memories

La fedina penale del fanciullo del Pascoli.

Prendo una tazza, il caffè solubile, lo zucchero, faccio per collegare il bollitore alla presa e – dall’angolo – una sagoma piccola e non identificata mi caccia un brivido di allerta lungo i tendini della mano.
Allerta e repulsione, piccola cosa dalla forma non elegante.
Una farfalla.


Messer Sedlacek, avvocato, nacque quando Cauchemar insistette per scrivere con me al punto che pensai: "Diamole quel che vuole."
Le mie resistenze allo scrivere a quattro mani erano dovute a una supposta mancanza di punti in comune: Cauchemar così lirica, così poetica, così fiabesca…
Pensai, dunque, quel "Diamole quel che vuole." e improvvisai un incipit:

“Sai di cos’è fatto il pigmento delle farfalle? Quello che le ha rese il simbolo della leggiadra bellezza?”
Moebius avvicina la goccia di vetro in cui la farfalla è cristallizzata. Verde-azzurro, le ali sfumano in nero. È una macchia di cielo che sbuca dalla notte, vivida da morta come da viva.
Moebius, vivo, e dio sa per quanto ancora – lui stesso non scommetterebbe date troppo in là nel tempo, odia perdere – è tutt’altro che cristallizzato. Tratti sottili, ma precisi, e precisa l’articolata mimica che rende il suo espressivo volto impossibile da non guardare, almeno con la coda dell’occhio.
Posa la bara di vetro per voyeur sul tavolo, tra i bossoli vuoti e lo zippo.
Feci. Sono le loro feci. Romantico, no?”

Potrei addirittura supporre che sia colpa delle farfalle se Sedlacek è quello che è.
Me lo immagino, bambino vivace che gioca con insetti staccando loro pezzi, fare la conoscenza ravvicinata di una farfalla, e rendersi quindi conto che – da vicino – quegli animaletti sono abbastanza repellenti. Niente di poetico, niente di etereo. Lo immagino rimanerci male e – da bambino vivace – rimanerci male facendo a pezzi la farfalla mentre la deride per essere così brutta. Una lezione di vita, eh?

Quando ero piccola ero contorta.
Non che io mi esimessi dal fare a pezzi animaletti di varia natura, ma lo facevo con freddo e rigoroso spirito osservatore. Non assumevo quell’ebete espressione concentrata che i bambini assumono quando disfano qualcosa di vivo, anzi: aborrivo quell’inconsapevole espressione, trovandola animalesca – e quel suo essere animalesca mi angosciava. E mi repelleva il modo in cui i miei coetanei non si rendessero conto di indossarla. Ero una di quelle bambine che, riassumendo, odiano i bambini e si vergognano anche un po’ dei compagni di classe.
Ricordo però, un giorno, quando una compagna mi trascinò nel classico gioco: "Facciamo che noi siamo le mamme e le bambole sono i nostri figli." Di bambola però ce n’era una. Non ricordo bene come si risolse la cosa (se qualcuno adottò il ruolo del padre, se per licenza poetica quella bambola aveva due madri, se una era la zia…), ricordo che la bambola faceva qualcosa di sbagliato&cattivo, e quindi andava punita. Lo sottolineai, ricordo. Insistetti, anzi, con esponenziale ardore, fino a che la colpa della bambola non acquistò il ruolo che può avere in un porno: mera scusa.
Ai tempi non potevo fare questo parallelo, ma sentii una disarmonia. Sentii che stavo scavalcando me stessa, o una cosa del genere, e lo compresi anche guardando la mia compagna di giochi, che nulla aveva addosso dell’ardore che stava animando me.
La cosa che mi fece andare in crisi è che non sapevo dove collocare quell’ardore. Era qualcosa di simile a quello che provavano i miei coetanei spezzettando insetti, ma io non stavo spezzettando un insetto. Cosa stavo facendo? Non stavo spezzettando una bambola, no. Non esattamente.

I bambini sono cattivi. Tutti. Lo sono come è cattivo l’incipit di Rosso Malpelo.

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo.

È uno dei miei racconti preferiti, e non potrebbe esserlo se non fosse scritto adottando il punto di vista collettivo. Voce corale. Che impone il proprio punto di vista con una logica tautologica. Come fanno i bambini che imitano gli adulti, imitandone il dover spiegare i motivi di un’azione.

