music

È Natale!

Sulla parete: di fianco a stampe anticate di navi, con nomenclatura annessa, compaiono cartoline di navi esistenti a tutt’oggi. Navi a Kiel. Ci sono nomi propri che ti ricordano che li ricordi, anche se non sapresti mai riconoscere la nave che li porta.
Sulla parete: una fake bambolina voodoo (ossia: una bambolina voodoo fatta in serie) pende con spilli infilzati qui e lì. Sono otto, per ora. La bambolina rappresenta VV, abbreviazione del nome di un personaggio creato da VB – e come noterete deve avere poca fantasia con le iniziali – che è stato rapito da una mia ispirazione mattutina mentre ascoltavo This Bitter Earth. Faceva moderatamente freddo ed ero a Kiel – ed ero alla ricerca di una trama a Kiel. Faccenda non facile, perché Kiel è perfetta e la trama doveva essere sul noir andante. Le nostri fonti d’intrattenimento si basano su presupposti negativi, ci avete mai pensato? Comunque, ambientare un noir qui è come ambientare un film di Visconti a Disneyland.
VV ha un carattere burbero e asociale. Sono personaggi che piacciono, certi esseri umani dal sapore amaro, e probabilmente piacciono perché sono per definizione preclusi, essendo asociali. Come rifiutano il genere umano, rifiutano trame messe loro addosso. Il cinismo porta alla piattezza. Continua a non essere facile immaginarmi del cinismo a Kiel, che vivo in tempo reale come certi vecchi vivono i ricordi d’infanzia. È la mia capanna sulla spiaggia, con un cane e un fucile per nemici che non arriveranno mai. Ma sto divagando.
VV non è un puntaspilli; le parti infilzate nella bambolina si riferiscono ad altri tipi di ferite. C’è il palmo di una mano bruciato, ad esempio. Un fianco scavato da una cicatrice, altro esempio. Il suo corpo è stato morbosamente ferito, come morbosamente io autrice mi soffermo nel decidere dove lo sia stato. Ripudio il criterio estetico e mi appello all’amore che ho per i simboli – lo dice la bruciatura tra le scapole.
Ho anche un fischietto da nostromo, che pende lungo la parete. Non che VV sappia usarlo, ma sa cos’è. Sa più cose di quelle che dovrebbe – e questa è la conseguenza del vivere tra navi senza mai darsi loro. Non so ancora cosa esattamente abbia fatto, per farsi ammantare da questo dubbio fascino che puzza di porto – adoro quella puzza, come adoro la puzza di Venezia. Anche a VV piace quella puzza – deve essere una specie di assicurazione contro il prossimo, che non stia troppo vicino a te. VV stesso non ha un sembiante allettante per i sensi – è un’altra assicurazione per la misantropia, una misantropia malevola.
VV subirà i limiti dell’autrice, e sarà uno straniero. Irlandese, ho pensato. L’Irlanda mi comunica una crudezza unica, vivace come fuoco scoppiettante.

Probabilmente riuscirò a vedere Shutter Island, infine. In tedesco, unica lingua disponibile. Ho testato la mia capacità di comprensione con Alexander, ed è andata abbastanza bene. Vogliovederlovogliovederlovogliovederlo. Il libro, portato qui da VB, attira la mia attenzione in maniera vergognosa – lo prendo tra le mani e lo sfoglio pregustandomelo e traendo piacere dall’eroticità dell’inconcludibilità (ciao, parole ri-assemblate a caso).

Chihuahua.

Property and “No Property”.
Titolo del saggio in lettura per la presentazione del libro Property. Saggio scritto da una giurista – e mi piace vagare di nuovo in queste acque.
Sono le 5:38 del mattino e il thermos da un litro di the è finito. Odora ancora di grog – sulla lista della spesa presenziano gli ingredienti per farne ancora. È da eoni che non ne bevo. È un problema direbbe la mia voce affetta dalla cadenza locale, che fa accentare la “e” di “problema”. Non ho alcun (credo) accento tedesco nel mio italiano, ma prendo cadenze, come se il tedesco fosse una varietà locale.
Lo è.
Inglese e tedesco sono varietà locali molto dissimili – italiano, francese e spagnolo non così tanto. La comprensione di una lingua me la rende famigliare, declassandola (o innalzandola?) allo status di dialetto.
(Si vede che non studio cinese…)

