ego

Di lussi, comodità & vanità.

Il Boss, come personaggio, non era per niente male.

 

L’ho realizzato stamattina svegliandomi da sogni che mal ricordo, quelli che il cervello e l’intestino usano per riorganizzare i rimuginamenti degli ultimi giorni. Il mio odio per l’Arcinemico, ad esempio, e ciò che rappresenta nella mia testa di scettica perenne: il laido potere di chi usa gli ideali come cappio. Non troppo stretto, o soffochi. Non troppo largo, o non c’è gusto. Deve circondare bene il collo, in quel modo che fa sentire sulla soglia: si oscilla tra il sapersi in mani sicure – così sicure che ci tengono per il collo come una gatta con i cuccioli – e il sapere che quelle mani possono essere letali. Chissà se il segreto dell’asfissia autoerotica ha qualcosa a che fare con tutto ciò.
E’ per il rigurgito di bile nei confronti dell’Arcinemico che ho, finalmente, reagito dinnanzi ai titillamenti di A. Non per lei, ma perché in questi giorni l’argomento “potere e tutto ciò che ne consegue” torna e ritorna come un fantasma insoddisfatto. E rialzati, cadavere, per l’ennesima volta. Ti sogno anche, cadavere, che non riesco ad abbattere neanche mozzandoti la testa. L’ho fatto con l’unica eleganza che conosco: con un taglio il più veloce e netto possibile. Perché tu smettessi di esistere e basta, senza essere – prima della tua fine – il depositario dei miei sfoghi. Perché sarebbe inelegante. Come ogni retorica dominio-sottomissione palesata. Come ogni manichino danzante che, spogliato, rivela sulla fronte la scritta: bisogno.
Non avrei dovuto reagire ad A. Non in quel momento, non in quel modo. Non per ciò che rimane ai posteri, ma per ciò che rimane in me: una striatura dissonante, morbosa, irrisolta. Sono tutt’altro che risolta.
Ci penso parlando con VB di gerarchie a letto. Del mio timore, sotto le lenzuola con qualcuno che conosco poco, di dar voce a una parte troppo prevaricatrice. Il timore di essere fraintesi. Il timore di intimorire, spaventare, far chiudere. Il timore, ancora peggiore, ci causare l’esatto opposto di ciò, e di causarlo seriamente. Di essere presa sul serio. Il sesso è decisamente depositario di troppe cose. Sputi una volta in faccia a una persona gemente e questa potrebbe aspettarsi di ricevere sputi a ogni ora del giorno, in ogni situazione. Il timore che una nostra singola azione possa essere presa come riassunto del nostro multiforme essere, che verrebbe così ridotto a una maschera bidimensionale.
Ci penso parlando con VB perché mi guarda scettica e mi dice che lo faccio. Instaurare gerarchie, intende. Controbatto ricordandole quanto io sappia essere passiva, frivola e svenevole con lei. Di quanto mi piaccia esserlo. Controbatte dicendomi che so, mentre mi pongo in quel modo, che il prossimo sa che in qualsiasi momento posso tornare a essere la despota di cui sopra. Ristabilire le gerarchie. Stai buono e non rompere i coglioni, insomma. E ha ragione. Non so in che percentuale e quanto a fondo, ma ha ragione.
Rifletto sul compromesso tra comodità e creatività. Tra lo starsene comodi nel proprio posto in gerarchia – preferibilmente a uno scalino alto abbastanza perché nessuno possa romperci i coglioni – e il buttarsi nel fiume, dove tutto si mescola e rimescola, e chiunque può colpirci e chiunque possiamo colpire, ma dove l’acqua non ristagna. L’acqua che ristagna è uno spreco. Vanitas.

 

E il Boss, questa mattina al risveglio, mi si è rivelato nel suo essere una parabola.
Il Boss, personaggio auto-creatosi per creare un sistema basato sul predominio, e di questo essere a capo. Il sopra del sopra del sopra. E da lì sopra, dove neanche un drago riuscirebbe a giungere, darsi a quello che tanto apprezza: la cedevolezza massima. Una cedevolezza così palese che, gettata nel fiume, lo farebbe finire schiacciato dall’intera gerarchia in mezzo secondo. Ma, standosene lì sopra, sull’ultimo immoto scalino, chi mai potrà cercare di fargli pagare il suo amore per la cedevolezza?
Il Boss, ai tempi, aveva messo in crisi la mia idea di potere. Foucault non era ancora arrivato a suggerirmi che il potere è un fluido che facciamo scorrere a ogni scelta e non scelta, e non una statica piramide che s’impone dall’alto in basso. Il potere, ai miei occhi assetati di violenza sociale, aveva la forma di un corpo che s’impone in continuazione, in continuazione palese la propria forza, in continuazione si dimostra e autodimostra tale. Ma, dinnanzi a questo Boss così molle e poco interessato a mostrare più dello stretto necessario per stare al vertice, la mia epica visione del potere era traballata. Alla cima della mia piramide, eccolo: un bambino viziato che gode ridendo mentre il mondo – un mondo piccolo, controllato, non realmente minaccioso – gli si schianta addosso. Mi fa venire in mente l’immagine della persona più ricca del mondo in infradito con macchie di unto sulla canottiera sporca. A che serve lo status, quando si ha già quello che permette di ottenere? Che si voglia divenire ricchi o beati, poco cambia.

 

Il Boss indossava quasi perennemente una maschera. Difficile puntare il dito quando non si ha un volto da riconoscere. Il Boss indossava quasi perennemente una maschera. Le uniche volte in cui la toglieva – quando, ossia, nessuno poteva vederlo – sotto c’era il volto di Torchia.

