memories

Ripieghi.

In un momento di nostalgia ho applicato uno shampoo per capelli "Aggrediti da Sole Vento e Salsedine" (perché con maiuscole?), come se fossi appena tornata dal mare del Nord. Per rincarare la dose, mi sono spalmata della crema "Fiore Dell’Onda" (perché prima non ha messo la maiuscola sulla preposizione e adesso sì?), che sa esattamente di mare. Esattamente. Lo dice anche il sito: sottile eppure intenso sentore salmastro. Insomma, puzzi un po’ di pesce, e ovviamente ciò mi rallegra.
Anche la mia bellissima pseudo-cartelletta-tuttofare puzza un po’ di pesce e salsedine, residuo della spiaggia di St. Peter-Ording. L’avevo abbandonata sul litorale umido per andare a tuffarmi in acqua in reggiseno e mutande col topo (sì, ho delle bellissime mutande con tre topi: due dietro e uno davanti), e dato che il litorale era esteso ci ho messo un po’ a ritrovarla.
Bei tempi, quelli, in cui potevi abbandonare tutta la tua roba in un punto casuale di una spiaggia pubblica, che avremmo poi scoperto essere FFK (Freikörperkultur) ma vietata a cani.
L’altro giorno sfogliavo il giornale sorseggiando un espresso amaro al bar sotto casa, e ho trovato un articolo narrante come un TizioX avesse restituito al TizioY il portafogli con dentro €500 che quest’ultimo aveva dimenticato da qualche parte. Ricordiamoci che sui giornali finiscono i fatti eclatanti.

Il vantaggio che l’Italia ha sulla Germania consiste nei prodotti per l’igiene personale e nei prodotti di bellezza. Non parlo della loro efficacia (sono ignorante in materia), ma delle profumazioni. Essendo la Germania il Paese dei Balocchi, quando ti fai la doccia profumi di vaniglia e cioccolato bianco. Anche in Italia, mi direte voi, e vi risponderò che sì, avete ragione, ma in Italia potete scegliere se farlo o meno.
In Germania, se siete un uomo, il vostro shampoo saprà di cioccolato fondente anziché di cioccolato bianco.
Per fortuna esiste la moda, che immette sul mercato tonnellate di prodotti aventi la profumazione in voga. Aloe vera, in questo periodo. Per questo io, VB e Timm utilizzavamo lo stesso bagnoschiuma: aloe vera.

Dovete sapere che la Germania mi ha fatto diventare un’appassionata di creme profumate. Chiedetevi il perché, dato che odio i profumi dolci. Ricorrevo a prodotti italiani portati con me con non troppa decisione, spalmandomi creme dagli odori così insistenti da risultare insopportabili. Credo sia il gusto del kitsch.
Per capire cosa intendo andate da un L’Erbolario e annusate un prodotto della linea "Spezie". Se non vi nausea preoccupatevi, perché significa che mi state capendo. Comincerete a cercare olezzi da ricettatore portoricano arricchito, quella volgarità da vecchia nobiltà che non deve dimostrare moderazione perché moderata non è. Potreste scivolare nel gusto del going native e cospargervi di aromi esotici che gli esotici a cui li fregate non utilizzerebbero mai senza trovarsi degradati. Io riflettevo seriamente sull’eventualità di mescolare polvere d’incenso da chiesa e chiodi di garofano e poi strofinarmi il tutto con violenza addosso.
(Perché non trovo un profumo "Incenso Da Chiesa"? Lo adoro.)

Il fatto che io abbia speso un post scrivendo di prodotti di bellezza è, sì, un modo di ripiegare all’italiana. In questi giorni, sfuggendo al mondo cattivo là fuori, mi consolo con me stessa. L’abitudine tedesca di scandire le giornate a docce è rimasta, e cerco di spiegare a Mater che a Kiel cambiavo le lenzuola ogni due giorni. Lì era psicopatia, qui è ripiego. Ripiego sui cuscini profumati prima di addormentarmi e sugli addominali che mi invidierete. Non so se dipenda dalla mancanza di sale, di zucchero o da cos’altro, ma mi sto prosciugando. Non è questione di dimagrimento, ma proprio di prosciugamento. Di fatto il mio corpo sta procedendo verso un lento deterioramento, e lo so con certezza, perché se smetti di scopare per tre ore al giorno i tuoi muscoli smetteranno di essere scattanti. Mi consolo all’italiana, accarezzando la pelle sempre più liscia e i capelli forti e lucenti come pubblicità propaganda. Non vi dirò che il mio attuale regime alimentare fa sparire anche la cellulite, o mi ammorberete con le vostre domande da rubrica che brucerei.
Ora devo solo capire se dipende dal sale o se dallo zucchero o da che altro.

Mi sento un’attrice che si prepara per il prossimo film dopo essersi scrollata di dosso il personaggio precedente.


EDIT: Sfatiamo il mito da me appena creato senza volerlo. Grazie a chiariamo che in Germania esistono molti prodotti senza profumazione.

Ritualità e altre vanità.

