nonsense

Kieler Woche(nende).

Rilassarsi è impossibile, perché è tutta una questione d’impostazione mentale.

B. mi guarda dalla macchina fotografica e mi dice:
“Organized woman.”
Ha capelli lunghi biondi e una camicia bianca sbottonata sul petto pallido. Ha quel genere di conformazione che – quando la luce è tenue – rende il busto una macchia chiara su cui qualcuno ha disegnato due cerchi rosei. Ha un sorriso che la parola “tenero” riassume bene, ma anche “dolce”. “Tenero” puzza d’intenzione di sminuire, e non è la mia.
B. ha le braccia appoggiate alla parete e guarda verso il basso, verso l’obiettivo, rilassato, candido. Nella vita gioca a fare l’alternativo moderato, ma adesso è troppo strafatto e rilassato per avere l’espressione di chi sta sulle sue. Gattona sul letto cercando un bacio e poi torna a terra con una cartina in bocca, e con candida indifferenza si concentra per chiudere una sigaretta.
B. ha decisamente l’aspetto del putto cresciuto solo per compiacere anche il pubblico adulto secolarizzato e mi dice con la voce impastata:
“Organized woman.”
Segno qualcosa sull’agenda e la ripongo sul comodino.

Colleziono frammenti che sanno di antipasto senza pasto a seguire. Sono quel genere di momenti che ricorderai sempre con piacere, perché non hanno avuto il tempo di rivelare la propria tridimensionalità. Sono scatti fotografici.

Sulla macchina fotografica, prima di B., ci sono foto da delirante party a tema “Moulin Rouge rivisitato”. In mezzo c’è un Pimm vestito da ginecologo che non c’entra nulla e sta benissimo così. Le foto di me in biancheria e collant a cavalcioni su di lui che tento di fargli togliere la maglietta (“Vuoi togliere quella fottuta maglietta?!”) in giardino sono sulla sua macchina fotografica, purtroppo. Io ho quella in cui mimo l’atto di infilargli la lingua nell’orecchio, mentre lui – indifferente come sempre – regge degli occhiali con stanghette rosa e azzurro prémaman.
Pimm è crollato a un certo punto della serata sul proprio letto, nella propria camera, la stessa dove era state messe le casse (aggiuntive) collegate al suo computer. Nessuno sa come abbia fatto a dormire, ma l’ha fatto. Alle 6 del mattino, quando B. ha accettato di rimanere a dormire qui (maledetta sia la mia gentilezza), in tre in un letto, ho con affetto pensato all’eventualità di infilarmi nel letto con Pimm e dormire angelicamente con lui.
Adoro Pimm (e chi non lo adora?) e i suoi genitori, sul cui yacht siamo andati sabato mattina alle 11, dopo il party, per partecipare alla regata. Alle 11:30 è stata aperta una bottiglia di champagne, poi è seguita della birra e poi il grog. Alle 14:40 sono saltata dallo yacht sulla banchina dei traghetti trovandomi davanti una folla di gente in attesa dei suddetti, corsa alla stazione, recuperato Al, e poi saltare di nuovo sullo yacht bevendo altra birra.
Avrei voluto portarmi anche il tizio quarantaquattrenne pelato e tatuato, a cui mancava solo una benda sull’occhio e una sciabola, che è pop-uppato in mutande e canottiera in camera mia sabato alle 9:30 chiedendo:
“Il tizio è ancora qui?”
Non ho ancora ben capito chi fosse. Lo sapevo, ma ho rimosso. Credo si possa dire verosimilmente che era un pirata.

E il fatto è: ci sarebbero troppe cose da raccontare e s’intersecano e confondono e alla fine stai abbastanza bene da smettere di essere analitico, oh tu mente paranoica.

Giovedì sera, a fine lezione, entro nell’ufficio del mio adorato emerito anglo-canadese con 3 minuti di anticipo. Mi guarda e sta per dire qualcosa, tace, sembra imbarazzato – sarò troppo in anticipo, gli serve ancora tempo? – esita, si decide, e mi chiede se possiamo andare alla caffetteria dell’università anziché stare nel suo ufficio.
Come faccio a non amarlo, dopo due ore e mezza di chiacchiere?
L’incontro era inizialmente pensato per discutere del tema del paper che devo scrivere, ma colpevolmente abbiamo divagato in maniera indegna. Mi ha detto che, se ho intenzione di studiare in Canada, posso rivolgermi a lui per la lettera di presentazione (si chiama così, in italiano? Uff) e nel fine settimana mi ha mandato due e-mails riempiendomi di informazioni dopo aver rotto le palle ad altri due professori.
Come faccio a non amarlo?
Me lo sposerei – se non fossi antimonogama, se non fosse un vecchietto e se non fosse indelebilmente britannico.

