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General Delaray.


Black black heart why would you offer more
Why would you make it easier on me to satisfy
I’m on fire I’m rotting to the core
I’m eating all your kings and queens
All your sex and your diamonds

Sulla scrivania: tazza di caffè con zucchero dello Swaziland, preso per il semplice fatto che viene dallo Swaziland (consumismo da fan di posti improbabili e sconosciuti – promemoria per conoscerli meglio).
Cinque e qualcosa del mattino, sveglia presto per una valigia molto esigua da preparare. Il bagaglio più ingombrante è composto da pacchetti regalo – un sacchetto pieno di colori come un incubo di Carroll.
Ieri ho passato venti minuti gratuitamente a dire cazzate al telefono con C., dopo due per accordarci per oggi. Strana creatura, C., che in compagnia starei a osservare facendo da silente pubblico, e che quando un pubblico non c’è ha un modo di comporre frasi molto più… timido. Non che lo sia effettivamente, lo è per confronto rispetto alla performance che fa quando ci sono più di tre persone.
C. è quel genere di persona con cui il rapporto inizia saltandosi al collo. A mani nude, però, con un’affilata simpatia, o un’opinabile cortesia. Quel genere di rapporto che, se va oltre al primo giorno, si setta poi su una media rassicurante, senza alti e bassi, con limiti già posti silentemente dal principio e molto lontani, abbastanza da non doversene preoccupare.

Oggi sarò in giro con tre persone che ho presentato tra loro (tranne due, per cui sono mediatrice solo indiretta >_>), e ciò mi conferisce la rilassatezza che di solito si accompagna a questi "eventi". Sarà che sono fiera delle persone che conosco, ma raramente mi trovo a dovermi preoccupare che due persone che frequento possano non piacersi, o piacersi poco. Sono abbastanza fiera delle persone che conosco da reputarle i più bei "doni" che abbia mai fatto ad altre – sarà che la conoscenza di alcune delle persone che conosco è tra i migliori doni che abbia mai ricevuto (da altri, da Dio, da Mr. Caso).

Ieri "shopping in periodo di saldi", che per la sottoscritta significa "acquisto di più di un capo" – due, per la precisione.
La stagione autunnale nella mia testa è qualcosa di serioso quanto non lo è l’estate: lo dice il taglio dei pantaloni e della camicia a maniche corte. Il colore dei primi fa invece dire a mia madre che ho molta fantasia, dato che da un po’ di tempo a questa parte opto per "tutte le sfumature del kaki". Ma smetterò.

Want my vrou en my kind lê in ‘n kamp en vergaan
En die Kakies se murg loop oor ‘n nasie wat weer op sal staan

Perché mia moglie e mio figlio stanno morendo in un campo e il sangue dei Kaki scorre su una Nazione che tornerà a sollevarsi.
Canzone boera, in Afrikaans – ossia canzone per Afrikaner nostalgici.
Il campo è un "campo di concentramento" (qualsiasi cosa sia), perché come ben sappiamo se li sono inventati gli inglesi e non i tedeschi.
I Kaki sono gli inglesi, infatti, così chiamati dai nostri amati (…) boeri. Prima venivano chiamati "aragoste", e non dai boeri, a causa della divisa rosso fuoco – poi gli inglesi hanno capito che girare per il deserto così li rendeva un po’ troppo visibili dai nemici. Sagaci inglesi.
Amo i boeri, perché hanno fatto inventare agli inglesi i campi di concentramento e ne sono stati le prime vittime nella storia – poi hanno preso il potere e hanno creato l’Apartheid, e qualsiasi vittimismo è stato nullificato.
Adesso che l’Apartheid è stato smantellato (politicamente), e i boeri-Afrikaner fanno parte dell’esiguo 10% bianco vivente in Sud Africa, credo si stiano (francesismo) cagando in mano.
Non possono né starmi simpatici né starmi sul culo. Per questo li amo.

La canzone, Delaray (De La Ray, boh) viene cantata da persone di tutte le età. Su internet trovo poco – qualche video con gruppi di bianchi che la cantano ondeggiando, fiere – interviste che parlano dell’orgoglio di una cultura, che negano altri significati, che li sottintendono o che non lo fanno. Trovo questo, e non so come interpretarlo. In Sud Africa c’è troppa, troppa roba. Troppo poco pubblicizzata. Quel che trovo in giro sugli Afrikaner è poco materiale che si vuole distinguere utilizzando una lingua – l’Afrikaans – usata come mezzo culturale.
Questo è il sito dell’Afrikaner Weerstandsbeweging, e folkloristicamente c’è in Afrikaans, italiano, tedesco, ma non in francese – e fino a poco fa non c’era neanche in inglese.