 

Horton, invece, ha ripiazzato il culo sul divano. Un divano ipotetico, questa volta, perché il mio non è abbastanza vecchio e abbandonato per essere il suo. Il divano che è comodo e ristagna. Ci hai scolpito la forma delle tue chiappe e ormai non lo senti neanche più. Non sentire è comodo. Quando poi, per imparare a non sentire, hai dato più d’un pezzetto d’anima, può diventare persino sacro. Immoto e granitico come un idolo atterrente. E intanto rimane comodo. Il suo vantaggio è il suo svantaggio: per sentire piacere, poi, ti tocca sbattere forte. Camminare sul dolore e sulla fatica, proprie e altrui, e spingere più forte per arrivare all’orgasmo.
Dal suo comodo divano su cui le blatte gli fanno festa, Horton mi sussurra cinismi scazzato. Cane mangia cane, mangia o sarai mangiato. Una volta mi suonavano fatali, adolescenzialmente simili a un: E’ così, non vedi? Non te ne vuoi accorgere? Non lo vuoi ammettere? Ma l’adolescenza è finita da un pezzo. L’adolescente che urla incazzata cinismo pretendendo che esso sia la verità rivela l’esigenza di una qualche certezza, nella vita. Che tutto sia un cane mangia cane, ad esempio. No, adesso Horton mi suona comodo e basta. Mangia o sarai mangiato, così è più facile, meno fatica, solo quella per mettere in atto quelle due o tre stronzate necessarie a tutelare il tuo spazio vitale. Il mondo poi, mi dice, è pieno di gente a cui la libertà pesa. Fai loro un favore. No, non è sarcasmo: faglielo veramente. Non è detto che siano tutti così, ma perché incaponirsi e trattare da gatti i cani? Non sarà arroganza, quella che ti spinge? Non è arroganza quella che ti spinge a imporre il tuo amore per la fluidità? E non cogli il paradosso? Imporre il tuo amore per la fluidità? Castigare la retorica dominio-sottomissione? Non ne esci, non ne puoi uscire. Tieni al tuo spazio vitale e ti piace stare comoda. Il tuo fluido egualitarismo è il lusso di chi non vede il proprio spazio vitale minacciato. Lo sai, vero?

Polpastrelli sulla carne nuda

Drain the whole sea
Get something shiny
Something meaty for the main course
That’s a fine-looking high horse
What you got in the stable?
We’ve a lot of starving faithful
Quello che mi annienta della dinamica vittima & carnefice non è la più ingiusta sofferenza della più giusta vittima, né tantomeno l’arbitrarietà che a prima occhiata non-giustifica l’azione del carnefice.
No, ad annientarmi è che vi sia una necessaria, strutturalmente necessaria, dialettica tra le due parti.
E che non si possa parlare senza avere una lingua comune.
Ogni colpo che porti, ogni colpo che ricevi, è la stessa parola appresa in due modi diversi.
E’ difficile essere sadici con una pianta. Non impossibile, ma più difficile.

Siedo sul balcone a fumare, il posacenere accanto a me per accogliere cenere e foglie secche. Ci sono piante, sul mio balcone, da qualche tempo. Tutto è nato da una cipolla di nome Nietzsche, che ora svetta con i suoi tre fiori pronti a sbocciare. Poi sono arrivate le altre – una conifera (non so quale), erba gatta, melissa, rosmarino, due piante raccolte per strada come animali abbandonati, che nella poca terra continuamente scossa dal vento hanno piantato radici.
Siedo sul balcone a fumare e stacco foglie secche. Lo faccio con cura: le stringo tra indice e pollice e tiro appena. Se la foglia si stacca, bene. Se fa resistenza, pospongo – la maggior parte delle volte.
Non è una forma di misericordia. Brutta parola, misericordia. La chiamerei com-passione, se potessi dimostrarmi che si può empatizzare con una pianta. La chiamo “osservazione” e basta. E deduzione. Perché se non posso cogliere certe sfumature anche nella più piccola e silenziosa pianta, allora ho poca speranza di cogliere alcunché. Non sarei qui – davanti al computer per la necessità di sputar fuori quel che posso sputar fuori – se non fosse possibile cogliere nel piccolo e prossimo ciò che è grande e distante. Inutile, mi dico, cercare di pormi dinnanzi a metafore meno metaforiche, a similitudini più simili, solo per dare più credibilità alle mie conclusioni. Basti la pianta. Basti la foglia che oppone o non oppone resistenza, e la mia scelta di strattonare o non strattonare. Quel che conta non è se tiro o se non tiro, ma che io lo faccia dando ogni attenzione all’atto – beh, ogni attenzione meno quella richiesta dal sacro gesto di aspirare fumo. Lontana da me, perfezione.

Torchia tornò nella natia Venezia con una sola maledizione: l’incapacità di prescindere dalla propria consapevolezza. C’era la Guerra dei Trent’Anni, allora, che infuriava in Germania e bla bla bla. Torchia tornava da quel bla bla bla in una Venezia in cui quella sua consapevolezza, che era riuscita a soppiantargli in parte l’anima, altro non era che un bla bla bla. Basta questo a renderlo un reietto ai propri occhi.
Non sono stata in nessuna Guerra dei Trent’Anni. Proprio nessuna. Neanche per sbaglio, metafora o similitudine. Non mi sono neanche mai rotta un osso – e ci tengo a sottolinearlo ogni volta, come una sorta di marchio al contrario: per ricordare a me stessa e agli altri quanto sono fortunata. Sono il campione dei nostri privilegi. Ho vissuto per anni con la tentazione di spaccarmene qualcuno per sentirmi più vicina a quel mondo che, statisticamente, di ossa rotte ne ha un bel po’. Ho travasato questa tentazione in Torchia e ho spedito lui in guerra, seduta scomoda sulla mia comoda poltrona, per poi osservare che cosa sarebbe accaduto.
Che cosa accadrebbe se…?
Chimica introspettiva. Per quella mia certa tendenza a vivere morbosamente il melodramma, gli ho dato un malus: l’ho reso ancor più incapace di quanto temevo di essere io stessa. L’ho reso un principino dalle unghie fragili, un fiore dalla vita breve – come quelli che, sul mio balcone, non resistono al vento gelido – e poi, sadomasochista, l’ho fatto sopravvivere. Facile cancellare le proprie brutture. Facile ricominciare da capo. Ma no, Torchia mi serviva vivo e sfregiato di ritorno alla natia Venezia.
Che cosa accadrebbe se…?
Non sono Torchia.
Non posso sapere che cosa io sia – la prova del fuoco della Guerra dei Trent’Anni l’ha fatta lui, non io – ma so di non essere Torchia.
E oggi so che forse Torchia avrebbe potuto essere tutt’altra cosa – non, ad esempio, lo psicopatico in cerca di remissione e annientamento che è divenuto. Oggi so che scarnificare un individuo non lo rende necessariamente più vero, ma solo più scarnificato. Ben venga per chi vuole conoscerlo nei dettagli, per chi ama ripassare in punta di polpastrelli l’anatomia umana; ben venga per costoro – da cui posso tutt’altro che escludermi. Ma non sono più così certa che la scarnificazione abbia il magico potere di rendere più vera e pura una persona. Non per la persona stessa.
Non te lo augurerei più, Torchia – ma ormai il danno è fatto, e c’est la vie.

