ego

Übermenschen e altre opportunistiche fonti d’ispirazione

Guardavo il braccio scolpito di un ciclista risalente la montagna.
Il ciclista aveva la sua bella età, che – per quanto io tenda a soprassedere sugli anni registrati in anagrafe – da sola basta, di solito, a farmi escludere il soggetto dalla categoria “d’ispirazione per impulsi di natura pseudo-se(n/s)uale”.
(Volevate un approccio semplicistico, parla-come-mangi & niente viaggi mentali? Avete sbagliato blog.)
Ciò nonostante, il suo braccio aveva quella forma che trascende l’età. Quella forma che parla di un esercizio costante, di una vita impostata su certe variabili – ben diverse dalle mie, che me ne sono sto qui, con il mio esile culo poco allenato, a scrivere. Non è il braccio a ispirarmi di per sé, ma ciò che significa. Se un’opera d’arte – una qualsiasi – è il risultato di un insieme di circostanze (l’ispirazione, il contatto con sé, la tecnica che canta anziché decretare, e via discorrendo), un braccio può esserlo. Mi parla di sforzo, dedizione, fede – non quella, passiva, che si racimola in momenti di sconforto, ma una sorta di Streben a cui si portano gesti quotidiani come fiori in un corteggiamento.
E’ primavera, e io sto scrivendo.
Amo la primavera.
Amo la primavera contro i pronostici. Il mio carattere, solitamente percepito come (troppo) razionale e (troppo) distaccato, sarebbe – immagino – più consono a un autunno o a un inverno. Una certa vena borderline di sottofondo – solo di sottofondo, ormai – potrebbe farmi amare l’estate. E invece adoro la primavera, con il suo caotico fiorire.
Le cose – nel significato più nobile del termine – si risvegliano dopo una lunga attesa. Dormire non significa morire, e nel sonno si accumulano mondi da realizzare. La primavera è lì, apposta, per concedere al creato un Carnevale. Tutto è concesso, gran bolgia in cui tutto si confronta. E poi amo le montagne – queste montagne, in cui pensionati sfidano la pendenza – che si colorando di tonalità di verde, e i primi sparuti fiori che sbocciano tutt’altro che timidi, visibili da lontano, sgargianti come un’affermazione portata a testa alta.

VB dice che sono un’Achille, laddove Achille funge da Übermensch. Non che lei sbagli, anzi – quel che mi preoccupa è la motivazione solitamente riconosciuta all’Übermensch. Una certa retorica ci ha indotto a pensare che l’unica motivazione che possa portare una persona a tendere verso l’Übermensch sia una forma di insicurezza. E può essere, se una voracità semi-cieca è una forma di insicurezza. Non citerò Nietzsche – anche se vorrei, con il suo sputare su chi sputa sull’Übermensch come ideale – ma vi chiedo: perché non dare all’Übermensch la possibilità di essere un obiettivo al pari degli altri, mentre si massacra per divenire?

Scrivo, in questo periodo, sperimentando nuovamente.
Si smetterà mai?
Temo chi si sente saldo nella propria raggiunta posizione. L’Übermensch è un antidoto per i falsi idoli: irraggiungibile per natura, suggerisce che si è sempre in procinto di, che mai ci si può fermare. Temo chi si è conquistato una posizione. Non temo la sua certezza – che mi procura altre reazioni – ma il suo effetto su chi, attorno a lui/lei, è pronto a idolatrare. Idolatrare. L’idolo è, per sua natura, limitato: parziale, riduzionistico, ma tangibilmente di carne. Cosa c’è di male? Che l’idolo è falso. Che è una di quelle semplificazioni che, nel tentativo di rendersi comprensibile, si riduce. Si bidimensionalizza. Rinuncia a quella tri-quadri-ennesima-mensionalità inspiegabile perché necessariamente contradditoria.
Non potremo certo sondare ogni aspetto del creato con un solo strumento, sia questa il raziocinio o altro, no?
(Giusto per sfatare chi mi accusa di eccessivo raziocinio: è solo la, funzionale, superficie.)

Un’autrice in cerca di personaggi – e tutto quel Non Detto

Cercare di rientrare nell’ottica di Horton significa imitare me stessa.
Mi è capitato di farlo spesso, in questa vita né troppo breve né troppo lunga.
(Non posso avvalermi né dell’ardore della nuova arrivata né della saggezza dell’esperta – nessuna credenziale per coevi e posteri.)
Mi capita di farlo perché il mondo distrae. Non so come possa farlo, dato che in teoria parto dal presupposto che l’identità individuale non è che un accumulo di influenze esterne – eppure lo fa.
Lo fa e io mi perdo e devo ritrovarmi.
Dov’è, Horton?
(Aspettando Horton.)
Avevo lasciato quello sbirro di quartiere figlio del più becero cliché sul suo lercio divano. Era un luogo sicuro su cui custodirlo – cosa ammazza un vecchio divano pieno di cenere e briciole? Ma poi la vita è andata avanti, la casa è stata rifatta da capo a piedi, e l’Horton-divano non c’è più.
Si può rimpiangere lo squallore?
E così, in questa casa nuova e linda, accendo una sigaretta, stappo una birra e mi metto alla sua ricerca.

Ascolto Where the Wild Roses Grow di Kylie Minogue & Nick Cave, la Bella & la Bestia.
La ascolto cercando di sentirla come quando la ascoltavo scrivendo di Horton. Lui fa la Bestia, ovviamente, ma le mani insanguinate non sono le sue. Ma non importa. Questo voglio dire, anche, scrivendo di lui. Che i fatti poco importano dinnanzi alla coscienza.

Il mondo distrae, ma anche io faccio la mia parte.
A posteriori, mi dico che Horton era un meccanismo di difesa. Una maschera interiore con cui giustificarmi alcune brutture di un mondo che mal digerivo. Ne godevo come un mio vecchio amico godeva di Freddy Krueger:
Il male immaginario che consola da quelli reali.
Se mi trovo a parlare di meccanismi di difesa è colpa di un seminario di psicanalisi, e dell’interesse che ne è seguito. Quel seminario mi ha anche spiegato che si imita il proprio carnefice per non doverglisi contrapporre. E’ convincente, no?
Ma Horton non è un mio carnefice.
E’ un uomo qualunque, in un mondo qualunque, disposto a fare qualsiasi cosa per non essere una vittima.
(Potete biasimarlo?)
Non ho aspettato che venisse qualcuno a dirmi, come si è detto di me, che in fondo a ogni stronzo c’è un cuore spezzato. Gliel’ho spezzato io direttamente. Ma, per farvi dispetto, non ho creato un mostro: ho creato un Indifferente.

