memories

La presenza dell’assenza & altre unheimliche sensazioni.

Il Filosofo è un uomo che, seppur poco presente fisicamente, è in qualche modo entrato nella vita della sottoscritta.
È stato lui a farmi conoscere F, sua figlia, presentendomi lei come avrebbe fatto Oscar Wilde – con la stessa formalità, lo stesso distacco, lo stesso dire – con compiacimento – che la figlia era incuriosita da me.
Il Filosofo, ai tempi, parlò anche di Oscar Wilde. Dovette farlo, credo, perché io lo potessi accostarlo a quel morto sporcaccione raffinato. Ma di Wilde aveva solo vagamente l’aspetto e l’esser fuori dalle righe.
Per il resto, il Filosofo è stato per me un filosofo, ossia un pensatore.
Ho certo temuto, per mesi e mesi, di trovarlo al di fuori del cancello del liceo ad aspettarmi, pronto a massacrarmi di botte per il fatto che me la facevo con la figlia. Non l’ha mai fatto. Non so neanche se fosse cosciente del rapporto esistente tra me e sua figlia. La figlia dice di no. Io dico che ci ha proprio presentato come si presenta un buon partito.
Ma comunque.
Il maggior ruolo del Filosofo è stato quello di fungere da memento mori. Un filosofo è un pensatore, e il Filosofo deve aver pensato troppo nella propria vita – il Filosofo ha rappresentato quel che potrei diventare: una mente che ragiona così tanto da finire in un mondo che smette di dialogare con quel mondo che tutti crediamo di condividere, e ci sforziamo di condividerlo per non sentirci soli.
Il Filosofo parlava con entusiasmo ammonticchiando frasi che non cercavano di spiegarsi. Aveva, in qualche modo, estromesso se stesso dal consorzio umano. Coscientemente o meno, non lo so. Temo la seconda, quella non nominata. Il Filosofo funge da memento mori perché so che potrei finire così, e non di mia (cosciente) volontà.
Il Filosofo è morto solo come un cane, come ci si poteva aspettare. Ha sparso il proprio sangue sul pavimento in una morte che nessuno conoscerà mai nel dettaglio – cos’ha pensato mentre inalava gli ultimi frammenti di ossigeno? Ne era cosciente…?
Ho frugato tra i suoi libri per fregarne quelli che potevano interessarmi.
Ho aiutato F a sistemare quella casa che è riflesso della vita del Filosofo – potrei descrivervi le pentole ammassate al cui interno galleggiavano ragni, placidi nelle proprie intoccate ragnatele. Del frigo, già svuotato, che comunque puzzava come qualcosa di organico che si è tramutato in chimico. Dello cencio abbandonato al di sotto delle tubature del lavandino e trasformatosi in materia organica disseccata e ospitante ragni e dio sa cosa. Dio sa cosa. Le farfalline uscite dalla dispensa provenivano dalla pasta lì abbandonata – il Filosofo deve aver smesso di cucinare anni prima, un giorno, improvvisamente, lasciando tutto all’abbandono come se fosse fuggito di casa – ma quelle che volteggiavano tra i libri non so da che cosa provenissero.
Dopo aver aiutato F in ciò, sono tornata alle librerie del Filosofo, questa volta per indagare. Volevo capire come il Filosofo fosse giunto all’essere il mio personale memento mori. Un uomo che improvvisa dipinti monocromatici sulle pareti, in blu, e riesce con poche pennellate a disegnare sulla finestra il proprio ghigno incattivito. “Incattivito” come un cattivo di Hugo, brutto fuori perché brutto dentro, brutto perché fattosi malvagio, malvagio perché sfortunato in un mondo fatale che non permette redenzione se non con la morte.
La finestra di ghigno munita dà su una delle viette nel centro di Lecco, da cui proveniva il vociare allegro di un sabato pomeriggio estivo. Il contrasto ha reso la polvere ammassata su tutto ancor più simile a quella di un sudario scrollato.
Angoscia, l’idea che si possa essere così estranei alla società mentre si vive nel suo fulcro caldo. Angoscia da morire, oh morto memento mori.

Scrivo messaggi su Facebook a una persona conosciuta anni fa al liceo, che mi annovera i ricordi che ha di me – e che io ho rimosso.
Mi domando, a volte, come sarei nel presente se avessi una memoria più salda. Se ricordassi, ad esempio, di aver mostrato a costui delle mie riproduzioni di tarocchi, del nomignolo che davo a un bar.
La retorica a tutela delle micro-culture, e anche di quelle non micro-, sottolinea in continuazione l’importanza della memoria. Sono una germanista, e quindi sono inciampata nella parola “memoria” infinite volte a causa della questione ebraica. Non mi ha mai convinto. Non mi ha mai convinto la suprema importanza della memoria nella costituzione dell’identità del singolo, perché se così fosse non avrei identità.
Viviamo in una cultura che si è basata (o si basa?) per secoli sul ricordo di un tizio morto. Ricordo Hölderlin e il suo riflettere sul fatto che la cultura a lui coeva era intrisa di una religiosità vertente sulla presenza dell’assenza di Gesù Cristo. Oh, presenza dell’assenza. È dalla presenza dell’assenza malettiana che sono partita per giungere a quei nomi ritrovati nella casa del Filosofo – Derrida, Adorno, Horkheimer – domandandomi se comuni autori letti significhino un comune destino, o perlomeno simili strade intraprese, e quanti bivi ci siano nel corso di una vita. Se ci siano strade che non ne hanno.