Ma se fossi Torchia – se avessi avuto la mia Guerra dei Trent’Anni – ora mi sarebbe più semplice sputare su questo blog. Per quel non-so-che, sapete, che fa sì che ci si senta meno stupidi a parlare di sensazioni che derivano da situazioni che si conoscono nell’immanente materialità. Mi sento invece una sacca di riflessioni e sentori per procura. Auto-procura, suppongo. Se fossi Torchia, che nacque voyeur, me la sarei auto-procurata con quel morboso gusto con cui ci si prendono tragedie altrui sulle spalle. Come cercarsi la sifilide per poter dire che si è gran scopatori. Sarà pure un problemaccio fastidioso, ma vuoi mettere…? C’è chi si spacca l’osso del collo per vanti ben minori.
Ma non sono (più) Torchia: la procura è una conseguenza, non una causa. La causa è sacra e importante abbastanza per farmi ritrovare qui, oggi, a sputare sul blog quel che riesco a sputare. Ci avrei creduto, quando aprii questo blog a mo’ di diario pietistico, che mi sarei ritrovata a scrivere ermeticamente?
Ti amodio, vita, perché non mi fai mai annoiare.
Guarda a questa situazione, ad esempio, di una post-modernità esemplare. Dicono che per noi post-moderni il mondo abbia perso senso per troppa consapevolezza della relatività. Io me ne sto qui, comoda sulla mia comoda poltrona, a sputacchiare rimuginate parole con la consapevolezza che nel mondo esistono vite così tanto diverse dalla mia che, se dovessi trovarmi a viverle, probabilmente non le riconoscerei neanche come tali. E allora che cosa esiste, vita, se nulla è certo?
E fin qui tutto facile.
Ma siamo arrivati al post-modernismo 2.0. Quelle consapevolezze che prima erano ipotetiche – non perciò meno vere, per carità – si fanno ora tangibili come odori.
Cammino per il corridoio di casa – che conosco e conosco e conosco – e la consapevolezza di un altro mondo non si stacca dalle mie caviglie. Dalle mie cosce. Dalle mie viscere.
E mi basta una canzone, a volte – una canzone che non c’entra un cazzo, ovviamente, se non nella mia testa – per ripiombare lì, in quel modo di percepire il mondo. Che amo, e non per procura. Perché i polpastrelli sullo scorticato li ho passati, ed è esattamente come passare i polpastrelli su un qualsiasi brano di carne amata: mentre accarezzi causando brividi, i brividi attraversano te. Stupendi autogol.
E fin qui tutto facile.
Ma poi mi trovo a camminare per il conosciuto corridoio portandomi appresso sensazioni che non ritrovo attorno a me. Le vorrei ritrovare, ovviamente, per dialogare. Per comunicare. Ma mi sento come se avessi vissuto per un anno in Finlandia (un anno riassunto in pochissimi, intensissimi, giorni) e ora mi trovassi qui, unica e sola a parlare questa lingua. Perché altrimenti la si perde, sapete. E sarà pur vero – lo so per esperienza – che basta re-immergersi nel contesto per riportarla a galla ma intanto, cazzo, a quella lingua ci tieni. I termini che hai appreso ti hanno svelato parti di te che non conoscevi e/o non ricordavi (o che conoscevi e ricordavi ma avevi messo da parte perché monadi senza riflessi al di fuori di te – fino a quel momento), e non vuoi smettere di viverle. E così, monade, mi chiudo in me attingendo alla memoria – avrei creduto, io dissacratrice della sacralità del ricordo, che mi sarei trovata a fare ciò, vita? – per mantenere nel presente quella consapevolezza. Non perché sia bello averla in me. Il post-modernismo 2.0 ha trasceso l’asse bello/brutto, piacevole/spiacevole, similmente a come il post-modernismo di prima versione trascende l’asse giusto/ingiusto. La consapevolezza è e basta. Essa è. E in quell’essere c’è una bella fetta di me. Si può vivere senza, certamente. Ma si può vivere anche con tutte le ossa rotte.

E così siedo sul balcone, accendo una sigaretta, stringo una foglia tra indice e pollice e tiro.


(Testo tratto da: Take Me to Church, Hozier)

Scatoloni, giri di scotch e lame affilate come sogni molesti

Sono le 5:50 e tanto ormai sono sveglia.
Mi sono girata e rigirata sul letto come una bistecca sulla griglia, ma la cosa non mi ha fatta riaddomermentare.
Perché avrebbe dovuto?
Le cose non accadono da sole.

Era da tempo che non mi svegliavo da un sogno così tanto caricata da pensare:
Ecco, ora apro il blog e scrivo.
Era un sogno, ma aveva un fondo di realtà, ed è stata – credo – quella realtà a farmi svegliare, e quella realtà è una sensazione: che Lei non sia aggiornata. Che sia sfasata, fuori tempo, e che da questo scaturisca uno di quei drammi che quello stronzo di Baricco sembra tanto amare, lui e il suo lamentarsi che oggi le distanze sono ridotte e non può crearsi quella scollatura tra fatto e informazione che crea…
Che crea cosa?
Per quale morbosa sofferenza provi nostalgia, Baricco?