Passo le giornate a scrivere racconti per concorsi, precisi e calibrati come fossero papers; a informarmi e discutere di editoria, in tutte le salse, in tutte le speranze e gli imbrogli; trattengo il demone del fastidio dinnanzi alle maestrine dalla penna rossa e le risate-che-sono-violenza-sublimata dinnanzi a sconosciuti Qualcuno che spiegano a Qualcunaltro come diventare conosciuti; mi commuovo con il sogno di Tizio di aprire una casa editrice che risolverà tutti questi mali e con qualche frase, scappata per sbaglio, letta in un racconto che edito e proofreado per fare favori.
E, in tutto questo, dopo tutto questo, era ora di tornare a me. All’altra me. Non l’accademica trapiantata tra romantici scribacchini che sprona al cinismo e a considerare i fattori economico-legali. No, l’altra. Quella che ha creato Horton. Quella che ha il nulla dentro, e proprio perché ha il nulla dentro teme poche cose. Di non ricevere approvazione? Di non essere apprezzata? Di non essere all’altezza? Il mio Super-Io allena individui così costantemente massacrati interiormente che il resto diventa… Vanità (ciao, vecchio Leitmotivnon mi mancavi).
Devo muovere il culo, dice il mio Super-Io, perché rileggendo quel che avevo scritto su Horton ho scoperto con raccapriccio che mi sono persa qualcosa per strada. Cosa, non lo so. Ma era qualcosa di prezioso.

Ho scritto, qualche giorno fa, che mi sono rinchiusa a lungo (so che il tempo è relativo, ma fatemi drammatizzare il momento) in un esilio volontario, da cui sto uscendo da poco.
Non che io ne sia del tutto convinta, di questo uscirne.
Capisco i vizi degli accademici, comodi comodi nel loro ambiente addestrato a ragionare con rigore – addio a polemiche, addio a ripicche volgari, addio al doversi lanciare in un’arena composta di ogni specie, dall’illuminato al fomentatore seriale. L’ambiente accademico offre una maschera simile, soprattutto nella funzione, a Horton.
Non che io ne sia del tutto convinta, di questo uscirne, ma mi serve, e c’è un grosso grosso problema con cui dovrò avere a che fare, per quanto io posticipi e posticipi.
Esiliarmi significava poter tacere. Ascoltare gli altri – in bene e in male – e liquidare tutti con una cortesia mutuata dagli ideali democratici peggiormente abusati: ognuno ha diritto di pensare quel che vuole (“Ma davvero?”). Crederci, anche, un po’. Non credere al fatto che ognuno abbia il diritto di pensare quel che vuole – non è forse scontato? Credere che sarebbe stata una buona soluzione per evitare stress, attriti, lotte inutili, di quelle che ti rimangono attaccate ai polpacci e non si staccano, non si staccano neanche quando le stacchi, perché per un po’ i loro minuscoli dentini ti prudono dentro.
(Il mio Super-Io è un Übermensch, e da tale ha una pessima opinione della guerriglia. Ognuno a modo suo, giusto?)
Uscire da quel beato distacco significa tornare nel mondo – quello vasto, fatto di accademici che odiano populisti e di populisti che odiano accademici.
Tornare nel mondo, per la sottoscritta, significa crescere in grembo una Lokasenna.

Lokasenna è una delle tag di questo blog.
Non smetterò di prendere per il culo la vostra, che è anche la mia, pigrizia, creature, e quindi vi dirò che:
Lokasenna significa “invettiva di Loki” ed è il momento in cui Loki – non quello dai capelli corvini su cui sbavate, in bene o in male, ma il fulvo mitologico (ci credereste, poi, che uno dei motivi maggiori per non smetto di essere rossa è proprio lui? Ma comunque…) – il momento in cui Loki, dicevo, si presenta a cena dagli Asi e fa il cinico (alla Diogene) della situazione, tirando fuori dall’armadio tutti gli scheletri accumulatisi di mito in mito.
Ad esempio:

Passare le giornate ad aggiornarmi sul mondo dell’editoria, della sotto- e medio- e cripto- editoria italiana, significa leggere il racconto di una persona (che chiameremo X per meri motivi legali) che scrive bene – non “bene” nel senso di “coinvolgente, innovativo, bla bla”, ma “bene” nel senso di “padroneggia la lingua italiana, specialmente nelle varianti che usa” – e leggere poi la seguente critica a lei portata (dovutamente rielaborata):
In italiano i nomi propri al femminile non vengono preceduti da articolo.
Sappiamo tutti che Eco non si sarebbe abbassato a tal punto. E non perché, creaturine giustamente incazzate come iene con la torre d’avorio, certi scritturucoli autoreferenziali pensano di potersene fregare delle basi dell’italiano. Esistono, tali “scrittorucoli”, eccome, ma non è questo il caso.
Eco non glielo avrebbe corretto perché avrebbe avuto gli strumenti – come altri – per riconoscere una prosa da 7 (numero a caso, relativo, non assoluto), e quello è un errore da 2. E avrebbe pensato, il nostro Eco (scusa, Eco, se abuso di te), che solo una persona affetta da doppia personalità avrebbe potuto commettere quell’errore da principiante in una prosa da esperto. Escludendo la malattia mentale, rimane una prosista da 7 che decide di usare un regionalismo per dare colore alla narrazione.
Difficile, eh?
(Taci, sarcasmo.)