La nazione Boera è una nazione. Questa verità naturale non può essere cambiata, né con leggi di uomini né attraverso una costante disinformazione, la nazione Boera non è la nazione Afrikaner. La situazione per cui una nazione, che fu internazionalmente riconosciuta, sia oggi privata di tale riconoscimento e considerata solo come parte della razza Bianca è totalmente inaccettabile. Se riconoscerci come nazione, con il diritto all’autodeterminazione e ad una nostra patria, potrebbe per qualcuno costituire un pericoloso precedente, non c’è dubbio alcuno che impedire ad una nazione, come nel nostro caso, di godere del diritto naturale all’autodeterminazione sia un crimine contro l’umanità. Una nazione può essere una nazione soltanto quando è libera di parlare nella propria Lingua, quando è libera di prendere le proprie decisioni e di scegliere il proprio destino, associandosi con chi vuole, praticando liberamente le proprie tradizioni e coltivando la propria cultura e… ancora di più.
Per tornare ad essere completamente una nazione, dovremo essere in grado di prendere le nostre decisioni, di guidare un nostro governo, nel nostro paese; allora, potremo affidarci al nostro patrimonio culturale. I nostri bambini cresceranno come Boeri, e i Boeri torneranno ad occupare il proprio posto naturale in mezzo alle differenti nazioni.

Che casino…

Schemi mentali e geografici.

“… Una cosa angosciante. Esci alle 6 dalla metro di Sesto e ci sono file di controllori messi a barriera umana. Sembrano poliziotti. Uno di fianco all’altro, attaccati, non lasciano spiraglio libero.”
“È perché hanno paura.”
“Paura?”
“Sì, non girano più da soli. È successo diverse volte che venissero picchiati.”
Dialogo avuto con la compagna di mio padre, milanese d.o.c., in cui io facevo quella angosciata.
È angosciante la fila di controllori che sembrano pronti a caricare, soprattutto perché sono fake. Mostri loro l’abbonamento magnetico, che potrebbe essere scaduto, e ti fanno passare. Sono lì per rappresentanza. Come il militare che tiene compagnia al carabiniere (o era un poliziotto?) alle porte del Duomo. Anche il militare è ridondante e serve a far scena. I carabinieri sono già forze armate, prerogativa italiana quella di avere questo strano corpo, a che servono dei militari che non sono stati istruiti per muoversi in città, quando i carabinieri sono fatti apposta?
Il militare allunga lo sguardo nella borsetta per controllare non vi siano cose pericolose. La voglia è quella di portarsi dietro una pistola giocattolo, con il pezzo di plastica rossa davanti, obbligatorio per distinguerla da una pistola vera, aprire la borsetta e fare:
“Buh!”
Il controllore non ferma me per controllare che l’abbonamento sia valido, e il militare mi guarda nella borsa con la faccia di chi si sente sminuito nel fare una cosa così ridicola, quando gli è chiaro che non ho con me oggetti pericolosi – come risulta chiaro al controllore che il mio abbonamento non è scaduto.
Ho la faccia non straniera (beh, un po’ da immigrata slava, ma non risulto un puttanone quindi la maggior parte delle volte escludono l’ipotesi; da tedesca o francese, ma è gente affidabile, no?), mi muovo da pendolare (ossia di fretta; frenesia come tratto distintivo) e li ignoro umanamente come loro umanamente ignorano me: ciò mi garantisce una tutela preventiva dalle procedure.
Fermano il senegalese, il nord-africano, quei pochi cinesi che si trovano a Sesto, i giapponesi turisti perché il turista giapponese sta sulle palle, l’americano perché è poco europeo, lo slavo perché è slavo, il punk perché è punk; fermano chi non somiglia a un italiano medio, con l’assurdo assunto che non sarà l’italiano a contravvenire, quando l’unica certezza sugli italiani è che se possono girare attorno a una legge, tenderanno a farlo.
Tanto non controlla nessuno.

Mappare i Paesi di provenienza dei miei compagni nelle prime file è come conoscere la storia del colonialismo e della decolonizzazione, o come conoscere i nomi di tutti gli stati americani.
Sulla storia del colonialismo e della decolonizzazione mi sto applicando, benché sia un po’ fake. È deviante parlare della storia del Congo, quando il Congo non esiste se non sulle cartine; non parlo di governi poco stabili, ma di un’omogeneità che non esiste a nessun livello. E mentre fai questo pensiero, ti rendi conto che in dieci anni i nomi dei Paesi africani sono cambiati – Aspetta, ma la Rhodesia… oggi cos’è? E la Namibia? Cos’era? E come chiamavano prima il Sud Africa?
Per l’Erasmus andrò a Kiel, e guardando su google maps quanto fosse distante dalla Danimarca mi sono chiesta cosa comprendesse esattamente lo Schleswig-Holstein. Kiel è lì? Rimembranze di uno Schleswig-Holstein conteso tra Germania e Danimarca nel XIX secolo.
Ci ho pensato perché dico “Andrò in Germania”, ma l’unica realtà è che andrò in una città di lingua tedesca – il che non assicura sia una città tedesca. Quanto la cultura tedesca l’ha fatta propria? Cos’è la cultura tedesca, a parte che un epico delirio nazionalista vecchio secoli?
E potrebbe sbattermene relativamente, ma se mai farò affermazioni su cultura tedesca e Kiel, dovrò sapere di che parlo.