La cosa bella (leggesi: ironica), che mastico e rimastico, è che quella cosa a tre fosse, nella mia mente, un gioioso simbolo di cambiamento. Integrazione. Andare a letto con lui e con lei per non essere, quella volta, espulsa dalla vita di lei all’entrata del lui di turno. (E so che suona male, ma nessuna offesa per lui.)
L’ho scritto a P, approfittando dei toni melodrammatici che con lui mi permetto, sempre salvata in corner dal Dio Che Ride. Gli ho scritto: Siamo due Espulsi. Il problema del tono drammatico è che rende le affermazioni più assolute di quel che dovrebbero essere – e ora, a posteriori, immagino queste due creature mitologiche condannate a ripercorrere il mito dell’Espulsione. E non è ovviamente così. Ma è proprio tale visione di sé, il suo fantasma, ad avermelo fatto scrivere. Le narrazioni che ci raccontiamo. Le fiabe della cattiva notte con cui ci anti-esorcizziamo. Quelle che ce le fanno prendere con la realtà quando, per caso o meno, ci riconferma la superstizione.
Non sto dicendo che ho fatto una cosa a tre solo per il suo significato simbolico. Sarebbe ipocrita. E mi trovo, di nuovo, nell’infuocato terreno in cui bisogna schivare sia ipocrisia che semplistiche autostigmatizzazioni. I cinquanta milioni di sfumature di grigio della realtà. Non sto dicendo che quella cosa a tre era solo un simbolo. Lui era ed è di bell’aspetto. La cosa si presentava come allettante, anche se sapevo che non sarebbe stata semplicemente allettante. Sapevo che avrei passato buona parte del tempo a monitorare lei, un occhio cauto e attento a ogni minima vibrazione negativa, insicurezza, blocco, dramma prima che nascesse. Ho fatto una cosa a tre con l’intensità e la delicatezza di una funambola che stia eseguendo uno spettacolo che costituirà precedente. E non per la prestazione sessuale, ovviamente. Se quella nottata avrebbe dovuto essere il primo passo de ‘La mia nuova vita integrata in un rapporto di lei’, allora che fosse rappresentativa di tutto, in primis compreso il mio volere che lei si sentisse a proprio agio, non sminuita ma anzi fatta brillare da quel contesto, così come un diamante brilla di più se gli viene dedicato il giusto taglio.
So che – consapevolezza amara ma non così pressante, in fondo, e infatti quanto ci ha messo per essere espressa? – le file di persone disposte a vedermi fare una cosa a tre per amore del pensiero che ciò mi avrebbe permesso di essere integrata nella vita di lei non saranno così numerose. E’ come quando dissi che avevo tirato a M quel pugno non sull’onda dell’ira, ma con fredda premeditazione. Perché era il giusto gesto simbolico. Quello serviva. Il che non significa che in quel momento non ne abbia approfittato per scaricare un po’ di rabbia repressa. Il giusto rituale è una ricostruzione realistica, no? E che sia catartico, dunque. Non mi aspettavo, né ora aspetto, di essere creduta a braccia aperte. Non me l’aspetto con quella punta di sopportabilissima amarezza. E’ esattamente la stessa storia. So che la mia mancanza di sofferenza nel fare una cosa a tre, in una cultura in cui l’abnegazione mantiene diversi primati positivi, non gioca a mio favore. Soprattutto se c’è di mezzo del sesso. Ma tant’è. Continuo a pensare a quell’evento come a una vacanza promessa dai genitori e poi non realizzata. Con placida accettazione. Con lei potrei vincere le olimpiadi della placida accettazione – e non è una lamentela né un moto passivo-aggressivo. (E io odio fare discorsi pieni di negazioni, perché hanno sempre il suono di una tesi poco convincente. Ma tant’è. Sono una tesi poco convincente.) E’ la mia via per amarla, in un certo senso. Per poterla amare senza dover soffrire eccessivamente, e quindi per poterla amare e basta, perché una sofferenza eccessiva mi renderebbe difficile non sollevare alcun sentimento negativo tra me e lei. Sospensione delle aspettative? Può darsi. Sì, può essere una simile sorta di contorta strategia. E se ripenso alla cosa a tre è perché mi ricorda che non le so sospendere tutte, queste aspettative, e queste finiscono nei posti – apparentemente – più improbabili. Come una cosa a tre vista come proemio a una paradisiaca opzione di vita in cui un rapporto a due non rimette te fuori dalla porta.

Parlo al presente perché è il tempo delle evocazioni. Parlo al presente perché i sentimenti sono sempre al presente, quando li pensi. Ed è per questo, anche per questo, che una volta amata una persona la amo per sempre. Nessun bisogno che questa persona faccia qualcosa, a parte esistere – i miei ringraziamenti di cuore vanno alle persone per il fatto di esistere, nella stragrande maggioranza dei casi, no? E’ un amore dispotico, visto così, che se ne fotte della meritocrazia. Forse non è neanche amore (ma, suvvia, ‘amore’ ha tante definizioni quante le persone che usano questa parola, se non di più). Qualsiasi cosa sia, mi permette di avere il prossimo senza averlo. Al confronto, l’avere qualcuno nella propria vita è fatto vano e sfuggente, come ogni immanenza.
E che facciamo dell’amata immanenza, allora? Di questo svegliarsi alle cinque del mattino da un sogno mal digerito?
Lo sputiamo sul blog, ovviamente. Giusto per complicare il quadro.
E’ la Lokasenna che chiedeva tributo, disse postumamente – anche se già allora sembrava una tesi poco convincente.
Non è una Lokasenna. Ci sarebbero troppe cose da elencare, per rendere questo sputo di saliva senza terra una Lokasenna. Parlo del passato, che è passato e chiuso, e parlare di cose seppellite ci fa sentire più in diritto di sputare sentenze. Sarà una questione di non-aspettative. Sarà, forse, un laido modo della mia mente di distrarmi dal presente, che è complesso, incerto, multisfaccettato, parziale e in continuo movimento. Allora faccio un salto in soffitta – l’ho sognata ieri notte, la vecchia soffitta, che sgomberavo e pulivo e lucidavo per renderla abitabile, salvo poi realizzare che non aveva finestre – e apro e richiudo qualche scatolone. Doppio giro di scotch che tanto si può riaprire con la lama di una forbice, e pure con una certa eleganza. Il fascino degli strati di scotch tagliati che si accumulano. Ho segnato, sullo scatolone, l’anno in cui vi ho riposto il primo oggetto, ma non quello che ne sancirà la meramente (sì, meramente) simbolica chiusura definitiva. Vivo di scatoloni che accumulano scotch. Ho vissuto un’infanzia – mi ha ricordato il sogno di ieri – a fare incursioni in soffitta per cogliere oggetti con cui reinterpretare il presente. Ma che se ne stiano in soffitta, intanto, in stand-by, lasciando spazio al presente – quell’immanente sopra liquidato in fretta.