Con e dopo tutto ciò sono fottutamente piena di impegni e la spada di Damocle dello stress mi sussurra suadente che mi avrà. Che mi ha già, dopotutto, sono sua. Faccio esercizi fisici per sfogare ma il mio essere è così depauperato che sono regredita allo stato di scimmia. I piccoli diverbi quotidiani con VB vengono risolti con un filosofico “I don’t care” seguito da un sorriso rivolto a me stessa, tagliente a mo’ di minaccia, che sussurra:
“Scivola… Scivola…”
… In quei momenti in cui non ho voglia di confronti, di discutere, di parlare, di niente (tranne che di dormire) e al vuoto mentale corrisponde un prurito muscolare. È qualcosa che conosco. È la vecchia storia della persona eccessivamente speculativa che quando arriva agli sgoccioli cerca salvezza nell’opposto di ciò che la sua quotidianità è. Non sono mai stata così tanto impegnata con così tante cose diverse come ora, e probabilmente ciò accade perché sto meglio, e quindi posso reggere di più – e di conseguenza, essendo rinomatamente una persona moderata, continuo a fare quanto più posso. Non che sia male, a tratti, perché le priorità prioritarie sono così tante che quelle secondarie scompaiono, rivelandoti che non erano poi tal fonte di preoccupazione. Il pagamento, foucaultianamente, sta nella minuscola quotidianità, nel mio stringere i denti e contrarre mascella a mandibola fino a che non mi dolgono i muscoli. Da sveglia. Da addormentata non è cosa poi così strana per me. Piccole psicopatie ben inquadrate.
Ma ne vale la pena. Sempre.

“… E c’è questo bellissimo ragazzo disteso…”
“… Su una pelle di ghepardo.”
“… Sì, su una pelle di ghepardo – che è distesa su un triclinio.”
Tricheco?”
“Triclinio!”

“… E poi c’è questa bellissima fanciulla, che indossa questa veste del colore del… Hai presente la manta?”
“La malta?”
“La manta!”

Britney Spears.

Sono depauperata.
Sono a malapena me stessa.

Dopo ore di riassunti e studio folle mi sono fatta rapire dalla vista di un ragno che – grazie alla mia attività notturna, e quindi alla luce accesa – ha fatto caccia grossa di moscerini.
Ho lasciato un biglietto a Mater, che si commuove per qualsiasi forma di vita:

Nell’angolo vicino al divano c’è un ragno che sta facendo un campo di concentramento di moscerini.
Me lo togli?

Bisogna dare una motivazione conforme alla morale vigente per promuovere un’azione efficace.
(Mater che si spiace della morte dei vermi che talvolta – di rado, per fortuna – appaiono nel sacchetto dell’umido.)

Sto ascoltando l’inno britannico. Ma si può?
Comunque quest’uomo rimane il mio idolo. Panacea per le mie sinapsi provate.
Poi in classifica potrei mettere questo.
Poi questo, in loop.
Poi questa cazzata.
Poi un porno a caso, ma particolarmente kitsch.
Ah, poi vorrei dire che dopo l’esame (domani, ahah) mi vedrò Riddick – ma è una cazzata, appena dato quest’esame dovrò studiare per OE.

… Inno americano.
La Marsigliese!
Mameli!
Israele!
E Britney Spears.

Il mio delirare non è originale. È colpa della gente che conosco.

il bestia scrive: Mah.
Ð|ØSB|ØS scrive: Ja.
il bestia scrive: Senti, tu ti senti checca?
Ð|ØSB|ØS scrive: Ogni tanto sì. Tu?
il bestia scrive: Mh. Se c’è
Shane MacGowan nei paraggi.

Guardate com’è bella questa cosa.
(Stanno per arrivarmi due libri su diamanti e De Beers, uno su Haiti, due libri di narrativa – e non potrò neanche sfiorarli. Sigh.)