Mater dice che quando ero una marmocchia ero la marmocchia che difendeva i propri compagni deboli. Io ho rimosso questa sfaccettatura della mia infanzia. Mi ricordo osservare i miei compagni angariati, quelli su cui la voce corale aveva decretato un giudizio negativo e che quindi erano destinati a stare in un angolo con un velo di derisione addosso, e chiedermi come fosse accaduto. Perché accadeva a quel bambino e a quell’altro no. Me lo chiedevo di rado, perché per una contorta dinamica il bambino angariato si trasformava in ciò con cui veniva deriso – come se diventasse più fedele al giudizio corale che a se stesso – ma c’è un se stessi a cui essere fedeli, quando si è bambini?
“Perché tutti ridono di Tizio?”
“Perché è ridicolo.”
La risposta bastava alla marmocchia che ero nella maggior parte dei casi, immagino, ma non sempre.
Accadeva, talvolta, che andassi a giocare a casa di compagni e compagne, e vedessi lati di loro insospettati. Vedessi, ad esempio, il dispotismo che un angariato usava sulla madre. O la sottomissione che l’eroe della classe doveva mostrare dinnanzi ai genitori. Mi indignava, questa incoerenza. Avrei voluto dire al primo che non aveva diritto di piagnucolare con la madre, perché a scuola non aveva nessun diritto simile; e al secondo di far valere la fama che a scuola gli dava tale privilegiata posizione. Altrimenti non vale.
Ricordo la sindrome di Stoccolma di alcuni angariati, e quanto il vedere in loro la volontà di rimanere ciò che erano mi facesse montare dentro una rabbia viva indirizzata al ribadire la posizione a cui erano tanto attaccati. Ok, in questo non ho smesso. Il pensiero “ci sono persone che vogliono subire” è una tentazione viva in un angolo del cervello (o forse dell’intestino), per quante razionalizzazioni cerchi di applicarle.
Ricordo il mio primo trauma gender. Si stava giocando in cortile a un gioco che probabilmente ha un nome ma non lo ricordo, in cui alcuni bambini fanno i prigionieri e gli altri fanno i rapitori/liberatori nei confronti dei prigionieri della squadra avversaria. In ventitré anni di vita non ho ancora compreso che divertimento possa esserci nello stare fermi in attesa che qualcuno ti liberi, e di fatto facevo la rapitrice/liberatrice.
Ricordo di aver toccato una delle nostre prigioniere, e la ricordo – quella gran troia – rimanere ferma e non considerarsi liberata perché io non ero un maschio. Me l’ero legata al dito. Ci avevo fatto amicizia secondo i suoi canoni. Ero riuscita a farmi invitare a casa sua a giocare, convincendola a giocare il famoso “Facciamo che io sono…” – “Facciamo che io sono uno scienziato pazzo che ti rapisce.”
La mia mente, qualche anno dopo, ossia quando deve aver realizzato, deve aver deletato i dettagli di quel pomeriggio, perché non li ricordo. Ricordo il mio pensare che dovevo mantenere la situazione entro certi limiti, di modo che quella situazione non fosse narrabile a terzi ma fosse invece un pesante e vincolante segreto. E come narrare, poi? Neanche io avrei saputo trovare una definizione, una descrizione o un parallelo. C’era solo il cosiddetto senso del peccato.
Ricordo che dopo quell’incontro tutto il male che avevo voluto a quella bambina era scomparso, sostituito da un dispotico affetto. Dico “dispotico” perché quel segreto la rendeva debitrice nei miei confronti, ma non c’era più acredine. C’era semmai la voglia di ripetere l’esperienza trascinandola via dai giochi, in un angolo, diritto che prima non avevo. “Poco, poi torni a giocare.”, “Ancora poco, poi torni a giocare.”
… Che gran figlia di troia, ero. Con un occhio vigile diretto alle maestre – che non si rendessero conto. Di cosa? Io non ero in grado di definire quel cosa, ma probabilmente un adulto sì, probabilmente nel mondo degli adulti esisteva una chiara descrizione per quel cosa – quale che fosse, era una cosa da non fare. Perché non ci si poteva appartare, ma non si sapeva il perché. Perché quando ci si appartava arrivava una maestra e con tono atono, di chi sbriga il proprio dovere con noia, diceva: “Uscite!”
La bambina – Chiara, si chiamava, e non ricordo il cognome – sapeva come me quel che non andava fatto, ma con me lo faceva – ciò le impediva, per contorta e sempre valida dinamica, di “denunciare” le mie richieste. Spirale discendente, di volta in volta appartarsi la rendeva sempre più mia complice – anche se, di fatto, la volontà era la mia, lei avrebbe preferito giocare.

Bambini cattivi e contorti esseri umani.

Cathode Narcissus.

In loop su Missing Link.

Dovevo tagliarmi le unghie e, non sapendo fare una sola cosa per volta, ho fatto partire una puntata di Utena. L’ultima. E mi sono ricordata di quanto mi piaceva quella canzone. Dopo venti minuti sono riuscita a scoprire il titolo.

Uno dei miei finali preferiti, quello di Utena.
Le serie hanno il pregevole lato della lunghezza, una lunghezza in cui piantare semi e farli esplodere sul finale.
Se si sanno far esplodere senza mostrare la deflagrazione, allora si parla di sublime&lacerante.
Sono cresciuta con fiction nipponica, abituandomi a quella tipologia di tragedia. Minimalista e posata. Fatta di contrasti tesi, non di esplosioni catartiche.
Nei momenti topici e tragici della mia vita devo aver sentito di sottofondo musiche rarefatte, e la lacerazione di una corda di violino – si soffre come ci si immagina sia la sofferenza.
E non ci sono corde di violino, adesso. Perché non ci sono violini.

Dovrei forse riprendere l’antica e abbandonata abitudine di scrivermi.
Di solito, quando si parla di sdoppiamento della personalità, si intende una schizofrenia che fa agire in modi diversi in modo incontrollato. Di una lotta interiore che sfocia e si esteriorizza irrisolta.
Non di un continuo confronto interiore, che non osa mettere piede all’esterno di Me prima di aver raggiunta una e solo una decisione. La decisione può essere di compromesso, o può essere la vittoria strappata da una parte sull’altra. Me è orgogliosa, e basta quindi una sconfitta formale al primo sangue per decretare la conclusione di un diverbio – e poi, perdere contro se stessi è accettabile. Saper perdere è una qualità necessaria, e va espletata da qualche parte.
Un altro tipo di sdoppiamento di personalità si manifesta nel parlare. Farsi domande e rispondersi. Ok, ci manca. Per questo mi serve scrivere. Me è sfuggevole. Se le viene posta una domanda, volta la testa, indica un punto all’orizzonte e dice: "Guarda, una cosa interessante."
È quella parte di me, quella sfuggevole, che non si dà al mondo. Perché devo capire cosa di me non arriva al mondo. Perché proclamo apertura e mi capita di sentire di dover trattenere qualcosa una volta ogni morte di Papa, ma ciò nonostante sono una persona non cristallina. Dov’è il trucco? Dov’è che mi fotto?