Mi sono fatta notare che seguo un regime forse un po’ ossessivo. Le lenzuola vengono cambiate praticamente ogni giorno, dopo la doccia. Scopare fa sudare – non è un motivo sufficiente? Non per giustificare il fatto che non mi sento totalmente a posto finché non ho fatto una doccia dal momento in cui mi sveglio. Ave, doccia. “Ich dusche mich.” è una delle frasi che i miei coinquilini sentono più spesso uscire dalle mie labbra – li si trova spesso in cucina, con amici vari, a chiacchierare e delirare. Li amo, dell’amore che si trova in un libro o nel resoconto di un vecchio, l’amore per un contesto. Li adoro come adoro la musica che il coinquilino carica nella playlist, lasciando la porta della camera aperta. Sembra di stare costantemente in un lounge-bar. A volte, invece, si esce dalla camera e in cucina ci sono dalle 4 alle 10 persone (chiariamoci: la cucina sarà tre metri per quattro), e sul doppio tavolo centrale ci sono montagne e colline e fiumi di bevande e cibarie. Esco con il sonno negli occhi e la mia tipica espressione da esiliato in vacanza su un’isola piena di marijuana e saluto, preparo un caffè facendo sorsi di birra.
I volti ormai sono i soliti noti, ma ogni tanto pop-uppa qualche sagoma nuova.
F. è una presenza fissa, e lo adoro – è difficile non adorarlo. VB ha detto che è una patata, ed è vero, sommamente vero, se riuscite a trovare quest’affermazione non offensiva o sminuente – F. è una patata ed è meraviglioso. Anche il tizio con la faccia da nazista lo era. Avete presente una faccia da nazista da film? Ecco, così. Il suo mostrare un vago interesse nei miei confronti (“Serena, vieni, Tizio vuole salutarti!” “Ma non ci siamo neanche presentati o sbaglio?”) mi ha divertito come mi avrebbe divertito sentirgli cantare Die Gedanken sind frei – e anche questa non è un’offesa, come potrebbe? Questa canzone è stupenda.
… Ma, tanto, non ho tempo.

La sospensione dell’incredulità e i telegiornali italiani.
Ho (ri)amato Altieri nel sentirgli dire che ci troviamo davanti alla sospensione dell’incredulità quando accettiamo per reale una rappresentazione ir-reale – o quando seguiamo un telegiornale italiano.
Linkai a Camilla questa canzone, dei Ministri, band italiana che conosco del tutto per caso. Il genere non mi piace neanche, ma mi trovo spesso ad ascoltare questa o altre (poche) loro canzoni. Mi sono spiegata il perché di tale controsenso nel momento in cui ho pensato che a Camilla – nostra eroina che vive all’estero scrivendo dell’Italia – avrebbe potuto interessare come esempio di “resistenza”. Resistenza. È un termine in cui inciampo spesso, da che i miei studi si sono incastrati in etichette come cultural studies. Non mi era mai venuto in mente che potesse essere adoperato in ambito italiano – ma i Ministri sono resistenza. Lo è anche la battuta sagace di Altieri. È difficile, in Italia, dire che esista una resistenza, perché fa parte del nostro carattere criticare chi ci sta sopra – parlate bene o male di me, basta che parliate di me.
Ciò nonostante, ci sono cose che si possono dire ancor meno. Non sono le più eclatanti, né quelle più vere – sono forse quelle più acute, forse, non saprei, sto cercando di inquadrare.

I miei incubi italiani persistono grottescamente, ossia: in grottesche forme. La mia sfera onirica ha riassunto (o forse censurato?) il mio problema italiano nel cibo. Tradotto: sogno di essere in Italia e non riuscire a mangiare perché trovo il cibo pessimo o insidioso. Datemi un Coppiere. VB si firma con tale epiteto, ma non vale: sia io che lei siamo abituate alle amarezze del forte vino del Bel Paese. I Ministri, o quell’Altieri, mi fungono un po’ da passeggiata al di fuori della caverna platonica – da pizzicotto per svegliarsi.
E, sì, continuo a odiarvi tutti – non tutti-tutti, tu un po’ meno di qua ma di qua mi ricadi nel – no se ho detto “tutti” sono “tutti” – no, tu non hai colpa, ma non è di colpe che parlo – no, responsabilità – no, diversità – no, abitudini – mala-abitudine, scimmie, decadenza – sono insostenibilmente confusa. Guardo il video con Altieri e osservo il docente che tiene la lezione – stavolta lo sento, il suo accento milanese – lo ascolto bene, interiezioni incluse, e leggo e parafraso: Ha appena detto che questa cosa che non si deve fare nessuno la fa e soprattutto voi che la fate ripetutamente davanti a testimoni non l’avrete mai fatta. Non è corruzione, è satira introiettata. Abbiamo introiettato la satira in massa. Cosa succede quando anche i politicanti introiettano la satira? È così ammaestrata da non riuscire più a essere feroce – quando si fa bestia pulciosa (un cane, diciamo) – viene sbattuto fuori dalla tavolata perché mancante di buone maniere. Insomma, anche il crimine ha le sue regole formali. Quando inculi il prossimo a sorpresa usa lubrificante, sii gentile, sì che possa dirsi che un po’ gli piace.
I tedeschi sono dei docili bambini in un Kindergarten – il loro peccato è la vergogna all’idea di essere redarguiti. Ciò nonostante, l’Italia pullula di scimmie. Strano e contorto percorso il mio, che iniziò con un odio feroce del colonialista che risolve l’Altro riducendolo a scimmia e facendosi portatore di civismo e progresso – e che mi finisce, qui, con me che vedo la mia madrepatria come un accampamento zulu agli occhi di un funzionario inglese. Che bello contorcersi su se stessi, nevvero? Le mie consolazioni sono il trovare nuove posizioni sessuali – un piccolo tesoro che mi porterò in Italia, e non potrà togliermi nessuno, il mio tesoro. Le nobili consolazioni, quelle che mi fanno sentire una persona seria. Non posso dirmi – tornando alla mia bizzarra sfera onirica – che in Italia porterò il bagaglio delle mie esperienze culinarie, perché in Italia non troverei gli ingredienti per cucinare come cucino qui. Non troverei la cortesia su cui scivolare verso lidi sempre migliori, un impegno a cui prendere parte, un rispetto che non mi faccia sentire presa in giro. Era bello, il video con Altieri, in cui il docente con poche e ben piazzate e ben conosciute battute ri-affermava l’ignoranza degli studenti, la loro pavidità e il loro essere ipocriti – sono cose che potete sentire tra le righe o esplicitamente a qualsiasi lezione – come lo studente a cui si parla non sappia nulla, non lo ammetterà perché è un opportunista (o un codardo) e non abbia interesse a saperlo, quel nulla. Forse è vero, chi lo sa? L’ho pensato spesso – si sa che vado più d’accordo con i docenti che con gli studenti, non a caso. Ma come si setta mentalmente una persona quando gli viene costantemente ribadito che ciò che è vergognoso, se si sofferma a pensarci? Gli studenti meritano, per come vengono dipinti, d’essere trattati come carta igienica.
In una e-mail ho ringraziato una docente italiana per la sua “preziosa gentilezza”. Lo è stata davvero. Non è la gentilezza data gratuitamente con i cordiali saluti, ma piccole accortezze sempre nuove che me l’hanno fatta amare. L’abbraccerei, una volta in Italia, ma sarebbe fuori luogo. Eviterò. Abbraccerò amici dimenticando che hanno parcheggiato in seconda fila per evitare di camminare due minuti in più, dimenticando le battute sminuenti che hanno sciorinato sul prossimo con un vago senso di colpa o forse senza alcuno, e non so cosa sia peggio, dimenticando che si sono auto-assolti per aver peccato e l’hanno raccontato a me per farsi assolvere anche dal mondo esterno, e immagino tutto questo sarà come scoparsi una puttana dicendosi che ti ama.