… E i risultati per il paper dovevano essere online ieri sera e non ci sono!
Sigh.

°-°

Mi è stata data una copia originale di The Chronicles of Riddick.
Diamanti, oro e guerra è sulla scrivania. Lette due pagine. Non ho tempo. Ma conta il pensiero e l’accessibilità – come dice OE.
Ho un Osprey (se non sapete cos’è un Osprey, voi… voi… voi…!!!) sulla Seconda Guerra Boera.
Ascolto in loop l’inno nazionale britannico, quello sudafricano e amo quest’uomo.
Il racconto con Horton e Kendall scritto con Hyoga finisce con:

"Amen."

Ho voglia di rendere il mio cervello così, perché de-siderarlo esclude a priori lo sia già, il che sarebbe un buon punto di partenza.
Ho 4 giorni per preparare l’esame di Sociologia.
Poi altri 8 per preparare quello di Economia. (Risata del pubblico.)
In mezzo ventimila (no, un po’ meno) e-mail a docenti e ricevimenti per l’Erasmus. Cortese dottoressa… No, professoressa… No, dottore… L’ultima volta l’ho salutata cordialmente, stavolta i miei saluti migliori…
Devo scopare.
Ma ho (ri)scoperto che quando sono sotto stress e non scopo faccio un sacco di esercizi, il che è narcisisticamente soddisfacente.
Però voglio una come lei comunque, o anche uno come lui. O entrambi, reificati o meno, per un ripasso di multiculturalismo in vista dell’esame.
Ho dormito tre ore.
Voglio un Death Note e un assegno firmato da Dio (ossia dalla De Beers).
Vorrei appendere alla porta della camera la curva gaussiana come rappresentazione della distribuzione del quoziente d’intelligenza.
Vorrei bere, ma sono troppo stressata per, e le ultime due volte che ho bevuto (di giorno) mi si è solo appesantita la testa (che depressione).
Non ho voglia di studiare il Fattore Orgware per OE.
Vorrei solo dirgli che non mi importa se, come dice lui, la cultura europea è buona giusto per combattere e annettere e depredare, mentre quella orientale è destinata a svilupparsi pacificamente, perché al momento dell’Oriente non me ne fotte un cazzo, se non che comprano diamanti anche loro come tutti gli altri, e amo spassionatamente la cultura africana, che è come dire nulla, perché mi riferisco a questo vuoto post-colonialista in cui è tutto da ricostruire.
Ciò nonostante, al momento non avrei voglia di essere in una Sierra Leone. E poi non ricordo se ci sono machete in Sierra Leone. Voglio un machete. È un simbolo letale. Non come oggetto, come simbolo. Ho deciso che il simbolo "machete" ha una sua rilevante importanza (o importante rilevanza, e via di ridondanza).
E dio esiste. Sono seria. Se perdere la fede significa non trovare più scopo nella vita, trovare qualche briciola di scopo significa aver trovato qualche carato di Dio – che come ben sappiamo non è quello con la faccia buona e pedofila dei manifesti e dei feticci, ma un insieme di paradossi. E ride. È fondamentale che dio rida, ricordatevelo. Se il vostro Dio non ride significa che non vi sta dicendo tutto. Ovviamente non basta che rida perché dimostri di essere Dio, anche Babbo Natale ride. E anche zio Fester.

Ah.
Avete (non tu, e neanche tu, però tu sì e anche tu) rotto il cazzo con la fobia della pederastia, quella che voi chiamate "pedofilia", includendo comunque una violenza che non rientra in automatico né nell’una né nell’altra.
È una psicosi ridicola, questo terrore dell’uomo nero stagionato pronto a trapanare gli orifizi dei vostri gonnabe grassi figli, in un periodo in cui va di moda il gothic-lolitismo e in cui il mercato delle creme anti-rughe è alle stelle.
Per chi ha figli (o non ne ha ma diventa civicamente impegnato in presenza di tabù e non quando cerca di fottere il prossimo nella piccola quotidianità), citerò una parte del libro sul genere che mi sta sfracellando l’intestino, che dice:

"Esiste presso voi mpondo un tipo di virilità che si esprime con la forza nei combattimenti?"
"No, questo non è essere virili, questo è essere assassini."