L’affare Schleswig-Holstein è situato nel tempo, accaduto in determinati anni nel XIX secolo e quindi rintracciabile.
La storia del colonialismo, e soprattutto della decolonizzazione, è tutta uno Schleswig-Holstein.
Se avere remore nel parlare della “cultura tedesca di Kiel nella storia” potrebbe essere visto come puntigliosità, parlare di quello che volevano i congolesi quarant’anni fa sarebbe un po’ più che una generalizzazione. Sarebbe una cazzata nuda.

For the Love of God.

… Infinità di materiale che cala su di me.

Fino a un paio di giorni fa potevo ripassare a memoria le informazioni su DeBeers&affini trovate, in quanto vagamente esigue.
Poi, ho parlato con OE.

Non che OE abbia di proposito fatto qualcosa per aprire le dighe. Il modo in cui seguendo il percorso da lui consigliato io sia giunta a trovarmi sommersa da materiale è solo parzialmente debitore al mio amato settuagenario. Un debito parziale ma fondamentale, perché in due giorni ho trovato un filone d’oro e i tasselli appena intuiti hanno cominciato a prendere forma già incastrati.
E questa ricerca pare non troppo impossibile.
Ma dirlo è inutile, perché non so esattamente che cerco.
Intanto, approccio le guerre anglo-boere per schiarirmi le idee. Come libro da lettura non impegnativo mi (ri)do a Kapuściński, in Angola – da leggere con A Rough Trade aperto di fianco. Il PC mi apre Jstor e le riviste che Jstor non mi dà me le darà la biblioteca di scienze politiche – due riviste, finora, trovate, su Africa ed economia, Africa e politica, e già sono un’immensità rispetto alle speranze che riponevo. Mi diverto già a cercare informazioni dettagliate per collegare passaggi che i singoli libri non collegano, per collegare storia e storia economica, primi ministri inglesi e oro a Johannesburg.
Domani ordinerò The Heartless Stone. Capi ha ordinato ieri The Last Empire, dicendo:
“Così vediamo se c’è qualcosa che ti serve.”
Vediamo? Via da me quel noi inquietante, per favore.”
Ma avere una persona con cui discutere della ricerca è sacro. Tra l’altro, questa ricerca non sarebbe partita senza di lei.
Il prossimo passo è prendersi sul serio e mantenere obiettività.
Prendersi sul serio: lo faccio di rado. Sono troppo abituata a essere curiosa, non trovo i prodotti della curiosità necessitanti d’essere presi sul serio. Essi, semplicemente, sono. E prenderli sul serio significa fare una specie di accordo con se stessi, qualcosa come: “Vedi di arrivare da qualche parte”.
Oh, di parti ne ho visitate e ne visito tante. La curiosità a questo serve. Quel che mi manca è credere che una ricerca possa avere un valore in sé e non un valore per me.
Mantenere obiettività: voglio fare una ricerca su dati, non su pensieri o interpretazioni. Non sono abituata a ciò. Benché la parte economica voglia essere solo una delle parti della ricerca, è quella fondamentale – e fondamentalmente io non capisco un cazzo di economia, nel senso che mi manca quella logica.
E quando OE mi dice:
“Alla fine del corso lei avrà tutti gli strumenti per fare questa ricerca.”
… Io so che cosa intende. Con avrà intende potrà avere, a seconda di come mi gioco me stessa come persona che sta apprendendo un metodo. E, dato che sono profana, lo seguo anche per le vie che non capisco perché debbano essere seguite, o anche solo approcciate.
Il tutto sapendo che non so cosa cerco.
Mi sono posta la domanda che avrebbe voluto essere cardine della faccenda, ossia: pro- o anti-DeBeers?
La domanda non funziona.
Un po’ perché più cerco di essere anti-DeBeers più la DeBeers mi sta simpatica, un po’ perché che la DeBeers sia Dio o il Diavolo, i peccatori sono gli uomini (sì, sì, anche – persino – Nicky Oppenheimer è un essere umano, ma un solo essere umano non ha abbastanza coscienza per prendersi carico delle azioni di tutti i venditori e i compratori esistenti).
Un po’ perché, come OE ha esemplificato…
“… I bilanci sono pubblici, ma lei non può sapere di cosa sia composto quel 10 nei costi. Magari 1 è per l’estrazione e 8 per il finanziamento di guerriglieri. O 5 è per l’estrazione e 4 per una società che lei non ricollegherà mai alla DeBeers.”
… Perché non potrei avere abbastanza dati né per essere pro né per essere contro.
Perché l’Olocausto mi ha [francesismo] stracciato le palle [/francesismo], e mentre lo faceva mi ha inculcato un pensiero che potrebbe esemplificarsi così:
“I tedeschi vennero tacciati di genocidio; gli israeliani vengono tacciati di genocidio.”
… Ok, una tale affermazione farebbe nascere discussioni più che chiuderne, ma ho voglia di chiudere i dibattiti seriosi riguardanti l’Olocausto pensando che non so. Che forse i tedeschi erano affetti da follia sadico-anale collettiva, che forse questa follia non è che una forma di cultura, che forse di tedeschi affetti ce n’erano 3 su mille, o forse non erano folli ma spietatamente contemporanei, forse i cattivi erano gli ebrei ma cattivi quanto Gesù Cristo che viene crocefisso – e dato che non ho ancora ben capito cosa penso di Gesù Cristo, e questa è solo una delle mille plausibili conclusioni, ho solo voglia di far tesoro delle stracciate palle che non ho pensando che l’Olocausto non mi darà risposte perché è subissato da troppe domande retoriche, sono quasi tutti morti e a chi potrei andare a chiedere, se non a traumatizzati sopravvissuti (notoriamente il traumatizzato è una categoria affidabile come fonte di verità), dato che i carnefici hanno tutto l’interesse a non parlare?
Userò la parola “Olocausto” per dare fastidio a chi usa pregiudizi politically correct con nonchalance e vedrò di evitarla accuratamente pensando alla ricerca sui diamanti. (E tanto ci tornerò comunque: il primo Oppenheimer era un ebreo tedesco scappato dalla minaccia razzista e Tel Aviv smercia quotidianamente più diamanti dei cazzi che la cinematografia porno riprende nello stesso lasso di tempo.)
Il tesoro che mi ha dato è un relativismo non esistenziale ma di analisi dei dati, e la coscienza che non esiste un approccio revisionistico alla storia perché la storia è revisionismo della realtà – e qualsiasi altra disciplina che cerchi di narrarla, analiticamente o meno.
Vorrei chiudere dando del nazista a un filo-nazista di passaggio e dello speculatore senza scrupoli a un commerciante di diamanti ebreo, per sfogo, ma di veri filo-nazisti e di veri ebrei speculatori non ne conosco, quindi mi fumerò una sigaretta in attesa che il Creato partorisca una tal specie di assoluti (Nicky Oppenheimer escluso).