Ritualità e altre vanità.

In TV: documentario sulla comunità ebraica a Berlino.
Sottotitolo: devi vederlo.
Come ci si poteva immaginare, è costruito su luoghi della memoria – e ricordiamo quella settimana a Berlino per un seminario sui luoghi della memoria a Berlino, non solo ebraici per fortuna (anche perché quelli ebraici doveva trovarli il mio gruppo di quattro persone me compresa, con cui ho condiviso la poca voglia di risolvere il NS con cimiteri ebraici), che sarà massacrante.
Sveglia alle sette (o prima, dato che so che condivido una camerata con otto persone ma non so quanti bagni ci siano) tutte le mattine, in giro fino a cena. Gli orari sono calcolati di modo che si abbia dalle due alle tre ore libere giornaliere se si vuole dormire otto ore a notte; quando ci sono visite a musei anche di sera niente ora di libertà.
Non vedo l’ora.
(No, non sto essendo ironica; sono dannatamente curiosa di vedere cosa ne verrà fuori, se lo spirito comunitario tedesco farà tollerare la convivenza coatta a tutti o se ci saranno casi di idrofobia.)
Nelle orecchie: Primavera di Einaudi, che è parte della colonna sonora di The Reader (non ricordo mai se l’hanno tradotto A voce alta o se Ad alta voce), canzone appena caricata sull’Ipod assieme a Palladio di Jenkins (Un diamante è per sempre), ad Uprising dei Muse (che ascoltavo quest’estate, e al mio ritorno in Italia ho scoperto che qui è un tormentone da qualche mese) e a un pezzo di nome, credo, Egg, gratuitamente passatomi alla cieca da VB.
VB mi raggiungerà a Kiel a fine gennaio (se sopravvivo alla settimana berlinese), con CV in inglese e appartamenti da visitare. VB che cominciò a studiare tedesco l’anno scorso per lavoro e che tartasso con questioni di pronuncia (“Quella ‘e’ non si pronuncia ‘e’! È una schwa! E la ‘s’ corta!”) mentre io ho ancora feroci problemi di cadenza.
E penso:
Sta per fare freddo e sta per fare caldo.
Kiel, in inverno, non è molto più fredda rispetto a qui, ma c’è un vento inesorabile.
Kiel, in qualsiasi stagione, e la mia camera in cui se mi muovo posso andare in giro in maglietta – quanto, quanto, ho sofferto il freddo in questi giorni.
Domani – cioè oggi, dato che è notte – sarò a Monaco per le due e mezza del pomeriggio, lascerò i bagagli a Sebastian o ai depositi bagagli (servizio offerto dalle ferrovie tedesche, previo pagamento) e mi farò un giro nella ricca città-stato tedesca. Perché nessuno si sofferma mai sul fatto che la Germania ha tre città-stato? Anyway, giro nella ricca München il cui centro sembra vecchio ma è ricostruzione nuova di quello vecchio abbattuto, cena con Seb e forse sua sorella.
Il giorno dopo partenza per Hamburg, e infine Hamburg-Kiel.
Il giorno dopo, l’inferno.
Un dibattito in inglese da improvvisare, due presentazioni da discutere, e burocrazia urgente per l’affitto e il prolungamento del soggiorno.
Sto cercando di figurarmi giorni più rilassati di quelli che mi sono lasciata alle spalle lì, anche se il pensiero logico mi porta a conclusioni più impegnative – proprio perché il pensiero logico mi porta a ciò mi ribadisco aspettative tranquille. Ho bisogno di coccole, dell’unico genere che nomino: quelle della bestia che si lecca in solitudine.
Perché so che mi sentirò molto, molto sola. Perché queste quasi tre settimane in Italia mi hanno lasciato dentro la consapevolezza di un vuoto, di uno slot sgombro come un piatto di carestia, e quindi rimane Kiel – quella Kiel nella quale negli ultimi due mesi mi sono isolata per studiare. Circondata di solitudine – che potrò colmare, ma più avanti. Molti tornano una settimana dopo di me, e andrò ad abbracciare Marcus e farò qualche progetto di svago – ci siamo ripromessi di andare in una discoteca etero. Abbraccerò Laura che nel frattempo si è fidanzata e che è tenera così, con quella faccia da britannica vittoriana da foto di famiglia – e che ha motivo di avercela con me, dato il mio isolamento.
(Ommioddio, in questo void sociale ed esistenziale la mia mente ripesca britannici. Ommioddio.)
Ma ci sono anche i francesi, chiamati “i francesi” in tutte le lingue lì parlate – i francesi di cui non ricordo tutti i nomi e comunque non saprei scriverli (dovrei controllare su Facebook e non ne ho voglia), ma di cui uno fa tenerezza, con uno c’è una simpatia tagliente, l’altro un moderato e piacevole buon discorrere.
E ci sono… E ci sono…
… E basta elenchi di nazionalità – pessimo influsso dei corsi di lingua che inneggiano alla multiculturalità ribadendo le differenze culturali.
Mi sento in un punto pericolosamente instabile della mia vita e, accanto al prenderla con filosofia e con un po’ di cecità, mi dico che perlomeno accade mentre sono a Kiel e non mentre sono in Italia. Sennò affonderei – no, corretto: affonderei se sapessi di non poter tornare in Germania o dove per lei.
La Germania funge un po’ da capro espiatorio (tanto c’è abituata): tu, oh stronza, che mi hai fatto realizzare che.
