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Italia -> Bath

Ha nevicato, e io ho inutilmente atteso che qualcuno – una qualche entità impersonale – pulisse le strade, o le cospargesse di sale, o qualcosa del genere. Poi, è arrivata una dolce signora inglese che, mentre infornava Yorkshire pudding, ha spiegato che le strade non verranno pulite perché c’è crisi, non ci sono soldi, e le cose funzionano così quando c’è crisi, con quel tono sereno ma arreso (o arreso ma sereno) tipico di chi ha vissuto una guerra, e io sempre più penso che Bath viva al di fuori del tempo.
Comunque, non puliranno le strade. Mentre fumo sigarette rollate a mano fuori dalla porta di casa, osservo britannici camminare come zonbi sui marciapiedi scivolosi. E’ frustrante. E’ da tre sere che devo portare fuori A per una cena neo-post-green, e che rimando.
La cena “neo-post-green” è nata dalla mia tendenza a strafare e dalla sua a incastrarmi. Le ho chiesto che genere di cena volesse – romantica, easygoing, neo-post-green…? Ha scelto l’ultima, e ovviamente “neo-post-green” non significa nulla, se non un tentativo di prendere per il culo – come sempre – le tendenze green in A. Mi ha incastrato, e io ho dovuto ingegnarmi.

Rinchiusa in casa, studio per l’inizio del prossimo semestre.
Studiando le relazioni estere dell’Europa, mi imbatto nella war on terror, stamperie americane. Rileggo quest’espressione, war on terror, astraendomi da questo dove-quando, le cui coordinate mi suggeriscono a cosa “terror” si riferisca, e realizzo che war on terror, detto così, da solo, sembra uscito da una fiaba. Una bella campagna epica contro la paura. Cerco dunque di recontestualizzare, ridare senso a quel terrore, dargli coordinate storiche e volti, e penso che anche nella realtà la war on terror è un po’ una campagna epica e fiabesca contro la paura.
Studio i frustranti tentativi di creare un fronte comune europeo in materia di sicurezza – leggasi: qualcosa per cui si possa dire che l’Europa va in guerra. Sto studiando su un manuale di stampo britannico, in ambito britannico, e da quando sono arrivata qui mi disturba tutta questa britannica enfasi sull’armarsi. Armarsi contro chi? Mi vengono citati gli attacchi terroristici in Spagna e a Londra, e penso che per la maggior parte si tratta di un problema britannico, derivato da un certo attaccamento alle posizioni americane. La war on terror. La battaglia epica contro la paura richiede spade e baliste.
Ma nessuno può negare che, in Europa (qualsiasi cosa l’Europa sia), l’Inghilterra se la sia sempre cavata egregiamente in guerra – questa landa di razziatori e pirati. Forse la Gran Bretagna, semplicemente, porta il suo punto di vista storico: “Meglio armarmi prima che o la Russia o la Germania o qualcun altro cerchi, di nuovo, di conquistare quel continente a cui non voglio appartenere ma che non deve appartenere ad altri”.
Studio il crimine organizzato, galvanizzata da Gomorra. Adoro la prosa di Saviano. So che non dovrei farmi galvanizzare dalla forma con cui un argomento viene posto, ma dal suo contenuto, ma approfitto della mia umanità per accendere un certo interesse nei confronti dell’argomento, dato che a febbraio inizio un corso sul crimine organizzato a livello internazionale. Studio questioni terminologiche (“Cos’è il crimine organizzato?”) e metodologiche (ciao, odiata teoria dei giochi, che un giorno amerò), mi informo sulla docente, cazzeggio, attendo che mi vengano riferiti i voti dei saggi (il secondo è stato valutato 72/100, che significa “A”, che significa il massimo – qualsiasi cosa sopra il 70 significa il massimo, e so che ciò è assai poco logico, soprattutto considerando che il massimo di fatto è 85), vado a fare colazione da un francese con croissant al prosciutto e formaggio bevendo chai tea.
Insomma, mi sono re-integrata.

Copio/incollo qui sotto una entry che ho scritto prima di tornare in Inghilterra, dall’Italia. E’ lamentosa e inutile, ma in generale anche io sono lamentosa e inutile.