[empty] is forever.

Giacché sono monotematica ma per brevi periodi (ossessioni di breve durata), e giacché per la presentazione dell’articolo per il lavoro seminariale di sociologia avrò un’intera parete su cui proiettare cose mezzo PC, la riempirò a un certo punto di uno sfondo nero, con al centro:

Anni di intellettualismo timido e arrogante insegnano a collegare tutto con tutto, e io collegherò la De Beers a una presentazione sui consumi in quattro diversi Paesi.
Se riesco (ossia se la tecnologia lo consente, ossia se hanno QuickTime player o VLC media player), ci infilo anche questa:

(Poi, visto che ci sono, potrei esasperare la performance e lanciare secchiate di sangue di bovino sui presenti, ma credo eviterò.)

Oggi, prima della lezione, ho chiesto alla docente se le serviva, per caso, da accendere.
Ha risposto che, magari, poteva chiedermi una sigaretta.
Ho detto che, allora, avrei potuto farle compagnia.
(Titillare nel prossimo il vizio del fumo è una missione di vita.)

Ieri ho passato una mezzoretta apponendo post-it sul libro sui diamanti, in corrispondenza delle parti che riguardano le strategie delle varie (quelle due o tre esistenti e rilevanti) società, cartelli e monopoli.
Questo perché l’altro ieri ho chiesto a OE dove si tiene il suo ricevimento, mi ha detto che se le mie domande riguardavano cose che hanno a che fare con le lezioni potevo parlargliene subito – no, non sono cose che riguardano le lezioni.
Piuttosto, voglio andare al suo ricevimento per sentirmi dire:
"Eh, ma è una questione complessa… Bisognerebbe vedere quali sono i… E come ha… E…"
… E qualsiasi altra cosa sia sensato dire a una persona che vuole fare una ricerca su una multinazionale con mercato internazionale. Non che io voglia estrapolare connessioni mai scoperte, o scoprire dati segreti o cose del genere: vorrei solo capire quali strumenti mi servono, e come trovarli e affinarli, per capire i dati attualmente teoricamente a disposizione di chiunque.

Sto, insomma, battendo il terreno per capire se la traccia può funzionare.
Il mondo è vasto, infinito per le possibilità di una vita, e da qualche parte bisogna cominciare. Quando non conosci praticamente nulla di nulla, ogni punto si equivale – e al momento De Beers (diamanti) e Haiti (droga, voodoo) si equivalgono (come impossibilità di ricerca, oserei dire). In comune hanno il disfacimento di un ideale non solo democratico, ma di governo. Disfato da una parte (Haiti), e dall’altra… Beh, vorrei capire se è possibile dimostrare che se una multinazionale detiene mezzo monopolio di diamanti, e sta nella Repubblica del Sud Africa, allora nella Repubblica del Sud Africa lo Stato è la De Beers e non la Repubblica. Il mercato diamantifero è servito anche come mezzo per la rivendicazione dei diritti dei neri (Apartheid), che a un certo punto hanno avuto degli esponenti che hanno compreso che senza denaro non c’era politica, e senza diamanti non c’era denaro. Se poi si passasse a posti come Angola e Sierra Leone, le disquisizioni sulla fragilità degli ideali sullo Stato potrebbero giungere a un orgasmo.
E poi ci sono alcuni dettagli

Northern Rhodesia (former name): named after Cecil Rhodes, a British South African minister and businessman who helped found the colony. "Northern" to differentiate it from Southern Rhodesia (modern Zimbabwe).

