italy

Arr!

Pausa inopportuna.
Inopportuna: dovrei lavorare alla (seconda) presentazione, ma voglio strafare nel mio abusare del tempo libero.

Giovedì avevo la prima presentazione. Nel pomeriggio di mercoledì mi è arrivata un’e-mail di una delle tizie con cui dovevo farla, in cui era scritto che, riassumendo, non ci sarebbe stata il giorno dopo.
Ho pensato, a fine giornata: ironico.
Per la mia parte di presentazione avevo impiegato due giorni, tra scrittura e presentazione.
Per la parte della tizia – frenesia docet – ho impiegato tre ore.
La presentazione è andata meglio, ossia: mi trovo più a mio agio nel discorrere dinnanzi a una classe che nella solitudine della mia stanza. Parlo meglio, con più rilassatezza, mi sintonizzo meglio (difficile sintonizzarsi con qualcuno se si è soli in una stanza – che scoperte, nevvero?).
Lunedì ho la presentazione per Harding, 15 minuti, ma sono tranquilla. Sono soddisfatta di entrambe, per il momento, di come sono state (da me) organizzate. Considerato che i due tizi con cui devo fare la presentazione per Harding non hanno neanche letto il libro, sono un po’ più che soddisfatta.
La presentazione per Harding, più interessante, consiste in una mistura di economia e teoria politica. Considerato che probabilmente in tutto cinque persone avranno letto il libro, ho idea che nessuno ci capirà nulla. Ma c’è un perverso gusto anche in questo. Uso appositamente parole inglesi di origine romanza perché i tedeschi non possono riconoscerle – sì, come vedete ho anche tempo di annoiarmi intellettualmente, e quando mai mi può mancare?

Il Protokoll, consegnato, è stato commentato con un wunderbar dalla docente – sì, sono soddisfatta.
Temo temo temo per i corsi di tedesco, ma quando mai posso trovarmi nella situazione di non temere mie basse prestazioni?

Ieri ho fatto mini-shopping, ossia sono uscita per comprare dei sandali. Alle cinque del pomeriggio ero in giro con maglietta, maglia e giacca – ciao, giugno a Kiel. Mi ci sono abituata. Ieri, dopotutto, faceva caldo. Fa caldo quando sei in giro in canottiera e quando sei in giro in giacca – quel che non esiste, mai, è il morire di caldo, e no, non mi spiace. L’unico fastidio è una certa pioggerella alla londinese, che ovviamente scende inaspettata (oh, i vecchietti qui sapranno predirla, ma io no).
Dopo il suddetto shopping, ho accompagnato alla visione della partita (Sud Africa VS Messico) del sidro in un Irish Pub in stazione a Kiel. No, non è normale che segua una partita di calcio, ma sono in Germania. Una bandiera del Sud Africa mi guarda, incastrata nella lampada a muro. Le piche emettono i loro rochi versi fuori dalla finestra e io li emetto dentro, tossendo ogni tanto. È da quasi due settimane che sono malata, una stasi fatta di tosse e di una febbre timida ma insidiosa. Niente di grave, ma sommamente fastidioso: sommamente fastidioso (nonché ridicolo) non riuscire a dormire perché continui a tossire, sommamente fastidioso l’impulso a tossire durante le lezioni.

Per il resto, nella comune che è questa casa va tutto bene. Il numero di inquilini ufficiale è tre, ma abbiamo VB come ospite fissa e Fabian come ospite semi-fisso. A volte, se non è Fabian, è Chris. I due si stanno spennando per ottenere le grazie della mia coinquilina, rendendo la mia vita quotidiana una sit-com dai toni variopinti. La coinquilina, che dovrebbe essere pudica, a volte bussa ed entra senza aspettare risposta e io sto aspettando il giorno in cui troverà me e VB aggrovigliate e sudate (nota bene: la coinquilina sa perfettamente cosa facciamo, quindi la sua non è ingenua malaccortezza – probabilmente quel dì entrerà in camera con una macchina fotografica). Per la cronaca: no, non mi farei la mia coinquilina, ma la adoro. Adoro lei e il mio coinquilino. A volte li abbraccerei con poca moderazione.
Circa la mia camera, a fine giugno ospiterà un certo Al – e fin qui tutto bene. A fine giugno scade il contratto a VB, e le ho detto di rimanere qui e basta (tanto è sempre qui e i coinquilini la adorano – anche perché ha più tempo di me per parlare con loro). Il problema si presenterà quando, a luglio, verrà qui B. Come appurato, è umanamente possibile in tre dormire in un letto singolo, ma ciò non significa sia auspicabile. VB, tra l’altro, ride della mia intenzione di fare una cosa a tre con B. prima che io l’abbia formulata – il suo fatalismo circa la mia sfera sessuale è diventato più forte del mio. Non sono [aggettivo a caso], è che mi disegnano così.

Per il restante resto, soffro di un’ottica sempre a più breve termine. L’agenda pensa per me e io rimuovo la mia quotidianità, che tende sempre più verso la psicopatia: se dopo essermi svegliata non mi faccio una doccia non riesco a pensare bene. Essere esteticamente in ordine anche a casa sta diventando un’abitudine, che sta seppellendo il lato sfasciato di me – quello che mi vede deambulante per casa con i capelli scomposti. Non soddisfatta, m’impongo anche su VB facendole le sopracciglia e guardando il risultato con la stessa soddisfazione con cui penso all’ultima presentazione fatta. VB, per fortuna, sa prendere la vita con filosofia e ride filosoficamente della cosa, evitando che io mi prenda sul serio.
In tutto ciò l’immagine mentale che ho dell’Italia sta diventando sempre più una discarica abitata da scimmie truccate su pelle sporca e profumate su anfratti marci. Sì, certo che vi odio ancora. Il massimo di maschilismo qui riscontrabile è Fabian che timidamente parla del sesso come di una relazione di potere e di come sia irrealistico che il ruolo della donna sia sempre passivo. Credo cerchi di auto-convincersi, in realtà, ma apprezzo lo sforzo e la società che gli impone di esporre timidamente questa sua percezione.
Ricordiamoci che dopotutto giro per un ambiente internazionale, e quindi mi trovo ancora tizi che mi aprono la porta – ne rido benevolmente. Puoi ridere di una cosa del genere quando ti capita raramente. Se vivessi in un luogo in cui succede puntualmente mi sentirei in una gabbia di scimmie che tentano da decenni di imparare a risultare civili. Bella ottica, mh?
Al corso di tedesco settimana scorsa abbiamo fatto la cosiddetta “lettera di reclamo” (si dice così in italiano?). È stato culturalmente interessante, scontato dirlo. Il docente, che è un prodotto della moda tedesca di ricondurre tutto alla psicologia e quindi alla paura (Perché i tedeschi hanno sterminato i supposti 6 milioni di ebrei?” “Paura.”), nello spiegarcela ci dice come sia importante sentirci in diritto di reclamare giustizia – perché è un nostro diritto. Le sue parole sono ridondanti, e lo capisci nel momento in cui ti dice di scrivere una lettera di reclamo perché è da tre settimane che aspetti che il tuo computer rotto in garanzia ti venga rispedito. Solo tre settimane? Non c’è bisogno di dire che qui quelle tre settimane costituiscono un caso grave.
Volete che vi parli dei difetti dei tedeschi? Ce ne sono, tanti. Sono un po’ l’opposto di quelli italiani. Tanta abitudine a sentirsi in diritto di reclamare giustizia portano un tedesco a litigare con il mio coinquilino per tre euro. Il tizio litiga stando in piedi, ritto, indignato. Alza solo lievemente la voce e ripete quello che il mio coinquilino dovrebbe fare in quanto suo dovere. I tedeschi sono pedanti, da eoni. Me lo diceva Mittner parlando del pietismo. Hanno anche la bruttissima abitudine di compiacerti per dovere, ossia di essere gentili anche se pensano che sei una testa di cazzo. Ma non basta: oltre a essere gentili, devono anche renderti un buon servizio, sempre per dovere. Non è granché, lo so, ma è meglio che essere gentili di facciata per poi mettertelo nel culo, no? C’è poi da dire che si tratta di un’ipocrisia di un tipo diverso. Il crucco arriva a essere così ipocrita da renderti un buon servizio anche se gli stai sulle palle, finché non ha ragioni di renderti un disservizio, ma la sua gentile facciata non va oltre alla gentilezza. Puoi rifletterci e dirti che un po’ di paranoia potresti svilupparla, ma è meglio di un luogo in cui la gentilezza sociale consiste nel dare tre bacini sulla guancia e urlare entusiasmo quando si incontra un conoscente, no? Ma parlo di Kiel, e Kiel è un estremo – Kiel in cui lo spazio vitale individuale è ampio quanto una stanza. Monaco è diversa. Mi sono abituata così bene che quando sono andata a Monaco ho un po’ pensato che gli abitanti tendevano alla scimmia, in quanto a controllo dello spazio. Qui, semmai, ti capita di vedere qualche coppia lesbica che si tiene per manina a mo’ di coming-out reiterato nel tempo per confermare che il lesbismo è legale (come matrimonio, intendo – non parlo del diritto di non essere picchiati a sangue). Le coppiette etero tendono a non tenersi per manina. Dite che sono freddini? Troppo controllati? Bisogna avere più autocontrollo per evitare di sbaciucchiare un amico, o per sbaciucchiare uno sconosciuto che sai te lo metterebbe in culo se non dovesse poi prendersene la responsabilità?