Che cosa esattamente io abbia realizzato non lo so, lo sanno le mie sensazioni. Il mio umore al mattino in queste settimane, il mio fisico impigrito e malaticcio (è da due settimane che ho una specie di pre-maldigola), l’accidia e l’irresolutezza. E un ben conosciuto senso di inutilità, ovviamente.
Anni fa un mio amico A, parlando di un mio amico B, disse:
“Il problema è che il suo cielo e la sua terra sono troppo distanti.”
Non so che volesse intendere, so cosa intesi io: che le sue aspettative e le correlate realizzazioni erano troppo distanti.
Feci, pochi giorni dopo, un discorso a un’amica C, dicendole che la vita va a fasi di sincronizzazione: prima bisogna sincronizzarsi con sé stessi e trovare il proprio baricentro, poi sincronizzare il proprio baricentro con quello del mondo (del mondo in cui si vive, dalla propria cella alla città al mondo intero).
Glielo dissi da persona che aveva avuto critici problemi nel sincronizzarsi con se stessa, bastanti a ribaltare se stessa e un buon quantitativo di cose e persone attorno a sé. Ma alla fine ce l’ho fatta.
Il mio problema attuale deve riguardare la mia sincronizzazione con il mondo.
Ho convinzioni troppo salde su di me. Per quanto io possa dire e ribadire che io sia incapace di giudicarmi, e che alterno grande stima a gran disprezzo, infine mi salvo sempre. Mi difendo sempre dal prossimo – quelle rare volte che il prossimo arriva a raggio e mi colpisce. Ci devo tenere, a questa cosa che è me e Me. Ci devo credere, per dirla più correttamente – quando credi a qualcosa e per quel qualcosa sei disposto a sacrificare tutto il resto.
Ma la sincronizzazione con il mondo…
Il soggiorno a Kiel, con tutte le incapacità e i muri e le incomprensioni, agevola tale sincronizzazione. La rende più soddisfacente.
Forse perché non sono mai stata capace di fare della mia cerchia di persone care un mondo; non so esimerle dai miei spietati giudizi, non so “salvarle” da ciò che credo siano. Non è in loro che cerco me.
Non che io cerchi me in Kiel – graziosa cittadina, Kiel, in cui passerei molti mesi ma non una vita – graziosa perché ha un porto e da lì puoi partire, che è un bel pensiero – ma Kiel è un “mondo” abbastanza grosso da fungere da Mondo, al momento.
Più grosso del mio vicinato, che seppellirei per metà – la metà autoctona, circa. Amo il mio quartiere a Lecco, quattro vie e infinite auto, che adesso ha un market cinese, un alimentari greco e un fruttivendolo (nord?)africano. Sono affezionata a tale Babele – perché non sento il bisogno di avere una cultura che mi accomuni con il prossimo, ma di quella coltivata me, che assieme alla Me di sottofondo, si interfaccino al diverso prossimo per trarne il più possibile. Si fotta la cultura. Si fotta quella intesa come superiorità intellettuale e quella intesa come aggregante sociale. Lasciate la mente collettiva ai Borg, gli spaghetti italiani agli americani e la birra tedesca ai turisti dell’Oktoberfest. Senza turisti e viaggiatori che inseguivano tutto tranne che la propria cultura non avremmo un’idea così precisa delle culture altrui e della nostra. Sono gli introiti della Barilla a fare la cultura italiana nel mondo, Italia compresa, non il vostro attaccamento alla purezza dello spaghetto.
Ma sto divagando – il che mi ricorda che io sono sempre io.
Anni fa, più anni fa degli anni fa prima citati, una donna che ha avuto un ruolo strano nella mia vita, nel senso che mi avrebbe voluto nella sua ma non in quella di sua figlia, mi regalò una moneta con sopra una nave.
Era un pezzo raro a causa di un errore – la nave era stampata nel verso sbagliato – o forse era un errore voluto, chi lo sa?
Mi diede questa moneta con l’augurio di un buon viaggio, e non dovevo partire. Forse si augurava che mi levassi dalle palle? In tal caso me lo augurò con un affetto mal coordinato con l’intento.
Non so dove sia quella moneta ora. Da qualche parte. Ai tempi stavo leggendo Rimbaud e le diede un ancor più intenso significato, e perciò la misi così al sicuro che non la trovo più. Non è mia abitudine vivere di ricordi, e così li dimentico in giro non appena li faccio diventare tali.
VB, qualche mese fa, mi ha regalato una bussola nautica. L’ho qui, ora. Presa dalla libreria dove era stata riposta, perché una bussola in una città – anche se straniera – ha poca utilità.
Le dico spesso (a VB, non alla bussola) di non farmi regali inutili, perché non sono il genere di persona che sappia dare loro un senso. Li metto da qualche parte e lì li dimentico, ben riposti, lamentandomi quando, sistemando la camera, mi trovo piena di questi oggetti che non si possono buttare perché non ha mai avuto senso tenerli.
Ma la bussola, forse, sfuggirà a questo destino, finendo al fianco della moneta.
Se la bussola si volatilizzasse sarebbe come se avesse raggiunto il suo scopo: divenire un puro simbolo. Un oggetto bruciato sull’altare per essere sublimato. Mi piace pensarla così – ma non sono una persona che sappia seguire molti rituali, come non so seguire i ricordi, e così non dipenderà da me il destino della bussola. Indago troppo il rituale per farne uno esplicitamente.
Ma ora è tempo di un rituale obbligato: finire di fare le valigie.