Mi ha fatto piacere rivedere F.
L’ho trovata come la ricordavo ma più espansa – come se avesse semplicemente sviluppato ulteriormente alcune parti di sé, che prima erano solo in potenziale.
L’ho trovata ferita – oh, F ha avuto una vita tutt’altro che facile, e dovreste stimarla per come ne è sopravvissuta – ma non imbruttita. Era quello che temevo – quello che ho temuto più volte, ogni volta che l’ho vista rincorrere i rottami di un sogno incarnatosi in un aitante ragazzo poco predisposto a renderla felice.
Davanti a un’ottima birra, mi ha parlato dell’attuale aitante ragazzo col tono arreso di chi ha imparato a scendere a compromessi e non se ne lamenta. Me ne sono spiaciuta e, ancora una volta, ho avuto voglia di fare qualcosa concernente lo scuotere con poca grazia il ragazzo in questione. Anche se è insensato. Anche se alla fine è F a decidere cosa vuole e come averlo e rispettandola non intralcerei mai la sua vita. Ma non è la prima volta che mi affibbio questo ruolo alla The Punisher – ricordo, anni fa, il dirmi che se avessi incontrato X, suo ex, lo avrei assalito. Fisicamente. X aveva fatto del male fisico a F, e F è… Beh, F è F. È un calderone d’amore. O di esigenza dello stesso.
Mentre mi diceva che, fondamentalmente, il gran pregio del suo ragazzo è di essere bello, ho pensato che F sembra il cliché della Ragazza Che Ama Troppo ma di fatto è quasi l’inverso: assomiglia più a uno di quei personaggi cari a Lehane – e cari a una grossa fetta di fiction – che dal fondo del proprio malessere esistenziale (perché sono scampati al Vietnam, o a una vita di provincia cane-mangia-cane, o a un’ingrata carriera nella polizia) si struggono per la Bionda. Beninteso, la Bionda può essere anche mora: ciò che conta è che sia un cliché. Da cliché è di bell’aspetto, rincuorante, accogliente ed essenzialmente non particolarmente intelligente – non perché sia stupida, ma perché non è importante capire se sia intelligente o meno, e quindi non è stato mai indagato.
In un altro universo, insomma, F si potrebbe trovare a bere Jack al tavolo di un bar mentre qualcuno le dice:
“Eh, lo sai, le donne sono tutte troie, non vale la pena di starci male…”
… Ma comunque.
Con l’ottima birra in corpo e il mio culo poggiato sul divano polveroso del Filosofo, ho avuto voglia di baciare F. Così. Forse in un lehaniano impeto di nostalgia. Mi è tornato alla mente un pomeriggio di anni prima, un pomeriggio dall’umore uggioso, nello studio della casa in cui viveva, vuota. Ci sarebbe molto da dire su quello studio, trofeo di cultura nel senso più romanticizzato e all’antica: librerie d’epoca contenenti libri d’epoca e un triclinio – F sdraiata su esso, e il mio assecondare la mia voglia di averla lì, così, svestendola sola in parte, portandomi Jack alla gola per caricare di decadenza il momento e affondare ebbra nelle sue forme morbide e perfette. Mie. Mie per quel momento, come un sogno in cui vuoi affondare perché quel momento è tuo e nulla si frapporrà tra il tuo desiderio e l’oggetto desiderato, che devi cogliere prima che svanisca.
F è F, ossia la prima ragazza che ha avuto un consistente ruolo nella mia vita. Quel lontano pomeriggio mi sono lanciata a mo’ di battello ebbro su di lei con la fame di chi attende dall’infanzia di poter vivere un simile momento. La mia vita è stranger than fiction, e quindi dal giorno delle presentazioni fatte dal Filosofo a oggi sono accadute molte drammatiche cose, così da dramma che farci un dramma porterebbe alla realizzazione di un prodotto banale e di basso gusto.
C’è stato un duello con un suo ex, che al momento non era ancora “ex”, davanti a lei, e se non avessi vinto sarei ancora qui a sbattere la testa contro al muro. Ci sono state nottate alienate, isolate da fiumi di pioggia che hanno allagato la città lasciandoci al tepore di un letto illuminato dalle braci di una sigaretta. C’è stato un mio dramma interiore, nel bel mezzo del nostro rapporto, e il mio comportarmi da gatto ferito (o da personaggio di Lehane, che tanto ci sta caro) e allontanarmi in silenzio per non farmi vedere debole. C’è stato lo scoprire la debolezza di sua madre, complottante con gli amici di lei per estromettermi dalla vita della figlia. Oh, anche la Madre è stata a lungo un importante simbolo per la sottoscritta. Questa donna-mentore che ospitava old-fashion in casa propria fanciulli-allievi, il tutto con un sapore di grecità idealizzata. Per questo il trovarmela davanti in lacrime, dopo il mio aver scoperto le sue trame, e implorante perché non frequentassi la figlia, ha rotto qualcosa in me. Ha rotto, credo, l’idea che nel mondo ci siano adulti e non-adulti. Se avessi dovuto indicare un esempio di “adulto”, prima di quel giorno, avrei probabilmente indicato la Madre. Quando l’ho sentita, distrutta, aggrapparsi a me, il mondo è tornato a essere un caos indeciso e tentennante.
Sono una creatura fortunata, perché F è ancora nella mia vita. Mi sono trovata a riflettere con lei circa altre due persone che, invece, dalla propria vita mi hanno estromesso – repentinamente, istericamente, e io non saprò mai cosa girasse per la loro testa esattamente.
Il mondo è strano, creature.
Costruisco rapporti sulla base della sincerità e trasparenza pensando che un continuo monitorarsi a vicenda eviti improvvise sorprese – e invece è tutta vanitas. È vanitas anche la polvere accumulata in casa del Filosofo, lo so, e il tanfo di decomposizione che si sollevava persino spostando libri.
Sono una creatura fortunata perché dopo tanti anni mi sono trovata a sfogliare con F vecchie foto tenute dal Filosofo, e a ridere di alcune con lei. A pensare che il tempo non passa quando conosci una persona, e puoi fare battute dopo eoni che non la vedi e la stai vedendo in occasione di uno sgombero post-funerale-del-padre.
Il suo ragazzo è arrivato mentre stavamo ancora ridendo di qualcosa, e mi ha stretto la mano con forza prolungatamente. Succede di rado, dato che di solito sono io a usare la stretta di mano per soppesare il prossimo, e mi sono chiesta cosa F abbia detto di me. Già in passato ha esagerato con gli elogi, facendo sì che i suoi ex si approcciassero a me come ci si approccia a una papabile minaccia.
È molto carino, ed è bello di una bellezza particolare che o piace o risulta deperita. Una volta l’avrei trovato bellissimo, anche nei modi di fare oziosamente scontrosi. Li ho approcciati con la gentilezza silenziosa dell’amica della ragazza che si ritrova un ragazzo con cui ci vuole pazienza.
Dieci minuti dopo, mi sono trovata pressata contro un muro, al di fuori di un bar, con le narrazioni entusiaste e richiedenti compartecipazione di entrambi, incombenti su di me. Lui ha accarezzato la guancia di lei, lei ha accarezzato la mia, ci siamo salutati. E ho sorriso.


Ho ripreso in mano Horton, anche se solo collateralmente – ma era per l’appunto tutto il resto che mi mancava.
Il file contenente il gonnabe romanzo non è stato toccato, ma nella stessa cartella ho creato un file denominato “appunti”.
La colpa è di James C. Copertino e del suo Angeli neri, ambientato nel LAPD e – come da norma di James – molto preciso nei dettagli.
Horton appartiene al NYPD da sempre, ma per qualche curioso motivo non ho mai cercato mezza info sul NYPD. Sarà perché siamo così subissati da fiction sul NYPD che davo per scontato di saperne abbastanza. Ciò nonostante, mi sono chiesta, se sono in grado di leggere tomi su tomi per scrivere la mia tesi, mi costerà tanto leggere un libro sul NYPD?
Al posto del libro c’è stata wikipedia con cui iniziare, e il sito del NYPD e tanti altri siti. Sono riuscita a collocare, più o meno, Horton. So che dovrebbe essere un misero detective-investigator dell’Organized Crime Control Bureau. Della narcotici? Sarebbe il pieno del cliché, ma Horton è un cliché rivelato.
Non riesco, invece, a trovargli un distretto.
Il 33° sarebbe perfetto in quanto ad architettura e livello di crimine, ma ci sono troppi pochi bianchi per le trame in cui Horton è coinvolto. Il 1°, il 14° e il 18° li ho esclusi per motivi differenti che neanche ricordo. Dopo Manhattan, oggi tocca al Bronx essere dissezionato.

HPD reloaded.

Il mio mondo si fa sempre più stretto, e potrei rimanere al livello non metaforico della metafora: la mia quotidianità che, riassunta, vedrebbe un reiterarsi ossessivo delle quattro pareti che formano la mia camera. Forse per questo tengo tanto al fatto che sia pulita e ordinata? Il mio amore per uno spazio vitale ben tenuto – il che, nel mio caso, significa “funzionale e senza cazzate decorative tra le palle” – si fa di giorno in giorno più psicotico, ma ho potuto notarlo consistentemente solo nella Casa dei Lupi, quando ho cominciato a sistemare anche quella.
Niente di nuovo sul fronte occidentale per chi fino a un anno e mezzo fa si ammetteva una personcina per metà fortemente misantropa. Per metà, perché l’altra rappresentava una bestia da palcoscenico. Il soggiorno a Kiel mi ha fatto rivalutare il mio amore per i rapporti sociali, facendomi riscoprire molto più animale sociale di quanto ritenessi – ossia, dando alle cause le conclusioni tratte dalle conseguenze, una persona molto sensibile al contesto umano.
Tornata in Italia sarei, per logica, tornata a essere la psicopatica per metà misantropa, un po’ più misantropa di prima a causa del confronto italo-tedesco, ma qualcos’altro è cambiato, e consiste nel fatto che è dal mio ritorno che non sento il mio inconscio fremere per un po’ di vita sociale. Insomma, mi è sempre accaduto. In questa mia vita fatta di lunghi isolamenti, disturbati – dopo un po’ di tempo – da una vocina interiore urlante:
“Esci! Socializza! Smuovi il mondo mentre ci stai dentro!”
La vocina si è zittita, e al suo posto si sono accese nostalgie irrisolte.
Quando la vocina così mi incitava a smuovere il mio pigro culo la mente della sottoscritta, distratta, vagava in aspettative – tante, diverse, desideri proiettati, la voglia di andare in un certo tipo di ambiente, incontrare un certo tipo di persona, imbattermi in un certo tipo di follia a scadenza – che la maggior parte delle volte venivano sì soddisfatte, ma al minimo sindacale. È stata Kiel a offrirmi in pasto momenti da sogno – ossia, situazioni e persone che avrei voluto esperire, e soffermatevi su quel condizionale, quell’avrei, perché ogni volta che – fino a un anno e mezzo fa – lasciavo che qualche aspettativa precedesse un mio ritorno alla vita sociale sapevo, in fondo, che non avrei avuto esattamente quello che volevo.
Per questo, forse, ora al posto della vocina risalgono nostalgie. Risale la musica alzata all’improvviso da Daf, e l’andare in cucina trovandovi 4-5 semi-sconosciuti e una birra pronta per te.
Risale Ben, che si è impresso nella mia testa più di quanto mi aspettassi. Ben non è un bel ragazzo per i miei canoni, ed è stupendo. Insomma, se dovessi prendere il suo volto e valutarlo come so fare (ciao, fisiognomica e l’incapacità di godere di un volto senza scomporlo) non ne trarrei niente di soddisfacente, ma l’ho trovato e lo trovo meraviglioso. È impresso sulla mia retina circondato dai lunghi capelli biondi, ricci, che lo contornano, nella penombra di un mattino in arrivo, sorridente, che mi guarda dall’alto con le mani poggiate sul muro. Ho dovuto fotografarlo, così – foto che non renderebbero, se ve le mostrassi, ma servono a me.
C’è una dolcezza pura e commovente legata a Ben, e lui molto probabilmente non c’entra. Non c’entrano neanche i fatti che quella notte sono accaduti, probabilmente più simili a un porno domestico che a una romantica epopea. Ma è questo il bello, creaturine: trovare il dolce nel quotidiano che non è stato formato per esserlo, nel quotidiano che non è stato formato e basta, ma è semplicemente accaduto.
Il semi-Dio alle Terme Taurine aveva in sé qualcosa di simile – e questo qualcosa, che sta in me e non in questi due esseri umani, mi manca. Mi mancava prima che lo avessi – la Sehnsucht che attanagliava le mie aspettative prima che partissi per Kiel, quella stessa che finiva, irrisolta, in ciò che avrei voluto scrivere – ma che non ho mai scritto, perché mal sopporto l’autore che si travasa in ciò che narra senza filtro, senza ironia, senza misura. Mostra dell’autore l’insoddisfazione – e, creaturine, il mio segreto poco segreto è che mal sopporto l’insoddisfazione, peccato mortale – come osi, oh mortale, non sfruttare ciò che il mondo ti offre in pasto?
Per questo, quelle poche volte che ho smosso il mio pigro culo, l’ho fatto passando momenti di cui sono soddisfatta. Sfrutta tutto, al costo di farlo a pezzi nel mentre. Ciò che conta è non avere né rimpianti né rimorsi.
Per paradosso, il mio ritorno in Italia mi ha visto diventare ancor più bestia da palcoscenico. V si è ribadita felice e grata per il mio prendere in mano il microfono e fare da presentatrice improvvisata alla sua festa di compleanno. Qualcuno le dica che l’ho fatto per noia, che è lo stesso motivo per cui in occasioni sociali non so stare ferma nello stesso luogo per più di un minuto – e a quella festa c’era troppa gente seduta. Ho discusso con VB di questa mia natura istrionica (che va peggiorando), che è più che altro una necessità di spettacolo – a cui assistere o da formare, che conta? L’importante è che ogni momento festeggi se stesso. Per questo, nel mio soggiorno romano, sono stata sovente zitta (strano, vero? Infatti VB si è preoccupata): le persone che mi sono trovata davanti erano brave a tenere il palco, ed era un piacere stare ad ascoltarle.
Insomma, non ho bisogno di un pulpito se c’è in giro una compagnia teatrale gesuita.