Mi sfogo con S parlando di questi piccoli aneddoti – sono piccoli e non cambieranno il mondo, anzi, con l’ottimismo che contraddistingue Horton direi che lo preserveranno benissimo da cambiamenti – che chiamo (un’altra maschera?) “guerre delle pulci”.
Vuoi staccartele addosso prima che gli affilati dentini ti si conficchino nel polpaccio, ma vuoi rimanere nell’arena.
Come fare?
Ciao, Lokasenna.
Non che sia una scelta, chiariamoci.
Semplicemente, mi cresce dentro finché non è grande e grossa abbastanza da dirmi:
Allora, qui dobbiamo tagliare due etti di carne – preferisci dal fianco o dalla chiappa?
Sto zitta e rinuncio a Horton, o rischio di rompere il cazzo a qualcuno?
La Marvel mi ha fatto un favore, in questi anni: sapete come risponderebbe Loki.

E’ opportunismo, il mio, davvero.
Ho capito che per ritrovare Horton devo ritrovare una parte di me stessa, una parte che si è zittita più o meno quando ho smesso di aggiornare con costanza questo blog – blog che, mi ricordo, è nato come “diario pietista”: un modo per affrontare davanti a Dio (o, in un’ottica più immanente: io e voi, noi tutti) la propria coscienza.
Pesa, bilancia. Pesa.

Alla ricerca del tempo investito

Una volta aggiornavo questo blog a ogni virata di umore, offrendo ai viventi e ai posteri – mi dico a posteriori – un servizio abbastanza utile nella sua rarità: un aggiornamento costante della Weltanschauung di una individua che si sforza di non mentire, e quindi di offrire sempre la propria verità, e lo fa in diretta.
Poi ho smesso.
Non saprei dirvi il perché, in primis perché sicuramente ce ne sono più di quanti io possa considerare lucidamente.
Mi dico che mi sono fatta borghese, ma è una scusa: dicendolo, mi evito di riflettere sui motivi reali, scaricando tutto a questa spiegazione comprensibile ai più, e che soprattutto non necessita di essere compresa per comunicare qualcosa.
Ci sono troppe cose, qui dentro, e al contempo ne ho rimosse troppe per unirle in un tutt’uno omnicomprensivo.
Vi ho mai detto che soffro della tendenza di rimuovere il prima possibile gli eccessi di emozione che provo? L., ad esempio, fuori da una discoteca inglese, e fare discorsi su me e lui, e volerlo abbracciare e baciare e tenere stretto per anni, pur sapendo che ho solo pochi giorni a disposizione.
Quanto inutile dolore.
Quanta inutile frustrazione.
Per questo il mio cervello rimuove, suppongo.
Al contempo, però, mantiene dei souvenir. Quella sensazione, assieme alla pacata tristezza che si prova passeggiando nei dintorni di Kiel con la colonna sonora di Shutter Island nelle orecchie, che si accosta alla totalmente opposta esperienza di una cena nel tramonto romano, ospite in una villa, con le rondini che creano archi sulla piscina scoperta.
Qualsiasi cosa io dica, diventi, che nessuno dica in mio nome che ho spronato alla moderazione. Tutt’altro, per favore: ascolto la soundtrack di un film che non conosco, ma la conosco perché una donna che ho amato vi ha inciso sopra parole di libertà. Che non vogliate nulla di meno: non come rondini che al tramonto si abbeverano da una piscina in cui avete riso per ore, ma esattamente quella sensazione – nulla di più e nulla di meno – nessun artificio per i posteri, nessun accontentarsi.
Il premio?
Che, quando “ci si ricorda chi si è”, il ricordo è più vivo ed esaltante, e prepara a più grandi imprese.

Memento?

Penso alla superficialità e all’unicità.
Penso a come, in mezzo alla folla, io riconosca una persona grazie alla sua andatura. Così poco e così tanto.

Ho questo blog dal 2006. Per fortuna, per la maggior parte del tempo tendo a ignorare questo dato, non permettendogli di tramutarsi in consapevolezza.
Non che io sappia, poi, perché dovrebbe terrorizzarmi.

Spulciando trovo cose come:
Con te è come giocare a freccette e parlare di filosofia nel frattempo.
Lo disse R, eoni fa – R che chissà dov’è finita, quella creatura che tanto mi ha fatto mettere in discussione e forse non l’hai mai saputo.
Chissà che intendeva, poi.
Però la frase è tutt’ora… toccante.

Forse mi terrorizza perché ci vedo l’infinito. Il motivo è semplice: ho pochissima memoria, deleto in fretta, non potrei mai contenere contemporaneamente a livello cosciente i ricordi collegati a tutto quello che in questo blog ho scritto.
Questo blog è più grande di me.
Questo blog sa più di me.


Lezione di letteratura inglese. Donne si sta rivoltando nella tomba, suppongo. Gratta con le unghie la bara chiedendo gli sia dato un rapier per infilzare la docente.
Che ha chiesto un volontario per una mock-interrogazione pre-esami da farsi in aula per mostrare a tutti un esempio di esame. Avete visto frotte di volontari? Mentre ne stava parlando stavo chattando con lo pseudo-crucco. A fine lezione andrò a dirle che, se vuole, se non c’è nessun altro, se serve, se… (Dove sono le mie ali e la mia aureola?) Non so neanche se avrò il tempo di studiare, invero, ma non puoi conoscere i tuoi limiti finché non li provi. Mal che vada ci sbatti contro, no? Ok, la presenza di 200 persone come pubblico mi spronerà a non schiantarmi deliberatamente.


Non che io cambi sostanzialmente. Non che, quindi, io debba temere di scoprire cose di me che avrei preferito rimuovere. Sono le sfumature, forse, che ho dovutamente appiattito – e ci sarà pure qualche ragione, anche se non la conosco.
Mi inquieta, forse, questo: questo continuo inesorabile mutare e l’essere destinati, comunque, a riconoscersi.


Che devo ancora contattare una tizia da cui se voglio posso fermarmi a dormire, le farebbe tanto piacere vedermi.
… Vaffanculo, Serena, muovi il culo e rispondile.
[…]
… Ok, fatto.


Anche voi guardate a ciò che siete stati con un certo, più o meno imbarazzato, affetto?
(Nessun imbarazzo, in questo caso: sono rimasta esattamente uguale a come ero in quel momento di anni fa.)