E così, alla fine, ho scritto tutti e cinque i saggi previsti nel primo semestre. Devo dare una limatina agli ultimi due, grazie al più che sacro aiuto offerto da Ghiro, e consegnarli. Nel mentre, vago in quel limbo conosciuto ai frenetici che si trovano con ore di vuoto davanti a sé.
La pagina Facebook di Occupy Wall St. continua a comparire imperterrita con i suoi posts anti-tutto, con quel vago accento antisemita che a noi occidentali sembra non mancare mai. A proposito, guardatevi The Believer: è godevole, per il principio per cui solo un ebreo può insultare a dovere gli ebrei. Ironia a sproposito a parte, dà un’interessante lettura dell’auto-percezione ebraica (ed è il primo film che, con mio godimento, fa notare che il termine “antisemita” è scorretto). Non ho scritto saggi sull’antisemitismo (strano, eh?), ma su Occupy Wall St. sì, con il risultato che vedo la maschera di Guy Fawkes almeno una volta alla settimana.
Non sono soddisfatta dell’ultimo saggio, ma l’università inglese mi ha reso pragmatica, e – per spirito di sopravvivenza – capace di fare spallucce dinnanzi a una performance solo passabile. E’ che sono troppo stanca. Stanotte ho sognato che una mia compagna, che nella realtà non esiste, scoppiava in lacrime nel corso di una lezione perché non ce la faceva più. Strutturalmente. Non è né stanchezza, né stress, né rabbia: è semplicemente cedimento.
Il 13 torno in Inghilterra, e non posso dire che le persone a Bath mi siano mancate, perché la mia mente ha deciso da eoni che il mio habitat naturale è quello internazionale, ove esso sia trovi, ed è solo un piccolo, fastidioso e seccante caso che io abbia passato la maggior parte della mia vita in ambienti non internazionali (ma per fortuna c’è Internet). Le persone a Bath mi sono mancate come manca il voler tornare a casa, insomma.
Ciò si scontra con il fatto che una buona fetta di “tutto il resto” a Bath è lontano miglia da ciò che mi fa sentire a casa. L’umidità, la sporcizia, la puzza, quel costante e sottile odor di muffa, la società classista, e altre piccole e grandi cose – ma, soprattutto, non poter fumare in casa. Mi mancano un po’ gli abitanti, di Bath, con quella loro cortesia intoccabile, indifferente a tutte le miserie umane, e quell’agglomerarsi di ubriaconi nei miei amati pub. Ce n’è uno, di pub, in cui non ho ancora bevuto una birra. E’ vecchio, collocato in un crescent dall’aspetto bathoniamente georgiano, è piccolo, pesante, e non filtra molta luce – e sembra un covo di pirati. Ci piacciono, i covi di pirati. E mi manca anche un po’ quello sballottarmi da una parte all’altra di quella piccola cittadina collinare, dalle umide e fredde strade ai rimbombanti pub, stringendo boccali umidi di birra e chiacchierando con amici, conoscenti, sconosciuti e barboni.
Mi mancherà, la casa – che sarebbe poi casa mia – in cui ora sto scrivendo. Mi mancheranno quelle piccole cazzate che fanno dire al resto dell’Europa che in Italia le persone sanno veramente vivere: la cura nelle piccole insignificanti cose, la pulizia come atto d’affetto (non importa nei confronti di chi), quel gusto che ci viene inculcato fin da bambini, per cui sappiamo magicamente abbinare due colori anche se non abbiamo fatto studi in proposito, e via discorrendo.
Molte altre italiane cose, ovviamente, non mi mancheranno. A proposito, sto leggendo Gomorra. Appena iniziato. Lo faccio perlopiù a causa di un corso sul crimine organizzato in Europa che frequenterò nel secondo semestre. Dato che l’Italia è una campionessa in proposito, vorrei non essere del tutto ignorante in materia. Gomorra, con la sua prosa fatal-altisonante altamente godibile, non mi renderà un’esperta in materia, ma mi predisporrà.
Poco prima di partire, a Bath, mi sono trovata nelle Claverton Rooms con una I totalmente in crisi. Doveva concludere un saggio in tre ore, non aveva dormito e stava per esplodere. Essendo I un paradigma della tedeschicità del nord, tutto ciò è stato espresso con un silenzio significativo e uno sguardo agghiacciante. I è stata consolata, coccolata, riempita di té e rassicurazioni e quant’altro, e poi trascinata fuori dalla sottoscritta per fumare una sigaretta. Adoro I. Non la adoro come un raro esemplare di umanità, né come persona che adempie a un certo ruolo. La adoro basta. Mi piace averla accanto. Mi piace il suo posato e tagliente modo di approcciarsi al mondo, il modo in cui sarcasmo e genuinità in lei si mescolano.
Poche ore più tardi, a saggio consegnato, in un momento che non sapeva di nulla – uno di quei momenti che servono a riempire lo spazio tra un evento e l’altro – I mi ha chiesto se Berlusconi fosse carismatico. Me l’ha chiesto come lei sa chiedere, ossia senza preconcetti né insinuazioni né un tono fintamente interessato. Me l’ha chiesto come avrebbe potuto chiedermi se c’era ancora zucchero in dispensa, e io ho balbettato interiormente.
Nessuno si aspetta che io, o chiunque altro, sappia rispondere a una tale domanda. Credo che la risposta sia un mistero della fede. Si possono solo balbettare ipotesi e accatastare frasi introdotte da un “considerando che” o “nel caso in cui”. Ma spesso, troppo spesso, mi capita di vedere nei discorsi altrui, quando “altrui” non è passato dall’Italia se non per le vacanze estive, delle immagini troppo bidimensionalizzate per rendere alcune realtà italiane. Eppure, pur vedendo una fallace bidimensionalità, non ho le nozioni – né le capacità, credo – per correggere quelle che mi paiono mistificazioni, in bene e in male. E’, semplicemente, frustrante.

Home Sweet Home.

Scrivo perché, in queste settimane, ogni volta che vengo contattata tramite chat la mia risposta è un “Sono impegnata” o un “Vado fra cinque minuti”, e le conversazioni medie durano due minuti. La faccenda si ripresenta con una tale costanza che sembra una scusa. La tragedia è quindi doppia: è tragico che io abbia così poco tempo, ed è tragico che non sia una scusa.
Posso anche abbandonare, per ora, il progetto linguistico del mio Super-Io, quello che da anni mi ripete che su questo blog dovrei scrivere in inglese. Vivo in inglese, parlo e scrivo in inglese, quindi lasciamo almeno questo buco per comunicare con chi l’inglese non lo parla.