"Esiste un tipo di pedofilia che si esprime con l’impalare bambini a mo’ di spiedino con il proprio fallo?"
"No, questo non è essere pedofili, questo è essere stupratori."

“Amen.” disse Horton.

Scusate (di che? La lettura è una libera scelta), ma ho avuto un rigurgito di necessità di trasgressione. Gli aumentati controlli per il copyright su UTube, la censura aumentata in Rete e il clima da caccia alle streghe immigrate comincia a farmi temere che io possa un giorno stare zitta o evitare di agire come credo per timore di essere denunciata/censurata/ingabbiata.
Non ho nulla contro i vostri figli, né a favore (non sono pedo-fila, invero trovo i marmocchi ripugnanti, e non solo sessualmente). Se hanno compiuti i sedici anni, invece, parliamone.

(… Torno ai riassunti.)

Negotiate.

“Stai disonorando diamanti morti consumandoli su un foglio!”
“Sono un po come un verme che fa tornare la carne in polvere.”
“Mi inverti l’entropia.”

… C’è un senso alla base di tutto ciò, solo che è disperso in frammenti inconcludenti.
Come OE che ci dice che un sistema economico è tanto più ottimale quanto meno fomenta l’entropia.
Come il fatto che un report annuale della De Beers lo devi pagare se vuoi fartelo spedire via e-mail, e devi avere un’e-mail certificata.
E mi chiedo perché OE parli di antimateria ed entropia per spiegarci economia – no, in verità fingo di chiedermelo, non ha importanza. Ha poca importanza che l’ennesimo saggio per l’esame sia obiettivamente una palla: ci trovo e troverò interesse.
Dovrei dare poca importanza anche al fatto che domani c’è un matrimonio, così potrei andare a letto e dormire come se domani ci fosse il nulla.
Intanto mi chiedo in che modo Nicky Oppenheimer possa essere un uomo esemplare, una persona le cui parole seguire perché sensate.
Me lo chiedo perché da una parte ho reports su quanto male sia il commercio di diamanti in diversi Paesi africani, dall’altra ho Nicky Oppenheimer che parla di quanto ami e lavori per la sua Africa, in mezzo il saggio di economia che vuole confutare il mito per cui il Terzo Mondo si sarebbe impoverito in corrispondenza dei guadagni dei Paesi colonialisti.
OE, anziché darci saggi che di siano le basi dell’economia, ci dà saggi, articoli ed estratti che vogliono confutare le attuali basi dell’economia. Decostruiamo tutto – e chissà se finiranno le cose da decostruire, e se questa decostruzione sia posta prima o dopo la mia.

Libri che sto per ordinare:
1) The Heartless Stone
2) Seven Days in Haiti

Diatremi.

Aver finito di tradurre il fottuto articolo di sociologia dei consumi non ha prezzo.
Le ultimi&maledette pagine sono state accompagnate da un’intensa sessione di gioco di ruolo con Capi, che mi ha lasciato addosso un’immane voglia di scrivere e scrivere fino a giungere a un climax da far esplodere con mille riflessi – ma sono le due di notte e non ho scritti che siano vicini a quel climax.

Nella lettura di Diamanti, biografia di un’ossessione sono a un capitolo incentrato sul simbolismo e sulla pubblicità dei nostri cari diamanti.
Un diamante è per sempre.
Sul sito c’è un’installazione consistente nella scritta “A diamond is forever” fatta di rose. L’installazione ha fulcro nel fatto che le rose, di giorno in giorno, sbiadiscono e appassiscono – i diamanti, invece, no.
E io continuo a pensare di aver trovato Dio nella De Beers – non il mio, magari, ma un Dio capace di garantire l’immortalità sì. Non sai se, dopo la morte, tale garanzia sarà effettiva, ma intanto la maggioranza delle donne americane hanno ricevuto almeno un diamante in dono. Quella del prezioso come dono di fidanzamento (a livello popolare) quale primo uso è una tradizione giovane – prima, chi era abbastanza ricco da potersi permettere certi gioiellini, se li comprava innanzitutto per sé – l’anelito all’infinito è forse meno giovane.