Sono un po’ malinconica, stasera.
Chiacchierando con I ho risollevato un trauma infantile – il trauma infantile, direi, quello che tutti devono avere per essere normali. Mi sono ricordata non tanto dell’occasione in cui decisi di sacrificare il mio orsacchiotto di peluche rosa che fungeva da commilitone per salvare quella troia della Bebi Mia (avete presente quelle atroci situazioni in cui ti viene chiesto di scegliere tra la gamba destra e quella sinistra?), ma di come mi sentii allora. Del dolore atroce, ma soprattutto dell’impotenza. Beh, è un trauma infantile, no? Mi colpisce, al presente, il pensare che non riesco a prescindere dal ricordo di quella sensazione, ossia: che se rievoco il ricordo, ritorna anche la sensazione. E’, ovviamente, destabilizzante – e chissà in quale modo ha agito sul mio carattere, sulle mie aspettative, sui miei timori. E’ di un’irrazionalità così pura che mi fermo a contemplarmi. Finita la contemplazione, rimane l’amarezza che lo scorgere un’ineluttabilità ti lascia in bocca.


Se smetti di camminare mentre sei su un treno continui a muoverti, cogliona.


Sto abbandonando delle cose, per questo sento quest’esigenza di mettere ordine. Cose piccole, stronzate, ma comunque numeri che formano un totale.
Ho manie di perfezionismo, dunque?
Sono una di quelle persone che devono avere tutto sotto controllo?

Si.
Tranne sé stessa.


“Descritta da te, quasiasi vita potrebbe sembrare orrenda o bellissima.”
Grazie, Hyo.


“Tutto ciò è troppo complicato per me, abbi pazienza.”
“… Prussiani protestanti zappaterra.”
“Cattolici convoluti e capziosi.”


Ecco, come dire… A volte capita che l’essere apprezzati causi fastidio. E non per un inspiegabile motivo, no, ma semplicemente perché quell’apprezzamento superficiale e pur sempre gradito non ti dà null’altro che se stesso.


«Non capisco perché ci teniate a tenermi qui. Non si sveglierà? Bene, non ci perde niente nessuno. Si sveglierà? Nel frattempo si è sentita meno sola.»
«Dobbiamo tutelare i nostri pazienti, Schneider. È un mondo cattivo.»
«Tanto non mi sente.»
«C’è gente a cui piace scoparsi gente in coma.»
«… È un mondo cattivo.»
«Quanti anni ha la ragazzina che viene a trovarti?»
«Abbastanza.»
«Lei lo sa che ci sono telecamere in ogni stanza?»
«Tanto ormai cosa cambia?»


Buonanotte, creature.

Lokasenna e grecismi che non saturano.