Ho scritto il mio primo saggio in una frenesia delirante, ma l’ho scritto.
Ora disturbo gente su Facebook chiedendo un contatto con il Movimento Cinque Stelle per un altro saggio sulle proteste e sui movimenti anti-politici.
Ho passato due giorni a cercare, inutilmente, una definizione di “anti-politics” in ambito accademico, per poi arrendermi e bussare alla porta del docente, che mi ha indirizzato a un saggio scritto da un italiano.
Ho così scoperto che il terreno dell'”anti-politics”, almeno accademicamente, è stato perlopiù analizzato in Italia. Interessante, no? Un po’ scontato, volendo. L’autore del saggio descrive quattro tipologie di “anti-politics”, e tutte e quattro sono rintracciabili in Italia. Sembriamo essere anti-politici, in modi diversi, per tradizione.
Mi sono trovata ad analizzare statistiche relative all’opinione pubblica italiana nei confronti della politica. Anche qui potrei direi “scontato” – scontato che l’opinione sia così bassa – ma vedere su carta, in formato “serio”, dei pensieri astratti con cui hai convissuto per anni fa un certo effetto. Fa effetto vedere come anni di cambiamenti di pensiero si riassumano nel passaggio da “rabbia dinnanzi alla situazione politica” a “disgusto”. E’ come sentire una cosa volgarissima detta in francese.
Studiare l’Italia dall’Inghilterra ha tutto un altro senso. E’ come osservare la danza di una medusa stando al di fuori dell’acqua: a distanza meno ravvicinata, certo, ma potendo respirare al contempo.
Studiare l’Italia da qui mi fa fare molte scoperte. Niente di eclatante, intendiamoci. Semplicemente, trovo spiegazioni razionali al familismo e all’abitudine di avere una colf. Quelle piccole cose che, quando ci vivi in mezzo, sostengono il tuo orizzonte visivo.
Ma comunque.

Ieri sera sono andata a bere una birra (due pinte e mezzo) in un locale in centro. C’eravamo io, VB, A, I, la ragazza di I, e F. A e I sono tedesche. I rimarrà, come me, a Bath fino a giugno, per poi andare a Berlino l’anno prossimo – come me. A, invece, andrà a Berlino a marzo.
Ho salutato la ragazza di I dicendole “Ci si vede a Berlino” e sentendomi così strana nel dirlo. La vedrò a Berlino il prossimo settembre o ottobre, e la saluto ora. Strano-strano-strano. Strano che non vedrò A per mesi, per poi ritrovarlo a Berlino – passerà così tanto tempo, accaderanno così tante cose, e poi ci ritroveremo.
Non vedo l’ora di essere a Berlino, anche se significherà dover muovere il mio pigro culo e parlare (seriamente) tedesco. Sto frequentando un corso di tedesco, ma quel che mi serve è, semplicemente, una certa immersione nella lingua. Capisco il 90% di quello che le persone dicono (escludendo termini tecnici e slang), ma sono muta come un pesce. Il mio tedesco è di una passività imbarazzante, insomma: non ricordo un sacco di parole che conosco e riconosco.
Cambierà, cambierà…
Cambieranno molte cose, a Berlino.
Bath è deliziosamente raccolta e inglese, e con “inglese” intendo tante di quelle cose che non saprei né dove iniziare né dove finire. Ne amo la topografia, e queste architetture vecchie secoli che sono state rifatte e poi rifatte e poi rifatte, ma rifatte all’inglese, dipingendo sullo sporco e ricostruendo senza riempire i buchi, con il risultato che ogni tanto apri una porta e ti trovi in un dungeon, o sbirciando oltre a un ponte intravedi mondi sovrapposti.
Capisco molte cose, qui, o, per meglio dire, le ri-colloco.
Ri-colloco tutto il fantasy – che non è per niente fantasy, ma solo una copia poco fedele di certi ambienti. Scopro che Burton non è geniale quanto pensavo: ha semplicemente fatto del sincretismo tra inglesismi e fantasia il proprio punto di forza. Sono entrata nella cucina di F, qualche giorno fa, e non potevo credere a quello che vedevo. F vive in una vecchia palazzina, con i muri mal dipinti e scrostati, muffa e ragni, e librerie di pesante legno ricolme di classici polverosi. La cucina, invece, non so come descriverla. Dire che è un accumulo di cose non è abbastanza. Per descrivervi quella cucina dovrei sapervi descrivere una certa cultura inglese fatta dell’usanza di accumulare cose e poi dimenticarle lì, e inglobarle – così malandate – nel prossimo restauro. Il vecchiume diventa scenico, insomma. Non te ne curi e lo abbandoni lì quando vi accosti un costosissimo pezzo d’antiquariato, o i fornelli più economici che hai trovato sul mercato. “Trasandatezza” non rende l’idea. E’ qualcosa di più. E’ una specie di trasandatezza significata, che accumulando polvere diventa tradizione, e quindi di valore – anche se è sporca, marcita, così piena di polvere da essere anti-funzionale. E’ come l’esistenza della Regina, insomma.
Ho capito il senso della moquette vivendoci sopra, e non congelando camminandoci senza ciabatte. Ma non capirò – né io, né VB, né I, né il curdo all’angolo da cui mangio hamburger – mille altre cose. Non capirò perché nei pub mettano la moquette e riempiano i bicchieri fino all’orlo e si prenda da bere al bancone per poi portarlo al proprio tavolo. La combinazione di queste cose ha come inevitabile risultato una moquette quotidianamente cosparsa di birra – eppure non cambiano. Non risolvono il problema strutturale lavandola tutti i giorni, anzi, la lavano assai di rado. Voi li capite? Credo la soluzione non sia capire, ma fregarsene. Fregarsene al punto di ignorare. L’atteggiamento inglese è riassumibile in un they don’t care. They just don’t care – non importa che la moquette sia irrimediabilmente sporca, che un miscelatore avrebbe un senso logico mentre non ne ha installare due rubinetti separati, che se scartavetri il muro prima di dipingere la pittura non si staccherà in un mese e quindi non dovrai ridipingere di nuovo – they just don’t care. Nello stesso modo, se ne fregano del freddo. Non che non ne abbiano, ma è come se il provare freddo non accendesse in alcuni inglesi la lampadina che suggerisce “sai che potresti trovare una soluzione e applicarla ogni volta?”. Invece contemplo una studentessa venire a lezione in pantaloncini e infradito a fine ottobre.
Ma è bello così.
E’ bello perché è pittoresco. E’ bello come le privazioni di una baita in montagna. Sono quelle tante, piccole cose di cui devi privarti per poter godere di altre. La rinuncia a queste tante piccole cose mi fa sentire fuori dal tempo – siamo nel 2012, e so di essere nel 2012 quando sono in università, ma nel resto di Bath potrei essere ai tempi di Enrico VIII o in epoca vittoriana. Ho, insomma, l’impressione che certe cose non siano mai cambiate. I cortigiani di Enrico VIII lordavano i pavimenti a pranzo e cena, e oggi è lo stesso. Allora le case avevano finestre cigolanti e pronte a far entrare ogni spiffero, oggi non è cambiato poi molto.
In cucina non ho un calorifero, ma una stufetta fissata al muro. Ho in verità smesso di chiedermi quale sia la soluzione migliore. All’attuale stato delle cose, entrare in cucina significa fare un viaggio spazio-temporale e trovarsi nella Siberia di cinquecento anni fa – poi accendi la stufetta e nel giro di qualche minuto tutto si normalizza. Ma ho smesso di patire quel cambio di temperatura. C’è, ma fa parte della quotidianità. Essendo inevitabile, smetto di cercare una soluzione. Essendo un problema diffuso in diverse abitazioni, smette di apparirmi anormale.
I clienti medi al locale in cui lavora VB potrebbero essere scritturati per un film sui pirati ambientato in un anno a caso dal sedicesimo al diciannovesimo secolo. Non puoi non amarli, per questo. Sono il prodotto di una vita a bere quotidianamente, con le estremità rosicchiate dal freddo, e sono quindi uno stereotipo che raramente puoi incontrare. La “civilizzazione” ha appiattito la varietà. In Inghilterra la civilizzazione è un concetto su cui varrebbe la pena di scrivere una tesi. L’Inghilterra che ha conquistato mezzo mondo in nome dei lati positivi della civilizzazione, e che è così retrograda da altri punti di vista. Ma comunque, amo i clienti del pub. Amo i vecchi pirati e il ragazzo allampanato e ingellato che attacca bottone al bar, con le scarpe eleganti e dei calzini infeltriti che più che farsi intravedere si impongono alla vista. Amo tutte le accoppiate di amici che girano ubriachi alle 11 di sera, attaccano bottone con una scusa qualsiasi, e finiscono con l’aggrapparsi l’uno all’altro in un delirante crescente nonsenso. Amo le inglesi seminude che, totalmente ubriache, ti abbracciano e baciano – e suona come molto allettante, lo so, ma sono così ubriache che devi contare i secondi rimanenti prima che vomitino.
Amo tutte queste unicità, ma mi manca un po’ la civiltà, normale e noiosa.
Non vedo l’ora di essere a Berlino. Tale Sehnsucht viene acuita dal fatto che sono a Bath – questa pittoresca cittadina che impone tante privazioni. Mi manca persino l’Italia, stando qui – ho vaghi ricordi di questa terra in cui non piove sempre, in cui sia il privato che il pubblico sono mediamente puliti, in cui la vita pubblica non ti mostra un 90% di gente che beve e beve e beve (anche perché non c’è molto altro da fare). Bath è, come ha fatto notare VB, una nave: vivere qui è come vivere su una nave. Galleggi e viaggi, in stanze piene di spifferi e umide, con scale strettissime e del rancio a cui preferisci una birra. Ma sei in viaggio, e ti senti attivo – se ti fermi congeli.
Il gioco a cui vengo sottoposta a ogni uscita è: “Da dove vieni?” Il mio accento è abbastanza fottuto da confondere i madrelingua. Ondeggia tra il tedesco, il francese, lo slavo (so che “lo slavo” non è una lingua, ma sono gli inglesi a dirmi che ho un accento slavo – come se il russo e il ceco fossero simili), con punte memorabili che mi hanno vista essere presa per una serba (ma perché proprio serba?). Amo appartenere a una non-categoria – amo impedire alle persone di categorizzarmi, ma lo sapete.