In questo periodo di misantropia c’è una vicinanza tra Me e Me. La Me sfuggevole esce dall’antro vellutato in cui passa tutto il tempo facendosi accarezzare languidamente da cuscini, e mi racconta fiabe.
I miei sogni variopinti, sono fiabe. La fiaba è qualcosa che va oltre a sogno e incubo, perché smette di considerarli cose differenti. Le fiabe sono mondi. Mondi in sperimentazione.

Dovrei scrivermi perché quando mi sveglio al mattino è come sollevare la testa dalle gambe di un essere umano che ti è simile e per cui provi passione. Le due cose dovrebbero escludersi, nella mia visione delle cose. Forse mi conosco così poco da poter essere capace di tanta passione. Una passione che non ha eguali in nessun’altra persona. In cose, sì. In attimi. In desideri. Non in persone.

Parlando con persone, si parla anche con chi ti dice che non sa stare da solo. In senso letterale: non sa passare tempo solo con se stesso. Quando ciò mi viene detto, è come se l’Inconcepibile aprisse bocca e parlasse: vedo le labbra muoversi ma non sento suono intelligibile.
Ho sempre avuto bisogno di momenti tra Me e Me.
Quando non avevo la fortuna di vivere in una casa dotata di camera solo per me e coinquilina rispettosa della privacy, per avere quei momenti li rubavo al mondo. Tradotto: mi alienavo. Prendevo un lettore CD, un taccuino, pensavo o scrivevo. Pensavo, ossia: creavo.

Me e Me ci parliamo raccontandoci storie. Quelle che voi leggete le scrivo io, non Me che sta nell’antro vellutato. Le parole sono cosa mia: Me che sta nell’antro vellutato usa le parole come note, come lame, come carezze, come minacce o promesse. Non come parole. Non come convenzioni atte a farsi capire dal restante mondo: le parole di Me nell’antro vellutato hanno l’unico scopo di essere recepite da Me. Forse una persona qualificata potrebbe dire che Me che sta nell’antro vellutato è il mio inconscio o il mio subconscio. Forse è l’istinto di sopravvivenza, dato che chiede con insistenza quanto la amo e io le rispondo ogni volta con voluttà e piacere.

L’anno scorso, in questo periodo, vedevo Caine. Scopavo con Caine. Ricordo che il bello dello scopare con Caine era – come è sempre stato – il fatto che in realtà ognuno stava scopando se stesso e lo faceva sull’altro in un perfetto accordo mai detto a parole.
Caine ora è bloccato sulla lista come circa il 90% delle persone, finito nella massa assieme agli altri. Posso aspettarmi che si ricompaia uno davanti all’altro, un giorno, indifferenti al tempo passato in virtù di quel narcisismo in comune, così tanto in comune da renderci due persone accostabili.
Vedere sulla sua schiena il tatuaggio dell’occhio di Ra disegnato da me – vedere l’occhio disegnato da me spalancato a guardare me mentre scopavo – è stata un’esperienza mistica. Un po’ inquietante, all’inizio.
Ci sono persone che usano le altre persone come specchi. A volte. Diciamo che ci sono persone in cui vi è questa tendenza in potenziale.
Se metti uno specchio davanti all’altro, crei l’infinito.

La prima volta che ho messo su carta un dialogo tra me e me l’ho fatto sentendo la frustrazione incontenibile di non potermi avere. Me nell’antro vellutato è la cosa più magnetica che possiate immaginare, un Dio dantesco davanti a cui sedere per contemplare e solo contemplare – che appare sempre agli angoli del campo visivo.


-Come è il tuo uomo ideale?-
-Bello… Forte, sicuro di sé, ma dolce, spietato, ma dolce. Dolce solo con me… Un po’ egoista… Che sa sempre rispondere nel modo giusto… Che non si fa umiliare… Che mi protegge…-
-Ma spesso tu vuoi proteggere. Non è questo l’istinto che ti assale molte volte?-
-Si, voglio essere come il mio uomo ideale… O la mia donna ideale… Insomma, la mia anima gemella… Voglio essere ed amare la stessa persona.-
-Narcisismo?-
-No… Forse… Troppo semplice… E complicato… Non lo so…-
-Vuoi dividere la tua vita con qualcuno?-
-Non lo so… Questo non lo so… E’ presto… Non lo so… A volte si… A volte desidero essere amata… A volte sognerei di stare da sola con me stessa, e realizzarmi.-


14 anni.
Nel CD di backup c’è una cartella chiamata "Ego". Scritti non miei, ma altrui, riferiti a me. Una confessione di gelosia rubata di nascosto.