Wikiwiki declama che:
Per essere diagnosticato come disturbo [istrionico] deve manifestarsi in una varietà di contesti con la presenza di almeno cinque dei seguenti sintomi:
1. la persona è a disagio in situazioni nelle quali non è al centro dell’attenzione
(La noia vale come disagio?)
2. l’interazione con gli altri è spesso caratterizzata da comportamento sessualmente seducente o provocante
3. manifesta un’espressione delle emozioni rapidamente mutevole e superficiale
(Smettetela di prenderci sul serio: stiamo solo fingendo di cambiare emozione.)
4. costantemente utilizza l’aspetto fisico per attirare l’attenzione su di sé
5. lo stile dell’eloquio è eccessivamente impressionistico e pieno di dettagli
6. mostra autodrammatizzazione, teatralità, ed espressione esagerata delle emozioni
(Non sono emozioni, uff)
7. è suggestionabile, per esempio è facilmente influenzato dagli altri e dalle circostanze
(Solo nel profondo, recesso che voi pubblico non vedrete mai)
8. considera le relazioni più intime di quanto non siano realmente.
(No, sei tu che credi che sia intimo scopare con te.)

Circa il punto 2, prego i coevi di smetterla di pensare che in me ci sia la benché minima malizia. Vedete, a me piacerebbe molto giocare il gioco della seduzione, ma ho un problema di base: il modo in cui io mi farei seduttiva non è tale per la RdF (Realtà di Fatto) in cui vivo, forse per quella di qualche altro spazio-tempo sì, ma dato che vivo in questo mi astengo e basta, il che implica che agisco attivamente per risultare sensual-attraente più o meno quanto potrebbe farlo il Papa (in pubblico – in privato non so che faccia). Ecco, preferirei risultare solenne come il Papa, ma evidentemente fallisco. Ho anche pensato di darmi seriamente alla recitazione per migliorare la mia capacità performativa, ma ho capito che il problema è a monte: non è quel che io faccio, ma come il prossimo legge a priori certi gesti – insomma, è sempre la solita storia: io vorrei avere la solennità del Papa ma la rilettura mi trasformerebbe in tutte le perversioni associate a una suora. Sempre i soliti discorsi sul gender, creaturine, nevvero? Ho nostalgia anche dei bei tempi in cui camminavo per le strade di una città dove gli abitanti non camminano in modo diverso a seconda del sesso a cui appartengono. Noiosi questi crucchi, nevvero? Strano che io mi annoi qui e non lì.
A proposito di gender, ho realizzato quanto il contesto mi condizioni a livello d’abbigliamento qualche giorno fa, quando – dovendo andare a casa di amici con VB tra gli altri – ho messo una gonna. Una gonna. Io non ho gonne nell’armadio, e infatti l’ho fregata a Mater.
Il fatto è che VB è un’altra ottima bestia da palcoscenico, e con lei avrei potuto mettere in scena la parte dell’accompagnatrice in gonna – questo perché anche VB di gonne non abusa, anzi, e quella sera sembrava la versione modernizzata di Zorro. Già mi vedevo giocare la parte della donna-macchietta che si siede sulle gambe di Zorro, scena gustosa. Scena, creaturine, perché quello dei ruoli è un gioco, solo uno stupido gioco – e mi sono trovata a realizzare, spiegandolo, che c’è un motivo per cui non metto gonne, a parte il fatto che non so metterle (dimentico di indossarne una e siedo, come mio solito, a gambe spalancate) e che le collant sono scomode (si rompono troppo facilmente e impongono limitati movimenti – nah): non mi piacciono i significati che si portano appresso. Amo alcune opzioni punk nell’abbigliamento, ma se vestissi in quel modo il prossimo si interfaccerebbe a me in un modo per me poco funzionale. Togliete il condizionale e passate all’indicativo: provate, come ho fatto, a vestire punk e osservate come le persone reagiscono a voi.
Ora, non so come le persone in Germania reagiscano a un punk, dovrei provare. Non credo che a Kiel una gonna riconduca meno alla femminilità di quanto faccia da queste parti, anzi. La soluzione sta alla radice, la soluzione che spiega perché in Germania il mio abbigliamento si fosse femminilizzato, ed è da trovarsi nelle connotazioni che vengono associate alla femminilità a Kiel e da queste parti. Non so esattamente quali siano, e forse non lo saprò mai, so solo che a Kiel non perdevo nulla socialmente se indossavo una gonna – il che significa che non perdevo nulla socialmente se mi riconducevo maggiormente a un’idea di femminilità.
Indossare una gonna e poi strusciarmi sulle gambe di una VB in qualche modo riporta a una condizione di stabilità: il valore aggiunto di femminilità, con il pessimo paradigma di donna che da queste parti esiste, viene riequilibrato dal valore aggiunto di lesbismo, che dà quel tocco progressista che confonde le idee – sono strane, le lesbiche, magari questa qui in gonna mi prenderà a randellate se faccio un apprezzamento non richiesto, perché le lesbiche dentro sono un po’ uomo.
È stupido a priori giudicare qualcuno dal modo in cui si veste, perché quel qualcuno potrebbe essersi addobbato in tal modo proprio per sperimentare – ma le cose funzionano così in Italia e Germania, l’abito fa il monaco, come i crucchi ammettono tramite detto popolare.
Ora, a me piacerebbe ogni tanto indossare una gonna, ma non ho voglia di ricordarmi di chiudere le gambe, di stare attenta a non rompere le calze, di parare apprezzamenti non richiesti. Parare, dico, perché ci sono apprezzamenti che portano con sé la visione che li ha partoriti – quella retrograda visione della donna in cui s’inciampa da queste parti (e che, purtroppo, sovente corrisponde alle donne reali che si incontrano).
Ricordo, a Kiel, un’altra memorabile scena, nei cessi di una discoteca, in compagnia di una ragazza dagli occhi meravigliosi e il cui gender avrebbe richiesto pagine e pagine per un’analisi. La descriverei dicendo che aveva il fascino del giovinetto greco come descritto oggi, quella forza e spigliatezza e grazia che si trovano nella genuinità di un corpo che non bada a se stesso, e che per natura è fluido. Storicamente tale stereotipo è nato nel descrivere bellezze maschili, ma il mondo è bello perché è vario, ed è vario soprattutto quando i membri che lo compongono capiscono che sesso e gender non corrispondono per natura, che il gender è un ruolo con cui giocare per dipingere se stessi – e quella ragazza era stupenda, di una bellezza che chi sa vedere in me solo stereotipi di bellezza femminile non saprebbe capire. Quella ragazza era seducente, e in quell’occasione anche io – ubriaca marcia – mi sono impegnata per esserlo, perché in quel frangente potevo mettere in scena un ruolo che non fosse quello, egemone, impostomi dall’alto da queste parti (il che non significa che ho fatto l’uomo, creaturine – tenete questa visione catara per le menti limitate).
Capita, a volte, quando cerco di spiegare a chi in me apprezza stereotipi di donna che ha in testa e che in me non sono mai stati messi in scena, che io cerchi di spiegare alla persona in questione (uomo, di solito – ma anche donne che vogliono starmi simpatiche, fallendo clamorosamente) che ha fatto cilecca in pieno. La persona, se è uomo, talvolta reagisce scusandosi costernata – e io non ho mai ben capito per cosa si scusi. Si scusa di avermi fatto un complimento femminilizzante? Si scusa per avermi dato della donna? Perché si scusa per avermi dato della donna? Qual è la logica? Insomma, ti scusi con qualcuno se gli hai dato del figlio di puttana o del deficiente – la categoria “donna”, in italiano, che ha in comune con i figli di puttana e i deficienti?