Come ho detto ad alcuni di voi, al mio ritorno organizzerò una cena. Ripensandoci bene, pensavo invece di organizzare un party a tema, il cui tema è: “Fumare e bere su un divano in un interno”. Sapete quanto mi manca? No. Lo voglio così tanto da farmi sentire come fossi al fronte – solo al fronte, cazzo, può una persona ossessionarsi così tanto con una simile stronzata, no? E invece no.
Sorseggio il mio chai con latte mentre rispondo a S che no, stasera non esco, me ne sto a casa. Me ne andrei con piacere al pub dove VB sta lavorando per ordinare una pinta di Corvus, chiacchierare a caso con gli autoctoni (“Ho scritto un saggio.” “Su cosa?” “Multi-level governance.” “EH?”), trovare qualcuno che mi offre un’altra pinta (la tentazione di farmi offrire da bere da ogni attempato inglese che vuole fare il brillante per poi ridere alle sue spalle è sempre forte, ma Kant mi trattiene sovente), bere abbastanza da voler ordinare un uovo sottaceto con patatine, bere una terza pinta e congelare mentre torno a casa.
Ma non lo farò.
(Sono brava, eh?)
Invece, andrò a fumarmi una sigaretta al gelo qui fuori, salutando i ventisette ragni che mi circondano mentre scorro il giornale, e mi rimetterò a studiare.
Amen.

Ho il cervello troppo vuoto per trovare un titolo accattivante, spiacente.