In TV: documentario sulla comunità ebraica a Berlino.
Sottotitolo: devi vederlo.
Come ci si poteva immaginare, è costruito su luoghi della memoria – e ricordiamo quella settimana a Berlino per un seminario sui luoghi della memoria a Berlino, non solo ebraici per fortuna (anche perché quelli ebraici doveva trovarli il mio gruppo di quattro persone me compresa, con cui ho condiviso la poca voglia di risolvere il NS con cimiteri ebraici), che sarà massacrante.
Sveglia alle sette (o prima, dato che so che condivido una camerata con otto persone ma non so quanti bagni ci siano) tutte le mattine, in giro fino a cena. Gli orari sono calcolati di modo che si abbia dalle due alle tre ore libere giornaliere se si vuole dormire otto ore a notte; quando ci sono visite a musei anche di sera niente ora di libertà.
Non vedo l’ora.
(No, non sto essendo ironica; sono dannatamente curiosa di vedere cosa ne verrà fuori, se lo spirito comunitario tedesco farà tollerare la convivenza coatta a tutti o se ci saranno casi di idrofobia.)
Nelle orecchie: Primavera di Einaudi, che è parte della colonna sonora di The Reader (non ricordo mai se l’hanno tradotto A voce alta o se Ad alta voce), canzone appena caricata sull’Ipod assieme a Palladio di Jenkins (Un diamante è per sempre), ad Uprising dei Muse (che ascoltavo quest’estate, e al mio ritorno in Italia ho scoperto che qui è un tormentone da qualche mese) e a un pezzo di nome, credo, Egg, gratuitamente passatomi alla cieca da VB.
VB mi raggiungerà a Kiel a fine gennaio (se sopravvivo alla settimana berlinese), con CV in inglese e appartamenti da visitare. VB che cominciò a studiare tedesco l’anno scorso per lavoro e che tartasso con questioni di pronuncia (“Quella ‘e’ non si pronuncia ‘e’! È una schwa! E la ‘s’ corta!”) mentre io ho ancora feroci problemi di cadenza.
E penso:
Sta per fare freddo e sta per fare caldo.
Kiel, in inverno, non è molto più fredda rispetto a qui, ma c’è un vento inesorabile.
Kiel, in qualsiasi stagione, e la mia camera in cui se mi muovo posso andare in giro in maglietta – quanto, quanto, ho sofferto il freddo in questi giorni.
Domani – cioè oggi, dato che è notte – sarò a Monaco per le due e mezza del pomeriggio, lascerò i bagagli a Sebastian o ai depositi bagagli (servizio offerto dalle ferrovie tedesche, previo pagamento) e mi farò un giro nella ricca città-stato tedesca. Perché nessuno si sofferma mai sul fatto che la Germania ha tre città-stato? Anyway, giro nella ricca München il cui centro sembra vecchio ma è ricostruzione nuova di quello vecchio abbattuto, cena con Seb e forse sua sorella.
Il giorno dopo partenza per Hamburg, e infine Hamburg-Kiel.
Il giorno dopo, l’inferno.
Un dibattito in inglese da improvvisare, due presentazioni da discutere, e burocrazia urgente per l’affitto e il prolungamento del soggiorno.
Sto cercando di figurarmi giorni più rilassati di quelli che mi sono lasciata alle spalle lì, anche se il pensiero logico mi porta a conclusioni più impegnative – proprio perché il pensiero logico mi porta a ciò mi ribadisco aspettative tranquille. Ho bisogno di coccole, dell’unico genere che nomino: quelle della bestia che si lecca in solitudine.
Perché so che mi sentirò molto, molto sola. Perché queste quasi tre settimane in Italia mi hanno lasciato dentro la consapevolezza di un vuoto, di uno slot sgombro come un piatto di carestia, e quindi rimane Kiel – quella Kiel nella quale negli ultimi due mesi mi sono isolata per studiare. Circondata di solitudine – che potrò colmare, ma più avanti. Molti tornano una settimana dopo di me, e andrò ad abbracciare Marcus e farò qualche progetto di svago – ci siamo ripromessi di andare in una discoteca etero. Abbraccerò Laura che nel frattempo si è fidanzata e che è tenera così, con quella faccia da britannica vittoriana da foto di famiglia – e che ha motivo di avercela con me, dato il mio isolamento.
(Ommioddio, in questo void sociale ed esistenziale la mia mente ripesca britannici. Ommioddio.)
Ma ci sono anche i francesi, chiamati “i francesi” in tutte le lingue lì parlate – i francesi di cui non ricordo tutti i nomi e comunque non saprei scriverli (dovrei controllare su Facebook e non ne ho voglia), ma di cui uno fa tenerezza, con uno c’è una simpatia tagliente, l’altro un moderato e piacevole buon discorrere.
E ci sono… E ci sono…
… E basta elenchi di nazionalità – pessimo influsso dei corsi di lingua che inneggiano alla multiculturalità ribadendo le differenze culturali.
Mi sento in un punto pericolosamente instabile della mia vita e, accanto al prenderla con filosofia e con un po’ di cecità, mi dico che perlomeno accade mentre sono a Kiel e non mentre sono in Italia. Sennò affonderei – no, corretto: affonderei se sapessi di non poter tornare in Germania o dove per lei.
La Germania funge un po’ da capro espiatorio (tanto c’è abituata): tu, oh stronza, che mi hai fatto realizzare che.
Che cosa esattamente io abbia realizzato non lo so, lo sanno le mie sensazioni. Il mio umore al mattino in queste settimane, il mio fisico impigrito e malaticcio (è da due settimane che ho una specie di pre-maldigola), l’accidia e l’irresolutezza. E un ben conosciuto senso di inutilità, ovviamente.
Anni fa un mio amico A, parlando di un mio amico B, disse:
“Il problema è che il suo cielo e la sua terra sono troppo distanti.”
Non so che volesse intendere, so cosa intesi io: che le sue aspettative e le correlate realizzazioni erano troppo distanti.
Feci, pochi giorni dopo, un discorso a un’amica C, dicendole che la vita va a fasi di sincronizzazione: prima bisogna sincronizzarsi con sé stessi e trovare il proprio baricentro, poi sincronizzare il proprio baricentro con quello del mondo (del mondo in cui si vive, dalla propria cella alla città al mondo intero).
Glielo dissi da persona che aveva avuto critici problemi nel sincronizzarsi con se stessa, bastanti a ribaltare se stessa e un buon quantitativo di cose e persone attorno a sé. Ma alla fine ce l’ho fatta.
Il mio problema attuale deve riguardare la mia sincronizzazione con il mondo.
Ho convinzioni troppo salde su di me. Per quanto io possa dire e ribadire che io sia incapace di giudicarmi, e che alterno grande stima a gran disprezzo, infine mi salvo sempre. Mi difendo sempre dal prossimo – quelle rare volte che il prossimo arriva a raggio e mi colpisce. Ci devo tenere, a questa cosa che è me e Me. Ci devo credere, per dirla più correttamente – quando credi a qualcosa e per quel qualcosa sei disposto a sacrificare tutto il resto.
Ma la sincronizzazione con il mondo…
Il soggiorno a Kiel, con tutte le incapacità e i muri e le incomprensioni, agevola tale sincronizzazione. La rende più soddisfacente.
Forse perché non sono mai stata capace di fare della mia cerchia di persone care un mondo; non so esimerle dai miei spietati giudizi, non so “salvarle” da ciò che credo siano. Non è in loro che cerco me.
Non che io cerchi me in Kiel – graziosa cittadina, Kiel, in cui passerei molti mesi ma non una vita – graziosa perché ha un porto e da lì puoi partire, che è un bel pensiero – ma Kiel è un “mondo” abbastanza grosso da fungere da Mondo, al momento.
Più grosso del mio vicinato, che seppellirei per metà – la metà autoctona, circa. Amo il mio quartiere a Lecco, quattro vie e infinite auto, che adesso ha un market cinese, un alimentari greco e un fruttivendolo (nord?)africano. Sono affezionata a tale Babele – perché non sento il bisogno di avere una cultura che mi accomuni con il prossimo, ma di quella coltivata me, che assieme alla Me di sottofondo, si interfaccino al diverso prossimo per trarne il più possibile. Si fotta la cultura. Si fotta quella intesa come superiorità intellettuale e quella intesa come aggregante sociale. Lasciate la mente collettiva ai Borg, gli spaghetti italiani agli americani e la birra tedesca ai turisti dell’Oktoberfest. Senza turisti e viaggiatori che inseguivano tutto tranne che la propria cultura non avremmo un’idea così precisa delle culture altrui e della nostra. Sono gli introiti della Barilla a fare la cultura italiana nel mondo, Italia compresa, non il vostro attaccamento alla purezza dello spaghetto.
Ma sto divagando – il che mi ricorda che io sono sempre io.
Anni fa, più anni fa degli anni fa prima citati, una donna che ha avuto un ruolo strano nella mia vita, nel senso che mi avrebbe voluto nella sua ma non in quella di sua figlia, mi regalò una moneta con sopra una nave.
Era un pezzo raro a causa di un errore – la nave era stampata nel verso sbagliato – o forse era un errore voluto, chi lo sa?
Mi diede questa moneta con l’augurio di un buon viaggio, e non dovevo partire. Forse si augurava che mi levassi dalle palle? In tal caso me lo augurò con un affetto mal coordinato con l’intento.
Non so dove sia quella moneta ora. Da qualche parte. Ai tempi stavo leggendo Rimbaud e le diede un ancor più intenso significato, e perciò la misi così al sicuro che non la trovo più. Non è mia abitudine vivere di ricordi, e così li dimentico in giro non appena li faccio diventare tali.
VB, qualche mese fa, mi ha regalato una bussola nautica. L’ho qui, ora. Presa dalla libreria dove era stata riposta, perché una bussola in una città – anche se straniera – ha poca utilità.
Le dico spesso (a VB, non alla bussola) di non farmi regali inutili, perché non sono il genere di persona che sappia dare loro un senso. Li metto da qualche parte e lì li dimentico, ben riposti, lamentandomi quando, sistemando la camera, mi trovo piena di questi oggetti che non si possono buttare perché non ha mai avuto senso tenerli.
Ma la bussola, forse, sfuggirà a questo destino, finendo al fianco della moneta.
Se la bussola si volatilizzasse sarebbe come se avesse raggiunto il suo scopo: divenire un puro simbolo. Un oggetto bruciato sull’altare per essere sublimato. Mi piace pensarla così – ma non sono una persona che sappia seguire molti rituali, come non so seguire i ricordi, e così non dipenderà da me il destino della bussola. Indago troppo il rituale per farne uno esplicitamente.
Ma ora è tempo di un rituale obbligato: finire di fare le valigie.