Il fatto è che mi sono rotta il cazzo di parlare di gender, il che equivale al dire che mi sono rotta il cazzo del fatto che il gender in questo spazio-tempo mi crei problemi. Mi piacerebbe evitarlo, davvero, ma ho poco filtro: vi vomito addosso le questioni che il contesto vomita addosso a me – c’è scritto che le persona affette da disturbo istrionico di personalità danno eccessivo peso al contesto, no?
Non vi odio se mi fate complimenti che dovreste riservare a Dita von Teese, davvero. Semplicemente, mi trovo a constatare che viviamo in mondi diversi, e che tale differenza rende la comunicazione difficile – e me ne spiaccio. Come faccio a mettere in scena il Papa nella migliore delle mie performance se voi ci vedete comunque, inesorabilmente, una Monaca di Monza che sotto alle vesti porta lingerie con pizzo? È frustrante, capite?
Sigh.

Di mistiche e mistificazioni.

U è vivo, ma esclusivamente perché U è U.
Infatti, hanno detto i dottori, con il tipo di trauma che ha subito (rovinando a ghigliottina di collo), dovrebbe essere morto o tetraplegico. Ma, dato che U è U e vive sotto costante allenamento, lo spessore muscolare del suo collo è stato ciò che probabilmente l’ha salvato.
Direi che la faccenda si commenta da sola – ma volete togliermi il piacere di divagare? Suvvia, non posso esimermi – infatti tale avvenimento mi ricorda uno degli altri motivi per cui ho sempre apprezzato la presenza di U, motivo alquanto stupido ma – come i fatti hanno rivelato – fondamentale: è difficile fargli male. È rincuorante sapere che è difficile fare male a un tuo amico, veramente. E non solo nell’eventualità di vivere fasi della tua vita con un’eccessiva passione per Fight Club. E ognuno ha le proprie paranoie.
Mi manca immensamente, U, adesso che l’ho ricontattato. È normale, è come riaprire una ferita – ma al positivo. Gliel’ho detto – non della ferita, ma della voglia di riabbracciarlo.
U è una delle poche persone che mi piace abbracciare, credo fondamentalmente per due motivi:
1) Lo vedo con ampie pause tra un incontro e l’altro, quindi non ho il tempo di farmi venire a nausea la pratica (che, di base, non ho mai ben compreso); lo vedo così di rado, ormai, che ogni abbraccio ha il sapore rincuorante del ritrovare qualcuno di caro.
2) U, quando abbraccia, abbraccia. Il che significa che è meglio trattenere il fiato, almeno per la sottoscritta, che per quanto possa avere un torace di una certa larghezza, ha pur sempre uno spessore limitato. È imbarazzante, tale esiguo spessore, quando la gente ti dà pacche in mezzo alle scapole e tu ti trovi piegata senza fiato, veramente imbarazzante. Ma è peggio quando ti chiedono “Va tutto bene?” e tu hai bisogno di qualche secondo per rispondere, quindi abbozzi vaghi gesti rincuoranti, apparendo nel complesso simile a una scimmia cieca.
Ovviamente tali pietose scene mi accadono di rado, in quanto non vedo tutti i giorni gente palestrata incapace di interfacciarsi con il prossimo in un modo diverso da quello che usi cameratescamente con compagni di palestra. Sul cameratismo tutto OK, ma non faccio palestra a quei livelli (né dedico quotidianamente secondi per controllare se i miei bicipiti siano cresciuti – mi basta che gli addominali siano a vista, altrimenti urlo al sacrilegio), e, come voi saprete, creaturine, nel mondo tutto è relativo. La pacca che un tuo amico palestrato dà a un altro palestrato diventa una badilata per te povera creaturina che hai un fisico normale, e – se la ricevi senza aspettartela – rovini a terra con un’espressione stupita. Ho detto che la mia vita è cosparsa di momenti seri e intensi, vero? U è anche quella creatura che ha la colpa di farmi reagire automaticamente sollevando avambracci e piegando il collo ogni volta che qualcuno di sospetto (ossia chiunque) cerca di farmi una carezza. La gente deve pensare che ho subito pestaggi in famiglia, invece il motivo è (come nella maggior parte dei casi della vita, e non solo la mia) molto più stupido. U, infatti, suole dimostrare affetto colpendo sulla nuca – il che continuerebbe e non essere un problema, se io non persistessi nell’avere una corporatura nella media. U, infine, è quell’uomo che un giorno mi ha ricordato l’importanza di avere addominali saldi, e l’ha fatto sbattendomi a terra e saltandomi sul ventre mentre masticavo un BigMac.
Mi manca sovente U perché nel mondo trovo poche persone capaci di ciò. E il punto, creaturine, non sta ovviamente in un mio insito masochismo, ossia non sta nel trovare persone che fanno esattamente questo alla sottoscritta, ma nel trovarne troppe che non fanno a priori cose simili alla sottoscritta per motivi risibili e fondamentalmente stupidi. Non è ovviamente un invito a picchiarmi selvaggiamente, perché reagisco e ho un’innata capacità di colpire i punti peggiori (senza volerlo, ovviamente, e con immani conseguenti sensi di colpa), quindi dovreste essere o molto muscolosi o molto veloci. E, soprattutto, lamentarvi poco. (Odio le lamentele per dolori fisici, mi fanno sentire ancora più in colpa – fottuto cattolicesimo.)
(Ricollegandoci alla entry precedente, ora potrei chiedermi con ancor più fervore per quale motivo io abbia una passione smodata per personaggi di fiction tesi alla lamentela costante, ma non lo farò.)
Ricollegandoci alla fisicità in generale, invece, credo di essere malata. Credo, dico, perché siamo nell’epoca dello stress e dei sintomi psicosomatici, e quindi non so se lo stordimento generale, il mal di gola e l’aver caldo siano conseguenze di un qualche virus o semplici sfoghi. Cambia poi qualcosa? No, quindi che senso ha chiederselo? (Viva l’immanentismo.)

Ho preso Diario del ladro di Genet e sono felice come un bambino spastico che si sveglia sano (dovete sopportare il fastidio che ogni tanto mi coglie e mi rende intollerante a ogni tabù, facendomi titillare i suddetti in maniera molesta), o come un bambino tratto da film americano a tema natalizio del genere con cui vi stanno per subissare, o come se Evan Stone fosse appena comparso nella mia vasca da bagno vestito da pirata in equilibrio su una barchetta di carta.
Evan Stone che, tra l’altro, è in tema. Sono certa Genet l’avrebbe adorato. Nella sua interezza, ma riassumendo il tutto nel suo uccello – perché Evan Stone ha tutte le carte per essere riassunto nel proprio uccello, ed essere genetiamente rappresentato come un enorme cazzo stagliato su un cielo apocalittico. Pacatamente, gravemente. Se googlate “pacatamente gravemente” (con “impostazioni di ricerca: italiano”) escono quattro link: due sono della cara Nora, due sono miei, ed entrambi citano Genet.
Dovete sapere che tutto nacque un lontano pomeriggio, a Milano, che vide raccogliersi quattro persone: due vecchie conoscenze e due persone che non si conoscevano tra di loro e che io non avevo mai incontrato di persona. Quel giorno comprai Notre Dame des Fleurs e mi scoprii in una compagnia istrionica quanto me, così che – dopo un paio di ore – stavamo declamando Genet a voce alta in università. Un paio di ore ancora ed eravamo in un locale in via Torino, dove l’arabo (ciao, TCK) si alzò in piedi sul tavolino e – libro in mano – declamò con trasporto:

… I guerrieri biondi che ci incularono il [data], pacatamente, gravemente…

Non ricordo tutta la citazione (per questo ho googlato), era lunga e ben peggiore del pezzo riportato. In quel momento ha creato un momento mistico – mistica urbana post-contemporanea, la mia preferita. E poi fu l’inizio di un paio di amicizie.
È che, vedete, pacatamente-gravemente è come Genauigkeit und Seele (il sottotitolo del blog), sono endiadi-ossimori che, per accostamento e apparente contrasto, riassumono bene il genere di vibrazione che vado cercando – è come la corda di un violino appena sfiorata, trema ancora, ed è sia melodia che riverbero che eco che silenzio.
Genet è calmo e pacato, Musil usa accuratezza e anima – e ci sarebbero altri nomi da aggiungere all’elenco, tra cui Foucault che è analitico-morboso e Giordano Bruno che è trascendente-popolare. Sono antinomie false, nelle mie percezioni di personcina poco avida e che vuole avere tutto al contempo, che vuole un’anima china sull’oggetto come un chirurgo dotato di empatia quanto di precisione (oh Monsieur le vivisecteur musiliano). Troppo facile essere ciecamente coinvolti, mie romantiche e sensibili creaturine, troppo facile essere distaccati e freddini, mie creaturine tronfie di razionalità della domenica.