Per la cronaca: giacché la tizia non ha fatto la presentazione, non potrà ricevere alcun certificato per questo seminario. Va bene come giustizia? Nah, si potrebbe avere di meglio: è stato ingiusto che io abbia dovuto preparare la sua parte il giorno prima (da volontaria) – e infatti le mie compagne mi hanno ringraziato all’ennesima.


P.S. Su Facebook andate in basso a sinistra, in fondo, dove dovrebbe esserci scritto il linguaggio con cui usate Facebook. Il suddetto linguaggio è clickabile; clickatelo e selezionate, tra i linguaggi disponibili, “English (Pirate)”. Arr.

Chihuahua.

Property and “No Property”.
Titolo del saggio in lettura per la presentazione del libro Property. Saggio scritto da una giurista – e mi piace vagare di nuovo in queste acque.
Sono le 5:38 del mattino e il thermos da un litro di the è finito. Odora ancora di grog – sulla lista della spesa presenziano gli ingredienti per farne ancora. È da eoni che non ne bevo. È un problema direbbe la mia voce affetta dalla cadenza locale, che fa accentare la “e” di “problema”. Non ho alcun (credo) accento tedesco nel mio italiano, ma prendo cadenze, come se il tedesco fosse una varietà locale.
Lo è.
Inglese e tedesco sono varietà locali molto dissimili – italiano, francese e spagnolo non così tanto. La comprensione di una lingua me la rende famigliare, declassandola (o innalzandola?) allo status di dialetto.
(Si vede che non studio cinese…)

Mi sono fatta notare che seguo un regime forse un po’ ossessivo. Le lenzuola vengono cambiate praticamente ogni giorno, dopo la doccia. Scopare fa sudare – non è un motivo sufficiente? Non per giustificare il fatto che non mi sento totalmente a posto finché non ho fatto una doccia dal momento in cui mi sveglio. Ave, doccia. “Ich dusche mich.” è una delle frasi che i miei coinquilini sentono più spesso uscire dalle mie labbra – li si trova spesso in cucina, con amici vari, a chiacchierare e delirare. Li amo, dell’amore che si trova in un libro o nel resoconto di un vecchio, l’amore per un contesto. Li adoro come adoro la musica che il coinquilino carica nella playlist, lasciando la porta della camera aperta. Sembra di stare costantemente in un lounge-bar. A volte, invece, si esce dalla camera e in cucina ci sono dalle 4 alle 10 persone (chiariamoci: la cucina sarà tre metri per quattro), e sul doppio tavolo centrale ci sono montagne e colline e fiumi di bevande e cibarie. Esco con il sonno negli occhi e la mia tipica espressione da esiliato in vacanza su un’isola piena di marijuana e saluto, preparo un caffè facendo sorsi di birra.
I volti ormai sono i soliti noti, ma ogni tanto pop-uppa qualche sagoma nuova.
F. è una presenza fissa, e lo adoro – è difficile non adorarlo. VB ha detto che è una patata, ed è vero, sommamente vero, se riuscite a trovare quest’affermazione non offensiva o sminuente – F. è una patata ed è meraviglioso. Anche il tizio con la faccia da nazista lo era. Avete presente una faccia da nazista da film? Ecco, così. Il suo mostrare un vago interesse nei miei confronti (“Serena, vieni, Tizio vuole salutarti!” “Ma non ci siamo neanche presentati o sbaglio?”) mi ha divertito come mi avrebbe divertito sentirgli cantare Die Gedanken sind frei – e anche questa non è un’offesa, come potrebbe? Questa canzone è stupenda.
… Ma, tanto, non ho tempo.

La sospensione dell’incredulità e i telegiornali italiani.
Ho (ri)amato Altieri nel sentirgli dire che ci troviamo davanti alla sospensione dell’incredulità quando accettiamo per reale una rappresentazione ir-reale – o quando seguiamo un telegiornale italiano.
Linkai a Camilla questa canzone, dei Ministri, band italiana che conosco del tutto per caso. Il genere non mi piace neanche, ma mi trovo spesso ad ascoltare questa o altre (poche) loro canzoni. Mi sono spiegata il perché di tale controsenso nel momento in cui ho pensato che a Camilla – nostra eroina che vive all’estero scrivendo dell’Italia – avrebbe potuto interessare come esempio di “resistenza”. Resistenza. È un termine in cui inciampo spesso, da che i miei studi si sono incastrati in etichette come cultural studies. Non mi era mai venuto in mente che potesse essere adoperato in ambito italiano – ma i Ministri sono resistenza. Lo è anche la battuta sagace di Altieri. È difficile, in Italia, dire che esista una resistenza, perché fa parte del nostro carattere criticare chi ci sta sopra – parlate bene o male di me, basta che parliate di me.
Ciò nonostante, ci sono cose che si possono dire ancor meno. Non sono le più eclatanti, né quelle più vere – sono forse quelle più acute, forse, non saprei, sto cercando di inquadrare.

I miei incubi italiani persistono grottescamente, ossia: in grottesche forme. La mia sfera onirica ha riassunto (o forse censurato?) il mio problema italiano nel cibo. Tradotto: sogno di essere in Italia e non riuscire a mangiare perché trovo il cibo pessimo o insidioso. Datemi un Coppiere. VB si firma con tale epiteto, ma non vale: sia io che lei siamo abituate alle amarezze del forte vino del Bel Paese. I Ministri, o quell’Altieri, mi fungono un po’ da passeggiata al di fuori della caverna platonica – da pizzicotto per svegliarsi.
E, sì, continuo a odiarvi tutti – non tutti-tutti, tu un po’ meno di qua ma di qua mi ricadi nel – no se ho detto “tutti” sono “tutti” – no, tu non hai colpa, ma non è di colpe che parlo – no, responsabilità – no, diversità – no, abitudini – mala-abitudine, scimmie, decadenza – sono insostenibilmente confusa. Guardo il video con Altieri e osservo il docente che tiene la lezione – stavolta lo sento, il suo accento milanese – lo ascolto bene, interiezioni incluse, e leggo e parafraso: Ha appena detto che questa cosa che non si deve fare nessuno la fa e soprattutto voi che la fate ripetutamente davanti a testimoni non l’avrete mai fatta. Non è corruzione, è satira introiettata. Abbiamo introiettato la satira in massa. Cosa succede quando anche i politicanti introiettano la satira? È così ammaestrata da non riuscire più a essere feroce – quando si fa bestia pulciosa (un cane, diciamo) – viene sbattuto fuori dalla tavolata perché mancante di buone maniere. Insomma, anche il crimine ha le sue regole formali. Quando inculi il prossimo a sorpresa usa lubrificante, sii gentile, sì che possa dirsi che un po’ gli piace.
I tedeschi sono dei docili bambini in un Kindergarten – il loro peccato è la vergogna all’idea di essere redarguiti. Ciò nonostante, l’Italia pullula di scimmie. Strano e contorto percorso il mio, che iniziò con un odio feroce del colonialista che risolve l’Altro riducendolo a scimmia e facendosi portatore di civismo e progresso – e che mi finisce, qui, con me che vedo la mia madrepatria come un accampamento zulu agli occhi di un funzionario inglese. Che bello contorcersi su se stessi, nevvero? Le mie consolazioni sono il trovare nuove posizioni sessuali – un piccolo tesoro che mi porterò in Italia, e non potrà togliermi nessuno, il mio tesoro. Le nobili consolazioni, quelle che mi fanno sentire una persona seria. Non posso dirmi – tornando alla mia bizzarra sfera onirica – che in Italia porterò il bagaglio delle mie esperienze culinarie, perché in Italia non troverei gli ingredienti per cucinare come cucino qui. Non troverei la cortesia su cui scivolare verso lidi sempre migliori, un impegno a cui prendere parte, un rispetto che non mi faccia sentire presa in giro. Era bello, il video con Altieri, in cui il docente con poche e ben piazzate e ben conosciute battute ri-affermava l’ignoranza degli studenti, la loro pavidità e il loro essere ipocriti – sono cose che potete sentire tra le righe o esplicitamente a qualsiasi lezione – come lo studente a cui si parla non sappia nulla, non lo ammetterà perché è un opportunista (o un codardo) e non abbia interesse a saperlo, quel nulla. Forse è vero, chi lo sa? L’ho pensato spesso – si sa che vado più d’accordo con i docenti che con gli studenti, non a caso. Ma come si setta mentalmente una persona quando gli viene costantemente ribadito che ciò che è vergognoso, se si sofferma a pensarci? Gli studenti meritano, per come vengono dipinti, d’essere trattati come carta igienica.
In una e-mail ho ringraziato una docente italiana per la sua “preziosa gentilezza”. Lo è stata davvero. Non è la gentilezza data gratuitamente con i cordiali saluti, ma piccole accortezze sempre nuove che me l’hanno fatta amare. L’abbraccerei, una volta in Italia, ma sarebbe fuori luogo. Eviterò. Abbraccerò amici dimenticando che hanno parcheggiato in seconda fila per evitare di camminare due minuti in più, dimenticando le battute sminuenti che hanno sciorinato sul prossimo con un vago senso di colpa o forse senza alcuno, e non so cosa sia peggio, dimenticando che si sono auto-assolti per aver peccato e l’hanno raccontato a me per farsi assolvere anche dal mondo esterno, e immagino tutto questo sarà come scoparsi una puttana dicendosi che ti ama.