Sangria.

No, keine News.
Un esame domani, e non mi chiederete com’è andata, perché è un esame a cui non vado preparata, dicendolo, e non mi piace dare cattive news a comando – meglio quelle buone a sorpresa.
Al momento sono in pausa dal provare l’inebriante sensazione di studiare la storia del colonialismo moderno in un giorno. La vita è anche questo. Non sono mai arrivata a così tanto questo, ma, si sa, bisogna superare se stessi. Aiuta a sopportare meglio l’incedere dei giorni – da qualche parte, in questi giorni, ho letto che la vita degli eroi della fiction, la vita dei loro equivalenti reali, sarebbe noiosa – quindi, dato che non sono un’eroina della fiction, posso evitare di avere una vita noiosa.
Stavo riascoltando la OST di Across the Universe; sono a questa canzone. Non ricordo se VB abbia visto questo musical. No, lo ricordo: non l’ha visto. E difatti il signor Joe Anderson, che qui impersona il personaggio che preferisco, ha prestato il proprio sembiante per la creazione di un personaggio gestito da VB, nello specifico dell’attendente di un mio personaggio. Ed ecco che c’è un motivo anche per farle vedere Across the Universe.

Ho una ricetta per la sangria.
È da tre giorni che vado a dormire e mi sveglio immaginando della sangria.
Credo la sangria, comunque verrà, sia diventata il simbolo del meritato (poco, invero) riposo. Voglio sangria sangria sangria. L’equivalente di un sogno erotico, stessa insistenza sulla corteccia cerebrale.
Ho una ricetta per la sangria e poi improvviserò.
La voglio macerata all’inverosimile, voglio la frutta rossa come il sangue che nome dà alla bevanda. La voglio come bevanda e pasto – anche perché, negli ultimi giorni, non riesco a fare un pasto caldo senza sentirmi piena per mezz’ora, per quanto moderato sia. Credo mi si sia ristretto lo stomaco. Credo sia il caldo. E lo studio – la mente setta una certa scaletta mentale, e alcuni piaceri vengono scalciati nello scompartimento "bisogni che proprio non si possono ignorare". Ficcarsi cibo in gola controvoglia, pregustando la tazza di caffè con cui risciacquarsi le papille gustative. Non me ne lamenterò, dato che in questi giorni faccio la deficiente allo specchio cercando la giusta combinazione di movimenti per vedere a che livello sono i dentati. Devo invece diminuire gli esercizi per gli addominali laterali, non voglio l’effetto Apollino. Spostarmi da deltoidi a tricipiti.
No, non immaginatemi sull’orlo del culturismo – ho un ismo amante più della nomenclatura che della pratica. Sono cosiddetti esercizi di mantenimento, che servono a far risorgere una muscolatura che per lunghi periodi dorme narcotizzata.
Sono meno prona alla somatizzazione della maggior parte delle persone che conosco, ma nel mero senso che non somatizzo alle spalle della mia consapevolezza: parto dal presupposto che un legame mente-corpo ci sarà che io lo voglia o meno, quindi è meglio canalizzarlo. Lasciargli i suoi spazi. Sì che non mi colpisca alle spalle senza preavviso. Rimarranno i mal di testa dovuti al nervosismo, ma a quelli sono arresa da anni.

Dopo l’esame ci sarà l’impegno "scrittura", con una trama a cui dare corpo.
Le pause in questi giorni consistono nel chiacchierare e giocare di ruolo con VB, e il personaggio del periodo è un già citato piccolo isterico affetto dall’avere un padre che funge da minaccia fisica. Leitmotiv (sì, anche io mi sto rompendo le palle di usare questa parola, sta per giungere la sua ora) che io e VB ci siamo rimbalzate, e che dovrebbe aiutarmi a capire il punto di vista del "figlio con padre violento".
Non ho mai veramente avuto un padre violento. Ho avuto un padre facile all’alcol nei momenti di sconforto, e con la cosiddetta sbronza "violenta" – ma raramente lo è stato, veramente violento. L’alcol nel sangue di alcuni membri della mia linea di sangue ha l’effetto di acuire la fisicità, come se questa prendesse maggior sostanza a scapito di altre vie di comunicazione – l’ubriachezza diventa un essere più fisici, maneschi, cinestesici, e il come prende forma questa fisicità dipende da diversi fattori. L’ho vista in mio padre, in mio fratello, in me. Non ho visto mio padre o mio fratello ubriacarsi e scopare, ma so che in me quella fisicità può prendere una forma sessuale – una sessualità aggressiva, ma non necessariamente in senso negativo. "Aggressiva" come può esserlo una pacca sulla spalla – dipende a chi la dai, può essere piacevole o sbatterti a terra.
Se invece c’è di base rabbia, diventa una fisicità minacciosa.
Non ho mai visto mio padre alzare le mani su qualcuno (me compresa), ma ho sentito la sua fisicità gonfiarsi e imporsi a minaccia. Ricordo quella sensazione, quel dover rimanere all’erta, in attesa che scoppiasse. Si sentiva nell’aria, che poteva scoppiare da un momento all’altro. Beh, non è mai scoppiato – ma faremo tesoro di quella sensazione per descrivere la costantemente allertata condizione di Van Beumer Jr. Un tesoro ben sfruttabile, perché il mio essere costantemente all’erta non era per il timore che alzasse le mani su di me (me, piccola tenera creaturina adorata e innocente), ma per essere pronta qualora le avesse alzate su mia madre.
Giocando l’isterico tizio con padre violento cerco di capire cosa sia la paura del dolore fisico: non l’ho mai esperita. Sono cresciuta da due neo-illuministi (nel lato positivo del loro carattere; quello negativo ai tempi non c’era), per cui l’educazione è fatta di spiegazioni e comprensione, e non minacce fisiche. Avevo una tale salda base in ciò che – dice Mater – quando facevo qualcosa di sbagliato e lei stava per sgridarmi mi mettevo davanti a lei, mani sui fianchi, e le dicevo:
"Dai, picchiami! Picchiami!"
Non penso fosse masochismo, piuttosto una sfida a ricorrere a qualcosa che per suo principio non poteva essere applicato (e se non applicava quello non poteva neanche sgridarmi, no? Beh, funzionava, dato che la spiazzavo), e che io non ho mai imparato a temere. Non sapevo che significasse, essere picchiata, né lo so ora – tutte le botte prese e date sono state sempre amichevoli, o comunque controllate, o comunque in una situazione di parità (o comunque… o comunque…). I miei genitori non hanno mai neanche ricorso a punizioni fisiche non violente, quali il rinchiudermi da qualche parte (che io ricordi, beninteso; ora ricordo solo un caso, un’eccezione). E il mio corpo non hai mai avuto veti ("Non ci si masturba!", "Copriti!").
Il mio corpo, insomma, non è mai stato un mezzo con cui educarmi – e ora devo trattare con un personaggio la cui personalità è stata invece formata così.