E così, alle 6:45, è di nuovo giorno.

Le buone maniere a tavola

Guardi un documentario su un tizio che raccoglie radici di genziana sulle Alpi e vorresti essere al suo posto per un pomeriggio infinito. Zappa, sradica, spezza, intasca. Zappa, sradica, spezza, intasca. La ripetitività che dona l’illusione della pace interiore ed estetiore. Genesi della nevrosi.

Dopo questi giorni iper-intensi puoi anche ammettere di esserti presa un raffreddore. Naso infastidito, gola gonfia, surriscaldamento, rincoglionimento tenace. Hai il raffreddore. Accettalo.

Quante persone sono passate, in questi giorni?
Te le fai scorrere sulla retina mentre guardi il video di Elastic Heart. Non hai esplorato i significati reconditi del testo e non vuoi farlo. E’ bello così, quel video, aperto alla tua arbitraria interpretazione.

Prima c’è stata la partenza di Y. Storia vecchia. Stand-by e tutto il resto. Te l’aspettavi quando l’hai visto non risponderti subito. Te l’aspetti sempre. Ti aspetti tanto e troppo, sempre. Forse è questo il segreto.
Ma no, aspetta, prima ancora – mentre Y non ti rispondeva prontamente – c’è stato C. Il caro, vecchio, C. Che non cambia mai perché ha raggiunto il fondo di sé – quel Nulla che tanto ti rassicura – tempo fa. C che è quel lato di te che farebbe il gatto sul divano. Tu ti sei prussianizzata troppo per quel certo languore sciorinato con leggerezza, così lo vivi in lui. C che non senti mai e senti per ritrovarti, e che ti trovi in casa perché VB, a tua differenza, mantiene contatti con le persone. VB che, come sa non prendere sul serio te, sa non prendere sul serio lui – e così riesce a tollerare entrambi. Riesce a esorcizzare entrambi. Riesce a rendere entrambi gatti sul divano. VB domatrice di gatti sul divano.
Poi c’è stata la piccola pausa con F. Una presenza meno ingombrante, meno pulsante, ma perciò importante. F con la sua nerdica flemma. F che sciorina discorsi mosci e intensi. F che lamenta il collega che accetta Tesla e ripudia Einstein solo quando gli fa comodo – e questo ti fa sorridere, questo esempio del tenore dei dibattiti nella vita di F.
Poi, dopo F e C, di nuovo a casa davanti al PC, è arrivato il martedì. E con il martedì è arrivata la piccola valanga.

Il martedì è stata la giornata dei commiati – più o meno distanti in sé, più o meno distanti da te. Il tuo splendido isolamento ti fa vivere le reti di relazioni che ti circondano con lo spirito della comparsa. Allunghi le mani e le ritrai, cerchi di non far vibrare la corda sbagliata della ragnatela. Che il ragno continui a dormire beatamente. Oh vanità. Come se fosse possibile. Beata arroganza, beato opportunismo – vana arroganza, vano opportunismo.

Te ne stai appollaiata sulla poltrona battendo tasti e respirando male. O bianco o nero, ti ha detto qualcuno. Al momento non hai capito a che cosa si riferisse, ma ora lo prendi come prendi il video di Elastic Heart: come scusa per proiettarvi la tua arbitraria interpretazione.
Sei un po’ o bianco o nero. O il beato isolamento, o rapporti in cui non concedi all’essere umano neanche uno striminzito tanga per coprirsi le pudenda. Non che tu vada in giro a strappare mutande, no, anzi: tieni troppo a non fare quella che rompe le cose per darti a un simile gesto. Semplicemente, quando scorgi una manina che furtiva va a coprire l’intimità, annuisci, sospiri e ti ritrai. Non si può mangiare il dolce a ogni pasto, ti dici – o qualcosa del genere. Ritrai le manine unte dal secondo e te le pulisci sul tovagliolo. Ritrai la bestiolina che sei (anche) e metti a tavolo le compassate maniere di un’ospite perfetta in galateo e cavalleria. Su quel mignolo, per carità! Le buone maniere si gustano fredde.

Il martedì è stato il giorno delle porte chiuse. Chiuse da tempo, per la maggior parte, ma martedì gli argomenti sono stati risollevati tutti assieme. E tu li hai, come ami fare, contemplati.
Contempli i gesti eclatanti e assoluti cercando di scorgere la persona che vi si cela dietro. Credi più nelle motivazioni che negli atti. No, non è questione di fede. Ti interessano più le motivazioni che gli atti. Più grande è l’atto, più si scolla dalla persona, meno ti interessa, più cerchi di scostarlo come una tenda per sbirciare dietro.
Continui a chiamarlo ‘opportunismo’ perché è un facile riassunto e perché così nessuno dovrà usare energie per tacciarti di qualcosa di peggio. La tua cocciuta mancanza di morale è figlia di un principio superiore (ciao, paradosso): un amore estremo per la nudità. Sì, ‘nudità’ suona meglio che ‘sincerità’. Che cosa c’è di più scarno dell’opportunismo? E’ che devi salvaguardare quella nudità. Spoglia, spoglia – scava, scava – alla ricerca del tesoro dimenticato, nascosto, pulsante. Non perché le buone e fredde maniere a tavola non siano un’arte. Lo sono. E lo sono quando scaturiscono da quel magma sottostante. Altrimenti è manierismo. Altrimenti è spreco. E odi il tuo raffreddore.

Cane mangia cane

Il primo Leitmotiv è stato:
Cane mangia cane.
Ed è vecchio. Eccome, se è vecchio.