Caverne e laghetti pietistici.

Sul tavolo: thermos da mezzo litro di caffè, solubile, con zucchero. E un dizionario italiano-tedesco.
Mi vergogno un po’ a dire che sono occupata, perché non dovrei esserlo; ho meno cose da tradurre dal tedesco, più da leggere in inglese, e ciò mi riporta (quindi/però) a standards più vicini ai miei soliti, ossia: studiare di più.
Anche se si tratta perlopiù di leggere e riassumere e cercare un metodo. Ho troppi libri da leggere (8 o 9), e non posso applicare il mio solito puntiglioso metodo. Le lezioni sono interessanti, sono partecipativa, ma non so bene esattamente cosa devo fare.
La mia vita cambia leggermente, ma qui non si tratta di cambiamenti dovuti a Kiel, quanto più a VB – VB che fa la spesa e si domanda cosa mangiare. Non è una domanda scontata. Non quando implica fantasia. Non ho molta fantasia nel decidere cosa mangiare. Con VB come ospite mangio meglio – e cucino, anche se il mio cucinare consiste nel buttare ingredienti più o meno a caso, perlopiù patate e cipolle, nell’adorata Pfanne senza alcun condimento, tanto c’è la salsa BBQ Jack Daniel’s.
Sono diventata anche una saltuaria bevitrice di latte freddo, che viene ingoiato d’un sorso dal bicchiere, al mattino. Prima di andare a dormire sistemo la camera; la sistemo quando torno a casa; nel fine settimana la pulisco. Di pomeriggio, dato che solitamente ho lezione al mattino, studio; la sera ceno abbondantemente alla tedesca; poi studio di nuovo.
Parvenza di una vita regolare.
E massacrante, dato che per tre (o quattro, dipende dalla settimana) giorni di fila dormo pochissime ore a notte. Stamattina, quando mi sono addormentata, era l’alba, e avevo la sveglia alle 7. Tanto, mi dico, tanto ce la faccio. Tanto devo farcela. La maggior parte delle lezioni hanno frequenza obbligatoria con massimo due assenze, a meno che non si porti certificato medico. Non so se mi sento alle elementari o se al lavoro. Ci sono cose dei tedeschi che odio, sì.
Ogni tanto c’è la pausa, che, per riequilibrare, di solito consiste in una serata a ingurgitare alcol, cosicché il giorno seguente viene passato a non fare nulla. A parte riprendersi, nel caso. L’ultima volta – sabato – mi sono vista tutta la seconda serie dei Tudors. Sottotitolo: non fare nulla.
Insomma, il Tanz che è in me – per chi se lo ricorda – ha ripreso il controllo, salvo il perderlo ogni tot giorni per farmi rilassare. La mia tendenza all’ordine sta diventando una mania, ossia: redarguisco VB se lascia cose in giro. E le faccio i complimenti se fa le cose in modo giusto – ed è questa la parte preoccupante, il sentire di dover fare complimenti e una giustizia (secondo chi, a parte me e basta, dato che l’esercito non ce l’ho?) presupposta.
Non sono neanche particolarmente gentile, a dirla tutta, troppo impegnata e stressata per esserlo. Mi faccio perdonare dalla mia coscienza tramite atti utili, fare cose al posto di VB, fare cose per VB – sempre più Tanz, Tanz, Tanz.

La mia vita sociale continua ad assomigliare, più o meno, alla mia vita sociale.
Nuove conoscenze di cui sono entusiasta, o conoscenze approfondite, e poi una miriade di gente di contorno che non riconosco, e che quando riconosciuta non ha nome, dato che la mia memoria è quella che è. Tale amnesia costante ha i suoi lati positivi: Kiel è piccola, ma a me sembra sempre di parlare con persone nuove. Adduco sempre la mia amnesia costante come scusante, perché il pubblico non pagante capisca che non c’è malizia né intenzione nei miei “Ah, sì… Aspetta, aspetta… No, non mi ricordo”, o, peggio, nel mio sorridere a priori a tutti più o meno nello stesso modo, sì da evitare di essere scortese con chi mi conosce e sta per sorridermi.
Si potrebbe dire che la memoria è selettiva e che, quindi, io do scarso valore alle persone; non è esattamente (solo) così. Ho una memoria scarsa e selettiva, i cui criteri di selezione mi sono spesso ignoti (ho sovente bellamente rimosso persone che la volta successiva ho trovato interessantissime).
Sono anche riuscita, da ubriaca, a non riconoscere VB. Per credo una ventina di secondi. L’ho anche baciata, da sconosciuta. A posteriori le ho detto che è stata una prova del fatto che mi piace, dato che mi è piaciuta anche quando non l’ho riconosciuta – ciò nonostante, non posso che essere perplessa. Soprattutto, mi trovo ad avere un problema: in testa ho questa persona, questo Doppelgänger di VB, che io ho baciato e che non esiste. Mi è piaciuto un fantasma alcolico. Mi sarei scopata una proiezione della mia testa.
Anyway.
Non ho discorsi compiuti da riportare qui, ma solo frammenti.
Ho un tornare a casa a piedi nudi, per una ventina di minuti, di notte, e rendermi conto di quanto le siringhe dell’era dell’eroina abbiano segnato il mio camminare, abbiano psicotizzato i miei piedi – fino a Kiel.
Ho una Germana e un Germano che quotidianamente vengono a reclamare cibo starnazzando davanti alla mia camera. Qualche giorno fa il coinquilino ha chiamato VB (io dormivo), dicendole qualcosa come:
“Senti… Ho un problema.”
“Cosa?”
“Vieni a vedere… Ho delle anatre in camera.”
“Germano! Cosa ci fai qui?!”
“Ma è tuo…?”
Ho anche un gabbiano, che viene a raccogliere briciole di pane. I gabbiani sono, ho deciso, brutti e inquietanti. Rapacemente minacciosi. Il gabbiano che sosta qui ha un collo da mastino. Oggi ha tentato di scacciare Germano per prendersi le briciole di pane, ho aperto la porta-finestra, si è allontanato facendo finta di niente. L’ho richiusa ed è ripartito all’attacco. Ho rifatto la stessa cosa tre o quattro volte, concludendo che il suddetto gabbiano è un simpatico figlio di puttana (e Germano lo scemo del villaggio, nonché pavido, che si faceva difendere da me guardando con aria di sfida il gabbiano).
(Sì, ho così poco tempo per scrivere di me che finisco con lo scrivere di vite altrui: ci vuole meno tempo.)
A proposito di germani reali, sono diventata un’appassionata divoratrice di carne d’anatra. Cucinata da cinesi tedeschizzati. Vaghi ricordi d’infanzia mi ricordano gusti personali dire che “la carne d’anatra è troppo grassa”, ma siamo in Germania e il grasso si scioglie ed è deliziosa. Poi, però, si finisce col chiedersi per lo stomaco di chi si sta quotidianamente dando da mangiare ai due germani reali (tre, incluso l’ufficiale di Germano).
Sì, sto mangiando tantissimo. Sì, sono in Germania e non ingrasso. Sì, in Italia sarò tristissima: il latte al mattino saprà d’acqua – e io non bevo acqua se posso – le patate non sapranno di un cazzo e via discorrendo. No, non sto facendo la sovversiva che disprezza il cibo italiano a favore di quello tedesco: parlo del sapore degli ingredienti primi, che mi permette di mangiare quello che cucino anche se non so cucinare.
In generale, non voglio pensare al ritorno in Italia. Nonvoglio-nonvoglio-nonvoglio come una bambina che sbatta i piedi dinnanzi a se stessa allo specchio. Mi figuro tornare prostrata e diffondere un verbo che le mie paranoie riassumono in: “Mentono, non credete loro, vi mentono, vi prendono in giro”. Non voglio tornare nella caverna platonica. Neanche per quell’anno che mi serve per finire la triennale. Non voglio e basta, capite? La sola idea di uno sguardo femminile che mi disseziona o di uno maschile che mi riverisce e rinchiude al contempo mi fa salire fiotti di bile in gola. Non voglio, vi odio. Tutti. Anche i benintenzionati, perché credo nella banalità del male. Il problema non è l’odio ma il non riuscire a perdonare, e senza perdono quando necessario non è possibile consolazione. Rimetto in atto imperterrita la scenata dell’ex-fidanzatina all’ex-fidanzatino che non ha ancora mollato del tutto, anche se considerato che la cittadinanza di nascita non si sceglie dovrei optare per una metafora più freudiana. L’ironia mi salvi da me stessa e dal vostro, ricercato, rifiuto. Ho assunto l’ottica del profeta münsterita, che sente d’essere in un epoca così grama da richiedere a chiunque il massimo degli sforzi morali per la salvezza. Jan di Leida mi è sempre piaciuto, sì. Gli spiriti insoddisfatti si masturbano con apocalissi, nell’ottica che tanto c’è poco da perdere, o forse con punte di rancore. O forse entrambi. Freud ha parlato anche di questa dualità. Freud ha parlato di tutto – Freud ha definito i confini della parola “tutto” disseppellendo estremi. Da quando i sovversivi sono bambini traumatizzati? Ogni sovversivo è un bambino capriccioso, che non vuole sottostare a certe regole – diciamocelo, una regola vale l’altra. L’asse spaziale e quello temporale in combinazione dimostrano che qualsiasi regola può essere considerata sacra e naturale. Voi vi ribellereste al pisciare nella sedia su cui mangiate durante un banchetto (avete presente quei bei pezzi di mobilio medievale con un buco al centro? Ecco). Di vomitare tra una portata e l’altra forse no.