General Delaray.


Black black heart why would you offer more
Why would you make it easier on me to satisfy
I’m on fire I’m rotting to the core
I’m eating all your kings and queens
All your sex and your diamonds

Sulla scrivania: tazza di caffè con zucchero dello Swaziland, preso per il semplice fatto che viene dallo Swaziland (consumismo da fan di posti improbabili e sconosciuti – promemoria per conoscerli meglio).
Cinque e qualcosa del mattino, sveglia presto per una valigia molto esigua da preparare. Il bagaglio più ingombrante è composto da pacchetti regalo – un sacchetto pieno di colori come un incubo di Carroll.
Ieri ho passato venti minuti gratuitamente a dire cazzate al telefono con C., dopo due per accordarci per oggi. Strana creatura, C., che in compagnia starei a osservare facendo da silente pubblico, e che quando un pubblico non c’è ha un modo di comporre frasi molto più… timido. Non che lo sia effettivamente, lo è per confronto rispetto alla performance che fa quando ci sono più di tre persone.
C. è quel genere di persona con cui il rapporto inizia saltandosi al collo. A mani nude, però, con un’affilata simpatia, o un’opinabile cortesia. Quel genere di rapporto che, se va oltre al primo giorno, si setta poi su una media rassicurante, senza alti e bassi, con limiti già posti silentemente dal principio e molto lontani, abbastanza da non doversene preoccupare.

Oggi sarò in giro con tre persone che ho presentato tra loro (tranne due, per cui sono mediatrice solo indiretta >_>), e ciò mi conferisce la rilassatezza che di solito si accompagna a questi "eventi". Sarà che sono fiera delle persone che conosco, ma raramente mi trovo a dovermi preoccupare che due persone che frequento possano non piacersi, o piacersi poco. Sono abbastanza fiera delle persone che conosco da reputarle i più bei "doni" che abbia mai fatto ad altre – sarà che la conoscenza di alcune delle persone che conosco è tra i migliori doni che abbia mai ricevuto (da altri, da Dio, da Mr. Caso).

Ieri "shopping in periodo di saldi", che per la sottoscritta significa "acquisto di più di un capo" – due, per la precisione.
La stagione autunnale nella mia testa è qualcosa di serioso quanto non lo è l’estate: lo dice il taglio dei pantaloni e della camicia a maniche corte. Il colore dei primi fa invece dire a mia madre che ho molta fantasia, dato che da un po’ di tempo a questa parte opto per "tutte le sfumature del kaki". Ma smetterò.