Il secondo Leitmotiv è stato:
Puzza di vittima.
Nella tua memoria esso nasce con D, almeno in questa forma. Leggi un suo racconto, cogli un qualcosa – che cosa, ti chiedi allora, quella cosa che ti fa preferire il suo racconto in una scala parallela a quella che usi per gli altri – la aggiungi su Facebook, ci chatti. E puzza proprio di vittima.

Il terzo Leitmotiv è stato:
Sono una persona orribile.
Più recente, questo, abusato in questi ultimi giorni. Lo hai detto, tempo fa, con una nota amara – come una realizzazione fresca che non sei sicura di voler ingoiare. Poi è passato del tempo. Mesi. La realizzazione fermenta. Ci devi fare qualcosa, con tutto questo orrore. E decidi di non farci nulla. Di farne un nulla, ossia. Annullalo. Annullati. E ti annulli e ti castri e non funziona. Perché se ti castri – questo lo hai spiegato a Lui ieri – diventi idrofoba. Hai una specie di antifurto automatico su quel poco di certa identità che hai. Idrofoba. Niente annullamento, allora. Anzi, prima di deciderlo subentra un quarto Leitmotiv. Lo chiedi a Lei:
Che cosa devo espiare?
Il Leitmotiv è vecchio, ma non l’avevi mai usato su te stessa.
Che cosa tu devi espiare?

La risposta è semplice, a posteriori. Basta ripercorrere tutti i Leitmotive. Si susseguono così splendidamente, uno scaturito dall’altro. Se non fosse che il penultimo va a tuo e altrui discapito. Che cosa farci, con questo frutto ultimo?
Non lo sai.
Ma pensi – da oggi – che c’è qualcosa di sbagliato nel fare pesare al prossimo che il tuo essere una persona orribile ti pesa. Non risolve il problema. Non lo considera neanche, anzi: nasce dalla sua negazione. E’ una strada cieca. Assomiglia in maniera inquietante a una delle poche cose che mal tolleri della mentalità (secolarizzata e non) cattolica: l’espiazione.
Che cosa devo espiare?
Lo so. Che domanda del cazzo, in fondo.
(Anche se è un espiare a priori, in potenziale, prima che il peccato mortale sia commesso.)
Voglio espiare il fatto di essere una persona orribile?
Espiare è un concetto orribile.

E così, in questi ultimi giorni, il «Sono una persona orribile» è stato detto in modo non meno fatale, ma meno amaro, più picaresco, con l’affetto che si riserva al difetto di un amico. Non sai come tu sia potuta giungere qui, proprio qui – a quell’espiazione che neanche consideravi più, credendo di esserti emancipata da tempo a simili cose – ma ciò che conta è rendersi conto, no?


Intendiamoci, creature coeve e postere: quel «Sono una persona orribile.» non si riferisce alla mia interezza, ma a una piccola, precisa e chirurgica parte di me. E’ un angolo, un’intersezione, un puntino piccolo e bollente, una potenzialità che semplicemente, nella vita per come la vivo tutt’oggi, ha poche applicazioni pratiche di cui vedo un’utilità diretta (se non il mio godimento – che non sia a discapito altrui – e non per Alte Morali che non ho e a cui non posso appellarmi, ma per quel mio vecchio e onnipresente terrore di rompere, quello che una certa espiazione avrebbe dovuto soddisfare). Mi guardo incastrata in queste dinamiche mentre – spero – me le lascio alle spalle e sorrido. Sorrido con pazienza. Me sorride a me e la rassicura: non mi autoflagellerò per essere caduta in una trappola per ingenui. Forse sono addirittura destinata – finché il primo mattone della dinamica, il Cane Mangia Cane, sussiste – a ricaderci ogni tot, ogni volta per prendere la dinamica vittime&carnefici (o cani e cani) e rigettarla in un paradosso più grande, più vorticante, più rivelante, più intenso. Senza intensità mi spengo. Lo dico a Lei dicendole che sono una frana con le vie di mezzo e Lei sorride paziente con un sopracciglio sollevato: che io le dica qualcosa che non sa. Mi si legge nel fiato e nella contrazione dei muscoli, il piacere che traggo da certi squilibrii. E forse non è un Male (non ontologico, non credendoci, ma avete capito il senso) di per sé. (E probabilmente non sono squilibrii, questi, ma il loro opposto.) Il problema, forse, è trovare un equilibrio tra il mio annusare la puzza di vittima e il mio terrore di rompere. Per quanto simili non sono necessariamente condannate a essere l’una la causa dell’altra. Dopo tanto blaterare dell’enorme potere delle paure, dovrei fare qualcosa con questo mio terrore. Devo proprio. Vedermi di nuovo come una timorosa creatura che cerca di perfezionarsi per sottrazione… Nah.

Gira, ruota, gira.

Psicosi & altre utili sindromi autoimmuni

Dovrei essere all’opera con una traduzione, ma la connessione ha deciso che no, adesso no, adesso è meglio se ti dai al blog.
Ci avevo pensato, eh – pensato di riaprire una pagina bianca e lasciare che le parole scorressero – ma non sono più come una volta: ora necessito di un’idea, un tema, un qualcosa da cui partire. E così non è, proprio no. Me ne sto qui, seduta alla scrivania, guardando cose varie ed enormi vorticarmi attorno a una tale velocità da aver in qualche modo cambiato la mia posizione nella vita. Un cambiamento impercettibile e immenso, che solo all’origine ha a che fare con l’atmosfera – e i sentimenti – di queste settimane.