I must down to the seas again, to the lonely sea and the sky.

La sottoscritta, "Der Apostel" di Rilke e l’ipse dixit.
Sul tavolo: fotocopie in tedesco da cui trarre informazioni, puntigliosi consigli su come scrivere una Hausarbeit, al margine dei quali ho scritto:
Ipse dixit.
Il professore che ha gentilmente scritto una sequela di consigli sulla "buon scrittura" di una Hausarbeit non cerca di sviare e lo dice chiaramente: scrivere una Hausarbeit significa citare altri, affiancarsi al punto di vista della ricerca corrente e infilare negli interstizi la propria tesi. Una libertà assoluta di pensiero incastrata in un metodo inflessibile.
Vorrei dire "Ah, questi tedeschi…", ma l’ipse dixit ha cominciato a rincorrermi dall’ambito anglofono, e i tedeschi tengono il passo.
E io penso ogni volta al ruolo dell’ipse dixit durante l’umanesimo, quando gli uomini di cultura (almeno alcuni) si erano rotti le palle di dover trovare qualcuno di eminente che prima di loro avessero esposto la loro tesi per poterla portare avanti. Oggi siamo democratici e quindi non c’è bisogno che quel qualcuno sia eminente: basta che sia entrato negli ingranaggi della ricerca e lo si possa quindi citare nel dettaglio nella bibliografia.
I tedeschi mi insegnano come sfornare un file pdf che abbia tutto l’aspetto di una cosa seria. Per non lasciarmi sola in tale compito, mi dicono anche di quanto devono essere i margini e la grandezza del carattere per il testo e per le note. Mi spiegano che l’abitudine di mettere le note a fondo documento risale alla preistoria, quando era difficoltoso inserirle all’interno del documento, e che è più gentile non costringere il lettore a fare avanti e indietro per leggere le note (ah, paternalismo benintenzionato tedesco!). Io imparo come si fa un indice con OpenOffice e cosa sono gli stili, e assurdamente sono loro grata (ai tedeschi, non allo stile e agli indici).

Ho avuto della vita sociale, tra un "Rilke, Rainer Maria: Der Apostel, S. 48." e l’altro.
Sono stata in una caffetteria milanese imitante Starbucks, ma più stupida: ti danno gli pseudo-coperchi (come si chiama il pezzo di plastica che chiude il bicchiere? Damn, andare in Paesi stranieri ti rende ignorante anche nella tua lingua madre, quando nel tuo Paese certi oggetti non esistono del tutto) a priori perché fanno molto Starbucks, sorvolando sul fatto che l’utilità degli pseudo-coperchi sussiste quando il caffè è to go. Che spreco poco crucco. Ma comunque, i caffè sono buoni e oltre al cacao c’è la cannella – avete mai provato un cappuccino con la cannella?
Dato che tutto il mondo non è Paese, e che in questa frase il Paese è la Germania, nella caffetteria milanese imitante Starbucks (si chiama Arnold Coffee, per la cronaca) il servizio è deprimente. Il barista (si dice così nelle caffetteria? Damn, tutto ciò è frustrante) si volta e ti sorride, tu apri la bocca per ordinare e il barista si gira per parlare con l’altro barista. Quindi, giacché tu intanto hai parlato e lui non ti ha sentito, ti chiede di ripetere. Non è, tra le altre cose, fottutamente anti-economico?
Ho provato uno strano sentimento, dinnanzi al vedere tale disservizio colpire la SiC. Ho pensato, senza parole, una cosa come:
"Ti prendo e ti porto via (in Germania)."
Doveva essere la versione ridotta e provinciale del sentimento di chi cerca di sfuggire dal proprio Paese in guerra. La provo sovente. Intendo, penso sovente un risibile: "Oddio, oddio, devo salvarli." Voi sapete perché? Io no, veramente. Io ormai so solo elencare singoli episodi che non so collegare, e poi camminare per il centro della mia città natale senza capire i moti che l’attraversano. Non parliamo del panorama più generale che coinvolge l’Italia.
Oggi Repubblica mi dice che "Berlusconi è indagato per minacce e concussione". Non so cosa sia la concussione e mi appello a wikiwiki:

La concussione […] è il più grave dei reati contro la pubblica amministrazione.

Davvero? Ora, sappiamo che wikiwiki è wikiwiki e quindi non è affidabile, ma di solito le informazioni vengono date in ordine di importanza o scalpore che susciteranno – il più grave dei reati.
Comunque, cos’è?

La condotta incriminata consiste nel farsi dare o nel farsi promettere denaro o un altro vantaggio anche non patrimoniale abusando della propria posizione. Tale condotta può esplicarsi in due differenti modalità: costrizione e induzione.

Ecco, adesso è tutto chiaro. Intendo, rientra perfettamente nel quadro italiano che conoscevo. Intendo: parola nuova ma niente di nuovo sul fronte meridionale.
La notizia me la riporta anche il Corriere della Sera, il Giornale etc…
Il mio problema, a questo punto, è: come la inquadro, questa notizia?
Vedete, in uno Stato ideale, quale esso sia, la presenza di uno dei più gravi reati contro la pubblica amministrazione sarebbe un fatto epocale. In uno Stato a caso tra quelli che conosciamo come "sperduti da qualche parte in Africa con a capo un dittatore e i bambini soldato etc", invece, sarebbe normale amministrazione.
Io dove sto?
Il mio assaggiare la cronaca italiana con una saltuaria assiduità mi ha otturato le orecchie dinnanzi a certe accuse a eminenti personaggi pubblici. Non è un dramma se il Presidente del Consiglio è sospettato di commettere tale reato, anzi, mi sono domandata che senso abbia sottolineare proprio questo reato, dato che detiene un semimonopolio dei media. Sarebbe come denunciare la De Beers nel 1980 per aver intimato a una minore società diamantifera di non alzare i prezzi dei diamanti. Non è ridicolo? Intendo, immaginatevi a discutere con fevore della singola faccenda – minacce e concussione – non vi sentite un po’ inutili, di quell’inutilità che, se presa sul serio, fa divenire ridicolo chi le dà voce?