Want my vrou en my kind lê in ‘n kamp en vergaan
En die Kakies se murg loop oor ‘n nasie wat weer op sal staan

Perché mia moglie e mio figlio stanno morendo in un campo e il sangue dei Kaki scorre su una Nazione che tornerà a sollevarsi.
Canzone boera, in Afrikaans – ossia canzone per Afrikaner nostalgici.
Il campo è un "campo di concentramento" (qualsiasi cosa sia), perché come ben sappiamo se li sono inventati gli inglesi e non i tedeschi.
I Kaki sono gli inglesi, infatti, così chiamati dai nostri amati (…) boeri. Prima venivano chiamati "aragoste", e non dai boeri, a causa della divisa rosso fuoco – poi gli inglesi hanno capito che girare per il deserto così li rendeva un po’ troppo visibili dai nemici. Sagaci inglesi.
Amo i boeri, perché hanno fatto inventare agli inglesi i campi di concentramento e ne sono stati le prime vittime nella storia – poi hanno preso il potere e hanno creato l’Apartheid, e qualsiasi vittimismo è stato nullificato.
Adesso che l’Apartheid è stato smantellato (politicamente), e i boeri-Afrikaner fanno parte dell’esiguo 10% bianco vivente in Sud Africa, credo si stiano (francesismo) cagando in mano.
Non possono né starmi simpatici né starmi sul culo. Per questo li amo.

La canzone, Delaray (De La Ray, boh) viene cantata da persone di tutte le età. Su internet trovo poco – qualche video con gruppi di bianchi che la cantano ondeggiando, fiere – interviste che parlano dell’orgoglio di una cultura, che negano altri significati, che li sottintendono o che non lo fanno. Trovo questo, e non so come interpretarlo. In Sud Africa c’è troppa, troppa roba. Troppo poco pubblicizzata. Quel che trovo in giro sugli Afrikaner è poco materiale che si vuole distinguere utilizzando una lingua – l’Afrikaans – usata come mezzo culturale.
Questo è il sito dell’Afrikaner Weerstandsbeweging, e folkloristicamente c’è in Afrikaans, italiano, tedesco, ma non in francese – e fino a poco fa non c’era neanche in inglese.

La nazione Boera è una nazione. Questa verità naturale non può essere cambiata, né con leggi di uomini né attraverso una costante disinformazione, la nazione Boera non è la nazione Afrikaner. La situazione per cui una nazione, che fu internazionalmente riconosciuta, sia oggi privata di tale riconoscimento e considerata solo come parte della razza Bianca è totalmente inaccettabile. Se riconoscerci come nazione, con il diritto all’autodeterminazione e ad una nostra patria, potrebbe per qualcuno costituire un pericoloso precedente, non c’è dubbio alcuno che impedire ad una nazione, come nel nostro caso, di godere del diritto naturale all’autodeterminazione sia un crimine contro l’umanità. Una nazione può essere una nazione soltanto quando è libera di parlare nella propria Lingua, quando è libera di prendere le proprie decisioni e di scegliere il proprio destino, associandosi con chi vuole, praticando liberamente le proprie tradizioni e coltivando la propria cultura e… ancora di più.
Per tornare ad essere completamente una nazione, dovremo essere in grado di prendere le nostre decisioni, di guidare un nostro governo, nel nostro paese; allora, potremo affidarci al nostro patrimonio culturale. I nostri bambini cresceranno come Boeri, e i Boeri torneranno ad occupare il proprio posto naturale in mezzo alle differenti nazioni.

Che casino…

Singulti e non.

Negli ultimi mesi il nome “Sebastian” si è associato a un mio personaggio, che prima di essere una persona è un concetto: il Pietismo. E ciò perché pietista è bello, purché non sia il tuo vicino di casa, perché credo sia arduo decidere chi sia peggio tra un puritano e pietista.
… Comunque.
I pietisti hanno partorito quella bellissima cosa chiamata diario pietista, che consta di un diario (e fin qui…) che il pietista usa per mantenersi linda la coscienza, tramite trascrizione e analisi dei propri atti.
I pietisti spaccano, ma avrebbero spaccato di più se i loro diari avessero avuto come terzo requisito l’essere pubblici – ma erano tedeschi, con un’intimità cocente da conservare ben protetta, e quindi il diario pietista è stato uno dei germi del solipsismo post-moderno.
Il fatto che il mio, di diario, sia pubblico, non gli evita di essere un po’ pietista, ma neanche di essere un po’ solipsista.

Stasera Sebastian – quello in carne – mi ha contattato.
Il personaggio Sebastian si chiama così perché lo partorii a ottobre, in viaggio verso Monaco, verso casa di Sebastian. Questa è l’unica cosa che li collega l’uno con l’altro – oltre agli occhi azzurri come limpide pozze d’acqua, quel genere di pozza che – con la giusta luce – ha un che dello spirito ispirato o invasato.
Sebastian mi ha contattato e l’ho trascinato su Skype con Capi.
Sebastian mi ha detto che la sua famiglia probabilmente prenoterà un tavolo alla Wiesn (Oktoberfest), ma il tavolo è da da 10 e loro sono solo in 5, e io ho trovato molto molto tenero il pensiero. Non perché abbia semplicemente pensato a me, ma perché nel periodo Oktoberfest casa di Sebastian è un’isola a cui molti vorrebbero approdare, porto in cui sostare per passare qualche giorno a scolare birra.
Sono onorata perché la famiglia di Sebastian è squisitamente tedesca in superficie, ossia: se li prendi tutti assieme e fai una bella foto di famiglia sembrano inequivocabilmente deliziosamente tedeschi, e ciò è stupidamente molto divertente e confortante (Madre Germania che conforta).
Su Skype Sebastian ha raccontato per la terza volta l’aneddoto degli sbirri che l’hanno fermato alle 8:15 del mattino, ho sospirato e ascoltato allietata Capi morire dal ridere. Allietata ho ascoltato l’italiano con pesante accento Est-Italia con qualche parola dialettale infilata di Sebastian e quello romanesco di Capi, godendo della mescolanza.
Ho detto a Sebastian, che ha ribadito che mi farà da guardia del corpo anche al prossimo Oktoberfest, che stavolta vorrei essere lasciata libera di essere stuprata da venti persone in gruppo, scherzando sull’estrema pericolosità di quella festa (venti poliziotti ogni cento metri: il rischio è di inciampare in un poliziotto). Madre Germania che protegge (che tu voglia o no).
Spero che i due socializzino. Hanno un modo simile di prendere le cose con filosofia, e poi i loro accenti si incastrano bene.