Ogni tanto, parlando con Mater o con altri, ri-salta fuori il come – quando fossi piccola – passassi ore a discutere con mio padre.
"Discutere" non inteso come "litigare" ma come "prendere un argomento e discutere".
Ho detto, qualche giorno fa, che probabilmente mio padre ha atteso che io diventassi un essere senziente per approcciarmi – un essere un minimo senziente, il che significa che appena sono stata in grado di parlare e discutere sono diventata sua interlocutrice in astratti discorsi che di soluzione non ne hanno ("Se un albero cade in una foresta dove nessuno è presente, l’albero è caduto o non è caduto?": discussione avuta con lui tra i 6 e gli 8 anni, non ricordo quando). A posteriori, penso mio padre avesse mal giudicato: non avevo l’intelletto né la retorica per dibattere certi temi; ma certamente il fatto che li dibattesse con me ha avuto conseguenze nella formazione del mio carattere.
Non c’è persona con cui, a parità di nozioni, non mi senta in grado di discutere: ho dovuto affinare la mia retorica fino a farla diventare affilata come una lama, che spesso mi veniva rivoltata contro da un uomo uscito da un classico e ateo pensatore. La frustrante sconfitta di chi sa di aver perso perché non padroneggia l’arma, e non perché sia più debole.
Ho imparato a considerare le parole dei mezzi, e null’altro: troppe volte sono stata "battuta" non per l’aver avuto idee scorrette ("Se un albero cade in una foresta dove nessuno è presente, l’albero è caduto o non è caduto?": non esiste una risposta corretta), ma per il non averle sapute esporre correttamente. Conclusione: la verità non sta nelle parole.
Talvolta discuto con persone che mi tacciano d’essere troppo "arrogante/certa/etc" nel dire cose; VB ha commentato il meccanismo con il dire che le persone fanno l’errore di prendere per verità infusa quel che dico ("Do you think I am the Pope?" citò una volta OE, citò un economista che venne accusato di contraddire una cosa che aveva scritto dieci anni prima); io faccio l’errore di non considerare che forse la maggior parte delle persone non concepisce il verbo come mezzo retorico, arma che può agevolmente affermare una verità e poi il contrario, con eguale nonchalance. Che la maggior parte delle persone, quando parlano, non fanno scattare in automatico meccanismi che dovranno assicurare loro una vittoria formale nel discorso. Vittoria formale: quando le persone mi dicono che ho ragione spesso dico che lo so – ossia, che so che formalmente ho ragione, ma le parole sono solo parole. Vincere una partita a scacchi significa vincere una partita a scacchi, non vincere in ciò che quella partita rappresenta.

Su Facebook ho una figlia, ora, che porta avanti un progetto on-line che la vede reincarnazione di Gesù Cristo; infatti è mia figlia perché io sono Dio.

“Mamma?”
“Dimmi, tesoro” portò la mia tazza nel lavello.
“Mamma, io sono Dio”.
Seguì un minuto di silenzio, poi mi aggirò e mi si mise davanti. Quando parlò lo fece con il tono vacci-nell’orario-di-Casarin e nonostante la mia divinità incassai la testa nelle spalle:
“Diana, oggi è una giornata che comincia male. Pioverà a breve, torneremo dalla scuola a Mestre che San Marco sarà allagata, mi si arricceranno i capelli e quella di religione vuole rubarmi due ore di lezione la settimana prossima. Non sono dell’umore di cercarti uno psicologo. Hai sei anni. Perché non fingi di essere Sailor Moon? Troverai anche delle amichette con cui giocare”.
“Ma mamma, io non sono Sailor Moon. Io sono Dio”.
“E io sono in ritardo. Mettiti le scarpe e andiamo”.

Andate e godetevela.
Adoro come scrive e come vede le cose (esiste una scissione tra le due cose?). E ciò mi rincuora. E poi, è di Venezia – e ciò garantisce una benedizione in automatico.

"Spargerò la voce, Padre. Magari durante la festa del Redentore."
"Oh, che bei ricordi… Quella peste mi era venuta proprio bene."
"Annichilente. Ma poi tocca a me resuscitarli, Padre."
"E chi appare sul souvenir più venduto al mondo, figliolo, io o tu?"
"… touche, Adonai."
"Non cercare di eguagliarmi, sai com’è finito l’ultimo."
"Me lo ricordo. E’ in classe con me, sai."
"Se non fosse stato per Gaza, avrei preferito farvi fare un bis da quelle parti. Ma posso sempre ripensarci."
"Ma a Venezia mi trovo bene, Adonai. Penso di poter lavorare bene."
"Mi toccherà diffondere un’altra peste, per far puntare i riflettori lì. L’ultima volta che ci ho provato l’umanità ha deciso che la Guerra dei Trent’Anni era più interessante. Occasioni sprecate. Non capirò mai questa tua ostinazione nel volerli comprendere, quando ti ripeto da prima del tempo che non c’è nulla da comprendere, non più di quanto si possa comprendere Windows: è un virus, fine."
"Padre, non sei cambiato di una virgola dall’ultimo Diluvio Universale."
"Se mi decidessi a cambiare tutto questo non ci sarebbe più – Facebook a parte, mi ci sto affezionando."
"Mi fai venire voglia di mutare l’acqua in vino."
"Proporrei una sangria."
"Vado a raccogliere la frutta."

Come si fa a non amarla? Forse è anche maggiorenne! Andate e amatela. Amen.

(Sangriiiah… Shangriii-La… Ngh.)

Sua Eminenza Grinsekatze.

Sul tavolo: tazze vuote, posacenere pieno, una dispensa, un libro quasi finito di riassumere, il taccuino.
Moleskine.
Che sta venendo divorato.
In camera ho una lunga fila di Moleskine. All’incirca uno all’anno – acquisita abitudine di prendere l’agenda giornaliera, anche se l’uso che ne faccio è poi quello di un qualsiasi taccuino. Ma è più grossa, dura di più, ed è vecchia abitudine quella di usare agende come quaderni.
Prima dei Moleskine e dopo le agende ci sono stati quaderni – una decina, incollati o legati l’uno all’altro, a formare questa pila sgangherata.
Sono una delle persone meno legate alla conservazione di ricordi che conosco, ma alla fine ho una cronaca dettagliata della mia vita, dalla pubertà in avanti, mezzo parola scritta. A volte diario, a volte racconto, a volte ideazione – a volte ghirigori a bordo pagina.

Quasi finito di riassumere uno dei saggi, come detto. Poi è venuta un po’ di trascrizione di Gioco della rosa, intervallata dalla grafica relativa (sto cercando di fare una copertina).
Sul desktop un file attende. Al suo interno vi sono poche righe, scritte da ubriaca o qualcosa del genere.

Il bastone da passeggio è lo stesso – ne riconosce l’unicità dal modo in cui la luce dei lampioni s’infrange sulle sfaccettature dei diamanti incastonati. I riflessi creano una ragnatela di luci che scompare prima di completarsi.
Ma basta e avanza.
Dopotutto la fatalità si fa appena intuire, prima di abbattersi.

Giusto per fissare il concetto.
I diamanti mi parlano. Quando ne vedo uno (riprodotto, tendenzialmente, nella vita quotidiana non inciampo in diamanti), questi mi parla e mi dice:
"Sono un simbolo-simbolo-simbolo! Dì di me! Di me!"
Un simbolo potente, appena finisco di capirlo.
Anche il bastone ha la sua potenza, come simbolo.
Un bastone con diamanti incastonati dovrebbe far sbocciare qualcosa di orgasmico – se saprò non farmene travolgere, rimanendo a contemplare alla Genet.
E diamanti e rose si mescolano nella mia testa, come pistole e rose nella testa di qualcun altro. Credo tra l’altro l’accostamento non dia un prodotto dissimile.

Il mio caro compagno che chiameremo X insiste bonario. Dopo avermi fatto notare che il mio sfregare la mano tra le gambe durante la lezione ha un suo particolare senso (al che gli è stato risposto che lo capisco perfettamente, anche io mi farei cogliere da quel senso, se fossi lui; ma capita io non sia lui), dopo il chiedermi via e-mail se può lasciarmi un bacio, reitera il mio essere distante.
Dovrei dire alle persone che in realtà sono il Papa; mi si chiami "Sua Eminenza Grinsekatze" e ci si arrenda a questo fatto.
Gli ho scritto:

Sono spesso sentita "distante", senza che io stabilisca alcuna distanza volutamente, ma in questo caso credo che la tua sensazione dipenda non tanto da un mio mettere distanze, ma dal fatto che tu vorresti più vicinanza di quanta ne voglia io. Quindi: tu ti avvicini, e io invece sto ferma.