Cristina Zagaria (non chiedetemi chi è, sono ignorante) dice che “Un romanzo deve rispettare il lettore”, e la dissacrante vena che in questi giorni mi pulsa sulla tempia mi fa domandare:
1) Anche il pedofilo che ha traumatizzato la tua ex compagna di scuola? (La tua, la vostra, io non porto avanti cacce alle streghe, la domanda funziona finché il pubblico crede nel male ontologico della pedofilia.)
2) Come fai a rispettare qualcuno che non conosci?
3) Che cazzo significa “rispetto”? Io sono ossessionata dal dizionario etimologico, che mi dice che “rispettare” significa “riguardare”, “aver riguardo”, “considerare” – e se prendiamo l’ultimo sinonimo l’uscita politicamente corretta e moralmente elevante di Zagaria si risolve in un “Un romanzo deve considerare chi lo leggerà” (io, ad esempio, a volte me ne dimentico e rinomatamente scrivo ai posteri).
Ma ricorrere a un dizionario etimologico per ogni minima cazzata è la soluzione ultima degli idealisti incompresi, che puntualmente sono i primi a non comprendere quello che hanno attorno, quindi mi rifarò a Fodella, che se non erro si rifaceva a Confucio, e che diceva che bisogna diffidare delle parole che non hanno un significato univoco e vengono utilizzate in abbondanza (“libertà”, “amore”, “democrazia” – “rispetto”), perché portano avanti una mistificazione.
4) Ma non ho proprio un cazzo da fare?

Hortonismi.

Dopotutto c’è un motivo alla base del mio rifiuto della nazionalità come elemento fondante dell’identità individuale.
Non ho bisogno di una Nazione: ho l’HD con i miei backups.
Ed è terribile, terribile davvero.
I vecchi scritti e le vecchie canzoni sono gli odori della mia casa d’infanzia, e ciò mi dona il distacco dalla materia dei santi (quelli snob) e l’alienazione dei nerds. A scelta.

Ho aperto il vaso di Pandora per dare in pasto canzoni al nuovo lettore MP3, e sono mio malgrado inciampata in Horton.
Pessima cosa, inciampare in Horton.
Horton causa invidie atroci che non posso soddisfare – voglio il suo divano malconcio, la sua carriera umile ma di sicura supremazia sul vicino, il suo vuoto interiore.
Ho slanci genetiani nei confronti della pace spirituale di Horton. Vorrei descriverla con le metafore atterrenti che Genet usava per parlare di organi genitali maschili, ma mi trovo invece – atterrita – a contemplarla come Lovecraft si paralizzava dinnanzi ai suoi Antichi.
Lovecraft è un pessimo narratore, sappiatelo.
Io gli credo, e credo che i parti della sua mente non siano stati merito suo, ma gli siano stati imposti.
Giacché per descrivere l’indescrivibile non sa fare altro che usare gli aggettivi “indescrivibile” e “inenarrabile”, con l’alternativa “Tizio impazzì [e fine della storia]”, mi spiegate in cosa sta la sua genialità? È simile a quella post-trip del “ho realizzato cose, ieri, che neanche ti immagini… ma ovviamente adesso non so descriverle”.
Ma comunque.
Va di moda associare canzoni a personaggi (perché siamo incapaci di descrivere a parole, quindi bariamo) e io sono figlia del mio tempo, e anche Horton ha la sua, che è Closer dei Nine Inch Nails. Horton è rilassarsi ascoltando questa canzone. Horton è la pace dei sensi che viene dal guardare snuff movies. Horton è anti-epico, anti-romantico, anti-anti. Horton è la neutralità fatta persona, che per caso ha virato in direzione di un poliziotto di quartiere corrotto nei gesti ma non nella morale. Perché Horton la morale ce l’ha – a differenza di Sedlacek – imparata quando era un marmocchio, ma ha smesso di darle ascolto. Horton è splendidamente sordo e cieco. È l’apoteosi dell’average man in casa alienato a guardare la televisione senza rifiutarla né accettarla, come sottofondo, perché di sicuro anche questa pratica – come ogni pratica di ogni Zeitgeist – ha i propri santi.
Horton è il mio memento mori, perché è uno di quegli uomini che – dopo essersi affrancati dalla disillusione – decidono un giorno di bussare alla vecchia porta e stringere coscientemente un patto con il cinismo. Nel cinismo ci puoi finire come ripiego, sapendo che è una scelta secondaria da scartare non appena possibile. Ma tornarci coscientemente dopo un giro di 360° delle proprie viscere ha tutt’altro valore, quello di un non-ritorno. Horton può permettersi tale grigia visione della vita, perché ha una professione che gli tutela il culo quotidianamente, permettendogli di non alzare un dito oltre a quelli sollevati meccanicamente ogni giorno, senza sforzo. Horton nasce, come tanti altri, dalla fede nel “cane mangia cane”, che nonostante migliaia di cose mi ha tra i suoi adepti. Probabilmente smetterei di essere chiara ai limiti dell’aggressività, se non ci credessi – ma ci credo, e la pratica t’insegna che se mostri i denti il prossimo non ti rompe i coglioni. Ma “mostrare i denti” è retorica, in pratica basta non mostrare pubblicamente le proprie debolezze aspettandosi di essere com-patiti. Non chiedetemi perché, ma funziona, giuro, provate. È la stupenda vita di chi non deve inghiottire umiliazioni, non deve parare insinuazioni, non viene svegliato alle 3 del mattino da qualcuno che vuole farsi consolare, non deve ascoltare recriminazioni. (Ora, tale paradiso funziona ottimamente in una società in cui il prossimo sconosciuto ti rispetta a priori e a priori non si sente in diritto di romperti il cazzo – infatti in Germania stavo bene, non avendo eccezioni a confermare la mia regola.) Un sacco di creaturine, oh creaturine, lamentano d’essere vittima di un prossimo che si attacca al loro strascico e bela lamentele, suppliche, richieste d’aiuto, quasi non fosse colpa loro, ma vi rivelerò un segreto: si può trasmettere a priori al prossimo il chiaro messaggio che recita “non t’infliggere a me”. Il prezzo da pagare, ovviamente, c’è, e consiste nel fatto che tu non puoi affliggerti al prossimo – ossia, non puoi usare il prossimo per farti consolare, per scaricare lamentele, recriminazioni, richieste d’affetto, paranoie irrisolte e via discorrendo. Il contro è che talora il prossimo vuole averti pronto a raccogliere le sue recriminazioni per venire a letto con te, ma non si può avere tutto.
Horton se la cava meglio di me, perché abusa del proprio potere per soddisfare le esigenze quotidiane. L’ho detto che è un santo, ossia: ha trovato un equilibrio perfetto. In lui le esigenze non sussistono più, perché la sua vita quotidiana è fatta in modo da assicurargli a priori tutto ciò di cui necessita. Niente più caccia, tutto già pronto.
Non chiedetemi perché Horton pop-uppi mentre sono in Italia, lo sapete già.

È cominciata la sperimentazione per il “best Glühwein ever”, ossia quello che già è stato fatto a Kiel con il grog. Dato che siamo psicopatici del metodo, tale sperimentazione è precisa: si segnano su un foglio ingredienti e dosi e si procede aggiungendo e togliendo. Alla prima prova so che devo togliere limone e aggiungere zucchero, ma l’odore è esattamente quello che ricordavo.
Il problema del Glühwein è che non va bevuto in casa al caldo, perché con un bicchiere sarete ubriachi (io no, ormai sono vaccinata a vita) e girerete a mezze maniche con un ventaglio in mano.

Christopher Pearce e la padrona.