Mi sento la coprotagonista cruciale di un romanzo. Quella che non porta avanti le azioni, ma mette assieme ciò che è accaduto per suggerire un senso. Solo che un senso da suggerire non ce l’ho. Posso solo ripetere quel che già sapevo, pensavo, credevo – non sapendo se sia valido in certe peculiari, osiamo un “fatali”, situazioni. E la cosa peggiore è che, quando me ne sto tra me e me, i pensieri che mi escono sono di una banalità rivelante. Quel genere di banalità che ti incastra a forza nel tuo essere un essere umano. Puoi saltare in alto, appiattirti a terra, ma a un certo punto arriva un qualcosa – il fatto che io continui a usare parole imprecise è sintomo del caos del periodo, suppongo – che ti costringe a startene in piedi o seduta come tutti gli altri fanno.
Ed eccomi qui, in pseudo posizione del loto sulla poltrona, la sigaretta appena spenta in questa camera che mi ha visto tante volte, in umori così diversi, a ringraziare – come sempre faccio – per la mia beata amnesia. Si dimentica per sopravvivere. Senza psicosi ci saremmo estinti. E’ quel dimenticare ciò che non è ancora passato a contraddistinguere questi giorni.
La bottiglia, ad esempio. La bottiglia d’acqua che non oso finire. La bottiglia d’acqua che S ha lasciato qui, che mi ha porto quando ero assetata, che gli ho passato guardandolo bere. Da quando mi sono detta che l’avrei finita sono piombata in questa cautela estrema. Quando e come dovrei berla? Ah, odio i feticismi. Per questo devo sbrigare questa faccenda, e perciò mi sono assegnata questa mansione: bevi l’acqua. Ma mi sono detta che avrei dovuto farlo con convinzione, con tutta me stessa presente e consapevole – e il problema, ora, è che sempre meno tendo a esserci, tutta intera e consapevole.
Traduco, preparo lezioni, chatto. Chatto parlando di quelle cose che dimentico mentre sono presenti – che esistono e non esistono al contempo. Che esistono come involucri vuoti. Sotto la doccia, momento di massima presenza di me stessa dinnanzi a me stessa, ondeggio da un piede all’altro osservando la prospettiva muoversi come certi bambini fanno. L’acqua scorre, m’insapono, nessun pensiero compiuto accade. Un chai bevuto leggendo o persino in silenzio, TV spenta e libro chiuso, come si fa quando ci si vuole raccogliere in se stessi. Ma non mi raccolgo. Sono lì e basta.
Dovrei e non dovrei aprire le dighe. Parlo con M di S e non mi pesa per nulla. Non è, in fondo, come se stessi veramente parlando di S. E allora glielo dico: che mi fa piacere parlarne, ma che non interpreti il mio distacco come un distacco di cuore. L’altra Me – quella presente a se stessa – non è distaccata a riguardo. Lo so. Lo ricordo – come se fossero passati eoni. Mi trovo persino a dedurlo.
E sorrido divertita mentre penso a S, ovunque egli sia, parlarmi della sua necessità di scindersi in due, in maniera incredibilmente simile e diversa da quella che applico io. C’è una sola cosa in comune, credo: la capacità di prescindere da. Da una parte di sé, suppongo. Lo spirito è da una parte, la materia dall’altra, ed entrambi si guardano come se nessuno li avesse ancora presentati. Ehy, c’est moi. Solo anestetizzata, suppongo. E vorrei capire se questo sia un passaggio precedente allo stand-by o la direzione sbagliata. Ho la vaga idea che non potrò saperlo fino all’ultimo e che, se stessi errando, sarebbe tragico, e la accetto con un sorriso perplesso e una scrollata di spalle.
Una cosa la so.
Quel che sto accumulando sta finendo in quello strano serbatoio che si riapre, saltuariamente, quando bevo. Tanto, non troppo. Abbastanza da far sì che le paratie crollino e il serbatoio, almeno per quella sera, si svuoti.
E’ sempre stato in sere come quelle che ho chiamato C. C, altra creatura tanto simile e tanto diversa da me. Ne ho parlato a S perché tutti e tre abbiamo, dal mio squisitamente parziale punto di vista, una cosa in comune: l’accettazione del Vuoto. Il Vuoto come compagno costante di viaggio, sottofondo ineludibile, verità soggiacente. Quel Vuoto che rimane quando tutti i giochi si fermano, quando il fottuto circo smette di fare casino. Quel Vuoto che rassicura col proprio tangibile silenzio.
Chiamavo C perché traboccavo della necessità di esprimermi, e quindi della necessità di essere compresa. Per darmi un senso? Perché, specchiandomi, trovassi effettivamente un’immagine dall’altra parte, e non un fantasma? C lo Specchio. Riversarmi su di lui per evitare sia di implodere che di esplodere. Perché quel qualcosa, nel serbatoio, era veramente troppo immenso.
Quel che ho piantato e raccolto in questi giorni, e che ora so esserci ma non ricordo attivamente, è nel serbatoio. E se mai dovesse aprirsi, quel dannato serbatoio, dopo che ci ho messo dentro quella cosa – se mai dovesse accadere, allora… Allora boh. Non credo il mio Io sia abbastanza grande per contenere tutto. Buona supposizione, psicologa della domenica. E’ che a volte bisogna uscire da sé per ricordarsi chi si è. E poi tornarci, ridimensionati, riaggiustati, ricalibrati.
Se ora quel serbatoio dovesse aprirsi – ecco cosa temo – potrei trovarmi a sentire di voler/dover chiamare S. Ecco il brutto paradosso. Ecco cosa mi spaventa. Non la necessità, no. La potenziale impossibilità. Una porta chiusa come tutti i limiti che non voglio riconoscere, e non riconosco, cacciando e ricacciando la loro assolutezza nel serbatoio.