Nella Home dell’Acero è scritto:

L’uomo aveva tirato fili in molti concerti, ammaestrando gli strumenti alla propria volontà, ma mai aveva ceduto alla tentazione del burattino che – vedendo la propria ombra muoversi – crede di essere il burattinaio.

Non è mia.
Viene da uno di quei file.


Rallegrati o folle, che la tua malattia, così simile alla genialità (cosa sarò? quale dei due?… ipocrita, sciocco scontato, mi aspettavo ogni tua parola fin dall’inizio, ogni tuo atto era previsto. Bambino che si crede grande povero burattino che si crede burattinaio perché vede figure muoversi sotto di sé, e non si accorge che si tratta della propria ombra…)


Gran talento, Necro. Aveva 18 anni. Ed era ubriaco. Avevo sentito l’assoluto dovere di fargli sapere che quel pezzo era bellissimo. C’era un che di storto, nel fatto che il mio commento a quel pezzo – in cui rilasciava parole e amore e rabbia – s’incentrasse su quanto bello fosse.
Era da allora (8 anni) che volevo usare quella parte.

Era il periodo "vamp". Un narcisismo nutrito dall’interessa altrui. Forma grezza e infantile di narcisismo.
Sul finire di quel periodo ho conosciuto Marco – 24 anni lui, 15 io – uomo fatto di fascino e non bellezza. Background operaio per un’anima esteta e curiosa. Era paterno, e io chiamavo il mio amante preferenziale sugli altri "papino" (cosa che avevo rimosso).
Ed è tornata la fase "drag". Cresciuta giocando al computer e immedesimandomi in Robin Hood e non nella bionda, quest’idea di me – nel mondo reale, là fuori – tendeva sempre a comparire in uomini e non in donne. Questo lo capisco ora, e ora, quando le persone mi dicono "sei un uomo" rispondo "sei vittima di un fraintendimento culturale". Allora no.
Avevo cercato di tramutare Marco in un amico come prima cosa. Volevo un rapporto totale, che con il sesso e la passione non escludesse il cameratismo.
Qualche volta, gli ho scritto lettere. Gliene ho scritta una che avrei potuto scrivere a me.


Evitando alcool, e rituali, non mi sono mai detto “evita le persone”. Idealizzavo. Sognavo qlc con cui annullarmi, per cui morire. Dolce ipocrisia… “Mi ucciderei per te” “Ucciditi e basta”.
Ho provato ricevendo amore. Ahhh, adorato amore, dolce amore, cercato amore. Ma un po’ mi nauseava. “Visto che ci siamo, ucciditi tu”.
Ho provato con l’odio, ma non ricevevo spesso vero odio. La gente non è stupida, non si infila in certe cose, e si trattiene dall’odiarti. “Ahhh, nessuno mi ama”. Avrei potuto dire con lo stesso tono “Ahhh, nessuno mi odia”.
Ho provato con la violenza, perché la dolcezza mi nauseava.
Avevo l’impressione che chi usava dolcezza con me in realtà estremizzasse l’affetto che per me provava per vivere meglio.
“Mi ami, dici di amarmi, e cerchi di amarmi ancor di più per stare meglio. Allora soffri, perché la sofferenza che vedrò sarà più vera”.

[…]

“Troppa roba da fare per trovare l’annullamento. Non che sia colpa tua. Sei umano, se do’ colpa a te devo darla a me. Ma in effetti a me l’ho sempre data”.

[…]

Perché ci sono cose che a volte intravediamo nelle altre persone, cose che vorremmo chiarire nella nostra e loro mente. Molte volte le persone sono coscienti di questa loro parte, ma non vogliono chiarificarla, rimetterla in dubbio. Quindi si chiudono. Non vogliono soffrire, semplice, ovvio. Ma tu ti sei già addentrato nella questione, e soffri al posto loro.


Un po’ di archivio a caso…

Filastrocca per un compleanno di Marco.

Rarità e l’Anello.

Well, non mi capitava da tempo di essere “rimorchiata” da una ragazza.
Cioè, palesemente rimorchiata senza mezze frasi da intendere o un interesse ipotetico non sperimentato e non going to essere consumato e reciproco.
Ero anche un po’ occupata a fare altrettanto per accorgermene, ci sarebbe da dire.
La maggior parte delle ragazze con cui ci provo, facendolo io sistematicamente con ironia inclusa, non dice “no”, ci sarebbe da dire, e quindi ormai non cerco neanche più di avere una risposta univoca, ci sarebbe ancora da dire, né me l’aspetto.
Da tempo non mi capitava che all’altra persona rimanesse lo spazio, il tempo, di rincorrere mentre la rincorro (io rincorro sempre, tutto), facendomi “Buh!” mentre balza fuori dall’angolo in cui è sparita o da quello da cui provengo io.
Well, devo essere fuori forma, perché il commento che mi viene è: Non è male.
(Tutti i commenti meno posati sono già stati fatti in chat con gentaglia – sì, gentaglia, state leggendo.)
Insomma, mi mette di buon umore. Mi vengono anche cose ispirate, come: ok, la vita è un oceano e questo evento è una goccia, ma esistono i coloranti concentrati. E in questo momento mi piace anche dire: naso alla francese, labbra carnose. Riesco persino ad andare oltre. Sono riuscita ad andare così oltre da resistere alla tentazione di vedere fino a che punto si sarebbero spinti i “sì”, se prima o dopo la mia camera da letto, e ho pubblicamente mostrato di voler optare per un caffè. (Non poco, gentaglia, dato che è da ieri che H. mi subissa di sue foto accompagnate dal domandarmi se voglio vedere le sue mutandine o se per caso voglio vedere le sue tette, il tutto continuando imperterrita a darmi del “Lei” con totale naturalezza.) Davanti a una consapevole ed esplicita offerta, ho detto: “Cominciamo con un caffè.” (Forse sto solo invecchiando… A caffè.) (… O forse, dato che sto per partire per Monaco, non mi voglio abbastanza male da salutare una prospettiva meno pacata. Comunque…)
Come ogni volta che il mondo lo fa, lo ringrazio di stupirmi.