È un’immagine che ho in testa da quando ero piccola – una delle tante geografie sovrapposte a quelle reali, edifici che esistono per la sfera onirica e hanno lo status di ricordi per i tuoi sensi, ma i fatti ti dicono che non li hai mai vissuti.
E ti domandi, allora, perché il tuo ricordo sia così tanto preciso.
È un palazzo a due o tre piani, a forma di torretta, forma vittoriana in bugnato, con alte e fragili finestre. Ha una forma esagonale, o ottagonale, e all’entrata ci si trova davanti a una scala a chiocciola che subito – senza ulteriori inviti – conduce al primo piano.
L’unica stanza che ho mai conosciuto è – indifferentemente dalla giornata, dal periodo dell’anno, dall’umore – visivamente scolpita da una penombra avvolgente.
L’ho vista tante volte, vuota, scorgendo solo i profili delle poltrone per gli ospiti, le onde create dalle tende pesanti, qualche pelliccia dimenticata sull’appendiabiti. C’è odore di un passaggio appena avvenuto, strusciare di collant su collant sul velluto dei cuscini, cipria e quell’odore secco e dignitoso della donna che si avvia all’essere matrona.
Ogni volta che ci sono stata avevo l’impressione di essere arrivata subito dopo la conclusione di un banchetto. Se fossi giunta qualche secondo prima avrei potuto sentire le loro voci bisbigliare dirigendosi nell’intrico di stanzette che portano alla bottega – la bottega è al piano terra, è una bottega di pellicce, ma non ci sono mai entrata.
Neanche loro ricordo, ma so di averle conosciute.
Almeno una, una di sicuro, la padrona.
È lei ad avermi invitato ogni volta che mi ritrovo lì, ma non chiedetemi come sia.
Lei può spiarmi nascosta dietro a una delle tende, ma io non ho tale diritto con lei.
D’altro canto è casa sua.

Mi sono portata dietro quest’immagine per anni senza riuscire a risolverla. La realtà quotidiana me la rende ancor più paradossale, perché praticamente ogni giorno passo davanti al luogo dove dovrebbe esserci quella bottega retrò, i cui appartamenti sono riservati alla padrona e all’intimo giro delle sue amicizie. Esclusivamente femminili.
Non so perché io ne sia sempre stata esclusa, destinata a essere ospite solitaria e solo per lei, per i suoi atti di voyeurismo dietro a una tenda mentre mi guardo attorno disorientata annusando la traccia che ha lasciato.
Quel luogo, come ricordo e non come sogno, appartiene a una mia adolescenza alternativa. Ci entro come persona che sta crescendo, non è più bambina e non è ancora donna – non è più bambino e non è ancora uomo – lasciate da parte le connotazioni, legate alla parola “maturità”, che le parole “donna” e “uomo” hanno. Prendete infanzia e maturità, pure, e cercate quella soglia che le collega, quel momento in cui il bambino si è fatto abbastanza intelligente da intuire le malizie di un adulto – e per questo l’adulto deve cominciare a difendersi.

Ho ceduto questo luogo all’infanzia di Christopher Pearce, diligente ed encomiabilmente serio e sveglio bambino che ci andava quasi tutti i giorni, ma trovando il salotto come io non riesco a riportarlo alla memoria, ossia popolato dall’ora del the della padrona con le sue amiche.
Christopher, bambino, e quindi escluso dalla sfera adulta, poteva perciò stare lì con loro, perché era come se non ci fosse. L’Ottocento, soprattutto, ha amato questa concezione del bambino come di una creatura a parte, non ancora uomo, parte di un mondo diverso, mezza creatura, innocuo per imposta innocenza.
Christopher rimaneva in piedi mentre le signore prendevano il the, e ascoltava in silenzio i loro discorsi – tutti i discorsi, i discorsi che un gruppo di raffinate donne impellicciate non farebbero davanti a un uomo, neanche a un ragazzo – ma a un bambino sì, giungendo al paradosso per cui le orecchie di un bambino possono essere colmate di immani segreti, perché tanto non ha le chiavi per decifrare l’adulta malizia.
Christopher però capiva. Capiva tutto, capiva molto più di quanto un uomo adulto avrebbe potuto fare, materia plasmabile pronta a modellarsi attorno ai discorsi sussurrati tra una risata soffocata e l’altra, inglobarli, farli propri, lasciarli poi liberi come farfalle – il tutto in silenzio, in piedi, di fianco a una poltrona o all’altra, vezzeggiato dalle astanti con piccoli adorabili dispotici ordini (“Caro, ti spiace passarmi lo specchio?”), profferte in forma di cioccolatini, elogi alla sua buona educazione, derisione bonaria per il suo status di mezzo-uomo, mani esperte di sarte che gli provavano addosso abiti per altri bambini – abiti per piccoli principi, e Christopher non lo era, ma in quel salotto si è visto passare addosso bottoni dorati di figli di industriali e pantaloncini in velluto da cerimonie di gala. Un modello perfetto, abituato a sollevare le braccia prima che gli venisse richiesto.
Gli anni passano e Christopher è giunto all’età in cui nei sogni mi è concesso entrare in quel salotto.
Troppo grande per essere innocui, troppo piccoli per avere rilevanza.
Christopher vi è entrato nella scena precedente a quella che io sogno così spesso: il salotto non è ancora del tutto vuoto, le voci si sentono ancora mentre scendono in bottega, le si sente allontanarsi e poi rimane il silenzio e il respiro della padrona, con uno spillo in bocca e le mani accorte a slacciare i bottoni di una giacca appena provata.
Christopher Pearce, al tramonto della sua infanzia, non ha malizia. Non ne ha bisogno. Ha un quadro chiaro e coerente dell’universo femminile, nessun velo trasparente a offuscarne la vista, nessun erotismo. Guarda gli occhi socchiusi della padrona, concentrati mentre gli sbottona anche i calzoni senza far fuoriuscire gli spilli, e sa a cosa lei pensa. Sa in che modo il bianco della camicia cangia nello sguardo di lei, sa del pensiero onnipresente, ma muto, del marito a casa, delle piccole cose da sopportare e delle piccole rivincite, le rivalità di vicinato e le clienti che lei intimamente disprezza, ciò che la ripugna e ciò che desidererebbe ma non può avere – e vorrebbe darglielo, Christopher, ma un mezzo-uomo non ha influenza sulle vite adulte.
È quella mancanza di malizia a tradirlo, allorché lei finisce di spogliarlo, perché a quella mancanza ne corrisponde un’altra, di filtri.
Per questo Christopher si fa fare tutto senza sollevare neanche un dubbio, né una domanda, né un timore. Sa già del modo in cui le gambe di lei – lunghissime, indurite da mezze giornate passate in piedi e da tacchi alti, potrebbero strozzarlo – sudano appena dentro le calze, di come il reggiseno si stringa sulla pelle quando lei sospira, di ogni incavo e sporgenza che i vestiti coprono. Giungervi, a quegli anfratti, non corrisponde a nessun mistero. Il sapore che scopre si accorda all’odore di lei che già conosce, e conosce la voce in tutte le sue tonalità, così la riconosce mentre si fa ansante in gemiti.
Non c’è alcun mistero, né dubbio, né problema per Christopher Pearce a 13 anni. Le donne le conosce perfettamente.

Il problema giunge al risveglio, il giorno dopo, e quelli seguenti, quando la padrona non si fa più trovare sola, al salotto non è più invitato, e quando per caso vi capita si trova a sbattere la fronte contro un vetro infrangibile, come correre in un labirinto di specchi senza sapere che sono lì, e sentire poi l’eco della botta fino a che anche i timpani non dolgono.
Christopher è diventato un uomo, e lo capisce dal derisorio e timoroso modo in cui la padrona disperde malizie tra le amiche alle spalle di lui. Assapora quella strana commistione, di disprezzo e paura, che tanto spesso ha visto scolpire il volto della padrona quando in bottega entrava un uomo.
“Poveri stolti.”, ha pensato allora – ogni volta.
“Perché fa così?” pensa adesso cercando supplichevole una risposta negli sguardi di lei, ma riceve l’infastidita mancanza di pietà che una vittima riserverebbe al proprio carnefice.

Christopher Pearce ha 13 anni e gli ho inflitto il mio destino: ogni volta che torna a quel salotto lo trova vuoto, e il profumo di collant e cipria è un ricordo che sta svanendo quando lui sente delle voci ridere scendendo.


Ovviamente autore e narratore, anche quando non ci sono di mezzo racconti, sono due persone distinte con visioni e giudizi e modi d’esprimerli diversi.
Non ho mai compreso il gran segreto della femminilità, quelle chiacchiere soffuse che solo l’intimità fa sbocciare. Ho sentito solo battute da scaricatore di porto – ma, ovviamente, è colpa mia. Certe soffocate e divertite e derisorie risate probabilmente esistono al di fuori delle tante rappresentazioni (maschili e femminili) del cd. “mondo femminile”, ma mi ripugnerebbero, quindi probabilmente le ho saggiamente evitate finora. Pearce non è me e ci è inciampato da moccioso. Pearce è un machiavellico che gode di certi complotti, d’altro canto. Che le sale riunioni siano salotti al di sopra di una bottega o la stiva di notte di una nave cambia poco.
Insomma, probabilmente il cd. “mondo femminile” non esiste, ma se ci credi poi diventa problematico fotterti qualcuno che fa parte del cd. “mondo maschile” e poi mantenere con questo qualcuno una limpida e non paranoica intesa (wow, sembra quasi un “morale della favola”).
Non che io sappia perché la padrona abbia scacciato Pearce, beninteso. Non l’ha capito lui che è un esperto di machiavellici mondi femminili, quindi di certo non lo capirò io.