C’è un motivo per cui scrivo qui quelle cose che in qualsiasi altro momento ricordo, so esistere, ma non vedo.
Mi è capitato, quando ho scritto della morte di L, di trovarmi persone pronte a consolarmi e a offrirmi la propria spalla. E ho provato gratitudine, ovviamente, ma l’ho provata mentre guardavo le loro spalle chiedendomi a che mi servissero. Perché avevo già fatto. Perché ciò che avevo scritto era già stato metabolizzato, aperto e divelto, risolto. E quello che non era stato metabolizzato avrebbe potuto essere trattato solo successivamente – solo in solitudine, preferibilmente dinnanzi a una pagina bianca. Nel mezzo – tra un sentito delirio e l’altro – quella che potrei chiamare “anestesia”, ma sarebbe scorretto. E’ simile negli effetti, ma non lo è. E’ un’altra forma di stand-by, credo – uno stand-by con me stessa. A ogni presente il suo presente. A ogni momento il suo dovuto. Vi uso, coevi e posteri, come un pietista avrebbe usato il proprio diario: oltre alla pagina, immaginato, il Dio a cui dover fare rapporto. Vi uso come coscienza – perché potrei essere chiunque tra voi e voi tutti. La vostra presenza immaginata mi vieta di indulgere nel bene e nel male, di delirare come fuga, di fare tutte quelle cose che ci permettiamo di fare quando siamo soli, nascondendoci a noi stessi.
Se voi foste chi siete – se voi foste, ossia, nella mia mente anche le singole persone che so leggermi – farei più sconti. Se pensassi che S potrebbe leggermi, mentre deliro in questo caos che sembra poco rassicurante, me ne starei zitta. (Farlo preoccupare? Non sia mai. Mi trovo a fare pensieri ridicoli, come ad esempio che se potessi, per qualche istante o minuto od ora, vorrei poter far svanire il male dal mondo e dall’uomo per farlo stare in pace.) Ma la tentazione l’ho avuta. L’ho. Ho spesso avuto simili tentazioni: cominciare, con una piccola eccezione, considerate le circostanze e bla bla bla, a omettere o aggiungere parti in considerazione dell’effetto che le mie parole potrebbero avere sul prossimo. Addolcire la realtà – quella realtà, esteriore quanto interiore, che è un succedersi di picchi che nessuna logica riesce a contenere e collegare. La paura del serbatoio, ad esempio, o la paura in generale. Nomina una cosa e diverrà reale, dicono. Come se la paura non esistesse finché non scuote le membra. Nomina una cosa e diverrà reale, ed è vero. E qui la nomino ed evoco, dentro il protetto cerchio disegnato sul pavimento. La guardo negli occhi, ci discuto, ci litigo e mi faccio prendere in giro. Sul foglio bianco che si riempie di parole perché è la mia offerta sacrificale. Ogni pagina di questo blog lo è. Io offro una sincerità non mediata, non addolcita e ciò che evoco mi offre la sua ispirazione. Parlami, oh paura, di ciò che vorresti e potresti e sapresti…
Il presente vive per sempre. Ogni attimo è assoluto. Un blog lungo otto anni me lo ricorda, almeno potenzialmente. E allora che il presente si esprima per come si presenta.
Se passasse, S – se passasse M, anche, o chiunque altro – che ricordi che questa è l’anatomia degli andamenti della mia evoluzione. Che in questi giorni tiro fuori qui, e non altrove, quei pensieri e quei sentimenti che devo smaltire e processare – quando mi riesce, dato che sta andando tutto in stand-by. Che evoco la paura perché non sia lei ad evocare me. Che presentifico l’esplosione del serbatoio perché, se mai dovesse accadere, di fianco a quel terrore vi sia una qualche riflessione a cui aggrapparmi. Anche solo il gusto di dirmi «Te l’avevo detto!» e poi ridere con il Dio Che Ride. Che, insomma, probabilmente tutto questo scrivere – come è stato nel caso di L – non è che un modo, forse controintuitivo, per giungere allo stand-by per come lo conosco, e per giungervi senza rischiare di buttare nella fossa ciò che non dovrebbe finirci. Che mi osservo allo specchio come se osservassi un corpo vivo disteso su un tavolo anatomico, e qui e lì punzecchio per capirne la reattività. Se un mio braccio desensibilizzato si stesse incancrenendo senza che io me ne accorga? Non sia mai. Genauigkeit und Seele. Coltivo le mie parti molli, e i gioielli che serbano, con la stessa dedizione con cui coltivo lo stand-by. Perché tutto serve allo stesso scopo, in fondo – e neanche tanto in fondo: vivere il meglio al meglio.

C’est moi.

Ascolto i Placebo, che mi danno qualcosa che solo loro possono darmi, eppure non so che sia. Sa di stanze insonnolite e quell’accidia tipica dei dopo-sbronza, ma senza la sbronza. Un po’ di vernice scrostata, un po’ di lustrini impolverati, persone che si sussurrano confidenze dolci e atroci.
Stavo scrivendo, prima di scrivere qui. Stavo scrivendo un romanzo che non ha ragione di non essere finito, e che quindi farò il possibile per finire. Richiede un lavoro non puntiglioso, ma quotidiano, e con tanto Genie ad assistermi, perché il romanzo è lungo e rischio di perdermi per la strada. Mi sono già persa, ma in sentieri che approvo.
Saltello da uno stile all’altro, chiedendomi se questo sia il mio stile. Saltellare. Improvvisare rime sfacciate nel posto più inaspettato, poi perdermi in barocchismi a occhi sognanti, e poi un po’ di ironica critica, perché il barocchismo la richiede, e poi un colloquiale disilluso ma che s’impegna tanto per prendere la vita con filosofia.
Perché no?
C’est moi.
Accendo la sigaretta e faccio un altro sorso di birra. A casa o in giro, e che la casa sia in Italia o altrove, che io sia sola o con un gruppo di persone ad aspettarmi, la birra ha unito tante variazioni di me. Birra e sigaretta. Per consumarsi sapendo di farlo. E’ un rituale, ormai, e lo so, come caffè e sigaretta. Il resto muta, svanisce persino, e queste cose tornano – sapori diversi, gesto identico. In questo mio continuo tentativo di non fissarmi in un solo punto di vista, una sola vita, un solo essere, prego a Dea Nicotina e a Dio Alcol e a Dio Caffè perché scandiscano la mia vita. Come il peggior cliché di un decennio ingrigito, da ricordare negli annali con un po’ di nostalgia e un po’ di riprovazione. Come quando si parla della propria gioventù. Quella cosa dannata e necessaria e sempre bella e sempre atroce. E penso, io che non mi sono mai sentita nella mia gioventù, che non voglio fare il passo. Quello che proietta oltre la gioventù. Quello che piomba in un campo ben ordinato da cui giudicare a posteriori. Never ever. Lungi da me spaccarmi, usando il tempo come scusa, in parti, sì che una giudichi l’altra.
Dopotutto, ehy, c’est moi. Tutta.