Il fottuto saggio di sociologia dei consumi cerca di spiegare&dimostrare come il consumismo funzioni proprio ed esattamente perché viene criticato. La critica, in senso generale, permette all’individuo di interpretare il consumo all’interno della propria cultura, poi di reinterpretare la propria personale via di consumare, e porla all’opposto delle interpretazioni negative fatte del consumismo. “Il consumo è male ma io che ne sono cosciente non sono carnefice inconsapevole.” Peccato che tutti siano consapevoli. E magari non tutti sono consapevoli dei danni causati dalla smania di diamanti, magari non tutti sono inciampati in questa notizia, ma intanto la maggioranza delle donne americane ha ricevuto un diamante in regalo – e una pubblicitaria De Beers spiega come le pubblicità De Beers siano rivolte non all’uomo, ma alla donna. La donna deve essere sedotta dal diamante, e quindi sedurre l’uomo perché glielo regali – e sotto le feste la De Beers ricorda agli uomini che due mesi di stipendio non sono nulla al confronto dell’amore che provano per la loro donna.
È questo intreccio di consapevolezza incastrante, consapevolezza cinica, morale e romanticismo e buone intenzioni, questo amalgama irrisolvibile (non solvibile, che non può essere sciolto) a causarmi la morbosa curiosità che di norma causa una ferita purulenta e schifosa. La guardi per pensare: “Io non la voglio.” Ma la devi guardare per pensarlo – ed ecco che rientro nel meccanismo.
Ci sarebbe di che suicidarsi.
Ed eccoli lì, i diamanti, più vecchi dell’umanità, e che probabilmente la vedranno scomparire, intangibili e brillanti, panacea per il malessere esistenziale di chi si sente attraversato dal rifiuto intestinale del decadimento.
Circoli viziosi.
E se m’immagino un Oppenheimer (presidente della De Beers, come lo furono il padre e il nonno) cinicamente (in senso allargato, a partire dai greci passando per ogni forma di cinismo esistente, purché ammicchi a un’indecente voglia di crudezza) consapevole di questo meccanismo, non posso non farmelo stare simpatico.
Anzi, non potrei tollerare di saperlo non cinico.
Il pensiero che sia egli stesso parte del meccanismo, e non ne sia al di sopra, è come pensare che Dio abbia i peccati con cui l’uomo s’infanga. Ok, Dio è onnipotente, un Oppenheimer solo per modo di dire, ma il pensiero che l’uomo a capo di una De Beers (con l’influenza che la De Beers ha nel mondo) sia mortificabile è terrorizzante quanto vedere il boss cattivo di Pulp Fiction che lo prende in culo come tutti gli altri. Nessuna speranza, nessuna salvezza.

Ieri notte, portando fuori il cane, ho visto un ragno tanto tanto grosso e brutto (ossia ancora troppo piccolo, perché fosse grosso mi farebbe meno impressione, e bello, perché la mia ex aracnofobia è intrinsecamente collegata al fatto che trovo i ragni l’unica cosa esistente per cui usare l’aggettivo “elegante”).
Dopo qualche imprecazione per il sentire in me un fiotto di paura (“Toh, ecco la paura immotivata e stupida. Che disonore.”), ho stancamente pensato che, porca puttana, avrei sognato ragni.
E un ragno ho sognato.
Una pseudo-tarantola, per la precisione, che nel mio sogno faceva l’entrata nel momento in cui pensavo:
“Cazzo, il ragno!”
Perché, nel sogno, il ragno era un animaletto di compagnia, che avevo messo in una scatola per portarlo a casa. Durante il viaggio, lungo giorni, gli avevo dato da mangiare. Poi, da un certo giorno in poi, me n’ero totalmente dimenticata.
Correvo a prendere la scatola, e il ragno era un grumo morto.
Lo osservavo, e piangevo, e ci stavo malissimo, tra senso di colpa e dispiacere puro e flagellazioni auto-inflitte e via discorrendo.
Ora, di grazia, se una in un sogno si dispiace della morte del proprio nemico naturale (ossia, del proprio nemico a pelle), cosa significa?
Ho raggiunto la pace dei sensi…?
Sono gesuiticamente (parola usata a sproposito, ma si sa, i gesuiti spaccano) redenta…?
(Dov’è il mio regno, il mio settimo cielo, da cui contemplare per l’eternità l’eternità di un rifulgente diamante Dio?)