La lettura di La misteriosa fiamma della regina Loana ha dato una strana luce al soggiorno italiano. Il libro parla dell’Italia, la ricostruisce tramite ricordi ricercati da un protagonista affetto da amnesia, ed è stato come vederla per la prima volta. Ho sommamente apprezzato il modo in cui Eco ha spulciato vecchi giornali per arrivare alla conclsione secondo cui non è per nulla vero che ai tempi del fascismo fosse impossibile ottenere informazioni diverse da quelle che il Fascismo voleva diffondere: bastava saper dove cercare – e voler cercare, ovviamente.
Anyway, alla lettura del libro è seguita un’interessante discussione con Nora, che sta studiando la storia dell’Italia contemporanea, della formazione delle reti televisive e loro organizzazione e di censura e quant’altro.
È seguita una nottata annoiata con un telecomando che mi ha portato a vedere un vecchio film italiano, anni ’70, di quella comicità un po’ cinica, e dio sa perché per un certo periodo in Italia la comicità dovesse andare a braccetto con l’erotismo. Comunque, è stato rivelante. Dopo un lungo periodo caratterizzato dall’approcciare qualsiasi cosa con il metodo del cultural studies e degli studi sul gender, un film italiano anni ’70 è stato una rivelazione. Ho capito tutto, veramente. L’approccio dei cultural studies mi ha fatto capire che il problema non è che il film fosse maschilista, ma che fosse per un pubblico maschile, e quindi i personaggi femminili presenti non avevano voce ma solo ruolo. Ruoli beceri, ovviamente. Ruoli non molto diversi da quelli che hanno nei trailer dei nostri immancabili film di natale, giusto per ricordarvi che voi donne italiane siete tutte troie, sì, perché o siete troie apprezzabili per ciò o siete sante sul trespolo in attesa del principe azzurro sensibile che però è un vero uomo e vi apre la porta. L’interfaccia tra essere umano e ruolo “donna” in Italia non lascia molte altre scelte, dal ruolo delle politicanti ai rituali d’accoppiamento quotidiani. (Non sto dando la colpa a chi non è donna. La colpa per la reificazione di miti sessuali è collettiva.)
Tornando alla mitopoiesi del femminino italiano, durante la visione del suddetto film mi sono seriamente domandata se una donna dei tempi potesse immedesimarsi in uno dei personaggi femminili. Chi si immedesima nella vedova siciliana che va dal ginecologo vogliosa di scopare, costretta da una famiglia repressiva che la rinchiude in casa? C’erano, ommioddio, anche due lesbiche, la cui verosimiglianza è stata nullificata dall’inverosimile alienazione sociale di una delle due, che domandava: "Quando la smetteranno con questi matrimoni misti, tra uomini e donne?" La lesbica in questione era americana. L’altra americana comparsa era per il BDSM spinto e lamentava candida che il marito non la picchiava più. Poi c’erano le due sorelline che volevano (farsi) scopare in coppia.
Io, come sapete, non mi pongo problemi d’immedesimazione per genere, giacché non capisco l’importanza del genere. (Non è vero: la capisco. Ogni società ha delle discriminanti, e dato che l’essere umano è poco superficiali le prime caratteristiche utilizzate sono la forma del corpo e il colore della pelle.) Non dovevo averne neanche da piccola guardando beceri film per uomini, dato che mi riusciva così semplice capire che bisognava immedesimarsi nel protagonista (maschile), perché le comparse femminili erano macchiette funzionali. Il problema è venuto con l’adolescenza, perché – se passi anni a riferirti a personaggi maschili – i tuoi modelli di riferimento fumano sprezzanti sigarette e si fanno belli indossando gemelli ai polsi. Forse per questo ho avuto le idee confuse su me stessa per qualche anno: non mi andava di immedesimarmi nella ricca ereditiera il cui unico scopo è conquistare il figlio di puttana (simpatico) di turno. Non ho neanche avuto problemi a leggere per anni solo fiction di gente morta da tempo: era scontato il sapere che bisognava immedesimarsi nel protagonista maschile, perché quelle femminili tendevano a non essere protagoniste. La domanda è sempre la stessa: preferireste non fare un cazzo dalla mattina alla sera attendendo il principe azzurro e il perdono di Dio, o finire in avventure in giro per il mondo e in intrighi della società?
Ora sto leggendo I miserabili di Hugo, che ho apprezzato per anni riconoscendone lo stampo dell’epoca: i protagonisti maschili sono variegati e sfaccettati, le protagoniste femminili o sono sante o sono puttane (Esmeralda è santa e puttana, e perciò è il suo capolavoro).
Ho letto, credo, tutto quel che di Hugo sia stato tradotto in italiano, ma non ho mai finito I miserabili. Non so perché. Ai tempi mi risultò essere un’insopportabile miscela di "prendersi (troppo) sul serio" e al contempo "scrivere per le masse, quindi semplificandosi". Notre-Dame de Paris è un libro semplice, ma non si prende così tanto sul serio. L’uomo che ride, amore mio, è un mattone esistenziale – ma non è semplificato for dummies.
I miserabili, da brava opera di vita dell’autore, trasuda tutti gli sforzi compiuti, e mi rivela una morale cattolica che non so più prendere come nota a margine. Traspira da ogni capitolo. Insomma, sto odiando Hugo, e mi spiace, ovviamente, essendo uno dei miei scrittori preferiti.

Tornando ai paradossi e alle spirali discendenti, ho ieri mandato un’e-mail che sembrava il testo di una nuova legge, ricolma di "come scritto nella mia del" e "confermato dalla Sua del".
Il fatto è che una delle docenti italiane a cui devo riferirmi per farmi confermare i corsi scelti a Kiel si è totalmente dimenticata quel che ci eravamo scritte, o si è confusa, o Dio sa cosa, fatto sta che mi ha mandato un’e-mail contenente una risposta del tutto inutile, dato che si poggiava su basi errate.
Le ho scritto una e-mail contenente un riassunto totale della mia posizione fino a oggi da settembre 2009, citando le e-mails intercorse giacché sono documentazione che finirà all’università italiana (carta canta). Ho concluso con un:

Nel caso Le servisse, posso rispedirLe tutte le e-mail tra noi scambiate, avendole salvate come documentazione necessaria per la compilazione del Learning Agreement.

E mi sono domandata: potrebbe inalberarsi perché nella documentazione che finirà all’università si attesta che ha avuto un attimo di incompetenza? Potrebbe inalberarsi con me? E perché mi trovo a temere una tale assurda cosa? Quante altre volte deve essermi successo? In quale momento nella mia memoria si è impresso che il concetto “Il superiore in gerarchia se la prende con te anche se la colpa è sua.” è perfettamente sensato?


Mi manca Kiel e mi manca un po’ VB (che è a Kiel). L’altra sera le ho linkato l’immagine di un personaggio del nostro giocare di ruolo che avrebbe dovuto crearle un po’ di nostalgia, gliel’ha creata, e così le ho detto scherzando di far scrivere al suddetto personaggio una lettera d’amore. Me ne ha scritte 15 – una per personaggio – principiando e concludendo con ironia, e mi sono sentita una persona fortunata. Non per le lettere d’amore, ma per la peculiare forma d’ironia che VB ha, di una sostanza sottile, che riesce a infilarsi ovunque – e che mi ricorda che non esiste frangente, con lei, da cui l’ironia sia preclusa. È importante, per me, e me ne sono resa conto perché realizzando l’onnipresenza di tale ironia ho realizzato che tale onnipresenza mi rassicura – mi rassicura il poter essere ironica sempre. Sempre. Una rassicurazione sul fatto che la vita può essere sempre presa con ironia? È feroce, la mia, nel senso che non conosce il concetto di "eleganza", e non sa tacere quando dovrebbe – ma stranamente nel rapporto questa ironia non demolisce le fondamenta, ma agisce da collante. Per questo sono fortunata, credo.
È terribile sentire che, in un dato momento con una data persona, dell’ironia potrebbe ferire quella persona. O creare disagio. Mi fa vedere quella persona come vulnerabile, e mi fa trattenere il fiato e con esso la voce e con essa me. E poi, autocitazione, l’ironia è l’unica cosa che riesco a prendere sul serio.

Sto vedendo persone che sono felice di vedere. La citata giornata composta da ristorante giapponese e poi caffetteria ne è un esempio, e sono stata bene.
Avevo scritto a tal proposito:

Amo le suddette personcine anche perché vanno d’accordo tra loro pur non avendo, a tratti, un cazzo da spartire l’una con l’altra. O magari fingono, non lo so. Comunque l’apparenza mi dice che io ho ragione, che le persone interessanti per me sono interessanti, e a chi non piace avere ragione?

Mi piace avere ragione, ma è abbastanza secondario, tal piacere, rispetto a quello del vederle trovarsi bene una con l’altra. Non so perché. A volte mi sento la tenutaria di un bordello (eh, mi piacerebbe) che si compiace quando gli ospiti si trovano a proprio agio grazie ad altri ospiti. Ma tale paragone ai vostri occhietti sminuirà il ruolo delle persone che mi hanno permesso di stare bene, mentre dovrebbe accrescerlo.
Qualche tempo fa ho fatto uno strano discorso, a VB, a proposito di tenutari di bordelli.
Parlando di 3- e 4- e X-some ho detto che una mia specie di desiderio irrisolto consiste nello stare nella stessa stanza con altre X persone scopanti, con tutta la libertà di alzarmi e fumarmi una sigaretta o leggere un libro, senza che questo appaia strano o rompa quella magica atmosfera di condivisione che le X-some creano. Stavamo parlando di come, all’ultima X-some, un tizio si fosse sentito a disagio perché mi ero alzata a fumare una sigaretta, reclamando il mio ritorno. Non è un fatto che mi sia parso strano: alla gente non piace l’idea di essere osservata mentre scopa (gusti particolari a parte). Anelo a una rilassatezza di gruppo tale da permettere alle persone di non avere neanche il pudore che le porta a non voler essere osservate?
Ha a che fare con il piacere che provo vedendo persone che mi piacciono piacersi tra loro?


Il racconto che nella mia testa rimarrà come quello di "Sedlacek non è mai stato una persona seria." è stato corretto e ora galleggia in attesa del verdetto.
A editing concluso è stata ripescata con J. una parte di dialogo:

"È sadico?"
"È irrilevante."

È stata definita la versione polite (o qualcosa del genere) di “Shit happens.”, e l’ho personalmente elevata a pseudo filosofia di vita, una specie di pragmatismo riassunto nell’irrilevanza delle intenzioni che stanno dietro a un atto. E continuo a ripetermela ridendo – perché ho bisogno di tanta (isterica) ironia?