E trovo molto grottesche queste tentate analisi seriose dopo due settimane di conoscenza (per un totale di ore settimanali di 9, tutte di lezione); ma trovo grottesche molte cose; qualcuno potrebbe dirmi che “Sua Eminenza Grinsekatze” ne ha da insegnare sul grottesco, e avrebbe ragione – ma si sa, la ragione di Io suona sempre più sensata della ragione di Qualcuno.
Credo comunque dovrò cambiare tattica. Non mi va di fanculizzare l’amico, probabilmente al suo posto non sarei differente (beh, magari forse; per sentire me dire che qualcuno mette distanze dobbiamo prima aspettare che smetta di fumare o bere caffè), e poi è simpatico&interessante, quindi ricorreremo all’antica grottesca tecnica del dirgli di considerarmi un uomo: magari per assurdo con un uomo potrebbe finirci a letto (e mi pare in questo senso abbia già dato), ma non triturerebbe i coglioni al suddetto con retorica sulla vicinanza e sulla lontananza, e se lo facesse sarebbe una checca e io odio le checche, quindi potrei cominciare a deriderlo suggerendogli dignità.
Di solito – so che è assurdo – funziona.
(Dell’uso e abuso di reificazioni altrui.)
Domani farò la mia performance sociale da scaricatore di porto e tutto si risolverà (self-fulfilling prophecy).

La Cité des enfants perdus

La Cité des enfants perdus. The City of Lost Children. Fucking sure this movie comes from a video game, not vice versa, but they made a video game inspired by the movie just soon after the movie, therefore I find no info about the first, original, my video game.
I clearly remember the times I’ve been trying to play it – trying because I couldn’t go further the second enigma – you know, when video games were for nerds (and brats who were wannabe nerds) and programmers failed to outguess users’ logics and therefore you ended up finding no ways to understand what the game was asking you to do.
But if I tried to go further, that was because of the ambience. Something magic, something disturbing. Angst. And desolation.
The movie recreated that ambience to all appearances, and I’m gonna watch it, but still I want to find info about my video game – it’s part of my childhood, damn, I entrusted part of my childish hopes and fears to that game, I want them back.

(I wrote in English because I’m tired of translating my thoughts every time I’m gonna write here but I happen to read/write/think in English. Be kind to this poor innocent lazy creature that chooses not to be pleasant and piles mistakes throughout a post, and then inflicts its wounded self-esteem on you.)

Speculum.

Group: Michel Foucault has Ruined My Sense of Reality

Description: Whether he’s ruined your own personal concepts of reality or your personal life, Michel Foucault is simply TOO BRUTAL for mere mortals. Some of us have lost friends because of him. Some of us no longer have social lives at all because of the reading. Some of us have even watched relationships spiral into oblivion because of Foucault. This group for all of you brave souls who cannot look at the world without knowing – in the very depths of our many fractured selves – that we are always in the Panopticon.

Traducevo la dispensa per tedesco. Parola per parola, le parole che non conosco, le troppe parole che non conosco. Lavoro lento e paziente per una meta lontana. Quando le mete si fanno troppo lontane, e sono rare, e non puoi vederle all’orizzonte ma ti dici che esistono – non ricordi bene perché, ma sai che esistono – ogni singola parola tradotta pesa come l’intero lessico che ti manca.

In questi giorni mi sento spesso in colpa. Nei confronti di Mater, perlopiù. Sarà che lei lavora e io no, lei ingoia la sua quotidianità e io solo me stessa.
Sarà che mi ripeto che dovrei lavorare e un brivido mi percuote all’idea di dover interagire con i sistemi vigenti e le vigenti persone là fuori. È una sensazione abbastanza forte da farmi pensare che dovrei andare in cura. Non è la prima volta che mi accade, so che se ne esce, ma non so se sia così automatico uscirne. Non so quale sia la norma, ecco. Ho avuto periodi così e periodi di nonchalance sociale, e non so dire quale sia la “base” per me. Sono di base anti-sociale o l’anti-socialità è derivata?
Penso, nel silenzio di Mater che dorme, che mi pesa pesarle addosso. Tale peso mi commuove come un film che stronca per pena e squallore. Mi pesa, in verità, pesare addosso al mondo, ma il mondo è un concetto lì fuori, distante, ignorabile. Mater è l’essere umano più vicino, posso ascoltare il suo silenzio mentre dorme. Vorrei poterlo non ascoltare. Vorrei perdere l’udito. Poi la vista. Il tatto. Un senso dopo l’altro, fino a una dissoluzione anonima, così silenziosa da far pensare che il posto che occupo forse non è mai stato occupato da nulla. Sì, mi piacerebbe un mondo senza di me.

Tra le canzoni che passano da un orecchio all’altro, appare la voce di Mara. Mara che si registrò cantando stupide sigle. Mara che le canta con voce profonda, o forse con profondità e basta. Una bella voce. Amo le belle voci, mi aprono il cuore – le belle voci sussurrate in una registrazione cruda.
Mara passa un brutto periodo. Potrebbe essere l’incipit di una storia qualunque. Il ragazzo l’ha lasciata e lei non ha dignità sentimentale, nonché un ego mancante di autostima come difesa. Si ferisce e fa ferire non potendo spegnere l’intelligenza che intanto analizza; dice di ferirsi e farsi ferire con coscienza, che dirle? Questo non elimina il fatto che stia male.
Sono andata a trovare Mara, per farle semplicemente compagnia. Le avevo detto che, se serviva, potevo andare a trovarla, per una volta non provandoci. Per una volta, la persona ha colto al volo l’offerta in un momento di dolore. Di solito non lo fanno. Di solito non lo fate. E fate bene. Non sono brava a consolare. Sono logica nelle questioni sentimentali, e la logica non è consolante se non rimirata in solitudine.
Gente mi dice:
“Hai fatto bene a starle accanto.”
Gente mi dice:
“Un bel gesto.”
Un suo amico mi dice:
“Grazie di essere con lei.”
E io mi guardo attorno con un sopracciglio sollevato. Non sono l’amica che consola, quella che distrae senza fare domande. Mara si fa distrarre e poi ascolta le mie ramanzine da grillo parlante (dice lei), e io penso che si fa sbraitare addosso non perché ciò sia utile, ma perché è abituata a essere deprecata. Almeno, a farlo c’è qualcosa che poi la distrae anche.
Massaggio Mara, mi infilo nel letto di Mara, in cerca di calore umano. In cerca di voglia, anche, che mi scaldi – non importa che quella voglia non sia poi soddisfatta – dopotutto, ho detto che non ci avrei provato, sono di parola – l’importante è che quella voglia appaia ad accumularsi come cosa spronante. Spronante per cosa? Spronante e basta. Per non spegnersi come un automa e fissare l’altra persona con il vuoto dentro. La voglia mi dona un’attitudine più sociale, mi spinge a sorridere ed essere gentile, ad agire e reagire anziché fissare l’altra persona come se fosse un prossimo cadavere che gira sul proprio asse come una ballerina di un carillon.