Vorrei essere una farfalla. Non perché sia colorata o perché voli o perché sia bella (invero una farfalla a distanza ravvicinata fa parecchio schifo), ma perché è piccola in senso fisico e temporale, e questa sua doppia piccolezza le impedisce di poter circumnavigare il globo, ali troppo brevi per una tale velocità rispetto al poco tempo che ha a disposizione.
Vorrei essere una farfalla di una di quelle specie che vivono un giorno e non concepiscono dimensioni che appaiono invalicabili ma che non sono l’infinito – e non serve neanche concepirlo, l’infinito, tanto anche la tratta Roma-Berlino diventa infinita.

Il sogno è stato invero assai provante. Ma anche la densa sessione di gioco di ruolo, se mi ci soffermo, è stata invero assai provante. Anzi, a dirla tutta, ambo le cose, assieme ad altro, sono provanti al presente, e solo al presente possono esserlo.

Ho voglia di parlare geneticamente di un Oppenheimer. Di metterlo su un trono, prendere la sua mortificabilità e buttarla con noncuranza nel cesso assieme a tutti i valori di cui è materialmente ricoperto, per dargli quelli che a me serve che abbia. Inchiodargli mani e piedi al trono perché stia lì abbastanza a lungo perché io possa ritrarlo come un Dio, poi buttarlo nel tempo e fargli fare una performance cristiana, con diatremi buchi nei polsi e nei piedi.
Forse perché sociologia mi ribadisce che la reificazione non è evitabile, che un Dio devi portelo, ma se proprio devi, ponitene uno che sappia sanguinare e che puoi costringere a comprenderti.
(Poi c’è il Dio che Ride, che è il mio, che comprende tutto in ambo i significati della parola “comprendere”, e che non ti darà mai alcuna soddisfazione se lo costringi a sanguinare, perché è un sado-masochista sommo che gode in egual modo di piacere e dolore.)
Se mi va bene, riuscirò a usare Van Beumer al posto di un Oppenheimer – in quello scritto con un hotel nel titolo. Al posto della croce avremo un bastone da passeggio con diamanti incastonati, ma sono certa che il simbolo sarà comunque abbastanza potente – se Cristo fosse stato impalato, nei nostri santuari ci sarebbe la stilizzata rappresentazione di un tizio con un enorme dildo nel culo?

Economistica.

Ho coniato il termine

ECONOMISTICA

… che è ovviamente economia + mistica.
E ciò perché per fare una lettura biopolitica dell’occultismo ho mutuato “self-fulfilling prophecy” dall’economia – adesso ci vorrebbe un pizzico di ingegneria nucleare, un filo di sociologia dei consumi e avremo un altro mostro mitologico post-moderno abortito.

8 ore di sonno in due giorni.
E questa notte mi sono infiltrata nel letto di War (che era il mio) dopo averglielo ceduto e l’ho fatto – attenzione dal pubblico, prego – per dormirci.
Distesa sul comodissimo divano mi sono trovata a essere nostalgica di ricordi collegati a una persona distante dieci metri da me in linea d’aria; per ciò, mi sono sentita stupida; per ciò, ho disertato il divano anche se ci avrei dormito meglio.
Sono commossa da me stessa. Seriamente. Adesso non ho le facoltà mentali per esprimerlo, ma è così.

E sono commossa anche dal professor OE, che spiega e si dice da solo che non causa interesse (quando non è vero), e che paziente mi dà consigli su un testo e sul dove acquistarlo con sconto.
Amo quell’uomo.
E l’amore per le figure portatrici di conoscenza è l’amore che mi spinge a volerle soddisfatte di me – quindi mi sprono a studiare.
E non lo sto facendo abbastanza.

La Yourcenar mi tiene compagnia nei viaggi in treno. In metro. Nelle attese pre-lezione. Per scacciare il freddo mentre fumo una sigaretta fuori dall’uni.
La Yourcenar di cui avevo letto L’opera al nero, colossale mazzata esistenzialista adorata dalla sottoscritta, di cui ho letto Memorie di Adriano (anche se per principio non volevo), di cui sto leggendo altri racconti e romanzi.
Inizialmente l’intenzione era di prendere un singolo romanzo, non la raccolta. Ma poi ho fatto un pensiero insolito:
“Tanto ti piace. Prima o poi li leggerai tutti.”
Pensiero dell’accumulo in previsione dei tempi a venire.
Previsione dei tempi a venire.
… Sto invecchiando, e lo attesta un’inconscia volontà di perdurare.

E ho sonno.