C’è, da qualche parte in soffitta, una vecchia moneta un cui lato rappresenta delle caravelle.
La rappresentazione è in qualche modo erronea – un “refuso” artistico, le vele che non seguono la direzione del vento, una contraddizione di questo genere. Non ricordo. So che tale difetto è del genere che impreziosisce un pezzo da collezione.
La moneta mi venne regalata anni fa, quando mi diplomai, da una donna che in giro per Internet – e non solo – viene riconosciuta come “L’istitutrice”, o “L’insegnante”, o qualsiasi altro modo di riconoscere a una persona una posizione di preminenza a livello d’intelletto e d’esperienza di vita. Lo era, lo era con tutta se stessa, perlomeno per come presentava se stessa: un’intellettuale impegnata, confinata in una piccola e gretta cittadina di provincia, che porta avanti il proprio amore per il sapere – e per il far sapere – con gli studenti che si ritrova.
Era, in effetti, quel genere di persona che una certa categoria di persone – la me di allora inclusa – ama riconoscere come insegnante e riferimento. Credo vi sia una nostalgica, idealista, fetta di persone che mitizzano il ruolo dell’anziano – non l’anziano in quanto “essere umano dai tanti anni”, ma come figura spirituale: di guida che è tale perché offre la propria esperienza, perché dedica se stessa alle future generazioni, cercando di far sbocciare fiori anche nei campi più aridi – come quello di una cittadina di provincia.
Non era una mia insegnante, né l’ho conosciuta come insegnante: l’ho conosciuta come madre della prima ragazza che frequentavo seriamente (ossia: di cuore e intelletto), con tutti gli annessi di tale condizione. Il fatto che mi scopassi sua figlia mi portava, per motivi intuibili anche se non condivisibili (io stessa non li condivido), a rimanere chiusa anziché aprirmi a lei, come forse altrimenti avrei fatto. Come ho fatto, in altre situazioni e con altri “mentori”, nei limiti del possibile (del mio e dell’altrui “possibile”).
Leggendo, ora, elogi alla sua persona, mi torna in mente l’amata Lokasenna. Leggo e riconosco, nelle definizioni con cui viene ricostruita, quel che incontrai allora, seppur non vivendola così.
Il problema è, come accade spesso, la Lokasenna.
Ho conosciuto poco quella donna, per poi ricontattarla – dopo aver smesso di frequentare sua figlia per motivi che allora non mi erano ben chiari – perché come persona mi piaceva. Difficile non apprezzare, se si è speculativi come me, una tale interlocutrice.
Non so quante volte, allora, l’ho incontrata. Due? Tre? Poche. Poche volte, prima di scoprire che perlomeno per una piccola fetta – quella fetta che può essere minuscola o enorme, e si chiama “l’influenza dei genitori e la loro autorità morale e via discorrendo” – lei aveva compartecipato alla rottura tra me e sua figlia.
Non l’ho scoperto da lei, e ciò mi ha ferito. Non mi ha ferito come una stilettata a tradimento da parte di una persona in cui riponi fiducia – non riponevo, in lei, quella fiducia né quell’abbandono che ho visto in diversi suoi “allievi”, ma semplicemente la apprezzavo e stimavo. Mi ha ferito concettualmente, se così si può dire. Mi ha ferito il realizzare che una persona tanto stimata, tanto sacra e importante per tante persone, potesse essere semplicemente umanamente… Laida? Meschina? Dovrei fermarmi a fare un elenco di parole possibili e consultare il dizionario etimologico per appurarne la precisione. Lei lo avrebbe apprezzato, immagino. Come si definisce una persona che agisce alle spalle altrui per giungere alla propria meta, anziché parlare direttamente con il problema, ossia me?
Non ho amato la sensazione, e, forse per sentirmi diversa da tale impressione, ho calcato la mano sul mio essere diretta. L’ho, ossia, contattata nuovamente per parlarle proprio di ciò, faccia a faccia, contando sul fatto che non avrebbe potuto negarmi un po’ di onestà, intellettuale o meno, se palesemente richiesta.
Così, è giunta la seconda ferita. Sicuramente chiunque avesse assistito alla scena avrebbe pensato che quella ferita era lei – l’Istitutrice, l’Insegnante, la Mentore che dopo aver cercato di spiegarmi con passaggi razionali un’irrazionalità, è scoppiata in lacrime dicendomi che non poteva sopportare il pensiero di una figlia lesbica. Perché quelle lacrime mi hanno ferito? Perché ho smesso di capire che ruolo avessi. Che ruolo hai, diciottenne, se l’Istitutrice in lacrime ti implora di non frequentare sua figlia?
Amo la Lokasenna perché mostra un’umanità a cui raramente si lascia spazio nei resoconti epici. La Lokasenna, “Invettiva di Loki”, è quel momento in cui Loki rivela di sapere un piccolo sporco segretuccio di ogni divinità presente al banchetto – i famosi “scheletri nell’armadio” – dimostrando così che nessuno, neanche gli Dei, sono creature intangibili. Che tutti siamo mortificabili.
Non ho un resoconto dettagliato di cosa accadde dopo quel giorno. Sapevo che la figlia dell’Insegnante frequentava un individuo capace di essere violento, e che l’Insegnante acconsentiva – e mi sono chiesta se un individuo capace di essere violento, e che lo fu, fosse comunque meglio di una donna. Cosa fa più male? Il violento o la donna? A chi fa più male la donna, alla madre o alla figlia?
L’esperienza mi ha segnato. L’Insegnante stessa mi è rimasta e mi rimarrà in mente a lungo, come individua particolarmente unica, nel bene e nel male. L’ho sognata diverse volte e molto probabilmente la sognerò ancora.
Nel frattempo, tempo fa, l’Insegnante è morta – morta male, come si suol dire, lentamente, con dolore e (suppongo) umiliazione – passando così nell’empireo dei santi. Leggo i coccodrilli che le sono stati dedicati, e sorrido ricordandola. Mi commuovo, anche. La ricostruisco e mi spiace – come sempre mi spiaccio quando qualcuno di raro e capace di diffondere rari concetti muore, ci priva di sé, e per queste rare persone veramente mi sento in lutto.
Rimane un però, che non va a tangere i bei ricordi di lei. Non credo di averla mai saputa odiare. Scoppiandomi a piangere in faccia e supplicandomi mi ha impedito di farlo, credo, lasciandomi a un destino più ambiguo. E’ come se la sua colpa nei miei confronti non fosse stata quella di cercare di scalciarmi via di nascosto, ma bensì quella di essere una vittima. Se di qualcosa l’ho colpevolizzata – ma non ricordo, sinceramente – è stato di essere, anche lei, vittima di se stessa. L’Istitutrice, l’Insegnante, la Mentore, che si sottomette a un proprio impulso irrazionale (era troppo onesta intellettualmente per cercare di rivendermi la sua omofobia come logica o giusta – ci ha tentato, brevemente, pietosamente, e poi ha ceduto), come tutti gli altri, uno strano e inaspettato modo di imparare la mortificabilità dell’essere umano.
Da allora, e per un bel po’ di tempo, ho usato sovente il termine “mortificabile”. Mi piaceva e piace l’accoppiamento tra il suo significato nell’uso comune e la sua etimologia – questo accostamento tra umiliazione e morte, un lento e sottile ridurre la persona, accostarla alla morte, privarla del sé a cui vorrebbe attenersi.
L’Insegnante è stata anche la donna, la prima e l’ultima, che mi disse che soffrivo di un complesso di Edipo al contrario. Non conoscevo Freud, allora, e forse l’Insegnante mi ha aiutato a tollerarlo poco. A posteriori, ho scoperto che da donna a cui piacciono le donne, dovrei provenire da un tentativo, nell’infanzia, di proteggere la Madre dal Padre. Se fossi eterosessuale, da piccola avrei semplicemente amato il Padre. Da bisessuale, di conseguenza, soffrirei della sindrome di Stoccolma. Da pansessuale… Boh?
L’Insegnante è stata la donna, la prima e l’ultima, a soprannonimarmi “Fantaghirò” – e credo avesse ragione, in buona parte: amavo (e amo) le armature scintillanti e le bestiacce inselvatichite.
L’Insegnante è stata colei che mi ha donato quella moneta con caravelle difettate augurandomi un “Buon viaggio”. Non so che pensasse in quel momento – se mi odiasse già come possibilità nella vita della figlia, se non temesse ancora questa opzione, se facesse convivere in sé il timore e l’apprezzamento – ma percepii affetto. Percepii un sincero augurio. Forse mi stava augurando di levarmi dal cazzo, ma se pur così è, lo fece con affetto. Con commozione, perlomeno.
Amo la Lokasenna perché è sfogante.
Probabilmente tale mio amore proviene da un trauma infantile legato a Babbo Natale. Ricordo che, un giorno – un giorno in cui già non credevo a Babbo Natale e non so perché, perché non ricordo di averci mai creduto (a posteriori ricordo di avervi riflettuto e averlo trovato inverosimile fin dall’inizio, ma forse a posteriori ci si abbelliscono i ricordi) – litigai con i miei compagni alla scuola materna, litigai perché affermavo che Babbo Natale non esistevano e loro dicevano il contrario. Quel giorno la maestra fece un gesto che, sempre a posteriori, mi fa pensare che avrei dovuto augurarle ogni male, o perlomeno di essere licenziata: mi prese da parte e mi disse che Babbo Natale non esisteva, che io avevo ragione, ma dovevo mentire e fingere che esistesse. La Lokasenna, in quel momento, sarebbe stata un urlare in piazza che Babbo Natale non esiste, urlarlo finché le maestre non ti prendono definitivamente da parte e non ti chiudono in qualche stanza dicendo agli altri che sei pazza – che è quello che succede a Loki, più o meno. Ma c’è una piccola, sottile, fondamentale differenza.
Dire che Babbo Natale non esiste, perlomeno nella nostra società, significa sostituire una verità con un’altra. Significa sostituire in toto “Babbo Natale esiste” con un “Babbo Natale non esiste”.
La Lokasenna è più tragica. Gli scheletri nell’armadio che Loki svela non annullano tutto ciò che gli Dei sono – non annullano la loro interezza, semplicemente la incrinano. La rendono sfaccettata. Aggiungono alla rappresentazione che gli Dei fanno e vogliono fare di sé un elemento fastidiosissimo, imbarazzante, esorcizzante in senso negativo: li sfatano. Loki è odiato perché grazie a lui avviene questa disillusione – come dare la colpa a qualcuno di aver scostato il velo che celava un mostro anziché darla al mostro. (Oppure, terra-terra, provate a sottolineare il difetto che qualcuno ha e vedrete che odierà voi e non se stesso.) La Lokasenna è odiosa perché ferisce a morte inibendo al contempo il martirio: bisogna essere puri e intoccati per divenire martiri o santi.
Mi domando, ogni tanto, quanto in tal senso l’Insegnante abbia funto da agnello sacrificale per permettermi di procedere sulla via della disillusione. Ci sono state persone che ho stimato a morte, e che stimo a morte, ma non riesco a credere nel Mentore – come non riesco a credere nel Genitore o in Babbo Natale. Sono felice di non credere nel Mentore, nel Genitore e in Babbo Natale, e non perché non crederci mi rende una progredita ed evoluta creatura razionale (odiose frasi fatte), ma semplicemente perché non credere in un ruolo mi costringe a guardare l’umano.
Amo l’immanenza norrena.
Immagino che l’Insegnante avrebbe preferito i più fini, variegati e complessi classici greci e latini.
Amo l’immanenza norrena, e immagino che la mia adorata Maletta – la cosa più vicina a una mentore che io abbia avuto, e che di sicuro mi ha salvato un pezzo d’anima – non apprezzerebbe il modo nietzschiano in cui l’amo, preferendo la memoria di quei Padri propri della cultura ebraica che ancora devo approfondire.
Amo, dell’immanenza norrena, la sua ammessa a priori fallibilità. La mortificabilità di ogni Dio, nel momento in cui il Dio si fa antropomorfo. Quella fatalità che nulla toglie alla vita quotidiana, che non rende tragica la vita dell’eroe come capita ai greci – e così, pur educata ad apprezzare esteticamente il tragico e a crogiolarmi in esso, mi trovo a prendere a prestito certi lirismi propri della cultura greca. Il Mentore si fa involucro, affascinante come un cliché in un porno. Ho voluto crederci, l’ho voluto moltissimo – l’ho voluto nel modo in cui si ama l’amore.
Non so quindi, a questo punto, se dovrei ringraziare la mortificabile Insegnante.
(Sottotitolo di tutto ciò: Immedesimazione nel passaggio da Neoclassicismo a Romanticismo tedeschi.)