Ieri sera, consumando una cena veloce, un film di risibile categoria passava in sottofondo – uno di quei prodotti che devono avere di tutto un po’, e tutti questi po’ devono essere presentati per risvegliare l’emozione correlata.
Non ricordo neanche quale fosse la scena, so che aveva un pizzico di angoscia e tristezza e paura, solo un pizzico, e il mio corpo ha scavalcato in velocità la mia mente facendomi contrarre in una specie di singulto.
Ho alzato un sopracciglio e mi sono chiesta che genere di follia sia questa, sotto che nome potrebbe andare il vivere emozioni come singulti o rutti che arrivano senza preavviso e poi non lasciano tracce, se non in perplessità.
Mi è tornato in mente The Reader, il libro, in cui il protagonista descrive esattamente questa psicopatia, e mi sono domandata se – risalendo per la mia e la sua esperienza – si possa trovare un punto in comune che possa spiegarmi di che ridicola malattia soffro.
Penso a quelle persone che soffrono del non poter controllare emozioni che sarebbero di per sé normali – paura, ansia, commozione generica – ma che si etichettano come patologiche in quanto spuntano a caso eludendo ogni controllo. Mi chiedo se la malattia sia l’emozione in sé o se tutte queste emozioni folli che si sparano da sole in superficie non ricadano sotto il generale terrore di non avere il controllo delle cose.
Non ce l’ho con il mio corpo se mi fa emettere singoli singhiozzi a random – non gli concedo mai di esternare emozioni in modo sfogante, assegnandogli compiti molto più noiosi. Vorrà sfogarsi, e per farlo si attacca alla minima stronzata. Potrei – da psicopatica urbana – programmare stronzate di serie zeta da dargli in pasto ogni tanto, di modo che se ne resti quieto quando voglio io.
Ma non mi va.
Troppo facile, forse.
Rischierei di farlo cicatrizzare così, prendendolo per il culo anziché capire che cosa vuole dirmi. Me lo immagino in una gabbia in attesa del pastone serale, narcotizzato per il resto del tempo.
Non so se sono una persona controllata. Il sentirmi ogni tanto dire che anche io sono umana con un certo compiaciuto stupore mi fa supporre io abbia una qualche forma di controllo, ma non so esattamente di cosa.
Quel che so è che non voglio essere il genere di “persona controllata” che nasconde nelle tasche del completo cartacce appiccicose di cioccolatini. Sarebbe poco pietista.

Comunque, quando quel singhiozzo storto mi è passato attraverso, mi sono sentita come la protagonista di quel racconto di Lovecraft, quella che assembla un puzzle, e solo all’ultimo si rende conto che il puzzle ritrae lei che sta assemblando il puzzle, e alle sue spalle, oltre i vetri della finestra, c’è un uomo.
Quel che non so è che cosa ho pensato di quell’uomo. Né so se vi ho riconosciuto qualcuno.

Catarsi insoddisfatte.

M pa etidye sa a liv.

Sottotitolo: il libro di storia economica mi sta uccidendo. Resiste, tenace, dopo un mio assedio che l’ha ridotto a poche pagine, e lancia ultimi disperati tentativi con una mira miracolosamente precisa.
Bramo la sua fine, il poterlo chiudere e mettere da parte; bramo Small is beautiful; il successivo, forse solo perché sarà qualcosa di diverso.

Stamattina alle 11:30 la mia sveglia è stata Capi. Sveglia su richiesta. Quella folle donna che una mattina si è svegliata alle 6 per svegliare me.
Ieri, restituendo il favore, l’ho svegliata all’ora richiesta (tanto io non avrei dormito, quindi il mio sempiterno forse applicabile a ogni promessa non lavorativa poteva essere scansato), così:

"Buongiorno, signor Van Beumer. Mi spiace svegliarla, ma il signor De Beers mi ha appena spedito il riepilogo dell’attività per il 2008, che registra vendite per 6888 milioni di dollari. Mi ha detto di riferirLe che anche quest’anno la De Beers ha vinto."

