoloni che accumulano scotch. Ho vissuto un’infanzia – mi ha ricordato il sogno di ieri – a fare incursioni in soffitta per cogliere oggetti con cui reinterpretare il presente. Ma che se ne stiano in soffitta, intanto, in stand-by, lasciando spazio al presente – quell’immanente sopra liquidato in fretta.

E così, alle 6:45, è di nuovo giorno.