Ieri, sul letto, piegata dal mal di pancia, contorcendomi ridicolmente per cercare posizioni che alleviassero il dolore, la fronte sul libro quando il dolore era troppo (e io non volevo prendere un altro antidolorifico, no, col cazzo, sono così miserabile da non poter sopportare un banale dolore mestruale?), ho osservato la mia abitudine alla solitudine.
È un atteggiamento interiore, più che un fatto. Lo noti quando a un certo punto la tua stanza vuota ode un lamento, ed è tuo, e lo stai facendo perché soffri e il tuo corpo si lamenta anche se non c’è nessuno – e ti rendi conto che non credi nel concetto di “lamentela”. Non che io non esterni le mie noie e dolori lamentandomi, ma quando qualcuno tenta di porgere una mano per aiutarmi sminuisco subito tutto e torno al silenzio. La mia lamentela è una posa. Lo penso con la guancia sul libro e nessuna mano sul mio corpo dolorante. Com’è la mano sul proprio corpo dolorante, da sobri? Le ultime mani sul mio corpo malato erano posate sul mio corpo pieno d’alcol. Il corpo pieno d’alcol non ha più le forze di ritrarsi e minimizzare, quindi riceve la mano un po’ infastidito ma in fretta la dimentica.
Con la guancia sul libro, gli occhi in quelli del gatto, mi torna alla mente la sensazione di una mano calda sul mio corpo dolorante. Mi torna nel corpo, sull’epidermide, la sensazione di un dolore che svanisce. Perché mi appare così strambo? Come una sorta di magia.
Ma non mi spiace, mi dico, mentre il climax di dolore passa, essere abituata a essere disabituata alla mano calda. È utile. Come è utile abituare il mio corpo a farcela senza antidolorifici: un’auto-addestramento in vista di periodi di carestia. Che si traduce in carestia auto-imposta. Sembra un po’ un parto delirante di un eccesso di logica, processo tipicamente umano, ma continua a essere utile. Basta abituarsi.

Il libro era Le benevole.
Pagine e pagine su campi di lavoro inutili. Prigionieri denutriti e privi di cura igienica muoiono prima di poter essere addestrati.
“Colpirli li indebolisce, ma se non li colpiamo non si muovono del tutto.”
Leggetela nell’ottica per cui quei prigionieri non sono esseri umani ma cose lavoratrici. Io leggo quella parte e mi sento una cosa lavoratrice disfunzionante che si sta massacrando. Mi scricchiolano le ossa. Un giorno mi sono accucciata in fondo alla miniera perché per qualche motivo la luce del sole mi faceva venire mal di testa, e ora non esco più.
Le benevole che spiega così la follia nazista sul finire della guerra, la follia del “stiamo perdendo, non abbiamo più nulla, siamo circondati, ma accaniamo le nostre energie nello sterminare ebrei”, così la spiega: se l’Ungheria passa i suoi ebrei alla Germania, la Germania può ricevere il corrispettivo che l’Ungheria utilizzava per nutrire quegli ebrei. Ma gli ebrei, arrivati a destinazione, sono ormai troppo indeboliti per lavorare, e quindi vengono eliminati. Rimane il corrispettivo, ma non è di soldi che la Germania necessita, bensì di forza-lavoro – quella sterminata quando morente perché inutile, ossia nella maggior parte dei casi.
Intendiamoci, la forza-lavoro ebraica sarebbe stata sterminata comunque, ma dopo aver agito come forza-lavoro. Lavoro fino alla morte. Ma se questo periodo di lavoro è più breve del tempo necessario ad addestrarli…
E il protagonista sogna. Sogna un campo che rappresenta il mondo intero, dove la gente nasce, cresce, lavora per poi morire. Ed è poi così differente dalla vita di chi non sta nei campi?
E io sogno cadaveri che danzano. Cadaveri fortunati, fuori dai campi, che hanno modo – nelle pause tra lavoro e sonno e procreazione e mantenimento della progenie – di distrarsi facendo qualcosa di divertente, come: danzare. Non fanno sempre quello. A volte ridono, a volte si corteggiano, spremono le meningi per trovare nuove occupazioni distraenti.

Mi sono distratta facendo scrivere a Sedlacek un articolo a favore di una proposta di Riforma interna al collegio. Mi sono distratta giocando con gli ingranaggi di un sistema. Il sistema l’ho creato io, e metto Sedlacek lì in mezzo a disfarmelo. A cercare le imprecisioni e sfruttarle, a usare fessure come voragini in cui sguazzare, a dimostrare che anche il sistema creato per essere ottimale può essere smontato da chi l’ha creato, se questi ha abbastanza fantasia da essere Dio distruttore oltre che creatore.
Ma la differenza tra creazione e distruzione si fa sottile. Un personaggio come Sedlacek è nato come deposito di corruzione, e dalla distruzione altrui si è creato una vita.

Alla stazione di Parma, Cauchemar mi abbraccia e saluta, e mi dice:
“Fai la brava. Non come Sedlacek.”
“Non potrei fare come Sedlacek. Non ho il suo entusiasmo.”

Prendo Sedlacek e lo metto in situazioni che attentino al suo sistema come lui attenta al mio. Titillo i suoi punti deboli, cospargo di miele i suoi punti scoperti, lo guardo destreggiarsi, poi guardo l’intravisto infinito: lui che distrugge quello che creo io, io che distruggo quello che crea lui, e chi vincerà?

Horton, sul divano, alza le spalle. Neanche lui ha l’entusiasmo di Sedlacek. Io e Horton osserviamo la vitalità distruttiva sedlacekiana senza girare canale.
“Ehhh…” commento io. “Una certa invidia.”
“Nah.” risponde lui. “È inutile.”
“Beh, ma lo è tutto. Allora tanto vale.”
“No. Non vale.”
E, in silenzio, pensiamo che non esiste alcun “fascino del Male”. Il “Male” non è affascinante, ma semplicemente utile. Anzi, “Male” è il nome dato a chi dell’utilità fa il primo principio dopo l’auto-soddisfazione, però incapace di… di…
“Di?” mi domanda Horton.
“Di. Di stare bene anche se non tutto è come vuole.”
“E chi sta bene anche se tutto non è come vuole?”
“Questo non lo so.”
“Un coglione.”
“Non è così semplice…”
“È più semplice che tentare di avere tutto come lo si vuole senza fallire, statisticamente.”
“Ok, ma tu cosa vuoi?”
“Una birra.”
“Mh. Io mi faccio un caffè.”
E facciamoci un altro caffè.

Frequentare cattive compagnie è lesivo. Lo dico, a volte, a persone il cui credo va contro i miei principi morali. Dico loro:
“No, non mi offendi. No, non scusarti. No, non c’è bisogno di giustificare. Accetto tutti. Amo la varietà. Semplicemente, probabilmente non ti starò vicino per troppo tempo. Sai… Si è un po’ chi si frequenta.”
Quindi, per seguire il buon principio e congedarmi ogni tanto da Horton e Sedlacek, creo altri personaggi. Indago sulle infinite possibilità della mia mente. Gioco a dei what if. L’impostazione da creativa puntigliosa mi impone di immedesimarmi in tutti loro per poterli descrivere al meglio, e quindi esagero: creo ragazzine groupie tenere e adoranti, eterosessuali e monogame, per cui il sorriso è un must.