Rhodes che con Barnato ha fondato la De Beers.

In 1895, a plan was hatched with the connivance of the Cape Prime Minister Cecil Rhodes, a Johannesburg gold magnate Alfred Beit and Sir Alfred Milner (British High Commissioner for South Africa and Lieutenant Governor of the Cape) to liberate Johannesburg from the control of the Transvaal government.

Sono frammenti. La storia sto cercando di ricostruirla. Da una parte ho delle guerre boere mai approfondite (1880-1881, 1899-1902), e dall’altra dei diamanti che cominciano a essere scoperti dal restante mondo dagli anni ’70 del XIX secolo e concessioni e società che si inseguono e lottano fino alla prima guerra mondiale (poi la De Beers vince e punto). Per fare folklore ho anche i primi campi di concentramenti nella storia (inglesi per boeri).

E abbiamo il lato economico e storico. Poi c’è quello linguistico, con l’Afrikaans e penso seimila pidgins di varie lingue europee sparsi per il continente. C’è l’Apartheid per la mediazione culturale. C’è la comunicazione e i media, e penso troverei diversi art directors e copywriters che sarebbero pronti a genuflettersi dinnanzi a A diamond is forever (e non solo: il lato pubblicitario e di marketing della De Beers deve essere un paradiso o una bolgia infernale).

Il terrore immane è che la questione sia troppo immane e non sia analizzabile se non da un certo punto di ricerca&approfondimento in su – ma non c’è un cazzo da fare, se mi si proponesse di lavorare nel micro con lavori come “La comunità senegalese a Milano” mi sparerei. Preferisco sempre strafare inserendo cazzate anziché moderarmi e livellare il tutto a una correttezza umile, pare.
E allora la vendo a me stessa dicendo che voglio solo analizzare quel che sarebbe analizzabile da chiunque con un po’ di pazienza e i giusti consigli. D’altro canto quello di OE mi serve anche per capire se la faccenda è affrontabile. Il settuagenario mi suggerirà con la propria reazione, se non con le proprie parole, quanto grosso è il progetto – io non ho neanche gli strumenti per inquadrarlo, che mi presti i suoi settant’anni.

Tra l’altro, continuo a ingurgitare materiale per il suo esame, non capendo bene dove stia finendo tutto quello che ingurgito. In un buco nero, forse.


Mi sento vecchia. E non mi spiace vedere la mia fisionomia mutare – pensando che una parte di ciò che vedo come mero invecchiamento fisico è forse in realtà il riflesso di un’interiorità che smania di esprimersi – mi assomiglio di più, ora. Assomiglio di più all’idea che da anni ho di me.
Quel che manca, ciò che crea lo squilibrio e la disarmonia, è che non ho altrettanti fattori esterni che rappresentino come questo passare degli anni mi abbia dato una maggior saggezza, intesa come utilità nella vita (a me stessa, in primis).

Ok, ordinati La verità e le forme giuridiche e il primo volume de Storia della sessualità, ossia La volontà di sapere.
Del primo non so assolutamente un cazzo – ma il titolo mi basta, perché sono entrambi del mio Michel Foucault.

Ringraziamo Giovanni, nostro fidato consigliere sulle nicchie di qualità, nello specifico per Neal Stephenson.

[…]
The noose lies on the woman’s grey head like a crown. The executioner pushes it down. Her head forces it open like an infant’s dilating the birth canal. When it finds the widest part it drops suddenly onto her shoulders.
[…]

Non amate un po’ anche voi quest’uomo? Io sì, quando lo capisco, e mi ha reso felice trovare l’incipit Quicksilver comprensibilissimo, ma sarebbe bene che io leggessi prima il Cryptonomicon, e come titolo non rassicura granché. ._.

120 pagine di storia francese fatte – andiamo a finire il primo libro.

A.D.