(Il titolo della entry sembra BDSM, nevvero?)

Del candore.

Leggo la Yourcenar e mi chiedo il motivo dell’articolo determinativo prima delle autrici donne. Lo so, lo so, si usa anche con alcuni autori di sesso maschile, ma con le donne è quasi regolare. Perché?
Mi opporrò e dirò:
Leggo Yourcenar e mi dice:

Sorrido all’idea che spesso va così: ci crediamo puri sinché disprezziamo quel che non desideriamo.

Leggo Yourcenar e mi chiedo perché io sia maledetta da una predilezione per i francesi. Ho adorato Hugo, adoro Rimbaud, adoro lei e adoro Foucault. Cos’hanno i francesi quando scrivono…? Tutti e quattro hanno una particolarità: riescono a farmi soffermare ogni tre righe su un qualcosa che non hanno scritto ma dato per scontato scrivendo di altro. O su un appunto. Su una considerazione secondaria. Su un inciso. Yourcenar non sarebbe neanche francese, quindi deve essere la lingua. Cos’ha il francese che…?
Non so perché venga acclamata per Memorie di Adriano. Ho preferito L’opera al nero, senza dubbio. Me lo regalò Joglar dicendomi qualcosa sul come io dovessi leggere di Zénon per scoprirlo o di come dovesse leggerne per ri-trovarmi. La seconda, in ogni caso, ha vinto sulla prima.
Mi domando dove Joglar sia finita. Aveva, in comune con Yourcenar, un’intelligenza acuta accostata a un modo d’esprimerla leggero, noncurante, totalmente mancante di autocompiacimento. La ricordo l’ultima volta al telefono in lacrime – no, quella era la penultima, una telefonata durante la quale piangeva, credo, ancora lacrime di gelosia. E non so che altro. Il suo ragazzo aveva dormito da me, ipotesi che non le arrideva. Per questo il suo ragazzo gliel’aveva detto dopo. Credo che il suo ragazzo volesse così agire performativamente e prendersi una rivincita al contempo mostrando i propri diritti. Chissà. Non era la prima volta che le gelosie di Joglar s’interponevano tra me e qualcuno, e non credo di essere mai stata io il soggetto della sua gelosia. Lo spero. Strano come io non mi sia mai interrogata seriamente sul come la facessi divenire gelosa. Una volta e mezzo ho rinunciato a una scopata da sogno per lei. "Da sogno" nel senso che me la sognavo spesso: non avendola mai messa in pratica non so come sarebbe potuta essere. Quell’evento mi ha segnato. Mi aveva segnato anche il fidanzarsi di Joglar. Significava che non poteva più darmela. È stato allora che ho cominciato a mettere in dubbio il presupposto che voleva me anti-monogama come la stronza della situazione. Devo esserci rimasta male, di principio, per principio, soffrendo anche del sentirmi stupida. Comunque. Comunque alla penultima telefonata ci era rimasta male perché sapevo che il suo ragazzo avrebbe dormito da me senza dirglielo prima e c’era rimasta male. Ricordo un conato di vomito – nei confronti di lei e del ragazzo. La sensazione di aver messo le mani in feci non tue. Intendiamoci, tra l’altro: non ho fatto nulla con il suo ragazzo se non addormentarmi guardando un trash film sul Vietnam. Comunque. Dinnanzi alla nausea ho optato per la soluzione candida, ossia: perdono per le brutture umane e dirle di chiamarmi se aveva altri dubbi, comprensiva, gentile e irremovibile. L’ultima telefonata è quindi consistita in lei che mi chiedeva se io e il suo ragazzo avevamo dormito assieme. La nausea ha preso il sopravvento sul candore – e anche sull’amor proprio. Lo chiedeva a me perché non credeva al suo ragazzo – a me, odiata, per non essere stata dalla sua parte. Ho visto un baratro, quella situazione in cui non hai nessuno di cui fidarti e necessiti delle risposte certe. E non l’ho più sentita.
L’ho incontrata, tempo dopo, sul treno. Ho visto dopo anni il freddo che viene calato su di te da un’altra persona. Capitemi, non sono una persona rancorosa, né una persona che dimostrerebbe d’essere stata disillusa: le considero brutture e debolezze.
A posteriori, ossia oggi, mi chiedo cosa non avessi visto in Joglar. Perché c’è qualcosa nell’immagine che ora ho di lei che ai tempi della nostra frequentazione non esisteva. È una pesantezza che in lei non avevo mai visto. Una morbosità che non ho mai preso sul serio, forse. Mi ha agghiacciato, sul treno, quello che in Gioco della rosa descrivo come:

Al bancone lo aspetta Natalie facendo finta di non aspettarlo, come finge di non sapere che sono a dieci metri da lei, o forse finge di ignorarlo palesemente.

È il fingere di ignorarti. Una complessità ripiegata su se stessa troppo paradossale per la semplice creatura che sono. Sì, emotivamente sono una creatura semplice, ricordatelo, e voi siete complessi. Joglar era una creatura complessa che scriveva poetica prosa, delicata e tagliente, ed esigua. Frustrantemente esigua. Non so se fosse la ricerca della perfezione o l’incapacità di essere ispirata a comando o cos’altro, ma i suoi scritti andavano invocati a lungo.
C’è una cosa che non ho mai capito di lei: le poche pretese. Si proiettava in un futuro semplice, senza sogni. So che questo ha probabilmente accomunato molte tra voi creaturine, ma Joglar era un essere troppo involuto e sognante universi paralleli perché io riuscissi ad accostarle una tale semplicità di aspettative. Quasi mi offendeva, l’esiguità dei suoi propositi.


Van Vaals non è un personaggio semplice. Ho scritto freneticamente sul taccuino ragionamenti liberi supposti nel suo cervello per capire quale prosa possa renderlo. Adoro Van Vaals per la sua brutalità, che sottintende una distanza dalle cose che io non ho. Ho adorato Van Beumer per motivi simili, anche se la sua brutalità era servita con guanti bianchi. Quella di Van Vaals no, è servita di malavoglia – il che rende paradossale la terza persona immedesimata, mio antico amore. Come far narrare se stesso a un personaggio che non trova utile dire niente? E rincorro il suo umore per capire la sua ironia.
Nel contempo, leggo la Yourcenar che è l’opposto di Van Vaals. Nel frattempo ho scritto un paper tanto impegnato nella causa (la causa: a morte i Nazionalismi) quanto Van Vaals non lo è nella propria. Nel frattempo ho una Zefi che pop-uppa nelle mie giornate e che mi ispira autocompiaciute e vellutate lodi. Il mondo degli estetismi che non s’interrogano non attecchisce da tempo in me, amo troppo l’ironia. Come si fa a prendere sul serio la vita quando una cavalletta, a venti centimetri di distanza, deposita uova nel post-it che hai attaccato all’armadio? E questa è un’osservazione alla VB, che deve essere entrata nella mia coscienza. Stanotte sognerò uova depositate sotto la mia pelle. Ah, VB mi ha comprato dell’incenso da chiesa. L’incenso da chiesa mi fa lo stesso effetto della formalità nel linguaggio e della briosa musica classica: mi fa pregustare la trasgressione. Me la fa pregustare e basta, perché anche per trasgredire bisogna prendersi sul serio, e io lo faccio, ma nel mio caso prendersi sul serio corrisponde a un dirsi: “E a cosa trasgredisci? Sentiamo, quali limiti vorresti valicare?” Ma dicono che la ricerca della trasgressione sia un normale umano metodo per ricavare piacere. Forse ho estirpato da me tutti i semi che potrebbero farla nascere, ho disseccato il terreno in cui farla crescere, ma lei se ne sta lì pronta ad apparire a sorpresa, aggrappandosi a quelle due o tre cose rimaste. Il linguaggio altamente formale, briosa musica classica, incenso da chiesa. Potrei scrivere una formalissima lettera ascoltando sbarazzina musica classica con dell’incenso da chiesa che brucia. Probabilmente avrei una visione e vedrei Jan di Leida scendere dalla gabbia e darmi i suoi testicoli.
“Dammi anche il tuo latino.” gli direi.
“Il mio latino è sempre stato pessimo e meraviglioso.” mi risponderebbe.
“Lo so. Voglio scriverci un’eretica lettera di passione.”
Jan di Leida, stampato e appeso sulla parete, guarda a sinistra con i suoi occhi tristi e cadenti. Il ritratto gli è stato fatto prima dell’esecuzione. Lo hanno fatto vestire da Re qual era diventato, tutto ingioiellato e abbellito da simboli sacri – e poi l’hanno ammazzato. E sapete qual è la cosa peggiore? Lui si è messo in posa. Oh, lo avrei fatto anche io, probabilmente.
Sapete cosa mi piace di lui?
Che se ne sa così poco che anziché diventare un personaggio storico è diventato un Giano bifronte, rimanendo più umano di molti personaggi storici su cui abbiamo archivi di informazioni. Jan di Leida è la pensierosa creatura che cerca un senso troppo fine per le masse e il saltimbanco analfabeta che le stordisce con effetti speciali di dubbio gusto. Il fatto che la sua promiscuità sessuale sia una delle prime cose che gli vengono appioppate lo salva da un destino comune a molti Grandi della storia: essere liquidato con una perversione a caso mai appurata. Volete demolire Giulio Cesare? Dite che si faceva inculare da Marcantonio. Funziona con tutti, quali fossero i loro gusti sessuali. È una marca della nostra società: epicizzi personaggi storici e li butti giù a colpi di sfintere sfondato – tutto questo perché non stigmatizziamo l’omosessualità. Non lo facciamo come l’Europa della Conferenza di Berlino non faceva guerre: in Europa nessuna guerra, tutte nell’oscurità del cuore di tenebra africano.
Con Jan di Leida non puoi farlo. Cioè, potresti, ma dopo tutto quello che ha fatto che cambia uno sfintere integro in più o in meno? Con Jan di Leida si può, finalmente, mettersi a speculare seriamente.
Ecco, io avrei voglia di scrivere di tutto questo. Di Giulio Cesare, di Jan di Leida, lettere di passione e imprecazioni van vaalsiane. Mi ero detta che il ritorno in Italia avrebbe risvegliato la vena letteraria. La fiction è, anche, una fuga. Meglio gli orrori partoriti dalla vostra mente che quelli che non potete scegliere. Da qui deve venire la mia abilità a dipingere cose disgustose. Lo squallore, poi, in forma scritta acquisisce un senso. Genet docet. Guardavo un film dei ’70 su una scuola elementare di disadattati senza soldi che rovistavano in discariche come lavoro e ho capito Pasolini. Non lui-lui, lui mi è troppo lontano esteticamente per capirlo, ma ho capito quel che tentava di fare. Guardo poi un coro di bambini e penso “prostituzione”. Lo penso guardando il film, quando il maestro chiede di scrivere un tema sulla famiglia e tutti iniziano enumerandone i membri. 4, 5, 6. La mia famiglia è composta da… La formula “è composta da” è sperma adulto in bocche fanciulle, come i lenti canti di Natale inculcati a bambini delle elementari. Marmocchi modellati secondo il gusto estetico adulto e messi in riga a ripetere la stessa battuta con minacciato candore. Se fosse amore, i bambini non userebbero in coro la stessa formula ma userebbero il proprio, sperimentale e scorretto, incipit. È prostituzione perché gli metti in bocca un pezzo di te.
Insomma, siete proprio dei porci feticisti.