Aggiornamenti insoddisfacenti e sterili, ma devo e voglio aggiornare un po’ di persone, e farlo alle 00:14 mentre preparo una presentazione mi sembra il momento giusto – dato che nessun momento lo è:

1) Una serie di presentazioni che non vengono valutate ma che dobbiamo fare comunque vanno bene, nel senso che il mio gruppo è in vetta nella classifica dei giudizi positivi.

2) La presentazione fatta ieri, e che viene valutata, è andata bene. Il professore era entusiasta. Così tanto che ha cominciato a parlarci della propria vita.

3) Ho una presentazione settimana prossima, anche questa valutata, basata sul saggio “Hayekian Political Economy and the Limits of Deliberative Democracy”, saggio scelto da me e che contiene la parola “epistemologico” almeno tre volte, per rendermi soddisfatta (a ognuno i propri parametri). Fatta questa, avrò finito con le presentazioni, ma…

4) Per il 7 devo consegnare un saggio che non ho neanche iniziato.

5) Ma mi sento molto spronata, dato che i miei colleghi/compagni/Kommilitonen/fate vobis sono tutte personcine ammirabili.

6) Ogni tanto il mio accento viene interpretato come “slavic”. Non credo capirò il perché. Comunque è l’alternativa a “tedesco”.

7) Mi manca tanto del cibo. Sì, sto generalizzando ed estremizzando un semplice: “Il cibo che c’è qui mi convince così poco che per disprezzo lo escludo dalla categoria ‘cibo’.” Non è che non mi piaccia, eh. Semplicemente è poco credibile.

8) Per fortuna c’è la Guinness, dato che le bianche vengono vendute come fossero rari e pregiati vini. La Guinness e la Murphy. E un pub a cinque minuti da casa – un piccolo pub, molto “cozy”, senza pretese, amichevole, quasi per famiglie – se non fosse che questi ubriaconi d’inglesi non portano i bambini al pub. Ho letto un articolo su un tizio multato per aver, in un pub, rovesciato della birra in testa a un bambino. L’articolo non specificava se il gesto fosse voluto o non voluto.

9) Il sidro, nei posti giusti, è ottimo.

10) Sì, sto parlando ancora di alcol. D’altro canto, se il cibo fa schifo, e non si può fumare negli ambienti chiusi (neanche in casa mia, no), la gente dovrà pur sfogarsi da qualche parte, no?

11) Anche il tempo fa schifo. E’ il secondo argomento toccato dopo l’alcol nell’inutile chiacchierare che non raramente pop-uppa nella vita quotidiana quando incontri sconosciuti.

12) Il terzo è la regina, ma è colpa mia.

13) Voglio sedermi sul divano nella mia casa italiana, con una sigaretta nella destra e una birra nella sinistra. Lo vorrò per sempre. Lo vorrò finché non lo avrò fatto, e poi ancora e ancora quando tornerò in Inghilterra. Sta diventando un sogno erotico – ora capite perché odio i tabù?

14) Mi manca anche il sedere in una casa, o in un locale, che non abbia un retrogusto “vecchio”. Non ho ancora capito se Bath sa di vecchio perché gli inglesi sono fissati con il vecchiume (tipo la Regina), o se sa di vecchio perché gli inglesi se ne fregano delle condizioni delle loro abitazioni e dei loro locali.

14bis) Mi sono persa un congiuntivo?

15) Oggi ho conosciuto un 45enne canadese che sta facendo ricerca sulla scrittura in ambito accademico.
Due giorni fa ho conosciuto un londinese incredibilmente interessante e critico.
Invero sono entrambe persone che, in un contesto più rarefatto, avrebbero occupato paragrafi e paragrafi di questo blog. Ma sono in un ambiente saturo – di nuove conoscenze, di cose interessanti, di nuove conoscenze interessanti. Vorrei elencarvele tutte – le nuove conoscenze, le cose interessanti, le nuove conoscenze interessanti – ma mi manca il tempo. Non saprò spiegarvi mai, credo, quanto ciò sia frustrante.

16) Non saprò mai spiegarvi un sacco delle cose che mi stanno accadendo, e questo amplia la frustrazione. Semplicemente, viviamo in mondi diversi. Dovrei prima spiegarvi tutte le premesse – e fare magie come “rendere a parole l’effetto della pioggia qui”. Siamo umili. Beh, io lo sarò, almeno in questo frangente: non ne sono in grado. Lo saprò fare imperfettamente. Mi riuscirà invece molto bene risultarvi diversa, quando ci incontreremo, e ciò perché la legge di Murphy impera.

17) Ho detto che la stragrande maggioranza degli studenti nel mio corso sono tedeschi?

18) Ho detto che tipo l’85% degli studenti nel mio corso parla tedesco?

19) Vi ho detto quante battute faccio circa il fatto che i tedeschi vogliono riconquistare l’Europa?

20) Vi ho detto che la risposta di una tedesca è stata “Perché, non siamo già i più forti?””

21) Dovrei dirvi che tale esperienza mi sta allontanando tantissimo non solo da una grande fetta di italiani, ma in generale da una grande fetta di persone. Qui discutiamo dell’Europa passandoci stralci e concetti e riflessioni partorite da professori che studiano la faccenda da anni. Il discorso quotidiano attorno all’Europa e alla crisi è vagamente meno fondato. Me ne sono resa conto drammaticamente quando ho letto, tra i titoli dei papabili saggi da scrivere, una cosa come “Descrivi gli effetti che la crisi economica ha avuto sulla gestione di [qualcosa] dell’Unione Europea”. Ma questo devo avervelo già detto. Nel dettaglio, ho realizzato che una incredibilmente ampia fetta di mie conoscenze discute di ciò con grande frequenza, e non lo fa in vece d’esperto – del settore che volete. Ma scrivere un saggio significa:
– Riportare le fonti. Le fonti che l’ampia fetta di cui sopra riporta sono giornali vari, di media, e i giornali non valgono come fonte quando scrivi un saggio del genere (i saggi vanno bene per riportare opinioni, non dati su cui lavorare).
– Saper dimostrare con reasoning. Il che implica lo scartare “il senso comune”, i sottintesi che ci uniscono tutti, il populismo bonario e tutti quei cuscinetti che permettono a chiunque di disquisire delle conseguenze della crisi sull’Unione Europea.
Non potevo non diventare umile, dinnanzi a una domanda del genere. Mi terrorizza – come molte altre. Mi terrorizza anche il pensare che odierò un po’ di più tutte le persone che si improvvisano esperte del settore.