Il vago ricordo di ieri, prima di addormentarmi, con la mente per un attimo focalizzata su: A.D. 1630.
Al risveglio ho rimesso mano e occhio allo scaffale che regge i testi e gli appunti correlati a quella parola chiave, trovando… tanta roba. Troppa roba. Il metodo usato nello studiarla mi ha lasciato tracce di sé – entrando nei suoi panni (del motodo) quell’ammontare infinito dovrebbe ridursi in scompartimenti mentali ordinati. Spero. Come assaggio ho preso in mano il saggio in tre volumi, di cui due mi interessano, sulla storia francese: 60 pagine andate.
Ed è strano, studiare storia, dopo la da poco avvenuta riforma dello studio della storia.
Riforma dello studio della storia: la storia è un insieme di soggettività, e un insieme di soggettività non fa un’oggettività.
Non che non lo sapessi prima, ma trovarmi a dibattere di nazisti ed ebrei morti ha dato una sacralità al “dubita sempre!” in relazione alla storia.
Però è piacevole studiare un massacro senza sentire echi morali tra le pagine – parlo di quello degli Ugonotti, Notte di San Bartolomeo, A.D. 1572 – adoro i deliri collettivi come tema, l’avevo detto?
Il passato anno universitario mi ha fatto riempire le lacune su Inghilterra in Riforma e Controriforma (ossia: Inghilterra che se ne sbatte di entrambe), studiare bene la nostra amata Guerra dei Trent’Anni etc – ora mi manca giusto la Francia.
Ho aperto il collage di fogli su cui è rappresentata la genealogia europea del nostro amato periodo – sottotitolo: come sono legate tutte le dinastie tra loro? – una gran orgia. Il passo successivo è districare l’orgia di guerre e battaglie – gli Asburgo di Spagna con i Savoia con Venezia con la Germania con gli Asburgo d’Austria, un bel cerchio con Francia e altri in mezzo al banchetto.
E capire.
Lo studio di Riforma e Controriforma si è rivelato eccezionalmente utile, in svariati campi, e non credo solo per la tendenza dell’esperto di un periodo a ricollegare qualsiasi cosa a quel periodo.
Grazie, Honorato Torchia e marrano Zacharia Nogueira.

Ho finito Shadows Return in tre giorni. Leggere un libro in una lingua che non padroneggi ti fa cogliere particolarmente certe cose, come ad esempio il fatto che il verbo più usato è “to bow” – considerato il mio precedente discorso su master-slave in relazione a questo libro non mi scioglierò in speculazioni e collegamenti e freudianismi, fate pure voi. L’ho divorato come si divora un dolce che conosci dall’infanzia e che non ha alcun senso nutritivo se non per il tuo piacere – conosci i personaggi e i cliche e ti va bene così – e adesso voglio il quinto, e cazzo, esce quest’estate.
Ho deambulato dinnanzi alla mia libreria bohemienne (vedi: scaffale da magazzino) scorrendo i titoli dei libri ancora da leggere, inciampando in un Argento vivo di Neal Stephenson: troppo grosso per non inciamparci. Riflettendo sull’eventualità di procurarmelo in lingua. Sarà un intrico di giochi di parole come Snowcrash? Mi sto informando.
In attesa, ho preso uno dei libri che mi aveva portato Stefano dicendomi: “Dovrebbe piacerti.” Ho aperto con poca speranza il libro da fiction seriale recante in copertina una nazi pin-up, ma dopo 10 pagine ho dovuto ingoiare la mia non-speranza e stupire: Claudia Salvatori ha una sconcertante abilità nel riassumere in brevi frasi concetti profondi e dinamici. Se non scrivesse sottomettendosi all’eroismo e al gioco dei ruoli (per creare l’androginia della protagonista ha ribadito un’infinità di volte cosa è maschio e cosa e femmina, facendomi il favore di farmi sapere cosa siano “maschio” e “femmina” nella sua testa – favore piacevole per due chiacchiere, ma che a mio parere una scrittrice non dovrebbe mai permettersi, il lasciare tracce delle proprie generalizzazioni palesi mentre delinea un mondo) sarei già inchinata ai suoi piedi – per fortuna qualcosa mi salva sempre, e quindi credo mi limiterò a contattarla se riesco (era amica di Stefano? Fottuta sia la mia mancanza di memoria).

Mi sono fermata dallo scrivere quella cosa che avrà una rosa nel titolo, rendendomi conto che necessito un aggiustamento alla trama. L’ho fatta troppo esigua, intesa per uno scritto breve, e ora che si è rivelato espanso in pagine quel vuoto va a discapito del ritmo.
Credo chiederò consiglio. A Ghiro, ad esempio. (Sì, tu.) Dopotutto una cosa come dieci anni fa mi aiutò ad aggiustare la trama del mio primo futuro romanzo… (No, Ghiro, non sto lusingando, constato.)
Oltretutto, c’è una curiosa mancanza di caratterizzazione nei confronti della vittima. (3/4 dei personaggi non hanno ancora nome, e nel frattempo li indico usando segni grafici: c’è triangolino pieno, cerchio con croce dentro, quadratino con croce dentro, stellina…) Credo di aver demonizzato troppo la mia vittima. Dopo averla definita sciorinando tutte le peggiori cose che mi passavano per la testa, caratterizzandola per così dire per negazione (ossia dicendo quello che non è), quando diventa effettivamente vittima di ruolo smette di essere un essere umano e diventa un pupazzo che subisce e reagisce. La mia ottica master-slave è abituata a gestire situazioni con risvolti sessuali, e non può essere questo il caso. Per questo non so dare un senso a quella vittima? Diviene depositaria solo di istinti distruttivi e quindi viene cancellata? L’Io narrante ne giova leggendo in quei timorati occhi la sottomissione, non la persona. La persona, prima di acquisire il ruolo di vittima, viene descritta per un paragrafo e caratterizzata (non egregiamente, potevo fare di meglio, ma viene caratterizzata), poi diventa un ammasso di carne e silenzio al centro dell’attenzione ma non illuminata. Lo scritto, tra l’altro, sta assumendo contro la mia volontà i toni del Giovane Toerless – era preventivato che quel libro fosse una delle fonti principali, si vede lontano chilometri, ma il problema è che il mio sarcastico protagonista sta diventando toerlessiano nel suo osservare il mondo agendovi solo quando spinto da impeti che non comprende. Passività osservatrice tedesca.
Ho bisogno di aggiustare la trama.
Sono certa che quando avrò una salda trama tra le mani il cui climax esplode in un determinato punto, allora sia la caratterizzazione della vittima che l’agire del protagonista si faranno meno vaghi.