Suggerimenti?

Chissà se la mia latitanza corrisponde a un cambio di paradigma.
(Chissà se imparerò mai a trovare interessanti incipit che non richiedano conoscenze pregresse o una googlata veloce per essere compresi.)
Il fatto è che ho poco da dire.
Davvero.
Non che mesi fa avessi molto più da dire. Lamentele, perlopiù, ossia critiche – “lamentela” e “critica” come due facce della stessa medaglia.
Avevo già allora una certa intolleranza per il mio approccio aggressivo a qualsiasi cosa il mio cervello si trovasse a masticare una volta aperta questa pagina. Ora ciò deve essersi acuito, e quindi ne è conseguito il silenzio.
Come teoria regge?
Diciamo che ripetervi che dopotutto vi tollero, e utilizzare infiniti caratteri spazi inclusi per convincermi di ciò, alla lunga diventa noioso e degradante.
Che novità ho?
Assisto a un lento affievolirsi del mio essere sociale, ossia a un fenomeno che avevo predetto più di un anno e mezzo fa. Fissare negli occhi una propria profezia ammuffita incastra nel loop del domandarsi se non fosse una self-fulfilling prophecy.
Sto cercando di prendere le cose superficialmente.
Il problema è che ho il timore di prendere quelle sbagliate.
Il problema è che non ricordo più quali fossero le altre.
Non è un intervento nichilista, il mio: sto invero cercando di fare il contrario. Se poi fallisco, posso narrare il mio fallimento tentanto ottimismo e fallendo di nuovo.
Leggo, studio, porto avanti routines ininfluenti.
In fondo, in quanto a ritmo, e guardandola retrospettivamente, ho una vita normale. Per giungere a ciò l’ho ridotta a un soggiorno minimalista, ma non formalizziamoci.
Tornando alle cause del mio silenzio, arrovelliamoci su queste.
Arrovelliamoci su ciò che mi ha fatto passare la voglia di comunicare, dato che i tentativi di comunicare superficialmente falliscono puntualmente. Una breve rassegna delle mie ultime occasioni sociali mi fa realizzare che mi sono già arresa all’essere l’ipercritica radical-chic di turno, così arresa da dirmi che ogni tot posso ricomparire in scena per dare al mondo ciò – ogni tot va bene, con moderazione.
Se è vero che ci attiriamo le cose, dovrei domandarmi perché ultimamente mi attiro fatalismi. Sarà l’età. E intendo: sarà il fatto che nel frattempo sono passati anni, e non solo per me, e così mi ritrovo conoscenze – anzi, “occasioni sociali” – che cercano di ribadirmi l’inevitabile cambiamento che avviene verso la mia età. Un qualcosa che dovrebbe rendermi più pacata, abbattere il mio approccio e le mie critiche, moderarmi e normalizzarmi.
Eoni fa, su questo blog, più lontana dalla mia attuale età, mi dilungai con fervore criticando coloro che relegavano certe posizioni e certe azioni all’età dell’adolescenza. Ora mi manca il fervore, credo, e questo potrebbe dare ragione a chi auspica a una mia pacatezza.
Odio le medaglie che hanno due facce.
Odio il pensare che la mia rabbia per tali fatalismi possa essere riletta come la rabbia che si proietta su chi ci dice verità sgradite.
Suvvia… verità?
Più taccio e cesso le comunicazioni, più le mie posizioni interiori si fanno salde. Deve essere il normale decorrere dell’alienazione. O forse no, forse semplicemente sono così e non cambio, perlomeno non in nome dello scattare di un compleanno.
Chissà.
Ho discusso, brevemente ma spesso, sul segno degli anni che passano. Sulle mie guance che s’incavano, sul corpo che si assottiglia, su simili segni. Ho discusso controbattendo consigli di make-up atti a far tornare tondo un volto che ho sempre voluto scavato, controbattendo dritte su come mettere su chili per farmi rispuntare tette che ho sempre voluto come la seconda che porto, e via discorrendo. Ho cercato, invano, di spiegare alla madre di VB che io mi piaccio esattamente quando mi guardo al mattino allo specchio, con gli occhi a mezz’asta e i capelli in aria. Lei mi correggeva, indulgente, dicendo che anche lei si accettava. Io ripetevo inutilmente che mi piaccio proprio.
È difficile spiegare cosa significhi appartenere a un diverso paradigma estetico, perché in primis bisogna spiegare cosa diavolo sia un paradigma, ossia chiedere a una persona di uscire per un attimo dal proprio.
Ho cercato di spiegare molte altre cose ad altri miei interlocutori, e prendete la parola “spiegare” privandola delle proprie connotazioni legate al mondo dell’insegnamento: non si tratta di spiegare verità profonde, ma semplicemente una realtà diversa – la mia.
E mi sono stufata, e così ora cerco un approccio diverso.
Suggerimenti?