Non ho invece trovato l’origine dei diamanti di For the Love of God. Il diamante rosa centrale viene dall’Angola, quindi sapere che viene dalla De Beers è una moderata certezza (in Angola si chiama Endiama-DeBeers, ENDEB, joint venture – l’Endiama è la compagnia nazionale angolana), ma i restanti 8601 Dio sa da dove vengono. So dove sono stati lavorati, e lì finisce il percorso.
L’altra estremità del percorso, ossia quella dove si pone la vendita, pure è mozzata: non si conosce il nome del compratore.
Se io fossi la De Beers, l’avrei fatto produrre e me lo sarei poi comprato prima che a qualcun altro venisse in mente di mettere sul mercato un simile pezzo unico.
Fare pubblicità ai diamanti significa fare pubblicità alla De Beers – fare pubblicità alla De Beers significa fare pubblicità ai diamanti.
(Ovviamente la De Beers mi serve come paradigma; che sia una delle quattro sparute società dell’industria e che detenga la fetta maggiore del commercio internazionale la rende un paradigma che necessita di poco sforzo per l’applicazione sulla realtà.)

Ho guardato The Reader:

E consiglio a tutti di guardarlo.
Semi-spoiler.

Fuck.

Ascoltare questa canzone è sempre catartico – e io uso spesso questo termine a sproposito, perché usarlo è catartico a sua volta.

In corso: riassunti de La costruzione del maleknow-how della reificazione dell’Olocausto. Shoah. Sterminio. Genocidio. Alexander che parla della necessità di universalizzare l’Olocausto per poter far avvenire la catarsi. Un dramma nietzschianiamente in eterno ritorno, che viene rimesso in scena nell’intimo degli spettatori, un po’ per esperire il male in sé, un po’ per vederlo redento nella figura della vittima ebrea sterminata.
E nel libro a fianco Tel Aviv figura con altre tre sparute città come capitali del commercio di diamanti.
La somma stupidità di un testo come quello di Closer è una catarsi senza troppe pretese, dopotutto.

I want to fuck you like an animal
I want to feel you from the inside
You get me closer to God

Poi passerei a degli angelici Stratovarious per godermi una me stessa purificata.

Ed è colpa di una specifica persona se mi sono rimessa ad ascoltare canzoni che le mie orecchie non assaggiavano da tempo.
A tal proposito, c’è una foto che volevo ficcare da qualche parte perché mi è piaciuta dal momento in cui è nato l’intento di scattarla.

E ringraziamola, questa persona, per avermi permesso di avere una foto con una faccia sorridente&stupida.
Negli ultimi scatti di me il malumore esistenziale di sottofondo appariva un po’ troppo spesso, e i sorrisi portavano in sé le tracce della fatica di compierli. Cominciavo ad aver carenza di miei immagini in cui ritrovare ispirazione per articolare un sorriso che non fosse tremendamente palesemente dovuto.
(Lì, invece, sembro semplicemente pesantemente fumata. E invece sono semplicemente moderatamente piena di alcol.)


Ficcando nei riassunti catarsi ed eterni ritorni, scopo che soffro della sindrome dell’eterno ritorno.

Secondo una chiave di lettura vicina alla psicologia (che può portare a comprendere le note attenzioni di Freud verso Nietzsche) e al concetto di "tempo" come tempo dell’anima o "durata" bergsoniana, l’"eterno ritorno" dell’uguale è visto come una trappola statica alla quale è sottoposto il destino umano, che nel suo movimento apparente tra passato, presente e futuro, è necessariamente immobilizzato dalle "scorie indigeste" della propria storia personale, dal proprio substrato psichico, che rallenta e alla fine impedisce ogni progresso o cambiamento.
È proprio questo passato che, rielaborato prima dalla mente del singolo, poi dalle masse tramite processi storici e culturali, si traduce in "ragione apollinea" (il Super Io freudiano), andando ad inibire progressivamente e a rimuovere l’"istinto dionisiaco" proprio dell’era presocratica, preplatonica e precristiana.
Al contrario, tagliare col passato, per sempre e continuativamente, vuol dire rompere il circolo perpetuo che vizia il destino dell’uomo; rompere il cerchio dell’"eterno ritorno" significa aprirsi la via ad un nuovo tempo rettilineo, proiettato verso l’infinito e infinitamente diverso da sé, in costante cambiamento. Eliminare il macigno che l’uomo si trascina appresso dai tempi di Socrate quindi equivale ad una redenzione esistenziale che sfocia nell’Oltreuomo, e che vede nelle nuove generazioni, svincolate dalla tradizione e dal passato, la possibilità di salvezza per il genere umano.

L’importante è sapere di che malattia si è malati.
Adesso so che soffro di mancanza di prospettive escatologiche.

Closer è per me catartica, seguendo Foucault, perché mi sono strutturata in relazione al dispositivo di sessualità, e i miei sacro&profano stanno lì, nella parola fuck.
Ora, Foucault è passato alla storia come gay dichiarato dedito a censurabili pratiche sessuali, probabilmente di gruppo, dopo essere morto di AIDS, quindi forse non è poi così vero che conoscere la propria malattia (non sto dicendo che l’omosessualità è una malattia – lo è, quanto l’eterosessualità, e la cura è la bisessualità – sto dicendo che in Foucault l’orientamento sessuale è stato caratterizzante, come prescrivono le riflessioni sul dispositivo di sessualità) significa essere sulla buona strada per risolverla.
E poi sono affezionata al poter esperire catarsi con Closer.

(Fuckfuckfuckfuckfuckfuckfuckfuckfuckfuckfuckfuckfuckfuckfuck.)