Ho aggiunto pezzettini microscopici a Requiem del coccodrillo, ma mi serve il mio fottuto laptop. Mi serve. Il mio fottuto. Laptop. Ho anche carenze nella sfera grafica del mio animo. Lavorare al lato grafico dei miei scritti mi aiuta a concettualizzare il contenuto, oltre che a fare pausa ma senza realmente distogliere la mente.

Apolide.

Diritto internazionale.
Capitolo sulle Nazioni Unite. Ogni volta che leggo United Nations mi viene in mente l’album dei Megadeth, United Abominations. Non smanio per questa organizzazione, al momento, ma dovrei approfondire.
Mi chiedo, dicendomi che per qualcosa dovrò pur smaniare, su cosa potrei incentrare una tesi di laurea. Fare Mediazione linguistica e culturale mi complica le cose, perché abbraccia l’immensità e oltre. Da questa immensità sottraggo la NSDAP, perché credo mi farei impiccare piuttosto che legarmi a quel periodo. Lasciamocelo come hobby. Mi ronza nelle orecchie la tesi di un’organizzazione internazionale contemporanea figlia di polveriere tedesche, più generico. Mi ronza nelle orecchie anche Israele, ma lascerei anche questo argomento di fianco alla NSDAP.
Dovrei cominciare a leggere qualche saggio più generico, e non legato a un’unica nazione/lingua. Sono generici quanto lo sono io, e questo significa staccarsi ancor più da terra, ma è quella la mia dimensione.
Mi chiedo, dicendomi che per qualcosa dovrò pur smaniare, se esista attualmente qualcosa per cui io possa smaniare. Condivido diversi principi della volontà di creare attori apolidi e sovra-nazionali, ma nella realtà dei fatti qualsiasi attore apolide è vassallo del concerto delle Nazioni potenti.
Mi chiedo, dicendomi che per qualcosa dovrò pur smaniare, se voglio farci una tesi (non funziono a comando: devo smaniare, per dare il sangue, e una tesi va fatta col sangue), se non sia il caso che ne proponga una, di tesi.
Non ho alcuna voglia di seguire il percorso battuto da gente come quella di cui sto leggendo saggi per linguistica inglese. Ruolo del mediatore linguistico-culturale e dove cazzo lo mettiamo? La prospettiva dell’interprete, per quanto culturale e ingerente sia, è di ingranaggio non partorente. C’è un che di triste nel leggere quei saggi sul ruolo dell’interprete, perché per quanto interessanti siano e per quanto entusiasmino me lettrice, sono le voci di persone che nel loro lavoro voce non possono avere e cercano di convincere il lettore dell’importanza della non-invisibilità del mediatore. Credo di aver sottolineato che nella vecchia concezione l’interprete è invisibile e non partecipe e che è necessario agli enti privati con relazioni internazionali dotarsi di un mediatore che conosca non solo la lingua ma anche la cultura dei Paesi trattati circa venti volte. Il sottotitolo è: non lasciateci senza lavoro. E, a lato, moine ammiccano all’importanza didattica e in loco del considerare gli aspetti psicologici delle parti agenti. È sottolineando l’importanza del lato psicologico del soggetto-cittadino che i bambini alle elementari vengono imbottiti di psicofarmaci, e che la figura dell’assistente sociale ha acquisito un potere con sfumature agghiaccianti.