Poi, a casa di Mara, viene messo un vecchio video. Anno: 1998.
Sullo schermo, c’è una tredicenne dai capelli scuri di media lunghezza raccolti in due codini. Pelle chiara, liscia, occhiali sopra a occhi grandi e azzurri. Azzurri-azzurri. Azzurri da essere contemplati, e la telecamera continua a zoomare per coglierne il colore.
La tredicenne parla, si muove. È imbarazzata, non è abituata a essere ripresa, ma non può esplicitare nudo imbarazzo, e in qualche modo se la cava. C’è qualcosa di strano in lei, ad esempio il fatto che inizi frasi con:
“Premettendo che…”
Dove ha letto questa formula, questa tredicenne impacciata? Il suo imbarazzo viene agevolmente scalciato a lato quando le viene posta una domanda su un tema serio, su cui ha una ben precisa opinione da lasciare ai posteri. La espone, senza esitazione se non quella richiesta dall’umiltà, poi il sorriso imbarazzato torna, con esso delle fossette ai lati della bocca.
Ricordo qualcuno dirmi, anni e anni fa, che adorava quelle fossette. Chi era? Non ricordo. Ricordo che pensavo dicesse una cazzata, in quanto quelle fossette io non le avevo mai viste. Erano fossette riservate a terzi (né a Me né a Me, quindi), qualcosa non riproducibile allo specchio. E sì, cazzo, sono veramente adorabili. Come i codini, da cui i capelli escono alla rinfusa. E le labbra, carnose. Quegli occhi limpidi da cuoricino intatto e animo pulito perché mai usato né venduto.
Poi, la tredicenne riflette, e per farlo piega il capo in un gesto naturale. Qualcosa che denota il fatto che deve pensare spesso, tanto spesso da avere un’intera parte di mimica riservata al pensiero. Dopo il “Premettendo che…”, mentre parla, quella mimica fuoriesce, dandole troppi anni rispetto a quelli che ha. Troppa sicurezza – no, aspettate, troppa poca goffaggine rispetto a quella del suo corpo di tredicenne, rispetto alle fossette nervose e alla non-padronanza della sua immagine scenica.
In un’inquadratura a figura intera, quando le viene richiesto un saluto – quando le viene richiesto di mettere in scena un saluto per i posteri, un saluto quindi che debba fare spettacolo a sé, la tredicenne emula la posa e il modo di fare di qualcun altro. Piega leggermente le ginocchia, un lieve inchino, un sorriso artefatto copia/incollato senza troppe pretese da fonti a noi ignote.
Non ha l’abbigliamento adatto, a quella posa, ma non può rendersene conto. Scarpe da ginnastica, jeans larghi, una semplice maglietta – larga – nera. Nelle riprese ravvicinate il colletto della maglietta scivola sul suo collo sottile e nervoso, ma liscio – una gioventù mai stata del tutto informe, come i bambini sono. Un collo da stringere. E accarezzare. Così nervoso da far intuire iper-sensibilità di quei tendini tesi. Chissà come geme. Chissà se è vergine. Sembra. Chissà com’è quando nessuno le chiede di farsi riprendere, inscenando pose.
Il connubio tra la palese goffaggine da acerba adolescente e il modo sicuro in cui espone le proprie idee la rende quel genere di monstrum che dovette ispirare Carroll e Nabokov: hai davanti a te una bambina, è palese, ma si palesa che sotto la carne da svezzare c’è uno sguardo giudicante.
Lasciando correre la fantasia, riesci anche a pensare di avere davanti una specie di donna nel corpo di bambina – un sogno sentimental-erotico perfetto: corpo intoccato e mente indipendente – ma poi ci pensi, e pensi che ha tredici anni, e quella mancanza di padronanza del corpo ci sarà anche in altre sfere, impossibile indovinare quali. Non che la cosa ti riguardi: ha tredici anni, fuori dalla tua sfera – però, ti piacerebbe vedere come agisce e si muove una creatura così. Come si muove, soprattutto.

… E mi trovo a guardare me con brama.
È più preoccupante che la brama nasca dal guardare me, o che nasca dal guardare una tredicenne? Mara mi dice che la mia espressione sarebbe da filmare – così, fra altri dieci anni, potrò bramare la me di oggi?
Ma, mi dico, tra Me e Me c’è un rapporto speciale che non può seguire le leggi che condannano la pedofilia. Ciò nonostante, dico a Mara che dovrebbero esistere più ragazze come quella. Gran stronzata. La tredicenne ripresa sarebbe stata una pesante grana per più di un adulto. Ricordiamo due tentati suicidi per amore (o così la vendevano) e un uomo a cui ha rovinato un po’ più l’animo. Sparse sofferenze ad accumularsi nel curriculum. Altro che monstrum, piuttosto palla al piede della coscienza. Con un sacco di baratri pieni di spine, e una famelica e crudele voglia di palco.
Dopotutto, ogni ricetta deve avere le sue armonie. Nella mia quasi inesistente carriera di cuoca, ho dovuto ricavarlo facendo cocktail: se vuoi caricare d’alcool il tuo Mai Tai, dovrai aggiungere un succo per equilibrare il gusto. Oltre al fatto che se riempi d’alcool il tuo Mai Tai, poi ti ubriachi. La tredicenne avrà dovuto compensare l’imperante giudizio del suo sguardo con qualcosa, perché – so dirlo per certo – non era un giudicare di facciata. No, non era un’emulazione di quella boria e sicurezza che gli adulti sfoggiano. Era qualcosa di più spesso e profondo. Cosa – ha domandato il mio bramante sguardo che si rifiutava di riconoscere in lei me stessa – cosa stracazzo avrà compensato l’imperante giudizio? E se non c’era nulla a compensare – 13 anni sono 13 anni, ossia: 13 anni per fare esperienza, non si bara – quanto squilibrata, in senso letterale, era quella ragazzina? Nah, meglio tenersela lontana. Immagino la fila di ragazzi e uomini disillusi a cui cade la mascella davanti alla piccola Lolita, pronti a viziarla; non le avrei dato che un freddo riflesso di se stessa, per mostrarle quali lati di lei andavano sistemati, anziché bearsi. E lei mi avrebbe ignorato – le conosco, quelle come lei – adducendo la scusa che ero troppo noiosa – e probabilmente ci avrebbe anche creduto. D’altro canto, ogni cosa che non montava il suo ego come panna da mettere su una torta in vetrina non poteva che esserle noiosa. Mi stupisce piuttosto pensare agli uomini dalla mascella caduta, uomini adulti che dovrebbero capire che non esiste alcun monstrum pronto a dispensare meraviglie senza prezzo. La tredicenne è una tredicenne, punto. Il fatto che abbia uno sguardo più adulto non le abbuona anni d’esperienza.

Horton cambia canale.
“Chissà se a Sedlacek sarebbe piaciuta.” commento.
“Eh?”
Chissà se e Sedlacek sarebbe piaciuta.” scandisco. “Insomma, dà l’idea di una di quelle personalità pronte a fare scoppiare fuochi d’artificio al minimo stimolo. E poi da che ho capito le piacevano tutti quei giochetti machiavellici sociali…”
“Di tempo. Spreco.”
“Eh?”
Spreco. Parole tue, non mie.”
“Ahhh… Sì, spreco. Traduzione alternativa del Vanitas vanitatum et-”
“Sì, quella roba lì.”

La fedina penale del fanciullo del Pascoli.

Prendo una tazza, il caffè solubile, lo zucchero, faccio per collegare il bollitore alla presa e – dall’angolo – una sagoma piccola e non identificata mi caccia un brivido di allerta lungo i tendini della mano.
Allerta e repulsione, piccola cosa dalla forma non elegante.
Una farfalla.


Messer Sedlacek, avvocato, nacque quando Cauchemar insistette per scrivere con me al punto che pensai: "Diamole quel che vuole."
Le mie resistenze allo scrivere a quattro mani erano dovute a una supposta mancanza di punti in comune: Cauchemar così lirica, così poetica, così fiabesca…
Pensai, dunque, quel "Diamole quel che vuole." e improvvisai un incipit:

“Sai di cos’è fatto il pigmento delle farfalle? Quello che le ha rese il simbolo della leggiadra bellezza?”
Moebius avvicina la goccia di vetro in cui la farfalla è cristallizzata. Verde-azzurro, le ali sfumano in nero. È una macchia di cielo che sbuca dalla notte, vivida da morta come da viva.
Moebius, vivo, e dio sa per quanto ancora – lui stesso non scommetterebbe date troppo in là nel tempo, odia perdere – è tutt’altro che cristallizzato. Tratti sottili, ma precisi, e precisa l’articolata mimica che rende il suo espressivo volto impossibile da non guardare, almeno con la coda dell’occhio.
Posa la bara di vetro per voyeur sul tavolo, tra i bossoli vuoti e lo zippo.
Feci. Sono le loro feci. Romantico, no?”