Dormo tanto, troppo, e non c’è sveglia che io senta.
Faccio grog appena si svuota la bottiglia precedente e mangio spicchi d’arancia riscaldati nello stesso riguardando puntate di Hornblower. Ho deciso che comprerò i libri in inglese. Soffro di nostalgia per ciò che è di mare, includendo senza distinzione fiction, bevande della Royal, fatti storici e ricordi di vecchietti vestiti da pirati a Kiel. Devo stare vivendo in ritardo la meraviglia per le storie di mare tipica dell’infanzia. Ho anche scelto dei corsi sul mare per “Cultura dei Paesi di lingua inglese”. L’argomento si è fatto centrale nei miei pensieri senza che abbia uno scopo. Ha un po’ il senso di un hobby, ma non ha un’applicazione. Sta lì, di sfondo, come la neve era oltre la finestra a Kiel. Si fa simbolo, ma non so esattamente di cosa. Si accoppia bene con la sensazione di scivolare in interstizi tra culture e lingue che sto sperimentando – sono stata sbattuta fuori anche da quella che dovrebbe essere la mia cultura, che guardo dall’esterno e non so analizzare, e di lingua, di cui non conosco parole (vedi il coperchio prima citato, o i caffè to go).
Ho preso Dire quasi la stessa cosa di Eco, saggio sulla traduzione che usa italiano, inglese, tedesco, spagnolo e francese come lingue da analizzarsi. L’italiano lo so, l’inglese sufficientemente, il tedesco non sufficientemente, e per quanto riguarda spagnolo e francese mi dico che capirò abbastanza. Il libro mi lancia in un’ottica che ben si accosta al vivere negli interstizi, questa costante impressione di non capire tutto e di farsi intendere non precisamente, che – galeotto il soggiorno a Kiel – mi ha fatto mettere in dubbio l’assunto che vuole che nella propria madrelingua ci si possa far intendere precisamente. Mi ero figurata il dialogo con il prossimo mezzo lingue non ben conosciute come pieno di falle e difficoltà, ma non è poi così vero. Ci si intende, e la precisione comincia a suonare come un dildo immaginario con cui masturbarsi più che come un dato di fatto. D’altro canto, se dico “donna” a un italiano intende qualcosa di molto più diverso dalla mia concezione di quanto potrebbe esserlo ciò che intenderebbe un tedesco, e quindi: quale precisione?
Nella citata caffetteria è venuto fuori un’esperienza condivisa con la SiC: quando stai all’estero e poi torni in Madrepatria tutto diventa fottutamente facile, a livello comunicativo. Abituato a doverti sbattere quotidianamente per ordinare una cena, mandare una lettera, chiedere un modulo e compilarlo, neanche il più indisponente cameriere italiano ti fa desistere. Semmai, causa amarezza. Poi scopri che al cameriere italiano devi ripetere le cose due volte perché non ti stava ascoltando, che devi correggere l’ordinazione fatta a McDonald a Milano perché la tizia ha capito tutt’altro, che devi spiegare cosa sia un “caffè to go” in stazione Centrale, ma sono esperienze troppo simili a quelle fatte all’inizio in Germania. La differenza è che in Germania, mano a mano che impari la lingua, smetti di dover ripetere, correggere fraintesi o spiegare parole che credevi sapessero, mentre in Lombardia continua a essere così. Perché? È così che funzionano le cose, non c’è niente da farevanitas e fatalismo.


I must down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by.

(John Masefield)

Die ganze Bellezza macht mich nervös.

Se scrivo, di nuovo, non è perché abbia qualcosa da dire, ma perché ho passato le ultime ore a scrivere e-mails, mandarne, leggerne, in tre diverse lingue e a correggere un mio racconto ("Sedlacek non è mai stato una persona seria") che noi tutti speriamo (vero?) venga pubblicato.
In mezzo mi sono concessa di scrivere in inglese, scambi di corrispondenza online, e ora devo dare tregua al cervello prima di mettermi a tradurre per l’uni.
Mangio un qualcosa della SojaSun fatto di verdure e tofu, quel genere di prodotti che devono soddisfare sia vegetariani che gente a dieta. Non sono a dieta, ma mia madre sì, ed è un vecchio vizio quello di apprezzare smoderatamente prodotti dietetici che dovrebbero risultare pessimi. Nello specifico mangiare tofu è come mangiare gomme per cancellare – avete mai provato? Beh, mi sto cancellando i denti.
Domani, cioè oggi, ho un pranzo a cinque che doveva essere una colazione a due. Non è mera voglia di sterile socialità (sempre che la socialità possa essere sterile – intendo, senza ingestione di sostanze illegali di mezzo o l’essere usciti di casa solo per scopare), dato che le personcine sono personcine che mi mancavano – e mi mancano, dato che anche se domani è oggi non le ho ancora incontrate.
Amo le suddette personcine anche perché vanno d’accordo tra loro pur non avendo, a tratti, un cazzo da spartire l’una con l’altra. O magari fingono, non lo so. Comunque l’apparenza mi dice che io ho ragione, che le persone interessanti per me sono interessanti, e a chi non piace avere ragione? Mi beerò in ciò e nell’ingurgitamento di sashimi.
In calendario ci sono anche una pizzata, una cena e svariati altri incontri, alcuni fissati e altri no. Ce n’è uno a Milano a cui tengo, con Al, e m’incuriosisce stavolta il confronto tra RealLife(RL) e Internet. Di solito me ne sbatto (non siamo più in tempi in cui su Internet si possa essere tanto diversi da come si è di persona), e di fatto l’ho già incontrato (svariati anni fa) di persona, ma quando passano troppi anni è come se si tornasse a zero, e la peculiarità stavolta è che ci scriviamo in inglese. Anche in ciò, nulla di strano. Lui è madrelingua e non ha modo di usare la sua madrelingua, io non lo sono e in quel di Kiel evito l’inglese perché devo parlare tedesco. Ma quanto influisce la lingua che usi sui rapporti che crea?
A parte queste mere curiosità da linguista fallita, è un appuntamento a cui tengo. Ho ritrovato una persona con cui mi trovo bene, mi piace il suo approccio ad alcune tematiche, ed era da tanto che non mi capita una simile "buona raccolta" online. Capitemi, non ho avuto tempo. E quando a Kiel ho conosciuto persone anche la più profonda e interessante discussione (ne ho avute diverse, in tedesco, giusto per facilitarsi la vita) è stata in qualche modo inquadrata nella frenesia del "Party time!". Lo scambio di messaggi con Al si situa in una dimensione paradossale, a causa della mia abitudine mentale sviluppata a Kiel, per cui l’inglese è la lingua "familiare" rispetto al tedesco, quella con cui posso dire più cose e più correttamente, e questa sensazone permane fottendosene della presa di coscienza che mi dice che con Al potrei scrivere in italiano, facendomi permanere nella sensazione che mi vuole rilassata perché usante una lingua familiare.
Strano il cervello umano.
Di fatto, nel mio secondo semestre a Kiel avrò alcune lezioni in inglese, se tutto va come deve. Il proposito è di seguire meno corsi che nel primo semestre, con meno sbattimento, e migliorare il mio tedesco nella vita quotidiana e non in traduzioni di trattati internazionali e narrativa d’epoca. Non mi serve a nulla utilizzare il Konjunktiv I se non so esprimere le più basilari necessità e sensazioni della quotidianità e se le preposizioni, argomento non studiabile a tavolino come altri che sono più regolamentati, non le so usare.
Ho una quantità di termini tedeschi sospesi nel nulla del "vocabolario passivo", quello che hai ma in condizionale, nel senso che li (ri)conosci ma non li usi mai. Devo usarli. Dubito userò spesso parole come "garantire" o "ammazzare" o "infrazione", ma una mente speculativa è una mente speculativa in qualsiasi lingua, e quindi non si sa mai. Il mio tedesco scritto è migliorato in quanto a fluency, non devo ogni volta risolvere un’equazione matematica, ma di nuovo: non serve a nulla saper scrivere lettere formali e cortesi se poi non sai, di persona, discutere degli argomenti sui quali hai fatto domande via e-mail.
Il mio inglese, ovviamente, riceverà dure botte all’autostima, perché il tedesco medio che studia inglese lo sa meglio di me a parità di studio. Mi troverete e infliggermi punizioni morali per ciò. Ma mi manca, mi manca tantissimo il poter seguire una lezione capendo abbastanza, in una lingua che conosco abbastanza da poter cogliere certe sfumature, e sono stremata dalla sensazione, con il tedesco, sempre presente di aver compreso qualcosa che è solo vagamente simile a quel che è stato scritto o detto.
Nel frattempo, nel limbo italiano in cui sto vivendo, mi sono resa conto di aver adottato una mente un po’ da trincea. Vedete, l’idea di tornare in pianta stabile in Italia – ossia: dovermi riferire all’Italia per quanto concerne i miei bisogni, i miei desideri, la mia istruzione – mi ammazza. Credo sia una cosa quasi patologica. Dopo due giorni qui mi sono svegliata con il magone, e senza motivo. Sì, è patologica. In ogni caso, la consapevolezza dell’ineluttabilità del ritorno (voglio finire l’uni) mi piomberebbe in una depressione infinita – se ci pensassi.
Così, psicopaticamente, non ci penso e vivo la vita giorno per giorno. So che adesso va bene, e so che domani (ossia, al mio ritorno) le cose potrebbero andare immensamente male. Lo accetto ciecamente, nel senso che l’idea della morte si è fatta via via più lieve, una possibilità tra molte altre, di certo non la peggiore. (Sì, è patologico.) (Sì, sono di un romanticismo vergognoso – quello originaio, quello letterario, quello fatto di Patria.)
Ricordo come stavo prima di partire per Kiel. Non ero depressa, non nel significato comune del termine, ero svuotata di senso e di desiderio. Ero un vegetale pensante, incapace di comprendere perché si sentisse così, e arreso alla conclusione che quello era il suo carattere per natura.
Ed erano cazzate.
Ora che so che il mio carattere è probabilmente responsabile al 100% dell’impostazione ma non dell’estremismo di tali sensazioni, e ciò grazie al soggiorno a Kiel, ho un metro di confronto e so che esiste un’altra possibilità.
Le cose potrebbero andare immensamente male qualora il soggiorno italiano mi ripiombasse nella mancanza di senso, e a quel punto saprei cosa mi sto perdendo. Gentaglia, a dicembre ero veramente depressa – così dicono. Ci ho messo giorni a riprendermi, tornata su a Kiel.
Vedete, è come le sabbie mobili. Quando ci metti piede non solo sai che sei nel fango, ma quel fango ti ostacola dall’andartene. Sapete quante iniziative ci sono a Kiel per andare all’estero? La maggior parte degli studenti sono stati almeno 6 mesi in un Paese straniero. Se vuoi migliorare il tuo curriculum vai alla Volkhochschule e per 200 euro hai un corso di lingua di 100 ore. Le possibilità sono dietro l’angolo. Te le attaccano alla porta di casa. Così come le possibilità di divertirsi, perché oltre a migliorare il proprio curriculum c’è il divertimento. Poi torni all’uni e hai come docenti persone poco più grandi di te, e non ottuagenari, e il sottofondo è: Potresti fare anche questo, nei prossimi anni. Il tuo curriculum si riempie mentre studi, perché devi scrivere papers e Hausarbeite. Non sei un puntino dimenticato dalle segreterie studenti. Mi lamento del mio scrivere e-mails in continuazione, ma è una lamentela che si regge su un fatto positivo: mi sento in diritto di rompere il cazzo ai docenti per ottenere le informazioni che voglio, i docenti sono mediamente più disponibili a creare lavoro su misura, e se ci sono così tante e-mails è perché mi rispondono in massimo due giorni.
Una tizia non mi aveva più risposto, le ho chiesto se le era arrivata la mia e-mail dopo due settimane, e mi ha scritto:

I am so sorry that I did not answer your mail yet. Please excuse me.

… Cioè, capitemi.
E, se per lavoro vi trovate a scrivere e-mail, vi prego, siate così. Vi prego. Vi prego personalmente e di cuore. Anche se il mondo vi è contro ed è colpa di qualcun altro se non avete potuto rispondere, vi prego ricordatevi che l’anonimo a cui rispondete in ritardo non c’entra nulla e che voi siete personalmente in difetto – o meglio, che se sapete di aver commesso un torto, di chiunque sia la colpa, lo sconosciuto anonimo non c’entra.
Sto scrivendo tante e-mails anche in italiano (docenti italiani), e abbondano di formule cordiali imparate per esperienza lavorativa, al punto che le formule declinano la forma stessa delle frasi. Niente più e niente meno della cortesia. Nelle risposte a volte non c’è neanche questa.
Il controllore sul treno passa in silenzio, mi prende il biglietto, lo buca e se ne va senza aver aperto bocca né avermi guardato. Gli ho detto "grazie", nel frattempo. Aspettarmi un "buon viaggio" come da esperienza di treno tedesca sarebbe troppo, e capisco che una vita stressante possa limare certe cortesie, ma un nulla totale su tutta la linea equivale a uno zero totale di tentativi da parte del controllore. E la sera stessa in un locale un emerito sconosciuto che mi trova carina mi stende un tappeto di complimenti e gentilezze che in Germania non hai neanche se stai ricevendo una proposta di matrimonio. Ma non mi servono i tappeti, non mi serve essere trattata – nelle situazioni "personali" – come una regina. Non lo sono. Non voglio essere rimbambita da quest’illusione nella vita privata mentre quella pubblica mi tratta come se fossi un brufolo – a meno che io non sia importante, lavorativamente o per fama o intimamente per qualcuno.
È stata l’Italia a portarmi all’ottica del "cane mangia cane" sociale. Spicca nel sociale e sarai a posto. Annienta il prossimo al primo suo tentativo di darti cattiva luce.
La docente di Business English di Kiel mi scrive:

I recognized your confidence in your communication with the audience.

E io penso: "E grazie al cazzo. Ha mai avuto a che fare lei con una classe di trenta studenti italiani? Impari a essere comunicativa e interessante o aiuti il tuo ego a suicidarsi."
Io amo Me. Non l’ho mai nascosto. Paladino di questo amore è un orgoglio manifesto pronto a scattare alla prima tentata infrazione. Non ha nulla a che fare con la mia reale umiltà interiore: l’orgoglio mi scatta come sussidiario dell’istinto di sopravvivenza dell’ego.
Ma non posso più districarli, amor proprio e orgoglio, anche se sono nati separati. Ormai si sono uniti, e ci metterò un sacco di tempo a risolvermi.
Mi sono impegnata tanto, a Kiel, a moderare il mio tono di voce. A non intervenire sul prossimo. Perché devi interrompere il prossimo se il prossimo non ti interrompe? Amo dire quel che penso, si sa, ma questo non coincide con il doversi conquistare lo spazio per parlare. Perché mi veniva automatico farlo? Perché nel contrappormi a un’opinione dovevo alzare la voce? Non sto parlando di urlare, sto parlando di alzare la voce un po’ di più. Non ce n’è necessità se sai che l’altro ti ascolta anche se bisbigli.
(Perché urlate?)
Sono di nuovo freudiana, ma sostituendo a “genitori” la parola “Paese di nascita”. Odio come mi ha cresciuto, per certi versi, a sua immagine e somiglianza. Me le sto facendo tutte: Italia come fidanzato, Italia come genitori, e arriverò all’Italia come figlio? (No, no, no, non voglio scoprire che compartecipo alla creazione di ciò che aborro.)
Tornando all’iper-cortesia propria dell’Italia (ho visto due tedesche commuoversi dinnanzi all’essere “trattate come principesse” da un italiano), mi sono chiesta da dove venga questo “servilismo”, così proprio dell’italiano quando si corteggia.
Ho cercato di analizzare un po’ questa faccenda nella mia esperienza e nei miei ricordi, e sono giunta alla conclusione che il lombardo medio abbia in testa che trattare bene qualcuno significa trattarlo come un Re, quindi quando il lombardo medio non sta lavorando si comporta come un Re che abbia un seguito di servitori: chi raccoglie le cartacce che ha buttato a terra, chi pulisce il tavolo su cui ha rovesciato un po’ di caffè, l’essere gentile solo con le persone che gli stanno personalmente simpatiche, il non dovere nulla a nessuno.
Ma non siamo una Colonia con governatore e file di autoctoni che ci puliscono il culo. Di fatto, siamo degli straccioni rispetto alla ricca Germania (che è stracciona a fasi, solitamente dopo aver perso una guerra che ha rotto le palle a mezzo globo conosciuto), e io cammino su strade sporche e piene di cartacce avendo di fianco tizie con alle spalle un’ora di preparazione tra guardaroba e trucco, che entrano in cessi cosparsi di piscio – sono gli stessi tacchi che le rendono così raffinate, quelli che sono stati benedetti da piscio anonimo. Sembra un sontuoso banchetto allestito in una città assediata.
È di una decadenza quasi commovente.


Die ganze Bellezza macht mich nervös. (“Tonio Kröger”, Thomas Mann)

‘_’

Argh.
È da ore che scrivo e correggo e-mail mentre cerco corsi e controllo dati. No, prima stavo correggendo un racconto. E prima stavo correggendo il CV di VB.
E c’è un seminario che si chiama così: Stories of the Sea: British Maritime Fiction across the Centuries.
E quindi: gh.
E il mio cervello è fritto, e dovrei anche andare da un dottore. La mia gola e qualcosa all’altezza del petto scricchiolano e cigolano come un antico malanno nel corpo di un vecchio, perché per il resto sto bene. Forse fa solo parte del personaggio. Quella tosse secca casuale rientra nel cliché (quale? Non importa, uno a caso).
Tra un momento organizzativo e l’altro m’impongo di non lamentarmi interiormente per cose come: dormire senza prima aver scopato è ardua. Mi ero viziata. E il letto qui è anche più freddo – ma ho deciso che non avrò freddo, e per ora mi sta riuscendo bene. Fuori, d’altro canto, fa caldo – un caldo fottuto. Tre giorni prima che partissi nevicava, e quando sono arrivata qui si erano appena alzate le temperature. Insomma, di giorno è estate torrida. Milano puzzava di cemento riscaldato ma abbiamo scoperto che non è la Germania a essere pulita, ossia, anche, ma il punto fondamentale è che Kiel è una specie di paradiso sperduto tra i lupi danesi. Che faccio, idealizzo l’amante? Sto riflettendo molto su questo mio rapportarmi ai luoghi come fossero amanti. Cominciai con Venezia. (Voglio tornare a Venezia – tornerò a Venezia.)
In questo quieto delirio fatto di tante piccole cose, non troppo ammonticchiate, mi diverto con piccole cose. L’aprire il racconto che devo correggere sulla frase:

Sedlacek non è mai stato una persona seria.