… Prima che qualsivoglia persona bendisposta nei miei confronti colga l’attimo, come una vorace sanguisuga, per commentare con una sentita partecipazione unita a cose come “Alla fine anche Sna…” o “Sono felice che anche Sna…”, questa qualsivoglia persona sappia, nel caso sia monogama o così ami chiamarsi, che qualsiasi anche o qualsivoglia altro tentativo di accostarmi a uno sporco, pavido, immorale e laido auto-definente-monogamo, sarà preso come offesa e sarà seguito da un sentito impropero inneggiante a roghi di monogami. Non rovinatemi l’attimo con la vostra lurida dottrina da pecore accoppiate per salire sull’arca di Noè. (Non ho mai capito questa tendenza da fieri-monogami di pensare che qualsiasi scintilla di esaltazione per un altro essere umano debba corrispondere a quella sottospecie di prigionia volontaria, o master-slave politicamente corretto.)

Quando ho aperto l’Acero, mi ero rimessa al dito da un giorno un vecchio anello che mi ero fatta fare qualche eone fa. (Dovevo avere 16 anni, credo.) Un’anonima fede d’argento con all’intero la sigla “R.A.F.”, uguale a quello che avevo allora sognato.
Nell’Acero gli studenti sono obbligati a portare anello perché una psicopatica 16enne ne sognò uno, in un collegio.
La psicopatica 23enne l’altro dì si è presa un altrettanto anonimo anello, senza sogni annessi, per la voglia di avere un semplice anello, largo, all’anulare, e di togliersi quello, vecchio, privo ormai di senso. (Un largo pezzo di metallo dona alle mie sottili manine adunche.)
La psicopatica 23enne, esaltata da quest’attimo speso (per una volta) inutilmente (per una volta) per la propria estetica, va da Mater e le dice:
“Ti piace?”
“Sembra un bullone.”
Estetismo steam-punk.

… Dormire.

Snatch.

Discutevo in questi giorni con non-ricordo-chi di come il nick “Sna” (che viene pronunciato SNÀ con vaga nota nasale) mi sia rimasto attaccato addosso contro la mia volontà, assumendo lo status di soprannome acquisito. Conosco gente nuova, e questa gente mi chiama “Sna”, quando io ormai non lo uso più. Qualche eone fa, l’Arabo mi fece notare come “Sna” fosse funzionale a una scena di fuga – “Corri, Sna! Cazzo, gli sbirri, Sna!” – e io gli dissi: “Ovvio.”

Sna è stato abbandonato in quanto diminutivo di Snatch, che oltre a essere un gran bel film è un pessimo modo di dire “vagina” (quantomai azzeccato, però).
Snatch era il soprannome di tale Marek Malkovich, mio personaggio, cacciatore di taglie in un’ambientazione sci-fi con venature cyberpunk.
Snatch era definito da: incapacità di dire “no” a una scommessa o a una sfida, malattia da gioco d’azzardo allo stato terminale, un’armeria fornita con quasi l’intero elenco presente sul manuale, distruggere a ogni missione almeno un veicolo e/o un palazzo (non lo facevo apposta), una fama stratosferica (la fama in cyberpunk2020 si lancia con il dado da 10: era uscito 10), la compagnia di una scimmia con un Q.I. più alto del suo. La scimmia (una bertuccia) si chiamava Maggie, la coprotagonista (un esperimento genetico dalla doppia carriera di prostituta e pilota professionista) Megan e l’antagonista Mag. Il master aveva poco fantasia, e io mi domando come riesca a ricordarmi quale nome stesse a chi.
Snatch viveva su un vecchio rottame d’astronave di nome Eatokron (di cui io ho ancora prospetti e piante e sezioni di ogni piano) in compagnia della bertuccia e di Hi-Fi, altro esperimento genetico con gli occhi di Batou, di cui ricordo la voce – la voce del master che si abbassava di qualche dozzina di ottave, acquisiva un tono di rimprovero e chiamava:
“Snatch.”
Con vaga nota nasale.
Il super-cattivissimo era un rosso di nome Cornelius, sadico, genio assoluto sul mercato in quanto a uso di armi bianche (da bravo personaggio sci-fi spettacolare percorreva i soffitti conficcandoci pugnali), rifatto da capo a piedi con la conseguenza di sembrare un manichino.
A volte penso che dovrei contattare il master, e domandargli:
Ma come sarebbe finita?
Chi era Cornelius? Chi sarebbe morto? Il rosso avrebbe sventrato la bertuccia? Megan aveva perdonato Snatch per essere corresponsabile della morte della sua ex (Christmas), lasciando spazio a una romantica storia d’amore, o avrebbe aiutato il rosso a sventrare la bertuccia? Avrebbe trionfato Il Bene? E qual era, Il Bene? – e via discorrendo…
(Si può fare il cacciatore di taglie nella realtà? Sì, esistono corsi per corrispondenza.)