Potrei addirittura supporre che sia colpa delle farfalle se Sedlacek è quello che è.
Me lo immagino, bambino vivace che gioca con insetti staccando loro pezzi, fare la conoscenza ravvicinata di una farfalla, e rendersi quindi conto che – da vicino – quegli animaletti sono abbastanza repellenti. Niente di poetico, niente di etereo. Lo immagino rimanerci male e – da bambino vivace – rimanerci male facendo a pezzi la farfalla mentre la deride per essere così brutta. Una lezione di vita, eh?

Quando ero piccola ero contorta.
Non che io mi esimessi dal fare a pezzi animaletti di varia natura, ma lo facevo con freddo e rigoroso spirito osservatore. Non assumevo quell’ebete espressione concentrata che i bambini assumono quando disfano qualcosa di vivo, anzi: aborrivo quell’inconsapevole espressione, trovandola animalesca – e quel suo essere animalesca mi angosciava. E mi repelleva il modo in cui i miei coetanei non si rendessero conto di indossarla. Ero una di quelle bambine che, riassumendo, odiano i bambini e si vergognano anche un po’ dei compagni di classe.
Ricordo però, un giorno, quando una compagna mi trascinò nel classico gioco: "Facciamo che noi siamo le mamme e le bambole sono i nostri figli." Di bambola però ce n’era una. Non ricordo bene come si risolse la cosa (se qualcuno adottò il ruolo del padre, se per licenza poetica quella bambola aveva due madri, se una era la zia…), ricordo che la bambola faceva qualcosa di sbagliato&cattivo, e quindi andava punita. Lo sottolineai, ricordo. Insistetti, anzi, con esponenziale ardore, fino a che la colpa della bambola non acquistò il ruolo che può avere in un porno: mera scusa.
Ai tempi non potevo fare questo parallelo, ma sentii una disarmonia. Sentii che stavo scavalcando me stessa, o una cosa del genere, e lo compresi anche guardando la mia compagna di giochi, che nulla aveva addosso dell’ardore che stava animando me.
La cosa che mi fece andare in crisi è che non sapevo dove collocare quell’ardore. Era qualcosa di simile a quello che provavano i miei coetanei spezzettando insetti, ma io non stavo spezzettando un insetto. Cosa stavo facendo? Non stavo spezzettando una bambola, no. Non esattamente.

I bambini sono cattivi. Tutti. Lo sono come è cattivo l’incipit di Rosso Malpelo.

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo.

È uno dei miei racconti preferiti, e non potrebbe esserlo se non fosse scritto adottando il punto di vista collettivo. Voce corale. Che impone il proprio punto di vista con una logica tautologica. Come fanno i bambini che imitano gli adulti, imitandone il dover spiegare i motivi di un’azione.

Mater dice che quando ero una marmocchia ero la marmocchia che difendeva i propri compagni deboli. Io ho rimosso questa sfaccettatura della mia infanzia. Mi ricordo osservare i miei compagni angariati, quelli su cui la voce corale aveva decretato un giudizio negativo e che quindi erano destinati a stare in un angolo con un velo di derisione addosso, e chiedermi come fosse accaduto. Perché accadeva a quel bambino e a quell’altro no. Me lo chiedevo di rado, perché per una contorta dinamica il bambino angariato si trasformava in ciò con cui veniva deriso – come se diventasse più fedele al giudizio corale che a se stesso – ma c’è un se stessi a cui essere fedeli, quando si è bambini?
“Perché tutti ridono di Tizio?”
“Perché è ridicolo.”
La risposta bastava alla marmocchia che ero nella maggior parte dei casi, immagino, ma non sempre.
Accadeva, talvolta, che andassi a giocare a casa di compagni e compagne, e vedessi lati di loro insospettati. Vedessi, ad esempio, il dispotismo che un angariato usava sulla madre. O la sottomissione che l’eroe della classe doveva mostrare dinnanzi ai genitori. Mi indignava, questa incoerenza. Avrei voluto dire al primo che non aveva diritto di piagnucolare con la madre, perché a scuola non aveva nessun diritto simile; e al secondo di far valere la fama che a scuola gli dava tale privilegiata posizione. Altrimenti non vale.
Ricordo la sindrome di Stoccolma di alcuni angariati, e quanto il vedere in loro la volontà di rimanere ciò che erano mi facesse montare dentro una rabbia viva indirizzata al ribadire la posizione a cui erano tanto attaccati. Ok, in questo non ho smesso. Il pensiero “ci sono persone che vogliono subire” è una tentazione viva in un angolo del cervello (o forse dell’intestino), per quante razionalizzazioni cerchi di applicarle.
Ricordo il mio primo trauma gender. Si stava giocando in cortile a un gioco che probabilmente ha un nome ma non lo ricordo, in cui alcuni bambini fanno i prigionieri e gli altri fanno i rapitori/liberatori nei confronti dei prigionieri della squadra avversaria. In ventitré anni di vita non ho ancora compreso che divertimento possa esserci nello stare fermi in attesa che qualcuno ti liberi, e di fatto facevo la rapitrice/liberatrice.
Ricordo di aver toccato una delle nostre prigioniere, e la ricordo – quella gran troia – rimanere ferma e non considerarsi liberata perché io non ero un maschio. Me l’ero legata al dito. Ci avevo fatto amicizia secondo i suoi canoni. Ero riuscita a farmi invitare a casa sua a giocare, convincendola a giocare il famoso “Facciamo che io sono…” – “Facciamo che io sono uno scienziato pazzo che ti rapisce.”
La mia mente, qualche anno dopo, ossia quando deve aver realizzato, deve aver deletato i dettagli di quel pomeriggio, perché non li ricordo. Ricordo il mio pensare che dovevo mantenere la situazione entro certi limiti, di modo che quella situazione non fosse narrabile a terzi ma fosse invece un pesante e vincolante segreto. E come narrare, poi? Neanche io avrei saputo trovare una definizione, una descrizione o un parallelo. C’era solo il cosiddetto senso del peccato.
Ricordo che dopo quell’incontro tutto il male che avevo voluto a quella bambina era scomparso, sostituito da un dispotico affetto. Dico “dispotico” perché quel segreto la rendeva debitrice nei miei confronti, ma non c’era più acredine. C’era semmai la voglia di ripetere l’esperienza trascinandola via dai giochi, in un angolo, diritto che prima non avevo. “Poco, poi torni a giocare.”, “Ancora poco, poi torni a giocare.”
… Che gran figlia di troia, ero. Con un occhio vigile diretto alle maestre – che non si rendessero conto. Di cosa? Io non ero in grado di definire quel cosa, ma probabilmente un adulto sì, probabilmente nel mondo degli adulti esisteva una chiara descrizione per quel cosa – quale che fosse, era una cosa da non fare. Perché non ci si poteva appartare, ma non si sapeva il perché. Perché quando ci si appartava arrivava una maestra e con tono atono, di chi sbriga il proprio dovere con noia, diceva: “Uscite!”
La bambina – Chiara, si chiamava, e non ricordo il cognome – sapeva come me quel che non andava fatto, ma con me lo faceva – ciò le impediva, per contorta e sempre valida dinamica, di “denunciare” le mie richieste. Spirale discendente, di volta in volta appartarsi la rendeva sempre più mia complice – anche se, di fatto, la volontà era la mia, lei avrebbe preferito giocare.

Bambini cattivi e contorti esseri umani.