22) Voglio diventare una lobbysta o il suo equivalente per poter essere equidistante rispetto a:
a) La popolazione sofferente e lamentosa e rivoltosa e in crescita, per cui “crisi” non significa ciò che puoi leggere in mille libri ma l’effetto tangibile sulla tua vita – e se ha un effetto tangibile sulla tua vita e non su quella degli eurocrati, perché tu dovresti avere meno diritto di loro di parlare della crisi? Perdindirindina, dovresti averne di più!
b) Gli esperti del settore, gli eurocrati, i ricercatori, e tutte quelle categorie che sanno spiegare con dovizia di particolari la crisi e le sue ragioni, benché ne percepiscano (e concepiscano) molto meno gli effetti.
Voglio stare lì in mezzo, equidistante, perché non sopporto nessuna delle due categorie – non sopporto la prima quando vaneggia sulla seconda, non sopporto la seconda quando neanche concepisce la prima.

23) Buonanotte.

Sigarette sotto la pioggia.

Before departing from Italy I told myself (and you) – so many times – that I should write in English, but that I was too lazy to do it.
After two tries, I should admit that I’m not able to write in Italian anymore. I know it’s due to the fact I’m stressed – so stressed I don’t know how to convey my being stressed – but nonetheless it’s embarrassing and frustrating.
… Anyway.
I should study – I will do it – but I should also have a break. I’m not able to stop myself when I start doing something – be it drinking beer everyday or studying or whatever.


Anche aggiornare questo blog è in parte un dovere. So di dover fare resoconti. In parte so di doverlo fare, dati i tanti cambiamenti avvenuti, per quella mia non richiesta cortesia di aggiornare il mondo circa quello che mi passa per la testa (perché è quello che conta, non ciò che accade prima); in parte necessito di farlo, ben sapendo che non riuscirò.
Sono passate circa tre settimane e sembrano mesi. Anni. Un’altra vita.
Mi rammarico, per una volta, dell’impossibilità di filmare tutto per poterlo, poi, mostrare a chi vorrei aggiornare. Ma il problema è duplice: la mia testa resetta troppo in fretta ciò che accade, e non è granché abile, in questo periodo, nel farmi trovare le parole giuste per descrivere quel poco che ricordo.
E’ stato un periodo in cui paradiso e inferno si sono intervallati ad alta frequenza. No regret. Ma non so sinceramente cosa sia accaduto. So che c’è un filo rosso che collega tutti gli eventi, ma non so rintracciarlo, riconoscerlo.

Fumo circa 10 sigarette al giorno anziché 20, e questo già direbbe molto. Ho un po’ smesso di essere me stessa, ecco.
Per una decina di giorni mi sono ingollata da 1 a 2 litri di birra (e altri alcolici), svegliandomi il giorno dopo senza alcun residuo – il che è bene da un certo punto di vista, ma ha il lato negativo di non rendere nauseati dall’alcol, e quindi si può bere ancora. Mi sono chiesta – e mi sto chiedendo – se in quel breve periodo ho compreso la vita di un alcolista. O, perlomeno, di un inglese da cliché.

Ho conosciuto così tante persone che farne una lista sarebbe impossibile. Per fortuna c’è Facebook, potrei dire, ma avere una lista di nomi non significa ricordarsi chi quelle persone siano.
Ho conosciuto così tante persone intensamente interessanti che non so da dove cominciare a spiegare perché e come lo sono. Lo sono e basta. Me li abbraccerei, e ogni tanto lo faccio.

L’unico riassunto che mi è possibile ora è: mi mancava tutto questo.
Mi mancava il contesto internazionale (e qui lo è ancor più che a Kiel) e quello universitario (universitario in un modo che ho trovato a Kiel, e che a Milano non sussiste). Mi mancava questa dinamicità. Non so perché in Italia divento statica. Timorosa. Pigra. Tendenzialmente accidiosa.

L’incapacità di esprimere il qui&ora non è nuova. Sapevo, poco prima di tornare in Italia dalla Germania, che mi sarei ritrovata con l’essere una straniera. Sapevo che restando in Italia avrei mano a mano dimenticato – e sapevo, quindi, di dovermi applicare per non dimenticare certe cosa, quelle positive, essenzialmente il saper avere l’approccio giusto al mondo.
Bath non è l’idilliaca (un po’ pietista) Kiel, nel bene e nel male. E’ una città umida, piovigginosa (you don’t say!), che necessiterebbe una spolveratina, sporca all’inglese, fredda – ma sa, al contempo, avere l’atmosfera calda di un enorme villaggio e quella dinamica del contesto internazionale. E’ un po’ più unheimlich di Kiel, meno gemuetlich, ma è assai meno statica. Assai più variegata, soprattutto. Non che gli internazionali non siano suddivisi in minoranze preponderanti – c’è una quantità di cinesi e coreani impressionante, ad esempio – ma capita veramente di incontrare di tutto.