Harding mi ha scritto che il paper sembra substantial e thoughtful, il che può significare che sembra di valore e accurato o che sembra un mattone noioso.

Neo-HooDoo.

Mi godo un Typhoo dopo una doccia bollente di mezzanotte. Me l’ha consigliata Sedlacek quando ho finito di scrivere il paper, e tendo a fidarmi di Sedlacek: con tutti i reati commessi e agevolati è ancora in giro a piede libero. Non che io abbia commesso reati tra le 12:00 e le 23:00 di oggi. Ero occupata a scrivere il paper di cui sopra, che devo spedire domani. Averlo finito prima delle 23:00 mi ha però messo addosso quel lieve senso di colpa di chi se l’è cavata a buon prezzo – sì, me la sono cavata a buon prezzo, avevo Ghiro a ripassare su possibili cazzate che avevo scritto. Non intendo solo gli errori. Intendo logiche illogiche che poi non ritrovi più. Scrivere è un po’ matematico, non trovate? No? Perché siete dei fottuti emotivi, ecco perché.

Mi godo un Typhoo senza zucchero né latte e mi manca Al. Ho pensato all’ipotesi di scrivergli un “I miss you” su Facebook, gratuito. Sarebbe stata un’ottima occasione per essere essenziale e tenera come non lo sono mai, ma d’altro canto non avevo molto altro da dire. Non ho tempo per pensare a molto altro, procedo a sensazioni. Bevo il mio Typhoo e quindi mi viene in mente Al. Di nuovo. Avrei potuto scrivergli un messaggio privato, direte voi, ma che senso ha un “I miss you“? Meglio perdere tempo sul LJ. E poi lo avrei tediato con il Typhoo andando off topic, e non è carino andare off topic in un messaggio che inizia con “I miss you“, dai l’impressione di essere semplicemente annoiato (e, sì, mi piacerebbe avere il tempo di esserlo), mentre se scrivi sul tuo LJ pubblico e per caso finisci col citare qualcuno gli dai una certa importanza. Vi rendete conto di questo paradosso?

L’IPod mi infila nelle orecchie canzoni ascoltate l’ultima volta in Germania. Dovrei updatarlo, ma non so con cosa. Sono stressata, stressata, stressata. Ieri ho avuto mal di testa, e l’ho avuto anche oggi. Stanotte non sono riuscita a dormire, vagando in un dormiveglia tenuto a galla da un’implacabile frenesia. Capita anche a Sedlacek, ogni tanto, ma nel suo caso non è frenesia. Qualche mala voce benintenzionata direbbe che è coscienza, ma sbaglia: Sedlacek ha un ottimo rapporto con la propria coscienza, sono dirimpettai.
Ho voglia di scrivere, si nota?
Ma non è la voglia di scrivere a far pop-uppare Sedlacek. Sedlacek pop-uppa a causa di un abuso di inglese formale. È l’uso di lingue a livello formale – non importa quali – a far pop-uppare Sedlacek, esattamente come un certo genere di briosa musica classica risveglia in me una gioiosa crudeltà. E io non sono crudele, non mi serve. Ma con la briosa musica classica è inevitabile, inutile, vano, vanitas, spreco.

Ho scoperto la parola lenone e me ne sono innamorata. Significa “vile mezzano”, come dice il dizionario etimologico. Non trovate “vile mezzano” altrettanto stupendo? Dire che un lenone è un vile mezzano poi è catartico.
Ma comunque non amo il termine “lenone” per lo stesso motivo per cui gongolo dinnanzi a “vile mezzano”. “Lenone” viene dalla stessa radice di “lenire”, ed è colui che con blandizie e seduzione agevola l’altrui prostituzione. Insomma, si prostituisce per far prostituire, seduce lenendo i vostri mali.
Non è stupendo?

Nell’Ipod passa Einaudi con Primavera e mi ricorda, di nuovo, Sedlacek. L’ho ascoltata guardando The Reader, l’ho ascoltata struggendomi per e con VB, l’ho ascoltata cercando con voracità corsi di diritto internazionale a Kiel e tornando a casa, a Kiel, dopo una lezione in tedesco su trattati internazionali. Ho abusato di una canzone. Le ho associato così tanti sentimenti da antropomorfizzarla – è un Giano bifronte, questa canzone, con uno spietato e placido cinismo da una parte e un desiderio troppo stretto per un animo vittoriano dall’altra. L’ho immersa in quasi tre mesi di neve bianca e soffice come il sorriso del cinico di cui sopra – è un sorriso angelico, e lo deve essere, perché serve un’eccessiva purezza per tenere a bada un eccessivo cinismo. Dopo un delitto innominabile devi lavarti le mani con sapone profumato, insomma. L’ho voluto morbido, nutriente e setoso per farmi un’idea delle dimensioni del delitto. Mi lavo ogni giorno con spezie profumate e mi cospargo di essenze, trattando il mio corpo con la dovizia che un becchino riserva al cadavere in vista del funerale. Non mi trucco, perché celerebbe il chiaroscuro del mio viso.

Il prossimo paper è sul Neo-HooDoo. Sì, si scrive così. Non è la versione new age di sanguinolenti rituali haitiani, ma un approccio all’arte. Ho letto saggi e saggi, chiedendomi se gli autori si fossero fatti un bagno nel sangue di un sacrificio prima di elencare con l’ordine strutturale di un paper tutte le caratteristiche di un movimento che il creatore volutamente non descrive. Per la cronaca, è quello che devo fare anche io. Il Neo-HooDoo si oppone alla catalogazione e inneggia alla miscegenation e io devo catalogarne ordinatamente i tratti salienti, esattamente come altri hanno fatto prima di me. Non trovate che vi sia un’intrinseca e brillante stupidità nell’essere umano? Non parlo di una stupidità complessa, ma della stupidità di un bambino che cerca di infilare un pezzo di legno a forma di stella in un buco a forma di pentagono. Ora, a me il Neo-HooDoo piace – perché devo causargli dispiacere? Se il Neo-HooDoo detta che lo scrittore deve essere cavalcato da un Loa per scrivere qualcosa di sensato, perché vengono scritti saggi eleganti su di esso? Chi prende per il culo chi? La smettiamo di prenderci per il culo? Non mi riferisco al Neo-HooDoo, parlo in generale. Facciamo finta che io sia davanti a voi, tutti in cerchio in una stanza, e con gravità vi chieda “La smettiamo di prenderci per il culo?” e voi mi capiate. Facciamo come se e voi agite di conseguenza.