Fra poco è Natale, il periodo dell’anno in cui Horton esce dall’armadio.

Qualche giorno fa ho ripescato in una discussione uno stralcio di articolo che lessi chissà dove. L’articolo parlava dei sommovimenti conseguenti all’attuale crisi. L’articolo criticava chi critica i critici che portano critiche ma non soluzioni. Se la frase appena letta vi risulta contorta lamentatevi con la realtà, non con me. Comunque. L’articolo tirava in causa i movimenti sociali delle donne e degli schiavi, focalizzando la fase in cui la ribellione sociale si oppone al regime senza offrire un’alternativa solida. L’articolo diceva che chiedere a una persona in una condizione disagiante di non criticarla solo perché non ha al momento soluzioni solide da portare è come chiedere a uno schiavo di non ribellarsi a meno che non abbia un’alternativa al sistema del colonialismo – non è vero, quest’ultimo paragone è mio.
Mi sto aggrappando ai ricordi di quest’articolo. Ho molte critiche e qualche soluzione. Il sistema del matrimonio non funziona e lo critico e non ho un’alternativa da offrire che sia attuabile nell’arco di una generazione. Gli esseri umani non funzionano così. Forse in tre generazioni il matrimonio sarà rimpiazzato da qualcos’altro – legami amicali anziché famigliari alla base della costruzione di una vita condivisa, un ritorno alla comune, un ritorno alla sippe, solitudine sfrenata, whatever. Che ne so? So che il matrimonio non funziona, e lo dice il tasso di divorzi, e così critico il matrimonio. Ho i miei alti ideali, applicabili forse nell’arco di otto generazioni, e nessuna soluzione che qualsiasi dummy potrebbe applicare in tempo zero senza lamentele da parte della popolazione. Non ne ho. Voi sì?
Suggerimenti?

Trovo assurdo che si pretenda da un essere umano che questi trovi “la propria posizione nel mondo”. Il singolo umano non ha scelto di entrare in questo mondo. È come sbattere una persona in una discoteca hip-hop per poi chiederle di trovare il proprio modo di ballare. E se a questa persona piacesse il country?
E pensare che il mondo – piccolo o grande – in cui si nasce non sia l’unico mondo possibile?

Tendenzialmente le persone sembrano capire il mio mondo solo nel momento in cui le ferisco. Ho dovuto riflettere spesso su ciò. Ho dovuto perché le migliori descrizioni, rivelanti, della sottoscritta mi sono state date da persone che avevo, perlopiù inconsapevolmente, appena ferito. Come non domandarsi il perché? Forse che una tale rottura faccia decadere le accortezze e le cortesie, squisite ipocrisie, di un rapporto personale, permettendo alla persona di dare voce a ciò che già pensava? O forse la persona lo realizza in quel momento, può realizzare in quel momento una maggiore interezza del mio essere, dato che in quel momento non ha nulla da perdere? Perché? Cosa porta a ciò? È un momento di rara lucidità donata dal dolore? O la caduta di un silenzio mantenuto dalle proprie aspettative? Diventerò come i despoti paranoici da operetta che vessano le persone che hanno attorno finché queste non dicono loro, finalmente, che sono dei despoti paranoici? Oh no, amo quando le persone mi riconoscono certe qualità positive. Ho amato l’ultima e-mail di N, in cui mi faceva sapere che un suo recente cambiamento in positivo era stato coadiuvato dalla sottoscritta. Amo che mi si chiami “creaturina di luce”. Ho smesso le velleità da cattivo da operetta, preferisco gli angeli del Vecchio Testamento.
Odio quando una persona, ormai scossa dai miei attacchi, piega le labbra in una smorfia indecisa per rivelarmi che anche io ho i miei bei difetti, per poi elencarmeli con quel tono di finta accortezza proprio di chi ha tenuto in sé a lungo opinioni inespresse, o espresse con troppo tatto. Lo odio perché avrei voluto la sua gradevole o sgradevole sincerità fin da subito, perché i difetti elencati – che dovrebbero offendermi – non mi offendono, se non nella misura in cui sono rivelatori di un giudizio tenuto per sé – una specie di stiletto tenuto nello stivale, sottile, che bisogna saper impugnare bene per giungere al cuore prima di essere disarmati. Odio, insomma, la vendetta dell’oppresso represso, la odio considerando che non emano leggi e qualsiasi cosa io possa fare non potrà mai togliere al prossimo la libertà d’espressione.
Odio troppe cose, in fondo.
Sempre critica, eh.
Odio anche chi usa il termine “polemico” esclusivamente nella sua accezione negativa e superficializzante, non distinguendo tra critica ragionata e il belare lamentele.
Insomma, creature, non potete lamentarvi del mio essere una speculatrice intellettualoide per poi liquidarmi dicendo che belo mere lamentele non sorrette da imponenti costruzioni logiche. Coerenza, che cazzo.