Vorrei fare un quadro delle mie preferenze per nazionalità. E’ stupido e divertente, come i test sulle riviste o altri metodi di profetizzare il presente. Ma non riesco veramente a generalizzare.
I greci sono l’unica eccezione. Sono “eccezionali” per il semplice fatto che non avevo mai incontrato greci prima. Tre di loro, poi, sono tra le mie conoscenze più importanti, e per motivi molto diversi tra loro – e quindi, ancora, niente generalizzazioni.

Andrò a fumare una sigaretta. Sotto la pioggia.

Pre-partenza con fallito tentativo di tirare le somme, o: C’est la vie

Sono tornata a casa fradicia, mutande comprese, godendomi la sensazione di essere vinta dalle condizioni atmosferiche. Romanticismo zum Tod, quello storico, in cui una Natura invincibile ha l’effetto di una chiesa gotica: atterrisce.
Niente di così epocale o fatalista, nel mio caso, ma impariamo a goderci le piccole cose.
Piove a dirotto, e la prendo positivamente: mi dico che è un assaggio del clima inglese. Il 15 parto per la perfida Albione, e nel mentre mi stresso, chiedo appuntamenti per vedere stanze e appartamenti, studiacchio l’Unione Europea, organizzo nevroticamente la valigia.
Ieri un tizio mi ha contattato per un appuntamento, lasciandomi il numero di telefono. Ho vinto l’accidia e i dubbi e l’ho chiamato. L’accidia è innata, mentre i dubbi erano giustificati: è da due anni che non parlo inglese veramente. Non riesco a considerare le poche ore a settimana all’università, con quel clima artificiale da gioco di ruolo senza sospensione dell’incredulità. Ho scoperto che, dal lato speaking, me la cavo molto meglio di quanto pensassi (il che significa che mi servirà poco, in Inghilterra, per tornare a un livello comunicativo buono), mentre dal lato understanding le cose sono esattamente come temevo: questi britannici li capisco poco. Socchiudo gli occhi e aguzzo l’udito, ma il britannico è britannico, e ci metterò almeno qualche giorno a capire tutto quello che mi dicono. Noto con rammarico che tendo già a storpiare la mia pronuncia in direzione di quella britannica – sì, storpiare. Ognuno ha i propri canoni.
Il tizio, che tra l’altro deve essere un vecchietto, mi ha tenuto a chiacchierare per qualche minuto, decidendo alla fine di offrirsi come guida per Bath – tutte quelle piccole cose che ti è utile sapere all’inizio. Non so quanto di fatto ciò mi sarà utile, ma intanto mi mette di buonumore.
Il fatto è che non riesco a prendere sul serio la parlata britannica. Ormai sono al di là del giudizio – ho fatto amicizia con troppi britannici per perseverare con la mia teorica antipatia – ma il fatto permane: sentirli parlare mi fa comparire un sorriso divertito sulla faccia. Con l’abitudine passerà anche questo, purtroppo – come rimpiango i primi tempi in Germania, quando il tedesco era un muro di suoni che adoravo ascoltare e cercare di decifrare.
Le prime settimane saranno stressanti, ma questa notte ho fatto un sogno che mi ha fatto realizzare che detengo un’insospettata ottica positiva.
Nel sogno io e VB visitavamo un monolocale. Sto considerando diverse opzioni, dato che mi raggiungerà in Inghilterra – una doppia, due singole, un monolocale. I monolocali che trovo sono a misura inglese, ossia minuscoli – e ciò non mi spiace – e inesorabilmente dotati di letto a parete. Nel sogno visitavamo un appartamento minuscolo, con letto a parete, di forma triangolare e decisamente vicino alla fatiscenza – e io mi entusiasmavo all’idea di pulire e sistemare tutto per rendere quel luogo accogliente. Insomma… Sono diventata un’ottimista? O è il mio insano amore per la pulizia e per l’organizzazione che infesta i miei sogni?
Le prime settimane saranno stressanti, e ogni tanto mi sono sentita sconfortata, con una certa voglia di azzerare tutto – me compresa. Il fatto è che non ci sono alternative che preferisco. La mia prediletta è questa, con tutto lo stress annesso. Altrimenti ci si annoia, giusto? C’è un certo piacere nello svolgere freneticamente attività in sequenza. Fa sentire vivi e attivi. E poi c’è tutto il resto – quel resto che comprende le mille piccole cose che tanto mi mancano: l’essere immersi in una cultura diversa dalla mia, in un mondo in cui si parla una lingua che devo migliorare (in Germania traevo piacere dal semplice parlare in tedesco o inglese, in quanto parlavo in tedesco o in inglese), e poi, beh, il master. Il master che a volte sminuisco e a volte ingigantisco, cercando una misura più vicina all’obiettività. E’ un master per studenti dagli altissimi voti, e i posti erano pochi. E poi è un Euromaster, “Contemporary European Studies”, e l’idea di concentrarmi sull’Europa ora, proprio ora, mi ispira moltissimo, ancor più di quando ho fatto domanda.
Poi ci sono i dubbi – perché altrimenti ci si annoia – e la sensazione onnipresente di sentirmi un’intrusa. Non è una sensazione immotivata. Passare da un artistico a lingue (e culture) non dà esattamente l’idea di un percorso coerente. Ma passare da un artistico a lingue (e culture) per laurearsi con 110&lode dà una soddisfazione che giustifica la sensazione di estraneità. Questo master non è distante dalla mia laurea, per quanto concerne il mio campo di studi, ma parte (ovviamente) la vocina interiore che mi dice che devo saperne sull’Unione Europea quanto un laureato in giurisprudenza, da cui deriva sì lo stress, ma anche questo sentirsi spronati a dare il meglio (perché ovviamente voglio concludere il master al massimo).
Passando alle facezie, per la partenza ho fatto acquisti utili e inutili. Tra gli utili figurano un trolley, un asciugamano, calzini e altre piccole noiose cose. Tra quelli utili figurano due paia di jeggings, di cui uno color senape. Il color senape pare andare di moda, con la conseguenza con l’ho visto reiterato in molte vetrine. Ho realizzato di esserne contortamente attratta, ed eccoci qui. L’altro paio è rosso sangue. C’è poi un vestito nero e rosso, dei gambaletti in tinta, un enorme portafogli nuovo.
Per la partenza mi sono anche dedicata, per motivi utili e inutili, a un po’ di esercizio fisico. Ovviamente ne parlo perché è da qualche giorno che non ne faccio – e can che abbaia non morde. Ma per qualche tempo ancora potrò permettermi di mettermi in posa davanti allo specchio, che è uno dei modi in cui mi rilasso. Mi chiedo se, nei giorni che passerò in ostello, riuscirò a fare esercizi. Il lato utile, a parte l’avere un corpo funzionante, è che gli esercizi sfogano. Sono parte del rituale di chiusura di una giornata: esercizi, sudare come un cavallo, doccia.
E’ incredibile la facilità con cui si sviluppa una dipendenza.