Piccoli cervelli esaltati ed autocompiacenti.

Volevo perseguire la strada del Peccato per divenire parte dell’unica parola.
Rigirando ogni frase per porla dalla mia parte.
Mi sono accorta che non vi è senso nelle convenzioni.
Accordi stipulati per accordare chi vuole ma non può.
Chi agogna ma non osa.
Ho bruciato il vocabolario che mi ha cresciuto.
Per imprimere il significato sul mio corpo.
Tela falsamente imperfetta, pronta ad essere incisa dalla Vita.

Un passo per ascendere al sole, negandolo con la sua ombra.

2001. Avevo 16 anni. °-° Mi firmavo Clover.
Ringraziamo Camilla che ha trovato queste perle dei tempi della nostra prima frequentazione…

Questa era di Camilla (che si firmava Croix Sanglante), su me e lei:

Fiore purpureo.
Si erge
solenne
fiero
oscura la luce
con tenebre di fuoco.

Piccola croce.
Indifesa e crudele
ammira
il fiore
traendone Vita.

Protegge
e istruisce
l’adepta
sorridendo.

Lei.
Sorride
cresce
appagata dalla tenebra
che tinge
il cuore scarlatto
di oscure melodie.

Lord Abortion

Post del mattino post-nottata a chat e ficcare-nel-sito-(ClorofillaShop)-tutto-ciò-che-dovevo-ficcarci.
La chattata prevalente è stata quella con Camilla, nel mentre – Camilla che stava ascoltando un CD dei Cradle of Filth che ha segnato la (nostra) adolescenza, assieme ad altri dei medesimi.
Nello specifico la sottoscritta è stata segnata da una canzone, che fu la prima che ascoltò, quella che più canto ossessivamente squarciandosi la gola, tante volte e ancora tante volte, fino a che – a furia di raschiare le pareti del tuo stomaco e della tua gola a furia di growling e screaming – bere un bicchiere di innocuo Jack Daniel’s significava cauterizzarsi a freddo le interiora.
Beh, la cantavo, sapevo le parole, non ho mai cercato di ricondurle a un senso.

Lord Abortion

… In particolare smaniavo (e smanio, scopro) per il pezzo che inizia a 4:40 e termina verso 5:50.

Ossia:

“My heart was a wardrum beat
By jugular cults in eerie jungle vaults
When number thirteen fell in My lap
Lips and skin like sin, a Venus Mantrap
My appetite whetted, storm crows wheeled
At the blurred edges or reason ‘til I was fulfilled
Whors d’oeuvres eaten, I tucked Her into
A grave coffin fit for the Queen of Spades
She went out like the light in My mind
Her face an avalanche of pearl, of ruby wine…
Much was a flux, but the mouth once good for fucks
Came from retirement to prove She had not lost Her touch
I kissed Her viciously, maliciously, religiously
But when has ONE been able TO best separate the THREE?
I know I’m sick as Dahmer did, but this is what I do
Aah, aah, ahh, I’ll let you sleep when I am through…”

Non cerco neanche di tradurvelo. Non credo di essere riuscita a tradurlo neanche per me stessa. (E forse è meglio così.)

(Ogni tanto, però, ci manca il growl – era così rilassante.)
(E ti faceva digerire qualsiasi cosa.)
(Anche te stesso.)

Istrionismo (?)

Sul tavolo: mouse, tavoletta grafica.
Stiamo sul divano, gambe incrociate, LeBaron poggiato su un cuscino che poggia su esse.
Ogni tanto, stendere le gambe sulla sedia. Articolazioni e tendini scricchiolano. Scricchiolano particolarmente in questo periodo, che mi vuole in piedi dalle tre alle sei ore al giorno. E fin qui tutto ok… In un negozio di abbigliamento in cui in questi giorni non c’è clientela, il che significa: in piedi ferma.
Il che significa: ahia.
Talloni, tendini, ginocchia, polpacci. Tutto dolorante.
Ma non ci lamentiamo, anzi. Avere quadricipiti legnosi che scottano ha un suo perché. Sentirti stanca ti fa sentire che hai fatto. (Nulla, a parte stare in piedi, ma sono dettagli.)
Tantomeno ci lamenteremo se nei prossimi giorni non ci sarà il fiato d’un cliente; essere pagata per stare in piedi e studiare o leggere ha un suo ulteriore perché.

Contro ogni mia previsione, avere un lavoro che mi costringe a uscire di casa non ha risolto il mio voluto isolamento.
Sparare stronzate e ridere e chiaccherare e quant’altro non mi ha aperto di una virgola – anzi, mi sento ancor più spronata a non uscire.
Arriverò a settembre, a Milano, avendo disimparato l’interazione sociale. Per inerzia.
… O forse è come andare in bicicletta. O il sesso. Ma per l’una e per l’altra cosa serve la voglia.
Ho voglia, eh.
Di muovermi, camminare, spostare un po’ il culo da questo divano. Treno, metro, aule. Aule, metro, treno. Mostra, evento. Amico, bevuta. Dormire fuori. Quant’altro. Ma ce l’ho su un piano astratto, più o meno come può venirmi voglia di una birra. Solo che la birra è lì, in frigo, e non parla. Come la redbull. Si fa stappare e dà il suo effetto. Non può deluderti: sai che ha poteri limitati. Non c’è dialogo, ma un monologo.
Purtroppo, amiamo i monologhi.