Case Dei Lupi & altri miti.

Sul tavolo: il laptop, il netbook, sigaretta accesa in posacenere moderatamente colmo, tazza vuota e una storia economica del Sud Africa.
Questi sono i giorni del revival dell’economia.
Inciampo in Lewis, di nuovo – un suo articolo del 1954, quindi virtualmente introvabile – a meno che io non vada a Manchester.
Barerò, come al solito.
Lo leggerò non dalla fonte diretta e lo citerò trasversalmente.
Barerò, come al solito.

La Casa Dei Lupi è quel genere di casa che immaginate quando leggete di uno scrittore rifugiatosi in una baita isolata dal mondo per poter, finalmente, lavorare al proprio romanzo (che è Il Romanzo, ovviamente).
Le mure secentesche la isolano, creando un fresco microclima interno. Ho posto il tavolo dinnanzi alla finestra, che dà su quello che credo sia un convento – beh, ci sono dentro suore, sarà un convento o qualcosa del genere. Di luce ne entra poca – queste vecchie case, piccole fortezze dagli atrii buii.
Il gusto borghese-revivalista della Manman di VB, in accoppiata con quello borghese-artistoide del suo compagno, ha arredato questo buco accogliente con vecchi mobili – vecchia la dispensa, e le vetrinette, lo scrittoio richiudibile e il pianoforte scordato. I quadri, invece, sempre a causa del gusto borghese-revivalista, fingono di essere vecchi, fingono di essere pittori fiamminghi con il gusto per il dettaglio, oppure si fingono dipinti da contemplanti vecchi sul mare, e ancora riproducono l’idea generalizzata di un’arte contemporanea.
Il tutto è benedetto da una maschera dipinta, il volto è stupendo nel suo sembrare vivo, in procinto di socchiudere gli occhi e fissarti – inesorabilmente rovinata da un copricapo su cui è stato dipinto Conan il barbaro (sì, avete letto bene), e pure male.
Ho discusso a lungo con Manman e con VB di tale gusto borghese, declinato in senso revivalista o artistoide. Il mio problema risiede nella mia formazione artistica, che della natura morta gigante appesa alle mie spalle mi fa notare subito i difetti. Non tanto l’ingenuità nell’uso dei colori, quanto quella dell’intento. Quella mastodontica tela avrebbe voluto essere un decorativo quadro pseudo-fiammingo, con chiaroscuri forti e riflessi umidi – come Manman probabilmente vorrebbe una casa opulenta come nell’infanzia non l’ha avuta, ed è fondamentalmente questo il riassunto del gusto borghese: un’opulenza emulata. O un raffinato gusto emulato. O qualcosa che non hai avuto e non avrai mai proprio perché lo emuli.

La campana rintocca le undici e mezza del mattino e io lancio l’ennesima, vaga occhiata all’accumulo di fotocopie e libri.
Lo scrittore sull’eremo che si dedica a Il Romanzo a questo punto andrebbe a farsi una passeggiata per i dintorni – e ce n’è di spazio per passeggiare, dato che il paese è circondato da decine di chilometri di nulla – ma io non ho mai imparato a usare una passeggiata per rilassarmi.
Mi manca, un po’ – come mi mancano in generale tecniche per rilassarmi.
(Infatti sto bevendo della Redbull.)

Manman disse a VB di chiedermi che avrei preferito circa la lavatrice che dovevano comprare per la Casa Dei Lupi, prima sprovvistane. Alzai un sopracciglio, capendo solo vagamente che tale interesse era il riflesso della simpatia che Manman nutre nei miei confronti. Non posso quantificarla, non avendo riferimenti, ma posso compiacermene.
Mi compiaccio soprattutto della benedizione del padre, di VB, che è una di quelle figure che potrebbe essere chiamata “Il Padre”, con gioia di Freud. Il classico Padre da stereotipo, ossia quello con cui hai un rapporto conflittuale, a cui vuoi bene perché è tuo padre ma che di fondo è uno stronzo. Una cosa così.
Ovviamente, essendo io ciò che sono, ho sempre simpatizzato per il Padre. Dietro a ogni cattivo da operetta c’è un incompreso – e, giustificazioni altisonanti a parte, il Padre ha un carattere viziato e ozioso e vittimista che non mi è del tutto sconosciuto, anzi.
Vivo da anni in un mondo estremamente sadomaso, ossia diviso in vittime e carnefici. Mi riferisco alle etichette che le persone si trovano addosso alla fine di un rapporto. Sappiamo tutti – o, meglio, ripetiamo tutti – che in un rapporto tra due persone la responsabilità è di entrambe le persone, è così scontato da essere banale, così banale da venire infine ignorato – e così, alla fine, vivo in un mondo in cui le persone sono vittime o carnefici all’interno di un rapporto. O carnefici e infermierine, come preferisco dire io – che non sono un’infermierina, ma una creatura dispotica e viziata, che per qualche legge si attira quindi infermierine.
Anni fa qualcuno mi disse che avevo bisogno di una persona che badasse a me, perché io non ne sono capace. Non nel senso, ovviamente, che lasciata da sola muoio di fame e malattie contratte nella sporcizia a cui mi abbandonerei, perché sono deliziosamente spartana come single. Un po’ troppo. Per questo, probabilmente, colleziono rapporti che mi vedono giovare delle abilità culinarie e quant’altro dell’altra persona. Amo essere viziata, ed evito di viziarmi da sola – anche per una sorta di principio. L’equazione è semplice.
Il Padre, come una buona fetta di uomini della sua generazione e di quelle successive, abbisogna come me di un’infermierina – o di una colf, o di una babysitter, o di una moglie, mettetela come volete.
Essere monogama mi sarebbe comodo: avrei più probabilità di trovare una soluzione definitiva alla faccenda “infermierina”.
Ma amo complicarmi la vita, si sa.