RiP e altri post-malattia.

La differenza tra l’uomo e la macchina è esiziale, gli ha insegnato l’AI. Sono asintotici, ma la maggior parte delle loro condizioni si trova in prossimità della curva.

Capitolo 39 di Rush in Peace appena iniziato.
Gioco con la matematica, riservandomi – come al solito – il diritto di appellarmi, poi, a qualche esperto perché limi ogni minima imprecisione terminologica. Ho detto che troppi studi linguistici mi hanno resa paranoica linguisticamente, no? Assommiamolo alla già presente, ma utile, paranoia sulla precisione in generale.
Ho mandato a Noes i capitoli 37 e 38. Il 37 lo conosceva già, ma ripassare per contestualizzare a quest’altezza è necessario. Il 38 è stato scritto negli ultimi giorni, tentennando, poi azzardando, anche perché non conosco altro modo di scrivere nella famosa seconda persona singolare le scene con Byron se non quello di azzardare. E’ Byron, no? Mi ha insegnato una filosofia di vita, dopotutto. Basta applicarla scrivendo.


Ascolto gli Ooomph! che non ascoltavo da eoni, ripetendomi che devo ripassare il tedesco. Poi mi dico che sto ripassando/studiando un po’ d’inglese accademico e faccio spallucce, mi batto una mano sulla nuca e mi dico: “Non pretendere troppo da te stessa!” Per dirmi certe cose devo sempre ricorrere a ricordi – a qualcuno che mi abbia detto qualcosa del genere – perché né me né Me oserebbero mai dirsi una tale assurdità.
Mi consolo sfogliando la biografia di Genet scritta da Sartre, edizione francese, e realizzando che capisco il francese scritto più o meno quanto capisco il tedesco scritto. Forse un po’ di più. Comunque, ciò mi dà una comprensione del francese scritto a livello B2, bonus. E’ come trovare €50 in un paio di pantaloni che non usavi da anni.


Sono in via di guarigione da un raffreddore fastidioso e sto fumando moltissimo. La causa è duplice: essendo malata non avrei dovuto fumare, e quindi ho fumato per reazione + essendo malata non riuscivo a fare nulla, e quindi ho fumato per consolazione.
Vorrei dire che in questi giorni ho fatto più o meno il solito, ma il raffreddore mi ha reso impossibile una gran quantità di soliti. I problemi di chi si rilassa concentrandosi e si ritrova con la capacità di concentrazione azzerata. Bella la vita, vero? Il Dio che Ride è sempre grato per tutta la fede che riverso in loro.
Ho fatto ben poco, nei giorni appena passati, a parte intrecciare fil di ferro, leggere Yourcenar e studiare Mittner (a malapena). Per questo, anche per questo, oggi ho scritto tanto RiP – e fatto tante altre cose – e per questo, anche per questo, sono le 03:37 ma io sono ancora piena di voglia di fare.
Domani sarà guarita del tutto. Domani ricomincerò a fare esercizi.
Amen.

Hitler’s Willing Executioners.

… So, Fabian asked me if I can write in English or if he must learn Italian to read my blog. I told him another friend I met in Kiel used to google-translate this blog. Once I tried and read the English translation and wondered how that friend could understand it. I could say my prose is too convoluted to be translated into English – whether by google-translate or by myself. I could say I’m too convoluted to be “translated” into English, but some would reply I’m just too lazy, and they’d probably be right. I could also say I haven’t been seriously writing nor speaking in English for two years, and that therefore my English is fucked up. I could just shut up.

I read Hitler’s Willing Executioners and wrote some notes on the book itself:
– Goldhagen reifies “the German” and then criticizes them for reifying “the Jew”. How coherent. Paradox.
– In his work, all Germans are considered guilty until proven innocent. Namely: Goldhagen takes it for granted that (quite) all Germans were virulent anti-semitists willing to kill the Jew. No substantial proof given.
– Goldhagen’s interpretation is often arbitrary. He fills up historical “gaps” with preconceptions. Bias.
– He’s paranoid.
– Goldhagen cannot conceive any middle course between “antisemitism” and “philosemitism”.

… But then I read the Wikipedia article about this book and found out my criticisms are trivial. That’s comforting, of course, but I was disappointed: I had to force myself to read this book, that I filled up with notes – mostly insults – throughout while reading it, so why didn’t I just read that article?

I’m studying Vichy France. I will study Italian Fascism and finally read the history of German literature by Mittner, 1890-1970 (1000 pages).
I’m taking notes about the novel I’m going to write, which has no title, and whose characters have no name. It’s like I were structuring a white paper without filling it up with data.