Sono belle cose. Come Uprising dei Muse che a me continua a ricordare Monkey Island. Pensieri stupidi e leggeri come il disimpegno.
Vedete, avrei voglia di essere grave. O prendermi sul serio. Avrei voglia di scrivere addentrandomi in una passione – ho questi piedi nudi di Aspasia che camminano per stanze immani di una residenza vergognosamente grande e isolata, Aspasia con l’utero rotto e lo sguardo da bambina – ma diversi tipi di passioni si sovrappongono e mi pare, a volte, che alla base di un becero atto di bullonismo (si dice così?) di periferia milanese ci sia la stessa passionalità che sta alla base del sorriso dall’utero rotto di un’Aspasia, della forza d’animo di un santone agnostico e di quella di un fondamentalista religioso come lo intendono i giornali. Insomma, che tutte queste cose siano in fondo un po’ tutte la stessa cosa: la capacità umana di smettere di avere una visione d’insieme, di vivere nel piccolo che gli occhi riescono a racchiudere. Allora mi viene in mente, ad esempio, un Malan che dice che qualcuno ha detto che per gli Zulu la vita di un uomo vale quanto quella di una vacca, e viceversa: muoiono le vacche e muoiono gli uomini, ammazzi le vacche e ammazzi gli uomini. Ora, io non vorrei tirare in causa gli Zulu, che non conosco, anzi voi mettete una bella X al posto degli Zulu e rileggete la frase. Non è il significato a lasciarmi un po’ sulla soglia (cosa significa "lasciarmi un po’ sulla soglia?" Sembra una frase idiomatica di una lingua tutta mia, qualcosa di non traducibile), il significato analizzato lo condivido: una mucca non ha nulla di più e nulla di meno rispetto un uomo, in quanto a diritto alla vita. Non c’è scritto da nessuna parte che si richiede un certo tipo di intelligenza per avere il diritto alla vita, o dovremmo falcidiare un po’ di gente nata sfortunata. Ciò che mi lascia sulla soglia è il senso d’imparzialità che mi viene messo davanti – e il fatto che è l’estremizzazione di quello che condivido. Non è il lato truculento suggerito dal macellare una vacca, è il contrario: è l’appiattimento. Non vi dirò mai che, in generale, un essere umano vale più di una vacca, ma messa come l’ha messa Malan mi uccide le intenzioni.
Incastrata in questa logica dall’esposizione d’impatto, rimane sempre la stessa soluzione a questa teodicea (flutta, nella mia testa, un titolo mai posato: irrisolta teodicea): la coscienza dell’atto, che dovrebbe moderarlo (sì, sì, sì: retaggio illuminista). Mi venne dal sentirmi raccontare di non so quale sperduta popolazione americana che si fermava a ritualizzare ogni morte data, dando un po’ del proprio sangue. Non ricordo quale popolazione fosse, ma non importa: è una cosa trovabile in diversi contesti. Non si accorda alle mie inclinazioni il versare mio sangue per com-patire dopo aver versato sangue, e più che di patire parlerei di consapevolezza. Di un prendere atto. Di ricollocare l’azione in un quadro più ampio, in spazio e tempo – è la nenia che vi ripetono nelle trasmissioni finto-alternative, della disumanizzazione oggi vissuta, del mangiare cibo che non si è mai visto in forma naturale – che non si è ucciso, direi io.
Mi domando poi se un mondo in cui una vacca vale quanto un essere umano e viceversa sia poi tanto male. Per le vacche certo no – non sono ironica. Per l’essere umano? Qualcuno mi opporrà che è l’istinto di sopravvivenza a farci elevare al di sopra delle vacche, ma l’istinto di sopravvivenza individuale è qualcosa di contingente – e l’istinto di sopravvivenza della specie è nato da relativamente poco, come concetto. Non tutte le popolazioni si organizzano per far campare i propri membri virtualmente 80 anni. E noi oggi in questo siamo un estremo – ciao, eutanasia. E mi domando spesso perché la fiction e la cronaca lodino il singolo che è sopravvissuto anziché lasciarsi morire. Si parla di coraggio. Perché coraggio? Giuro, non lo capisco. L’equazione mi sembra governata da due fattori: la voglia di vivere o la mancanza della stessa (o la voglia di morire, sempre che la cultura non abbia un terrore di base per la morte) e l’istinto di sopravvivenza. Il secondo o scatta o non scatta, e il coraggio non c’entra. La prima è un desiderio, e che c’entra il coraggio? Perché è universalizzato il fatto che ci voglia più coraggio per vivere che per morire? Da dove viene ciò? Un radicato pessimismo di base?
"Avrebbe potuto cavarsela a buon prezzo e morire ma si diede coraggio e acconsentì a vivere."

Per quanto riguarda il politicume vario, su vari livelli, compreso e in primis il sociale, sono perplessa.
Quando sono partita dall’Italia quest’estate avevo la salda impressione che i casini italiani fossero scaramucce secondarie rispetto alla Grande Storia e alla Grande Cronaca. Ora non lo so. Non lo so perché non capisco. Troppe fonti diverse, troppi giudizi diversi, assumo io stessa troppe posizioni diverse perché è il modo che adotto per cercare una forma di verità. Quindi, sono perplessa e nauseata – asserragliata nel mio mondo, zitta, perché non so cosa dire. Ho l’impressione che tutte le parole – destra, sinistra, centro, l’orizzontalità – alla fine convergano in qualcosa, qualcosa che causa in me quella nausea da vanitas. Mi dico che dovrei allora guardare in senso verticale, ad alto e basso, ma “alto” e “basso” non sono considerati in una Repubblica che si dice democratica e in cui tutti virtualmente sono uguali dinnanzi alla legge, e quindi rimango così, perplessa, come se stessi ascoltando dell’ennesimo dittatore lontano che si è appena fatto costruire una vasca da bagno d’oro decorata con denti umani. Sono in crisi mistica sul piano politico-sociale. Un giornale mette in prima pagina la notizia delle manifestazioni contro il decreto salvaliste e l’idea che dà è che l’opposizione sia forte, ma il primo numero che leggo è "5000 persone in piazza". Che sono cinquemila persone in piazza? Dodici volte i miei amici su Facebook. Nulla.
C’è qualcosa di contorto di base nell’usare le fonti di informazione come metodo per capire, in Italia, con un monopolio dei media in mano al Governo. Non è lampante? E non sto dicendo che il Governo è cattivo, ma che con tale base qualcunque giornale finisce con l’essere di parte: l’una o l’altra.
Al ritorno da Kiel, in treno, chiacchierando con due signori di Ginevra, VB ha detto qualcosa che mi ha colpito, qualcosa sul come – dalle sue parti – la gente avesse perso quel legame che dovrebbe esserci tra persona e luogo in cui vive. Non mi riferisco a canti popolari e la sagra del pesce e brucia il negro in Val Padana, mi riferisco al vivere il posto in cui vivi come se fosse casa tua, e non come se fosse trincea tra il tuo appartamento e il momento in cui ci torni. È questa l’atmosfera che respiro parlando ccon italiani. Ora, le trincee non sono l’inferno, sono trincee, dove butti in fretta il mozzicone di sigaretta prima che ti possano sparare.
Ma è un’ipotesi. Vaga e confusa. Buttata lì giusto per dire qualcosa. In verità, non so. Sono così:

‘_’

Siparietto italiano.

Come voi saprete, in Italia il coffee to go (zum Mitnehmen in tedesco) non è esattamente la norma. L’espresso lo bevi agevolmente al bancone, non necessita eoni a raffreddarsi – e poi, ognuno ha le proprie abitudini.
Ma.
… Ma per l’Expo 2015, come alcuni di voi sapranno, la Stazione Centrale a Milano è stata parzialmente rifatta. Chi ci passa saprà che è stata rifatta da schifo, e non nel senso che è brutta, ma nel senso che ora ci vuole di più a uscirne e a entrarne, e me la riderò quando tutte le persone in arrivo nel 2015 si incastreranno nelle strette e sparute scale mobili.
Comunque.
… Di conseguenza, ora in Stazione Centrale c’è un bar che offre il servizio coffee to go. Non so neanche come si dica in italiano – le cose che non esistono non hanno nome preciso e d’uso comune – e quindi mi appropinquo e dico:
“Caffè… to go.”
E il proprietario mi guarda e fa:
“…”
E io aggiungo:
“… Da portare via.”
E lui si mette a ridere e dice:
“Ahhhh! Take-away!”
E io faccio:
“…”
E lui ripete:
To go!
… Ridendo e con fare canzonatorio, come se io avessi detto un’assurdità.

Immagino sia questo che all’estero viene riletto come “simpatia e calore italiani”.