Monologo? Pseudo riassunto della Sna mente negli ultimi… mesi?

Stralci 2005

Sul divano, LeBaron sulle gambe, posacenere e sigarette e un raccoglitore ad anelli che contiene bozze e stampe di racconti privi di filo logico.
Quelli che dimentichi, se scrivi troppo.
Quelli che archivi perché sai che – una volta dimenticati – altrimenti non avrai mai più sotto gli occhi.

Quando scrivi tanto, troppo, dimentichi ciò che hai scritto.
Quando non hai pudore, e quindi non hai filtro.
Collega il cervello prima di parlare, mi dicevano quando ero piccola, e il problema è che il cervello è perennemente collegato alla mano scrivente, e non filtri.
Butti giù come stessi parlando; parli come stessi pensando.
Dimentichi cosa hai manifestato e cosa no.


14 giugno 2005: un racconto sul Papa, quello morto.
Tre pagine su fogli azzurri, stilografica. L’incipit:

Si diceva che fosse impazzito, totalmente impazzito e incapace di discernere la fede dalla fantasia.

So che l’avevo anche trascritto.
… Chissà dove cazzo sta.
(Il Papa morto che diceva che Dio era morto e dovevamo farlo risorgere. O che era morto e dovevamo fare tutto noi? O che lo stavamo ammazzando? Il concept: Dio è stato idealizzato.)


Agosto 2005: un racconto ispirato da un racconto che avevo adorato. Sci-fi, atmosfere rarefatte. Onirico. Grottesco. E poi il buio.
Il mio racconto ispirato a l’avevo scritto su questo divano, in estate, bazzicando per la Rete cercando di conoscerla di nuovo.
L’incipit era simile a quello che potete leggere nel racconto linkato: pilota traghetta prigioniero in un mondo di città volanti. Sopra: il cielo conosciuto. Sotto: le nuvole – e il Grande Nulla.
Il prigioniero convince il pilota a scendere.
Il prigioniero dice che sotto le nuvole c’è qualcosa, un mondo nascosto perché nessuno osa andarvi. Perché nessuno vi crede.
… E poi (ne avevo scritte 18 pagine circa, in quell’unica notte di scrittura), la trama avrebbe parlato di un “colpo di stato”, con navi che emergevano dalle nuvole rivelandosi e dicendo: “Noi esistiamo”.


2 settembre 2005: 27 pagine in due notti (sempre sul divano) di una cosa che si è spenta nel delirio.
Concept base di Fight Club, e i fight club erano il pane quotidiano della vicenda.
La vicenda: “ho voglia di scrivere qualcosa di shonen ai ma non sdolcinato”.
Il delirio è arrivato alla lemon.
Adios.


Data non definita: My Little Bitch.
Fiction tratta da una vicenda non-fiction: ragazzino teppistello si cuoce dell’insegnante, l’insegnante si trova gli amici del ragazzino a casa.
Perché l’avevo scritta? O_o
Incipit:

Sabrina è una puttanella, ma Dema dice che “Little Bitch” si adatta meglio ai suoi gusti musicali.

Avevo appena finito di leggere Alì il Magnifico dalla prosa più-che-colloquiale, dovevo sfogare ispirazione.

Ti serberai nel cuore il momento in cui sono piombato nel cesso insegnanti e ti ho fatto la mia dichiarazione ultima. Non prenderla sul personale, ma non poteva restare illesa la puttanella che maltratta Ste e poi snobba me.
Ho pensato, cazzo, che forse volevi la roba dura da teppistello dei film che ti guardi con il fidanzatino. Una roba come entrare nel bagno e dirti pari pari:
“Allora me lo fai un lavoretto lì sotto?”
Mi sono degradato a scadente sottoprodotto commerciale solo per te, sminuito a teppista rincoglionito ultimo stadio duro e puro.

XD
Sna e i suoi esperimenti di immedesimazione sociale…


Data non definita ma poco prossima alla precedente: Pirite, racconto breve ambientato nel 1200-e-qualcosa – inchiniamoci dinnanzi al Giullare!

“Brutta vita davvero quella dei mercanti, terza solo a quella dei buffoni e dei preti… Ma non datemi ascolto, di notte sbucano eresie come fantasmi. A tal proposito… Sapete cos’han detto gli Astrologi su tal faccenda della rivolta?”
“Cosa, buon Dio? Anche se agli astrologi non si deve dar né fede né troppa fiducia.”
“Ai maghi, vorrete dire, che son veri quanto lo è una mosca dipinta di bianco per sembrare una lucciola… Ma gli Astrologi non son che servi di Dio, quali gli amanuensi che son servi della Bibbia e le baldracche de nostri desideri. Capite bene che il disegno di Dio è uno, là in Cielo riflesso qua in terra, e questi studiosi altro non fanno che leggere in Cielo ciò che Dio manderà qua in terra. Avevan predetto la sua incoronazione a Pavia, dicendo: ‘Avverrà nel prossimo anno doppio.’”
“Nel prossimo anno doppio?”
“Oh, sono i modi criptici degli Astrologi, si sa, l’arroganza è la spezia della cultura… Ma è molto semplice, una volta capito. Nella data millecentocinquantacinque vi sono due uno e due cinque. Anno doppio, com’è stato detto.”