Le benevole mi accompagna placido e agghiacciante. Finora ben due passaggi di quel fottuto libro sono riusciti a fare punto e croce con il mio intestino, e nessuno dei due era quello in cui un SS-Sturmbannführer raccoglie il proprio dopo averlo liberato di metallo incandescente e lo rificca dentro. Quello era semplicemente visionario, e la visionarietà che amo è quella assolutamente tangibile.
La parte su Stalingrado l’ho amata bis zum Tod. Ha soddisfatto le mie aspettative e le ha completate.
La parte più strettamente legata all’Io narrante è l’utero materno come me l’ha presentato la letteratura tedesca. Più di una parte, in questo libro, mi riporta a Maletta, al suo Infans, ai suoi accenni a Musil che parla d’incesto – e sono certa che Littell debba non poco a L’uomo senza qualità – che però di pagine non ne ha 1000 ma 2000, e una su tre mi richiede di riflettere.
Soprattutto, questo libro sta riuscendo a farmi immedesimare sentimentalmente senza dovermi convincere con sottile retorica interna che io e l’Io-narrante siamo simili. Lo evinco dal fatto che mi rattristo quando si rattrista, mi incazzo quando si incazza, mi angoscio quando si angoscia, stupisco quando stupisce e vi è una certa rara aderenza in questa empatia.
L’autore, tra l’altro, mi fa un enorme favore: è ebreo. Mi fa un enorme favore perché se un tedesco era l’ultima persona che poteva scrivere questo libro, un ebreo diventa intoccabile nel farlo. Mi fa un enorme favore perché in questo modo ebraicità e NSDAP coincidono, fatto importante per una Gemini anti-catara quale sono.
Dà spesso a comparse il compito di illustrare i variegati e meno famosi punti di vista dipanatisi nel corso del periodo storico, e io direi: la penso come questo libro. Ma sarebbe un’assurdità dirlo, perché le tesi sono varie e di fronti opposti e si contraddicono, e io dico lo stesso e appunto per questo: la penso come questo libro.
L’autore dovrebbe però scriverne una versione 4dummies. Conosco abbastanza l’ambito in cui si muove, e ciò nonostante mi rendo conto di perdere livelli di lettura. Questo mi riconferma la validità del libro. (Amo i libri a livelli, mentalità da photoshop derivata.)

Sono poco oltre la metà, e il prossimo libro da prendere è Dio di illusioni (The Secret History, e stavolta preferisco il titolo italiano) della Tartt. Solo 500 pagine.

Forse che una cosa come "il fatale errore", quell’appari­scente, cupa frattura che taglia a metà una vita, può esistere al di fuori della letteratura? Una volta pensavo di no. Ora sono dell’opinione contraria. E penso che il mio sia questo: un mor­boso, coinvolgente desiderio verso tutto ciò che affascina.
À moi. L’histoire d’une de mes folies.

Domani passerò in Hoepli per cercare la versione inglese. Tutto dipende da come è scritta.
Qualche giorno fa mi è caduto l’occhio su Blood and Gold della Rice nella mia libreria, mai letto. L’ho sfogliato, trovando conferma di due cose: lo leggo speditamente e senza problemi e odio come la Rice scrive. Amo l’inglese nella sua forma più inglese, ed evidentemente la Rice viene amata ed elogiata per come scrive in quanto scrive con strutture e lessico romanzi. (Un’autrice che è più piacevole da leggere tradotta in italiano.) Si ama quel che non si ha, no? Ci metto secoli a leggere Gibson e lo amo. Ho intravisto il mio amore per lui nelle traduzioni, perché ha una prosa così fottutamente sua che balza all’occhio anche nelle traduzioni. Amo gli autori che usano la propria lingua come creta pronta a essere rimodellata. Amerei Neal Stephenson, se riuscissi a leggerlo senza sentire la mia testa impegnata come se stesse risolvendo equazioni (quel che mi capita puntualmente con il tedesco).
Per questo, se la Tartt non è un’eccessiva manipolatrice di linguaggi, vorrei leggerla in lingua. Mi è presa questa strana ossessione di leggere/vedere in lingua, quando possibile, e rivolgo una negazione dispiaciuta a libri di autori giapponesi pensando: sono intraducibili. Leggerei al troppo% la personale interpretazione del traduttore. Fin dove può tradurre. Soffro già nel vedere come molte sfumature vengano deletate in una traduzione tra italiano, inglese e tedesco, non riesco a concepire quanto venga perso partendo da una lingua come il giapponese o il cinese. (Tra l’altro trovo l’ideogramma un modo più fedele di tradurre pensieri.)

A breve tra le mie manine degli Osprey su Stalingrado. Sono sempre più convinta sia un simbolo da stuprare fino alla nausea, una svolta nella concezione della guerra, o meglio, un cartellone immenso che palesò tale svolta. Guerra totale. In Le benevole, in un dialogo, l’autore si sofferma su questo concetto, contrapponendo la guerra d’età moderna – Ancien Régime – a quella in democrazia.
In democrazia, il potere è in mano a tutti, quindi una guerra di potere è una guerra di tutti contro tutti – ed eccoci al coinvolgimento puntuale dei civili. Aggiungiamoci il reiterato (fra un po’ lo vomito) principio di autodeterminazione dei popoli, e ogni componente di una Nazione diventa nemico.
Il che, procedendo per sterile logica, rende qualsiasi individuo che abbia votato una volta per il proprio Governo, automaticamente carnefice e vittima in stato di belligeranza, se a questo non si oppone. (Ma, se si oppone, diventa automaticamente nemico del Governo.)
Il concetto di libertà, dalla Rivoluzione che lo proclamò in poi, si è fatto sottile come un interstizio – e io continuo ad amare e rimirare la parola apolide.