Amiamo sempre i Giullari, nevvero?


Data non definita ma sempre da quelle parti: Voice Undeground.
Racconto breve.
Milano, oggi, ragazzo psicotico organizza la propria vendetta post-moderna dando fuoco al baracchino del suo nemico.
Di notte riempire di benzina i ripiani in cui passano le serpentine che tengono caldi gli espositori, inzuppare uno straccio di benzina e collegare tramite questo le serpentine alle taniche.
Boom.
Ci avevo inserito anche la Sorella, su sua richiesta – ma non le è piaciuto come l’ho inserita.

-Cioè, spiegami, tu credi di essere un messia e quindi ti fai chiamare Jesus?-
No, spiegaglielo: “Jesus” serve a farlo capire alle stronzette ignoranti come lei.
Jesus annuisce di routine e comincia a rollare la sigaretta.
-E cosa fai? I discorsi in piazza? Non ho capito.-
-Non c’è bisogno di parlare a migliaia di persone per portare un messaggio. Gesù non ha parlato con tutto il mondo, ma ha fatto i passi giusti perché il mondo parlasse di quello che diceva. Non credo siano così rari i Messiah. Significa avere qualcosa che va detto.-


6 ottobre 2005: Interstice.
Due pagine.
Tanto concept e nessuna stesura.
Concept: la Rete che collega un gruppo di ragazzi in vacanza di tre mesi in una Villa con il resto del mondo.
Ma alla fine danno di testa.
Decamerone post-moderno.
Alienazione.
Roba morbosa.
Boh.


26 ottobre 2005: BIOS.
Così chiamato perché era il nome dell’associazione – se non erro – fanta-CIA inglese vagamente mangosa – che riuniva i protagonisti.
Il biondo bello retto eretto preso da Leon Kennedy; motociclista fisico perfetto sguardo assorto puntato sul Dovere.
Il moro laido che-sa-cose-che-voi-umani.
Bella ma pragmatica che risolve le cose che i complessi degli altri non sanno risolvere.
Nerd genio tecnico.
… E ragazzino salvato all’occorrenza.
Armi da fuoco e lounge-bar in cui sentirsi a disagio, puttane slave, un omicida che diffonde snuff movies e finisce su The Rotten.
Mancanza di conoscenze sulle organizzazioni contemporanee, sulle armi da fuoco, sui dispositivi annessi in commercio.
Abbandonato.


Settembre 2005, ma finito mesi dopo: He brings Him the light. L’Incomprensibile. Attenzione folle alla prosa, folle ai contenuti incastrati nella prosa. L’Incomprensibile. Ci piace scrivere di Lucifero.


Ottobre (credo) 2005: Mahogany. De Sade da vecchio.


Un’estate e un autunno di stralci.
A settembre guardavo all’YSAL come posto in cui volevo finisse qualcosa di mio.
… Un anno dopo ho scoperto per caso che erano stati presi due miei racconti dal forum e uppati nell’archivio.
Ci piace darci obiettivi.
Ci piace dimenticare di esserseli dati e poi scoprire di averli raggiunti – benché ciò tolga una certa commozione all’attimo del raggiungimento.


Questa rispolverata al personale archivio viene dal fatto che un paio di ore fa ero a letto, insonne, e mi è venuto alla mente un racconto che avevo iniziato, successivamente a uno di quei sogni che ti rimangono appiccicati addosso al risveglio.
Il claustrofobico racconto è intitolato: Pater Noster.
L’incipit, in data 6 novembre 2005, è:

Zio Ghougas mi porge un’ostia e mi dice:
«Questo è il corpo di Cristo; perché noi lo rispettiamo con i nostri gesti.»
La stringe tra indice e pollice e la pelle incallita diventa bianca. Ha mani grosse, irsute; mani da lavoratore, da uomo retto.
Mi dice:
«Se noi avessimo compreso il suo messaggio per tempo egli non sarebbe morto per noi, e noi non dovremmo mangiare la sua carne.» Parla lentamente per non sbagliare, per dire cose da uomo dotto e rispettabile, e non da contadino. «Se noi avessimo compreso, ora staremmo in Cielo e non qui. Ma le nostre anime sono impure, vogliamo capire le cose con la carne. Per questo mangiamo la sua carne: per purificare la nostra.»
Spinge l’ostia sulle mie labbra e io sento l’acro odore della paglia umida e dei cavalli. Apro la bocca e chiudo gli occhi, mentre la posa sulla mia lingua.
So leggere meglio di quanto lui sappia fare.
So fare di conto meglio di quanto lui sappia fare.
Ma lui è reso saggio da Dio e da tutte le ostie che ha mangiato.

Ci piace, ci piace. Le quattro pagine scritte sono ora su LeBaron, e magari lo proseguiremo.
Doveva essere breve.
Concettuale.
Doveva dare l’effetto di uno di quei videogiochi d’atmosfera alla Silent Hill, fatti di vuoti più che di pieni, in cui i nemici sono le regole degli adulti, le locazioni proibite, il 3D minimalista con scorci a fasullo grandangolo.
A proposito di videogiochi per fuori-di-testa, credo morirò ricordando La cité des enfants perdus.
Avevo 10 anni quando è uscito.
Uno di quei videogames di nicchia in cui l’interfaccia non ha subito il test perché fosse reso for dummies. Non sono mai riuscita a sbloccarmi dall’inizio – ma per dio se mi inquietava…